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2023-10-28
La piccola «Mignatta» che vinse la gigante «Viribus Unitis»
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A sinistra, la «Torpedine semovente Rossetti» che affondò la «Viribus Unitis» a Pola (a destra)
Il termine «mignatta» è un sinonimo di «sanguisuga», invertebrato ematofago capace di attaccarsi saldamente all’epidermide umana ed animale e dotato un apparato boccale estremamente efficace per succhiare il sangue della preda.
Fu per le similitudini con l’anellide acquatico che fu scelto il soprannome di una delle armi sperimentali della Regia Marina più famose durante la Grande Guerra. La «Torpedine Semovente Rossetti» ricordava nelle forme una sanguisuga, data la forma allungata che terminava con un semicono tronco in prua. Il siluro era dotato di una ogiva magnetica in grado di attaccarsi saldamente alla chiglia delle navi nemiche alla quale erano connesse due potenti cariche esplosive temporizzate, programmabili quando il siluro si trovava a pelo d’acqua. La «Mignatta» era pilotata fino all’obbiettivo da due incursori subacquei ed era mossa da un motore ad aria compressa.
La storia del progetto prese forma dal genio di Raffaele Rossetti, ingegnere nato a Genova e laureato al Politecnico di Torino nel 1904 e in seguito milanese d’adozione. A Genova e Taranto completò la formazione in ingegneria navale e fu arruolato nella Regia Marina come ufficiale del Genio. Dopo aver prestato servizio a bordo dell’incrociatore «Pisa» durante la guerra Italo-Turca, durante la Grande Guerra fu destinato all’Arsenale della Spezia dove iniziò a lavorare a mezzi d’assalto sperimentali. Il progetto della torpedine semovente prese forma definitiva presso l’arsenale di Venezia tra il 1917 e il 1918. La «Mignatta» fu realizzata in due esemplari la cui struttura era composta da un corpo metallico ricoperto parzialmente da doghe in legno, che facevano assomigliare il corpo centrale del siluro ad una botte. A prua, in linea, erano alloggiati i due cilindri contenenti le cariche esplosive mentre centralmente si trovava il propulsore ad aria compressa. Quest’ultimo era un motore comunemente utilizzato per le «torpedini» in dotazione alla Regia Marina, lo Schneider A115/450 con pressione di esercizio di 130-150 atmosfere, in grado di muovere lo scafo a circa 2 nodi. Il pilotaggio era estremamente essenziale: non c’era timone e la direzione veniva data dalla posizione di gambe e braccia dei due subacquei e la regolazione della marcia avveniva tramite la regolazione di una semplicissima chiave che determinava il flusso di aria compressa alla trasmissione collegata a due piccole eliche quadripala controrotanti. La «Torpedine Semovente Rossetti» fu testata nelle acque della laguna di Venezia durante l’estate del 1918, quando sulla terraferma si combatteva la controffensiva italiana del Piave. Durante i mesi di prova, Raffaele Rossetti incontrò il secondo incursore che avrebbe preso parte ad una delle imprese più celebrate della Grande Guerra. Con lo stesso nome di battesimo di Rossetti, Raffaele Paolucci era un ufficiale medico romano che si era distinto sul Carso per l’attività di assistenza agli infermi e ai feriti. Particolarmente incline all’azione Paolucci, abile nuotatore, volle incontrare l’inventore della «Mignatta» richiedendo di essere il secondo membro dell’equipaggio di quell’arma innovativa. La posta in gioco era tra le più alte: l’attacco notturno al porto austro-ungarico di Pola, in Istria, dove si trovava parte della flotta imperial-regia. Tra le navi nemiche il servizio informazioni del Regio Esercito aveva segnalato la presenza del fiore all’occhiello della flotta austriaca, la corazzata «Viribus Unitis», individuata come obiettivo dell’incursione della «Mignatta». Molti erano i rischi per i due incursori e la loro torpedine, perché il porto istriano era fortemente presidiato e difeso da artiglieria costiera e da barriere e mine subacquee. Questa condizione non impedì ai due subacquei italiani di tentare l’impresa, che fu fissata per la notte tra il 31 ottobre e il 1°novembre 1918. Trainato da un Mas, il siluro di Rossetti fu trasportato fino all’imbocco del porto di Pola dove a pelo d’acqua iniziò a muoversi verso l’arsenale nemico, nella totale oscurità. Spingendo la «Mignatta» a mano, Rossetti e Paolucci lottarono contro le reti di sbarramento e riuscirono a distinguere la chiglia dell’ammiraglia austriaca solo verso le 3 del mattino, dopo essere passati inosservati alle sentinelle a guardia della diga foranea. Difficile fu anche l’armamento degli ordigni, soprattutto del secondo a causa del malfunzionamento dell’elettromagnete. Fu Paolucci a assicurarlo, improvvisando un ancoraggio con una cima. Terminato il posizionamento delle cariche, quando ormai i due incursori stavano per girare la prua del siluro verso il mare aperto, l’imprevisto: una fotoelettrica austriaca li inquadrò, generando l’allarme e il repentino arresto dei due marinai italiani, che provvidero immediatamente ad affondare la loro arma segreta. Portati a bordo della «Viribus Unitis» scoprirono che la fine della Grande Guerra era più vicina di quanto pensassero. La flotta all’ancora nel porto di Pola era già stata ceduta alla Marina jugoslava e l’ammiraglia austriaca, a bordo della quale erano stati trasferiti i due prigionieri italiani, era sotto il comando del Capitano Janko Vukoviḉ, che fu subito informato dell’imminenza dell’esplosione degli ordigni, programmati per le ore 6:30 del mattino. Inizialmente il comandante decise di evacuare la nave ma, passata l’ora indicata dai prigionieri, fece ritorno sulla Viribus Unitis assieme ai marinai, mentre Rossetti e Paolucci rimasero a bordo della nave «Tegethoff». Alle 6:44 un boato assordante squarciò l’aria del porto di Pola. La piccola «Mignatta» aveva vinto sulla gigante «Viribus Unitis», squarciata dalle cariche del siluro esplose in lieve ritardo. A bordo persero la vita 300 uomini dell’equipaggio, tra cui lo stesso Vukoviḉ e la nave si inclinò su un fianco, come inginocchiata alla ormai imminente vittoria italiana che sarebbe poi stata ratificata appena tre giorni dopo, il 4 novembre 1918.
Rossetti e Paolucci, eroi dell’impresa di Pola, furono decorati con encomio solenne. Tuttavia, amareggiati per la strage di marinai imprevista, decisero di devolvere parte del premio in denaro alla famiglia del capitano jugoslavo.
Fu il dopoguerra a dividere le sorti dei due incursori, celebrati lungamente dalla stampa. Raffaele Rossetti, l’ingegnere artefice dell’arma segreta, militò nella file del Partito Repubblicano assieme a Randolfo Pacciardi fino al suo arresto e all’espatrio in Francia nel 1925. Rientrato in Italia dopo il 1945, rimase nell’ombra senza più partecipare ad alcuna attività politica. Si spense la Vigilia di Natale del 1951.
Raffaele Paolucci, al contrario, aderì entusiasticamente al fascismo e riprese parallelamente l’attività clinica, assieme alla funzione di deputato del Pnf. Come medico, partì volontario per l’Etiopia e durante la guerra fu richiamato con il grado di Colonnello nel Corpo di Sanità della Marina militare. Epurato da ogni carica dopo il 1945, si dedicò totalmente alla professione di chirurgo specializzato in torace e addome, ricoprendo anche la carica di docente presso la facoltà di Medicina e Chirurgia alla Sapienza di Roma. Nel 1953 fu riabilitato ed eletto nelle file del Partito Monarchico, facendo parte dell’équipe medica che ebbe in cura Pio XII colpito da un cancro allo stomaco. Proprio per la stessa patologia del Pontefice, Raffaele Paolucci si spense a Roma il 4 settembre 1958, a quarant’anni dall’impresa di Pola di cui fu artefice con Rossetti.
Il secondo esemplare della «Mignatta», dalla cui evoluzione nacque il Siluro a Lenta Corsa (detto «maiale») protagonista delle incursioni dal 1940 al 1943, si trova attualmente esposto al Museo Tecnico Navale della Spezia, dove nacque oltre un secolo fa.
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La «Torpedine semovente Rossetti» fu protagonista dell'impresa di Pola nell'autunno 1918. Arma sperimentale, eluse le difese del porto nemico alla vigilia della vittoria italiana nella Grande Guerra. La storia e i protagonisti di un'azione che sembrava impossibile.Il termine «mignatta» è un sinonimo di «sanguisuga», invertebrato ematofago capace di attaccarsi saldamente all’epidermide umana ed animale e dotato un apparato boccale estremamente efficace per succhiare il sangue della preda.Fu per le similitudini con l’anellide acquatico che fu scelto il soprannome di una delle armi sperimentali della Regia Marina più famose durante la Grande Guerra. La «Torpedine Semovente Rossetti» ricordava nelle forme una sanguisuga, data la forma allungata che terminava con un semicono tronco in prua. Il siluro era dotato di una ogiva magnetica in grado di attaccarsi saldamente alla chiglia delle navi nemiche alla quale erano connesse due potenti cariche esplosive temporizzate, programmabili quando il siluro si trovava a pelo d’acqua. La «Mignatta» era pilotata fino all’obbiettivo da due incursori subacquei ed era mossa da un motore ad aria compressa. La storia del progetto prese forma dal genio di Raffaele Rossetti, ingegnere nato a Genova e laureato al Politecnico di Torino nel 1904 e in seguito milanese d’adozione. A Genova e Taranto completò la formazione in ingegneria navale e fu arruolato nella Regia Marina come ufficiale del Genio. Dopo aver prestato servizio a bordo dell’incrociatore «Pisa» durante la guerra Italo-Turca, durante la Grande Guerra fu destinato all’Arsenale della Spezia dove iniziò a lavorare a mezzi d’assalto sperimentali. Il progetto della torpedine semovente prese forma definitiva presso l’arsenale di Venezia tra il 1917 e il 1918. La «Mignatta» fu realizzata in due esemplari la cui struttura era composta da un corpo metallico ricoperto parzialmente da doghe in legno, che facevano assomigliare il corpo centrale del siluro ad una botte. A prua, in linea, erano alloggiati i due cilindri contenenti le cariche esplosive mentre centralmente si trovava il propulsore ad aria compressa. Quest’ultimo era un motore comunemente utilizzato per le «torpedini» in dotazione alla Regia Marina, lo Schneider A115/450 con pressione di esercizio di 130-150 atmosfere, in grado di muovere lo scafo a circa 2 nodi. Il pilotaggio era estremamente essenziale: non c’era timone e la direzione veniva data dalla posizione di gambe e braccia dei due subacquei e la regolazione della marcia avveniva tramite la regolazione di una semplicissima chiave che determinava il flusso di aria compressa alla trasmissione collegata a due piccole eliche quadripala controrotanti. La «Torpedine Semovente Rossetti» fu testata nelle acque della laguna di Venezia durante l’estate del 1918, quando sulla terraferma si combatteva la controffensiva italiana del Piave. Durante i mesi di prova, Raffaele Rossetti incontrò il secondo incursore che avrebbe preso parte ad una delle imprese più celebrate della Grande Guerra. Con lo stesso nome di battesimo di Rossetti, Raffaele Paolucci era un ufficiale medico romano che si era distinto sul Carso per l’attività di assistenza agli infermi e ai feriti. Particolarmente incline all’azione Paolucci, abile nuotatore, volle incontrare l’inventore della «Mignatta» richiedendo di essere il secondo membro dell’equipaggio di quell’arma innovativa. La posta in gioco era tra le più alte: l’attacco notturno al porto austro-ungarico di Pola, in Istria, dove si trovava parte della flotta imperial-regia. Tra le navi nemiche il servizio informazioni del Regio Esercito aveva segnalato la presenza del fiore all’occhiello della flotta austriaca, la corazzata «Viribus Unitis», individuata come obiettivo dell’incursione della «Mignatta». Molti erano i rischi per i due incursori e la loro torpedine, perché il porto istriano era fortemente presidiato e difeso da artiglieria costiera e da barriere e mine subacquee. Questa condizione non impedì ai due subacquei italiani di tentare l’impresa, che fu fissata per la notte tra il 31 ottobre e il 1°novembre 1918. Trainato da un Mas, il siluro di Rossetti fu trasportato fino all’imbocco del porto di Pola dove a pelo d’acqua iniziò a muoversi verso l’arsenale nemico, nella totale oscurità. Spingendo la «Mignatta» a mano, Rossetti e Paolucci lottarono contro le reti di sbarramento e riuscirono a distinguere la chiglia dell’ammiraglia austriaca solo verso le 3 del mattino, dopo essere passati inosservati alle sentinelle a guardia della diga foranea. Difficile fu anche l’armamento degli ordigni, soprattutto del secondo a causa del malfunzionamento dell’elettromagnete. Fu Paolucci a assicurarlo, improvvisando un ancoraggio con una cima. Terminato il posizionamento delle cariche, quando ormai i due incursori stavano per girare la prua del siluro verso il mare aperto, l’imprevisto: una fotoelettrica austriaca li inquadrò, generando l’allarme e il repentino arresto dei due marinai italiani, che provvidero immediatamente ad affondare la loro arma segreta. Portati a bordo della «Viribus Unitis» scoprirono che la fine della Grande Guerra era più vicina di quanto pensassero. La flotta all’ancora nel porto di Pola era già stata ceduta alla Marina jugoslava e l’ammiraglia austriaca, a bordo della quale erano stati trasferiti i due prigionieri italiani, era sotto il comando del Capitano Janko Vukoviḉ, che fu subito informato dell’imminenza dell’esplosione degli ordigni, programmati per le ore 6:30 del mattino. Inizialmente il comandante decise di evacuare la nave ma, passata l’ora indicata dai prigionieri, fece ritorno sulla Viribus Unitis assieme ai marinai, mentre Rossetti e Paolucci rimasero a bordo della nave «Tegethoff». Alle 6:44 un boato assordante squarciò l’aria del porto di Pola. La piccola «Mignatta» aveva vinto sulla gigante «Viribus Unitis», squarciata dalle cariche del siluro esplose in lieve ritardo. A bordo persero la vita 300 uomini dell’equipaggio, tra cui lo stesso Vukoviḉ e la nave si inclinò su un fianco, come inginocchiata alla ormai imminente vittoria italiana che sarebbe poi stata ratificata appena tre giorni dopo, il 4 novembre 1918. Rossetti e Paolucci, eroi dell’impresa di Pola, furono decorati con encomio solenne. Tuttavia, amareggiati per la strage di marinai imprevista, decisero di devolvere parte del premio in denaro alla famiglia del capitano jugoslavo. Fu il dopoguerra a dividere le sorti dei due incursori, celebrati lungamente dalla stampa. Raffaele Rossetti, l’ingegnere artefice dell’arma segreta, militò nella file del Partito Repubblicano assieme a Randolfo Pacciardi fino al suo arresto e all’espatrio in Francia nel 1925. Rientrato in Italia dopo il 1945, rimase nell’ombra senza più partecipare ad alcuna attività politica. Si spense la Vigilia di Natale del 1951. Raffaele Paolucci, al contrario, aderì entusiasticamente al fascismo e riprese parallelamente l’attività clinica, assieme alla funzione di deputato del Pnf. Come medico, partì volontario per l’Etiopia e durante la guerra fu richiamato con il grado di Colonnello nel Corpo di Sanità della Marina militare. Epurato da ogni carica dopo il 1945, si dedicò totalmente alla professione di chirurgo specializzato in torace e addome, ricoprendo anche la carica di docente presso la facoltà di Medicina e Chirurgia alla Sapienza di Roma. Nel 1953 fu riabilitato ed eletto nelle file del Partito Monarchico, facendo parte dell’équipe medica che ebbe in cura Pio XII colpito da un cancro allo stomaco. Proprio per la stessa patologia del Pontefice, Raffaele Paolucci si spense a Roma il 4 settembre 1958, a quarant’anni dall’impresa di Pola di cui fu artefice con Rossetti.Il secondo esemplare della «Mignatta», dalla cui evoluzione nacque il Siluro a Lenta Corsa (detto «maiale») protagonista delle incursioni dal 1940 al 1943, si trova attualmente esposto al Museo Tecnico Navale della Spezia, dove nacque oltre un secolo fa.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».