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2025-12-09{{ subpage.title }}
La proposta prevede cifre monstre da far sobbarcare agli Stati per garantire gli aiuti a Kiev. A rischio la stabilità dell’intera Ue.Sembrava scontato che non sarebbero riusciti a farlo; adesso c’è da temere che lo facciano davvero. A costo di spararsi su un piede. L’ultima crociata dell’Ue è il prestito di riparazione all’Ucraina garantito dagli asset russi congelati. La scadenza per sbloccare l’impasse sull’ennesima elargizione economica, cruciale per Kiev, che nel 2026 si ritroverà un buco di bilancio da 71,7 miliardi di euro, è il Consiglio del 18 e 19 dicembre prossimi. Vedremo se, pur di dare un segno di vitalità e dimostrare che può portare avanti questa guerra senza il sostegno statunitense, l’Europa deciderà di accelerare i tempi della sua estinzione, per la quale Donald Trump credeva servissero almeno vent’anni.Politico ha esaminato la proposta che la Commissione porterà al tavolo, con cui ha provato a tenere conto delle preoccupazioni del Belgio. A parte le ovvie ritorsioni dal Cremlino, il Paese guidato da Bart De Wever teme che le Corti lo costringano a restituire il denaro sottratto a Mosca e, attualmente, detenuto da una società con sede a Bruxelles, Euroclear. Un compromesso sarebbe possibile: gli Stati membri dell’Unione dovrebbero confermare la propria disponibilità a sobbarcarsi l’onere, ciascuno in ragione del proprio Pil. È così che nascono le cifre monstre che ogni Paese dovrebbe impegnare: per l’Italia, si tratterebbe di 25,1 miliardi di euro, il 12% del totale di 185 miliardi, ai quali ne andrebbero sommati altri 25, depositati in vari istituti di credito privati e rispetto al cui utilizzo la Francia ha già alzato un muro. Per capire meglio l’enormità della cifra, è sufficiente sapere che la legge di Bilancio 2026 vale circa 18 miliardi complessivi. Sarebbe come se, pur di mandare in porto il progetto caldeggiato da Ursula von der Leyen e Kaja Kallas, dovessimo varare un’altra manovra, ma più pesante di quella che le Camere dovranno licenziare entro fine anno.Ovviamente, c’è chi sarebbe costretto a sforzi maggiori di noi: a Parigi toccherebbe garantire 34 miliardi (il 16,2% del prestito), a Berlino addirittura 51,3 (il 24,4%). Dietro Roma, invece, ci sarebbe Madrid, con 18,9 miliardi di «assicurazione». Alla fine, al Belgio toccherebbe rendere disponibili poco più di 7 miliardi. Venerdì scorso, il premier De Wever ha incontrato il cancelliere Friedrich Merz, il quale gli ha ribadito che la Germania è decisa a mettere mano al portafoglio. Peccato che le coperture finanziarie non siano l’unico problema all’orizzonte.La Commissione crede di poter aggirare il requisito dell’unanimità in Consiglio, asserendo che l’intervento sugli asset non equivarrebbe a una sanzione. In questo modo, anziché il consenso dei 27, sarebbe sufficiente una maggioranza qualificata di favorevoli. Resta il fatto che, se attuato, quello che è a tutti gli effetti un furto determinerebbe un gravissimo precedente. Sarebbe capace di danneggiare la reputazione del Vecchio continente e scoraggerebbe gli investimenti e il trasferimento di capitali. Intendiamoci: se foste la banca centrale di una nazione non perfettamente allineata all’Ue, dopo aver visto cosa è successo agli asset russi, andreste mai a depositare i vostri quattrini in un posto nel quale, se capitasse un serio incidente politico, rischiereste di perderli? Secondo il Financial Times, la confisca dei beni di Mosca metterebbe in pericolo il valore e la credibilità della stessa moneta unica, in quanto valuta di riserva stabile. Per non parlare del potenziale impatto sugli spread, a causa del tracollo della fiducia nell’Europa. Un bel paradosso, dopo che ai cittadini sono stati imposti anni e anni di sacrifici e austerità, in nome della salvezza dell’euro e del contenimento dei differenziali tra titoli di Stato. Versata la tassa Monti, ci imporranno la tassa Zelensky?Andrebbe pure segnalato che il prestito non risolverebbe i guai dell’Ucraina. I bisogni del Paese non si esauriranno certo nel 2026: l’anno successivo, stando alle stime dell’esecutivo Ue, Volodymyr Zelensky o chi gli succederà avranno bisogno di oltre 63 miliardi, tra risorse con cui tenere in piedi la macchina amministrativa e spese militari; dal 2028, il budget per la difesa si assesterebbe a 21,5 miliardi. Ma solo se la guerra finisse per il 31 dicembre di quest’anno. E non sembra che Bruxelles si stia facendo in quattro affinché ciò accada.Ieri, una portavoce della Commissione, Paula Pinho, ha confermato che tra dieci giorni si potrà «adottare» la proposta sugli asset. «Ci stiamo assicurando che l’ambito coperto non sia limitato a Euroclear», ha annunciato, «ma sia in realtà più ampio e che ci siano garanzie». Se così fosse, lo scenario illustrato da Politico potrebbe essere persino troppo ottimistico. D’altronde, il piano B, come aveva avvisato la Kallas, è altrettanto tragico: comporterebbe un prestito ponte agli alleati, ossia un anticipo erogato tramite indebitamento comune. Sempre soldi nostri. E poi dicono che l’Europa non è votata al suicidio…
Guido Guidesi (Ansa)
L’assessore Guido Guidesi a Roma presenta alla stampa estera la nuova strategia della Regione: «Non puntiamo a essere soltanto i più attrattivi in Italia, ma a diventare piattaforma competitiva per i capitali internazionali». Tre imprese straniere spiegano la loro scelta.
Lombardia alza l’asticella. Non si accontenta più del primato nazionale nell’attrazione di investimenti esteri: punta a diventare «hub europeo». La nuova strategia è stata presentata ieri a Palazzo Grazioli a Roma, nella sede dell’Associazione della Stampa Estera: da attrattore nazionale a piattaforma competitiva per i capitali internazionali.
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
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Dal Sud America all’Europa, fino all’Asia e all’Oceania, il narcotraffico cambia rotte, usa nuove tecnologie e aggira i controlli. Il report di InSight Crime mostra un sistema criminale sempre più flessibile, globale e difficile da fermare.
Mentre gli Stati Uniti rilanciano una strategia sempre più aggressiva nella cosiddetta «guerra alla droga», il narcotraffico globale dimostra di essersi già spostato su un altro livello. Il report di InSight Crime sui sequestri di cocaina nel 2025 restituisce l’immagine di un sistema tutt’altro che in crisi: un mercato dinamico, flessibile e capace di adattarsi rapidamente alle pressioni degli Stati, modificando rotte, tecnologie e destinazioni.
Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 maggio 2026. La deputata della Lega Simona Loizzo ci spiega come le terapie digitali saranno prescrivibili anche in Italia.
Illeciti e lavori edilizi mai iniziati: il Fisco congela altri 4 miliardi di crediti ai furbetti. Solo nel 2025, un terzo dei fondi pubblici non era dovuto. Un buco nero che ci ha impedito di uscire dalla procedura d’infrazione Ue.
I furbetti del Superbonus hanno impedito l’uscita dell’Italia dalla procedura d’infrazione e costretto il governo a chiedere lo scostamento di bilancio, oltre a restringere i margini di manovra della prossima legge di bilancio. La Verità lo ha messo in evidenza da tempo ma ieri è anche emerso l’ammontare degli illeciti e delle truffe.
Sono numeri da brivido. L’offensiva della macchina fiscale, come riportato dal Sole 24 Ore, ha bloccato in tre mesi 4,1 miliardi di frodi sotto forma di crediti inesistenti o irregolari, impedendo che venissero utilizzati in compensazione con F24, il che avrebbe reso impossibile o molto difficile recuperarli. L’impatto dell’operazione sui conti pubblici è importante. Senza il lavoro di intercettazione degli uomini del Fisco, queste frodi si sarebbero aggiunte alla mole degli 8,4 miliardi indicati nel Documento di finanza pubblica (Dfp) quali crediti di spesa per il 2025.
Il dato più impressionante emerso dall’analisi è il tasso di irregolarità riscontrato sulle nuove comunicazioni. Il 33% dei crediti è stato ritenuto a rischio e quindi non utilizzabile in compensazione. Praticamente un euro su tre dei crediti che emergono dalle ultime fatture per le spese 2025 è stato fermato per illeciti. Probabilmente questi furbetti hanno voluto cogliere al volo l’ultima opportunità offerta dall’agevolazione pur non avendo i requisiti. Con la chiusura delle finestre temporali e il decalage delle aliquote è scattata una corsa frenetica a salire sull’ultimo vagone del Superbonus.
Il Fisco ha seguito due piste: i controlli preventivi, che hanno consentito di scartare 1,8 miliardi di crediti, e le attività di analisi del rischio attraverso le quali sono stati individuati 2,3 miliardi di euro di crediti da Superbonus che rispondevano a un identikit di pericolosità. Si è arrivati così a 4,1 miliardi di illeciti intercettati e bloccati. Le irregolarità riguardavano anche fatture emesse per lavori che in realtà al 31 dicembre 2025 non sono stati realizzati in parte o del tutto. Le indagini del Fisco hanno dovuto tener conto di una variabile, ovvero che per le spese 2025 i lavori potevano essere completati entro il 31 dicembre dell’anno passato ma le opzioni per cessioni e sconto in fattura potevano essere comunicate all’amministrazione finanziaria fino al 16 marzo scorso. Questo vuol dire avviare un monitoraggio costante senza mai abbassare la guardia.
Il Fisco è impegnato dal 2021 nell’azione di monitoraggio di tutti i bonus edilizi, quindi non solo del Superbonus. Cinque anni fa, infatti, fu necessario intervenire d’urgenza con il decreto antifrodi per bloccare i fenomeni di irregolarità che si stavano verificando. Da allora la quantità dei crediti rifiutati per tutti gli interventi ha quasi raggiunto i 9,4 miliardi di euro. Il Superbonus si aggiudica l’Oscar delle truffe (circa 6,8 miliardi) ma anche il bonus facciate non è da meno: gli stop del Fisco agli utilizzi in compensazione sono arrivati a superare 1,3 miliardi nel corso degli anni in cui poteva essere utilizzato.
Emerge anche la realtà di 4.000 condomini che sono rimasti in una sorta di limbo. Cioè vittime di imprese spuntate dal nulla, dall’oggi al domani, dopo il 2021, per cavalcare l’onda del Superbonus. Hanno preso delle commesse, che in parte hanno eseguito, lasciandole poi a metà. I condomini, committenti di questi lavori, si trovano alle prese con detrazioni non maturate, somme da pagare in contanti, crediti fiscali fruiti in modo formalmente illegittimo, e possibili verifiche future da parte dell’Agenzia delle entrate.
Dai dati del ministero dell’Economia, dell’Istat e dell’Agenzia delle entrate, emerge che l’impatto complessivo del Superbonus sui conti pubblici è di 174 miliardi. Una cifra vicina all’intero valore del Pnrr, che tra fondi europei e nazionali vale 194 miliardi. Quindi una gigantesca misura di spesa pubblica. Un’onda che si è ingigantita nel tempo (all’inizio le previsioni parlavano di poche decine di miliardi), quando è parso chiaro che il provvedimento poteva anche essere cavalcato in modo illecito e non solo per utili e regolari interventi edilizi. Senza l’intervento della Guardia di finanza con le contestazioni e i sequestri dei crediti fiscali dichiarati in modo fraudolento, l’onere per il bilancio pubblico sarebbe stato di circa 183 miliardi, quindi ben superiore alla cifra di 174 miliardi a cui si è arrivati. Cifre che rendono chiaramente l’idea del peso del Superbonus sul deficit.
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