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2023-07-05
Il premier a Varsavia in versione colomba
Giorgia Meloni e Mateusz Morawiecki (Getty Images)
«Lei ci proverà fino alla fine, ma non è semplice perché la posizione di Polonia e Ungheria è molto netta»: così una fonte di governo commenta alla Verità le chance che Giorgia Meloni ha di riuscire a convincere il premier polacco, Mateusz Morawiecki, ad ammorbidire la sua contrarietà al nuovo piano sull’immigrazione elaborato dall’Unione europea. Oggi a Varsavia, la Meloni incontrerà Morawiecki, alle 10.30 al palazzo della Cancelleria; al termine del bilaterale, il premier parteciperà alla sessione principale della Conferenza di Ecr, il gruppo dei Conservatori europei, di cui è presidente, sul tema «Il futuro dell’Unione europea». I leader europei sperano nella mediazione della Meloni per superare il «no» di Polonia e Ungheria che ha impedito che il Consiglio europeo dello scorso 29 e 30 giugno si concludesse con un accordo sull’emergenza immigrazione.
Polonia e Ungheria, ricordiamolo, si oppongono ai ricollocamenti obbligatori dei migranti, e alla sanzione di 20.000 euro per ogni persona non accolta: «La Polonia», ha detto Morawiecki al termine del Consiglio europeo, «sa molto bene cos’è la solidarietà e non abbiamo bisogno che ci venga insegnata. Abbiamo accolto oltre 3 milioni di rifugiati. Un milione e mezzo sono ancora nel nostro Paese. Abbiamo aperto case polacche. Eppure, nel caso dell’Ucraina, la Polonia ha ricevuto scarso sostegno: alcune decine di euro per rifugiato. Nel caso di un rifugiato non accettato dal Medio Oriente dobbiamo essere puniti con una multa di 20.000 euro o più. Non siamo d’accordo». Morawiecki è il leader del partito Diritto e giustizia, azionista di peso dei Conservatori europei guidati dalla Meloni, la quale ha avuto modo, nei giorni successivi al Consiglio europeo, di esprimere la sua comprensione per le diffidenze del premier polacco nei confronti della strategia elaborata dall’Ue. Del resto, il sovranismo è nazionalista per definizione: lo slogan «Prima gli italiani!» può essere tranquillamente declinato in «Prima i polacchi!», «Prima gli ungheresi!» e così via. Intesa piena, invece, anche da parte di Varsavia e Budapest, sulla dimensione esterna dell’immigrazione, ovvero sulla necessità di disciplinare gli ingressi in Europa contrastando la tratta di esseri umani. Altro tema, questo, sul quale la Meloni è protagonista della politica europea: è stata lei infatti a recarsi per ben due volte in Tunisia nell’arco di pochi giorni, prima da sola e poi insieme alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e al premier olandese, Mark Rutte, per tentare di convincere il presidente Kais Saied a darsi da fare per bloccare le partenze. Saied da parte sua chiede, manco a dirlo, soldi: c’è in ballo il prestito del Fondo monetario internazionale da 1,9 miliardi di dollari ai quali la Ue può aggiungere un altro miliardo, ma la trattativa è difficile, poiché il leader tunisino tentenna di fronte alla richiesta di varare riforme strutturali in cambio dei denari.
Tornando alla questione del no della Polonia all’accordo europeo, la Meloni tenterà più che altro di capire se ci sono ancora margini di trattativa, ma in questa fase storica Varsavia ha un peso politico molto importante: la guerra in Ucraina la vede in primissima fila, vero e proprio avamposto della Nato, i rapporti con Washington sono blindati, la stessa Commissione europea non può permettersi di tirare troppo la corda con il governo di destra guidato da Morawiecki. Anche di guerra in Ucraina parleranno oggi la Meloni e Morawiecki, ma su questo fronte non c’è da aspettarsi sorprese: verrà ribadito il sostegno a Kiev a 360 gradi.
Il secondo appuntamento della giornata polacca del presidente del Consiglio è, come dicevamo, la conferenza di Ecr, il partito dei Conservatori europei, sul tema «Il futuro dell’Unione europea». A introdurre i lavori di oggi, alla presenza della Meloni e di Morawiecki, saranno i due presidenti del gruppo dei Conservatori al Parlamento europeo, il polacco Ryszard Legutko e Nicola Procaccini di Fratelli d’Italia. «I conservatori europei», spiega Procaccini, «sono impegnati nel definire proposte e azioni concrete per affrontare al meglio le grandi questioni che le nazioni e popoli dell’Ue sono chiamati ad affrontare. L’appuntamento di Varsavia riveste una particolare importanza, un confronto sui grandi temi anche In prospettiva delle prossime elezioni europee».
L’obiettivo è quello di costruire, dopo le europee del 2024, una nuova maggioranza al Parlamento europeo, che tenga fuori i Socialisti e comprenda, oltre al Ppe, proprio i Conservatori di Ecr. Naturalmente, il progetto passa necessariamente attraverso un buon risultato dei partiti di centrodestra alle urne, una circostanza non scontata ma facilmente pronosticabile, considerato che il vento elettorale in Europa soffia sempre di più verso l’area moderata. Occorrerà poi sciogliere il nodo del gruppo Identità e democrazia, del quale fa parte la Lega insieme tra gli altri ai francesi di Marine Le Pen, che scontano l’ostilità dei Popolari europei in quanto considerati «euroscettici». L’asse tra Roma e Varsavia può essere utilissimo in questa chiave, ed è probabile che la Meloni e Morawiecki si confronteranno anche sui programmi da sottoporre agli elettori.
Salvini insiste col patto allargato: «Nessuno deve essere escluso»
La campagna elettorale del centrodestra per il voto europeo di giugno 2024 è iniziata, ma il sorpasso a destra di Matteo Salvini sul tema delle alleanze a Strasburgo è stato frenato da Antonio Tajani. «Sulle alleanze in Europa decideranno gli italiani quando andranno a votare», ha detto ieri il ministro delle Infrastrutture nonché leader della Lega ai microfoni di Radio anch’io su Rai Radio 1, cercando di spegnere le polemiche scoppiate nella maggioranza dopo l’alt del leader di Forza Italia alle alleanze possibili con i sovranisti francesi di Marine Le Pen e i tedeschi di Afd. «Discussioni sulle alleanze in Europa? Il governo italiano non c’entra nulla, non è in discussione, la politica europea non c’entra nulla. Piacerebbe a qualche giornale, a Conte, alla Schlein, ma il governo italiano va avanti non solo cinque anni, ma di più».
Il vicepremier leghista ha rivendicato di avere fatto «solo una riflessione normale: c’è un governo di centrodestra, gli italiani apprezzano i risultati perché alle regionali il centrodestra stravince, ho detto agli alleati: facciamo la stessa formula anche in Europa. Non mi sembra una proposta particolarmente intelligente o rivoluzionaria... Visto che metà delle norme arrivano da Bruxelles e sono figlie di politica anti italiana e anti sviluppo, penso sia una grande occasione per portare anche in Europa un governo di centrodestra. Vogliamo provarci o ci arrendiamo a un’altra alleanza con i Socialisti?». E a proposito della videocall con Le Pen, il leader del Carroccio ha ribadito: «Rassemblement National è il primo partito in Francia e abbiamo parlato soprattutto di lavoro perché l’Europa si occupi di famiglie e piena occupazione». Poi Salvini ha «parlato» ai suoi elettori: «Io dico già da oggi che chi sceglierà la Lega avrà chiaro che qualunque sia l’esito del voto la Lega non andrà al governo dell’Ue con i socialisti dell’auto green e della casa da sistemare senza aiuto economico. Non penso che De Gasperi abbia fondato l’Europa per avere l’auto elettrica o danneggiare i pescatori. Sull’immigrazione perché non vogliamo riproporre a livello europeo il governo che in Italia, in otto mesi, ha fatto tanto?».
Governo e centrodestra italiano esteso all’Europa, senza dire no a nessuno, se non ai socialisti e a Macron, ha ribadito ancora il ministro durante l’inaugurazione di due nuove fermate della M4 a Milano non senza una frecciatina all’alleato azzurro Tajani: «È semplicemente un’idea di Europa. Che cosa vuol dire partiti anti europei? Mi domando come qualcuno di centrodestra possa preferire i socialisti».
E ieri è arrivato il primo commento di Fdi per bocca del capogruppo alla Camera, Tommaso Foti: «I veti non sono di una forza politica o di un’altra, bisogna prima creare le condizioni di un’alleanza politica e questa la si ha quando gli elettori con il loro voto daranno forza a quest’area rappresentata dal centrodestra. Nessuno ha detto che la Lega non deve far parte di un’alleanza di centrodestra eventuale in Europa, perciò mi pare che sia proprio sbagliato l’approccio».
Chiarimento «morbido» del vice coordinatore di Fi, Alessandro Cattaneo: «La vera distinzione per la futura maggioranza di governo europea sarà tra chi ha cultura di governo e chi no. Mi viene da sorridere quando sento che la Lega e Salvini non sarebbero adatti a governare in Europa. Si tratta di un pensiero non condivisibile. La Lega e Salvini hanno governato con Mario Draghi, oggi con il centrodestra unito dopo la vittoria delle politiche, inoltre governano in tante regioni ed enti locali del Paese con noi, come si fa a non considerarli in ambito europeo? Sono un alleato fondamentale».
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Missione difficile in Polonia per Giorgia Meloni, che oggi sui migranti proverà a strappare il sì di Mateusz Morawiecki sul piano Ue. Osteggiato pure dall’Ungheria. Previsto anche un incontro dei conservatori per definire le nuove strategie e il rapporto con il gruppo Id.Matteo Salvini chiude la polemica con Antonio Tajani: «Risponderanno gli elettori».Lo speciale contiene due articoli.«Lei ci proverà fino alla fine, ma non è semplice perché la posizione di Polonia e Ungheria è molto netta»: così una fonte di governo commenta alla Verità le chance che Giorgia Meloni ha di riuscire a convincere il premier polacco, Mateusz Morawiecki, ad ammorbidire la sua contrarietà al nuovo piano sull’immigrazione elaborato dall’Unione europea. Oggi a Varsavia, la Meloni incontrerà Morawiecki, alle 10.30 al palazzo della Cancelleria; al termine del bilaterale, il premier parteciperà alla sessione principale della Conferenza di Ecr, il gruppo dei Conservatori europei, di cui è presidente, sul tema «Il futuro dell’Unione europea». I leader europei sperano nella mediazione della Meloni per superare il «no» di Polonia e Ungheria che ha impedito che il Consiglio europeo dello scorso 29 e 30 giugno si concludesse con un accordo sull’emergenza immigrazione. Polonia e Ungheria, ricordiamolo, si oppongono ai ricollocamenti obbligatori dei migranti, e alla sanzione di 20.000 euro per ogni persona non accolta: «La Polonia», ha detto Morawiecki al termine del Consiglio europeo, «sa molto bene cos’è la solidarietà e non abbiamo bisogno che ci venga insegnata. Abbiamo accolto oltre 3 milioni di rifugiati. Un milione e mezzo sono ancora nel nostro Paese. Abbiamo aperto case polacche. Eppure, nel caso dell’Ucraina, la Polonia ha ricevuto scarso sostegno: alcune decine di euro per rifugiato. Nel caso di un rifugiato non accettato dal Medio Oriente dobbiamo essere puniti con una multa di 20.000 euro o più. Non siamo d’accordo». Morawiecki è il leader del partito Diritto e giustizia, azionista di peso dei Conservatori europei guidati dalla Meloni, la quale ha avuto modo, nei giorni successivi al Consiglio europeo, di esprimere la sua comprensione per le diffidenze del premier polacco nei confronti della strategia elaborata dall’Ue. Del resto, il sovranismo è nazionalista per definizione: lo slogan «Prima gli italiani!» può essere tranquillamente declinato in «Prima i polacchi!», «Prima gli ungheresi!» e così via. Intesa piena, invece, anche da parte di Varsavia e Budapest, sulla dimensione esterna dell’immigrazione, ovvero sulla necessità di disciplinare gli ingressi in Europa contrastando la tratta di esseri umani. Altro tema, questo, sul quale la Meloni è protagonista della politica europea: è stata lei infatti a recarsi per ben due volte in Tunisia nell’arco di pochi giorni, prima da sola e poi insieme alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e al premier olandese, Mark Rutte, per tentare di convincere il presidente Kais Saied a darsi da fare per bloccare le partenze. Saied da parte sua chiede, manco a dirlo, soldi: c’è in ballo il prestito del Fondo monetario internazionale da 1,9 miliardi di dollari ai quali la Ue può aggiungere un altro miliardo, ma la trattativa è difficile, poiché il leader tunisino tentenna di fronte alla richiesta di varare riforme strutturali in cambio dei denari. Tornando alla questione del no della Polonia all’accordo europeo, la Meloni tenterà più che altro di capire se ci sono ancora margini di trattativa, ma in questa fase storica Varsavia ha un peso politico molto importante: la guerra in Ucraina la vede in primissima fila, vero e proprio avamposto della Nato, i rapporti con Washington sono blindati, la stessa Commissione europea non può permettersi di tirare troppo la corda con il governo di destra guidato da Morawiecki. Anche di guerra in Ucraina parleranno oggi la Meloni e Morawiecki, ma su questo fronte non c’è da aspettarsi sorprese: verrà ribadito il sostegno a Kiev a 360 gradi. Il secondo appuntamento della giornata polacca del presidente del Consiglio è, come dicevamo, la conferenza di Ecr, il partito dei Conservatori europei, sul tema «Il futuro dell’Unione europea». A introdurre i lavori di oggi, alla presenza della Meloni e di Morawiecki, saranno i due presidenti del gruppo dei Conservatori al Parlamento europeo, il polacco Ryszard Legutko e Nicola Procaccini di Fratelli d’Italia. «I conservatori europei», spiega Procaccini, «sono impegnati nel definire proposte e azioni concrete per affrontare al meglio le grandi questioni che le nazioni e popoli dell’Ue sono chiamati ad affrontare. L’appuntamento di Varsavia riveste una particolare importanza, un confronto sui grandi temi anche In prospettiva delle prossime elezioni europee». L’obiettivo è quello di costruire, dopo le europee del 2024, una nuova maggioranza al Parlamento europeo, che tenga fuori i Socialisti e comprenda, oltre al Ppe, proprio i Conservatori di Ecr. Naturalmente, il progetto passa necessariamente attraverso un buon risultato dei partiti di centrodestra alle urne, una circostanza non scontata ma facilmente pronosticabile, considerato che il vento elettorale in Europa soffia sempre di più verso l’area moderata. Occorrerà poi sciogliere il nodo del gruppo Identità e democrazia, del quale fa parte la Lega insieme tra gli altri ai francesi di Marine Le Pen, che scontano l’ostilità dei Popolari europei in quanto considerati «euroscettici». L’asse tra Roma e Varsavia può essere utilissimo in questa chiave, ed è probabile che la Meloni e Morawiecki si confronteranno anche sui programmi da sottoporre agli elettori.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/meloni-varsavia-versione-colomba-2662227713.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvini-insiste-col-patto-allargato-nessuno-deve-essere-escluso" data-post-id="2662227713" data-published-at="1688540892" data-use-pagination="False"> Salvini insiste col patto allargato: «Nessuno deve essere escluso» La campagna elettorale del centrodestra per il voto europeo di giugno 2024 è iniziata, ma il sorpasso a destra di Matteo Salvini sul tema delle alleanze a Strasburgo è stato frenato da Antonio Tajani. «Sulle alleanze in Europa decideranno gli italiani quando andranno a votare», ha detto ieri il ministro delle Infrastrutture nonché leader della Lega ai microfoni di Radio anch’io su Rai Radio 1, cercando di spegnere le polemiche scoppiate nella maggioranza dopo l’alt del leader di Forza Italia alle alleanze possibili con i sovranisti francesi di Marine Le Pen e i tedeschi di Afd. «Discussioni sulle alleanze in Europa? Il governo italiano non c’entra nulla, non è in discussione, la politica europea non c’entra nulla. Piacerebbe a qualche giornale, a Conte, alla Schlein, ma il governo italiano va avanti non solo cinque anni, ma di più». Il vicepremier leghista ha rivendicato di avere fatto «solo una riflessione normale: c’è un governo di centrodestra, gli italiani apprezzano i risultati perché alle regionali il centrodestra stravince, ho detto agli alleati: facciamo la stessa formula anche in Europa. Non mi sembra una proposta particolarmente intelligente o rivoluzionaria... Visto che metà delle norme arrivano da Bruxelles e sono figlie di politica anti italiana e anti sviluppo, penso sia una grande occasione per portare anche in Europa un governo di centrodestra. Vogliamo provarci o ci arrendiamo a un’altra alleanza con i Socialisti?». E a proposito della videocall con Le Pen, il leader del Carroccio ha ribadito: «Rassemblement National è il primo partito in Francia e abbiamo parlato soprattutto di lavoro perché l’Europa si occupi di famiglie e piena occupazione». Poi Salvini ha «parlato» ai suoi elettori: «Io dico già da oggi che chi sceglierà la Lega avrà chiaro che qualunque sia l’esito del voto la Lega non andrà al governo dell’Ue con i socialisti dell’auto green e della casa da sistemare senza aiuto economico. Non penso che De Gasperi abbia fondato l’Europa per avere l’auto elettrica o danneggiare i pescatori. Sull’immigrazione perché non vogliamo riproporre a livello europeo il governo che in Italia, in otto mesi, ha fatto tanto?». Governo e centrodestra italiano esteso all’Europa, senza dire no a nessuno, se non ai socialisti e a Macron, ha ribadito ancora il ministro durante l’inaugurazione di due nuove fermate della M4 a Milano non senza una frecciatina all’alleato azzurro Tajani: «È semplicemente un’idea di Europa. Che cosa vuol dire partiti anti europei? Mi domando come qualcuno di centrodestra possa preferire i socialisti». E ieri è arrivato il primo commento di Fdi per bocca del capogruppo alla Camera, Tommaso Foti: «I veti non sono di una forza politica o di un’altra, bisogna prima creare le condizioni di un’alleanza politica e questa la si ha quando gli elettori con il loro voto daranno forza a quest’area rappresentata dal centrodestra. Nessuno ha detto che la Lega non deve far parte di un’alleanza di centrodestra eventuale in Europa, perciò mi pare che sia proprio sbagliato l’approccio». Chiarimento «morbido» del vice coordinatore di Fi, Alessandro Cattaneo: «La vera distinzione per la futura maggioranza di governo europea sarà tra chi ha cultura di governo e chi no. Mi viene da sorridere quando sento che la Lega e Salvini non sarebbero adatti a governare in Europa. Si tratta di un pensiero non condivisibile. La Lega e Salvini hanno governato con Mario Draghi, oggi con il centrodestra unito dopo la vittoria delle politiche, inoltre governano in tante regioni ed enti locali del Paese con noi, come si fa a non considerarli in ambito europeo? Sono un alleato fondamentale».
Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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A seguito di preliminari accertamenti sul territorio e della consultazione delle banche dati in uso alla Guardia di Finanza, nel febbraio di quest’anno le Fiamme Gialle della Tenenza di Riva del Garda hanno avviato una verifica fiscale nei confronti dell’azienda, che intratteneva rapporti economici con numerose società operanti sul territorio nazionale nei settori della realizzazione di impianti tecnologici, meccanici ed elettrici, nonché della produzione e lavorazione della carta.
Fin dai primi approfondimenti è emerso che la gestione effettiva della società sarebbe stata riconducibile al marito di una donna di origine straniera che, pur ricoprendo formalmente il ruolo di amministratrice unica, sarebbe risultata del tutto estranea agli aspetti economici, contabili e gestionali dell’azienda. La donna avrebbe percepito un compenso soltanto nel 2023, registrato contabilmente ma mai effettivamente corrisposto, presumibilmente utilizzato per giustificare presso un istituto di credito l’erogazione di un finanziamento destinato all’acquisto di un immobile da parte della società.
Grazie anche alla collaborazione dei funzionari ispettivi dell’Inps di Trento, è stata quindi scoperta un’articolata e sistematica condotta di evasione contributiva, attuata attraverso il mascheramento in busta paga di quote della normale retribuzione sotto forma di rimborsi spese esenti da imposizione fiscale e contributiva.
Nel corso dell’attività ispettiva, la società non è stata in grado di fornire alcuna documentazione idonea a giustificare tali rimborsi. Allo stesso modo, nessuno dei lavoratori ascoltati dagli investigatori ha dichiarato di aver sostenuto spese per conto dell’azienda che potessero giustificare gli importi percepiti, né di aver mai redatto i previsti rendiconti mensili.
L’analisi incrociata tra i controlli effettuati e i dati contenuti nel Libro Unico del Lavoro (LUL) ha consentito di accertare che, tra il 2021 e il 2025, ben 127 lavoratori hanno percepito somme maggiorate sotto forma di indennità esenti, senza che fossero versate le relative ritenute fiscali e previdenziali. L’importo complessivo delle somme dovute, comprensivo di sanzioni e interessi, supera il milione di euro.
Oltre alle irregolarità contributive, le indagini economico-finanziarie delle Fiamme Gialle hanno consentito di accertare ulteriori violazioni fiscali. In particolare, in materia di imposte sui redditi, sarebbe stata presentata una dichiarazione con ricavi indicati pari a zero, a fronte di un volume d’affari di circa 1,8 milioni di euro ricostruito dagli investigatori. Contestate anche violazioni in materia di Iva per un importo superiore a 600mila euro.
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