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Ansa
Il premier visita i militari con i nuovi mezzi a Termini: «Altro che depotenziare la missione». La sinistra polemizza ancora sull’Ice alle Olimpiadi. In ansia persino l’Onu. Ma Matteo Salvini chiarisce: «Solo tecnici in sala operativa». Antonio Tajani: «Protestano per tre persone».
Quelli di Avs dicono che, «con le ricette di Matteo Salvini in tema di sicurezza, l’Ice sarebbe già in Italia». Per il momento ci sono i militari di «Strade sicure». Il giorno dopo l’annuncio del potenziamento del presidio di Termini e del Colosseo, con l’impiego di altri tre blindati e 12 uomini, Giorgia Meloni è andata alla stazione di Roma «a ringraziare i nostri militari impegnati a difesa della sicurezza dei cittadini». «Altro che depotenziamento di “Strade sicure”», ha scritto su Instagram, dove ha pubblicato una sua foto con i soldati, accanto ai Puma dell’esercito. Il suo intervento pone fine alla querelle sorta nel centrodestra sui fondi del riarmo: il vicepremier leghista e Guido Crosetto avevano bisticciato a proposito del rifinanziamento della missione di pattugliamento delle città. Il leader del Carroccio chiedeva di stanziare più soldi per quella che per gli arsenali; e il ministro della Difesa parlava di «polemica inutile», poiché i soldi c’erano già.
Ma soprattutto, quello del premier è un segnale politico all’opposizione. La quale invoca più polizia nello stesso momento in cui denuncia la «deriva securitaria» del governo. Incartandosi sul caso degli agenti americani dell’Ice alle Olimpiadi. Il sindaco del capoluogo lombardo, Beppe Sala, ha escluso che parteciperà alla manifestazione di protesta di domani, citando impegni istituzionali. Però, ha aggiunto, «quello che dovevo dire sull’Ice credo di averlo detto, l’idea che sul nostro territorio ci sia questa milizia non mi va». Persino Antonio Guterres, segretario Onu, si è preoccupato: «La sovranità dell’Italia sia rispettata». Ansia mal riposta. Salvini, ieri, ha precisato che «ci saranno due tecnici civili nelle sale operative, quindi non ci saranno poliziotti americani per le strade di Milano, di Cortina, di Bormio». Perciò Antonio Tajani ha definito «inutile fare manifestazioni per tre funzionari che vanno al consolato». Per non sbagliare, +Europa, a Roma, ha anticipato gli attivisti di Pd, Cgil, Anpi e compagnia che si ritroveranno Milano: ieri, con i fischietti, i radicali si sono messi a rumoreggiare davanti l’ambasciata Usa di via Veneto.
Anche Giovanni Donzelli di Fdi, sentito da Rai Radio 1, ha ricordato che «in Italia ci sono leggi ben chiare e ci sono le nostre forze di sicurezza», quindi al personale dell’Ice è preclusa la possibilità di «fare cose come le vediamo negli Stati Uniti». Non dovesse bastare, mercoledì prossimo, alle Camere, il titolare del Viminale, Matteo Piantedosi, terrà un’informativa sullo scandalo montato come la panna dai progressisti. «Il governo ha dato subito disponibilità a riferire», ha sottolineato il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani. Maurizio Lupi, di Noi moderati, ha riconosciuto che, dopo i chiarimenti sulle attività degli agenti Usa, «continuare con le polemiche è assurdo e dimostra solo la loro strumentalità». «Voglio che ci sia sicurezza», si è limitata a commentare Daniela Santanchè, ministro del Turismo. «Più sicurezza, più libertà». Eppure, nella maggioranza qualcuno continua a borbottare. L’azzurra Letizia Moratti, ai microfoni di Sky, pur ribadendo che «l’Ice non avrà nessun ruolo rispetto all’operatività, che è un compito esclusivo dello Stato italiano», ha fatto sapere che reputa «inopportuno» l’intervento di un «corpo dedicato alle tematiche che riguardano l’immigrazione».
L’opposizione non molla l’osso. Alessandro Onorato, assessore ai Grandi eventi di Roma, ha detto di ritenere «una provocazione» la presenza dell’Ice. La stessa formula usata, in un’intervista alla Stampa, da Romano Prodi. Nicola Fratoianni la considera «assolutamente folle». La capogruppo renziana in Senato, Raffaella Paita, ha chiesto all’esecutivo di «puntare i piedi con gli Stati Uniti», giacché l’invio dei membri dell’agenzia è «squalificante per il Paese».
Sarebbe stato peggio ritrovarsi i pasdaran, che l’Ue si appresta a qualificare come terroristi. Tajani, ieri, ha confermato che non è previsto il loro arrivo. «La stessa ambasciata dell’Iran», ha rilevato il titolare della Farnesina, «ha smentito». Nessun problema, invece (e giustamente), per i consulenti per la sicurezza della polizia criminale tedeschi, i quali, come ha comunicato il Comitato olimpico della Germania, saranno «collegati tramite funzionari presso le rappresentanze in Italia con le autorità locali».
La controversia sugli americani, intanto, rischia di estendersi al di là delle Alpi: si è appreso che il colosso tecnologico francese Capgemini ha siglato un contratto con l’Ice, che comunque, ha specificato l’azienda, è «oggetto di un ricorso».
Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega in Senato, ha rivendicato le «priorità» della destra: «Scendere nelle piazze», anziché «per protestare contro l’eventuale presenza dell’Ice alle Olimpiadi, per la tutela delle forze dell’ordine», che grazie al pacchetto Sicurezza non saranno indagate «automaticamente quando si difendono nell’espletamento del loro dovere».
Per Milano, in fondo, rimane valido il dato statistico: è più probabile che un cittadino finisca conciato per le feste da una delle «risorse» libere di scorrazzare per la metropoli, che per mano di uno scherano di Donald Trump.
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Il centro sociale respinge la mediazione del prefetto. Perquisite le case di due attivisti.
Nessuna mediazione. Gli attivisti del centro sociale Askatasuna hanno respinto le richieste del prefetto di Torino di sfilare in un unico corteo indetto contro lo sgombero avvenuto il 18 dicembre scorso. «Avreste dovuto pensarci prima», hanno replicato, confermando i tre cortei che marceranno sotto lo slogan «Ci riprenderemo la città». Partiranno dalle stazioni ferroviarie di Porta Nuova e Porta Susa e a Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche, confluiranno in piazza Vittorio Veneto, in centro città, per poi ripartire in un unico serpentone. E proprio per l’occupazione di Palazzo Novo, ieri, il ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, ha avuto un colloquio telefonico con la rettrice dell’Università, Cristina Prandi, alla quale ha espresso forte preoccupazione per le condizioni di sicurezza degli ambienti coinvolti, assicurando alla rettrice il pieno supporto del Ministero per affrontare una situazione definita inaccettabile: «L’università non è e non diventerà mai un centro sociale, è uno spazio di libertà e dialogo non di violenza».
Oltre 200 realtà provenienti da tutta Italia hanno aderito alla piattaforma lanciata il 17 gennaio dall’assemblea nazionale compresi i radicali torinesi che, per Askatasuna ma contro la violenza saranno in piazza, stesi a terra. «Non sappiamo ancora con esattezza quali saranno i percorsi, perché abbiamo bisogno di un po’ di tempo per definire alcuni dettagli tecnici», ha spiegato Michele, portavoce di Askatasuna. «Sicuramente il corteo passerà nelle prossimità del quartiere Vanchiglia e del centro sociale sgomberato, per poi concludersi in Regio Parco».
Un percorso che il Comitato per l’ordine e la sicurezza aveva definito «un’articolazione complessa» e da qui la richiesta, respinta, di una rimodulazione che «contemperi il diritto di manifestare pacificamente con le esigenze dei cittadini e dei numerosi visitatori attratti dalle giornate prefestiva e festiva, caratterizzate da eventi sociali, sportivi e culturali». Ma gli autonomi hanno respinto la proposta, sottolineando: «Abbiamo di fronte un governo che, in linea con un indirizzo politico dichiaratamente securitario, repressivo e intrinsecamente razzista, interpreta sistematicamente il conflitto sociale come un ostacolo da neutralizzare. Non è un problema di ordine pubblico, è l’opposizione sociale che rompe gli argini e si prende lo spazio che le spetta».
Intanto, ieri all’alba, la Digos ha effettuato perquisizioni a casa di due attivisti di Aska. Sequestrati alcuni indumenti per accertarne un eventuale utilizzo in occasione della manifestazione del 20 dicembre contro lo sgombero del centro sociale, da cui sono scaturiti disordini e scontri.
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Non si placa la polemica sul questionario di Azione studentesca Sull’iniziativa analoga dei collettivi, invece, nessuno ha da ridire.
Basterebbe memorizzare il format e confinarlo lì dove dovrebbe stare, in mezzo alla spazzatura mediatica. E invece per l’ennesima volta, riguardo l’ennesima polemica montata sul nulla cosmico, sono state riempite intere pagine di giornale e dedicate puntate di talk show che hanno avvelenato il dibattito. Tutto nasce da un’iniziativa di Azione studentesca, il movimento giovanile di Fratelli d’Italia che, in un sondaggio dedicato alla scuola, tra le varie domande sottoposte a chi ha deciso di rispondere al questionario («Quali sono le condizioni dal punto di vista strutturale della tua scuola?», «Quali sono le principali problematiche?», «La tua classe andrà in gita quest’anno? Se no, per quale motivo?» e via dicendo) ne ha inserita una in cui è stato chiesto «Hai uno o più professori di sinistra che fanno propaganda durante le lezioni?».
L’opzione di risposta non contemplava l’inserimento del nome dell’istituto né tanto meno quello dell’insegnante ma semplicemente «sì» o «no» e, se sì, l’invito a «descrivere uno dei casi più eclatanti». Eppure alle opposizioni e ai loro megafoni, accucciati intorno ai maggiori quotidiani italiani, non è parso vero di poter scatenare una bella polemica con cui andare avanti per una settimana, evocando «modalità squadriste» e parlando di «atto intimidatorio gravissimo e inaccettabile». E così, nonostante non ci sia «alcuna schedatura perché non si chiedono nomi e cognomi», come ha sottolineato anche l’onorevole Giovanni Donzelli, responsabile organizzativo di Fratelli d’Italia, dal fronte rosso è partita la solita raffica di interrogazioni, ondate di sdegno e richieste al governo, nientemeno, di «riferire in Aula». Pd e Avs hanno addirittura accusato il movimento studentesco vicino a Fratelli d’Italia di voler stilare «liste di proscrizione». Sarà che a Largo Fochetti hanno dimestichezza con le liste (indimenticabile quella stilata da Gianni Riotta sui cosiddetti «Putinversteher») ma Repubblica è balzata con entrambi i piedi sulla vicenda, scomodando professori e opinionisti in merito alla vicenda alla panna montata pur di attaccare il governo.
«Cosa aspetta Fratelli d’Italia a prendere le distanze da Azione studentesca? Quando parlerà Arianna Meloni? O dobbiamo pensare che il partito sia d’accordo con la schedatura?», hanno dichiarato gli esponenti M5s in commissione Cultura. Poteva mancare Alleanza Verdi e Sinistra (Avs)? No. E infatti hanno immediatamente fatto sapere che per loro «è necessario che il ministro Valditara spieghi a questa organizzazione che non accetterà alcuna segnalazione di provenienza politica sugli insegnanti e che la scuola pubblica è per sua natura pluralista e motore di conoscenza e di emancipazione del Paese». Un motore di conoscenza che consente agli studenti di sinistra di «okkupare» regolarmente le scuole bloccando lo svolgimento del programma scolastico e che, peggio ancora, durante la pandemia ha consentito che fossero stilate vere liste di proscrizione nei confronti degli studenti non vaccinati. Ma quelle schedature, reali e non immaginarie, non le condannò nessuno. Così come nessuno ha battuto ciglio di fronte alla «schedatura», documentata da Sarina Biraghi sulla Verità di martedì scorso, dei prof di destra sollecitata dall’Uds Pordenone, l’associazione che si definisce autonoma e d’ispirazione sindacale nata dall’Onda, il movimento che nel 2008 animò la protesta studentesca contro il ddl dell’allora ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini. «Hai notato degli episodi da parte degli studenti o dei professori di discriminazione, razziale o di genere? Hai qualche considerazione a riguardo? Un’esperienza che vuoi condividere?». Il sondaggio realizzato dagli studenti di sinistra per quantificare i presunti prof discriminatori è stato deciso, secondo gli autori, «per avere una scuola migliore» e questa versione alle opposizioni scatenate contro i diciottenni di destra è andata bene. Soltanto contro gli autori del sondaggio di Azione studentesca, invece, si è rovesciata l’ondata di odio a mezzo social: centinaia di messaggi di ragazzi, sobillati dagli istigatori delle opposizioni, che nel migliore dei casi hanno promesso di «riempire di botte i fasci ritardati». «Vi dovrebbero impiccare in piazza come il vostro caro amichetto preferito», «Meloni ti vogliamo nel bagagliaio di una Renault 4 (la macchina in cui fu trovato il corpo senza vita di Aldo Moro, leader Dc assassinato dalle Brigate rosse nel 1978, ndr), «il nostro prof ci ha raccontato di quando è andato a manganellare i fasci e gli ho chiesto di invitarmi la prossima volta». Non risulta, ad oggi, alcuna presa di distanza dei «compagni» dalle minacce dei giovani estremisti incitati dalle mille parole irresponsabili.
«Chi vuole vedere del marcio all’interno di un sondaggio che chiede agli studenti lo stato dell’istruzione in cui si trovano a crescere è in totale malafede», commenta il presidente nazionale di Azione studentesca, Riccardo Ponzio, «peggio ancora, vuol dire difendere una parte della classe docente di questa nazione, che si arroga il diritto di fare propaganda ai ragazzi da una cattedra. Probabilmente per qualcuno il vero scandalo è che Azione studentesca oggi è il primo movimento studentesco di Italia, per numero di eletti e militanti. Capiamo che possa essere difficile da accettare ma i ragazzi e le ragazze non si riconoscono più a sinistra e nel mito del ’68, se ne facciano una ragione». «La sinistra», ha aggiunto Donzelli, «vuole tappare la bocca anche ai ragazzini di 15 anni. Emergono racconti di professori che fanno propaganda invece di insegnare». E l’indottrinamento, spesso, parte dai libri di testo. Ma si sa, la prassi «due pesi e due misure» è ormai la cifra distintiva delle forze di opposizione.
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Salvini attacca il pm del caso Rogoredo. Dall’interrogatorio emerge il racconto lineare del poliziotto, che conosceva bene la zona, dove aveva già arrestato quaranta criminali.
Basta leggere il resoconto dell’interrogatorio per capire che l’agente che ha sparato a Rogoredo racconta una storia lineare, coerente, del tutto incompatibile con l’idea - oggi formalmente contestata - di un omicidio volontario. Le sue dichiarazioni, raccolte nell’immediatezza dei fatti davanti al pm Giovanni Tarzia, restituiscono la fotografia di un intervento maturato in pochi secondi, in uno dei contesti più violenti e degradati della città, di certo non il ritratto di un poliziotto uscito in servizio con l’intenzione di uccidere.
Anzi, chi lo ha visto nelle ultime ore parla di una persona ancora «scossa» per quanto accaduto lunedì scorso. Anche i punti che oggi vengono indicati come da chiarire - a partire dalla possibile presenza di un’altra persona nel bosco - emergono dallo stesso racconto dell’agente: quella figura potrebbe essersi dileguata prima dello sparo o non aver visto nulla di decisivo.
Abderrahim Mansouri, per tutti «Zack», non era una persona qualunque capitata per caso in una zona sbagliata. Marocchino irregolare e con precedenti, era una figura conosciuta, abituata a muoversi con sicurezza in quell’area e a misurarsi con le divise, anche per riaffermare un controllo sul territorio davanti ai suoi gregari. Un atteggiamento che negli anni ha reso Rogoredo uno dei luoghi più difficili per gli equipaggi delle volanti. Stavolta, però, l’escalation è finita nel modo peggiore. Per di più l’agente, assistente capo del commissariato Mecenate, non era un volto nuovo in quel bosco. Al contrario. Nel verbale spiega di conoscere «abbastanza bene quel posto», di avervi trascorso «ore in appostamento» e di aver effettuato lì «circa quaranta arresti l’anno scorso e quattro quest’anno». Un operatore esperto, abituato a muoversi tra i sentieri di Rogoredo, a conoscere le dinamiche dello spaccio, i punti di accesso, i nascondigli. Ed è anche per questo che riconosce subito l’uomo che gli si ferma davanti: Zack persona nota al commissariato, appartenente a una famiglia che - come emerge dagli atti - da anni gravita stabilmente intorno a quella piazza di droga.
Il racconto dell’agente è lineare. Servizio antidroga in straordinario, appostamento iniziale e poi lo spostamento in via Impastato quando via radio apprende che l’operazione non sta dando esito. Sul posto trova i colleghi con uno spacciatore appena arrestato; lui e un altro agente in borghese entrano nel bosco, «eravamo in penombra». Qui nota due sagome, una delle quali scompare molto prima dello sparo: un possibile testimone, che potrebbe essersi allontanato o non aver assistito agli istanti decisivi. Trovarlo, ammesso che ci sia, non sarà semplice.
Quando la distanza si riduce, l’agente si qualifica e riconosce l’uomo. Poi tutto accade in pochi secondi: «Ci siamo qualificati dicendo “fermo polizia” e lui ha tirato fuori dalla tasca destra un’arma puntandomela contro». Solo dopo si scoprirà che era una replica a salve, una Beretta 92 senza tappo rosso, indistinguibile da una vera. In quel momento, però, è una minaccia reale. L’agente spiega che la sua «idea era rincorrerlo», ma davanti all’arma reagisce ed esplode un solo colpo.
Anche la fase successiva è ricostruita con chiarezza: Mansouri viene trovato a terra, supino, con la pistola a pochi centimetri dalla mano; l’arma viene allontanata perché l’uomo rantola. I soccorsi arrivano dopo circa dieci minuti, mentre addosso al 28enne vengono trovate sostanze stupefacenti. «Non ha mai parlato», riferisce l’agente. La famiglia ha affidato la difesa agli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli; l’autopsia del 3 febbraio, affidata all’équipe di Cristina Cattaneo e affiancata da una consulenza balistica, chiarirà distanza e traiettoria dello sparo. La difesa dell’agente è seguita dall’avvocato Pietro Porciani con il consulente Dario Redaelli.
Sul piano politico, su un’area di circa 5 chilometri quadrati tra Rogoredo e San Donato, Riccardo De Corato ha annunciato un’interrogazione parlamentare per chiedere più controlli e tutele per le forze dell’ordine, riferendo di aver incontrato il poliziotto indagato: «Ha fatto il suo dovere in una delle piazze di spaccio più estese d’Europa». Matteo Salvini, invece, ha parlato di «fascicolo odioso per omicidio volontario, come se quell'agente avesse sparato per uccidere».
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