True
2023-07-05
Il premier a Varsavia in versione colomba
Giorgia Meloni e Mateusz Morawiecki (Getty Images)
«Lei ci proverà fino alla fine, ma non è semplice perché la posizione di Polonia e Ungheria è molto netta»: così una fonte di governo commenta alla Verità le chance che Giorgia Meloni ha di riuscire a convincere il premier polacco, Mateusz Morawiecki, ad ammorbidire la sua contrarietà al nuovo piano sull’immigrazione elaborato dall’Unione europea. Oggi a Varsavia, la Meloni incontrerà Morawiecki, alle 10.30 al palazzo della Cancelleria; al termine del bilaterale, il premier parteciperà alla sessione principale della Conferenza di Ecr, il gruppo dei Conservatori europei, di cui è presidente, sul tema «Il futuro dell’Unione europea». I leader europei sperano nella mediazione della Meloni per superare il «no» di Polonia e Ungheria che ha impedito che il Consiglio europeo dello scorso 29 e 30 giugno si concludesse con un accordo sull’emergenza immigrazione.
Polonia e Ungheria, ricordiamolo, si oppongono ai ricollocamenti obbligatori dei migranti, e alla sanzione di 20.000 euro per ogni persona non accolta: «La Polonia», ha detto Morawiecki al termine del Consiglio europeo, «sa molto bene cos’è la solidarietà e non abbiamo bisogno che ci venga insegnata. Abbiamo accolto oltre 3 milioni di rifugiati. Un milione e mezzo sono ancora nel nostro Paese. Abbiamo aperto case polacche. Eppure, nel caso dell’Ucraina, la Polonia ha ricevuto scarso sostegno: alcune decine di euro per rifugiato. Nel caso di un rifugiato non accettato dal Medio Oriente dobbiamo essere puniti con una multa di 20.000 euro o più. Non siamo d’accordo». Morawiecki è il leader del partito Diritto e giustizia, azionista di peso dei Conservatori europei guidati dalla Meloni, la quale ha avuto modo, nei giorni successivi al Consiglio europeo, di esprimere la sua comprensione per le diffidenze del premier polacco nei confronti della strategia elaborata dall’Ue. Del resto, il sovranismo è nazionalista per definizione: lo slogan «Prima gli italiani!» può essere tranquillamente declinato in «Prima i polacchi!», «Prima gli ungheresi!» e così via. Intesa piena, invece, anche da parte di Varsavia e Budapest, sulla dimensione esterna dell’immigrazione, ovvero sulla necessità di disciplinare gli ingressi in Europa contrastando la tratta di esseri umani. Altro tema, questo, sul quale la Meloni è protagonista della politica europea: è stata lei infatti a recarsi per ben due volte in Tunisia nell’arco di pochi giorni, prima da sola e poi insieme alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e al premier olandese, Mark Rutte, per tentare di convincere il presidente Kais Saied a darsi da fare per bloccare le partenze. Saied da parte sua chiede, manco a dirlo, soldi: c’è in ballo il prestito del Fondo monetario internazionale da 1,9 miliardi di dollari ai quali la Ue può aggiungere un altro miliardo, ma la trattativa è difficile, poiché il leader tunisino tentenna di fronte alla richiesta di varare riforme strutturali in cambio dei denari.
Tornando alla questione del no della Polonia all’accordo europeo, la Meloni tenterà più che altro di capire se ci sono ancora margini di trattativa, ma in questa fase storica Varsavia ha un peso politico molto importante: la guerra in Ucraina la vede in primissima fila, vero e proprio avamposto della Nato, i rapporti con Washington sono blindati, la stessa Commissione europea non può permettersi di tirare troppo la corda con il governo di destra guidato da Morawiecki. Anche di guerra in Ucraina parleranno oggi la Meloni e Morawiecki, ma su questo fronte non c’è da aspettarsi sorprese: verrà ribadito il sostegno a Kiev a 360 gradi.
Il secondo appuntamento della giornata polacca del presidente del Consiglio è, come dicevamo, la conferenza di Ecr, il partito dei Conservatori europei, sul tema «Il futuro dell’Unione europea». A introdurre i lavori di oggi, alla presenza della Meloni e di Morawiecki, saranno i due presidenti del gruppo dei Conservatori al Parlamento europeo, il polacco Ryszard Legutko e Nicola Procaccini di Fratelli d’Italia. «I conservatori europei», spiega Procaccini, «sono impegnati nel definire proposte e azioni concrete per affrontare al meglio le grandi questioni che le nazioni e popoli dell’Ue sono chiamati ad affrontare. L’appuntamento di Varsavia riveste una particolare importanza, un confronto sui grandi temi anche In prospettiva delle prossime elezioni europee».
L’obiettivo è quello di costruire, dopo le europee del 2024, una nuova maggioranza al Parlamento europeo, che tenga fuori i Socialisti e comprenda, oltre al Ppe, proprio i Conservatori di Ecr. Naturalmente, il progetto passa necessariamente attraverso un buon risultato dei partiti di centrodestra alle urne, una circostanza non scontata ma facilmente pronosticabile, considerato che il vento elettorale in Europa soffia sempre di più verso l’area moderata. Occorrerà poi sciogliere il nodo del gruppo Identità e democrazia, del quale fa parte la Lega insieme tra gli altri ai francesi di Marine Le Pen, che scontano l’ostilità dei Popolari europei in quanto considerati «euroscettici». L’asse tra Roma e Varsavia può essere utilissimo in questa chiave, ed è probabile che la Meloni e Morawiecki si confronteranno anche sui programmi da sottoporre agli elettori.
Salvini insiste col patto allargato: «Nessuno deve essere escluso»
La campagna elettorale del centrodestra per il voto europeo di giugno 2024 è iniziata, ma il sorpasso a destra di Matteo Salvini sul tema delle alleanze a Strasburgo è stato frenato da Antonio Tajani. «Sulle alleanze in Europa decideranno gli italiani quando andranno a votare», ha detto ieri il ministro delle Infrastrutture nonché leader della Lega ai microfoni di Radio anch’io su Rai Radio 1, cercando di spegnere le polemiche scoppiate nella maggioranza dopo l’alt del leader di Forza Italia alle alleanze possibili con i sovranisti francesi di Marine Le Pen e i tedeschi di Afd. «Discussioni sulle alleanze in Europa? Il governo italiano non c’entra nulla, non è in discussione, la politica europea non c’entra nulla. Piacerebbe a qualche giornale, a Conte, alla Schlein, ma il governo italiano va avanti non solo cinque anni, ma di più».
Il vicepremier leghista ha rivendicato di avere fatto «solo una riflessione normale: c’è un governo di centrodestra, gli italiani apprezzano i risultati perché alle regionali il centrodestra stravince, ho detto agli alleati: facciamo la stessa formula anche in Europa. Non mi sembra una proposta particolarmente intelligente o rivoluzionaria... Visto che metà delle norme arrivano da Bruxelles e sono figlie di politica anti italiana e anti sviluppo, penso sia una grande occasione per portare anche in Europa un governo di centrodestra. Vogliamo provarci o ci arrendiamo a un’altra alleanza con i Socialisti?». E a proposito della videocall con Le Pen, il leader del Carroccio ha ribadito: «Rassemblement National è il primo partito in Francia e abbiamo parlato soprattutto di lavoro perché l’Europa si occupi di famiglie e piena occupazione». Poi Salvini ha «parlato» ai suoi elettori: «Io dico già da oggi che chi sceglierà la Lega avrà chiaro che qualunque sia l’esito del voto la Lega non andrà al governo dell’Ue con i socialisti dell’auto green e della casa da sistemare senza aiuto economico. Non penso che De Gasperi abbia fondato l’Europa per avere l’auto elettrica o danneggiare i pescatori. Sull’immigrazione perché non vogliamo riproporre a livello europeo il governo che in Italia, in otto mesi, ha fatto tanto?».
Governo e centrodestra italiano esteso all’Europa, senza dire no a nessuno, se non ai socialisti e a Macron, ha ribadito ancora il ministro durante l’inaugurazione di due nuove fermate della M4 a Milano non senza una frecciatina all’alleato azzurro Tajani: «È semplicemente un’idea di Europa. Che cosa vuol dire partiti anti europei? Mi domando come qualcuno di centrodestra possa preferire i socialisti».
E ieri è arrivato il primo commento di Fdi per bocca del capogruppo alla Camera, Tommaso Foti: «I veti non sono di una forza politica o di un’altra, bisogna prima creare le condizioni di un’alleanza politica e questa la si ha quando gli elettori con il loro voto daranno forza a quest’area rappresentata dal centrodestra. Nessuno ha detto che la Lega non deve far parte di un’alleanza di centrodestra eventuale in Europa, perciò mi pare che sia proprio sbagliato l’approccio».
Chiarimento «morbido» del vice coordinatore di Fi, Alessandro Cattaneo: «La vera distinzione per la futura maggioranza di governo europea sarà tra chi ha cultura di governo e chi no. Mi viene da sorridere quando sento che la Lega e Salvini non sarebbero adatti a governare in Europa. Si tratta di un pensiero non condivisibile. La Lega e Salvini hanno governato con Mario Draghi, oggi con il centrodestra unito dopo la vittoria delle politiche, inoltre governano in tante regioni ed enti locali del Paese con noi, come si fa a non considerarli in ambito europeo? Sono un alleato fondamentale».
Continua a leggereRiduci
Missione difficile in Polonia per Giorgia Meloni, che oggi sui migranti proverà a strappare il sì di Mateusz Morawiecki sul piano Ue. Osteggiato pure dall’Ungheria. Previsto anche un incontro dei conservatori per definire le nuove strategie e il rapporto con il gruppo Id.Matteo Salvini chiude la polemica con Antonio Tajani: «Risponderanno gli elettori».Lo speciale contiene due articoli.«Lei ci proverà fino alla fine, ma non è semplice perché la posizione di Polonia e Ungheria è molto netta»: così una fonte di governo commenta alla Verità le chance che Giorgia Meloni ha di riuscire a convincere il premier polacco, Mateusz Morawiecki, ad ammorbidire la sua contrarietà al nuovo piano sull’immigrazione elaborato dall’Unione europea. Oggi a Varsavia, la Meloni incontrerà Morawiecki, alle 10.30 al palazzo della Cancelleria; al termine del bilaterale, il premier parteciperà alla sessione principale della Conferenza di Ecr, il gruppo dei Conservatori europei, di cui è presidente, sul tema «Il futuro dell’Unione europea». I leader europei sperano nella mediazione della Meloni per superare il «no» di Polonia e Ungheria che ha impedito che il Consiglio europeo dello scorso 29 e 30 giugno si concludesse con un accordo sull’emergenza immigrazione. Polonia e Ungheria, ricordiamolo, si oppongono ai ricollocamenti obbligatori dei migranti, e alla sanzione di 20.000 euro per ogni persona non accolta: «La Polonia», ha detto Morawiecki al termine del Consiglio europeo, «sa molto bene cos’è la solidarietà e non abbiamo bisogno che ci venga insegnata. Abbiamo accolto oltre 3 milioni di rifugiati. Un milione e mezzo sono ancora nel nostro Paese. Abbiamo aperto case polacche. Eppure, nel caso dell’Ucraina, la Polonia ha ricevuto scarso sostegno: alcune decine di euro per rifugiato. Nel caso di un rifugiato non accettato dal Medio Oriente dobbiamo essere puniti con una multa di 20.000 euro o più. Non siamo d’accordo». Morawiecki è il leader del partito Diritto e giustizia, azionista di peso dei Conservatori europei guidati dalla Meloni, la quale ha avuto modo, nei giorni successivi al Consiglio europeo, di esprimere la sua comprensione per le diffidenze del premier polacco nei confronti della strategia elaborata dall’Ue. Del resto, il sovranismo è nazionalista per definizione: lo slogan «Prima gli italiani!» può essere tranquillamente declinato in «Prima i polacchi!», «Prima gli ungheresi!» e così via. Intesa piena, invece, anche da parte di Varsavia e Budapest, sulla dimensione esterna dell’immigrazione, ovvero sulla necessità di disciplinare gli ingressi in Europa contrastando la tratta di esseri umani. Altro tema, questo, sul quale la Meloni è protagonista della politica europea: è stata lei infatti a recarsi per ben due volte in Tunisia nell’arco di pochi giorni, prima da sola e poi insieme alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e al premier olandese, Mark Rutte, per tentare di convincere il presidente Kais Saied a darsi da fare per bloccare le partenze. Saied da parte sua chiede, manco a dirlo, soldi: c’è in ballo il prestito del Fondo monetario internazionale da 1,9 miliardi di dollari ai quali la Ue può aggiungere un altro miliardo, ma la trattativa è difficile, poiché il leader tunisino tentenna di fronte alla richiesta di varare riforme strutturali in cambio dei denari. Tornando alla questione del no della Polonia all’accordo europeo, la Meloni tenterà più che altro di capire se ci sono ancora margini di trattativa, ma in questa fase storica Varsavia ha un peso politico molto importante: la guerra in Ucraina la vede in primissima fila, vero e proprio avamposto della Nato, i rapporti con Washington sono blindati, la stessa Commissione europea non può permettersi di tirare troppo la corda con il governo di destra guidato da Morawiecki. Anche di guerra in Ucraina parleranno oggi la Meloni e Morawiecki, ma su questo fronte non c’è da aspettarsi sorprese: verrà ribadito il sostegno a Kiev a 360 gradi. Il secondo appuntamento della giornata polacca del presidente del Consiglio è, come dicevamo, la conferenza di Ecr, il partito dei Conservatori europei, sul tema «Il futuro dell’Unione europea». A introdurre i lavori di oggi, alla presenza della Meloni e di Morawiecki, saranno i due presidenti del gruppo dei Conservatori al Parlamento europeo, il polacco Ryszard Legutko e Nicola Procaccini di Fratelli d’Italia. «I conservatori europei», spiega Procaccini, «sono impegnati nel definire proposte e azioni concrete per affrontare al meglio le grandi questioni che le nazioni e popoli dell’Ue sono chiamati ad affrontare. L’appuntamento di Varsavia riveste una particolare importanza, un confronto sui grandi temi anche In prospettiva delle prossime elezioni europee». L’obiettivo è quello di costruire, dopo le europee del 2024, una nuova maggioranza al Parlamento europeo, che tenga fuori i Socialisti e comprenda, oltre al Ppe, proprio i Conservatori di Ecr. Naturalmente, il progetto passa necessariamente attraverso un buon risultato dei partiti di centrodestra alle urne, una circostanza non scontata ma facilmente pronosticabile, considerato che il vento elettorale in Europa soffia sempre di più verso l’area moderata. Occorrerà poi sciogliere il nodo del gruppo Identità e democrazia, del quale fa parte la Lega insieme tra gli altri ai francesi di Marine Le Pen, che scontano l’ostilità dei Popolari europei in quanto considerati «euroscettici». L’asse tra Roma e Varsavia può essere utilissimo in questa chiave, ed è probabile che la Meloni e Morawiecki si confronteranno anche sui programmi da sottoporre agli elettori.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/meloni-varsavia-versione-colomba-2662227713.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvini-insiste-col-patto-allargato-nessuno-deve-essere-escluso" data-post-id="2662227713" data-published-at="1688540892" data-use-pagination="False"> Salvini insiste col patto allargato: «Nessuno deve essere escluso» La campagna elettorale del centrodestra per il voto europeo di giugno 2024 è iniziata, ma il sorpasso a destra di Matteo Salvini sul tema delle alleanze a Strasburgo è stato frenato da Antonio Tajani. «Sulle alleanze in Europa decideranno gli italiani quando andranno a votare», ha detto ieri il ministro delle Infrastrutture nonché leader della Lega ai microfoni di Radio anch’io su Rai Radio 1, cercando di spegnere le polemiche scoppiate nella maggioranza dopo l’alt del leader di Forza Italia alle alleanze possibili con i sovranisti francesi di Marine Le Pen e i tedeschi di Afd. «Discussioni sulle alleanze in Europa? Il governo italiano non c’entra nulla, non è in discussione, la politica europea non c’entra nulla. Piacerebbe a qualche giornale, a Conte, alla Schlein, ma il governo italiano va avanti non solo cinque anni, ma di più». Il vicepremier leghista ha rivendicato di avere fatto «solo una riflessione normale: c’è un governo di centrodestra, gli italiani apprezzano i risultati perché alle regionali il centrodestra stravince, ho detto agli alleati: facciamo la stessa formula anche in Europa. Non mi sembra una proposta particolarmente intelligente o rivoluzionaria... Visto che metà delle norme arrivano da Bruxelles e sono figlie di politica anti italiana e anti sviluppo, penso sia una grande occasione per portare anche in Europa un governo di centrodestra. Vogliamo provarci o ci arrendiamo a un’altra alleanza con i Socialisti?». E a proposito della videocall con Le Pen, il leader del Carroccio ha ribadito: «Rassemblement National è il primo partito in Francia e abbiamo parlato soprattutto di lavoro perché l’Europa si occupi di famiglie e piena occupazione». Poi Salvini ha «parlato» ai suoi elettori: «Io dico già da oggi che chi sceglierà la Lega avrà chiaro che qualunque sia l’esito del voto la Lega non andrà al governo dell’Ue con i socialisti dell’auto green e della casa da sistemare senza aiuto economico. Non penso che De Gasperi abbia fondato l’Europa per avere l’auto elettrica o danneggiare i pescatori. Sull’immigrazione perché non vogliamo riproporre a livello europeo il governo che in Italia, in otto mesi, ha fatto tanto?». Governo e centrodestra italiano esteso all’Europa, senza dire no a nessuno, se non ai socialisti e a Macron, ha ribadito ancora il ministro durante l’inaugurazione di due nuove fermate della M4 a Milano non senza una frecciatina all’alleato azzurro Tajani: «È semplicemente un’idea di Europa. Che cosa vuol dire partiti anti europei? Mi domando come qualcuno di centrodestra possa preferire i socialisti». E ieri è arrivato il primo commento di Fdi per bocca del capogruppo alla Camera, Tommaso Foti: «I veti non sono di una forza politica o di un’altra, bisogna prima creare le condizioni di un’alleanza politica e questa la si ha quando gli elettori con il loro voto daranno forza a quest’area rappresentata dal centrodestra. Nessuno ha detto che la Lega non deve far parte di un’alleanza di centrodestra eventuale in Europa, perciò mi pare che sia proprio sbagliato l’approccio». Chiarimento «morbido» del vice coordinatore di Fi, Alessandro Cattaneo: «La vera distinzione per la futura maggioranza di governo europea sarà tra chi ha cultura di governo e chi no. Mi viene da sorridere quando sento che la Lega e Salvini non sarebbero adatti a governare in Europa. Si tratta di un pensiero non condivisibile. La Lega e Salvini hanno governato con Mario Draghi, oggi con il centrodestra unito dopo la vittoria delle politiche, inoltre governano in tante regioni ed enti locali del Paese con noi, come si fa a non considerarli in ambito europeo? Sono un alleato fondamentale».
Secondo gli inquirenti, il meccanismo si basava su una rete articolata: c’era chi reclutava i cittadini stranieri, chi raccoglieva documenti e passaporti, chi preparava le pratiche e chi metteva a disposizione imprese — reali ma ignare oppure compiacenti o fittizie — utilizzate come datori di lavoro solo sulla carta.
Le domande di nulla osta al lavoro sarebbero state presentate sulla base di rapporti di lavoro inesistenti, esigenze occupazionali fittizie e documentazione ritenuta falsa o irregolare. In diversi casi sono emerse firme apocrife, dichiarazioni incomplete e dati considerati inverosimili, oltre all’utilizzo ricorrente degli stessi recapiti telefonici ed email.
Dalle indagini è emerso anche che alcune aziende sarebbero state coinvolte a loro insaputa, mentre altre risultavano prive di reale attività o comunque incapaci di sostenere assunzioni. La serialità delle pratiche e la ripetitività delle modalità operative delineano, secondo l’accusa, un sistema strutturato.
Il fine sarebbe stato duplice: da un lato consentire a cittadini extracomunitari di ottenere indebitamente il visto e l’ingresso in Italia, dall’altro ricavare un profitto economico dalla gestione delle pratiche.
I reati contestati, allo stato delle indagini, sono riconducibili al favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, attraverso la predisposizione di pratiche fittizie, la simulazione di rapporti di lavoro e l’utilizzo di documentazione non genuina.
L’operazione rappresenta l’esito di una complessa attività investigativa volta a contrastare fenomeni che alterano i canali legali di ingresso nel Paese e compromettono il corretto funzionamento delle procedure amministrative in materia di lavoro e immigrazione.
Continua a leggereRiduci
Suez, novembre 1956: relitti di navi affondate bloccano il canale (Getty Images)
Un tassello della Guerra fredda fu all’origine della crisi che, alla fine del 1956, interessò il Canale di Suez. Per la costruzione della diga di Assuan, il presidente egiziano Abdel Nasser aveva richiesto finanziamenti A Stati Uniti e Regno Unito. Questi ultimi ritirarono la disponibilità quando Nasser si rivolse all’Unione Sovietica per l’acquisto di armamenti. In risposta, il presidente egiziano proclamò la nazionalizzazione di Suez, fino ad allora gestito da un consorzio anglo-francese.
Attraverso il canale lungo 193 chilometri ed aperto dal 1869, nel 1956 assicurava il transito di circa 2 milioni di barili di petrolio verso un mercato europeo allora fortemente dipendente dall’oro nero. All’ intervento militare di Regno Unito, Francia e Israele, Nasser rispose con la chiusura del canale (che fu minato) e con l’affondamento delle 40 navi presenti nelle acque di Suez. All’inizio delle ostilità, oltre il 60% del traffico di greggio verso occidente fu bloccato.
In Italia la crisi del 1956 fece temere una battuta d’arresto in pieno «boom» economico, sia per l’industria in forte crescita sia per i consumi privati che seguivano la parabola ascendente dell’economia italiana. Il governo, allora guidato dal democristiano Antonio Segni, fu subito attivo in due direzioni: quella diplomatica, dove abbracciò l’atlantismo della «dottrina Eisenhower» (che considerava pericolosa l’azione di Israele e delle potenze coloniali in Medio Oriente in quanto spingevano i Paesi arabi verso l’Unione Sovietica) prendendo decisamente le distanze dalla soluzione armata di Francia e Regno Unito e presentandosi come mediatore internazionale grazie ai consolidati rapporti politici ed economici con l’Egitto.
Sull’emergenza energetica il governo, rappresentato nel settore dal ministro dell’Industria Guido Cortese (Pli), scelse di caricare sulle spalle dello Stato il maggior costo del greggio in modo mirato. Deliberò di evitare gli aumenti dei derivati fondamentali per il funzionamento dell’industria e per la produzione di energia come l’olio combustibile, che sarebbe aumentato di molto a causa dell’impennata dei noli delle navi che erano costrette alla rotta Africana. Applicò invece un aumento del costo della benzina, ma anche in questo caso intervenne per limitarne il rincaro risultante dagli effetti della crisi. Nel 1956, prima della crisi di Suez, un litro di benzina costava 128 lire al litro, di cui ben 91 di oneri fiscali. Gli aumenti dovuti alla crescita del prezzo del greggio e al costo dei trasporti avrebbero fatto crescere di ben 30 lire al litro il prezzo della benzina. Il governo italiano decise di sacrificare una parte degli introiti fiscali e scelse di applicare un aumento di sole 14 lire al litro (7 per i taxisti e i turisti), destinando parte dei proventi dell’aumento ai raffinatori nazionali per compensare i maggiori costi alla fonte. La formula funzionò, impedendo la battuta d’arresto nella crescita industriale ed economica italiana. Il 1956 si chiuse infatti con un bilancio positivo, con una crescita della produzione industriale tra il 7 e l’8%, pur terminando l’anno con l’incognita della durata del blocco di Suez. Peggio andò per le due grandi potenze coloniali, Gran Bretagna e Francia, che avevano deciso di intervenire militarmente rigettando l’idea diplomatica di una gestione multinazionale del canale. Oltre ad aver dovuto affrontare il prezzo della guerra, il blocco dei carburanti e la crescita dei prezzi costrinsero Londra e Parigi a misure ben più drastiche di quelle di Roma, con razionamenti forzati dell’energia, crescita dell’inflazione e conseguente tensione politica. La crisi del 1956 sarà il tramonto definitivo della colonizzazione anglo-francese in Medio Oriente, sostituita dall’egemonia economica degli Usa. La piccola Italia, pur in crescita, era riuscita a reggere meglio il colpo anche per la ancora limitata diffusione di beni privati energivori come automobili ed elettrodomestici (nel 1956 la motorizzazione di massa era ancora agli albori, con poco più di 1 milione di auto circolanti).
Fu nel periodo della crisi di Suez che l’Eni sviluppò la sua presenza in Medio Oriente, gettando le basi della coraggiosa e spregiudicata «dottrina Mattei». Già alla salita al potere di Nasser il presidente dell’ente italiano Enrico Mattei aveva stretto legami con il governo egiziano, offrendo tecnologia e know-how. Con Saipem aveva vinto in breve la gara per la costruzione dell’oleodotto tra Suez e il Cairo. Poco prima della crisi, Mattei entrò nella nuova società petrolifera di Stato egiziana, la International Egyptian Oil Company – IEOC), offrendo al governo del Cairo condizioni molto vantaggiose in termini economici, una formula che ripeté nel 1957 con l’Iran, aggirando la storica egemonia delle Sette Sorelle grazie alla partecipazione ad una società a capitale pubblico.
L’italia ebbe un ruolo importante anche nell’epilogo della crisi del Canale di Suez. Dal 31 ottobre 1956 ben 44 relitti di grandi navi ostruivano il passaggio. Serviva una task force per una bonifica urgente, per non prolungare ulteriormente il blocco. Tra le italiane fu scelta dalle Nazioni Unite la compagnia milanese Micoperi, con sede operativa a Ravenna. Dal 1946 si occupava di bonifica di relitti della guerra. A Suez operò con i pontoni «Squalo» e «Pegaso», affiancata dalle navi delle due società triestine Banfield e Tripcovich. Gli specialisti italiani lavorarono talmente bene da meritare un encomio solenne da parte del consorzio internazionale di bonifica a guida Danese e Olandese. Nell’aprile del 1957 il canale di Suez era libero. Ed il petrolio passò nuovamente, ma lasciando l’Europa con il sapore di una catastrofe economica devastante se solamente il blocco fosse stato prolungato solo di qualche mese.
Continua a leggereRiduci