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2021-10-21
Facebook va male, così vuole trasformare la nostra vita in un videogioco
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(Getty Images)
Se volete una spiegazione immediatamente comprensibile, ma anche fortemente inquietante, pensate a Matrix. Se invece ne volete una più rassicurante, ricordatevi Second Life, il mondo virtuale creato nel 2003 da Linden Lab e che ha avuto il suo apice tra il 2007 e il 2013.
Detto nel modo più semplice possibile, il metaverso è una realtà virtuale condivisa tramite Internet, dove si è rappresentati in tre dimensioni attraverso il proprio avatar. È esattamente quello che accadeva ai protagonisti del film dei fratelli (poi diventate sorelle) Wachowski del 1999, solo che loro... non lo sapevano: quello che credevano essere il mondo «vero» era in realtà una iperrealistica simulazione computerizzata che serviva per tenere buoni gli umani convertiti a pile viventi nella società dominata dalle macchine. Erano invece ben consapevoli della finzione gli utenti che qualche anno fa affollarono Second life, mondo parallelo abitato da avatar che prometteva di dare la possibilità a chiunque di essere ciò che desiderava. Il tempo di ingranare e arrivarono i social, dove per inventarsi una vita diversa da quella che si ha nella realtà bastavano i filtri fotografici e qualche status enfatico. Second life diventò un fenomeno di nicchia, che peraltro esiste ancora.
Va detto che, in queste cose, la grafica fa una differenza sostanziale. Quella di Second life era ancora grezza, impacciata, poco coinvolgente. Passi da gigante in questo senso furono però compiuti nel frattempo dal mondo del gaming, dove il metaverso è una realtà affermata da tempo: pensiamo solo ai giochi sparatutto e alle comitive di amici che si collegano nello stesso momento a internet e, ciascuno dalla sua casa, compiono ardite missioni virtuali. Le origini del metaverso nei videogiochi vanno addirittura ricercate negli anni Settanta. È tra il 1972 e il 1973 che il Nasa Ames Research Center e il Mit di Boston creano Maze, poi divenuto Maze War, forse il primo sparatutto della storia. Collegato a un computer centrale, Maze War permise il gioco simultaneo di 32 giocatori, che dovevano darsi la caccia l'un l'altro in un labirinto che certo oggi appare graficamente preistorico, ma che all'epoca era avanguardia pura.
Decenni dopo, l'erede più performante di Maze War è sicuramente Fortnite, che 350 milioni di utenti registrati. Ed è qui che possiamo intravedere l'evoluzione dei metaversi a fini di gaming verso prospettive ulteriori e più social. Basti pensare che, per esempio, recentemente il rapper Travis Scott vi ha tenuto un concerto seguito da 12 milioni di persone tramite il loro avatar (ma con armi disattivate). Le potenzialità di questi strumenti sono immediatamente comprensibili. E infatti molti grandi marchi hanno iniziato a inserire i loro prodotti nelle varie realtà virtuali. Stai dando la caccia ai tuoi nemici, pistola in mano, in un sobborgo malfamato e a un tratto ti trovi davanti un modello virtuale della nuova Ferrari: non ci fai forse un giro?
Insomma, allargare l'universo parallelo del videogoco oltre le frontiere del gioco stesso, usarlo per interfacciarsi con gli amici, ascoltare un concerto, fare una riunione con i colleghi, sperimentare prodotti. Praticamente il videogioco che si trasforma in un social di prossima generazione. Ovviamente la prossima frontiera è quella di dire addio allo schermo e tuffarsi in una realtà virtuale più immersiva. Si capisce, allora, perché Facebook abbia da tempo investito massivamente nei caschi Oculus, rendendoli meno cari di quelli della concorrenza, secondo alcuni analisti accettando persino di andare in perdita. Si trattava, a quanto pare, di una scelta che rientrava in un quadro più grande. Facebook ha anche lanciato Horizon Workrooms, un software per partecipare a riunioni in realtà virtuale. Altro che dirette su Zoom e schermate di colleghi a mezzo busto... Sta di fatto che, oltre a Facebook, anche Microsoft sembra interessata al mondo dei metaversi, mentre in Cina è Tencent che appare lanciata nel settore.
Ovviamente le incognite non mancano. Tecniche, innanzitutto: se ogni colosso della tecnologia si fa il suo metaverso, come interagiranno essi tra loro? Certo, noi saltiamo già quotidianamente da un social all'altro, ma passare da una scheda all'altra del proprio browser è una cosa, staccare da una realtà virtuale onnicomprensiva all'altra sembra più macchinoso. Le incognite maggiori, tuttavia, sono etiche. La dipendenza da internet e le distorsioni che i social creano nella percezione della realtà, soprattutto tra i giovani, sono da tempo al centro del dibattito. Cosa accadrà con i megasocial completamente sganciati dal mondo vero e in cui potremo immergerci a 360°? Le problematiche attuali non si amplificheranno esponenzialmente? Per non parlare dei dilemmi etici. Nella realtà virtuale non vigono le leggi e le norme etiche della realtà vera. E infatti nei videogichi possiamo sparare a destra e a manca. Cosa accadrà quando questa dimensione parallela si amplierà a dismisura, raccogliendo sempre più utenti, di ogni età, per sempre più tempo? Come gestire gli aspetti dark dei metaversi che inevitabilmente emergeranno? Qualcuno vorrà sicuramente approfittare della realtà virtuale per dar sfogo a perversioni abiette: dovremo interpretarla come una preziosa valvola di sfogo per evitare che quelle ossessioni si riversino al di fuori o come il viatico a un caos sociale prossimo venturo? In ogni caso, il futuro sembra tracciato. E pare più complicato che mai.
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Parliamo di metaverso, il business in cui Facebook ha fatto sapere di voler investire 50 milioni di dollari, con un piano per la creazione di 10.000 nuovi posti di lavoro in Europa nei prossimi cinque anni. Lo scorso agosto anche Beppe Grillo, in uno dei suoi ritorni alle utopie casaleggesche, pubblicò sul suo blog uno spiazzante post dal titolo «Siete pronti per il Metaverso?».Se volete una spiegazione immediatamente comprensibile, ma anche fortemente inquietante, pensate a Matrix. Se invece ne volete una più rassicurante, ricordatevi Second Life, il mondo virtuale creato nel 2003 da Linden Lab e che ha avuto il suo apice tra il 2007 e il 2013. Detto nel modo più semplice possibile, il metaverso è una realtà virtuale condivisa tramite Internet, dove si è rappresentati in tre dimensioni attraverso il proprio avatar. È esattamente quello che accadeva ai protagonisti del film dei fratelli (poi diventate sorelle) Wachowski del 1999, solo che loro... non lo sapevano: quello che credevano essere il mondo «vero» era in realtà una iperrealistica simulazione computerizzata che serviva per tenere buoni gli umani convertiti a pile viventi nella società dominata dalle macchine. Erano invece ben consapevoli della finzione gli utenti che qualche anno fa affollarono Second life, mondo parallelo abitato da avatar che prometteva di dare la possibilità a chiunque di essere ciò che desiderava. Il tempo di ingranare e arrivarono i social, dove per inventarsi una vita diversa da quella che si ha nella realtà bastavano i filtri fotografici e qualche status enfatico. Second life diventò un fenomeno di nicchia, che peraltro esiste ancora.Va detto che, in queste cose, la grafica fa una differenza sostanziale. Quella di Second life era ancora grezza, impacciata, poco coinvolgente. Passi da gigante in questo senso furono però compiuti nel frattempo dal mondo del gaming, dove il metaverso è una realtà affermata da tempo: pensiamo solo ai giochi sparatutto e alle comitive di amici che si collegano nello stesso momento a internet e, ciascuno dalla sua casa, compiono ardite missioni virtuali. Le origini del metaverso nei videogiochi vanno addirittura ricercate negli anni Settanta. È tra il 1972 e il 1973 che il Nasa Ames Research Center e il Mit di Boston creano Maze, poi divenuto Maze War, forse il primo sparatutto della storia. Collegato a un computer centrale, Maze War permise il gioco simultaneo di 32 giocatori, che dovevano darsi la caccia l'un l'altro in un labirinto che certo oggi appare graficamente preistorico, ma che all'epoca era avanguardia pura.Decenni dopo, l'erede più performante di Maze War è sicuramente Fortnite, che 350 milioni di utenti registrati. Ed è qui che possiamo intravedere l'evoluzione dei metaversi a fini di gaming verso prospettive ulteriori e più social. Basti pensare che, per esempio, recentemente il rapper Travis Scott vi ha tenuto un concerto seguito da 12 milioni di persone tramite il loro avatar (ma con armi disattivate). Le potenzialità di questi strumenti sono immediatamente comprensibili. E infatti molti grandi marchi hanno iniziato a inserire i loro prodotti nelle varie realtà virtuali. Stai dando la caccia ai tuoi nemici, pistola in mano, in un sobborgo malfamato e a un tratto ti trovi davanti un modello virtuale della nuova Ferrari: non ci fai forse un giro?Insomma, allargare l'universo parallelo del videogoco oltre le frontiere del gioco stesso, usarlo per interfacciarsi con gli amici, ascoltare un concerto, fare una riunione con i colleghi, sperimentare prodotti. Praticamente il videogioco che si trasforma in un social di prossima generazione. Ovviamente la prossima frontiera è quella di dire addio allo schermo e tuffarsi in una realtà virtuale più immersiva. Si capisce, allora, perché Facebook abbia da tempo investito massivamente nei caschi Oculus, rendendoli meno cari di quelli della concorrenza, secondo alcuni analisti accettando persino di andare in perdita. Si trattava, a quanto pare, di una scelta che rientrava in un quadro più grande. Facebook ha anche lanciato Horizon Workrooms, un software per partecipare a riunioni in realtà virtuale. Altro che dirette su Zoom e schermate di colleghi a mezzo busto... Sta di fatto che, oltre a Facebook, anche Microsoft sembra interessata al mondo dei metaversi, mentre in Cina è Tencent che appare lanciata nel settore. Ovviamente le incognite non mancano. Tecniche, innanzitutto: se ogni colosso della tecnologia si fa il suo metaverso, come interagiranno essi tra loro? Certo, noi saltiamo già quotidianamente da un social all'altro, ma passare da una scheda all'altra del proprio browser è una cosa, staccare da una realtà virtuale onnicomprensiva all'altra sembra più macchinoso. Le incognite maggiori, tuttavia, sono etiche. La dipendenza da internet e le distorsioni che i social creano nella percezione della realtà, soprattutto tra i giovani, sono da tempo al centro del dibattito. Cosa accadrà con i megasocial completamente sganciati dal mondo vero e in cui potremo immergerci a 360°? Le problematiche attuali non si amplificheranno esponenzialmente? Per non parlare dei dilemmi etici. Nella realtà virtuale non vigono le leggi e le norme etiche della realtà vera. E infatti nei videogichi possiamo sparare a destra e a manca. Cosa accadrà quando questa dimensione parallela si amplierà a dismisura, raccogliendo sempre più utenti, di ogni età, per sempre più tempo? Come gestire gli aspetti dark dei metaversi che inevitabilmente emergeranno? Qualcuno vorrà sicuramente approfittare della realtà virtuale per dar sfogo a perversioni abiette: dovremo interpretarla come una preziosa valvola di sfogo per evitare che quelle ossessioni si riversino al di fuori o come il viatico a un caos sociale prossimo venturo? In ogni caso, il futuro sembra tracciato. E pare più complicato che mai.
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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