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2021-10-16
Mezza Italia in piazza contro il green caos
Ansa
Una fiaccolata sul lungomare di Napoli per accompagnare il corteo funebre della Costituzione nella notte di giovedì ha anticipato tutte le manifestazioni che si sono svolte nel venerdì «No green pass». È entrato in vigore ieri l'obbligo del certificato verde per accedere nei posti di lavoro pubblici e privati ma le proteste annunciate non hanno bloccato il Paese. Nessuna paralisi di trasporti e servizi ma ovunque presidi, proteste e cortei, da Torino a Bari, cominciate la mattina e terminate con la grande manifestazione di Roma al Circo Massimo.
Osservati speciale i porti di Ancona, Genova e Trieste, il primo porto italiano e settimo in Europa per volume di merci, 62 milioni di tonnellate, e da cui partono gli idrocarburi diretti in Germania e dove, secondo il Clpt, sindacato di base che rappresenta un terzo dei 950 addetti dello scalo, su 950 lavoratori circa il 40% non ha il green pass. Nella città giuliana il Coordinamento dei lavoratori portuali aveva annunciato a partire da ieri il blocco «a oltranza» per protestare contro l'obbligo di documento vaccinale per poter lavorare. Al varco 4, il cancello che porta agli imbarchi, a ridosso del terminal container, già all'alba i manifestanti avevano dato vita ai picchetti consentendo però l'accesso ai lavoratori che non hanno aderito alla protesta. Per l'autorità portuale comunque l'attività è proseguita con «qualche rallentamento» perché l'accesso ai mezzi è stato consentito soltanto da un varco e molti camion in arrivo, soprattutto dall'estero, sono tornati indietro davanti ai manifestanti che, secondo il prefetto erano circa 7.000. Minima tensione quando alcuni manifestanti, al grido di «venduti», hanno circondato una troupe del Tg3 che tentava di fare una diretta.
Alla fine, nessun problema di ordine pubblico, né collasso delle attività logistiche a Trieste ma anche ad Ancona dove i manifestanti ieri mattina avevano bloccato una delle strade di accesso al porto ma poi si sono spostati in altre zone della città. «Il traffico commerciale, per carico e scarico merci, non si è fermato così come il lavoro delle imprese portuali e dei servizi portuali» ha spiegato l'Autorità. Più tesa la situazione a Genova dove nel corso della giornata sono stati bloccati varchi di accesso e terminal al porto che ha continuato a lavorare, ma ci sono stati sit-in all'imbocco di snodi stradali strategici, come uscita autostradale, cavalcavia e lungomare. Non sono mancati momenti di tensione tra manifestanti e polizia, la Digos ha identificato alcune persone, ma anche fra trasportatori decisi a caricare o scaricare le merci e lavoratori portuali in sciopero. Tolti i blocchi stradali è rimasto il presidio allo scalo marittimo e si temono proteste per la prossima settimana. Nessuna criticità invece è stata rilevata in altri due porti del Tirreno, Piombino e Civitavecchia.
È durata qualche ora la protesta No green pass a Milano partita da un gruppo di studenti dell'università Statale, che hanno sfilato fino all'Arco della Pace esponendo striscioni con lo slogan «Solidali non con la Cgil ma con i portuali». I manifestanti, oltre a chiedere la sospensione del Gp hanno denunciato le responsabilità del governo nella gestione dell'ordine pubblico durante l'assalto alla sede della Cgil a Roma sabato scorso. Nel pomeriggio in piazza Fontana hanno manifestato i lavoratori, tra cui dipendenti dell'Atm, che si erano dati appuntamento sui canali social della galassia no vax. Si temono invece criticità nel corteo previsto per oggi di cui non si conosce il percorso perché è saltato il dialogo tra la Questura e il Comitato No green pass perché i manifestanti hanno messo come condizione quella di revocare i Daspo urbani nei confronti di alcuni dei leader della protesta.
Contro l'obbligo Gp hanno sfilato per Catania al grido di «libertà, libertà» scandendo slogan contro Mario Draghi e il suo governo così come a Bologna dove dal corteo, oltre ai cori contro il governo e il segretario della Cgil, Maurizio Landini, sono partiti insulti contro la senatrice a vita Liliana Segre.
«Siamo con il fiato sul collo del nostro principale nemico: il governo. I sindacati erano scomparsi e sabato li abbiamo rivisti grazie a un gruppo di criminali. Abbiamo scoperto dove era la sede della Cgil. I sindacalisti ci hanno venduto a Renato Brunetta», ha detto ieri l'avvocato Edoardo Polacco, leader dell'associazione Sentinelle della costituzione, durante la manifestazione di Roma organizzata al Circo Massimo dove erano presenti anche le bandiere del movimento «Italexit con Paragone». Almeno 1.500 partecipanti che si sono professati «non contrari al vaccino, ma al green pass indiscriminato». Qualche momento di tensione all'arrivo dei primi giornalisti, ma nessun incidente. La manifestazione, la prima dopo gli scontri di sabato, è stata da subito controllata da polizia e carabinieri mentre tutta la zona attorno al Circo Massimo è stata resa praticamente inaccessibile se non a piedi. Gli organizzatori, dal palco, hanno poi annunciato, come segno di pacificazione nazionale, la consegna di rose da parte di un gruppo di donne alle forze dell'ordine che presidiavano la protesta. I poliziotti hanno accettato e ringraziato. Oggi l'attenzione resta alta a Roma dove si svolgerà la manifestazione «Mai più fascismi» indetta dalla Cgil dopo l'assalto di sabato scorso.
Niente branda senza certificato: carabinieri sfrattati dalle caserme
Niente green pass? Allora fuori dalle camerette delle caserme. Sfrattati o buttati giù dalle brande. La denuncia del Nuovo sindacato carabinieri è partita da Bologna ed è stata confermata dal Comando generale dell'Arma. Senza vaccino, tampone o esenzione il militare deve sloggiare. «L'Arma ha dato ordine a tutti i carabinieri alloggiati nelle caserme di uscire dalle camerette se non sono in possesso del green pass dalla mezzanotte di ieri», fanno sapere dalla sigla sindacale, aggiungendo che il Comando generale «avrebbe dato la disposizione di ordinare a chi occupa le camere di lasciarle», già dalla notte precedente.
Secondo il sindacato «nessun decreto ha mai imposto un'azione del genere, che non ha precedenti nella storia dell'Arma». E promettono di intervenire «per difendere i colleghi cacciati nel pieno della notte». «Chiederemo al presidente Mario Draghi», sostengono, «se era questa la sua intenzione quando ha emanato il decreto che regolerà il mondo del lavoro». Dal Comando generale fanno sapere che nessuno è stato buttato giù dalla branda, ma viene confermato che al militare senza green pass non può essere consentito di entrare in caserma, nemmeno se vi dorme, a meno che non sia beneficiario di un alloggio di servizio. Ma mettono le mani avanti, spiegando che si tratta della diretta applicazione delle «Linee guida in materia di condotta delle Pubbliche amministrazioni» sull'obbligo del green pass. Senza la carta magica il militare non potrà svolgere servizio e non potrà entrare in caserma, e ciò vale anche per il personale «accasermato a qualsiasi titolo», ma non per i beneficiari di quegli alloggi di servizio che vengono assegnati temporaneamente per svolgere l'incarico.
Senza green pass il militare è, insomma, un assente ingiustificato, con conseguente sospensione dallo stipendio e impossibilità di accedere anche alla mensa.
Qualcuno, però, nei comandi territoriali deve aver interpretato a modo suo le circolari. E sul blog di Nicola Porro (nicolaporro.it) il segretario del Nuovo sindacato carabinieri Massimiliano Zetti ha segnalato «che alcuni comandanti con molta fantasia hanno chiesto ai militari senza lasciapassare di presentarsi ogni giorno davanti alla caserma per comunicare che sono sprovvisti del passaporto sanitario». Una sorta di obbligo di firma per il militare che non ha risposto «comandi» alla chiamata di Draghi per il vaccino. La procedura standard, applicata in tutte le amministrazioni d'Italia, prevede invece che se un dipendente non si è vaccinato né fornisce prova di un tampone negativo, viene considerato in assenza ingiustificata. L'obbligo di green pass non riguarda solo i militari, ma chiunque acceda alla caserma «per fini lavorativi, di formazione o di volontariato». Sono invece esonerati dall'esibizione del green pass coloro che accedono in caserma non per lavoro, come, per esempio, un cittadino che deve presentare una denuncia o che deve essere sentito nell'ambito di una indagine, i familiari diretti agli alloggi di servizio e coloro i quali sono esenti dalla campagna vaccinale «sulla base di idonea certificazione medica». Non del medico di famiglia, però, ma del medico vaccinatore.
Una circolare analoga è stata emanata anche dal Dap, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Anche qui si rimarca la distinzione tra gli accasermati e coloro i quali occupano un alloggio di servizio, «che non è luogo di lavoro», e si spiega che il green pass non è obbligatorio per gli utenti. Via libera, quindi, per i familiari dei detenuti e per i loro avvocati.
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Nessuna paralisi di trasporti e servizi ma ovunque presidi, proteste e cortei. Le manifestazioni sono iniziate a Napoli con il funerale alla Costituzione. Tensioni al porto di Genova fra autotrasportatori e camalli. Senza intoppi il raduno dei No pass al Circo MassimoA Mestre i comandanti impongono l'«obbligo di firma» a chi non ha il lasciapassareLo speciale contiene due articoliUna fiaccolata sul lungomare di Napoli per accompagnare il corteo funebre della Costituzione nella notte di giovedì ha anticipato tutte le manifestazioni che si sono svolte nel venerdì «No green pass». È entrato in vigore ieri l'obbligo del certificato verde per accedere nei posti di lavoro pubblici e privati ma le proteste annunciate non hanno bloccato il Paese. Nessuna paralisi di trasporti e servizi ma ovunque presidi, proteste e cortei, da Torino a Bari, cominciate la mattina e terminate con la grande manifestazione di Roma al Circo Massimo. Osservati speciale i porti di Ancona, Genova e Trieste, il primo porto italiano e settimo in Europa per volume di merci, 62 milioni di tonnellate, e da cui partono gli idrocarburi diretti in Germania e dove, secondo il Clpt, sindacato di base che rappresenta un terzo dei 950 addetti dello scalo, su 950 lavoratori circa il 40% non ha il green pass. Nella città giuliana il Coordinamento dei lavoratori portuali aveva annunciato a partire da ieri il blocco «a oltranza» per protestare contro l'obbligo di documento vaccinale per poter lavorare. Al varco 4, il cancello che porta agli imbarchi, a ridosso del terminal container, già all'alba i manifestanti avevano dato vita ai picchetti consentendo però l'accesso ai lavoratori che non hanno aderito alla protesta. Per l'autorità portuale comunque l'attività è proseguita con «qualche rallentamento» perché l'accesso ai mezzi è stato consentito soltanto da un varco e molti camion in arrivo, soprattutto dall'estero, sono tornati indietro davanti ai manifestanti che, secondo il prefetto erano circa 7.000. Minima tensione quando alcuni manifestanti, al grido di «venduti», hanno circondato una troupe del Tg3 che tentava di fare una diretta. Alla fine, nessun problema di ordine pubblico, né collasso delle attività logistiche a Trieste ma anche ad Ancona dove i manifestanti ieri mattina avevano bloccato una delle strade di accesso al porto ma poi si sono spostati in altre zone della città. «Il traffico commerciale, per carico e scarico merci, non si è fermato così come il lavoro delle imprese portuali e dei servizi portuali» ha spiegato l'Autorità. Più tesa la situazione a Genova dove nel corso della giornata sono stati bloccati varchi di accesso e terminal al porto che ha continuato a lavorare, ma ci sono stati sit-in all'imbocco di snodi stradali strategici, come uscita autostradale, cavalcavia e lungomare. Non sono mancati momenti di tensione tra manifestanti e polizia, la Digos ha identificato alcune persone, ma anche fra trasportatori decisi a caricare o scaricare le merci e lavoratori portuali in sciopero. Tolti i blocchi stradali è rimasto il presidio allo scalo marittimo e si temono proteste per la prossima settimana. Nessuna criticità invece è stata rilevata in altri due porti del Tirreno, Piombino e Civitavecchia. È durata qualche ora la protesta No green pass a Milano partita da un gruppo di studenti dell'università Statale, che hanno sfilato fino all'Arco della Pace esponendo striscioni con lo slogan «Solidali non con la Cgil ma con i portuali». I manifestanti, oltre a chiedere la sospensione del Gp hanno denunciato le responsabilità del governo nella gestione dell'ordine pubblico durante l'assalto alla sede della Cgil a Roma sabato scorso. Nel pomeriggio in piazza Fontana hanno manifestato i lavoratori, tra cui dipendenti dell'Atm, che si erano dati appuntamento sui canali social della galassia no vax. Si temono invece criticità nel corteo previsto per oggi di cui non si conosce il percorso perché è saltato il dialogo tra la Questura e il Comitato No green pass perché i manifestanti hanno messo come condizione quella di revocare i Daspo urbani nei confronti di alcuni dei leader della protesta. Contro l'obbligo Gp hanno sfilato per Catania al grido di «libertà, libertà» scandendo slogan contro Mario Draghi e il suo governo così come a Bologna dove dal corteo, oltre ai cori contro il governo e il segretario della Cgil, Maurizio Landini, sono partiti insulti contro la senatrice a vita Liliana Segre.«Siamo con il fiato sul collo del nostro principale nemico: il governo. I sindacati erano scomparsi e sabato li abbiamo rivisti grazie a un gruppo di criminali. Abbiamo scoperto dove era la sede della Cgil. I sindacalisti ci hanno venduto a Renato Brunetta», ha detto ieri l'avvocato Edoardo Polacco, leader dell'associazione Sentinelle della costituzione, durante la manifestazione di Roma organizzata al Circo Massimo dove erano presenti anche le bandiere del movimento «Italexit con Paragone». Almeno 1.500 partecipanti che si sono professati «non contrari al vaccino, ma al green pass indiscriminato». Qualche momento di tensione all'arrivo dei primi giornalisti, ma nessun incidente. La manifestazione, la prima dopo gli scontri di sabato, è stata da subito controllata da polizia e carabinieri mentre tutta la zona attorno al Circo Massimo è stata resa praticamente inaccessibile se non a piedi. Gli organizzatori, dal palco, hanno poi annunciato, come segno di pacificazione nazionale, la consegna di rose da parte di un gruppo di donne alle forze dell'ordine che presidiavano la protesta. I poliziotti hanno accettato e ringraziato. Oggi l'attenzione resta alta a Roma dove si svolgerà la manifestazione «Mai più fascismi» indetta dalla Cgil dopo l'assalto di sabato scorso.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mezza-italia-in-piazza-contro-il-green-caos-2655307558.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="niente-branda-senza-certificato-carabinieri-sfrattati-dalle-caserme" data-post-id="2655307558" data-published-at="1634333758" data-use-pagination="False"> Niente branda senza certificato: carabinieri sfrattati dalle caserme Niente green pass? Allora fuori dalle camerette delle caserme. Sfrattati o buttati giù dalle brande. La denuncia del Nuovo sindacato carabinieri è partita da Bologna ed è stata confermata dal Comando generale dell'Arma. Senza vaccino, tampone o esenzione il militare deve sloggiare. «L'Arma ha dato ordine a tutti i carabinieri alloggiati nelle caserme di uscire dalle camerette se non sono in possesso del green pass dalla mezzanotte di ieri», fanno sapere dalla sigla sindacale, aggiungendo che il Comando generale «avrebbe dato la disposizione di ordinare a chi occupa le camere di lasciarle», già dalla notte precedente. Secondo il sindacato «nessun decreto ha mai imposto un'azione del genere, che non ha precedenti nella storia dell'Arma». E promettono di intervenire «per difendere i colleghi cacciati nel pieno della notte». «Chiederemo al presidente Mario Draghi», sostengono, «se era questa la sua intenzione quando ha emanato il decreto che regolerà il mondo del lavoro». Dal Comando generale fanno sapere che nessuno è stato buttato giù dalla branda, ma viene confermato che al militare senza green pass non può essere consentito di entrare in caserma, nemmeno se vi dorme, a meno che non sia beneficiario di un alloggio di servizio. Ma mettono le mani avanti, spiegando che si tratta della diretta applicazione delle «Linee guida in materia di condotta delle Pubbliche amministrazioni» sull'obbligo del green pass. Senza la carta magica il militare non potrà svolgere servizio e non potrà entrare in caserma, e ciò vale anche per il personale «accasermato a qualsiasi titolo», ma non per i beneficiari di quegli alloggi di servizio che vengono assegnati temporaneamente per svolgere l'incarico. Senza green pass il militare è, insomma, un assente ingiustificato, con conseguente sospensione dallo stipendio e impossibilità di accedere anche alla mensa. Qualcuno, però, nei comandi territoriali deve aver interpretato a modo suo le circolari. E sul blog di Nicola Porro (nicolaporro.it) il segretario del Nuovo sindacato carabinieri Massimiliano Zetti ha segnalato «che alcuni comandanti con molta fantasia hanno chiesto ai militari senza lasciapassare di presentarsi ogni giorno davanti alla caserma per comunicare che sono sprovvisti del passaporto sanitario». Una sorta di obbligo di firma per il militare che non ha risposto «comandi» alla chiamata di Draghi per il vaccino. La procedura standard, applicata in tutte le amministrazioni d'Italia, prevede invece che se un dipendente non si è vaccinato né fornisce prova di un tampone negativo, viene considerato in assenza ingiustificata. L'obbligo di green pass non riguarda solo i militari, ma chiunque acceda alla caserma «per fini lavorativi, di formazione o di volontariato». Sono invece esonerati dall'esibizione del green pass coloro che accedono in caserma non per lavoro, come, per esempio, un cittadino che deve presentare una denuncia o che deve essere sentito nell'ambito di una indagine, i familiari diretti agli alloggi di servizio e coloro i quali sono esenti dalla campagna vaccinale «sulla base di idonea certificazione medica». Non del medico di famiglia, però, ma del medico vaccinatore. Una circolare analoga è stata emanata anche dal Dap, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Anche qui si rimarca la distinzione tra gli accasermati e coloro i quali occupano un alloggio di servizio, «che non è luogo di lavoro», e si spiega che il green pass non è obbligatorio per gli utenti. Via libera, quindi, per i familiari dei detenuti e per i loro avvocati.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara