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Sinistra europea costretta a criticare Ursula per la partecipazione della Commissione come «osservatore» al comitato di Trump per Gaza. Vaticano assente. Ira delle opposizioni in Parlamento, Antonio Tajani replica: «Si è nervosi e si strilla quando non si hanno idee».
Da un «Board of Peace» si è trasformato in un «Board of War». La notizia della partecipazione della Commissione Ue, in qualità di osservatore al comitato istituito e presieduto da Donald Trump domani a Washington, ovvero la stessa formula utilizzata da Giorgia Meloni, ha mandato in cortocircuito la nostra sinistra. Dopo aver duramente criticato lo statuto del Board per Gaza, Bruxelles ci ha ripensato, precisando che ci sarà ma «senza diventarne membro».
Il campo largo però è rimasto spiazzato dalla decisione della loro cara amica Ursula von der Leyen e ieri a Montecitorio si è scatenato il putiferio. La premier Meloni è stata per ore davanti a un bivio: andare a Washington, unica tra i premier dell’Ue, a presenziare all’iniziativa che ha fatto storcere il naso a più di qualche cancelleria, o non andare, scontentando Trump?
A dare il là alla convulsa giornata di polemiche è stato il gruppo dei Socialisti Ue al Parlamento europeo: «La Commissione europea chiarisca il mandato politico e la portata della sua partecipazione al “Board of Peace”, in contrasto con le norme internazionali consolidate e i processi guidati dall’Onu. Ci sono serie preoccupazioni sulla mancanza di trasparenza», rimarcano i Socialisti, suscitando imbarazzo nella sinistra italiana.
Et voilà. La frittata è fatta. Anche la sinistra si è accorta che l’Ue talvolta sbaglia.
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ieri alla Camera ha detto che non dobbiamo «cedere a visioni partigiane. Gaza è cruciale per la nostra sicurezza nazionale anche in chiave di contrasto al terrorismo e ai flussi migratori irregolari». E insiste che «l’assenza dell’Italia a un tavolo in cui si discute di pace nel Mediterraneo sarebbe non solo politicamente incomprensibile, ma anche contraria all’articolo 11 della nostra Costituzione». Punto su cui, invece, le opposizioni si infuocano: «Avete trattato l’articolo 11 della Costituzione come un inciampo e un tecnicismo. Se non ci fosse stato l’articolo 11 avreste partecipato a pieno titolo a questo consesso?», chiede la sinistra. «In ogni contatto con l’amministrazione americana», risponde Tajani, «abbiamo sempre richiamato la necessità di garantire la stretta osservanza dei principi della nostra Costituzione». D’altronde, ha aggiunto, «anche l’Ue ha confermato la partecipazione. Allora anche Bruxelles è serva degli Usa?».
Ettore Rosato di Azione interviene: «Se dovevamo mandare un osservatore, bastava l’Ue». Ma Tajani non ci sta: «Se qualcuno ritenesse che esistono alternative serie a questo piano, dimostrerebbe di non sapere fare i conti con la realtà».
Pure il Vaticano, tramite il segretario di Stato della Santa Sede, il cardinale Pietro Parolin, si dice perplesso sulla scelta dell’Italia: «Il Vaticano non parteciperà al Board. Ci sono punti che lasciano perplessi, punti critici che avrebbero bisogno di trovare delle spiegazioni. Ci sono delle criticità che andrebbero risolte».
La sinistra grida al «colonialismo» e attacca il governo Meloni. Tutte le forze di opposizione, Pd, M5s, Avs, Più Europa, Azione e Iv, presentano una risoluzione unitaria, poi bocciata, per opporsi alla partecipazione dell’Italia, «in qualunque forma» perché ciò «delegittimerebbe l’Onu», scongiurando «qualsiasi forma di contribuzione finanziaria, diretta o indiretta, al “Board of Peace”».
La Camera dà il via libera alla risoluzione della maggioranza con 183 voti favorevoli e 122 contrari. Per il vicesegretario di Forza Italia, Deborah Bergamini, è «una scelta non solo opportuna, ma necessaria, non vogliamo che siano altri a scegliere per noi». La sinistra vuole sempre «ricondurre il tutto a una polemica domestica».
A questo contribuisce la segretaria del Pd, Elly Schlein, per la quale si sta cercando di «sostituire regole condivise con rapporti di forza, la diplomazia con gli affari». Stesso pensiero di Riccardo Magi, segretario di +Europa, che attacca Meloni, «una che sta eternamente ad aspettare che altri decidano per capire dove è meglio accucciarsi, dove è meglio ripararsi, dove è meglio scodinzolare». Termine che fa infuriare Tajani: «Noi non partecipiamo a nessun comitato, non scodinzoliamo nemmeno dietro a Tony Blair come non scodinzolavamo dietro alla Merkel. Si è nervosi e si strilla quando non si hanno idee».
In aula scoppia il caos. «Il Board punta solo a favorire gli affari immobiliari del genero di Trump e dei suoi amici imprenditori», urla Laura Boldrini, deputata dem. Il leader del M5s, Giuseppe Conte, osserva che «nessuno ci va tra gli Stati che hanno una dignità europea, ci va Orbàn, ma mi sembra che non sia una bella compagnia». Per Davide Faraone, vicepresidente di Italia Viva, «andiamo a Washington a fare i guardoni» e il segretario di sinistra italiana, Nicola Fratoianni, la definisce «un’accolita di speculatori che in modo dichiarato annunciano la loro speculazione».
In serata si fa sentire pure il leader di Azione, Carlo Calenda: «Credo che oggi sia davvero una pagina nera per l’Italia e per il governo italiano. Sono preoccupato della svolta che Meloni ha dato alla politica estera passando per il sostegno ai Maga che sono estremisti e che vogliono distruggere l’Europa, alla prefazione al suo libro fatta da Vance che è al centro di una rete di neofascisti americani, al fatto che non sia andata alla conferenza di Monaco e che siamo l’unico grande Paese europeo a fare questa genuflessione. Siamo diventati i valvassori della famiglia Trump». D’accordo Angelo Bonelli di Avs: «È un ritorno al feudalesimo».
La sinistra strilla ma non ha proposte se non chiacchiere e flottiglie.
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Rubio disorienta l’Europa e Obama riparla di extraterrestri. I giornali raccontano l’America profonda in cerca di divisioni, mentre i dati economici danno per ora ragione a Trump. Addio a Robert Duvall.
Raphaël Arnault (Ansa)
- Raphaël Arnault, oggi deputato per Mélenchon e con un passato da picchiatore, è schedato con la fiche S, quella riservata a estremisti e jihadisti. Ai primi dell’anno, in concomitanza con una aggressione contro i giovani di Fdi, si trovava in Italia.
- Sospettati dell'omicidio Deranque: Favrot (France Insoumise) è assistente di un deputato. Anche altri fermati tra i membri della Jeune garde.
Lo speciale contiene due articoli.
C’è un possibile filo rosso che lega la violenza antifascista che insanguina le strade in Italia e Francia. E ora dal Parlamento si chiede al Viminale di approfondire la questione. Il linciaggio che ha portato alla morte del giovane militante identitario Quentin Deranque, a Lione, sta inducendo sempre più osservatori a interrogarsi sulla presenza di una possibile rete internazionale di picchiatori rossi, che potrebbe aver colpito anche in Italia.
Per l’omicidio di Quentin ieri la polizia francese ha fermato sei persone tra cui un assistente parlamentare del deputato della France Insoumise (Lfi) Raphaël Arnault. «L’indagine procede molto bene, si tratta ora di stabilire i vari gradi di responsabilità. Questo genere di verifiche non può essere svolto dopo gli interrogatori», aveva spiegato un altro investigatore, riportato da Le Figaro. Gli inquirenti confermano che l’ambiente di riferimento dei sospettati sarebbe «l’ultrasinistra» e che alcuni di loro si fregerebbero della fiche S (il «bollino» che lo Stato francese mette sulle persone pericolose per la sicurezza dello Stato). Non si tratta tuttavia di un grande scoop: che l’ambiente in cui andare a cercare sia quello dell’estremismo di sinistra appare chiaro. Molti puntano il dito contro la Jeune garde antifasciste, movimento noto per le aggressioni violente, sciolto dal Consiglio dei ministri il 12 giugno 2025. Sui social si trova ancora la pagina Antifa squads, riconducibile allo stesso gruppo, che postava tranquillamente cose come «Il best of del 2025», ovvero un collage di filmati delle migliori aggressioni compiute a Lione, senza che nessun censore del Web abbia mai avuto nulla da obiettare.
Capo della Jeune garde era Raphaël Arnault, 31 anni, oggi deputato sotto le insegne de La France insoumise di Jean-Luc Mélenchon, già condannato in passato per aggressione. Tra i fermati c’è un suo collaboratore, Jacques Elie Favrot, che era stato indicato da molti come presente sul luogo del delitto, e e Adrian B., membro del movimento Jeune Garde e vicino al rappresentante della Lfi. L’Assemblea nazionale ieri ha osservato un minuto di raccoglimento per Quentin, anche se La France insoumise si è premurata di specificare che non dovevano esserci speculazioni politiche. Insomma, il giovane va trattato come uno morto cadendo dal motorino. Ma ecco il punto: Arnault sembra avere un certo legame con l’Italia.
La Verità lo aveva segnalato per prima: nei giorni dell’Epifania, il deputato picchiatore era a Roma. Erano i giorni del «presente» per i morti di Acca Larentia, che porta nella capitale centinaia di militanti identitari da più parti d’Europa. Ma anche, novità di questi ultimi anni, un’analoga mobilitazione antifascista. Arnault si era fatto fotografare al presidio antifascista, postando anche un pistolotto sul ritorno delle camicie nere e sulla necessità di combatterle. «Siamo pronti ad affrontarli», concludeva. Che non fosse una frase meramente retorica era stato subito chiaro. Ma c’è un altro fatto accaduto nella capitale nelle stesse ore: quattro militanti di Gioventù nazionale erano stati aggrediti da un gruppo di 30 antifascisti, peraltro respinto in maniera abbastanza indecorosa nonostante la schiacciante superiorità numerica. Nel nostro articolo ci eravamo limitati a far notare come l’abbigliamento di Arnault e dei suoi amici, nei selfie postati da Roma, fosse proprio nello stile dei picchiatori della Tuscolana, immortalati dai video. Una contiguità stilistica, nulla di più, ovviamente. Dalle denunce, tuttavia, emerge che alcuni degli aggressori non parlassero italiano. E allora qualcuno ha cominciato a chiedersi se non sia il caso di fare due più due.
Fabio Rampelli, esponente di Fdi e vicepresidente della Camera, ha presentato una interrogazione al Viminale per cercare di vederci più chiaro sulla possibile presenza di militanti stranieri nel gruppo di assalitori. E se, eventualmente, qualcuno possa essere ricondotto al giro della dissolta Jeune garde francese. Giova peraltro ricordare che, tra le sue «medaglie», Arnault gode anche di una delle suddette fiche S. Uno status condiviso con altri estremisti di opposto colore, ma anche con jihadisti vari, motivo per cui, quando si viaggia all’estero con quel «marchio», i controlli di polizia sono decisamente più accurati del normale. Chi ha la fiche S e deve prendere un aereo, per dire, sa già che deve recarsi in aeroporto ore prima, ore in cui, si spera, le autorità avvertano del suo arrivo anche i colleghi del Paese di destinazione del soggetto. Ecco: sarebbe interessante sapere se le autorità italiane abbiano monitorato gli spostamenti di questo notorio picchiatore su suolo italiano.
Ma i legami tra quell’ambiente transalpino e l’estremismo antifascista italiano sono intanto acclarati. Non solo perché Raphaël ama passare le vacanze estive a Napoli, ospite del centro sociale Mensa Occupata. Ieri Il Giornale ricordava come, il 12 ottobre 2024, il presidente dell’VIII municipio di Roma Amedeo Ciaccheri di Avs, vicino ai centri sociali capitolini, avesse conferito una targa di riconoscimento, con il logo ufficiale del Comune e la scritta ben poco istituzionale «Al compagno de La France insoumise. Uniti nella battaglia», allo stesso Arnault. In quella circostanza sarebbe stato presente anche Favrot. Non è chiaro se quest’ultimo fosse venuto in Italia, al seguito del suo liderino, anche nel gennaio scorso, quando ci fu l’aggressione ai militanti di Gioventù nazionale. Interrogativi a cui qualcuno dovrà dare una risposta.
Arrestati 6 sospetti per l’omicidio di Lione, uno della France insoumise
Jacques-Elie Favrot, assistente parlamentare del deputato della France insoumise (Lfi) Raphaël Arnault è uno dei quattro fermati perché sospettati di aver partecipato, giovedì scorso, al linciaggio del ventitreenne Quentin Deranque, poi deceduto per le ferite riportate. La conferma è arrivata in serata dopo che per tutto il giorno si erano rincorse voci sull’appartenenza politica dei presunti assalitori. In un primo tempo si era parlato dell’identificazione di sei presunti responsabili dell’omicidio del giovane Quentin Deranque, e vicini all’ultrasinistra». Le informazioni sono state attribuite a fonti anonime citate da France Presse, Franceinfo e Le Figaro. Per vari media, tra cui il quotidiano lionese Progres, tra i sospetti ci sarebbero altri membri del gruppo antifa La Jeune Garde.
In giornata, Le Figaro aveva citato una fonte anonima secondo cui la morte di Quentin fosse ormai divenuta un caso politico. «La polizia cammina sulle uova», dato che «sa di non potersi permettere errori». In effetti, se le indagini contenessero qualche imprecisione, potrebbero forse essere invalidate da certi giudici politicizzati. I sospetti nei confronti di Favrot erano sempre più forti, tanto che già prima della conferma Le Figaro citava un’altra fonte anonima secondo la quale Favrot, la sera della morte di Quentin, si trovasse davanti a Sciences Po Lione.
Sul fronte politico, durante la giornata si è assistito nuovamente al tentativo, da parte di Lfi, di scrollarsi di dosso i legami con i picchiatori rossi de La Jeune Garde e le presunte responsabilità per la morte di Quentin. Legami e responsabilità sottolineati dal resto della classe politica francese, a cominciare dai macronisti. Il ministro della Giustizia, Gérald Darmanin, ha affermato che esiste una forma di «brutalità» politica «nel giustificare le azioni della Jeune Garde e nell’appoggiare il suo leader (Raphaël Arnaud, ndr) già condannato per violenza fisica, alle elezioni legislative.». Il premier Sébastien Lecornu ha invitato Lfi a «fare pulizia» al proprio interno. Durissimo il capogruppo de Les Républicains (Lr), Laurent Wauquiez, secondo il quale «l’estrema sinistra ha del sangue sulle mani». Parole forti, peccato che sia i macronisti che la destra moderata dimentichino che molti deputati Lfi sono stati eletti proprio perché i loro due partiti hanno ritirato i propri candidati al secondo turno delle legislative anticipate del 2024. Ritiri decisi per fare «barriera» contro dei rappresentanti del Rassemblement national (Rn) di Marine Le Pen in nome del cosiddetto «fronte repubblicano».
Le esternazioni più sorprendenti sono arrivate dalla deputata Lfi Mathilde Panot, la quale su Lcp ha affermato che il collettivo femminista di destra Nemesis deve stare lontano «dalle nostre riunioni» e «conferenze, altrimenti finirà male». Il presidente Rn, Jordan Bardella, ha scritto su X che «la morte di Quentin non è un incidente, ma un atto deliberato». L’eurodeputata Marion Marechal ha ipotizzato una forma di «responsabilità penale» della sua omologa Lfi, Rima Hassan, perché quest’ultima utilizzerebbe la Jeune Garde «come un servizio di sicurezza informale». La tensione resta altissima e c’è chi, come l’avvocato specializzato in terrorismo Thibault de Montbrial, ritiene che la scomparsa Quentin possa trasformarsi in un pericoloso «punto di svolta» per la società francese. Sarà forse anche per calmare le acque che, da un lato, l’Assemblea nazionale ha osservato un minuto di silenzio in onore di Quentin Deranque, mentre il prefetto di Tolosa ha vietato assembramenti in omaggio al giovane deceduto per il «rischio di scontri violenti».
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Il ministro Araghchi: «Colloqui costruttivi in Svizzera. Non vogliamo armi atomiche». Khamenei però alza il tiro: «Se ci tolgono l’energia nucleare, affondiamo le loro portaerei». Milizie pronte a bloccare lo Stretto.
Nonostante la diplomazia proceda, resta alta la tensione tra Washington e Teheran. Ieri, a Ginevra, si è tenuto il nuovo round di colloqui tra Stati Uniti e Iran, mediati dall’Oman. Al termine degli incontri, il ministro degli Esteri della Repubblica islamica, Abbas Araghchi, ha parlato di alcuni cauti progressi. Ha, in particolare, definito i colloqui «costruttivi», sottolineando che le parti avrebbero raggiunto una prima intesa su dei «principi guida», pur senza ancora fissare una data per la prossima tornata di trattative. Araghchi ha anche affermato che Teheran non avrebbe intenzione «né di produrre né di acquisire armi nucleari»: una posizione, questa, confermata anche dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Al contempo, Araghchi ha criticato gli Stati Uniti per essersi ritirati dall’accordo sul nucleare del 2015, biasimando inoltre Washington per la minaccia di ricorrere all’uso della forza.
Di «progressi» hanno inoltre parlato sia l’Oman che un funzionario americano, il quale ha però precisato che «ci sono ancora molti dettagli da discutere». «Gli iraniani hanno detto che sarebbero tornati nelle prossime due settimane con proposte dettagliate per colmare alcuni dei gap aperti nelle nostre posizioni», ha aggiunto. Secondo indiscrezioni raccolte dalla Cnn, Teheran, prima che iniziasse l’incontro di ieri, avrebbe aperto alla possibilità sia di sospendere (ancorché solo temporaneamente) l’arricchimento dell’uranio sia di trasferire una parte delle proprie scorte di uranio in Russia. Non è tuttavia chiaro se, durante i colloqui ginevrini, questi temi specifici siano stati trattati.
Come che sia, al netto del nuovo round di negoziati, la situazione complessiva resta assai tesa. Ieri, prima della conclusione del meeting svizzero, l’ayatollah Ali Khamenei aveva scagliato delle minacce contro le navi militari statunitensi schierate in Medio Oriente. Non solo. In quelle stesse ore, i pasdaran conducevano delle esercitazioni missilistiche nello Stretto di Hormuz, chiudendone alcune parti. Vale a tal proposito la pena di ricordare che quest’area risulta strategica per l’economia internazionale, visto che ospita il passaggio di circa il 20% del greggio a livello mondiale. Già a giugno scorso, la Casa Bianca aveva mostrato preoccupazione per l’eventualità che le Guardie della rivoluzione potessero chiudere lo Stretto.
È quindi abbastanza probabile che le manovre condotte ieri dai pasdaran abbiano contribuito ad aumentare la tensione.
Del resto, lunedì, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, aveva espresso un certo scetticismo sulla possibilità di arrivare a un’intesa tra Washington e Teheran. «Credo che ci sia l’opportunità di raggiungere diplomaticamente un accordo che affronti le questioni che ci preoccupano. Saremo molto aperti e accoglienti in tal senso. Ma non voglio esagerare», aveva affermato, per poi aggiungere: «Sarà dura. È stato molto difficile per chiunque concludere veri accordi con l’Iran, perché abbiamo a che fare con religiosi sciiti radicali che prendono decisioni teologiche, non geopolitiche».
Lo stesso Donald Trump, venerdì, aveva definito «difficile» la possibilità di arrivare a un’intesa con gli ayatollah. Tutto questo, mentre il giorno seguente Axios riferiva che, nel loro incontro della settimana scorsa, il presidente americano e Benjamin Netanyahu avrebbero concordato di intensificare la politica di «massima pressione» su Teheran, mettendo soprattutto nel mirino l’export del suo greggio. A questo si aggiunga che, sempre la settimana scorsa, due funzionari americani avevano riferito a Reuters che, qualora Trump decidesse di ordinare un attacco contro la Repubblica islamica, l’esercito statunitense potrebbe effettuare un’operazione bellica della durata di alcune settimane.
Al momento, il nodo principale risiede nel fatto che l’Iran non vuole rinunciare all’arricchimento dell’uranio né è disposto ad accettare una limitazione al proprio programma balistico. Non solo. Gli ayatollah non hanno neppure intenzione di acconsentire alla cessazione della fornitura di armamenti ai propri proxy regionali. Una linea dura, quella di Teheran, che ha reso notevolmente irrequieto Israele. Non è del resto un mistero che Netanyahu auspichi un approccio più severo da parte di Trump. Il presidente americano, dal canto suo, si è mostrato finora restio all’opzione militare, considerandola più che altro un’eventualità da usare come forma di pressione negoziale. Tuttavia, come accennato, l’irritazione da parte della Casa Bianca è aumentata negli ultimi giorni. Trump ha infatti recentemente mobilitato una seconda portaerei, oltre a decine di aerei militari, e ha affermato che un regime change «sarebbe la cosa migliore che possa accadere» a Teheran. Non è quindi escludibile che prima o poi il presidente americano decida di tentare una «soluzione venezuelana» in Iran: decapitare, cioè, il regime, scegliendo poi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, non prima di averlo adeguatamente addomesticato a suon di pressioni e minacce.
In attesa delle proposte iraniane tra due settimane, Teheran si trova davanti a un bivio. Da una parte, vorrebbe mantenere ampio margine di manovra, senza cedere su uranio, missili e proxy; dall’altra, la pressione delle sanzioni americane rende più instabile il regime khomeinista. Un regime che, al suo interno, appare sempre meno compatto.
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