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2023-08-17
«Zero riforme e flop degli azzurri». I meloniani all’attacco di Gravina
Gabriele Gravina (Imagoeconomica)
Sono in molti ad attendersi un colpo di scena, tra le tante sollecitazioni che bombardano il calcio nostrano dopo le dimissioni di Roberto Mancini da Ct della nazionale. C’è chi ipotizza un consiglio straordinario di Lega Serie A per fare il punto della situazione. Non è un mistero che Gabriele Gravina, gran capo della Figc, sia finito sotto attacco dopo aver perso per strada il condottiero degli azzurri sulla panchina. Mancini, in maniera nemmeno troppo velata, gli ha puntato contro il dito, dopo aver annunciato il suo addio con un’email inviata da Mykonos. Non si riconosceva più nel modo di lavorare collettivo, dice in buona sostanza l’ex Ct, amareggiato anche per la perdita progressiva dei suoi collaboratori più fidati (nel riassetto dell’organigramma, gli era rimasto vicino soltanto Fausto Salsano, dopo che Chicco Evani aveva deciso di mollare perché non avrebbe gradito la voce che imponeva Leonardo Bonucci tra i nuovi membri dello staff).
«Gravina e io pensavamo cose opposte. Se avesse voluto, avrebbe potuto trattenermi, ma non l’ha fatto», dice Mancini, che ora è blandito da redditizie sirene arabe per diventare Ct della selezione saudita. Poi è intervenuta la politica. Qualche giorno fa, Salvatore Caiata, deputato di Fdi, di Gravina aveva invocato l’addio: «In un Paese normale, un presidente delegittimato dai risultati e umiliato dal tecnico della Nazionale, comprenderebbe che il suo percorso è terminato. E invece no, pur di restare agganciato ai privilegi autocreati, ci si dimentica dei risultati dell’ultimo triennio. Ogni anno per iniziare un campionato professionistico si passa sub judice inserendo le X ai calendari facendo finta di nulla, con un uso arbitrario di norme e regolamenti». Oggi il parlamentare di maggioranza non recede dalle sue posizioni: «Cinque anni fa Gravina aveva circostanziato la sua candidatura a presidente Figc in virtù di un programma di riforme che però non mi risulta essere stato attuato. Quello è il punto, il nostro calcio ha bisogno di essere riformato e di stabilire al suo interno regole precise». Questo sul piano istituzionale. Poi c’è il versante sportivo: «La mancata qualificazione ai Mondiali e la mancata qualificazione alle Olimpiadi dell’Under 21 suonano molto pesanti». C’è chi rimarca pure come l’assegnazione di Euro 2032 a metà tra Italia e Turchia somigli a un favore ai turchi, che hanno stadi all’avanguardia e possono presentarsi in Europa con robusto potere contrattuale, consentendoci soltanto di mettere una pezza alle nostre magagne. All’Italia sola, l’organizzazione dell’europeo non sarebbe stata assegnata. Caiata commenta: «C’erano due Paesi in lizza, hanno deciso di accordarsi e questo non è un male. C’è ancora tempo, è prematuro ipotizzare come andranno le cose, di sicuro con una pianificazione adeguata, e magari una governance migliore, faremo bella figura». Sebbene il parlamentare sottolinei l’indipendenza dello sport dalla politica, c’è tempo per una considerazione sui vivai: «Penso che l’Italia abbia giovani talentuosi, occorre metterli nelle condizioni di emergere, magari nel nostro campionato, magari con scelte coraggiose». Ora che la discussione ha messo il piede nei palazzi della politica, sarebbe interessante conoscere un parere di Andrea Abodi, ministro dello Sport.
Il giorno delle dimissioni di Mancini, dichiarò: «Sono dispiaciuto e perplesso, è una decisione che arriva a sorpresa a Ferragosto, tutto è molto strano. Mi viene da pensare: le nomine dello staff tecnico azzurro annunciate recentemente erano state concordate con Mancini o no?». Poi più nulla. Ma il vaso di Pandora del pallone nostrano sgonfio è ormai aperto: i calendari di serie cadetta sono immersi nel turbine delle decisioni dei tribunali, tra ricorsi, regole poco chiare come nel caso del Lecco calcio, club attanagliato dall’incertezza se iscriversi alla B o no, gli impianti sportivi sono inadeguati se comparati con quelli europei, le norme a geometria variabile sono applicate a seconda dei club, oltre all’onta di aver vissuto due Mondiali da spettatori. Insomma, pur non intaccando l’autonomia dello sport, la politica batta un colpo e lo salvi.
De Laurentiis gioca la carta Spalletti sul Bari
Luciano Spalletti sta per essere annunciato come nuovo Ct della Nazionale, si mormora nei corridoi di palazzo, ma solo nel fine settimana verrà ufficializzata la notizia. Magari, dicono i maligni, ciò avverrà aggirando la clausola prevista nel contratto dell’allenatore col Napoli, se la Figc si dimostrasse conciliante con Aurelio De Laurentiis e gli permettesse di mantenere la doppia proprietà di partenopei e Bari (come già gli è consentito grazie a una deroga valida fino al 2029). Beninteso, sono solo voci, volatili come l’aria. Ma le voci si sommano alle tante altre che hanno condito una vicenda da romanzo: qualche ingrediente tragico shakespeariano, un pizzico di Liala nel definire i rapporti tra l’allenatore sessantaquattrenne di Certaldo e il suo (quasi) ex datore di lavoro, sullo sfondo di triangolazioni che vedono la Figc sulla graticola dopo le dimissioni di Roberto Mancini.
Il tecnico toscano, reduce da uno scudetto leggendario alla guida del Napoli, è la prima scelta per sostituire il Mancio. Siglerebbe un’intesa con la Nazionale fino al 2026, con uno stipendio di circa 4,5 milioni netti all’anno. Resta da capire in che modo verrà sciolto il nodo del vincolo che lo lega al Napoli. Circa 3 milioni (ora sarebbero 2,6, perché è stabilito che la cifra si abbassi di 250.000 euro ogni mese fino all’inizio dell’anno prossimo) da versare nelle casse dei partenopei: così De Laurentiis si era cautelato nel caso il suo allenatore avesse deciso di rinunciare alla panchina dei campioni d’Italia e, anziché star fermo un anno, si fosse accasato in una società concorrente. Il punto è che la Nazionale non è un club concorrente, è la Nazionale. Una faccenda teoricamente diversa. «Ma i soldi, formalmente, devono essere comunque versati», aveva commentato Matteo Grassani, avvocato esperto di diritto sportivo, «il vincolo è pensato per ristorare il Napoli e non fa eccezione che ci sia di mezzo una federazione anziché un club». Si crea un precedente giuridico, tanto per cambiare. In Italia capita spesso. Con molte ipotesi a corredo. Forzare la mano con le vie legali è una di queste. Un’altra, come si diceva, sarebbe quella di concedere al patron del Napoli di mantenere il controllo sulla Società sportiva Bari anche qualora il Bari venisse promosso in A. Oggi sarebbe impossibile, il regolamento vieta a una medesima proprietà di controllare due club in uno stesso torneo. E infatti il presidente partenopeo aveva ipotizzato di cedere la compagine pugliese a un fondo americano o a qualcuno «di affidabile e qualificato».
Ma da tempo ai piani alti della Uefa c’è chi ipotizza una rivoluzione. Aleksandr Ceferin, a capo della massima istituzione calcistica europea, starebbe valutando l’idea di abolire il veto sulle multiproprietà nelle leghe continentali. I danari in ballo sono tanti, alla Uefa farebbero comodo. Lipsia e Salisburgo, di proprietà Red bull, che militano in campionati diversi, hanno già disputato assieme la Champions league. Poi ci sono Milan e Tolosa in mano a Redbird. Soprattutto, ci sono le carriolate di soldi del Qatar, con gli emiri che hanno nelle mani Psg, Manchester city, Manchester united, e non intendono fermarsi. Insomma, si tratterebbe di trasformare l’Europa in quella Superlega per straricchi che Ceferin, formalmente, osteggiava. Ecco allora che un’asse Uefa-Figc garantirebbe il buon esito dell’eventualità. Nel caso l’insinuazione restasse infondata, si valuterebbero ulteriori supposizioni. De Laurentiis, di suo, è stato irremovibile: «Ne faccio una questione di principio. Dobbiamo evolverci, superare un atteggiamento dilettantistico e affrontare le sfide guardando al rispetto delle regole delle imprese e del mercato. Non consentire alla regola di diventare una deroga», dice il capo di Filmauro, che però della deroga sulle multiproprietà ha in verità beneficiato, pur dichiarandosi pronto a vendere il Bari. E però il suo attacco a Gravina è frontale: «Appare sorprendente che si arrivi a poche settimane da due gare importanti per l’Italia (con la Macedonia del Nord e l’Ucraina ndr), subendo le dimissioni di Mancini. Significa non saper mantenere i rapporti con i propri collaboratori inducendoli alle dimissioni».
In tutto questo, Spalletti premerebbe per sedersi il prima possibile sulla panchina azzurra. Il suo idillio con De Laurentiis è stato appassionato, ma mai sbocciato davvero. Da un lato perché pare che il patron del Napoli gli avesse promesso un super premio in caso di vittoria dello scudetto, senza poi concederglielo. Dall’altro perché il diritto di opzione per il rinnovo del contratto del tecnico sarebbe stato comunicato al diretto interessato con la fredda burocrazia di una pec, senza giubilo per il primo posto consolidato. Due caratteri inconciliabili, i loro, a volte pungolati da diverse discussioni sulla gestione tecnica del club. «Me ne vado per troppo amore», disse a giugno Spalletti, ma il suo commento somigliava alla fidanzata che lascia il compagno perché «lo ama troppo», passeggiando su un tappeto sotto al quale sono nascosti chili di polvere. Il futuro però pare scandito, tra mille cicalecci: in qualche maniera, l’accordo con l’Italia ci sarà. E le linguacce già si sono scatenate sugli anni a venire: dopo l’Italia, Spalletti allenerà la Juventus al posto di Ceferin Allegri, dicono svariati amanti della dietrologia.
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Salvatore Caiata (Fdi): serve una svolta. Ma Andre Abodi tace. Spunta l’ipotesi di un consiglio federale.Aurelio De Laurentiis potrebbe rinunciare al risarcimento da 3 milioni e sbloccare la nomina dell’allenatore come nuovo Ct della Nazionale, in cambio di una norma che gli consenta di mantenere la proprietà sia dei partenopei sia della squadra pugliese.Lo speciale contiene due articoli.Sono in molti ad attendersi un colpo di scena, tra le tante sollecitazioni che bombardano il calcio nostrano dopo le dimissioni di Roberto Mancini da Ct della nazionale. C’è chi ipotizza un consiglio straordinario di Lega Serie A per fare il punto della situazione. Non è un mistero che Gabriele Gravina, gran capo della Figc, sia finito sotto attacco dopo aver perso per strada il condottiero degli azzurri sulla panchina. Mancini, in maniera nemmeno troppo velata, gli ha puntato contro il dito, dopo aver annunciato il suo addio con un’email inviata da Mykonos. Non si riconosceva più nel modo di lavorare collettivo, dice in buona sostanza l’ex Ct, amareggiato anche per la perdita progressiva dei suoi collaboratori più fidati (nel riassetto dell’organigramma, gli era rimasto vicino soltanto Fausto Salsano, dopo che Chicco Evani aveva deciso di mollare perché non avrebbe gradito la voce che imponeva Leonardo Bonucci tra i nuovi membri dello staff). «Gravina e io pensavamo cose opposte. Se avesse voluto, avrebbe potuto trattenermi, ma non l’ha fatto», dice Mancini, che ora è blandito da redditizie sirene arabe per diventare Ct della selezione saudita. Poi è intervenuta la politica. Qualche giorno fa, Salvatore Caiata, deputato di Fdi, di Gravina aveva invocato l’addio: «In un Paese normale, un presidente delegittimato dai risultati e umiliato dal tecnico della Nazionale, comprenderebbe che il suo percorso è terminato. E invece no, pur di restare agganciato ai privilegi autocreati, ci si dimentica dei risultati dell’ultimo triennio. Ogni anno per iniziare un campionato professionistico si passa sub judice inserendo le X ai calendari facendo finta di nulla, con un uso arbitrario di norme e regolamenti». Oggi il parlamentare di maggioranza non recede dalle sue posizioni: «Cinque anni fa Gravina aveva circostanziato la sua candidatura a presidente Figc in virtù di un programma di riforme che però non mi risulta essere stato attuato. Quello è il punto, il nostro calcio ha bisogno di essere riformato e di stabilire al suo interno regole precise». Questo sul piano istituzionale. Poi c’è il versante sportivo: «La mancata qualificazione ai Mondiali e la mancata qualificazione alle Olimpiadi dell’Under 21 suonano molto pesanti». C’è chi rimarca pure come l’assegnazione di Euro 2032 a metà tra Italia e Turchia somigli a un favore ai turchi, che hanno stadi all’avanguardia e possono presentarsi in Europa con robusto potere contrattuale, consentendoci soltanto di mettere una pezza alle nostre magagne. All’Italia sola, l’organizzazione dell’europeo non sarebbe stata assegnata. Caiata commenta: «C’erano due Paesi in lizza, hanno deciso di accordarsi e questo non è un male. C’è ancora tempo, è prematuro ipotizzare come andranno le cose, di sicuro con una pianificazione adeguata, e magari una governance migliore, faremo bella figura». Sebbene il parlamentare sottolinei l’indipendenza dello sport dalla politica, c’è tempo per una considerazione sui vivai: «Penso che l’Italia abbia giovani talentuosi, occorre metterli nelle condizioni di emergere, magari nel nostro campionato, magari con scelte coraggiose». Ora che la discussione ha messo il piede nei palazzi della politica, sarebbe interessante conoscere un parere di Andrea Abodi, ministro dello Sport. Il giorno delle dimissioni di Mancini, dichiarò: «Sono dispiaciuto e perplesso, è una decisione che arriva a sorpresa a Ferragosto, tutto è molto strano. Mi viene da pensare: le nomine dello staff tecnico azzurro annunciate recentemente erano state concordate con Mancini o no?». Poi più nulla. Ma il vaso di Pandora del pallone nostrano sgonfio è ormai aperto: i calendari di serie cadetta sono immersi nel turbine delle decisioni dei tribunali, tra ricorsi, regole poco chiare come nel caso del Lecco calcio, club attanagliato dall’incertezza se iscriversi alla B o no, gli impianti sportivi sono inadeguati se comparati con quelli europei, le norme a geometria variabile sono applicate a seconda dei club, oltre all’onta di aver vissuto due Mondiali da spettatori. Insomma, pur non intaccando l’autonomia dello sport, la politica batta un colpo e lo salvi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/meloniani-attacco-gravina-figc-2663996304.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="de-laurentiis-gioca-la-carta-spalletti-sul-bari" data-post-id="2663996304" data-published-at="1692273363" data-use-pagination="False"> De Laurentiis gioca la carta Spalletti sul Bari Luciano Spalletti sta per essere annunciato come nuovo Ct della Nazionale, si mormora nei corridoi di palazzo, ma solo nel fine settimana verrà ufficializzata la notizia. Magari, dicono i maligni, ciò avverrà aggirando la clausola prevista nel contratto dell’allenatore col Napoli, se la Figc si dimostrasse conciliante con Aurelio De Laurentiis e gli permettesse di mantenere la doppia proprietà di partenopei e Bari (come già gli è consentito grazie a una deroga valida fino al 2029). Beninteso, sono solo voci, volatili come l’aria. Ma le voci si sommano alle tante altre che hanno condito una vicenda da romanzo: qualche ingrediente tragico shakespeariano, un pizzico di Liala nel definire i rapporti tra l’allenatore sessantaquattrenne di Certaldo e il suo (quasi) ex datore di lavoro, sullo sfondo di triangolazioni che vedono la Figc sulla graticola dopo le dimissioni di Roberto Mancini. Il tecnico toscano, reduce da uno scudetto leggendario alla guida del Napoli, è la prima scelta per sostituire il Mancio. Siglerebbe un’intesa con la Nazionale fino al 2026, con uno stipendio di circa 4,5 milioni netti all’anno. Resta da capire in che modo verrà sciolto il nodo del vincolo che lo lega al Napoli. Circa 3 milioni (ora sarebbero 2,6, perché è stabilito che la cifra si abbassi di 250.000 euro ogni mese fino all’inizio dell’anno prossimo) da versare nelle casse dei partenopei: così De Laurentiis si era cautelato nel caso il suo allenatore avesse deciso di rinunciare alla panchina dei campioni d’Italia e, anziché star fermo un anno, si fosse accasato in una società concorrente. Il punto è che la Nazionale non è un club concorrente, è la Nazionale. Una faccenda teoricamente diversa. «Ma i soldi, formalmente, devono essere comunque versati», aveva commentato Matteo Grassani, avvocato esperto di diritto sportivo, «il vincolo è pensato per ristorare il Napoli e non fa eccezione che ci sia di mezzo una federazione anziché un club». Si crea un precedente giuridico, tanto per cambiare. In Italia capita spesso. Con molte ipotesi a corredo. Forzare la mano con le vie legali è una di queste. Un’altra, come si diceva, sarebbe quella di concedere al patron del Napoli di mantenere il controllo sulla Società sportiva Bari anche qualora il Bari venisse promosso in A. Oggi sarebbe impossibile, il regolamento vieta a una medesima proprietà di controllare due club in uno stesso torneo. E infatti il presidente partenopeo aveva ipotizzato di cedere la compagine pugliese a un fondo americano o a qualcuno «di affidabile e qualificato». Ma da tempo ai piani alti della Uefa c’è chi ipotizza una rivoluzione. Aleksandr Ceferin, a capo della massima istituzione calcistica europea, starebbe valutando l’idea di abolire il veto sulle multiproprietà nelle leghe continentali. I danari in ballo sono tanti, alla Uefa farebbero comodo. Lipsia e Salisburgo, di proprietà Red bull, che militano in campionati diversi, hanno già disputato assieme la Champions league. Poi ci sono Milan e Tolosa in mano a Redbird. Soprattutto, ci sono le carriolate di soldi del Qatar, con gli emiri che hanno nelle mani Psg, Manchester city, Manchester united, e non intendono fermarsi. Insomma, si tratterebbe di trasformare l’Europa in quella Superlega per straricchi che Ceferin, formalmente, osteggiava. Ecco allora che un’asse Uefa-Figc garantirebbe il buon esito dell’eventualità. Nel caso l’insinuazione restasse infondata, si valuterebbero ulteriori supposizioni. De Laurentiis, di suo, è stato irremovibile: «Ne faccio una questione di principio. Dobbiamo evolverci, superare un atteggiamento dilettantistico e affrontare le sfide guardando al rispetto delle regole delle imprese e del mercato. Non consentire alla regola di diventare una deroga», dice il capo di Filmauro, che però della deroga sulle multiproprietà ha in verità beneficiato, pur dichiarandosi pronto a vendere il Bari. E però il suo attacco a Gravina è frontale: «Appare sorprendente che si arrivi a poche settimane da due gare importanti per l’Italia (con la Macedonia del Nord e l’Ucraina ndr), subendo le dimissioni di Mancini. Significa non saper mantenere i rapporti con i propri collaboratori inducendoli alle dimissioni». In tutto questo, Spalletti premerebbe per sedersi il prima possibile sulla panchina azzurra. Il suo idillio con De Laurentiis è stato appassionato, ma mai sbocciato davvero. Da un lato perché pare che il patron del Napoli gli avesse promesso un super premio in caso di vittoria dello scudetto, senza poi concederglielo. Dall’altro perché il diritto di opzione per il rinnovo del contratto del tecnico sarebbe stato comunicato al diretto interessato con la fredda burocrazia di una pec, senza giubilo per il primo posto consolidato. Due caratteri inconciliabili, i loro, a volte pungolati da diverse discussioni sulla gestione tecnica del club. «Me ne vado per troppo amore», disse a giugno Spalletti, ma il suo commento somigliava alla fidanzata che lascia il compagno perché «lo ama troppo», passeggiando su un tappeto sotto al quale sono nascosti chili di polvere. Il futuro però pare scandito, tra mille cicalecci: in qualche maniera, l’accordo con l’Italia ci sarà. E le linguacce già si sono scatenate sugli anni a venire: dopo l’Italia, Spalletti allenerà la Juventus al posto di Ceferin Allegri, dicono svariati amanti della dietrologia.
Il cardinale Camillo Ruini (Getty Images)
L’ultima volta che abbiamo avuto occasione di scambiare due chiacchiere con don Camillo ci ha detto di essere «personalmente molto contento dell’elezione di Robert Francis Prevost», oggi papa Leone XIV.
Il cardinale Camillo Ruini era nato il 19 febbraio 1931 a Sassuolo, bassa emiliana verace. Lì la terra è piatta come il mare e feconda come poche. Una terra laboriosa e passionale come tutta quella «fettaccia di terra» che va dal Po al mare, lì ci nascono personalità che quando devono attraversare una vita da prete lo fanno in modo assai originale. Magari da vescovi e poi da cardinali, perfino vicari del Papa a Roma e magari da presidente dei vescovi italiani per tre lustri abbondanti, dal 1991 al 2007. Magari con la benedizione di un santo Papa polacco, Giovanni Paolo II, e l’appoggio di un teologo di razza di nome Joseph Ratzinger, poi Benedetto XVI.
La sua per la chiesa italiana è stata una vera e propria «era Ruini» che iniziò di fatto con il famoso Convegno di Loreto del 1985, quando Giovanni Paolo II cambiò decisamente rotta alla Chiesa italiana dell’epoca – imponendole una presenza attiva sulla scena pubblica, come «forza trainante» – e ne sostituì la guida. In quell’occasione Camillo Ruini lavorò fianco a fianco con papa Wojtyla e c’è il lavoro dell’allora vescovo ausiliare di Reggio Emilia-Guastalla in quella che fu una vera e propria virata alla chiesa italiana rivolta a realizzare quella presenza forte e visibile del cattolicesimo italiano a livello sociale.
Il rapporto tra Ruini e papa Giovanni Paolo II non si interruppe più, con un legame saldissimo e una visione comune. Il fiuto «politico» di Ruini è stato il suo lato più scintillante e riconosciuto da amici e avversari, attraversando la prima e la seconda Repubblica, passando dall’egemonia della grande balena bianca, la Dc, fino alla fine del partito unico con l’irrompere dei cosiddetti principi non negoziabili (vita, famiglia e libera educazione) e la conseguente possibilità per i cattolici di militare in qualunque partito purché, appunto, fossero uniti su quei principi. Quindi fu il berlusconismo che Ruini ha navigato con sapiente distanza, ma con altrettanta distinzione rispetto a chi, soprattutto certi cattolici «adulti», deragliava sui principi. Memorabile quando durante la battaglia per i cosiddetti Pacs (2007) non esitò a vergare un editoriale sul quotidiano Avvenire intitolato «Non possumus». Un titolo che al cattolico «adulto» Romano Prodi, di cui don Camillo aveva celebrato le nozze, provocò un certo fastidio e i due, da amici che erano, divennero cordialmente ex amici.
Padre del «progetto culturale» della chiesa italiana, sulle ali della convinzione di Giovanni Paolo II che la fede o si fa cultura o muore, a lui non sono state risparmiate critiche, anche intra ecclesiali. Don Giuseppe Dossetti, reggiano come don Camillo, lanciò i suoi strali soprattutto per le scelte «politiche» di Ruini, arrivando persino a cogliere una similitudine tra l’atteggiamento della Chiesa che secondo lui aveva accolto la vittoria di Berlusconi e quella che settant’anni prima aveva spalancato le braccia al regime fascista. Ma il vertice del ruinismo è senza dubbio rappresentato dalla schiacciante vittoria al referendum sulla «procreazione assistita» del 2004, quando la Cei di Ruini mise in campo un comitato, Scienza&Vita, che fu il promotore e motore della linea del «doppio no» al referendum che però aveva proprio nel capo dei vescovi il suo maître à penser. Ruini aveva un obiettivo chiaro: l’invalidazione dei quattro referendum tramite il non voto. E cosi fu, con la Chiesa intera che seguì in modo compatto; forse l’ultima volta in cui si è visto davvero un mondo cattolico unito e battagliero come un sol uomo.
Il cardinale Ruini ha partecipato da protagonista al conclave del 2005 in cui diede un contributo fondamentale per l’elezione di papa Benedetto XVI, insieme a quello che è stato definito «partito del sale della terra», un gruppo di porporati che aveva proprio in Ruini uno dei suoi più illustri rappresentanti e che si contrapponeva alla cosiddetta «mafia di san Gallo», secondo una definizione del cardinale belga Godfried Danneels, membro di quel gruppo di cardinali e vescovi che aveva l’abitudine di trovarsi in Svizzera, a San Gallo, per conversare di vie alternative all’impronta impressa alla Chiesa da Karol Wojtyla. Nel febbraio 2013 con le dimissioni di papa Ratzinger, a cui il cardinale reagì dicendo che, come cattolico, le decisioni del Papa non si discutono ma si accolgono, anche se possono provocare dolore, l’elezione di papa Francesco è stata la sorpresa. «Non ho avuto con papa Francesco», disse in una intervista concessa al Corriere della Sera, «un rapporto analogo a quello che avevo con i due Pontefici precedenti. Però non sono in alcun modo ostile a papa Francesco. E non concordo con coloro che non riconoscono niente di buono nel suo pontificato, o addirittura ne contestano la legittimità».
Quindi ecco il conclave del 2025, dove Ruini ha partecipato da non elettore alle congregazioni generali, le riunioni di cardinali che precedono il voto vero e proprio. In quell’occasione ha diramato un piccolo comunicato con «quattro auspici per la Chiesa di un futuro che spero molto prossimo». Fra di essi ricordava che «serve la capacità di rispondere in chiave cristiana alle sfide intellettuali di oggi, ma servono anche la certezza della verità e la sicurezza della dottrina. Da troppi anni stiamo sperimentando che, se queste si indeboliscono, tutti noi, pastori e fedeli siamo duramente penalizzati».
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I ragazzi italiani non meritano le macerie che si sono accumulate dal 1996 in poi, da quando Luigi Berlinguer fraintese come «distruzione» il nome del ministero affidatogli; e l’insipienza di quel consiglio di classe è uno dei frutti.
Innanzitutto, il provvedimento contro i ragazzi non riguarda certamente l’atto di aver appeso uno striscione, ché il componimento «educativo» non lascia dubbi: s’è inteso punire la scritta sullo striscione o, meglio, l’arbitraria interpretazione che il consiglio di classe ha voluto dare a quella scritta. Parlo di insipienza perché, di tutta evidenza, nel consiglio di classe non c’era alcuno che avesse i fondamentali né della Costituzione italiana né dei diritti/doveri degli insegnanti rapportati agli studenti.
L’articolo 21 della Costituzione - «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione» - tutela non soltanto le opinioni comunemente condivise, ma anche quelle controverse. In ogni caso, la frase scritta dagli studenti non ha alcunché di controverso. Né contiene minacce, insulti, istigazioni alla violenza o riferimenti offensivi nei confronti di nessuno. Insomma, l’eventuale «male» era solo nella testa dei professori del consiglio di classe, che hanno voluto vedere razzismo dove non c’è.
A scanso di equivoci: se nello striscione ci fosse stata scritta la frase «Siamo razzisti», anche in quel caso si sarebbe nell’ambito della tutelata libertà di espressione del proprio pensiero. A questo proposito colgo l’occasione di far notare che analoga libertà si ha nel caso qualcuno volesse dichiararsi «fascista», ed è una violazione della Costituzione pretendere da chicchessia una dichiarazione di antifascismo. Preciso questo perché le cronache riportano casi di codeste pretese.
Tornando alla scuola, questa è in difetto anche per aver trasgredito un obbligo della propria missione: mantenere una posizione di neutralità rispetto alle diverse opinioni politiche e ideologiche espresse dagli studenti: è vietato dalla deontologia del docente accettare o rifiutare selettivamente idee degli studenti e discriminarli sulle idee non condivise.
Ma, dicevo, la malizia - per non dire cattiveria - è solo nella testa dei docenti che hanno voluto interpretare «razzista» la frase sullo striscione. L’interpretazione è inequivocabile, visto il titolo del componimento assegnato: «Gli africani siamo noi». Il punto però, qui, non è una cattiva interpretazione del testo - circostanza che meraviglia in un liceo classico ove, immagino, ci sarà stato un professore avvezzo alla traduzione in italiano del pensiero di testi in latino o greco antico: evidentemente non c’è, visto che nessuno ha pensato che la frase non fosse razzista. Il punto, dicevo, è un altro: anche quando la frase fosse stata razzista - anzi anche quando la frase fosse stata «Noi siamo razzisti» - assegnare un compito come strumento di rieducazione ideologica per indurre l’adesione a una determinata impostazione di valori è azione, di nuovo, contro la deontologia del docente. Costui non deve dire agli studenti cosa pensare ma, semmai, come pensare, cioè come articolare un pensiero, come difenderlo e come confutarlo.
La coercizione ideologica è incompatibile col pluralismo educativo previsto dalla Costituzione, ma oggi la scuola pubblica si mostra intollerante, tende a imporre risposte prestabilite alle domande dei ragazzi e inibisce il pensiero critico. Per questo, dicevo all’inizio, va smantellata.
Il consiglio di classe, poi, ha dimostrato di non conoscere i limiti del proprio potere disciplinare. Questo è finalizzato alla tutela dell’ordine scolastico e del rispetto reciproco, non per selezionare quali opinioni siano consentite e quali no. La scuola dovrebbe formare e non è un’autorità chiamata a garantire conformità ideologica tra gli studenti.
Non sono un giurista, ma come sentore personale registro molta violenza. Cercando nel codice penale, leggo che l’art. 610 punisce «chiunque con violenza o minaccia costringe altri a fare qualcosa», e (art. 339) la pena è aumentata se la violenza è esercitata da più persone riunite (nel nostro caso il consiglio di classe). Spetterebbe a un giudice stabilire se è o no violenza l’indebita costrizione della libertà morale degli studenti (peraltro esercitata da chi ha, per così dire, il coltello dalla parte del manico), così lascio aperta la questione.
Autoritarismo, rifiuto del pluralismo, soppressione del dissenso, sono tutte caratteristiche di ciò che additiamo come fascismo. Se ora rammentiamo che la Costituzione vieta «la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del partito fascista», mi chiedo se possa individuarsi nel consiglio di classe una delle «qualsiasi forme» di cui alla Disposizione costituzionale. Quasi sicuramente no, epperò se il consiglio di classe avesse voluto riorganizzare il partito fascista, avrebbe senz’altro agito come ha agito nei confronti dei ragazzi.
Concludo con una nota di colore. Mi ha molto colpito che ci fosse una scuola intitolata a Vincenzo Monti, una figura del tutto marginale della nostra letteratura: il suo massimo pregio fu la versione italiana dell’Iliade, ma non conosceva il greco e fu bollato come «traduttor dei traduttor d’Omero». Però era un patriota. Nel suo poemetto Per la liberazione dell’Italia ebbe a scrivere: «Ben di senso è privo/chi non ti conosce, Italia, e non t’adora». E in una sua lettera a un amico che prendeva moglie, lo rassicurava che l’amore addolcisce tutti gli uomini. Tutti, anche ove essi fossero, diceva, «Cannibali, Traci, o Garamanti». Come a dire i più rozzi, feroci e incivili che ci siano. Insomma, Vincenzo Monti (virgolettato e non): 6 in condotta anche a voi.
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Guido Guidesi (Imagoeconomica)
«Stiamo costruendo un modello che anticipa e interpreta la nuova politica industriale europea, fondato su produzione, innovazione e sovranità tecnologica. Qui si decide il futuro industriale dell’Europa», ha spiegato Guidesi. Poi ha sottolineato che «non è un insieme di misure, ma una strategia organica che definisce la direzione della politica industriale lombarda dei prossimi anni: innovazione, capitale, produzione e territori come unico ecosistema competitivo». Il Pacchetto si articola in una serie di sezioni, ciascuna focalizzata su un’area di intervento. Basket bond Lombardia con una dotazione di 32 milioni di euro, per finanziare progetti per la transizione digitale, l’autonomia produttiva, la crescita dimensionale delle aziende e interventi per la transizione verso l’economia circolare. Poi c’è la Lombardia venture e Lombardia venture Step (140 milioni di euro). La Regione investe in fondi di investimento in capitale di rischio (Venture capital) specializzati e appositamente selezionati, che a loro volta accompagnano e investono nella crescita di startup e Pmi innovative, attraendo capitali privati. L’attenzione è alle tecnologie critiche e strategiche per l’Europa (come digitale avanzato, deep tech e tecnologie green), in linea con le priorità della piattaforma europea Step.
La sezione Re-Impresa con 20 milioni di euro, è un mix di strumenti pubblici e bancari per sostenere la fase di rilancio di Pmi in difficoltà attraverso strumenti finanziari pubblici e privati. Con Quota Lombardia (25 milioni di euro), si vogliono aiutare le Pmi intenzionate a migliorare la loro solidità finanziaria e ad aumentare la visibilità sui mercati attraverso la raccolta di capitali tramite investitori. Questi entrerebbero nel capitale dell’azienda attraverso la Borsa con contributi a fondo perduto a copertura parziale dei costi relativi all’ammissione alla quotazione e dei servizi di consulenza correlati. Startup Radar Lombardia (15 milioni di euro) è il nuovo fondo regionale pensato per sostenere la crescita di startup innovative lombarde attraverso un modello di corporate venture capital pubblico-privato. L’iniziativa punta a promuovere collaborazioni strategiche nei settori chiave della ricerca, dell’innovazione e della transizione tecnologica. Sono previste Misure per startup (15,6 milioni di euro), ad alto contenuto tecnologico nella fase early stage, per accompagnarle nel percorso di crescita e sviluppo industriale. I contributi, a fondo perduto fino all’80% delle spese ammissibili, vengono assegnati sulla base della qualità del progetto, del team e del modello di business. Dei 15,6 milioni di euro complessivi, 7 milioni sono riservati ai progetti legati al settore energetico e alla transizione sostenibile.
La Regione promuove nel 2026 sei competition dedicate alle startup innovative, organizzate in collaborazione con dieci università lombarde e con Innovation federated @Mind, con l’obiettivo di sostenere nuovi progetti imprenditoriali ad alto potenziale innovativo. Sono previsti 36 premi da 25.000 euro ciascuno, per un valore complessivo di 900.000 euro. Un’agevolazione a fondo perduto («Misura Talenti») è destinata all’assunzione da parte delle Pmi lombarde di competenze altamente qualificate per favorire il processo di innovazione, digitalizzazione e transizione ecologica.
Guidesi è intervenuto anche sulla pace tra Usa e Iran sottolineando che «ci saranno conseguenze anche dal punto di vista economico, perché quella situazione noi non potevamo reggerla, ha influenzato notevolmente i costi energetici anche dal punto di vista della speculazione». Ora, quindi, l’attesa è di una stabilizzazione della situazione affinché, ha detto l’assessore, si ponga fine alla spirale inflattiva. «Anche se le previsioni della Commissione europea ci dicono che il prossimo semestre sarà complicato da questo punto di vista». E ha richiamato il «costo della vita estremamente elevato in Lombardia, «per cui un ennesimo periodo di inflazione potrebbe provocarci evidentemente delle situazioni che ci limitano dal punto di vista competitivo e con conseguenze anche nei consumi e dal punto di vista sociale che noi vogliamo evitare».
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Kevin Nader (Getty Images)
Il rappresentante del partito di Marine Le Pen non è impazzito, semplicemente ha inteso così rispondere alla situazione che si è trovato davanti e che, a questo punto, vale la pena riepilogare dall’inizio.
A Ivry-sur-Seine, inespugnabile roccaforte rossa, dove comanda il Partito comunista dalla bellezza di 110 anni, l’11 giugno si è, come da programma, tenuto il Consiglio comunale, che ha tra le sue elette due donne con il velo: Estelle Boufala e Fenda Diarra. Una situazione considerata anomala da Nader, che è l’unico eletto di destra in quella assemblea, il quale, giovedì scorso, rivolgendosi alle due elette musulmane ha proposto un emendamento finalizzato a vietare «durante le sedute» del consiglio qualsivoglia simbolo che mostri «apertamente un’affiliazione religiosa». Una proposta che ha irritato Fenda Diarra, che è anche assessore e che ha risposto: «Sono orgogliosa di essere stata eletta indossando il velo». Parole ben accolte da Philippe Boyssou, il sindaco del Partito comunista appunto eletto lo scorso marzo con oltre il 53% dei voti, che non solo si è compiaciuto della diversità della sua giunta, ma ha pure detto che non avrebbe neppure fatto mettere l’emendamento ai voti. La proposta del politico di Rn è così naufragata, con gli esponenti della maggioranza di sinistra che hanno anche fatto notare al collega di opposizione che la legge del 1905, che effettivamente impone la neutralità ai dipendenti pubblici, non si applica ai funzionari eletti durante le sessioni istituzionali.
Nader però non si è dato per vinto e, tornando a ciò che si diceva in apertura, alla bocciatura del suo emendamento ha reagito così: «È un vero peccato che non abbiate messo ai voti il mio emendamento e lo abbiate respinto per motivi morali: vi rifiutate di farvi guidare dal principio di laicità. Rifiutate la laicità in questo consiglio comunale». «Quindi», ha aggiunto estraendo un crocifisso, «d’ora in poi, saremo sotto il segno della croce». Il consigliere di Rn ha quindi iniziato a recitare un’Ave Maria. Non l’avesse mai fatto.
Il sindaco, visibilmente turbato, ha reagito adirandosi e, da un lato ha immediatamente sospeso la seduta e, dall’altro lato ha definito quello di Nader «crimine politico». «È una vergogna, un vero scandalo. In poche ore di consiglio, avete raggiunto tutti i livelli e oltrepassato tutti i limiti», sono state le esatte parole di Bouyssou, secondo cui «il Consiglio comunale di Ivry non era mai stato insultato in questo modo». Inutile sottolineare come l’episodio, anche grazie ai video circolati in rete che lo documentano, abbia suscitato un certo clamore. Questo il commento che Nader ha condiviso su Facebook con riferimento all’accaduto: «A quanto pare a Ivry, indossare il velo in consiglio comunale è innocuo, ma la croce è inquietante, persino ripugnante».
Bouyssou, contattato da Libération, ha definito l’emendamento del consigliere di opposizione «illegale», a causa, parole sue, «dell’enorme confusione tra laicità e neutralità del servizio pubblico». Non solo. Il sindaco ha pure contattato il prefetto della Val-de-Marne e si è consultato con i legali per capire adesso come muoversi. Tutto questo, lo si ripete, per un’Ave Maria e un piccolo crocifisso. Il che, per quanto ci si faccia scudo con leggi e regolamenti, alimenta il sospetto che davvero a sinistra, e non solo in Francia, la laicità sia un valore, per così dire, a doppio senso di marcia: implacabile con il cristianesimo, sospesa davanti all’Islam.
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