Marco Marsilio, da governatore dell’Abruzzo lei ha seguito la vicenda della famiglia nel bosco. Che idea si è fatto di quanto accaduto? Non pensa che ci sia stato un irrigidimento eccessivo su questo caso?
«Il sospetto c’è. Io sono rimasto, come tanti, profondamente turbato da questa storia. Nella mia posizione ho avuto modo - era anche doveroso - di approfondire le ragioni di tutte le parti per capire la complessità della vicenda, e temo che ci sia stato qualche irrigidimento di troppo, da una parte e dall’altra. Ho capito che ci sono state da parte della famiglia alcune incomprensioni, che loro hanno giustificato anche con la difficoltà linguistica e culturale. E questo ha prodotto uno speculare irrigidimento da parte dell’altro fronte: assistenza sociale, tribunale e così via. Si è agito un po’ con l’accetta, questo temo che stia andando a detrimento della serenità e del benessere dei bambini».
Nel frattempo i bambini restano nella casa protetta di Vasto. E tra le varie ricadute da considerare c’è anche l’aspetto economico, piuttosto pesante per il piccolo Comune di Palmoli.
«Le procedure sono normalmente quelle, i Comuni hanno l’onere di pagare l’assistenza alle famiglie che hanno questo tipo di difficoltà. Bisognerebbe anche chiedersi se non dovrebbe essere lo Stato - dato che è un tribunale a decidere che una famiglia o dei bambini debbano essere ricoverati in una casa famiglia - a pagare, invece di lasciare l’onere ai piccoli Comuni. Perché poi quando capita una cosa simile in un piccolissimo Comune quella spesa rischia di mandare in default l’amministrazione. Sono talmente piccoli certi Comuni, con poche decine o poche centinaia di abitanti, che hanno dei bilanci davvero ridotti all’osso e quella spesa incide in percentuale in una maniera sproporzionata. Dunque penso che una riflessione vada fatta su questo tema, sul fatto che una spesa del genere dovrebbe essere un onere da fare ricadere direttamente sullo Stato».
Come Regione anche voi avete messo dei soldi?
«Questa è la parte economica che grava sul bilancio del Comune di Palmoli: pagano 244 euro al giorno per un totale che si aggira, a seconda dei giorni del mese, sui 7.500 euro. Per ora con il contributo dell’Ecad (Ente capofila ambito distrettuale, ndr.) si è riusciti a coprire tutte le spese fino a fine marzo. La Regione, a sua volta, destina una parte del fondo sociale europeo agli Ecad. Sono loro che ripartiscono la cifra ricevuta tra i Comuni. Palmoli ha ricevuto circa 30.000 euro nel 2025 per le spese sostenute nell’anno precedente. Per le spese del 2025, la procedura di accertamento è ancora in corso».
Torniamo alla famiglia divisa. Come si esce da questa situazione?
«Io sto lavorando in maniera discreta con l’aiuto della garante dei minori della Regione, che è andata molte volte a trovare i bambini, cerca di relazionarsi con tutte le parti, sta facendo un lavoro non facile proprio perché si partiva da un punto di rigidità molto pronunciato. La garante regionale sta facendo un lavoro non facile di dialogo, di cucitura in maniera molto pragmatica, anche perché in certi casi prendere di petto la questione magari produce l’effetto contrario, e noi abbiamo a cuore l’obiettivo di riunire questa famiglia».
E che risultati ha ottenuto la garante?
«È riuscita ad esempio a far dialogare il padre con l’assistente sociale, accorciando delle distanze che fino al giorno prima sembravano incolmabili. Sembrava che con l’assistente sociale ci fosse una relazione di incomunicabilità. Questo ci fa sperare che magari in questa relazione ricostruita tra l’assistente sociale e il padre si apra lo spiraglio in cui stiamo tutti sperando. Cioè che il padre possa diventare nel più breve tempo possibile il nuovo soggetto a cui vengono affidati i figli, così che li possa riportare in famiglia e si possa ricostruire. Poi c’è tutto il resto: anche il Comune, mettendo a disposizione una casa, fa la sua parte, tutti si stanno dando da fare in qualche maniera per colmare le distanze».
Dunque la vostra idea sarebbe che il padre abbia l’affidamento dei figli e da lì si riparta?
«In questo momento sembra l’idea più ragionevole. Anche perché nelle relazioni che fanno il Tribunale, l’assistente sociale e così via la figura del padre viene descritta in una maniera diversa e più positiva rispetto al giudizio tranchant che c’è sulla madre. Cosa che nelle ultime settimane ha fatto acuire il conflitto».
Scusi ma non si rischia così di dividere la famiglia?
«La madre non verrebbe esclusa dalla famiglia, diciamo che in una prima fase il padre si assumerebbe la responsabilità di avere l’ultima parola. Sarebbe lui a decidere e garantire che si faccia il percorso condiviso dal punto di vista dell’istruzione, sul piano sanitario (pediatra, vaccinazioni eccetera) e riguardo la casa (requisiti minimi di salubrità, igiene, sicurezza). Queste sono fondamentalmente le questioni su cui ci si è incagliati e su queste abbiamo lavorato. Anche per far comprendere a questa famiglia che alcuni requisiti devono esserci. Guardi, possiamo discutere se di fronte al pericolo potenziale o reale che stavano correndo i bambini la soluzione messa in campo sia proporzionata e se il danno prodotto sia maggiore o minore di quello che si stava producendo. Siamo tutti liberi di giudicare e di decidere e magari io e lei potremmo avere la stessa opinione. Io però come istituzione devo lavorare per provare a colmare il gap e fare il possibile per risolvere la situazione».
Insomma, questo sarebbe il vostro tentativo di trovare una via di uscita pragmatica.
«Esatto, in maniera pragmatica cerchiamo di far dialogare le parti e di ricostruire un clima di fiducia reciproca che possa permettere di superare l’impasse».



