Francesco Lorenzi, classe 1982, era un ragazzo di Thiene (Vicenza) appassionato di musica che in parrocchia poneva domande profonde sul senso della vita, ottenendo risposte ritenute deludenti o dogmatiche. Ciò suscitò in lui un sentimento anticlericale. Fondò un gruppo punk, i Sun Eats Hours, che ottennero un rilevante successo internazionale, giungendo a esibirsi anche con i Cure, tra le band cult di questo inquieto genere. Le sue domande originarie, tuttavia, restavano latenti e inevase, quasi un grido. Allo specchio iniziò a guardarsi negli occhi. E progressivamente intuì le ragioni del suo stato. Ciò che cercava non era il punk nichilista fatto di musica arrabbiata e di eccessi. La sua e poi quella dei suoi amici della band, il cui nuovo nome divenne The Sun, fu una svolta cristiana e, nello specifico, cattolica. Nei testi dei brani l’italiano soppiantò l’inglese. Voglio coraggio, ad esempio, è nato dopo l’illuminazione. «Notte fonda, buio pesto / Fisso il vuoto che detesto / Il mondo piange in un inferno / Voglio uscire dal silenzio [...] Tutto parte da noi / Voglio coraggio / Io credo in Te e cambio il mondo». Il rock cristiano - o christian rock - della band non sfuggì alla Santa Sede che vi riscontrò uno strumento efficace per arrivare al cuore dei giovani e al loro linguaggio. Il cardinale Gianfranco Ravasi, insigne biblista, lo invitò all’assemblea sulle culture giovanili del Pontificio Consiglio della Cultura e scrisse la prefazione del suo libro autobiografico La strada del Sole (Rizzoli). L’anima dei The Sun, autore, voce e chitarra, oggi vive a Marostica (Vicenza). L’ultimo album del gruppo reca il titolo Fuoco dentro.
Ricordiamo la formazione dei The Sun, tu, Riccardo Rossi, Matteo Reghelin, Gianluca Menegozzo…
«È la formazione originaria alla quale, nel 2015, si è aggiunto Andrea Cerato e anche lui ha condiviso con noi un cammino spirituale».
Provieni da una famiglia cattolica. Ma diventasti anticlericale.
«La mia famiglia era cattolica ma non particolarmente praticante. Un ambiente tiepido, con una religiosità piuttosto superficiale. Avevo un sentimento anticlericale forte perché, nell’ambiente parrocchiale, quando a 10-12 anni ponevo agli animatori domande sul senso profondo della vita, non trovavo risposte adeguate ed ero liquidato in modo sbrigativo. Poi la mia vita, con il gruppo punk, ha preso un’altra direzione. L’ambiente punk era anticlericale. Non si poteva parlare di nulla che avesse a che fare con la fede cattolica».
Il successo internazionale dei Sun Eats Hours. Tuttavia, allo specchio, ti interrogavi sulle cause della tua infelicità.
«È un momento sacro quello in cui una persona, guardandosi allo specchio, riesce a togliersi varie maschere, un processo che dura una vita. Era l’estate del 2007. Stavamo facendo un tour di 102 concerti in dieci Stati, tra Europa e Giappone. Sin da ragazzino avevo idealizzato il fatto di poter arrivare a quel punto, immaginando che sarei stato felice. Invece, prima di salire su palcoscenici importanti, dentro il mio sguardo scorgevo un vuoto, una mancanza di senso, di pace, che mi scavavano dentro. “Perché non sono felice se è la vita che ho sempre sognato?”. Era una voragine ma anche un’opportunità».
Il gruppo era sul punto di sciogliersi per litigi interni ed eccessi…
«Purtroppo era tipico dell’ambiente. Eccedere nell’alcol, negli stupefacenti, nel sesso porta gravissime conseguenze. I litigi erano una ovvia conseguenza. Per l’alcolismo di Ricky, il batterista con cui avevo fondato la band, amici da sempre, eravamo sul punto di dividerci. Lavorare insieme era diventato davvero difficile. Io non avevo mai avuto grande affezione per l’alcol e le droghe. Talvolta ho esagerato ma mai diventato dipendente. Ma la parte relazionale, sessuale, era molto… Vivere la sessualità in modo disordinato e superficiale lascia molti segni nell’anima».
Il ruolo dei tuoi genitori, di tua madre Bianca…
«Era la fine di ottobre del 2007. Avevo appena concluso quella tournée con un futuro roseo per la mia carriera. Dovevamo andare negli Stati Uniti. Ma stavo vivendo quella grande crisi personale. Convivevo con una ragazza spagnola ma tornavo spesso a casa dei miei genitori perché c’era la possibilità di ascoltarsi e confrontarsi. Questa è stata una grande benedizione, sapevo di poter contare su di loro al cento per cento. Mia madre, quella sera, quasi in punta di piedi, mi disse: “Sai, qui vicino, nel teatro di una parrocchia, fanno un incontro”. Mi sembrava una cosa bizzarra, assurda, non frequentavo più la Chiesa da oltre dieci anni».
Come ti cambiò quell’incontro?
«Trovai ragazzi con una vita ordinaria che magari sognavano di avere una vita come la mia ma sicuramente erano più felici di me. Respiravo autenticità, tra loro si volevano bene. Mi chiesi “perché vengo da un ambiente che reclama fraternità, amicizia, condivisione e queste cose non ci sono?”».
Il cammino conseguente?
«Quei ragazzi iniziarono a diventare degli amici. Li vedevo ogni settimana. Tornai ad andare a messa, il sacramento della riconciliazione ma soprattutto l’adorazione eucaristica settimanale, notturna, dall’una alle 2 di notte nella cappellina della parrocchia di san Sebastiano a Thiene, la preghiera e la meditazione, e questo fece la differenza, l’incontro con Gesù, l’opportunità di sentire nel profondo la sua presenza viva, qui e adesso, ora, del Signore Gesù. Iniziai a sentire che la nostra vita è chiamata all’eternità. Se ciò che vivo oggi ha un effetto così duraturo da incidere sull’eternità, è inevitabile che avvenga un processo di rinascita».
Iniziasti a scrivere i testi dei tuoi brani in italiano…
«La scelta di scrivere in italiano fu un’esigenza. La prima cosa che il Signore fa quando entra nella nostra vita è aiutarci a discernere tra ciò che è autentico e ciò che non lo è, tra ciò che è nella Luce e ciò che è nell’ombra, ricordando il Vangelo di Giovanni. È la battaglia che c’è dentro di noi».
L’ampia platea dei vostri proseliti, all’estero, si trovò spiazzata…
«Questa svolta fu un suicidio discografico. Dovevamo scrivere il quinto album in inglese che ci avrebbe portato negli Stati Uniti, una sorta di Terra promessa per una band come la nostra. Restammo senza un contratto discografico, senza un disco in uscita. Nessuno capì cosa stavo vivendo. Tournée cancellata. Per circa un anno non ebbi il coraggio di condividere con i miei compagni del gruppo le ragioni profonde di quel cambiamento. Avevo paura del giudizio, perché nel nostro mondo la fede è un tema tabù».
Poi, come ti ponesti con i tuoi amici della band?
«Quando rimasi senza nulla compresi che, come altri ragazzi mi avevano testimoniato, Gesù è la via, la verità e la vita e dovevo prendermi cura del mio prossimo, innanzitutto aprendo il mio cuore con Riccardo, Matteo e Gianluca. Feci esperienza di cosa può fare lo Spirito Santo. Pensavo di vederli andarsene via. Ma iniziarono invece a farsi domande profonde e giuste per uscire da certe situazioni, Matteo uscire dalle droghe, Gianluca riprendere in mano la sua vita perché aveva una forte depressione, Ricky uscire dall’alcolismo. Ho visto i miei fratelli rinascere. Poi ricominciammo da zero».
Cambiaste anche il nome.
«Prima ci chiamavamo Sun Eats Hours, el sole magna le ore, come si dice in Veneto, cioè “non perdere tempo”, “la vita finisce”, ok, ma il sole c’è sempre, l’eternità, quindi il sole non mangiava più le ore».
Il 6 febbraio 2013 il cardinal Ravasi, pontificio consiglio della cultura, v’invitò alla Lumsa di Roma, a riflettere sul tema «I giovani e la fede: cosa avvicina e cosa allontana un giovane dalla Chiesa?». Qual è la tua risposta a questa domanda?
«Come quel ragazzino che ero io che faceva domande scomode con il bisogno di risposte serie e adulte, nel cuore di ogni ragazzo c’è questa sete. Cristianesimo e cattolicesimo hanno le più straordinarie verità da condividere ma sono comunicate male. La musica è uno strumento potentissimo ma deve essere supportata dalla vita, dalle esperienze insieme. Organizziamo tanti pellegrinaggi, in Terra Santa, in Giordania, sul cammino di Santiago con altre persone in ricerca, sacerdoti, teologi… La Parola non è morta, è un essere vivente, se capiamo questo la nostra vita si trasforma».
Come ti poni di fronte al pensiero del morire?
«Faccio un esercizio della buona morte, tutti i santi ce lo insegnano».
E l’aldilà?
«Quando ho incominciato questo percorso di fede non avrei nemmeno lontanamente immaginato la quantità di luce che sarebbe entrata nella mia vita. Secondo me ciò che troveremo nell’aldilà è esattamente questo».
Sogno dei miei sogni: «Continuo il mio viaggio anche senza noi / Mi manchi da fare male / Dimmi, dove sei? [...]». Ti riferisci a un amore terreno?
«Questo si riferisce a una mia ex fidanzata. Ma a volte nei miei testi si pensa a una storia d’amore terrena mentre sto parlando di una relazione con Dio».
In fondo le due sfere sono intrecciate. In questo momento stai vivendo una storia d’amore, sei fidanzato?
«Ho una fidanzata, sì».
E i tuoi compagni dei The Sun?
«Matteo è sposato e gli altri due entrambi fidanzati».
Pensi di sposarti?
«Ci sto lavorando».