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2022-04-01
Metano in euro, conti in Gazprom. Putin prova a bucare le sanzioni
iStock
La cronaca di ieri forse ci aiuta a mettere un punto fermo in quella che, da un paio di settimane, è diventata la più chiacchierata - e a tratti incomprensibile - querelle sorta dopo l’invasione russa dell’Ucraina: la cosiddetta guerra del rublo. Meno cruenta di quella in corso sul territorio, ma altrettanto combattuta fra le cancellerie internazionali.
In soldoni, la domanda che si fanno in tanti è questa: «Perché Vladimir Putin esige che il gas gli venga in pagato in rubli anziché in euro?». Che, peraltro, sono la valuta - assieme al dollaro - comunemente usata per le transazioni di materie come petrolio o gas? Un modo riaffermare il prestigio internazionale del Cremlino? Il capriccio di un dittatore?
Ieri, Putin ha lanciato un ultimatum: o fate come dico io, o interrompiamo le forniture di metano. Berlino e Parigi non vogliono cedere: «Non accetteremo in alcun modo di pagare il gas» in altre valute, hanno fatto sapere Bruno Le Maire e Robert Habeck. Il nostro Roberto Cingolani, intanto, rassicurava: «Al momento le riserve italiane di gas consentono comunque di mandare avanti le attività del paese anche in caso di brusche ed improbabili interruzioni delle forniture russe». Chi la spunterà? Oggi lo scopriremo. Ma in un certo senso, tutti potrebbero uscirne vincitori - e a breve vi spiegheremo perché.
Invero, a Mosca servono eccome i dollari o gli euro per rimborsare il suo debito in valuta estera. Non così insostenibile: nel 2022 verranno a scadenza 4,7 miliardi di dollari, di cui 2 il prossimo 4 aprile. Certo, le sanzioni per Mosca sono state dolorose. Le sono state confiscate le riserve depositate in giro per il mondo presso altre banche centrali, fra cui la nostra Banca d’Italia, per circa 300 miliardi di dollari. Poco meno della metà rispetto ai complessivi 640 miliardi di cui è in possesso la Banca centrale russa. Insomma, Putin avrebbe comunque le risorse con cui pagare. Ma allora perché i leader occidentali sono così combattivi? Lo stesso Mario Draghi ha dovuto trovare il coraggio di chiamare direttamente Putin. Colloquio in cui «sono stati dati chiarimenti concernenti la decisione di passare al rublo nei pagamenti per le forniture di gas ad alcuni Paesi. Italia inclusa». Così scriveva, un po’ irrispettosamente, in un tweet, l’ambasciata russa in Italia due giorni fa; quasi evocando l’immagine dell’autocrate russo in piedi di fronte a una lavagna che disegnava lo schemino in favore di telecamera, affinché il nostro premier prendesse appunti come uno studente. Ma la cronaca, sfrondata dalle note di colore, sostanzialmente dice questo.
I Paesi considerati «ostili» da Mosca dovranno aprire presso Gazprombank (la banca di Gazprom) «conti speciali» in rubli e in euro. Serviranno a pagare il gas russo. E questa è la prima novità. Tutte le transazioni saranno praticamente centralizzate su Mosca. Non potranno avvenire in nessuna banca occidentale. Sarà Gazprombank, esclusa dalle sanzioni, ad acquistare rubli dalla Banca centrale russa con la valuta depositata dagli importatori occidentali presso la borsa di Mosca durante le ore di contrattazione. Principalmente gli euro. Così, almeno, prevede il decreto del presidente russo pubblicato sul sito del Cremlino, come anticipato dall’agenzia Tass. «La banca autorizzata (vale a dire Gazprombank, ndr), in risposta a un ordine di un acquirente straniero ricevuto secondo quanto stabilito dalle regole, vende la valuta ricevuta dall’acquirente su tale conto durante le ore di scambio alla Borsa di Mosca», recita il decreto. Secondo quanto ricordano fonti informate, finora i pagamenti avvenivano in euro su un conto di Gazprombank. Ma in Lussemburgo. L’escamatoge trovato permette ai Paesi acquirenti di continuare a pagare in euro, così rispettando formalmente i contratti. Gazprombank convertirà poi automaticamente gli euro in rubli, trasferendoli sul conto aperto dai Paesi europei. Quando Gazprom avrà ricevuto il pagamento in rubli, erogherà le forniture di gas. Entro dieci giorni la Banca centrale russa dovrà definire le regole per i conti speciali in valuta destinati ai Paesi acquirenti di gas. Questo precisa il decreto.
Come si può ben capire, il nodo del contendere non sta tanto nella diatriba «mi paghi in rubli - no, ti pago in euro». Bensì in «mi consegni gli euro a Mosca - no, io gli euro te li lascio presso Gazprombank, ma a Lussemburgo». In altre parole, non cambia la valuta di regolamento, che di fatto rimane l’euro. Bensì la piazza dove questi euro vengono consegnati. Mosca, non più Lussemburgo. Non è un dettaglio di lana caprina. Mosca non vuole correre il rischio che, con l’eventuale prolungamento del conflitto, l’Occidente possa inasprire le sanzioni, bloccando i depositi in valuta estera di Gazprom presso Gazprombank in Lussemburgo. E quindi presso la Bce. I nuovi depositi in valuta estera, stoccati presso la Banca centrale russa, non potranno essere congelati come i 300 miliardi di riserve. Ecco perché vincono tutti: i Paesi Ue potrebbero continuare a dire che pagano in euro. Non saranno cioè le banche occidentali a bussare alla Banca centrale russa per convertire gli euro nei rubli per poi pagare il gas. Lo farà Gazprombank per loro. E non la filiale in Lussemburgo, aggredibile da possibili ulteriori sanzioni, bensì Gazprombank di Mosca.
Intanto, per acquistare un dollaro servono 81 rubli. Addirittura, meno degli 83 che si dovevano sborsare prima dell’inizio della guerra. La Borsa di Mosca ha chiuso in rialzo di quasi l’8%. Putin lascia comunque aperta la porta del dialogo. Il decreto prevede la possibilità che alcuni pagamenti non siano effettuati in rubli. Tali eccezioni - spiega la Tass - saranno individuate da una commissione governativa che vigila sugli investimenti stranieri. Putin, quindi, ha dato istruzione di approvare la procedura di autorizzazione entro dieci giorni. In pratica, con questa postilla, Mosca ci dice che applicherà la sua legge per i nemici oppure la interpreterà per gli amici.
L’election day spinge i referendum
Formalmente sarà un election day, ma per arrivare al quorum bisognerà comunque sudare.
Il Consiglio dei ministri di ieri ha stabilito che i cinque referendum promossi dai radicali e dalla Lega sulla giustizia e ammessi dalla Consulta si dovranno tenere il prossimo 12 giugno, contestualmente al primo turno delle amministrative. Una tornata elettorale di assoluto rilievo poiché interesserà circa 1.000 Comuni, tra cui 24 capoluoghi di provincia e quattro capoluoghi di Regione, per un totale di otto milioni e mezzo di elettori interpellati. Un booster verso l’obiettivo perseguito dai promotori dei referendum, dunque, che non garantisce però il raggiungimento della fatidica soglia del 50% più uno degli aventi diritto al voto.
La decisione dell’esecutivo è stata accolta positivamente dal leader leghista Matteo Salvini, che aveva cominciato a pressare Palazzo Chigi e il Viminale in questo senso già all’indomani dell’ammissione dei quesiti. Arrivando in Senato per partecipare all’importante seduta in cui si discuteva il dl Ucraina, Salvini ha dichiarato di essere «contento che hanno ascoltato la Lega», aggiungendo che «si risparmieranno 200 milioni» e che «con i soldi risparmiati per con l’election day chiederemo ulteriori tagli per le bollette».
Quanto al merito dei contenuti, questi riguarderanno esclusivamente materia di giustizia: uno chiede l’abrogazione della norma della legge Severino, che prevede la sospensione fino a 18 mesi di una carica comunale, regionale e parlamentare anche in caso di una condanna in primo grado, mentre un secondo riguarda il restringimento dei casi in cui un magistrato può ricorrere alla carcerazione preventiva. Su questo quesito, all’interno del centrodestra, ha manifestato delle perplessità Fratelli d’Italia, mentre sono tutti d’accordo sul sì alla separazione delle carriere dei magistrati, che dovranno scegliere a inizio carriera se vorranno far parte della magistratura giudicante o di quella requirente, senza poi poter più cambiare. Un altro punto su cui saranno interpellati gli elettori è quello del sistema elettorale del Csm, per il quale i promotori del referendum chiedono di abrogare la norma che obbliga un candidato a trovare una corrente che lo sostenga, mentre a chiudere la rosa dei quesiti c’è quello che fornirebbe, se approvato, agli avvocati la possibilità di esprimersi sulla professionalità dei magistrati nei Consigli giudiziari.
Non è stato invece ammesso a suo tempo dai giudici costituzionali il quesito probabilmente più incisivo e inviso alle toghe tra quelli proposti dai comitati referendari, e cioè quello che avrebbe introdotto, con la vittoria del sì, la responsabilità personale dei magistrati in caso di errori giudiziari.
Sempre tra quelli esclusi, ci sono i due quesiti che hanno suscitato più clamore mediatico e polemiche politiche, vale a dire quelli su eutanasia e liberalizzazione della cannabis, respinti - come ha spiegato di persona il presidente della Consulta, Giuliano Amato - a causa dell’incoerenza della formulazione.
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Ultimatum russo ai Paesi «ostili»: «Aprite depositi pure in rubli nella banca della società fornitrice a Mosca, o da oggi niente gas». Berlino e Parigi: «Non ci piegheremo». E Roberto Cingolani giura: «Le scorte per ora bastano».L’election day spinge i referendum. Il cdm accorpa i quesiti sulla giustizia al voto nei Comuni. Matteo Salvini esulta, ma senza responsabilità delle toghe, cannabis e fine vita raggiungere il quorum sarà arduo.Lo speciale contiene due articoli.La cronaca di ieri forse ci aiuta a mettere un punto fermo in quella che, da un paio di settimane, è diventata la più chiacchierata - e a tratti incomprensibile - querelle sorta dopo l’invasione russa dell’Ucraina: la cosiddetta guerra del rublo. Meno cruenta di quella in corso sul territorio, ma altrettanto combattuta fra le cancellerie internazionali. In soldoni, la domanda che si fanno in tanti è questa: «Perché Vladimir Putin esige che il gas gli venga in pagato in rubli anziché in euro?». Che, peraltro, sono la valuta - assieme al dollaro - comunemente usata per le transazioni di materie come petrolio o gas? Un modo riaffermare il prestigio internazionale del Cremlino? Il capriccio di un dittatore? Ieri, Putin ha lanciato un ultimatum: o fate come dico io, o interrompiamo le forniture di metano. Berlino e Parigi non vogliono cedere: «Non accetteremo in alcun modo di pagare il gas» in altre valute, hanno fatto sapere Bruno Le Maire e Robert Habeck. Il nostro Roberto Cingolani, intanto, rassicurava: «Al momento le riserve italiane di gas consentono comunque di mandare avanti le attività del paese anche in caso di brusche ed improbabili interruzioni delle forniture russe». Chi la spunterà? Oggi lo scopriremo. Ma in un certo senso, tutti potrebbero uscirne vincitori - e a breve vi spiegheremo perché.Invero, a Mosca servono eccome i dollari o gli euro per rimborsare il suo debito in valuta estera. Non così insostenibile: nel 2022 verranno a scadenza 4,7 miliardi di dollari, di cui 2 il prossimo 4 aprile. Certo, le sanzioni per Mosca sono state dolorose. Le sono state confiscate le riserve depositate in giro per il mondo presso altre banche centrali, fra cui la nostra Banca d’Italia, per circa 300 miliardi di dollari. Poco meno della metà rispetto ai complessivi 640 miliardi di cui è in possesso la Banca centrale russa. Insomma, Putin avrebbe comunque le risorse con cui pagare. Ma allora perché i leader occidentali sono così combattivi? Lo stesso Mario Draghi ha dovuto trovare il coraggio di chiamare direttamente Putin. Colloquio in cui «sono stati dati chiarimenti concernenti la decisione di passare al rublo nei pagamenti per le forniture di gas ad alcuni Paesi. Italia inclusa». Così scriveva, un po’ irrispettosamente, in un tweet, l’ambasciata russa in Italia due giorni fa; quasi evocando l’immagine dell’autocrate russo in piedi di fronte a una lavagna che disegnava lo schemino in favore di telecamera, affinché il nostro premier prendesse appunti come uno studente. Ma la cronaca, sfrondata dalle note di colore, sostanzialmente dice questo. I Paesi considerati «ostili» da Mosca dovranno aprire presso Gazprombank (la banca di Gazprom) «conti speciali» in rubli e in euro. Serviranno a pagare il gas russo. E questa è la prima novità. Tutte le transazioni saranno praticamente centralizzate su Mosca. Non potranno avvenire in nessuna banca occidentale. Sarà Gazprombank, esclusa dalle sanzioni, ad acquistare rubli dalla Banca centrale russa con la valuta depositata dagli importatori occidentali presso la borsa di Mosca durante le ore di contrattazione. Principalmente gli euro. Così, almeno, prevede il decreto del presidente russo pubblicato sul sito del Cremlino, come anticipato dall’agenzia Tass. «La banca autorizzata (vale a dire Gazprombank, ndr), in risposta a un ordine di un acquirente straniero ricevuto secondo quanto stabilito dalle regole, vende la valuta ricevuta dall’acquirente su tale conto durante le ore di scambio alla Borsa di Mosca», recita il decreto. Secondo quanto ricordano fonti informate, finora i pagamenti avvenivano in euro su un conto di Gazprombank. Ma in Lussemburgo. L’escamatoge trovato permette ai Paesi acquirenti di continuare a pagare in euro, così rispettando formalmente i contratti. Gazprombank convertirà poi automaticamente gli euro in rubli, trasferendoli sul conto aperto dai Paesi europei. Quando Gazprom avrà ricevuto il pagamento in rubli, erogherà le forniture di gas. Entro dieci giorni la Banca centrale russa dovrà definire le regole per i conti speciali in valuta destinati ai Paesi acquirenti di gas. Questo precisa il decreto. Come si può ben capire, il nodo del contendere non sta tanto nella diatriba «mi paghi in rubli - no, ti pago in euro». Bensì in «mi consegni gli euro a Mosca - no, io gli euro te li lascio presso Gazprombank, ma a Lussemburgo». In altre parole, non cambia la valuta di regolamento, che di fatto rimane l’euro. Bensì la piazza dove questi euro vengono consegnati. Mosca, non più Lussemburgo. Non è un dettaglio di lana caprina. Mosca non vuole correre il rischio che, con l’eventuale prolungamento del conflitto, l’Occidente possa inasprire le sanzioni, bloccando i depositi in valuta estera di Gazprom presso Gazprombank in Lussemburgo. E quindi presso la Bce. I nuovi depositi in valuta estera, stoccati presso la Banca centrale russa, non potranno essere congelati come i 300 miliardi di riserve. Ecco perché vincono tutti: i Paesi Ue potrebbero continuare a dire che pagano in euro. Non saranno cioè le banche occidentali a bussare alla Banca centrale russa per convertire gli euro nei rubli per poi pagare il gas. Lo farà Gazprombank per loro. E non la filiale in Lussemburgo, aggredibile da possibili ulteriori sanzioni, bensì Gazprombank di Mosca. Intanto, per acquistare un dollaro servono 81 rubli. Addirittura, meno degli 83 che si dovevano sborsare prima dell’inizio della guerra. La Borsa di Mosca ha chiuso in rialzo di quasi l’8%. Putin lascia comunque aperta la porta del dialogo. Il decreto prevede la possibilità che alcuni pagamenti non siano effettuati in rubli. Tali eccezioni - spiega la Tass - saranno individuate da una commissione governativa che vigila sugli investimenti stranieri. Putin, quindi, ha dato istruzione di approvare la procedura di autorizzazione entro dieci giorni. 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Una tornata elettorale di assoluto rilievo poiché interesserà circa 1.000 Comuni, tra cui 24 capoluoghi di provincia e quattro capoluoghi di Regione, per un totale di otto milioni e mezzo di elettori interpellati. Un booster verso l’obiettivo perseguito dai promotori dei referendum, dunque, che non garantisce però il raggiungimento della fatidica soglia del 50% più uno degli aventi diritto al voto. La decisione dell’esecutivo è stata accolta positivamente dal leader leghista Matteo Salvini, che aveva cominciato a pressare Palazzo Chigi e il Viminale in questo senso già all’indomani dell’ammissione dei quesiti. Arrivando in Senato per partecipare all’importante seduta in cui si discuteva il dl Ucraina, Salvini ha dichiarato di essere «contento che hanno ascoltato la Lega», aggiungendo che «si risparmieranno 200 milioni» e che «con i soldi risparmiati per con l’election day chiederemo ulteriori tagli per le bollette». Quanto al merito dei contenuti, questi riguarderanno esclusivamente materia di giustizia: uno chiede l’abrogazione della norma della legge Severino, che prevede la sospensione fino a 18 mesi di una carica comunale, regionale e parlamentare anche in caso di una condanna in primo grado, mentre un secondo riguarda il restringimento dei casi in cui un magistrato può ricorrere alla carcerazione preventiva. Su questo quesito, all’interno del centrodestra, ha manifestato delle perplessità Fratelli d’Italia, mentre sono tutti d’accordo sul sì alla separazione delle carriere dei magistrati, che dovranno scegliere a inizio carriera se vorranno far parte della magistratura giudicante o di quella requirente, senza poi poter più cambiare. Un altro punto su cui saranno interpellati gli elettori è quello del sistema elettorale del Csm, per il quale i promotori del referendum chiedono di abrogare la norma che obbliga un candidato a trovare una corrente che lo sostenga, mentre a chiudere la rosa dei quesiti c’è quello che fornirebbe, se approvato, agli avvocati la possibilità di esprimersi sulla professionalità dei magistrati nei Consigli giudiziari. Non è stato invece ammesso a suo tempo dai giudici costituzionali il quesito probabilmente più incisivo e inviso alle toghe tra quelli proposti dai comitati referendari, e cioè quello che avrebbe introdotto, con la vittoria del sì, la responsabilità personale dei magistrati in caso di errori giudiziari. Sempre tra quelli esclusi, ci sono i due quesiti che hanno suscitato più clamore mediatico e polemiche politiche, vale a dire quelli su eutanasia e liberalizzazione della cannabis, respinti - come ha spiegato di persona il presidente della Consulta, Giuliano Amato - a causa dell’incoerenza della formulazione.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».