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2020-11-26
Messe a numero chiuso in Francia. Scintille tra Macron e i vescovi
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Le parole di Emmanuel Macron sono riuscite, una volta di più, a far arrabbiare i vescovi e i cattolici di Francia. Martedì sera, il presidente francese è intervenuto in diretta tv - per l'ottava volta dall'inizio della pandemia - con l'obiettivo di illustrare ai suoi connazionali le soluzioni individuate per la ripresa delle attività economiche e sociali dopo il secondo lockdown. In estrema sintesi, si è appreso che la Francia ricomincerà a vivere un po' più normalmente a partire da sabato 28 novembre. Da quel giorno, anche i negozi non essenziali potranno riaprire le porte al pubblico, a condizione che rispettino il rapporto di una persona ogni otto metri quadri di superficie. Gli esercizi commerciali potranno restare aperti anche la domenica per recuperare il tempo perduto. Bar, ristoranti, palestre e impianti sciistici, resteranno chiusi invece fino almeno alla metà di gennaio. Il capo di Stato francese ha spiegato anche che, se la diffusione del virus nato in Cina dovesse continuare a rallentare, il 15 dicembre prossimo verrà chiarito se si procederà con le aperture o se, al contrario, sarà necessario tirare il freno a mano.
Gli annunci relativi alle riaperture hanno fatto tirare un sospiro di sollievo ai negozianti, ma quelli sulla ripresa delle celebrazioni nei luoghi di culto hanno lasciato perplessi i cattolici d'Oltralpe. Questo perché Emmanuel Macron ha annunciato che ai riti religiosi potranno partecipare solo trenta persone alla volta, come avviene attualmente per i funerali. Sebbene il capo dello Stato francese non abbia ventilato ipotesi estreme - come quella minacciata dal ministro Roberto Speranza di sopprimere la messa di mezzanotte - deve aver fatto saltare sulla sedia i vescovi transalpini. In effetti, poco dopo alla fine del discorso, i presuli d'Oltralpe hanno diffuso un comunicato estremamente critico. Nella nota, la conferenza episcopale francese (Cef) si è detta «delusa e, allo stesso tempo, sorpresa» dalle parole di Macron a proposito del limite di persone autorizzate a partecipare alle celebrazioni religiose. Per i prelati transalpini la decisione «non è conforme alle discussioni svoltesi in queste ultime settimane con i ministri coinvolti» nella questione. In effetti, continua il comunicato della Cef, «la Chiesa cattolica ha proposto nel suo protocollo uno spazio di quattro metri quadri attorno ad ogni fedele e un'occupazione parziale delle chiese» fino al massimo a «un terzo della capacità».
Il capo dei vescovi francesi, monsignor Eric de Moulins-Beaufort, ha chiesto al capo dello Stato di rivedere questa misura. Nella mattinata di ieri, una nuova nota della Cef, ha rivelato che oggi sarebbero stati resi noti i nuovi limiti per l'accoglienza delle persone negli edifici di culto. Il comunicato ha rivelato anche che il presidente della Repubblica e quello della conferenza episcopale, si sono parlati al telefono poco dopo l'allocuzione televisiva. Lo scivolone compiuto da Emmanuel Macron, ha mostrato una volta di più la mancanza di sensibilità della burocrazia francese, nei confronti delle legittime richieste dei cattolici transalpini. In effetti, sorprende il fatto che nemmeno uno tra gli alti funzionari dello Stato francese - formatisi nelle grandi scuole di alta amministrazione d'Oltralpe - abbia pensato che la regola degli otto metri quadri si potesse applicare non solo ai negozi ma anche alle chiese. Dopo tutto, però, la Francia è la patria di una laïcité nata dall'anticlericalismo della rivoluzione del 1789, e che da decenni è alimentata anche dalla passività di una parte dell'episcopato transalpino rispetto al potere politico. Questa laicità permea tutto l'apparato statale. Quindi, per i burocrati transalpini, il fatto che in una cattedrale, rispetto ad una chiesetta di campagna, possano stare a debita distanza ben più di trenta fedeli, deve essere apparso come un fatto assolutamente irrilevante.
Indipendentemente da dove verrà posta l'asticella del numero massimo di partecipanti alle messe, le parrocchie francesi si stanno organizzando per moltiplicare il numero delle celebrazioni. In alcune chiese parigine, ci si muove per arrivare a celebrare otto o più messe domenicali, comprese le prefestive. Il discorso si fa più complicato per le zone di provincia dove il numero dei preti è più limitato e le parrocchie coprono la superficie di numerosi comuni. In certe zone si sta anche meditando sull'ipotesi di affiancare alle messe trasmesse su internet, dei momenti ad hoc per ricevere l'Eucaristia, in modo di rimanere in comunione con il resto della Chiesa. Esperienze simili sono state compiute durante questo secondo lockdown, soprattutto a Parigi e in altre grandi città francesi, quando le messe «con il popolo» erano vietate. La sensazione è che, almeno una parte dei cattolici, stia pensando a delle soluzioni concrete per scongiurare il pericolo di un Natale caratterizzato dall'«isolamento spirituale» in aggiunta a quello fisico, dovuto al Covid.
Camus alla sbarra per un tweet
Dal castello di Plieux, in Occitania, al Tribunal judiciaire di Parigi ci sono 702 chilometri di strada. Tanti ne ha percorsi ieri, in pieno lockdown, lo scrittore Renaud Camus, per rispondere a una convocazione dei giudici della XVII chambre, la sezione del tribunale parigino dedicata ai reati a mezzo stampa. Quale urgenza giudiziaria ha imposto a un uomo di 74 anni di attraversare la Francia, in mezzo alla pandemia, a dispetto di qualsiasi prudenza sanitaria? Semplice: lo scrittore è stato chiamato a rispondere di un tweet. Non siamo nelle famigerate «democrature» dell'Est Europa che tanto preoccupano le anime belle di Bruxelles, ma nella Francia patria dei diritti dell'uomo. Il tweet in questione, datato 18 aprile 2019, recita testualmente: «Una scatola di profilattici offerti in Africa significa tre annegati in meno nel Mediterraneo, centomila euro di risparmio per la Caf (Caisse d'allocations familiales, ndr), due celle di prigione liberate e tre centimetri di banchisa di ghiaccio conservati». «Frasi ignobili», tuonò la Licra, la Ligue internationale contre le racisme et l'antisémitisme, che denunciò lo scrittore. Cosa ci sia di ignobile in un pensiero che punta il dito, sia pur in modo caustico, contro il tema della sovrappopolazione, non è chiaro. È quello che fanno, in fin dei conti, anche Greta Thunberg e compagnia cantante, con la sola differenza che loro vorrebbero la limitazione delle nascite degli unici popoli poco prolifici al mondo: gli europei.
L'ex europarlamentare del Front national, oggi scrittore e tra gli animatori dell'Institut Iliade, Jean-Yves Le Gallou, ha presenziato all'udienza di ieri e ha così riassunto la giornata su Twitter: «Seduta conclusa alla Lubjanka (definizione sarcastica del tribunale, paragonato alla sede del Kgb, ndr) per il processo a Renaud Camus. Il procuratore ha chiesto 4 mesi di prigione con la condizionale e 5.000 euro di ammenda. I sicofanti “antirazzisti" diverse decine di migliaia di euro per i danni e le spese. La sentenza il 10 febbraio 2021».
Non è la prima volta che Camus sperimenta le attenzioni della giustizia politica. A gennaio di quest'anno, era stato condannato a due mesi di prigione con la condizionale e a risarcire con 1.800 euro ciascuna delle due associazioni antirazziste costituitesi parti civili, ovvero Sos Racisme e la Licra. In quel caso gli era stato contestato un discorso pronunciato il 9 novembre 2017 a Colombey-les-deux Eglises in cui aveva detto che «l'immigrazione è divenuta invasione» da parte di «popoli ostili, vendicativi, carichi d'odio e conquistatori». Camus aveva inoltre detto: «Se per disgrazia accadesse che la sola alternativa che ci fosse lasciata fosse tra sottomissione o guerra, allora guerra, cento volte».
Poche settimane prima, peraltro, era stato assolto il conduttore e scrittore Yann Moix, che nel 2017 aveva definito in tv Camus come «abbastanza antisemita», venendone denunciato. I giudici hanno stabilito che Moix stava riferendo «un giudizio di valore sulla personalità» di Camus, senza contestargli «un fatto preciso». Nel 2015, Camus era stato inoltre condannato a 4.000 euro di multa per incitamento all'odio contro i musulmani per dei discorsi tenuti nel 2010.
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Il presidente ha fissato il limite a 30 partecipanti: con la regola degli 8 metri quadrati, i luoghi di culto sono equiparati agli esercizi commerciali. Ma almeno non è in discussione (come in Italia) il rito di NataleIeri, in pieno lockdown, lo scrittore di 74 anni ha dovuto percorrere 700 chilometri per presentarsi ai giudici e rispondere di un post social. Chiesti 4 mesi di prigioneLo speciale contiene due articoliLe parole di Emmanuel Macron sono riuscite, una volta di più, a far arrabbiare i vescovi e i cattolici di Francia. Martedì sera, il presidente francese è intervenuto in diretta tv - per l'ottava volta dall'inizio della pandemia - con l'obiettivo di illustrare ai suoi connazionali le soluzioni individuate per la ripresa delle attività economiche e sociali dopo il secondo lockdown. In estrema sintesi, si è appreso che la Francia ricomincerà a vivere un po' più normalmente a partire da sabato 28 novembre. Da quel giorno, anche i negozi non essenziali potranno riaprire le porte al pubblico, a condizione che rispettino il rapporto di una persona ogni otto metri quadri di superficie. Gli esercizi commerciali potranno restare aperti anche la domenica per recuperare il tempo perduto. Bar, ristoranti, palestre e impianti sciistici, resteranno chiusi invece fino almeno alla metà di gennaio. Il capo di Stato francese ha spiegato anche che, se la diffusione del virus nato in Cina dovesse continuare a rallentare, il 15 dicembre prossimo verrà chiarito se si procederà con le aperture o se, al contrario, sarà necessario tirare il freno a mano.Gli annunci relativi alle riaperture hanno fatto tirare un sospiro di sollievo ai negozianti, ma quelli sulla ripresa delle celebrazioni nei luoghi di culto hanno lasciato perplessi i cattolici d'Oltralpe. Questo perché Emmanuel Macron ha annunciato che ai riti religiosi potranno partecipare solo trenta persone alla volta, come avviene attualmente per i funerali. Sebbene il capo dello Stato francese non abbia ventilato ipotesi estreme - come quella minacciata dal ministro Roberto Speranza di sopprimere la messa di mezzanotte - deve aver fatto saltare sulla sedia i vescovi transalpini. In effetti, poco dopo alla fine del discorso, i presuli d'Oltralpe hanno diffuso un comunicato estremamente critico. Nella nota, la conferenza episcopale francese (Cef) si è detta «delusa e, allo stesso tempo, sorpresa» dalle parole di Macron a proposito del limite di persone autorizzate a partecipare alle celebrazioni religiose. Per i prelati transalpini la decisione «non è conforme alle discussioni svoltesi in queste ultime settimane con i ministri coinvolti» nella questione. In effetti, continua il comunicato della Cef, «la Chiesa cattolica ha proposto nel suo protocollo uno spazio di quattro metri quadri attorno ad ogni fedele e un'occupazione parziale delle chiese» fino al massimo a «un terzo della capacità». Il capo dei vescovi francesi, monsignor Eric de Moulins-Beaufort, ha chiesto al capo dello Stato di rivedere questa misura. Nella mattinata di ieri, una nuova nota della Cef, ha rivelato che oggi sarebbero stati resi noti i nuovi limiti per l'accoglienza delle persone negli edifici di culto. Il comunicato ha rivelato anche che il presidente della Repubblica e quello della conferenza episcopale, si sono parlati al telefono poco dopo l'allocuzione televisiva. Lo scivolone compiuto da Emmanuel Macron, ha mostrato una volta di più la mancanza di sensibilità della burocrazia francese, nei confronti delle legittime richieste dei cattolici transalpini. In effetti, sorprende il fatto che nemmeno uno tra gli alti funzionari dello Stato francese - formatisi nelle grandi scuole di alta amministrazione d'Oltralpe - abbia pensato che la regola degli otto metri quadri si potesse applicare non solo ai negozi ma anche alle chiese. Dopo tutto, però, la Francia è la patria di una laïcité nata dall'anticlericalismo della rivoluzione del 1789, e che da decenni è alimentata anche dalla passività di una parte dell'episcopato transalpino rispetto al potere politico. Questa laicità permea tutto l'apparato statale. Quindi, per i burocrati transalpini, il fatto che in una cattedrale, rispetto ad una chiesetta di campagna, possano stare a debita distanza ben più di trenta fedeli, deve essere apparso come un fatto assolutamente irrilevante.Indipendentemente da dove verrà posta l'asticella del numero massimo di partecipanti alle messe, le parrocchie francesi si stanno organizzando per moltiplicare il numero delle celebrazioni. In alcune chiese parigine, ci si muove per arrivare a celebrare otto o più messe domenicali, comprese le prefestive. Il discorso si fa più complicato per le zone di provincia dove il numero dei preti è più limitato e le parrocchie coprono la superficie di numerosi comuni. In certe zone si sta anche meditando sull'ipotesi di affiancare alle messe trasmesse su internet, dei momenti ad hoc per ricevere l'Eucaristia, in modo di rimanere in comunione con il resto della Chiesa. Esperienze simili sono state compiute durante questo secondo lockdown, soprattutto a Parigi e in altre grandi città francesi, quando le messe «con il popolo» erano vietate. La sensazione è che, almeno una parte dei cattolici, stia pensando a delle soluzioni concrete per scongiurare il pericolo di un Natale caratterizzato dall'«isolamento spirituale» in aggiunta a quello fisico, dovuto al Covid.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/messe-a-numero-chiuso-in-francia-scintille-tra-macron-e-i-vescovi-2649044411.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="camus-alla-sbarra-per-un-tweet" data-post-id="2649044411" data-published-at="1606329988" data-use-pagination="False"> Camus alla sbarra per un tweet Dal castello di Plieux, in Occitania, al Tribunal judiciaire di Parigi ci sono 702 chilometri di strada. Tanti ne ha percorsi ieri, in pieno lockdown, lo scrittore Renaud Camus, per rispondere a una convocazione dei giudici della XVII chambre, la sezione del tribunale parigino dedicata ai reati a mezzo stampa. Quale urgenza giudiziaria ha imposto a un uomo di 74 anni di attraversare la Francia, in mezzo alla pandemia, a dispetto di qualsiasi prudenza sanitaria? Semplice: lo scrittore è stato chiamato a rispondere di un tweet. Non siamo nelle famigerate «democrature» dell'Est Europa che tanto preoccupano le anime belle di Bruxelles, ma nella Francia patria dei diritti dell'uomo. Il tweet in questione, datato 18 aprile 2019, recita testualmente: «Una scatola di profilattici offerti in Africa significa tre annegati in meno nel Mediterraneo, centomila euro di risparmio per la Caf (Caisse d'allocations familiales, ndr), due celle di prigione liberate e tre centimetri di banchisa di ghiaccio conservati». «Frasi ignobili», tuonò la Licra, la Ligue internationale contre le racisme et l'antisémitisme, che denunciò lo scrittore. Cosa ci sia di ignobile in un pensiero che punta il dito, sia pur in modo caustico, contro il tema della sovrappopolazione, non è chiaro. È quello che fanno, in fin dei conti, anche Greta Thunberg e compagnia cantante, con la sola differenza che loro vorrebbero la limitazione delle nascite degli unici popoli poco prolifici al mondo: gli europei. L'ex europarlamentare del Front national, oggi scrittore e tra gli animatori dell'Institut Iliade, Jean-Yves Le Gallou, ha presenziato all'udienza di ieri e ha così riassunto la giornata su Twitter: «Seduta conclusa alla Lubjanka (definizione sarcastica del tribunale, paragonato alla sede del Kgb, ndr) per il processo a Renaud Camus. Il procuratore ha chiesto 4 mesi di prigione con la condizionale e 5.000 euro di ammenda. I sicofanti “antirazzisti" diverse decine di migliaia di euro per i danni e le spese. La sentenza il 10 febbraio 2021». Non è la prima volta che Camus sperimenta le attenzioni della giustizia politica. A gennaio di quest'anno, era stato condannato a due mesi di prigione con la condizionale e a risarcire con 1.800 euro ciascuna delle due associazioni antirazziste costituitesi parti civili, ovvero Sos Racisme e la Licra. In quel caso gli era stato contestato un discorso pronunciato il 9 novembre 2017 a Colombey-les-deux Eglises in cui aveva detto che «l'immigrazione è divenuta invasione» da parte di «popoli ostili, vendicativi, carichi d'odio e conquistatori». Camus aveva inoltre detto: «Se per disgrazia accadesse che la sola alternativa che ci fosse lasciata fosse tra sottomissione o guerra, allora guerra, cento volte». Poche settimane prima, peraltro, era stato assolto il conduttore e scrittore Yann Moix, che nel 2017 aveva definito in tv Camus come «abbastanza antisemita», venendone denunciato. I giudici hanno stabilito che Moix stava riferendo «un giudizio di valore sulla personalità» di Camus, senza contestargli «un fatto preciso». Nel 2015, Camus era stato inoltre condannato a 4.000 euro di multa per incitamento all'odio contro i musulmani per dei discorsi tenuti nel 2010.
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«Oggi è il giorno dell’orgoglio di una patria, la nostra patria», ha esordito il ministro, richiamando il valore della patria come «sacro dovere» da difendere, in linea con i principi della Costituzione italiana.
Nel suo intervento, Valditara ha distinto tra «sano patriottismo» e «aggressivo nazionalismo», sottolineando la volontà di collocare il tema dell’identità nazionale in una dimensione legata alla storia, alle radici e alla convivenza civile.
Sul tema dell’immigrazione, ha affermato che la civiltà italiana ed europea ha sempre saputo accogliere chi desidera costruirsi «Onestamente» un futuro, ma a condizione del rispetto delle leggi e delle regole condivise: «Non è razzismo» sostenere che l’integrazione «non è una banale inclusione» e non può significare accettare chiunque a prescindere.
Il ministro ha poi respinto ogni accusa di discriminazione: «La discriminazione e l’odio non ci appartengono». E ha aggiunto un passaggio polemico: «Non ci sono solo i fascisti, ci sono certamente anche i comunisti, i loro epigoni e i loro discendenti».
Nella parte finale del discorso, Valditara ha affrontato anche il tema linguistico, criticando «asterischi, schwa e generi neutri», ritenuti contrari a una civiltà che — secondo il ministro — riconosce la pari dignità tra uomo e donna.
L’intervento ha ribadito una linea centrata su difesa della patria, radici culturali, integrazione fondata su regole e rifiuto di quelle che il ministro definisce derive ideologiche.
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«Sono qui perché amo la libertà e amo stare con chi ama la libertà». Mario Giordano apre così il suo intervento, la manifestazione Senza Paura organizzata dalla Lega di Matteo Salvini. Di fronte a più di 2000 persone, il giornalista lo fa con un richiamo diretto a quello che definisce il valore centrale della battaglia politica e culturale di oggi: la libertà di non avere paura, la libertà di sentirsi padroni a casa propria, la libertà di pronunciare perfino parole che, sostiene, sono diventate proibite. Tra queste, anche «remigrazione». Da lì parte un attacco frontale contro la narrazione che per anni ha accompagnato il fenomeno migratorio.
Secondo Giordano, agli italiani «Hanno raccontato un sacco di palle»: che gli immigrati sarebbero stati una risorsa, che avrebbero sostenuto il sistema pensionistico, che avrebbero portato benefici diffusi. Per il giornalista, invece, i vantaggi si sarebbero concentrati altrove: negli interessi degli scafisti, dei trafficanti, delle mafie, della criminalità e di chi, a suo dire, ha costruito affari sul «business della solidarietà». Il punto centrale del suo ragionamento è economico e sociale. Giordano sostiene infatti che l’immigrazione sia stata utilizzata come strumento per comprimere diritti e salari dei lavoratori italiani. Non una risorsa, dunque, ma «La più gigantesca opera di distruzione dei diritti dei lavoratori e degli stipendi dei lavoratori», dice dal palco, collegando direttamente questo processo al peggioramento delle condizioni di vita nelle città. Ed è proprio sul tema della sicurezza che il discorso si fa ancora più duro. Giordano descrive città ridotte a luoghi in cui, afferma, è diventato pericoloso fare qualsiasi cosa: prendere un treno, salire su un autobus, uscire perfino per portare a spasso il cane. Non solo. Denuncia anche un sistema che, secondo lui, impedirebbe perfino di difendersi, citando il caso di carabinieri finiti sotto processo dopo l'inseguimento di Ramy Elgaml. «È uno schifo», scandisce.
L’ultima parte dell’intervento si sposta sul terreno identitario e religioso. Giordano rivendica la sua idea di «Europa cristiana», fondata sulle radici, sulla fede dei padri e dei nonni. Dice di non poter accettare un continente in cui, a suo giudizio, «Scompaiono le chiese e compaiono le moschee», dove si tolgono i simboli cristiani e avanzano altre presenze religiose e culturali. Da qui l’affondo più duro contro quelle che definisce aree d’Europa in cui starebbe prendendo piede la Sharia, una legge che giudica incompatibile con la storia, la Costituzione e la civiltà europea. Nel finale, il bersaglio diventa un imam di Brescia, citato da Giordano per dichiarazioni choc sui matrimoni con bambine. «Quello è un pedofilo e va cacciato dal nostro Paese», conclude tra gli applausi del popolo dei Patrioti.
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Beppe Sala (Ansa)
Anche perché il problema è che arriva dopo anni in cui Sala ha governato la città in direzione opposta, aprendo ai grandi investitori, agevolando la centralità della rendita immobiliare, trattando il patrimonio pubblico sempre più come qualcosa da valorizzare o dismettere, non da usare come leva sociale.
Il punto non è la battuta, ma sono i provvedimenti favorevoli ai costruttori. Per tredici anni il Comune non ha aggiornato adeguatamente proprio quegli oneri di urbanizzazione che i privati devono pagare quando costruiscono (e che servono alla comunità). E non basta: nelle inchieste urbanistiche è emerso anche il meccanismo di interventi trattati come ristrutturazioni, con semplice Scia, invece che come nuove costruzioni, con contributi ancora più bassi per i privati e un buco potenziale di centinaia di milioni di euro. In altre parole, prima a Milano si è consentito ai costruttori di pagare meno del dovuto, poi Sala ha cominciato a piangere sui soldi che mancavano. E adesso prova perfino a rifarsi una verginità politica parlando di tassa sui ricchi, quando per anni i veri sconti li ha fatti a chi costruiva e speculava sulla città.
Lo stesso schema si vede nella gestione del patrimonio comunale: Largo Treves 1, ex sede dell’assessorato alle Politiche sociali, venduto nel 2021 per 52,7 milioni, e corso Vercelli 22, messo all’asta nel 2020 e poi finito in operazioni di sviluppo privato, non sono episodi isolati, ma il riflesso di una linea che il Comune stesso, nei suoi atti, ha definito di «valorizzazione» e «dismissione» del patrimonio immobiliare pubblico. In sostanza: usare il patrimonio pubblico non come leva sociale, ma come patrimonio da collocare sul mercato.
San Siro è il caso più evidente. La stima dell’Agenzia delle Entrate parla di 197 milioni complessivi, ma Luigi Corbani ha contestato con argomenti precisi proprio quella base di partenza: secondo l’ex vicesindaco, nel valore del Meazza sarebbe stato considerato solo il corrispettivo ordinario della concessione, circa 6 milioni annui, e non l’intero contributo vicino agli 11 milioni. Partendo dai proventi di bilancio 2000-2024, oltre 259 milioni complessivi, Corbani sostiene che il solo stadio potrebbe valere tra 125 e 218 milioni; e che, applicando alle aree il valore di monetizzazione fissato dalla stessa giunta comunale, il totale dell’operazione arriverebbe vicino ai 403 milioni. Anche contestando i numeri resta il punto politico che Corbani ha messo a fuoco: il Comune ha trattato come inevitabile una vendita fondata su una valutazione contestata e ritenuta favorevole ai privati.
Lo stesso vale per la M4: un project financing presentato come modello moderno, ma costruito in larghissima parte con soldi pubblici e poi chiuso con un assegno da circa 225 milioni a Webuild e Hitachi per rilevarne le quote residue attraverso Atm. Più che una prova di forza del pubblico, è sembrata la liquidazione comoda dei soci privati, liberati nel momento in cui i rischi residui e gli eventuali extracosti restano in capo al Comune e quindi ai cittadini. Messa così, la frase di Sala sui ricchi non appare di certo una svolta, ma l’ultimo artificio retorico di un sindaco che, arrivato alla fine del mandato, finisce quasi per prendere in giro i milanesi, parlando come se i problemi della città li scoprisse solo adesso. Eppure, Milano resta sempre più ostile al ceto medio: a marzo 2026 comprare casa costava in media 5.645 euro al metro quadro, mentre affittare 70 metri quadri richiede oltre 1.550 euro al mese.
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