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2021-12-29
Medicine più costose per pagare stipendi d’oro a Big pharma
Un’altra tegola si abbatte su Pfizer. Non bastavano le inchieste sui guadagni derivanti dal vaccino anti Covid, pubblicate nelle ultime settimane dal Financial Times prima e dall’emittente televisiva britannica Channel 4. Vendite da capogiro, con cifre stimate intorno ai 36 miliardi di dollari (poco meno di 32 miliardi di euro) nel solo 2021 e una quota di mercato pari al 74% negli Usa e dell’80% nella Ue. Numeri destinati senza dubbio a lievitare, complice la necessità in futuro di dover effettuare richiami con cadenza annuale o perfino semestrale.
Stavolta però le grane per l’ad di Pfizer Albert Bourla e soci non arrivano dal vaccino. Lo scorso 10 dicembre, la Commissione di sorveglianza del Congresso americano ha pubblicato un lungo e approfondito rapporto sugli incrementi dei prezzi dei farmaci nel decennio appena trascorso. Tre anni di indagini e un milione e mezzo di pagine di documenti interni per ricostruire le (discutibilissime) strategie commerciali attuate da dieci importanti case farmaceutiche. Le durissime conclusioni della Commissione, guidata dalla progressista e ultrademocratica Carolyn Maloney (paladina dei diritti delle donne e degli omosessuali), lasciano davvero poco spazio alla fantasia. E i giganti di Big pharma, ritratti nel report come lupi travestiti da pecore, ne escono con le ossa rotte.
«Per anni, le case farmaceutiche hanno aumentato in maniera aggressiva i prezzi sui farmaci già in commercio e fissato prezzi altissimi per i nuovi farmaci», si legge nell’introduzione alla relazione, «nel periodo 2016-2020, le case farmaceutiche hanno incrementato i prezzi del 36%, quattro volte l’inflazione». Rincari che hanno danneggiato in primis il sistema sanitario americano, con mancati risparmi del programma di assistenza Medicare quantificati dai membri del Congresso in 25,1 miliardi di dollari (22,2 miliardi di euro) nel quinquennio 2014-2018. Ma, cosa forse ancora più grave, queste politiche hanno danneggiato i contribuenti e i pazienti americani, «impedendo a milioni di persone di curarsi a prezzi accessibili». Ragion per cui la Commissione definisce senza mezzi termini gli incrementi di prezzo «insostenibili, ingiusti e ingiustificabili».
Venendo a Pfizer, gli investigatori del Congresso si sono concentrati sulle dinamiche di prezzo del Lyrica, nome commerciale del pregabalin, utilizzato per trattare l’epilessia, il dolore neuropatico e il disturbo d’ansia generalizzato negli adulti. L’ente regolatore americano ha approvato l’introduzione nel mercato a fine 2004, mentre tre anni dopo il farmaco è stato autorizzato anche per la cura della fibromialgia, una sindrome che presenta un quadro clinico caratterizzato da dolori muscolari, affaticamento, rigidità e sensazione di malessere generale.
Nei confronti di Pfizer, la Commissione formula due distinte accuse. La prima è di aver preso di mira il mercato americano come terreno fertile per il rialzo del prezzo dei medicinali, e la seconda di avere sfruttato a proprio vantaggio la protezione fornita dai brevetti, l’esclusiva di mercato e altre tecniche per ostacolare la concorrenza e tenere alto il costo. Dal lancio nel 2005, il prezzo di una scatola di 90 compresse di Lyrica è passato dai 148,50 dollari ai 772,29 dollari odierno, facendo segnare un aumenta del 420%. Simulando la spesa annuale per un paziente che necessita di due dosi da 75 mg al giorno, l’esborso passa dai 1.200 dollari del 2005 ai 6.300 dollari odierni. Una delle politiche più singolari messa in luce dalla Commissione è stata quella del cosiddetto «detailing», ovvero una strategia di marketing focalizzata sul singolo medico nella speranza che questo prescrivesse con maggiore frequenza il farmaco, e definita nel piano operativo del 2019 la «leva più forte nei confronti degli operatori sanitari».
Politiche che, com’è facile intuire, hanno trainato i ricavi dell’azienda. Dal 2009 al 2018, il Lyrica ha generato un utile netto a livello globale di 43 miliardi di dollari, più della metà dei quali (23,2 miliardi) solo negli Stati Uniti, dove nello stesso periodo il prezzo è raddoppiato di anno in anno. Nel 2018, prima dell’ingresso nel mercato dei relativi generici e la conseguente perdita dell’esclusiva, il farmaco rappresentava il 9% delle vendite complessive di Pfizer. Secondo i membri del Congresso, la casa farmaceutica ha deliberatamente incrementato il prezzo del Lyrica per conseguire i target finanziari. Obiettivi che hanno avuto un impatto diretto sugli stipendi dei top manager se si considera che nel 2018 più dell’80% della retribuzione dei capoccioni di Pfizer era legata agli incentivi di vendita. Nel quinquennio 2016-2020, gli stipendi dell’alta dirigenza della casa farmaceutica hanno toccato quota 287 milioni di dollari, mentre nello stesso periodo la spesa per lo stipendio dell’amministratore delegato è stata pari a 100 milioni di dollari.
Se dalle nostre parti la notizia del rapporto non è di fatto nemmeno approdata, oltreoceano l’eco delle polemiche risulta quasi già esaurito. Il piano annunciato dal presidente Joe Biden lo scorso agosto, che prevedeva la negoziazione obbligatoria del miglior prezzo (oggi proibita per legge) nell’ambito del programma Medicare, ha incontrato una forte resistenza interna ai democratici, e lo stesso Albert Bourla in un videomessaggio ai dipendenti si è detto «profondamente infastidito», dichiarando che le istituzioni americane stanno affrontando il problema dalla prospettiva sbagliata. Una cosa è certa: forte del successo del vaccino anti Covid, Pfizer regge il coltello dalla parte del manico. E tra Biden e Bourla, alla fin della fiera, oggi conta di più il secondo.
Omicron, siero pronto in primavera. Ma sarà il caos sui pass in scadenza
L’unica certezza è che navigano a vista non solo i governi, ma anche i signori dei vaccini. Pfizer ha annunciato ieri che in primavera sarà in grado d’immettere in commercio un vaccino contro il Covid adattato specificamente alla variante Omicron con la quale si sta seminando il panico sotto Capodanno. Naturalmente si tratta di una notizia da salutare con soddisfazione, ma a questo punto la popolazione italiana che sta facendo la terza dose ed è giù prenotata per tutto il mese di gennaio a che destino va incontro? Avrà in mano un (presunto) super green pass da sei mesi che ha solo un valore burocratico, visto che magari a marzo ci sarà il «vero» vaccino? Insomma, si rischia una sfasatura temporale che creerà un caos allucinante. Oltre al fatto che la decisione delle singole Asl di dare il vaccino «Omicron» o normale a questo o quel cittadino potrebbe risultare anche discriminatoria. Insomma, se Pfizer ci stupirà con un nuovo siero, di quelli vecchi che faremo?
Più passa il tempo e più è evidente a tutti che il green pass, oltre a limitare le libertà costituzionali e non garantire nulla dal punta di vista del minor contagio, è un fallimento non solo sanitario ma anche burocratico. E la nuova mazzata a chi ha idolatrato il certificato verde e lo ha utilizzato come forma surrettizia di propaganda per la campagna vaccinale arriva oggi da una casa farmaceutica come Pfizer. Il colosso americano è uscito allo scoperto ieri con un’intervista di Sabine Bruckner, capo della filiale svizzera, al quotidiano elvetico in lingua tedesca Blick. La manager ha annunciato che Pfizer sta lavorando a testa bassa su due fronti: da un lato sta studiando l’efficacia dell’attuale vaccino contro le varianti di Sars-Covid che stanno emergendo, e al medesimo tempo sta lavorando a una nuova versione del prodotto. Bruckner ha spiegato che al momento dopo il booster, «negli adulti la protezione contro la malattia provocata da Omicron è 25 volte superiore. La terza dose ha quindi senso, soprattutto per proteggere da un decorso grave».
Escusatio non petita e ci mancherebbe pure, verrebbe da dire. Come la precisazione, sempre di Pfizer, che questo nuovo vaccino contro Omicron «non si sa ancora se sarà necessario». Certo, a fine dicembre nessuno sembra in grado di dire che cosa servirà davvero a marzo, specie dopo la magra figura della copertura calante degli attuali vaccini, ormai scesa a non più di cinque mesi. Ma intanto, la storia della lotta alla pandemia cinese insegna, specialmente alla corte del ministro Roberto Speranza e del suo ineffabile Cts, che la verità, quando viene detta, viene comunicata per gradi. E soprattutto, in questa morta gora politica anche dell’Europa, Big pharma non solo lavora fin dall’inizio con contratti secretati, ma è in grado di imporre la somministrazione di più o meno quasi tutto su cui investe. Insomma, qui nessuno lavora in perdita e l’annuncio di ieri non è di certo un ballon d’essai.
Se diamo per buono che in primavera avremo questo nuovo super vaccino specifico in grado di spezzare le reni alla variante che ci sta rovinando le feste, ci sarà da capire che senso avranno i green pass di chi si sta correndo a fare la terza dose dei sieri attuali. Il loro green pass, che dal primo febbraio varrà solo sei mesi, finirà per valerne tre o meno? Si farà tutti una quarta dose con il «Pfizer Omicron»? E le attuali scorte che anche il generale Francesco Paolo Figliolo ha messo da parte che fine faranno? Saranno «regalate» ai Paesi poveri, iniettate solo ai decatleti, buttate via? La sensazione è che il governo vada alla cieca, ma che i fatturati ci vedano benissimo.
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L’inchiesta della commissione del congresso Usa: in 10 anni le tariffe gonfiate hanno impedito le cure a milioni di malati.Omicron, l’annuncio di Pfizer sul siero pronto in primavera potrebbe frenare i booster. Che fine faranno le vecchie fiale?Lo speciale contiene due articoli.Un’altra tegola si abbatte su Pfizer. Non bastavano le inchieste sui guadagni derivanti dal vaccino anti Covid, pubblicate nelle ultime settimane dal Financial Times prima e dall’emittente televisiva britannica Channel 4. Vendite da capogiro, con cifre stimate intorno ai 36 miliardi di dollari (poco meno di 32 miliardi di euro) nel solo 2021 e una quota di mercato pari al 74% negli Usa e dell’80% nella Ue. Numeri destinati senza dubbio a lievitare, complice la necessità in futuro di dover effettuare richiami con cadenza annuale o perfino semestrale.Stavolta però le grane per l’ad di Pfizer Albert Bourla e soci non arrivano dal vaccino. Lo scorso 10 dicembre, la Commissione di sorveglianza del Congresso americano ha pubblicato un lungo e approfondito rapporto sugli incrementi dei prezzi dei farmaci nel decennio appena trascorso. Tre anni di indagini e un milione e mezzo di pagine di documenti interni per ricostruire le (discutibilissime) strategie commerciali attuate da dieci importanti case farmaceutiche. Le durissime conclusioni della Commissione, guidata dalla progressista e ultrademocratica Carolyn Maloney (paladina dei diritti delle donne e degli omosessuali), lasciano davvero poco spazio alla fantasia. E i giganti di Big pharma, ritratti nel report come lupi travestiti da pecore, ne escono con le ossa rotte.«Per anni, le case farmaceutiche hanno aumentato in maniera aggressiva i prezzi sui farmaci già in commercio e fissato prezzi altissimi per i nuovi farmaci», si legge nell’introduzione alla relazione, «nel periodo 2016-2020, le case farmaceutiche hanno incrementato i prezzi del 36%, quattro volte l’inflazione». Rincari che hanno danneggiato in primis il sistema sanitario americano, con mancati risparmi del programma di assistenza Medicare quantificati dai membri del Congresso in 25,1 miliardi di dollari (22,2 miliardi di euro) nel quinquennio 2014-2018. Ma, cosa forse ancora più grave, queste politiche hanno danneggiato i contribuenti e i pazienti americani, «impedendo a milioni di persone di curarsi a prezzi accessibili». Ragion per cui la Commissione definisce senza mezzi termini gli incrementi di prezzo «insostenibili, ingiusti e ingiustificabili».Venendo a Pfizer, gli investigatori del Congresso si sono concentrati sulle dinamiche di prezzo del Lyrica, nome commerciale del pregabalin, utilizzato per trattare l’epilessia, il dolore neuropatico e il disturbo d’ansia generalizzato negli adulti. L’ente regolatore americano ha approvato l’introduzione nel mercato a fine 2004, mentre tre anni dopo il farmaco è stato autorizzato anche per la cura della fibromialgia, una sindrome che presenta un quadro clinico caratterizzato da dolori muscolari, affaticamento, rigidità e sensazione di malessere generale.Nei confronti di Pfizer, la Commissione formula due distinte accuse. La prima è di aver preso di mira il mercato americano come terreno fertile per il rialzo del prezzo dei medicinali, e la seconda di avere sfruttato a proprio vantaggio la protezione fornita dai brevetti, l’esclusiva di mercato e altre tecniche per ostacolare la concorrenza e tenere alto il costo. Dal lancio nel 2005, il prezzo di una scatola di 90 compresse di Lyrica è passato dai 148,50 dollari ai 772,29 dollari odierno, facendo segnare un aumenta del 420%. Simulando la spesa annuale per un paziente che necessita di due dosi da 75 mg al giorno, l’esborso passa dai 1.200 dollari del 2005 ai 6.300 dollari odierni. Una delle politiche più singolari messa in luce dalla Commissione è stata quella del cosiddetto «detailing», ovvero una strategia di marketing focalizzata sul singolo medico nella speranza che questo prescrivesse con maggiore frequenza il farmaco, e definita nel piano operativo del 2019 la «leva più forte nei confronti degli operatori sanitari».Politiche che, com’è facile intuire, hanno trainato i ricavi dell’azienda. Dal 2009 al 2018, il Lyrica ha generato un utile netto a livello globale di 43 miliardi di dollari, più della metà dei quali (23,2 miliardi) solo negli Stati Uniti, dove nello stesso periodo il prezzo è raddoppiato di anno in anno. Nel 2018, prima dell’ingresso nel mercato dei relativi generici e la conseguente perdita dell’esclusiva, il farmaco rappresentava il 9% delle vendite complessive di Pfizer. Secondo i membri del Congresso, la casa farmaceutica ha deliberatamente incrementato il prezzo del Lyrica per conseguire i target finanziari. Obiettivi che hanno avuto un impatto diretto sugli stipendi dei top manager se si considera che nel 2018 più dell’80% della retribuzione dei capoccioni di Pfizer era legata agli incentivi di vendita. Nel quinquennio 2016-2020, gli stipendi dell’alta dirigenza della casa farmaceutica hanno toccato quota 287 milioni di dollari, mentre nello stesso periodo la spesa per lo stipendio dell’amministratore delegato è stata pari a 100 milioni di dollari.Se dalle nostre parti la notizia del rapporto non è di fatto nemmeno approdata, oltreoceano l’eco delle polemiche risulta quasi già esaurito. Il piano annunciato dal presidente Joe Biden lo scorso agosto, che prevedeva la negoziazione obbligatoria del miglior prezzo (oggi proibita per legge) nell’ambito del programma Medicare, ha incontrato una forte resistenza interna ai democratici, e lo stesso Albert Bourla in un videomessaggio ai dipendenti si è detto «profondamente infastidito», dichiarando che le istituzioni americane stanno affrontando il problema dalla prospettiva sbagliata. Una cosa è certa: forte del successo del vaccino anti Covid, Pfizer regge il coltello dalla parte del manico. E tra Biden e Bourla, alla fin della fiera, oggi conta di più il secondo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/medicine-costose-stipendi-big-pharma-2656172077.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="omicron-siero-pronto-in-primavera-ma-sara-il-caos-sui-pass-in-scadenza" data-post-id="2656172077" data-published-at="1640718221" data-use-pagination="False"> Omicron, siero pronto in primavera. Ma sarà il caos sui pass in scadenza L’unica certezza è che navigano a vista non solo i governi, ma anche i signori dei vaccini. Pfizer ha annunciato ieri che in primavera sarà in grado d’immettere in commercio un vaccino contro il Covid adattato specificamente alla variante Omicron con la quale si sta seminando il panico sotto Capodanno. Naturalmente si tratta di una notizia da salutare con soddisfazione, ma a questo punto la popolazione italiana che sta facendo la terza dose ed è giù prenotata per tutto il mese di gennaio a che destino va incontro? Avrà in mano un (presunto) super green pass da sei mesi che ha solo un valore burocratico, visto che magari a marzo ci sarà il «vero» vaccino? Insomma, si rischia una sfasatura temporale che creerà un caos allucinante. Oltre al fatto che la decisione delle singole Asl di dare il vaccino «Omicron» o normale a questo o quel cittadino potrebbe risultare anche discriminatoria. Insomma, se Pfizer ci stupirà con un nuovo siero, di quelli vecchi che faremo? Più passa il tempo e più è evidente a tutti che il green pass, oltre a limitare le libertà costituzionali e non garantire nulla dal punta di vista del minor contagio, è un fallimento non solo sanitario ma anche burocratico. E la nuova mazzata a chi ha idolatrato il certificato verde e lo ha utilizzato come forma surrettizia di propaganda per la campagna vaccinale arriva oggi da una casa farmaceutica come Pfizer. Il colosso americano è uscito allo scoperto ieri con un’intervista di Sabine Bruckner, capo della filiale svizzera, al quotidiano elvetico in lingua tedesca Blick. La manager ha annunciato che Pfizer sta lavorando a testa bassa su due fronti: da un lato sta studiando l’efficacia dell’attuale vaccino contro le varianti di Sars-Covid che stanno emergendo, e al medesimo tempo sta lavorando a una nuova versione del prodotto. Bruckner ha spiegato che al momento dopo il booster, «negli adulti la protezione contro la malattia provocata da Omicron è 25 volte superiore. La terza dose ha quindi senso, soprattutto per proteggere da un decorso grave». Escusatio non petita e ci mancherebbe pure, verrebbe da dire. Come la precisazione, sempre di Pfizer, che questo nuovo vaccino contro Omicron «non si sa ancora se sarà necessario». Certo, a fine dicembre nessuno sembra in grado di dire che cosa servirà davvero a marzo, specie dopo la magra figura della copertura calante degli attuali vaccini, ormai scesa a non più di cinque mesi. Ma intanto, la storia della lotta alla pandemia cinese insegna, specialmente alla corte del ministro Roberto Speranza e del suo ineffabile Cts, che la verità, quando viene detta, viene comunicata per gradi. E soprattutto, in questa morta gora politica anche dell’Europa, Big pharma non solo lavora fin dall’inizio con contratti secretati, ma è in grado di imporre la somministrazione di più o meno quasi tutto su cui investe. Insomma, qui nessuno lavora in perdita e l’annuncio di ieri non è di certo un ballon d’essai. Se diamo per buono che in primavera avremo questo nuovo super vaccino specifico in grado di spezzare le reni alla variante che ci sta rovinando le feste, ci sarà da capire che senso avranno i green pass di chi si sta correndo a fare la terza dose dei sieri attuali. Il loro green pass, che dal primo febbraio varrà solo sei mesi, finirà per valerne tre o meno? Si farà tutti una quarta dose con il «Pfizer Omicron»? E le attuali scorte che anche il generale Francesco Paolo Figliolo ha messo da parte che fine faranno? Saranno «regalate» ai Paesi poveri, iniettate solo ai decatleti, buttate via? La sensazione è che il governo vada alla cieca, ma che i fatturati ci vedano benissimo.
Ursula von der Leyen (Ansa)
Intanto, Giorgia Meloni chiede che al prossimo Consiglio europeo del 18 e 19 giugno in programma a Bruxelles si parli di regole comuni in tema di vigilanza sanitaria sugli ingressi dalle zone colpite dal virus Ebola, mentre Raffaele Fitto insiste con l’idea di utilizzare per far fronte alla crisi energetica i Fondi di coesione, ovvero le risorse destinate a ridurre i divari economici, sociali e territoriali tra le diverse regioni europee, ma la sua idea non entusiasma: arriva un secco «no» sia dalle stesse regioni dell’Unione che da esponenti politici italiani di maggioranza e opposizione, tra i quali Letizia Moratti di Forza Italia, Enzo Amendola del Pd e Roberto Fico del M5s. Intanto, non viene accolta (almeno per il momento) la richiesta di Giorgia Meloni di concedere agli Stati membri della Ue margini di flessibilità sui vincoli economici per affrontare l’aumento dei prezzi dei carburanti.
Iniziamo dai contentini: la Commissione Ue, nell’Analisi sugli squilibri macroeconomici, consultata dall’Ansa, mette nero su bianco giudizi lusinghieri per il governo italiano: «L’Italia», si legge nel documento, «ha continuato ad attuare misure che migliorano la qualità delle finanze pubbliche, ridurre l’evasione fiscale e sostenere la sostenibilità di bilancio. Inoltre ha introdotto diverse misure contro l’evasione fiscale negli ultimi anni», attraverso «un sistema completo di compliance fiscale digitale», che si basa su fatturazione elettronica e trasmissione digitale dei dati. «Sono attesi ulteriori miglioramenti nella riscossione nel medio termine», si legge ancora e non mancano i complimenti sul rafforzamento del settore bancario e i «livelli record» del mercato del lavoro.
Manco a dirlo, però, arrivano pure le bacchettate: secondo la Commissione, «ulteriori interventi di politica economica dovrebbero dare priorità a tre obiettivi fondamentali: favorire la crescita delle imprese e le fusioni tra piccole e medie imprese, professionalizzandone la gestione e riducendo le soglie normative e gli incentivi legati alla dimensione che incoraggiano le aziende a rimanere piccole».
Per quel che riguarda la richiesta italiana di discutere di vigilanza sanitaria sugli ingressi dalle zone colpite da Ebola, Bruxelles fa sapere che «la tutela della salute pubblica è la priorità assoluta della Commissione. Stiamo seguendo da vicino», sottolinea Eva Hrncirova, portavoce della Commissione, «l’evolversi della situazione. Si tratta di una situazione che richiede vigilanza e coordinamento. Disponiamo dei canali e degli strumenti necessari per agire rapidamente. L’Ue sta mobilitando aiuti, risorse logistiche, supporto di esperti e strumenti di sicurezza sanitaria per aiutare i Paesi colpiti a contenere l’epidemia e a ridurre il rischio di ulteriore trasmissione».
Continua a suscitare perplessità, invece, la proposta del Commissario europeo, Raffaele Fitto, di utilizzare i fondi di coesione, quelli destinati alle regioni europee più disagiate, per affrontare il caro-carburanti. A Fitto aveva risposto duramente la presidente del Comitato europeo delle Regioni, Kata Tutto: «I fondi di coesione non sono un bancomat e sono già stati impegnati». Ieri sono piovute critiche da altri esponenti politici: «Proporre di toccare i fondi Ue di coesione per far fronte alla crisi energetica», dice il deputato Pd Enzo Amendola, ex ministro degli Affari europei, a La7, «è come dire allora siamo alla frutta perché più di questo Bruxelles non può fare. La lettera di Fitto agli Stati membri, per Amendola «conferma che l’Unione europea non può concedere scostamenti di bilancio, invitando quindi a utilizzare tutte le risorse che si hanno: è come dire vi abbiamo dato miliardi di euro per le politiche di coesione e miliardi con il Pnrr, e più di questo non si può fare».
Perplessità sull’idea di Fitto anche da parte di Letizia Moratti, eurodeputata di Forza Italia: «Le preoccupazioni espresse dalle Regioni europee», argomenta la Moratti, «meritano grande attenzione. Le risorse della politica di coesione sono nate per ridurre i divari territoriali, sostenere la competitività, favorire l’innovazione, le infrastrutture, la formazione e lo sviluppo locale. Deviare tali fondi verso finalità diverse rischia di mettere in seria difficoltà amministrazioni regionali, imprese, artigiani e intere filiere produttive che hanno programmato investimenti e progetti sulla base di risorse già assegnate».
Un secco «no» arriva anche dal presidente della regione Campania, Roberto Fico, del M5s: «Io credo che quei fondi vadano usati per altri scopi e quindi non condivido questa proposta. Non penso», aggiunge Fico, «che sia una proposta adeguata al raggiungimento dell’obiettivo».
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Qui, più o meno un alunno su tre è arabo o bengalese e pochi anni fa la comunità islamica aveva chiesto la somministrazione a scuola di carne halal, ottenendo in cambio un’ampia disponibilità ad assicurare tutti i pasti vegetariani necessari. Non solo, ma a Mestre è attivo un servizio di recupero del cibo scolastico che avanza ogni giorno, gestito dal sindacato cattolico delle Acli, che ha fatto una vasta opera di sensibilizzazione nella lotta contro gli sprechi alimentari.
In questo contesto non poteva passare sotto silenzio quanto accaduto mercoledì scorso, puntualmente raccontato dal Gazzettino di Venezia. Quel giorno era l’Eid al-Ahda, o «Festa del sacrificio» e a Mestre si sono ritrovati centinaia di pasti non ritirati, totalmente a sorpresa. Il dirigente delle scuole primarie Grimani e Visintini di Marghera, Massimo Cono Pietropaolo, non ha chinato la testa e ha preso carta e penna. «Oggi, mercoledì 27 maggio, il servizio mensa dell’Ic Grimani ha buttato via oltre 200 pasti a causa delle assenze di bambine e bambini che non erano state comunicate, con un evidente sperpero di risorse pubbliche che ricadono anche sulla comunità», ha scritto in una lettera ai genitori. Duecento è solo un numero di partenza, perché nelle due scuole ci sono 600 bambini, ma non sono le uniche. Tanto per chiarire lo spirito della missiva, il preside ha aggiunto: «Sia chiaro che si tratta di un discorso che vale per qualsiasi religione e per qualunque assenza. La nostra scuola ha una procedura interna per la mensa che deve essere rispettata, proprio con l’obiettivo di evitare gli sprechi». Ogni famiglia ha a disposizione un’app per la refezione, con la quale basta un clic per bloccare il servizio di giorno in giorno. E si può avvertire anche a scuola, telefonando entro le nove di mattina del giorno stesso. Insomma, non avvertire è proprio sciatteria.
Il servizio mensa è gestito da una controllata del Comune di Venezia (Ames spa), che lo ha ceduto in appalto a una ditta esterna: costa mediamente sui cinque euro a pasto e viene proposto a quattro. Maika Canton, architetto e assessore con delega alle politiche educative di Fdi, ha annunciato verifiche scuola per scuola su quanto è accaduto e ha sottolineato: «Si è trattato di uno spreco assurdo. Eticamente trovo profondamente scorretto dover buttare via del cibo per una mancanza di questo tipo». Di fronte alla figuraccia, almeno una voce critica si è alzata dalla comunità islamica. È quella di Kamrul Islam Regan, papà di una bambina della Grimani, uno dei leader locali della comunità del Bangladesh, che ha un negozio di servizi internet e ha sposato una donna italiana. «Qui non ci sono vacanze da scuola nei giorni dell’Eid (le feste islamiche, ndr)», ha scritto, «ma la maggior parte delle famiglie musulmane non manda i propri figli a scuola. Sia che tu abbia cibo gratis o che paghi, pensaci prima che il cibo venga sprecato».
Già, perché la beffa nella beffa, se di beffa si è trattato, è che il Comune di Venezia da tempo appoggia il progetto «La mensa che non spreca» per recuperare il cibo dalle scuole. Un progetto che a Mestre tutti conoscono, che è molto rodato, ma non è attrezzato per gestire un simile evento imprevisto, anche solo per mancanza di celle frigorifere.
Lo scorso mese di marzo le Acli provinciali, insieme ad Ames, hanno fatto un appello per la ricerca di nuovi volontari, dotati anche di patente auto. I pasti recuperati nelle scuole finiscono ogni sera nelle mense solidali gestite dalla Casa dell’Ospitalità, dai frati Cappuccini e dalla Caritas di Venezia e di Marghera. Nella sola Marghera, partecipano al progetto sei istituti scolastici comprensivi e, secondo i dati forniti dalle Acli, nel 2024-2025 sono stati recuperati 5.737 chilogrammi di eccedenze, che sono divenuti circa 21.000 pasti, serviti a una media di 150 persone al giorno.
Mestre è dunque una piazza di buon esempio, anche se non tutti, evidentemente, l’hanno colto appieno. Per il resto, com’è noto, ha subito un’immigrazione pesante. E il caso di questi giorni riporta alla memoria la singolare richiesta che a settembre del 2019 fu avanzata dai genitori bengalesi musulmani: carne halal nelle mense scolastiche. I presidi di alcune scuole risposero: fate richiesta di menù alternativi alla carne e verrete accontentati. Poi si mise di traverso la Lega e cercò di spiegare che pretendere la propria carne «purificata» non era integrazione. Alla fine, probabilmente, si trattava solo del tentativo di una comunità islamica di piantare una bandiera. I volontari delle Acli e della Caritas non lo fanno e questo, evidentemente, viene scambiato per un segno di debolezza.
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Ansa
Tragedia sfiorata a Mazara del Vallo (Trapani), dove l’impatto molto violento ha fatto ribaltare il mezzo scolastico con effetti impressionanti: 19 feriti, 14 dei quali sono i piccoli allievi delle scuole elementari Santa Gemma-Boscarino-Pirandello, più due insegnanti, un genitore accompagnatore e l’autista del bus. Nessuno è in pericolo di vita, due bimbi ricoverati all’ospedale di Mazara hanno subìto traumi non banali. Tutti sono sotto choc.
Il conto dei feriti fa 18 perché il diciannovesimo è il conducente dell’auto che alle 14.30 di ieri è andata dritta allo stop lungo la strada della Borgata Costiera. A guidare la Nissan Qashqai era un uomo di 51 anni senza patente, con l’assicurazione scaduta, che ha scambiato la provinciale per un autoscontro. Per dare l’ultimo tocco surreale all’incidente va aggiunto che sulla vettura c’erano la moglie incinta (seduta sul sedile di fianco all’improvvisato stuntman) e cinque bambini pigiati sul sedile posteriore. Totale sette, con il codice stradale che ne prevede al massimo cinque. Un incosciente. La donna è stata trasportata all’ospedale di Palermo per precauzione, lui a quello di Mazara. Con la polizia che piantona la stanza in attesa di conoscere i risultati dell’alcoltest, conseguenza immediata e doverosa di un simile scempio della ragione.
Giornata di apprensione, giornata di telefonate e di lacrime. I due bambini più sfortunati hanno subìto una frattura scomposta al polso e un trauma toracico; entrambi sono stati stabilizzati e trasferiti all’Ospedale dei Bambini di Palermo in eliambulanza. Immaginiamo l’unico momento catartico, da ricordare negli anni, della loro disavventura fra le lamiere contorte dello scuolabus. Per gli altri 12 bambini solo escoriazioni e quindi niente volo. All’ospedale di Mazara, ieri pomeriggio c’è stata una processione istituzionale: il sindaco Salvatore Quinci e gli assistenti sociali del Comune hanno avuto carezze per tutti e parole di conforto per l’incolpevole autista del mezzo scolastico, Giuseppe Di Stefano, che non si capacitava dell’accaduto. Alla fine il sindaco ha detto: «Una guida imprudente ha rischiato di provocare una tragedia».
Senza patente, senza assicurazione, forse alticcio (ma non abbiamo conferme), con la moglie incinta e cinque bimbi a bordo: una prestazione fuori scala per il pirata del venerdì che ora rischia incriminazione, processo e tutto ciò che merita davanti a un giudice. I poliziotti interventi hanno confermato che «l’auto ha saltato lo stop». Tutto ciò con una variabile: il conducente potrebbe essere stato vittima a sua volta di un improvviso malore. Ma le verifiche sono appena iniziate. Anche quelle dell’incrocio: la segnaletica verticale è inequivocabile mentre il semaforo lampeggiava col giallo perché rotto.
Dalle modalità si può arguire che ai bambini di Mazara del Vallo è andata benissimo; la tragedia era a un millimetro da loro e non ci sarebbe stato nessun Dino Buzzati dentro e fuori l’Ordine dei Giornalisti in grado di affrescare con dolcezza e umanità il dramma dei piccoli circondati dal pianto dei famigliari. Come seppe fare il grande inviato nel 1947, quando arrivò sul posto del naufragio ad Albenga di un battello con una scolaresca in gita.
Per capire ciò che poteva essere (e per fortuna non è stato) è sufficiente rispolverare qualche numero: in media in Italia si registrano 173.000 incidenti stradali all’anno, con oltre 3.000 morti e circa 234.000 feriti (475 sinistri e otto vittime al giorno). Con un’aggravante per il nostro Paese: rispetto agli altri Paesi dell’Unione europea siamo più pericolosi per noi stessi e per gli altri. La media Ue è di 45 vittime per milione di abitanti, l’Italia è al 19° posto con 52. Secondo i dati della Polizia stradale e dell’Aci le cause principali sono la distrazione alla guida, l’eccesso di velocità e il mancato rispetto della precedenza. Lo stuntman di Mazara avrebbe fatto l’en plein: tre cause su tre. Per nulla frenato o dissuaso dalla presenza della moglie in gravidanza accanto a lui.
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Solo che c’è un problemino: l’Ukrainska povstanska armiia, l’Esercito insurrezionale ucraino dell’acronimo, tra il 1943 e il 1945, insieme ai nazisti, perpetrò un autentico massacro contro i civili polacchi, ebrei inclusi, nelle regioni di Volinia, Galizia orientale, Polesia e Lublino. E lo fece con il sostegno della popolazione locale ucraina. Le vittime dell’Upa furono circa 100.000.
Perciò, stavolta, con l’ex comico, Tusk non riesce proprio a prenderla sul ridere. «La decisione di intitolare un’unità militare agli “Eroi dell’Upa”», ha tuonato il primo ministro di Varsavia, «è motivo di preoccupazione per le nostre relazioni e ferisce la nostra sensibilità storica». Stizzito pure il portavoce del ministero degli Esteri: «Questa decisione», ha lamentato Maciej Wewior, «offende la memoria delle vittime di questa organizzazione e mina il dialogo tra le nostre nazioni». La mossa di Zelensky ha mandato su tutte le furie anche il presidente della Repubblica polacco, Karol Nawrocki: il politico, vicino alla destra del partito Diritto e giustizia, si è detto «indignato» per la trovata di Zelensky, al quale ha proposto di «revocare l’Ordine dell’Aquila bianca», la più alta onorificenza nazionale, conferita al comandante in capo ucraino il 5 aprile 2023 dal predecessore di Nawrocki, Andrzej Duda. La questione sarà discussa l’8 giugno, quando si terrà la riunione del gruppo cavalleresco. Tusk, alla fine, ha provato a smorzare: «Se litighiamo sul passato, qualcun altro conquisterà il futuro. Il presidente dell’Ucraina deve finalmente capirlo. Anche il presidente della Polonia deve capirlo. Prima che sia troppo tardi». O prima che venga aperta l’autostrada che dovrebbe portare l’Ucraina nell’Unione europea. Alla faccia dello «Stato di diritto», già brandito come un grimaldello contro i governi sgraditi, dall’Ungheria alla stessa Polonia. Per non parlare della lotta alla corruzione: solo i socialisti spagnoli, su quel fronte, sembrano in grado di fare concorrenza all’esecutivo di Zelensky.
Nel bel mezzo di un conflitto in cui, per la prima volta da mesi, il Paese aggredito riprende l’iniziativa, anche grazie a una spregiudicata strategia di bombardamenti in profondità che non hanno risparmiato obiettivi civili, si è dunque riaccesa la polemica sulle ambigue origini del nazionalismo ucraino. Come ai tempi in cui, nelle acciaierie di Mariupol, il Battaglione Azov resisteva disperatamente agli assedianti russi, tra un’intervista agli ammirati reporter occidentali e una lettura edificante: i combattenti erano lodevolmente passati dal Mein Kampf al Mein Kant.
L’Upa, formazione paramilitare nata dopo l’aggressione nazista all’Unione sovietica, era legata all’Organizzazione dei nazionalisti ucraini, specie alla fazione di Stepan Bandera: collaborazionista, antisemita ossessionato dal complotto giudeo-bolscevico, eroe nazionale mancato, perché il titolo che gli fu assegnato nel 2010 dall’allora presidente, Viktor Yushchenko, venne annullato da un tribunale dopo le pesanti critiche di un’organizzazione per la memoria dell’Olocausto e dell’Unione europea. Che adesso tace imbarazzata e distratta dall’incidente del drone in Romania.
Sotto il comando di Roman Shukhevych, la milizia si rese protagonista della pulizia etnica a danno dei polacchi. L’Upa vedeva nell’invasione dei tedeschi l’opportunità di scalzare il dominatore sovietico e di fondare uno Stato nazionale; e in effetti, quando capì che l’indipendenza ucraina non era un interesse primario di Adolf Hitler, i suoi membri arrivarono a scontrarsi anche con le armate naziste.
Ufficialmente, Zelensky ha assegnato la qualifica che ha fatto infuriare Varsavia all’unità per le operazioni speciali Nord per i meriti nella difesa del Paese. Ma ciò che lascia davvero interdetti è un riferimento alla volontà di «ripristinare le tradizioni storiche dell’esercito nazionale». A Kiev - per fortuna di Kiev - non c’è Carlo Calenda, fresco di tatuaggio col simbolo delle forze armate ucraine, ma qui siamo ben oltre le provocazioni del generale Roberto Vannacci sulla X Mas: sarebbe come se Sergio Mattarella stabilisse che il Comsubin, il raggruppamento degli incursori di Marina, anziché a Teseo Tesei, debba essere intitolato a Junio Valerio Borghese, che guidò il corpo franco confluito nella Repubblica di Salò.
Tutto avviene, per di più, mentre l’Ucraina, candidata a entrare nell’Ue, si appresta a ricevere il prestito da 90 miliardi di euro, sbloccato grazie alla rimozione del veto ungherese da parte del nuovo premier, Péter Magyar. Il quale, a sua volta, otterrà 16 miliardi di fondi Ue congelati a Viktor Orbán, benché abbia incassato i complimenti del Cremlino, felice che Budapest continuerà a non inviare aiuti militari a Kiev. A questo punto, Magyar potrebbe persino venderselo come un gesto antifascista.
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