
L’intrigo dell’hotel Metropol è ben più complicato di come è apparso, e guarda caso esplose nel 2018 a ridosso del voto. Ma se il superteste e il reporter sono stati in contatto sin da prima del meeting, dovrebbero spiegare quale fosse il loro scopo.La magistratura ha già chiarito che nel caso del Metropol, ossia nella strana trattativa per una fornitura di petrolio che avrebbe visto riunite persone vicine alla Lega e altre vicine a Vladimir Putin, non c’è nulla di penalmente rilevante. Tuttavia, ciò che è rimasto nell’ombra sono gli antefatti che portarono alla riunione in un salottino dell’hotel di Mosca. Ora La Verità, grazie all’impegno profuso dal nostro Giacomo Amadori nell’andare fino in fondo alla vicenda, può chiarire ciò che è rimasto nascosto e, soprattutto, riscrivere la storia, per spiegare non soltanto che non c’è mai stata una maxi tangente, come già appurato dai pm, ma che dietro all’incontro di quei signori avvenuto alla vigilia delle elezioni del 2019 si nascondeva un grande intrigo che aveva come obiettivo incastrare Matteo Salvini e la stessa Lega. Le sorprendenti rivelazioni si basano su un rapporto della Guardia di finanza, che per conto della Procura di Milano ha scritto un’informativa in cui si ricostruisce nel dettaglio che cosa avvenne prima della riunione di Mosca dove si sarebbe discusso del presunto affare. In pratica, i segugi delle Fiamme gialle hanno scoperto preesistenti contatti tra il protagonista di quella strana operazione, ossia l’avvocato Gianluca Meranda, e uno dei giornalisti che nel 2019 firmarono lo scoop dell’Espresso. A differenza di quanto era trapelato e ciò che era stato fatto credere, Meranda e Tizian, il cronista del settimanale a quei tempi di proprietà di Carlo De Benedetti (oggi il giornalista è emigrato al Domani, sempre di Cdb), erano in contatto da tempo. Perciò, al contrario di quanto era sembrato o si era accreditato, è lecito supporre che gli inviati a Mosca della rivista debenedettiana non arrivarono al Metropol seguendo chissà quali piste, ma su indicazione dello stesso Meranda. Del resto, l’avvocato d’affari rimasto senza affari e il cronista a caccia di scoop, guarda caso viaggiarono sullo stesso aereo diretti a Mosca. In pratica, da quel che emerge dall’informativa della Gdf, Meranda e Tizian prima si vedono nell’ufficio del legale, poi partono per la capitale russa, dove si terrà il famoso summit in cui si sarebbe dovuto siglare l’accordo per la fornitura miliardaria, con annessa tangente agli uomini di Salvini. Cioè, fino a ieri tutti credevano che il cerchio magico del segretario leghista si fosse mosso per trovare fonti di finanziamento e fosse atterrato a Mosca. Al Metropol i rappresentanti del Carroccio si sarebbero fatti assistere da un legale, ma poi, quando l’affare era tramontato, qualcuno aveva registrato la conversazione e aveva spifferato tutto ai cronisti. Ma a quanto pare i giornalisti sono stati coinvolti non a cose fatte, o meglio quando l’operazione è abortita, come una specie di ritorsione. No, l’inviato probabilmente era nella partita fin da subito, tanto che oltre ad avere avuto frequenti incontri con Meranda, lo seguì nel viaggio a Mosca. In principio si era detto che il giornalista-007 si era messo a distanza di orecchio dal gruppetto, così da poterne ascoltare la conversazione. Tutto falso. L’incontro - ormai è certo - fu registrato da Meranda, il quale poi si incaricò di consegnare una chiavetta usb al giornalista che si era portato al seguito. A questo punto, sono legittime alcune domande. Perché l’avvocato d’affari parla con Tizian prima ancora che si discuta dell’operazione? Fino a ieri immaginavamo che egli avesse cantato per vendicarsi, inferocito perché il maxi accordo era andato a monte. Ma se così non è, se come pare di capire la compravendita non è mai stata concreta, perché Meranda la anticipa al cronista dell’Espresso? Qual era il suo obiettivo? Guadagnare un mucchio di soldi nel caso la trattativa fosse andata in porto o incastrare qualcuno? La domanda è legittima, perché se la storia va riscritta, va riscritto anche l’epilogo, ovvero la reazione furibonda del mediatore per aver perso lauti guadagni. E se i compensi non sono mai esistiti (e nei prossimi giorni spiegheremo perché), se Meranda era in contatto con il cronista dell’Espresso ben prima del viaggio a Mosca; se l’avvocato ha tenuto costantemente informato Tizian di tutti i passaggi, qual era l’obiettivo del curioso gruppetto? Di certo non la percentuale sul petrolio venduto. E allora, a che cosa miravano Tizian, Meranda e compagni? Come avrete capito, siamo di fronte a un intrigo ben più complesso di quello che finora ci è stato raccontato. Siamo davanti a un’operazione che guarda caso prende vita prima delle elezioni europee del 2019 e ha per protagonista un legale molto inserito nella massoneria. Ma di questo ci occuperemo nei prossimi giorni.
L’aumento dei tassi reali giapponesi azzoppa il meccanismo del «carry trade», la divisa indiana non è più difesa dalla Banca centrale: ignorare l’effetto oscillazioni significa fare metà analisi del proprio portafoglio.
Il rischio di cambio resta il grande convitato di pietra per chi investe fuori dall’euro, mentre l’attenzione è spesso concentrata solo su azioni e bond. Gli ultimi scossoni su yen giapponese e rupia indiana ricordano che la valuta può amplificare o azzerare i rendimenti di fondi ed Etf in valuta estera, trasformando un portafoglio «conservativo» in qualcosa di molto più volatile di quanto l’investitore percepisca.
Per Ursula von der Leyen è «inaccettabile» che gli europei siano i soli a sborsare per il Paese invaso. Perciò rilancia la confisca degli asset russi. Belgio e Ungheria però si oppongono. Così la Commissione pensa al piano B: l’ennesimo prestito, nonostante lo scandalo mazzette.
Per un attimo, Ursula von der Leyen è sembrata illuminata dal buon senso: «È inaccettabile», ha tuonato ieri, di fronte alla plenaria del Parlamento Ue a Strasburgo, pensare che «i contribuenti europei pagheranno da soli il conto» per il «fabbisogno finanziario dell’Ucraina», nel biennio 2026/2027. Ma è stato solo un attimo, appunto. La presidente della Commissione non aveva in mente i famigerati cessi d’oro dei corrotti ucraini, che si sono pappati gli aiuti occidentali. E nemmeno i funzionari lambiti dallo scandalo mazzette (Andrij Yermak), o addirittura coinvolti nell’inchiesta (Rustem Umerov), ai quali Volodymyr Zelensky ha rinnovato lo stesso la fiducia, tanto da mandarli a negoziare con gli americani a Ginevra. La tedesca non pretende che i nostri beneficati facciano pulizia. Piuttosto, vuole costringere Mosca a sborsare il necessario per Kiev. «Nell’ultimo Consiglio europeo», ha ricordato ai deputati riuniti, «abbiamo presentato un documento di opzioni» per sostenere il Paese sotto attacco. «Questo include un’opzione sui beni russi immobilizzati. Il passo successivo», ha dunque annunciato, sarà «un testo giuridico», che l’esecutivo è pronto a presentare.
Luis de Guindos (Ansa)
Nel «Rapporto stabilità finanziaria» il vice di Christine Lagarde parla di «vulnerabilità» e «bruschi aggiustamenti». Debito in crescita, deficit fuori controllo e spese militari in aumento fanno di Parigi l’anello debole dell’Unione.
A Francoforte hanno imparato l’arte delle allusioni. Parlano di «vulnerabilità» di «bruschi aggiustamenti». Ad ascoltare con attenzione, tra le righe si sente un nome che risuona come un brontolio lontano. Non serve pronunciarlo: basta dire crisi di fiducia, conti pubblici esplosivi, spread che si stiracchia al mattino come un vecchio atleta arrugginito per capire che l’ombra ha sede in Francia. L’elefante nella cristalleria finanziaria europea.
Manfred Weber (Ansa)
Manfred Weber rompe il compromesso con i socialisti e si allea con Ecr e Patrioti. Carlo Fidanza: «Ora lavoreremo sull’automotive».
La baronessa von Truppen continua a strillare «nulla senza l’Ucraina sull’Ucraina, nulla sull’Europa senza l’Europa» per dire a Donald Trump: non provare a fare il furbo con Volodymyr Zelensky perché è cosa nostra. Solo che Ursula von der Leyen come non ha un esercito europeo rischia di trovarsi senza neppure truppe politiche. Al posto della maggioranza Ursula ormai è sorta la «maggioranza Giorgia». Per la terza volta in un paio di settimane al Parlamento europeo è andato in frantumi il compromesso Ppe-Pse che sostiene la Commissione della baronessa per seppellire il Green deal che ha condannato l’industria - si veda l’auto - e l’economia europea alla marginalità economica.




