Una giacca venduta nelle boutique a centinaia di euro nasceva spesso in stanze che sembrano l’opposto di quel mondo. Locali bassi, con poca aria e quasi sempre senza luce naturale. Camere trasformate in dormitori improvvisati dentro lo stesso capannone dove si lavora: un letto addossato al muro, accanto una piastra elettrica, pentole, bottiglie e vestiti ammassati. Le fotografie scattate durante i controlli mostrano ambienti ingombri di oggetti e utensili, dove mangiare, dormire e vivere avveniva nello stesso spazio. Secondo gli investigatori quei locali erano stati ricavati abusivamente dentro l’opificio, senza adeguata aerazione. È qui che, secondo le carte dell’ultima indagine della procura di Milano sul mondo della moda, si viveva e si lavorava nello stesso tempo.
È il contesto che emerge dalle carte dell’inchiesta della Procura di Milano, coordinata dal pubblico ministero Paolo Storari, su un segmento della filiera della moda lombarda. Al centro delle verifiche compare la società M&G Confezioni Srl, con sede a Garbagnate Milanese e amministrata da Xia Jingyun, che secondo gli accertamenti operava come uno degli anelli produttivi nella catena di subfornitura di aziende dell’alta moda. Tra i principali clienti della società risultano Alberto Aspesi, Dama S.p.A. - proprietaria del marchio Paul & Shark - e Herno S.p.A.
Gli indagati indicati negli atti sono Guo Yinli, indicata come amministratrice di fatto di alcune società della filiera, Chen Jianqing, amministratore di diritto della Gmax 365, Xia Jingyun, amministratore della M&G Confezioni, Francesco Umile Chiappetta, presidente del consiglio di amministrazione di Aspesi, e Andrea Dini, amministratore delegato di Dama S.p.A, cognato del governatore lombardo Attilio Fontana (entrambi furono prosciolti nelle indagini sui camici durante il periodo Covid).
I reati contestati riguardano principalmente l’intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro (art. 603-bis c.p.). Secondo la Procura, i lavoratori sarebbero stati impiegati approfittando dello stato di bisogno, con paghe molto inferiori ai minimi, pagamenti in contanti e assenza di contratti, spesso vivendo negli stessi locali di produzione.
Alle società della filiera è contestata anche la responsabilità amministrativa prevista dal d.lgs. 231/2001, per non avere adottato controlli e modelli organizzativi idonei a prevenire lo sfruttamento nella catena produttiva.
Le dichiarazioni dei lavoratori raccolte dagli investigatori raccontano un sistema che si reggeva su paghe minime e assenza di contratti. C.D.W. ha riferito di cucire abiti interi ricevendo tra 20 e 30 euro per capo; T.H.B. ha parlato di circa 5 euro l’ora per lavori di cucitura, paga indicata anche da Y.X.Z. T.R. ha raccontato di percepire circa 15 euro al giorno per turni dalle 8 del mattino a mezzogiorno, mentre Z.C.Y. ha riferito di avere ricevuto 25 euro il primo giorno e 28 il secondo, per circa cinque ore di lavoro. Un altro operaio ha spiegato di guadagnare circa 1.000 euro al mese lavorando sei giorni alla settimana, mentre un lavoratore che nel laboratorio si occupava anche di cucina e pulizie ha parlato di circa 1.500 euro mensili, parte dei quali inviati direttamente in Cina.
Molti di loro hanno dichiarato di non avere mai firmato un contratto e di essere stati pagati sempre in nero, in contanti. Il lavoro, hanno raccontato, veniva trovato tramite annunci online o conoscenti ed era spesso accettato perché l’azienda offriva vitto e alloggio nei locali di lavoro.
Le testimonianze mostrano anche un altro elemento: diversi operai non erano nemmeno in grado di indicare il nome della società per cui lavoravano e l’indirizzo dove vivevano.
Secondo gli atti dell’indagine, quasi tutti i lavoratori vivevano direttamente nell’opificio, dormendo negli stessi spazi dove durante il giorno si cucivano giacche e altri capi di abbigliamento. Quando sono arrivati i controlli delle forze dell’ordine, alcuni di loro si sarebbero nascosti all’interno dei locali.
Accanto a questo quadro di vita quotidiana, le indagini ricostruiscono anche la dimensione economica del sistema. La M&G Confezioni Srl, costituita nel 2016 con un capitale di 10.000 euro, ha registrato negli anni un volume d’affari in forte crescita: 730.345 euro nel 2019, 1.249.954 euro nel 2020, 1.557.859 euro nel 2021, 2.579.162 euro nel 2022 e 3.398.428 euro nel 2023.
Le fatture analizzate dagli investigatori mostrano che tra il 2019 e il 2024 la società ha lavorato stabilmente per tre clienti principali del settore moda: circa 6,6 milioni di euro fatturati a Dama S.p.A., oltre 3,7 milioni di euro ad Alberto Aspesi & C. S.p.A. e circa 733.000 euro a Herno S.p.A.. Solo nel 2023, ad esempio, risultano oltre 2 milioni di euro di fatture verso Dama, più di 626.000 euro verso Aspesi e 484.000 euro verso Herno.
Secondo gli accertamenti investigativi, mentre erano già in corso verifiche e accertamenti sulla M&G Confezioni, nel 2024 è stata costituita la Gmax 365 Srl nello stesso indirizzo della società, che - secondo la ricostruzione degli inquirenti - avrebbe di fatto proseguito l’attività produttiva rilevandone clienti, attrezzature e gran parte dei lavoratori.
Il fascicolo si inserisce nelle indagini della Procura di Milano sul caporalato nella filiera della moda, già emerso in inchieste che hanno coinvolto marchi come Armani, Dior, Valentino Bags, Loro Piana e Alviero Martini.



