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Mentre in America la morte di Renée Good è analizzata in maniera seria, in Italia viene distorta per attaccare la Casa Bianca. I gruppi anti Ice finanziati da Soros.
È stato il New York Times, «autorevole» per definizione, a fornire un resoconto affidabile sui fatti di Minneapolis, dove Renée Good, 37 anni, è morta per colpi sparati a bruciapelo da un agente dell’Ice (Immigration and customs enforcement), agenzia federale degli Stati Uniti impegnata nella lotta all’immigrazione illegale.
La vicenda ha sollevato un polverone tra i democratici Usa, che addebitano a Donald Trump anche questa responsabilità, equiparandolo a un dittatore sanguinario a capo di una «moderna Gestapo», come già l’anno scorso il governatore democratico del Minnesota Tim Walz aveva definito l’Ice. «Il sangue è nelle mani di chi all’interno dell’amministrazione ha spinto verso una politica estrema» contro l’immigrazione clandestina, ha puntato il dito il leader della minoranza democratica alla Camera, Hakeem Jeffries, mentre Chris Murphy, senatore dem del Connecticut, ha contestato esplicitamente l’«illegalità» dell’agenzia Ice (ma non quella dei clandestini). Ma la stampa americana, anche quella progressista, sembra non seguirli su questa strada: nella sua ricostruzione, perfino il Nyt descrive la scena di Minneapolis spiegando, in buona sostanza, che il terzo agente avrebbe sparato vedendo che la donna, dopo che non si era fermata all’alt dei due colleghi, gli stava puntando contro con la macchina. È stato lo stesso New York Times a rivelare che l’agente, Jonathan Ross, era stato recentemente vittima di un incidente simile con un clandestino guatemalteco condannato per abusi sessuali, che gli era andato contro con la macchina e lo aveva trascinato per 100 metri, provocandogli uno squarcio sull’avambraccio e venti punti di sutura.
Come sempre accade negli Usa, dove le forze dell’ordine di default, che abbiano torto o ragione, sono tutelate dalle istituzioni, ieri il vicepresidente americano J.D. Vance ha promesso «immunità assoluta all’agente Ice». Ma a scandalizzare la stampa è più la frettolosa lettura dei fatti che non la presunta «istigazione a delinquere» che certi politici dem attribuiscono a Trump: «Dal presidente fino al sindaco (democratico) di Minneapolis, Jacob Frey, le presunte autorità hanno mostrato poco interesse nell’apprendere cosa sia successo realmente a Minneapolis», hanno contestato gli editor del giornale Free Press, «il segretario alla Sicurezza nazionale, Kristi Noem, ha fatto peggio, descrivendo l’incidente come un “atto di terrorismo interno”. Gli americani meritano di meglio», è la chiosa.
Sarà che gli yankees sono ormai abituati al grilletto facile della polizia («Questo tipo di sparatoria accade spesso», ha scritto il giornalista Wesley Lowery su X), fatto sta che neanche la stampa Usa ha superato le vette raggiunte ieri da Repubblica, che ha dedicato alla tragica vicenda diversi articoli: e così la sparatoria è diventata una «esecuzione», gli agenti Ice che svolgono l’ingrato compito di dare la caccia ai clandestini sono stati qualificati come «pretoriani di Trump», mentre un’intervista a Jonathan Safran Foer ha illuminato i lettori sul «potere americano che normalizza la crudeltà».
Nel frattempo gli attacchi contro l’Ice (che non è una creatura di Trump essendo stata istituita nel 2003) in Europa sono diventati mainstream: Dominick Skinner, trentenne residente in Olanda, ha aperto un sito che si chiama Ice List in cui, «per combattere il fascismo», pubblica nomi, foto e profili social degli agenti, promettendo che «non rimarranno nascosti a lungo!».
Ciliegina sulla torta sfuggita a Repubblica e alla stampa italiana: Indivisible twin cities, che ha guidato le proteste contro l’Ice e si autodefinisce «gruppo di volontari di base», come se fossero cani sciolti, è in realtà una propaggine dell’Indivisible project di Washington, movimento per «sconfiggere l’agenda di Trump» che, secondo i registri pubblici, ha ricevuto 7.850.000 dollari dalla Open society foundations (Osf) di George Soros. Sarà forse per questo che la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act perché, secondo l’amministrazione Trump, finanzia «antifa» e soggetti coinvolti in scontri, danni alla proprietà privata e, appunto, attacchi alle operazioni contro l’immigrazione clandestina.
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Vladimir Putin (Getty Images)
L’Oreshnik cade vicino al confine polacco. Il sindaco della capitale: «Chi può scappi».
L’annunciata rappresaglia russa in risposta al presunto attacco ucraino alla residenza di Vladimir Putin è arrivata: il missile ipersonico Oreshnik è stato sganciato sull’Ucraina occidentale, colpendo la regione di Leopoli.
A lanciare l’allerta, prima del raid, era stato lo stesso presidente ucraino, Volodymyr Zelensky: «Ci sono informazioni che un altro massiccio attacco russo potrebbe verificarsi stanotte». Dall’altra parte, il ministero della Difesa russo ha sostenuto che sono stati colpiti «obiettivi strategici» come reazione «all’attacco terroristico perpetrato dal regime di Kiev» contro la residenza dello zar, sempre smentito dall’Ucraina. Ma oltre alla motivazione ufficiale, sia la tempistica sia il fatto che Leopoli disti solamente un’ora di macchina dal confine polacco lasciano pensare a un messaggio simbolico rivolto tanto alla Nato quanto a Washington.
Zelensky, che ha chiesto «una chiara reazione del mondo, soprattutto degli Stati Uniti», avvertendo che l’uso dell’Oreshnik è stato «dimostrativamente» vicino al confine con l’Ue. Per questo si tratterebbe, per il leader di Kiev, di una sfida lanciata a Paesi come Polonia, Romania e Ungheria. Ma la minaccia arriva anche a stretto giro dal sequestro della petroliera battente bandiera russa e dalla cattura di Nicolás Maduro. E a tal proposito, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev, ha già messo le mani avanti, sostenendo che dopo l’azione americana in Venezuela, gli Stati Uniti dovrebbero riconoscere «la legittimità» delle operazioni russe in Ucraina.
Nel frattempo, in una dichiarazione congiunta Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friedrich Merz hanno definito l’utilizzo dell’Oreshnik come «un’inaccettabile escalation». Sulla stessa linea anche l’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, che ha anche esortato «i Paesi dell’Ue» ad «attingere maggiormente alle loro scorte di difesa aerea e a fornire aiuti». Le parole di Kallas hanno sollevato la reazione del capo della delegazione negoziale russa, Kirill Dmitriev, il quale ha etichettato l’Alto rappresentante Ue come una persona «non molto brillante né informata», visto che «dovrebbe sapere che non esistono difese aeree contro il missile ipersonico». Effettivamente l’arma viaggia a 3 chilometri al secondo e al momento non può essere intercettata. Pare però, secondo diversi media internazionali, che il missile fosse equipaggiato con testate «fittizie».
Ma oltre all’Oreshnik, sull’Ucraina sono piombati «242 droni e oltre 22 missili da crociera». E a trovarsi in una situazione particolarmente critica è Kiev. La capitale conta almeno quattro morti, 26 feriti e 20 palazzi danneggiati. In assenza di acqua e con «metà dei condomini di Kiev, quasi 6.000», al gelo, il sindaco della capitale, Vitali Klitschko, ha invitato la popolazione ad abbandonare «temporaneamente» Kiev e a spostarsi «in luoghi dove sono disponibili fonti alternative di energia elettrica». L’Ucraina ha poi fatto presente che Mosca ha colpito due navi cargo sul Mar Nero, uccidendo un membro dell’equipaggio di nazionalità siriana. Dall’altra parte della barricata, nella regione russa di Belgorod, a seguito degli attacchi ucraini più di 500.000 persone sono rimaste senza elettricità.
E mentre l’autorità ucraina ha assegnato la gara d’appalto per lo sviluppo di un giacimento di litio a un consorzio legato all’amministrazione Trump, il presidente americano si è espresso sul dopoguerra. Al New York Times, Donald Trump ha rivelato che gli Stati Uniti sarebbero pronti a essere coinvolti nella futura difesa dell’Ucraina, ma solamente perché è «fermamente convinto» che la Russia «non invaderebbe di nuovo». Intanto, dopo che il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha esortato l’Ue a parlare con Mosca, Dmitriev ha accolto positivamente le sue parole, affermando che «un dialogo rispettoso è sempre una buona cosa».
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Federico Rampini (Ansa)
Il giornalista, da mercoledì in seconda serata su Canale 5: «Falso che la mossa di Donald Trump incentivi l’espansionismo sino-russo. Pechino rivendica Taiwan dal 2012, Mosca ha invaso con Barack Obama e Joe Biden».
Federico Rampini, il risiko geopolitico fluido di questi giorni non aiuta a orientarsi. Se dovessi fissare i punti cardinali del nuovo (dis)ordine mondiale, quali sarebbero?
«Primo: in geopolitica i rapporti di forza contano più dei buoni sentimenti. Secondo: usciamo da un trentennio di globalizzazione dove ridurre i costi e massimizzare i profitti era l’imperativo, entriamo nell’era della geoeconomia dove la sicurezza nazionale condiziona le strategie economiche. Terzo: bisogna studiare seriamente la storia, perché molti eventi di questo periodo hanno antefatti illuminanti (per esempio, Trump si è formato negli anni Settanta, è un “allievo” di Nixon). Quarto: nazioni e popoli che hanno una memoria imperiale riattivano velocemente i “muscoli” dei loro imperi passati».
Risiko è il titolo del tuo programma che dal 14 gennaio andrà in onda per sei mercoledì su Canale 5 in seconda serata, un ciclo di docu-film sul nuovo scacchiere mondiale. Come lo racconterai?
«Dalla mia casa di New York e dai luoghi iconici di una città che rimane il centro del mondo, spiego la geopolitica per il pubblico italiano. I potenti della nostra epoca e il Risiko con cui si contendono il mondo. Prima puntata: Trump e le guerre economiche globali. Parto da questo paradosso: Trump va al potere in un’America fortissima, all’apice della sua prosperità economica, eppure sembra voler sfasciare tutto. Come nasce il suo assalto alle regole dell’economia globale che l’America stessa aveva costruito? Seconda puntata, Xi Jinping, il dragone che è sicuro di dominarci. Con i piedi a Chinatown vi racconto la Cina di ieri e di oggi, attingendo alla mia esperienza di cinque anni da corrispondente a Pechino e ai miei viaggi più recenti. Descrivo un Paese da fantascienza, dove ho visto meraviglie tecnologiche che noi occidentali non ci sogniamo. Terza puntata, Putin “latifondista globale”. A seguire: la rinascita di un impero arabo sotto la guida di un principe quarantenne. L’Europa guidata da una Germania che si riarma. L’Africa che nessuno vuole vedere, un continente giovane e dinamico, pieno di problemi ma anche di vigore. Inchieste in movimento, con un ritmo cinematografico, grazie a quel set travolgente che è New York. Capitale globale: contiene letteralmente tutte le nazioni di questo mondo».
L’arresto di Maduro in Venezuela, le mire sulla Groenlandia e il sequestro delle petroliere russe sono l’inizio di un nuovo imperialismo americano o siamo ancora nell’applicazione della dottrina Monroe, sostanzialmente difensiva rispetto all’espansionismo europeo?
«L’imperialismo americano da due secoli non era mai cessato nell’emisfero occidentale. Il progressista Kennedy inaugurò la sua presidenza nel 1961 lanciando un’invasione di Cuba per rovesciare il filosovietico Castro, fu un disastro ma l’ingerenza era plateale. Bush padre, moderato e multilateralista, mandò reparti militari a Panama per catturare il narco-dittatore Noriega. Trump si distingue solo perché non ha nessun pudore nel dichiarare che gli interessi economici guidano la sua politica estera, e che l’America non si fa condizionare dal consenso delle opinioni pubbliche altrui».
Queste azioni indicano un cambio di strategia o sono coerenti con gli annunci della prima ora?
«Nel recente documento della Casa Bianca sulla Strategia per la sicurezza nazionale c’è scritto tutto. In certi casi c’è continuità rispetto a Obama-Biden: la decisione di procedere a un graduale divorzio dalla Cina, rispetto all’interdipendenza totale del trentennio precedente, cominciò a maturare verso la fine del mandato Obama».
Panama, Venezuela, Groenlandia, Messico: si torna alla politica delle aree d’influenza?
«No. Non se con questa espressione si allude al fatto che l’America si accontenta di dominare l’emisfero occidentale e gli altri possono fare quel che gli pare altrove. Non si spiega come sia aumentata l’influenza Usa in Medio Oriente, ridimensionando Russia, Cina, Iran».
Molti ritengono che l’esfiltrazione del dittatore di Caracas, che comandava pur avendo perso le elezioni, finisca per legittimare l’aggressione russa all’Ucraina e le possibili azioni di Pechino contro Taiwan: è davvero così?
«Falso, è un teorema che ribalta la cronologia storica. Xi proclama la volontà di annessione di Taiwan dal 2012, quando c’era Obama alla Casa Bianca. Putin invade la Crimea nel 2014, sempre sotto il naso di Obama, e invade l’Ucraina nel 2022, durante la presidenza Biden. Anzi, per Xi e Putin è motivo di preoccupazione e imbarazzo lo spettacolo di impotenza che hanno dato al mondo intero, non riuscendo a proteggere i loro alleati in Siria, Iran, Venezuela. Inoltre, è un problema per loro se l’America si conquista il ruolo di arbitro del mercato petrolifero mondiale».
È più corretto pensare che il capo della Casa Bianca badi soprattutto ai suoi interessi economici e all’approvvigionamento di petrolio, gas e terre rare?
«L’America ha l’autosufficienza energetica: controllare il petrolio venezuelano, condizionare quello iraniano e russo, accresce il suo potere negoziale sui rivali strategici come la Cina. In quanto a terre rare, è passata inosservata la Pax silica con cui l’America coalizza alleati per affrancarsi dal semi-monopolio cinese. Certo che gli interessi economici sono dominanti nella visione di Trump».
La sua preoccupazione maggiore è contrastare l’espansionismo cinese.
«Per ora ci sta riuscendo, il deficit commerciale Usa-Cina continua ad assottigliarsi».
Che effetti ha sul fronte interno questo attivismo del tycoon?
«Salvo che nelle grandi guerre, gli elettori americani non si appassionano di politica estera».
Il mondo Maga avrebbe preferito un maggior impegno sul terreno economico?
«Sì, lo giudicheranno sulla creazione di posti di lavoro e la riduzione del carovita, a novembre se non saranno soddisfatti manderanno in minoranza i repubblicani alle legislative».
È corretta la sensazione di un JD Vance in secondo piano?
«Sull’Ucraina e sul Venezuela ha avuto più peso Marco Rubio, che è un falco anticomunista in America latina, ma non vuole fare concessioni pericolose a Putin e quindi ha aiutato gli europei e Zelensky».
Queste ultime mosse, soprattutto il sequestro delle petroliere russe, possono compromettere la trattativa per la soluzione della guerra in Ucraina?
«Al contrario. Putin capisce solo il linguaggio della forza».
La trattativa per l’Ucraina ha infranto l’asse tra Londra e Washington su cui si reggeva la Nato?
«Starmer è debole, sfiduciato dagli elettori, quasi al livello di Macron. Sull’immigrazione ha finito per adottare una linea trumpiana. Per la cattura della nave petroliera russa ha messo a disposizione i suoi militari. Fa il possibile per mantenere un buon rapporto con Washington, sulle norme digitali Londra è più favorevole a Big Tech di Bruxelles».
Sono realisti o velleitari gli appelli a un maggior protagonismo dell’Ue di fronte all’attivismo di Trump?
«L’Ue ha bisogno di leadership. Storicamente ebbe l’asse franco-tedesco ma con Macron la componente transalpina si è spappolata. Prevedo un ritorno di egemonia germanica. Merz ha le idee chiare su come ridurre la fragilità del suo Paese e quindi dell’Europa: riarmo, protezionismo contro la Cina, crescita della domanda interna per non essere al traino dei consumatori americani».
La crisi prodotta dalla guerra in Ucraina poteva bastare a dimostrare che l’architettura dell’Unione europea è strutturalmente fragile e inadeguata?
«Qualcuno ha appreso la lezione ucraina: Germania, Polonia, Paesi Baltici, Svezia, Finlandia. Non è poco».
Che cosa pensi di ciò che sta accadendo in Iran? Da cosa nasce la ribellione al regime degli ayatollah?
«È una protesta economica che coinvolge i mercanti del bazar di Teheran, gli stessi che nel 1979 furono decisivi per cacciare lo Scià. La teocrazia sciita ha impoverito la popolazione e nel 2025 ha perso la credibilità del terrore internazionale che aveva quando Hamas, Hezbollah e Houthi erano all’apice. Però abbiamo visto altre proteste schiacciate nel sangue dal regime. Se la rivolta popolare non ha una leadership organizzata, l’apparato repressivo può prevalere. Forse bisogna sperare che ci sia una faida interna e ne emerga una classe dirigente meno fanatica, meno orientata alla jihad».
Il nuovo ordine mondiale ci fa stare tranquilli o ha un tratto inquietante, essendo dominato da personalità come Trump, Xi Jinping, Putin e Netanyahu?
«L’ordine mondiale è sempre stato più caotico e violento di come ce lo raccontiamo. L’illusione che sia esistita una Età dell’oro è specifica all’Europa occidentale: è l’unica parte del mondo dove c’è stata una vera Pax americana per 80 anni. Grazie al deterrente Nato, cioè all’America, i soldati di Mosca potevano massacrare civili a Varsavia, Budapest e Praga, ma non a Berlino Ovest o a Trieste. In quanto all’abitudine di infilare Trump e Netanyahu tra gli autocrati insieme a Xi Jinping e Putin, nasce da un vizio: si scambiano i difetti personali per difetti sistemici. Non basta un leader illiberale per uccidere una democrazia se questa è abbastanza forte da contrastarlo. Lo spettacolo quotidiano dei contropoteri in America ce lo dimostra».
Con il secondo mandato di Trump e la fine del pontificato di Francesco è tramontato l’ordine obamiano basato su politiche green, diritti Lgbtq, cultura woke e immigrazione: quali sono i cardini del nuovo scenario?
«L’ambientalismo apocalittico era insostenibile e si è fatto del male da solo. Sì, siamo in una fase diversa e questo riguarda anche la cultura woke. Però il quadro è complesso. Da una parte la rivolta contro la dittatura ideologica woke era cominciata nella società civile e nel mondo economico prima che arrivasse Trump. D’altra parte, nelle élite culturali il conformismo woke resta forte. Basta vedere il trattamento inflitto a un film coraggioso come Dopo la caccia di Luca Guadagnino».
Molti Paesi, anche in Sudamerica dal Cile al Perù, forse per reazione allo schema obamiano stanno spostandosi a destra: in forza di cosa i volenterosi europei, in crisi di consensi, resistono e si oppongono?
«Lo spostamento a destra in America latina è provocato dalle stesse cause che hanno fatto vincere Trump: immigrazione clandestina, narcotraffico, violenza criminale. In Europa se esistesse ancora il Partito comunista di Enrico Berlinguer sarebbe quello che era negli anni Settanta: un partito d’ordine, attento ad ascoltare la classe operaia e a tutelarne la sicurezza nei quartieri in cui vive».
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Claudia Sheinbaum (Ansa)
Donald Trump: attacchi al Paese confinante per i narcos. E Claudia Sheinbaum apre. Bogotà chiede aiuti contro l’Eln, L’Avana molla Diaz-Canel.
Dopo il successo dell’operazione Absolut Resolve che ha portato l’ormai ex presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, in una prigione statunitense, non si ferma il confronto a distanza fra Donald Trump e i Paesi dell’area caraibica e latinoamericana. Il tycoon americano ha fermato la seconda ondata di attacchi prevista contro Caracas, sostenendo di non vederne attualmente la necessità, dato che Stati Uniti e Venezuela stanno lavorando bene insieme, soprattutto per quanto riguarda la ricostruzione del Paese.
La seconda nazione più a rischio, stando alle parole dell’inquilino della Casa Bianca, era la Colombia, dove il presidente era stato etichettato come un uomo malato che amava commerciare cocaina negli Stati Uniti. Gustavo Petro si era lasciato andare a una serie di minacce di guerriglia e resistenza a oltranza contro gli Stati Uniti, ma è già arrivata una chiamata fra Bogotà e Washington per evitare ogni tipo di escalation. Il ministro degli Interni colombiano, Armando Benedetti, ha dichiarato che nel colloquio telefonico fra i due è stata già raggiunta un’intesa per iniziare una serie di operazioni militari congiunte contro il gruppo dell’Esercito di liberazione mazionale (Eln) allo scopo per impedirgli di utilizzare il territorio venezuelano come retrovia.
Questo gruppo guerrigliero, nei giorni, scorsi aveva pubblicato una documento intitolato Solidarietà al Venezuela, condannando chi minacciava la sovranità venezuelana e facendo appello al popolo di resistere all’intervento militare e difendere l’eredità di Hugo Chávez. L’Eln è un gruppo marxista-leninista che, dalla metà degli anni Sessanta, ha causato circa 300.000 vittime. Agisce principalmente nella regione di Catatumbo, al confine fra Colombia e Venezuela, e proprio Caracas dava rifugio a questi guerriglieri che commerciano in cocaina esportandola dal porto venezuelano di Maracaibo.
L’idea scaturita dalla telefonata è quella di colpire il gruppo anche oltre confine e la richiesta di Bogotà sarebbe già stata accettata da Washington. Un indubbio tentativo di distensione fra Colombia e Stati Uniti, che sembra riguardare anche il Messico. Donald Trump ha dichiarato di aver distrutto il 97% del traffico di droga verso gli Stati Uniti che viaggia via mare e che adesso deve bloccare quello che arriva via terra attraverso il confine messicano. Nonostante il presidente Claudia Sheinbaum abbia sentito telefonicamente l’omologo brasiliano Lula esprimendo ripudio verso qualsiasi attacco alla sovranità del Venezuela e rifiutando categoricamente l’idea di una divisione del mondo in zone di influenza, il Messico ha già deciso di aumentare la collaborazione con gli Stati Uniti.
La Sheinbaum ha ribadito il concetto di collaborazione e non subordinazione, ma ha invitato Washington a proporre forme di sostegno alla lotta contro i temutissimi cartelli messicani. Trump ha detto che l’impiego via terra dei militari sarà inevitabile per combattere i potenti cartelli, intendendo sia quelli in Colombia sia in Messico, spingendo così le due nazioni a implementare la collaborazione militare con le forze armate statunitensi. Il leader statunitense ha puntato l’indice sul confine fra le due nazioni, sostenendo che è stato un disastro totale per anni. Un confine senza alcun controllo, dove chiunque poteva entrare negli Stati Uniti. Trump ha ribadito che adesso il confine è chiuso e nessuno entra e neanche ci prova.
Il presidente americano ha anche annunciato che la prossima settimana vedrà María Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana e premio Nobel per la Pace, dichiarandosi impaziente di incontrarla e che sarà un grande onore poter avere un confronto con lei. Questo incontro potrebbe chiarire il ruolo della Machado nel Venezuela del futuro, dopo che Trump aveva detto che non poteva governare il Paese perché non aveva un seguito popolare abbastanza importante. Intanto il cappio si stringe sempre di più intorno a Cuba. Dopo lo stop all’invio del petrolio venezuelano, un aereo delle linee aeree cubane sarebbe stato costretto a rientrare sull’isola caraibica dopo non aver ottenuto il permesso di atterrare a Caracas.
Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel appare sempre più isolato anche nella sua isola, dove le manifestazioni in difesa di Nicolás Maduro sono sembrate deboli e con poca partecipazione. La giovanissima popolazione cubana sente estremamente lontani i richiami politici alla rivoluzione del 1959 e non vede gli Stati Uniti come un nemico. In molti continuano a sognare di raggiungere i parenti in Florida e di poter lavorare in America. Il leader cubano ha tuonato contro l’imperialismo nella storica piazza della Rivoluzione, ma il suo discorso è sembrato fermo alla Guerra fredda e molti cubani sono davvero troppo stanchi della situazione, dimostrandolo con l’indifferenza. Tutto ciò mentre la diaspora de l’Havana che vive da decenni negli Stati Uniti, storicamente repubblicana e con un rappresentante come Marco Rubio, non aspetta altro che la spallata finale a un regime morente.
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