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2023-08-17
«Zero riforme e flop degli azzurri». I meloniani all’attacco di Gravina
Gabriele Gravina (Imagoeconomica)
Sono in molti ad attendersi un colpo di scena, tra le tante sollecitazioni che bombardano il calcio nostrano dopo le dimissioni di Roberto Mancini da Ct della nazionale. C’è chi ipotizza un consiglio straordinario di Lega Serie A per fare il punto della situazione. Non è un mistero che Gabriele Gravina, gran capo della Figc, sia finito sotto attacco dopo aver perso per strada il condottiero degli azzurri sulla panchina. Mancini, in maniera nemmeno troppo velata, gli ha puntato contro il dito, dopo aver annunciato il suo addio con un’email inviata da Mykonos. Non si riconosceva più nel modo di lavorare collettivo, dice in buona sostanza l’ex Ct, amareggiato anche per la perdita progressiva dei suoi collaboratori più fidati (nel riassetto dell’organigramma, gli era rimasto vicino soltanto Fausto Salsano, dopo che Chicco Evani aveva deciso di mollare perché non avrebbe gradito la voce che imponeva Leonardo Bonucci tra i nuovi membri dello staff).
«Gravina e io pensavamo cose opposte. Se avesse voluto, avrebbe potuto trattenermi, ma non l’ha fatto», dice Mancini, che ora è blandito da redditizie sirene arabe per diventare Ct della selezione saudita. Poi è intervenuta la politica. Qualche giorno fa, Salvatore Caiata, deputato di Fdi, di Gravina aveva invocato l’addio: «In un Paese normale, un presidente delegittimato dai risultati e umiliato dal tecnico della Nazionale, comprenderebbe che il suo percorso è terminato. E invece no, pur di restare agganciato ai privilegi autocreati, ci si dimentica dei risultati dell’ultimo triennio. Ogni anno per iniziare un campionato professionistico si passa sub judice inserendo le X ai calendari facendo finta di nulla, con un uso arbitrario di norme e regolamenti». Oggi il parlamentare di maggioranza non recede dalle sue posizioni: «Cinque anni fa Gravina aveva circostanziato la sua candidatura a presidente Figc in virtù di un programma di riforme che però non mi risulta essere stato attuato. Quello è il punto, il nostro calcio ha bisogno di essere riformato e di stabilire al suo interno regole precise». Questo sul piano istituzionale. Poi c’è il versante sportivo: «La mancata qualificazione ai Mondiali e la mancata qualificazione alle Olimpiadi dell’Under 21 suonano molto pesanti». C’è chi rimarca pure come l’assegnazione di Euro 2032 a metà tra Italia e Turchia somigli a un favore ai turchi, che hanno stadi all’avanguardia e possono presentarsi in Europa con robusto potere contrattuale, consentendoci soltanto di mettere una pezza alle nostre magagne. All’Italia sola, l’organizzazione dell’europeo non sarebbe stata assegnata. Caiata commenta: «C’erano due Paesi in lizza, hanno deciso di accordarsi e questo non è un male. C’è ancora tempo, è prematuro ipotizzare come andranno le cose, di sicuro con una pianificazione adeguata, e magari una governance migliore, faremo bella figura». Sebbene il parlamentare sottolinei l’indipendenza dello sport dalla politica, c’è tempo per una considerazione sui vivai: «Penso che l’Italia abbia giovani talentuosi, occorre metterli nelle condizioni di emergere, magari nel nostro campionato, magari con scelte coraggiose». Ora che la discussione ha messo il piede nei palazzi della politica, sarebbe interessante conoscere un parere di Andrea Abodi, ministro dello Sport.
Il giorno delle dimissioni di Mancini, dichiarò: «Sono dispiaciuto e perplesso, è una decisione che arriva a sorpresa a Ferragosto, tutto è molto strano. Mi viene da pensare: le nomine dello staff tecnico azzurro annunciate recentemente erano state concordate con Mancini o no?». Poi più nulla. Ma il vaso di Pandora del pallone nostrano sgonfio è ormai aperto: i calendari di serie cadetta sono immersi nel turbine delle decisioni dei tribunali, tra ricorsi, regole poco chiare come nel caso del Lecco calcio, club attanagliato dall’incertezza se iscriversi alla B o no, gli impianti sportivi sono inadeguati se comparati con quelli europei, le norme a geometria variabile sono applicate a seconda dei club, oltre all’onta di aver vissuto due Mondiali da spettatori. Insomma, pur non intaccando l’autonomia dello sport, la politica batta un colpo e lo salvi.
De Laurentiis gioca la carta Spalletti sul Bari
Luciano Spalletti sta per essere annunciato come nuovo Ct della Nazionale, si mormora nei corridoi di palazzo, ma solo nel fine settimana verrà ufficializzata la notizia. Magari, dicono i maligni, ciò avverrà aggirando la clausola prevista nel contratto dell’allenatore col Napoli, se la Figc si dimostrasse conciliante con Aurelio De Laurentiis e gli permettesse di mantenere la doppia proprietà di partenopei e Bari (come già gli è consentito grazie a una deroga valida fino al 2029). Beninteso, sono solo voci, volatili come l’aria. Ma le voci si sommano alle tante altre che hanno condito una vicenda da romanzo: qualche ingrediente tragico shakespeariano, un pizzico di Liala nel definire i rapporti tra l’allenatore sessantaquattrenne di Certaldo e il suo (quasi) ex datore di lavoro, sullo sfondo di triangolazioni che vedono la Figc sulla graticola dopo le dimissioni di Roberto Mancini.
Il tecnico toscano, reduce da uno scudetto leggendario alla guida del Napoli, è la prima scelta per sostituire il Mancio. Siglerebbe un’intesa con la Nazionale fino al 2026, con uno stipendio di circa 4,5 milioni netti all’anno. Resta da capire in che modo verrà sciolto il nodo del vincolo che lo lega al Napoli. Circa 3 milioni (ora sarebbero 2,6, perché è stabilito che la cifra si abbassi di 250.000 euro ogni mese fino all’inizio dell’anno prossimo) da versare nelle casse dei partenopei: così De Laurentiis si era cautelato nel caso il suo allenatore avesse deciso di rinunciare alla panchina dei campioni d’Italia e, anziché star fermo un anno, si fosse accasato in una società concorrente. Il punto è che la Nazionale non è un club concorrente, è la Nazionale. Una faccenda teoricamente diversa. «Ma i soldi, formalmente, devono essere comunque versati», aveva commentato Matteo Grassani, avvocato esperto di diritto sportivo, «il vincolo è pensato per ristorare il Napoli e non fa eccezione che ci sia di mezzo una federazione anziché un club». Si crea un precedente giuridico, tanto per cambiare. In Italia capita spesso. Con molte ipotesi a corredo. Forzare la mano con le vie legali è una di queste. Un’altra, come si diceva, sarebbe quella di concedere al patron del Napoli di mantenere il controllo sulla Società sportiva Bari anche qualora il Bari venisse promosso in A. Oggi sarebbe impossibile, il regolamento vieta a una medesima proprietà di controllare due club in uno stesso torneo. E infatti il presidente partenopeo aveva ipotizzato di cedere la compagine pugliese a un fondo americano o a qualcuno «di affidabile e qualificato».
Ma da tempo ai piani alti della Uefa c’è chi ipotizza una rivoluzione. Aleksandr Ceferin, a capo della massima istituzione calcistica europea, starebbe valutando l’idea di abolire il veto sulle multiproprietà nelle leghe continentali. I danari in ballo sono tanti, alla Uefa farebbero comodo. Lipsia e Salisburgo, di proprietà Red bull, che militano in campionati diversi, hanno già disputato assieme la Champions league. Poi ci sono Milan e Tolosa in mano a Redbird. Soprattutto, ci sono le carriolate di soldi del Qatar, con gli emiri che hanno nelle mani Psg, Manchester city, Manchester united, e non intendono fermarsi. Insomma, si tratterebbe di trasformare l’Europa in quella Superlega per straricchi che Ceferin, formalmente, osteggiava. Ecco allora che un’asse Uefa-Figc garantirebbe il buon esito dell’eventualità. Nel caso l’insinuazione restasse infondata, si valuterebbero ulteriori supposizioni. De Laurentiis, di suo, è stato irremovibile: «Ne faccio una questione di principio. Dobbiamo evolverci, superare un atteggiamento dilettantistico e affrontare le sfide guardando al rispetto delle regole delle imprese e del mercato. Non consentire alla regola di diventare una deroga», dice il capo di Filmauro, che però della deroga sulle multiproprietà ha in verità beneficiato, pur dichiarandosi pronto a vendere il Bari. E però il suo attacco a Gravina è frontale: «Appare sorprendente che si arrivi a poche settimane da due gare importanti per l’Italia (con la Macedonia del Nord e l’Ucraina ndr), subendo le dimissioni di Mancini. Significa non saper mantenere i rapporti con i propri collaboratori inducendoli alle dimissioni».
In tutto questo, Spalletti premerebbe per sedersi il prima possibile sulla panchina azzurra. Il suo idillio con De Laurentiis è stato appassionato, ma mai sbocciato davvero. Da un lato perché pare che il patron del Napoli gli avesse promesso un super premio in caso di vittoria dello scudetto, senza poi concederglielo. Dall’altro perché il diritto di opzione per il rinnovo del contratto del tecnico sarebbe stato comunicato al diretto interessato con la fredda burocrazia di una pec, senza giubilo per il primo posto consolidato. Due caratteri inconciliabili, i loro, a volte pungolati da diverse discussioni sulla gestione tecnica del club. «Me ne vado per troppo amore», disse a giugno Spalletti, ma il suo commento somigliava alla fidanzata che lascia il compagno perché «lo ama troppo», passeggiando su un tappeto sotto al quale sono nascosti chili di polvere. Il futuro però pare scandito, tra mille cicalecci: in qualche maniera, l’accordo con l’Italia ci sarà. E le linguacce già si sono scatenate sugli anni a venire: dopo l’Italia, Spalletti allenerà la Juventus al posto di Ceferin Allegri, dicono svariati amanti della dietrologia.
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Salvatore Caiata (Fdi): serve una svolta. Ma Andre Abodi tace. Spunta l’ipotesi di un consiglio federale.Aurelio De Laurentiis potrebbe rinunciare al risarcimento da 3 milioni e sbloccare la nomina dell’allenatore come nuovo Ct della Nazionale, in cambio di una norma che gli consenta di mantenere la proprietà sia dei partenopei sia della squadra pugliese.Lo speciale contiene due articoli.Sono in molti ad attendersi un colpo di scena, tra le tante sollecitazioni che bombardano il calcio nostrano dopo le dimissioni di Roberto Mancini da Ct della nazionale. C’è chi ipotizza un consiglio straordinario di Lega Serie A per fare il punto della situazione. Non è un mistero che Gabriele Gravina, gran capo della Figc, sia finito sotto attacco dopo aver perso per strada il condottiero degli azzurri sulla panchina. Mancini, in maniera nemmeno troppo velata, gli ha puntato contro il dito, dopo aver annunciato il suo addio con un’email inviata da Mykonos. Non si riconosceva più nel modo di lavorare collettivo, dice in buona sostanza l’ex Ct, amareggiato anche per la perdita progressiva dei suoi collaboratori più fidati (nel riassetto dell’organigramma, gli era rimasto vicino soltanto Fausto Salsano, dopo che Chicco Evani aveva deciso di mollare perché non avrebbe gradito la voce che imponeva Leonardo Bonucci tra i nuovi membri dello staff). «Gravina e io pensavamo cose opposte. Se avesse voluto, avrebbe potuto trattenermi, ma non l’ha fatto», dice Mancini, che ora è blandito da redditizie sirene arabe per diventare Ct della selezione saudita. Poi è intervenuta la politica. Qualche giorno fa, Salvatore Caiata, deputato di Fdi, di Gravina aveva invocato l’addio: «In un Paese normale, un presidente delegittimato dai risultati e umiliato dal tecnico della Nazionale, comprenderebbe che il suo percorso è terminato. E invece no, pur di restare agganciato ai privilegi autocreati, ci si dimentica dei risultati dell’ultimo triennio. Ogni anno per iniziare un campionato professionistico si passa sub judice inserendo le X ai calendari facendo finta di nulla, con un uso arbitrario di norme e regolamenti». Oggi il parlamentare di maggioranza non recede dalle sue posizioni: «Cinque anni fa Gravina aveva circostanziato la sua candidatura a presidente Figc in virtù di un programma di riforme che però non mi risulta essere stato attuato. Quello è il punto, il nostro calcio ha bisogno di essere riformato e di stabilire al suo interno regole precise». Questo sul piano istituzionale. Poi c’è il versante sportivo: «La mancata qualificazione ai Mondiali e la mancata qualificazione alle Olimpiadi dell’Under 21 suonano molto pesanti». C’è chi rimarca pure come l’assegnazione di Euro 2032 a metà tra Italia e Turchia somigli a un favore ai turchi, che hanno stadi all’avanguardia e possono presentarsi in Europa con robusto potere contrattuale, consentendoci soltanto di mettere una pezza alle nostre magagne. All’Italia sola, l’organizzazione dell’europeo non sarebbe stata assegnata. Caiata commenta: «C’erano due Paesi in lizza, hanno deciso di accordarsi e questo non è un male. C’è ancora tempo, è prematuro ipotizzare come andranno le cose, di sicuro con una pianificazione adeguata, e magari una governance migliore, faremo bella figura». Sebbene il parlamentare sottolinei l’indipendenza dello sport dalla politica, c’è tempo per una considerazione sui vivai: «Penso che l’Italia abbia giovani talentuosi, occorre metterli nelle condizioni di emergere, magari nel nostro campionato, magari con scelte coraggiose». Ora che la discussione ha messo il piede nei palazzi della politica, sarebbe interessante conoscere un parere di Andrea Abodi, ministro dello Sport. Il giorno delle dimissioni di Mancini, dichiarò: «Sono dispiaciuto e perplesso, è una decisione che arriva a sorpresa a Ferragosto, tutto è molto strano. Mi viene da pensare: le nomine dello staff tecnico azzurro annunciate recentemente erano state concordate con Mancini o no?». Poi più nulla. Ma il vaso di Pandora del pallone nostrano sgonfio è ormai aperto: i calendari di serie cadetta sono immersi nel turbine delle decisioni dei tribunali, tra ricorsi, regole poco chiare come nel caso del Lecco calcio, club attanagliato dall’incertezza se iscriversi alla B o no, gli impianti sportivi sono inadeguati se comparati con quelli europei, le norme a geometria variabile sono applicate a seconda dei club, oltre all’onta di aver vissuto due Mondiali da spettatori. Insomma, pur non intaccando l’autonomia dello sport, la politica batta un colpo e lo salvi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/meloniani-attacco-gravina-figc-2663996304.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="de-laurentiis-gioca-la-carta-spalletti-sul-bari" data-post-id="2663996304" data-published-at="1692273363" data-use-pagination="False"> De Laurentiis gioca la carta Spalletti sul Bari Luciano Spalletti sta per essere annunciato come nuovo Ct della Nazionale, si mormora nei corridoi di palazzo, ma solo nel fine settimana verrà ufficializzata la notizia. Magari, dicono i maligni, ciò avverrà aggirando la clausola prevista nel contratto dell’allenatore col Napoli, se la Figc si dimostrasse conciliante con Aurelio De Laurentiis e gli permettesse di mantenere la doppia proprietà di partenopei e Bari (come già gli è consentito grazie a una deroga valida fino al 2029). Beninteso, sono solo voci, volatili come l’aria. Ma le voci si sommano alle tante altre che hanno condito una vicenda da romanzo: qualche ingrediente tragico shakespeariano, un pizzico di Liala nel definire i rapporti tra l’allenatore sessantaquattrenne di Certaldo e il suo (quasi) ex datore di lavoro, sullo sfondo di triangolazioni che vedono la Figc sulla graticola dopo le dimissioni di Roberto Mancini. Il tecnico toscano, reduce da uno scudetto leggendario alla guida del Napoli, è la prima scelta per sostituire il Mancio. Siglerebbe un’intesa con la Nazionale fino al 2026, con uno stipendio di circa 4,5 milioni netti all’anno. Resta da capire in che modo verrà sciolto il nodo del vincolo che lo lega al Napoli. Circa 3 milioni (ora sarebbero 2,6, perché è stabilito che la cifra si abbassi di 250.000 euro ogni mese fino all’inizio dell’anno prossimo) da versare nelle casse dei partenopei: così De Laurentiis si era cautelato nel caso il suo allenatore avesse deciso di rinunciare alla panchina dei campioni d’Italia e, anziché star fermo un anno, si fosse accasato in una società concorrente. Il punto è che la Nazionale non è un club concorrente, è la Nazionale. Una faccenda teoricamente diversa. «Ma i soldi, formalmente, devono essere comunque versati», aveva commentato Matteo Grassani, avvocato esperto di diritto sportivo, «il vincolo è pensato per ristorare il Napoli e non fa eccezione che ci sia di mezzo una federazione anziché un club». Si crea un precedente giuridico, tanto per cambiare. In Italia capita spesso. Con molte ipotesi a corredo. Forzare la mano con le vie legali è una di queste. Un’altra, come si diceva, sarebbe quella di concedere al patron del Napoli di mantenere il controllo sulla Società sportiva Bari anche qualora il Bari venisse promosso in A. Oggi sarebbe impossibile, il regolamento vieta a una medesima proprietà di controllare due club in uno stesso torneo. E infatti il presidente partenopeo aveva ipotizzato di cedere la compagine pugliese a un fondo americano o a qualcuno «di affidabile e qualificato». Ma da tempo ai piani alti della Uefa c’è chi ipotizza una rivoluzione. Aleksandr Ceferin, a capo della massima istituzione calcistica europea, starebbe valutando l’idea di abolire il veto sulle multiproprietà nelle leghe continentali. I danari in ballo sono tanti, alla Uefa farebbero comodo. Lipsia e Salisburgo, di proprietà Red bull, che militano in campionati diversi, hanno già disputato assieme la Champions league. Poi ci sono Milan e Tolosa in mano a Redbird. Soprattutto, ci sono le carriolate di soldi del Qatar, con gli emiri che hanno nelle mani Psg, Manchester city, Manchester united, e non intendono fermarsi. Insomma, si tratterebbe di trasformare l’Europa in quella Superlega per straricchi che Ceferin, formalmente, osteggiava. Ecco allora che un’asse Uefa-Figc garantirebbe il buon esito dell’eventualità. Nel caso l’insinuazione restasse infondata, si valuterebbero ulteriori supposizioni. De Laurentiis, di suo, è stato irremovibile: «Ne faccio una questione di principio. Dobbiamo evolverci, superare un atteggiamento dilettantistico e affrontare le sfide guardando al rispetto delle regole delle imprese e del mercato. Non consentire alla regola di diventare una deroga», dice il capo di Filmauro, che però della deroga sulle multiproprietà ha in verità beneficiato, pur dichiarandosi pronto a vendere il Bari. E però il suo attacco a Gravina è frontale: «Appare sorprendente che si arrivi a poche settimane da due gare importanti per l’Italia (con la Macedonia del Nord e l’Ucraina ndr), subendo le dimissioni di Mancini. Significa non saper mantenere i rapporti con i propri collaboratori inducendoli alle dimissioni». In tutto questo, Spalletti premerebbe per sedersi il prima possibile sulla panchina azzurra. Il suo idillio con De Laurentiis è stato appassionato, ma mai sbocciato davvero. Da un lato perché pare che il patron del Napoli gli avesse promesso un super premio in caso di vittoria dello scudetto, senza poi concederglielo. Dall’altro perché il diritto di opzione per il rinnovo del contratto del tecnico sarebbe stato comunicato al diretto interessato con la fredda burocrazia di una pec, senza giubilo per il primo posto consolidato. Due caratteri inconciliabili, i loro, a volte pungolati da diverse discussioni sulla gestione tecnica del club. «Me ne vado per troppo amore», disse a giugno Spalletti, ma il suo commento somigliava alla fidanzata che lascia il compagno perché «lo ama troppo», passeggiando su un tappeto sotto al quale sono nascosti chili di polvere. Il futuro però pare scandito, tra mille cicalecci: in qualche maniera, l’accordo con l’Italia ci sarà. E le linguacce già si sono scatenate sugli anni a venire: dopo l’Italia, Spalletti allenerà la Juventus al posto di Ceferin Allegri, dicono svariati amanti della dietrologia.
Nicole Minetti e Carlo Nordio (Getty Images)
Se esiste, il complotto però a me pare che lo abbiano fabbricato direttamente lassù sul Colle. Altro che barbe finte, missioni sotto copertura, provocazioni di potenze straniere: l’operazione Disgrazia è tutta farina del sacco del Quirinale. E se Mattarella è in imbarazzo, come dicono, deve ringraziare qualche suo collaboratore. Del resto, è stato lo stesso portavoce di Mattarella a chiarire i contorni della faccenda l’11 aprile, quando iniziarono le prime polemiche per il provvedimento che cancellava le pene inflitte all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi. «La concessione dell’atto di clemenza - in favore del quale si è espresso il competente procuratore generale della Corte d’appello in un ampio parere - si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti, che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati». Ora il concetto è stato ribadito da un nuovo commento rilasciato alle agenzie, in cui si sottolinea il ruolo della Procura generale. E, come ci ricordano ogni giorno i quirinalisti, ossia quella curiosa categoria di giornalisti che raccoglie ogni sospiro del presidente, il capo dello Stato è un fine giurista, ossia una persona che pesa le parole. Dunque, se ci fosse stato anche un lontanissimo sospetto che l’operazione Minetti fosse in qualche modo manovrata dall’esterno, il sempre cauto Mattarella non avrebbe certo autorizzato quella nota. Non solo: leggendo il comunicato balza all’occhio come si faccia riferimento non soltanto alle condizioni di salute del bambino adottato dalla coppia Minetti-Cipriani, ma soprattutto all’ampio parere del procuratore generale della Corte d’appello. Non si parla del ministero, dell’opinione di Nordio o dei suoi collaboratori, ma esclusivamente del via libera formulato dal giudice competente a esprimersi sulle richieste di grazia. Nei fatti, è così confermato che il ruolo del ministero, in questo ma anche in altre misure di clemenza, è assolutamente marginale, perché a via Arenula compete solo la consultazione del casellario, per evidenziare eventuali pendenze penali, e l’invio della pratica alla Procura, oltre che, nel caso questa tardi a rispondere entro i termini fissati, un eventuale sollecito per ottenere la risposta.
Nel tentativo di sviare la responsabilità del Colle che, come da sentenza della Corte costituzionale, è il solo titolare del potere di grazia, qualcuno ha pure provato ad alzare un polverone, sostenendo che il ministero avrebbe omesso, nel passare la pratica al procuratore generale, di richiedere indagini all’estero. In pratica, Nordio e compagni (alla giustizia operano molti esponenti di Magistratura democratica) si sarebbero «dimenticati» di ordinare le rogatorie per conoscere le «attività» estere della coppia Minetti-Cipriani, ovvero se in Uruguay l’ex consigliere regionale conducesse uno «stile di vita» (la definizione è della Procura generale) censurabile. Ma, come si fa notare al ministero, la richiesta di grazia non è un procedimento penale, bensì un atto amministrativo nella disponibilità del capo dello Stato. Dunque, non segue l’iter penale. E del resto, Nordio non ha al suo servizio la polizia giudiziaria (che, invece, è agli ordini dei pm) e quindi le richieste di approfondimento inviate a Milano sono le stesse che si formulano in questi casi, né più né meno. E se le risposte non piacevano, come fanno notare in tribunale a loro volta con una nota, il ministero e il Quirinale potevano rimandarle indietro e sollecitare un ulteriore approfondimento. Cosa che non è avvenuta.
In conclusione, nonostante ci sia chi prova a immaginare complottoni o depistaggi degli 007 stranieri, la faccenda nasce al Quirinale e si sviluppa con una serie di suggestioni giornalistiche tutte da dimostrare. Certo, se le informazioni alla base della storia sono come quelle di Sigfrido Ranucci sui viaggi del ministro della Giustizia, la questione non finisce qui.
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