Il premier in un videomessaggio sui social dopo la vittoria del «No» nel referendum sulla giustizia: «Gli italiani hanno deciso. E noi rispettiamo questa decisione. Andremo avanti, come abbiamo sempre fatto, con responsabilità, determinazione e rispetto verso il popolo italiano e verso l’Italia».
Il premier in un videomessaggio sui social dopo la vittoria del «No» nel referendum sulla giustizia: «Gli italiani hanno deciso. E noi rispettiamo questa decisione. Andremo avanti, come abbiamo sempre fatto, con responsabilità, determinazione e rispetto verso il popolo italiano e verso l’Italia».
L’attivista Martin Sellner spiega cos’è la remigrazione, descrivendola come un progetto politico che non punta solo a espellere gli immigrati regolari, ma un insieme di misure legali, economiche e culturali per invertire l’immigrazione di massa, così da mantenere la continuità culturale delle nazioni europee. Sellner racconta di come, proprio per le sue idee, continui a subire pressioni e tentativi di censura, nonostante alcuni governi europei inizino a riconoscere i problemi legati all’immigrazione.
Persone attendono a una fermata dell'autobus durante un'interruzione di corrente all'Avana (Ansa)
Le proteste a Cuba si moltiplicano mentre mancano cibo, acqua e carburante. Il governo di Diaz-Canel tenta concessioni e liberazioni di prigionieri, ma la popolazione esasperata continua a scendere in piazza, mentre l’arrivo della petroliera russa Anatoly Kolodkin resta incerto.
Cuba sembra sempre più vicina al collasso definitivo, un eventualità che Donald Trump aveva previsto, sostenendo che il regime comunista sarebbe crollato da solo. L’isola caraibica, dall’arresto dell’ex presidente venezuelano Nicolas Maduro, non ha più ricevuto rifornimento petroliferi e la situazione per la popolazione è davvero complicata.
Le proteste serpeggiano da alcune settimane, ma negli ultimi giorni il popolo cubano ormai esasperato ha assaltato la sede del partito comunista, visto come il simbolo di tutti i problemi. I fatti sono avvenuti a Moron, una cittadina di 70.000 abitanti nella zona centrale dell’isola, che per 30 ore consecutive era rimasta senza elettricità. Alcune decine di persone, infuriate perché ormai manca praticamente tutto, hanno preso d’assalto l’edificio e la polizia cubana avrebbe già individuato gli autori e cinque arresti sarebbero già stati effettuati. Ma quello di Moron è soltanto il sintomo di una malattia che sta divorando Cuba dal suo interno. A L'Avana manca acqua potabile, carburante e molti generi di prima necessità. I prezzi del cibo sono schizzati alle stelle e davvero proibitivi per chi non è in possesso di dollari americani. Il presidente comunista Miguel Diaz-Canel continua a fare appelli alla rivoluzione e alla resistenza, ma le piazze sono vuote da tempo come le pance dei cubani. Nonostante l’apparenza il regime comunista sarebbe disposto a fare alcune concessioni a Trump e sta già liberando decine di prigionieri politici.
La trattativa appare difficile, perché il partito comunista non vuole un cambio di regime, ma pensa di aprire un canale anche con i cubani all’estero, concedendo la possibilità di avere proprietà nell’isola. Queste concessioni però non sembrano bastare ai cubani che, stando ai dati raccolti da un’organizzazione non governativa, sarebbero già scesi in piazza a protestare contro il governo 130 volte nella prima metà di marzo, contro le 60 di febbraio e le 30 di gennaio. Il presidente Diaz-Canel ha dichiarato di comprendere la frustrazione, ma che nessun atto violento sarà tollerato. Il leader cubano ha cercato di scaricare tutte le colpe sul cosiddetto blocco energetico imposto dagli Usa, che da tre mesi non permette a nessuna imbarcazione di combustibile di arrivare. Diaz-Canel ha anche lanciato un monito a Washington dicendo che qualsiasi aggressione esterna si scontrerà con una resistenza inespugnabile e accusando Trump di minacciare quasi quotidianamente di rovesciare l’ordine costituzionale a Cuba. Ma è il Partito Comunista, il suo apparato e anche le forze armate il bersaglio della gente che sa benissimo che sono questi soggetti che tengono le redini della barcollante economia nazionale.
Cuba potrebbe scivolare lentamente, ma non troppo, verso una guerra civile che abbatta il regime dall’interno, come aveva diagnosticato il presidente statunitense. L'insofferenza della popolazione verso il governo ha raggiunto i livelli massimi, tanto da spingere anche i media statali, notoriamente imbavagliati dal Partito Comunista, a dare le notizie delle manifestazioni e del malcontento crescente. Per ora davanti alle abitazioni e lungo le strade buie centinaia di persone sbattono pentole e padelle, a significare che non hanno nulla da mangiare, ma stanno iniziando gli sconti con la polizia e ci sono già alcune auto date alle fiamme. Il Messico ed il Canada che si erano offerti di aiutare Cuba, ma per il momento non sono intervenuti se non per cibo e medicinali. Intanto dall’aeroporto di Roma è partito un volo con la delegazione italiana dell’European Convoy for Cuba promosso da Aicec (Agenzia per l'interscambio culturale ed economico con Cuba) nell'ambito della campagna Let Cuba Breathe. Questo gruppo riunisce persone provenienti da 19 nazioni che si vuole unire alla Flotilla Nuestra America con destinazione Cuba. Sono presenti anche quattro delegazioni europarlamentari, con Ilaria Salis, Mimmo Lucano, Emma Fourreau e Marc Botenga, che porteranno con loro cinque tonnellate di medicinali.
Tutto mentre il tycoon alla Casa Bianca ha appena dichiarato che «Cuba in questo momento è in pessimo stato e faremo qualcosa molto presto. Penso che avrò l’onore di prendere l’isola». Ma intanto i dati di tracciamento marittimo darebbero una petroliera russa in arrivo a L’Avana. La Anatoly Kolodkin, soggetta a sanzioni, ha caricato 730.000 barili di greggio nel porto russo di Primorsk l'8 marzo e sta procedendo molto lentamente. La nave ha dichiarato una non meglio specificata destinazione nell’Atlantico, ma sarebbe invece diretta a Cuba, secondo quanto riportato dalla società di analisi marittima Kpler. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov non ha confermato né smentito i legami di Mosca con la Kolodkin o con altre navi che trasportavano petrolio russo nell'Atlantico e ha lasciato intendere che Mosca stesse cercando modi per offrire aiuto a Cuba. Il suo arrivo era previsto per il 23 marzo, ma è stato ritardato di qualche giorno e dovrebbe scaricare il carico presso il terminal petrolifero di Matanzas, sempre che Washington non decida di intervenire.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Al referendum confermativo sulla riforma della giustizia ha prevalso il No. Affluenza record vicina al 59%. Giorgia Meloni invita a rispettare il risultato e assicura: «Rammarico per occasione persa. Ma andremo avanti, come abbiamo sempre fatto, con responsabilità, determinazione e rispetto verso il popolo italiano e verso l'Italia».
Al referendum confermativo sulla riforma della giustizia ha prevalso il No. Con i seggi chiusi alle 15 di oggi e un’affluenza record vicina al 59% degli aventi diritto, le prime proiezioni hanno indicato un distacco ormai consolidato tra i due schieramenti. Dopo che la terza proiezione di Tecnè ha visto il No al 54,3% e il Sì al 45,7%, alle 17:45, dopo 60.313 sulle 61.533 delle sezioni scrutinate, i dati riportati in tempo reale sul sito del Ministero dell'Interno recitavano: Sì al 46,27% e No al 53,73%. Non era previsto alcun quorum per la validità della consultazione.
Le prime reazioni politiche hanno messo in luce le diverse letture del risultato. «Rispettiamo la decisione degli italiani» ha commentato Giorgia Meloni attraverso un video postato su Instagram. «Andremo avanti, come abbiamo sempre fatto, con responsabilità, determinazione e rispetto verso il popolo italiano e verso l'Italia». Di ben altro tenore le dichiarazioni del leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, che ha scritto sui social: «Ce l’abbiamo fatta! Viva la Costituzione!», per poi aggiungere in tv: «La vittoria sonora del No è un avviso di sfratto per Meloni». Il leader di Avs Angelo Bonelli ha parlato invece di un «segnale politico rilevante». Tra le fila del Partito democratico il primo a esprimersi è stato Andrea Orlando che ha commentato: «Una vittoria della Costituzione e del popolo italiano». Dal fronte di Fratelli d’Italia, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami ha sottolineato che l’esito non modifica l’agenda del governo: «Come avevamo detto fin dall’inizio, le vicende attinenti alla consultazione referendaria erano sganciate». Il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, ha osservato a Radio Leopolda: «Il No, molto a sorpresa, ha vinto questo referendum. Quando il popolo parla il governo deve ascoltare». E ha aggiunto: «Quando un leader perde il tocco magico, tutti intorno a lui cominciano a dubitare e non può far finta di nulla». Il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, non ha perso l'occasione per chiamare la gente in piazza: «Pensiamo che sia utile che verso le 18-18:30 tutti quelli che hanno voglia di festeggiare assieme a noi a piazza Barberini, in modo da dare visibilità anche nazionale a questa importante giornata democratica. È davvero una bella giornata. Credo sia il modo migliore per dire che è iniziata una nuova primavera nel nostro Paese» ha detto nella conferenza stampa post voto. A commentare l'esito del referendum sulla giustizia è stato anche il presidente della Cei Matteo Zuppi: «Il dibattito che lo ha preceduto e i dati di affluenza confermano l'importanza di ragionare sull'esercizio concreto della giurisdizione nel nostro Paese, snodo importante per la custodia del bene comune e il perseguimento della giustizia, che soffre per molte difficoltà. Tenendo sempre conto l'equilibrio tra poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che tutti devono preservare, ci auguriamo», ha detto il cardinale nell'introduzione al Consiglio episcopale.
A Milano, i magistrati si sono radunati nella sala della sezione locale dell’Associazione nazionale magistrati al primo piano del Palazzo di Giustizia. Ai primi exit poll che indicavano il No in vantaggio sono partiti applausi e commenti di soddisfazione. «È troppo presto, aspettiamo i dati definitivi», ha detto qualcuno, invitando alla prudenza. L’atmosfera, comunque, restava positiva tra i presenti. Tutto questo mentre in concomitanza con lo scrutinio, Cesare Parodi ha rassegnato le dimissioni dalla presidenza dell’Associazione nazionale magistrati per «motivi personali», comunicando la decisione poco prima della chiusura dei seggi. A Napoli circa 50 magistrati si sono radunati nella saletta dell'Anm e hanno brindato cantando «Bella ciao» e intonando cori contro il governo e contro Luca Palamara.
La partecipazione al voto ha raggiunto percentuali eccezionali in diverse regioni: in Emilia-Romagna il 66,67%, in Toscana il 66,5%, in Umbria il 65,05%, nelle Marche e in Lombardia intorno al 63%, mentre al Sud l’affluenza è stata più contenuta, con il 53,9% a Bari e poco sopra il 46% a Palermo. Nelle grandi città, Firenze ha registrato il record di partecipazione con il 70%, seguita da Milano (64,6%) e Roma (62,6%). L’analisi dei comportamenti elettorali evidenzia motivazioni diverse tra chi ha votato Sì e chi No. I favorevoli alla riforma hanno indicato principalmente ragioni di merito: la separazione delle carriere nella magistratura (59%), la divisione del Csm in due rami (35%) e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare (34%). Tra gli elettori del No, invece, prevale un orientamento più conservativo, volto a non modificare la Costituzione, con una componente politica significativa: il 34% ha ammesso di aver voluto dare un segnale al governo.
Continua a leggereRiduci
Ansa
- Circa 1.000 ex professionisti e molti iridati di Spagna 1982 chiedono trasparenza sulla gestione del fondo dove hanno versato i contributi: «I conti non tornano». La replica: «Il patrimonio è superiore ai potenziali riscatti».
- L’ex centrocampista Giuseppe Dossena: «All’attuale sindaco di Verona chiedo se è normale che non possiamo neanche consultare i bilanci».
Lo speciale contiene due articoli
Di quanto si è rivalutata la mia liquidazione? È possibile sapere come vengono investiti i contributi che ho messo da parte durante la vita lavorativa? È possibile ritirarli? A quanto ammonta «il capitale dormiente», cioè la liquidità versata e mai «ritirata» dagli aventi diritto? Sono queste alcune delle domande che molti ex professionisti (anche allenatori) rivolgono ai responsabili al fondo di fine carriera dei calciatori, avendo, a quando pare, poche risposte.
La denuncia arriva dalla società di consulenza Offside FC che ha avuto mandato da circa 1.000 ex professionisti, che hanno calcato i campi soprattutto in serie A e B, e pretendono adesso maggiore trasparenza e rispetto di un diritto elementare per qualsiasi metalmeccanico, colletto bianco o dirigente aziendale: avere notizie chiare sulle loro pensioni. Tra questi ci sono decine di nomi noti, non pochi ex campioni del mondo, ma soprattutto una marea di ex atleti professionisti che non hanno mai guadagnato le cifre iperboliche che girano nel calcio oggi.
Ci sono i campioni del mondo di Spagna 1982 con Giuseppe Dossena, Fulvio Collovati e Marco Tardelli in prima fila nella chat degli iridati della banda Bearzot con il fondo che è diventato un frequente argomento di discussione. Oppure Thomas Berthold, difensore di Verona e Roma che il suo mondiale lo ha vinto nel 1990 con la Germania contro l’Argentina di Maradona. E poi Emiliano Viviano (portiere tra le altre di Bologna, Sampdoria, Fiorentina e Arsenal) e Lorenzo Marronaro (attaccante di Lazio, Udinese ed Empoli). Loro fanno parte della schiera, ancora piuttosto ristretta, di chi la faccia ha deciso di mettercela. Ma esistono anche tanti altri campioni, conosciuti al grande pubblico, che per un motivo o per un altro preferiscono evitare di esporsi.
«Il fondo», spiega alla Verità Andrea Ferrato, amministratore di Offside FC, la società che sta portando avanti le istanze dei circa 1.000 professionisti di cui sopra, «è nato nel 1975 e si è alimentato negli anni grazie alla trattenuta in busta paga del 7,5% dello stipendio di qualsiasi giocatore contrattualizzato nei campionati professionistici con una massimale di circa 8.000 euro annui. Come succede per qualsiasi contratto di lavoro, ai fini della liquidazione, questi contributi si rivalutano ogni anno dell’1,5% più il 75% del tasso. Noi abbiamo controllato centinaia di posizioni e nella maggior parte dei casi non c’è rispondenza tra quanto i giocatori hanno versato e le cifre corrisposte o da corrispondere».
Il punto è che il bubbone si sta allargando e ogni giorno che passa nuovi ex che in tanti casi neanche sapevano dell’esistenza del fondo chiedono aiuto a Ferrato. «La liquidazione», continua il consulente, «non viene erogata in automatico, ma si muove solo in seguito a una complicata trafila burocratica. Insomma, è evidente che esistono tantissime posizioni dormienti che oggi anche grazie alla nostra battaglia si stanno svegliando».
I calciatori dal canto loro chiedono a Figc, Aic e Assoallenatori di battere un colpo. Sono le istituzioni che hanno la rappresentanza del fondo.
Risposte? «La Figc», interpellata dalla Verità, «evidenzia di aver appreso della questione a mezzo stampa e che non ha mai ricevuto richieste di chiarimento per via ufficiale». Mentre il commercialista Guido Amico Di Meane che ha un ruolo importante nel fondo spiega alla Verità: «C’è un equivoco di base. Questo fondo non eroga il Tfr, ma l’indennità di fine carriera, che è una prestazione di carattere previdenziale e in applicazione delle norme statutarie non è soggetto a rivalutazione. C’è invece un riconoscimento degli avanzi di gestione che annualmente il cda ha sempre deliberato. Quanto? Tenga conto che il fondo, dal 2000, ha distribuito ai propri iscritti mediamente più dell’82% degli avanzi di gestione». E la mancanza di chiarimenti a chi chiedeva lumi sulla propria posizione? «A me non risulta. Abbiamo risposto inviando a tutti l’estratto della posizione contributiva storica, dove sono indicate nel dettaglio: le società, lo stipendio, il massimale in vigore, l’importo del contributo versato e l’avanzo di gestione annualmente riconosciuto». L’altro punto è l’opacità rispetto agli investimenti. Dove finiscono i contributi dei calciatori? «Nessuna opacità. Innanzitutto», continua Di Meane, «posso dirle che il patrimonio del fondo è superiore a quanto dovuto per chi ha versato e non ancora ritirato l’indennità. Sulla gestione il cda ha dato poteri di ordinaria amministrazione al presidente (Leonardo Grosso ndr) e taluni poteri, sempre di ordinaria amministrazione, al sottoscritto. Per investimenti di natura mobiliari ci avvaliamo di un advisor, ma chiaramente tutte le decisioni più importanti vengono prese in cda. I criteri da seguire per gli investimenti sono, comunque, indicati nell’articolo 18 dello Statuto. Ad oggi gli investimenti mobiliari sono ripartiti per la maggior parte in obbligazioni e titoli di Stato (più dell’80%), il 3% in azionario e il restante in fondi flessibili e alternativi. Oltre agli investimenti mobiliari il fondo ha dal 1993 una partecipazione totalitaria nella Sport Invest 2000 Spa, società di investimenti immobiliari che ha un patrimonio superiore alla partecipazione».
Tutto chiaro? Non proprio. Nelle risposte di Di Meane che ci ha chiesto domande scritte, e quindi in assenza di un reale contraddittorio, non si parla del contenzioso in corso con Emiliano Viviano che ha ottenuto dal tribunale di Roma un decreto ingiuntivo per poter ispezionare e prendere visione dei bilanci. E del fatto che anche di fronte al decreto il fondo ha fatto muro opponendosi. Così come il commercialista non evidenzia che il fondo è un’associazione non riconosciuta e senza scopo di lucro (come i sindacati) e ha quindi maggiore autonomia e meno obblighi verso l’esterno.
E viene fatta poca chiarezza sulla Sport Invest, la società di gestione immobiliare, operativa dal 1996 (3 dipendenti) con lo scopo di diversificare gli investimenti nell’immobiliare. Nel cda ci troviamo lo stesso Di Meane e Francesco Ghirelli, vicepresidente della Figc, oltre al presidente dell’associazione dei calciatori, Umberto Calcagno, e al dg della stessa Aic, Giannantonio Grazioli. Alla guida Leonardo Grasso, che presiede anche il fondo, e Renzo Ulivieri suo vice. Di Meane non dice per esempio che anche il bilancio 2024 ha chiuso in perdita (203.000 euro i compensi per gli amministratori e 52.000 quello dei sindaci) e non chiarisce la percentuale sul totale degli investimenti immobiliari che per natura necessitano di tempi lunghi di liquidazione e possono presentare criticità in caso di richieste in massa di riscatti.
Giuseppe Dossena: «Tommasi si esponga. Ha rappresentato per anni i giocatori»
Il caso del Fondo di fine carriera dei calciatori sta sollevando interrogativi sempre più ampi nel mondo del pallone. Centinaia tra ex giocatori e allenatori - attraverso la società di consulenza Offside Fc e lo studio associato T-Legal Brigida-Vocalelli & Partners - hanno chiesto chiarezza sulla gestione delle somme versate negli anni, denunciando difficoltà nell’accesso alle informazioni e nei meccanismi di liquidazione. Una vicenda che riguarda potenzialmente decine di migliaia di tesserati. Tra chi da tempo chiede trasparenza c’è Giuseppe Dossena, ex centrocampista della Nazionale campione del mondo 1982, protagonista in Serie A con Torino, Bologna e Sampdoria. Da anni è impegnato anche nel sociale con una onlus che aiuta atleti in difficoltà economica e personale, spesso travolti da investimenti sbagliati o vicende familiari complicate.
Molti ex calciatori dicono di non sapere con chiarezza dove siano finiti i soldi versati nel Fondo: è davvero così?
«La gente vuole solo capire: ho preso tutto quello che mi spetta oppure no? E se non l’ho preso, perché? Qui non si tratta di polemica. È una questione di diritto che vale per tutti, anche per chi ha giocato pochi anni in Serie C. Magari sono cifre piccole, ma sono soldi suoi, della sua famiglia».
Il caso è esploso solo di recente. Perché?
«Qualche dubbio c’era già anni fa. Nel 2020, quando mi candidai alla presidenza dell’Associazione italiana calciatori, avevo cominciato ad approfondire la vicenda e avevo notato che presentava un po’ di opacità. Ma allora eravamo in pochi e poi la vita mi ha portato a fare altro. Poi lo studio legale che ci assiste mi ha contattato dicendo: “Abbiamo raccolto ciò che lei aveva denunciato e qualcosa di vero c’è”».
Cosa disse allora?
«Dissi che i calciatori avrebbero dovuto non solo prendere coscienza dello stato delle cose, ma anche prendere in considerazione l’idea di verificare ciò che è stato fatto. Il nostro errore forse è stato fidarci e non analizzare mai la nostra posizione. È vero, spesso veniamo considerati superficiali e la nostra colpa è non aver approfondito, ma mai e poi mai avremmo pensato che chi dovrebbe tutelarci abbia omesso di fornire comunicazioni».
Qual è oggi il problema principale?
«La mancanza di trasparenza. Il Fondo non ha mai pubblicato i bilanci. Prendiamo il caso di Emiliano Viviano che è dovuto andare davanti a un giudice per chiederli. Nonostante gli abbia dato ragione e intimato al Fondo di presentare i bilanci, chi governa il Fondo ha risposto che noi non possiamo avere informazioni su come vengono gestiti i nostri soldi. È assurdo».
Il Fondo però sostiene di essere solido.
«Se è tutto a posto, facciano vedere i bilanci. Così si chiude ogni dubbio. Non basta dire “state tranquilli”: bisogna dimostrarlo».
Ci sono casi di cifre che non tornano?
«Sì, e non pochi. Ma il punto è che oggi un calciatore non ha strumenti per verificare davvero i calcoli. Noi chiediamo trasparenza, non altro».
Di che cifre si parla?
«Fare calcoli è difficile, ma noi abbiamo versato negli anni centinaia e centinaia di milioni. Basta pensare a quanti calciatori sono transitati nelle tre serie professionistiche dal 1975 (quando è stato istituito il Fondo, ndr) a oggi. Solo tra A e B sono circa 69.000. Parliamo di un Fondo che deve per forza in qualche modo tenere una liquidità necessaria a pagare il tfr. Per non parlare del tema investimenti».
Cioè?
«Vogliamo sapere che investimenti ha fatto il Fondo con i nostri soldi. Cosa producono. Con quali interessi. Gli iscritti dovrebbero esserne a conoscenza, invece si scopre che nello statuto c’è scritto che la natura degli investimenti è esclusività del consiglio di amministrazione».
Di chi sono le responsabilità?
«Il Fondo è gestito da tutte le componenti del sistema: federazione, leghe, associazioni. Ma oggi sembra che noi siamo diventati gli avversari».
Avete avuto un confronto con il Fondo?
«Solo attraverso i giornali dove si dice che è tutto a posto. Ma la cosa che mi ha lasciato più di stucco è che il presidente del Fondo Leo Grosso ha detto che lo studio legale che ci rappresenta ha raccontato bugie e ci ha definiti “clienti” offendendoci perché non ci ha considerati come ex calciatori. Così si sta creando una distanza netta tra le parti».
E la Figc in tutto questo?
«Abbiamo chiesto al presidente federale Gabriele Gravina di convocare appena possibile un tavolo. Non è possibile dover passare dai tribunali per avere risposte. Così finalmente riusciremo a capire se siamo noi che ci siamo preoccupati troppo e se il fondo ha gestito nel migliore dei modi i nostri soldi. Oltre questo andrebbe anche modificata la procedura di accesso».
Che non è semplice.
«Ma certo. Tra credenziali, richieste, firme… non è normale. Uno dovrebbe poter entrare da casa e vedere tutto. Non solo la sua posizione, ma lo stato di salute del Fondo».
Lei ha fatto diversi appelli, anche a grandi ex come Buffon, Bonucci, Chiellini.
«Sì, perché chi ha più visibilità ha anche più responsabilità verso le nuove generazioni di calciatori. Non possono girarsi dall’altra parte o dire che non è un problema loro. Mi auguro che chiedano che i bilanci vengano pubblicati e che si facciano portavoce di un’istanza generale. Lasciamo stare gli ex come noi, ma i giovani hanno bisogno di protezione».
Da chi?
«Dai giocatori più importanti, soprattutto gli ex. A cominciare da Damiano Tommasi, oggi sindaco di Verona e prima presidente dell’Aic dove ha fatto battaglie anche lodevoli ma a cui vorrei chiedere se è normale che non abbiamo la possibilità di consultare i bilanci del Fondo».
A un giovane che oggi firma il suo primo contratto cosa direbbe?
«Di verificare quello che sta avvenendo e le procedure. Dopodiché, non dico mensilmente, ma ogni anno, chiedere cosa sta succedendo e come vengono investiti i soldi. Ma in generale il calciatore deve riappropriarsi della propria vita e dei propri interessi. Non può più delegare al procuratore o agli amici come abbiamo fatto noi. Deve sapere esattamente quello che sta facendo».
Il prossimo passo?
«Noi speriamo che la nostra richiesta di incontro venga accolta. Perché sarebbe il primo passo per non dover andare oltre».
Continua a leggereRiduci







