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2021-12-29
Medicine più costose per pagare stipendi d’oro a Big pharma
Un’altra tegola si abbatte su Pfizer. Non bastavano le inchieste sui guadagni derivanti dal vaccino anti Covid, pubblicate nelle ultime settimane dal Financial Times prima e dall’emittente televisiva britannica Channel 4. Vendite da capogiro, con cifre stimate intorno ai 36 miliardi di dollari (poco meno di 32 miliardi di euro) nel solo 2021 e una quota di mercato pari al 74% negli Usa e dell’80% nella Ue. Numeri destinati senza dubbio a lievitare, complice la necessità in futuro di dover effettuare richiami con cadenza annuale o perfino semestrale.
Stavolta però le grane per l’ad di Pfizer Albert Bourla e soci non arrivano dal vaccino. Lo scorso 10 dicembre, la Commissione di sorveglianza del Congresso americano ha pubblicato un lungo e approfondito rapporto sugli incrementi dei prezzi dei farmaci nel decennio appena trascorso. Tre anni di indagini e un milione e mezzo di pagine di documenti interni per ricostruire le (discutibilissime) strategie commerciali attuate da dieci importanti case farmaceutiche. Le durissime conclusioni della Commissione, guidata dalla progressista e ultrademocratica Carolyn Maloney (paladina dei diritti delle donne e degli omosessuali), lasciano davvero poco spazio alla fantasia. E i giganti di Big pharma, ritratti nel report come lupi travestiti da pecore, ne escono con le ossa rotte.
«Per anni, le case farmaceutiche hanno aumentato in maniera aggressiva i prezzi sui farmaci già in commercio e fissato prezzi altissimi per i nuovi farmaci», si legge nell’introduzione alla relazione, «nel periodo 2016-2020, le case farmaceutiche hanno incrementato i prezzi del 36%, quattro volte l’inflazione». Rincari che hanno danneggiato in primis il sistema sanitario americano, con mancati risparmi del programma di assistenza Medicare quantificati dai membri del Congresso in 25,1 miliardi di dollari (22,2 miliardi di euro) nel quinquennio 2014-2018. Ma, cosa forse ancora più grave, queste politiche hanno danneggiato i contribuenti e i pazienti americani, «impedendo a milioni di persone di curarsi a prezzi accessibili». Ragion per cui la Commissione definisce senza mezzi termini gli incrementi di prezzo «insostenibili, ingiusti e ingiustificabili».
Venendo a Pfizer, gli investigatori del Congresso si sono concentrati sulle dinamiche di prezzo del Lyrica, nome commerciale del pregabalin, utilizzato per trattare l’epilessia, il dolore neuropatico e il disturbo d’ansia generalizzato negli adulti. L’ente regolatore americano ha approvato l’introduzione nel mercato a fine 2004, mentre tre anni dopo il farmaco è stato autorizzato anche per la cura della fibromialgia, una sindrome che presenta un quadro clinico caratterizzato da dolori muscolari, affaticamento, rigidità e sensazione di malessere generale.
Nei confronti di Pfizer, la Commissione formula due distinte accuse. La prima è di aver preso di mira il mercato americano come terreno fertile per il rialzo del prezzo dei medicinali, e la seconda di avere sfruttato a proprio vantaggio la protezione fornita dai brevetti, l’esclusiva di mercato e altre tecniche per ostacolare la concorrenza e tenere alto il costo. Dal lancio nel 2005, il prezzo di una scatola di 90 compresse di Lyrica è passato dai 148,50 dollari ai 772,29 dollari odierno, facendo segnare un aumenta del 420%. Simulando la spesa annuale per un paziente che necessita di due dosi da 75 mg al giorno, l’esborso passa dai 1.200 dollari del 2005 ai 6.300 dollari odierni. Una delle politiche più singolari messa in luce dalla Commissione è stata quella del cosiddetto «detailing», ovvero una strategia di marketing focalizzata sul singolo medico nella speranza che questo prescrivesse con maggiore frequenza il farmaco, e definita nel piano operativo del 2019 la «leva più forte nei confronti degli operatori sanitari».
Politiche che, com’è facile intuire, hanno trainato i ricavi dell’azienda. Dal 2009 al 2018, il Lyrica ha generato un utile netto a livello globale di 43 miliardi di dollari, più della metà dei quali (23,2 miliardi) solo negli Stati Uniti, dove nello stesso periodo il prezzo è raddoppiato di anno in anno. Nel 2018, prima dell’ingresso nel mercato dei relativi generici e la conseguente perdita dell’esclusiva, il farmaco rappresentava il 9% delle vendite complessive di Pfizer. Secondo i membri del Congresso, la casa farmaceutica ha deliberatamente incrementato il prezzo del Lyrica per conseguire i target finanziari. Obiettivi che hanno avuto un impatto diretto sugli stipendi dei top manager se si considera che nel 2018 più dell’80% della retribuzione dei capoccioni di Pfizer era legata agli incentivi di vendita. Nel quinquennio 2016-2020, gli stipendi dell’alta dirigenza della casa farmaceutica hanno toccato quota 287 milioni di dollari, mentre nello stesso periodo la spesa per lo stipendio dell’amministratore delegato è stata pari a 100 milioni di dollari.
Se dalle nostre parti la notizia del rapporto non è di fatto nemmeno approdata, oltreoceano l’eco delle polemiche risulta quasi già esaurito. Il piano annunciato dal presidente Joe Biden lo scorso agosto, che prevedeva la negoziazione obbligatoria del miglior prezzo (oggi proibita per legge) nell’ambito del programma Medicare, ha incontrato una forte resistenza interna ai democratici, e lo stesso Albert Bourla in un videomessaggio ai dipendenti si è detto «profondamente infastidito», dichiarando che le istituzioni americane stanno affrontando il problema dalla prospettiva sbagliata. Una cosa è certa: forte del successo del vaccino anti Covid, Pfizer regge il coltello dalla parte del manico. E tra Biden e Bourla, alla fin della fiera, oggi conta di più il secondo.
Omicron, siero pronto in primavera. Ma sarà il caos sui pass in scadenza
L’unica certezza è che navigano a vista non solo i governi, ma anche i signori dei vaccini. Pfizer ha annunciato ieri che in primavera sarà in grado d’immettere in commercio un vaccino contro il Covid adattato specificamente alla variante Omicron con la quale si sta seminando il panico sotto Capodanno. Naturalmente si tratta di una notizia da salutare con soddisfazione, ma a questo punto la popolazione italiana che sta facendo la terza dose ed è giù prenotata per tutto il mese di gennaio a che destino va incontro? Avrà in mano un (presunto) super green pass da sei mesi che ha solo un valore burocratico, visto che magari a marzo ci sarà il «vero» vaccino? Insomma, si rischia una sfasatura temporale che creerà un caos allucinante. Oltre al fatto che la decisione delle singole Asl di dare il vaccino «Omicron» o normale a questo o quel cittadino potrebbe risultare anche discriminatoria. Insomma, se Pfizer ci stupirà con un nuovo siero, di quelli vecchi che faremo?
Più passa il tempo e più è evidente a tutti che il green pass, oltre a limitare le libertà costituzionali e non garantire nulla dal punta di vista del minor contagio, è un fallimento non solo sanitario ma anche burocratico. E la nuova mazzata a chi ha idolatrato il certificato verde e lo ha utilizzato come forma surrettizia di propaganda per la campagna vaccinale arriva oggi da una casa farmaceutica come Pfizer. Il colosso americano è uscito allo scoperto ieri con un’intervista di Sabine Bruckner, capo della filiale svizzera, al quotidiano elvetico in lingua tedesca Blick. La manager ha annunciato che Pfizer sta lavorando a testa bassa su due fronti: da un lato sta studiando l’efficacia dell’attuale vaccino contro le varianti di Sars-Covid che stanno emergendo, e al medesimo tempo sta lavorando a una nuova versione del prodotto. Bruckner ha spiegato che al momento dopo il booster, «negli adulti la protezione contro la malattia provocata da Omicron è 25 volte superiore. La terza dose ha quindi senso, soprattutto per proteggere da un decorso grave».
Escusatio non petita e ci mancherebbe pure, verrebbe da dire. Come la precisazione, sempre di Pfizer, che questo nuovo vaccino contro Omicron «non si sa ancora se sarà necessario». Certo, a fine dicembre nessuno sembra in grado di dire che cosa servirà davvero a marzo, specie dopo la magra figura della copertura calante degli attuali vaccini, ormai scesa a non più di cinque mesi. Ma intanto, la storia della lotta alla pandemia cinese insegna, specialmente alla corte del ministro Roberto Speranza e del suo ineffabile Cts, che la verità, quando viene detta, viene comunicata per gradi. E soprattutto, in questa morta gora politica anche dell’Europa, Big pharma non solo lavora fin dall’inizio con contratti secretati, ma è in grado di imporre la somministrazione di più o meno quasi tutto su cui investe. Insomma, qui nessuno lavora in perdita e l’annuncio di ieri non è di certo un ballon d’essai.
Se diamo per buono che in primavera avremo questo nuovo super vaccino specifico in grado di spezzare le reni alla variante che ci sta rovinando le feste, ci sarà da capire che senso avranno i green pass di chi si sta correndo a fare la terza dose dei sieri attuali. Il loro green pass, che dal primo febbraio varrà solo sei mesi, finirà per valerne tre o meno? Si farà tutti una quarta dose con il «Pfizer Omicron»? E le attuali scorte che anche il generale Francesco Paolo Figliolo ha messo da parte che fine faranno? Saranno «regalate» ai Paesi poveri, iniettate solo ai decatleti, buttate via? La sensazione è che il governo vada alla cieca, ma che i fatturati ci vedano benissimo.
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L’inchiesta della commissione del congresso Usa: in 10 anni le tariffe gonfiate hanno impedito le cure a milioni di malati.Omicron, l’annuncio di Pfizer sul siero pronto in primavera potrebbe frenare i booster. Che fine faranno le vecchie fiale?Lo speciale contiene due articoli.Un’altra tegola si abbatte su Pfizer. Non bastavano le inchieste sui guadagni derivanti dal vaccino anti Covid, pubblicate nelle ultime settimane dal Financial Times prima e dall’emittente televisiva britannica Channel 4. Vendite da capogiro, con cifre stimate intorno ai 36 miliardi di dollari (poco meno di 32 miliardi di euro) nel solo 2021 e una quota di mercato pari al 74% negli Usa e dell’80% nella Ue. Numeri destinati senza dubbio a lievitare, complice la necessità in futuro di dover effettuare richiami con cadenza annuale o perfino semestrale.Stavolta però le grane per l’ad di Pfizer Albert Bourla e soci non arrivano dal vaccino. Lo scorso 10 dicembre, la Commissione di sorveglianza del Congresso americano ha pubblicato un lungo e approfondito rapporto sugli incrementi dei prezzi dei farmaci nel decennio appena trascorso. Tre anni di indagini e un milione e mezzo di pagine di documenti interni per ricostruire le (discutibilissime) strategie commerciali attuate da dieci importanti case farmaceutiche. Le durissime conclusioni della Commissione, guidata dalla progressista e ultrademocratica Carolyn Maloney (paladina dei diritti delle donne e degli omosessuali), lasciano davvero poco spazio alla fantasia. E i giganti di Big pharma, ritratti nel report come lupi travestiti da pecore, ne escono con le ossa rotte.«Per anni, le case farmaceutiche hanno aumentato in maniera aggressiva i prezzi sui farmaci già in commercio e fissato prezzi altissimi per i nuovi farmaci», si legge nell’introduzione alla relazione, «nel periodo 2016-2020, le case farmaceutiche hanno incrementato i prezzi del 36%, quattro volte l’inflazione». Rincari che hanno danneggiato in primis il sistema sanitario americano, con mancati risparmi del programma di assistenza Medicare quantificati dai membri del Congresso in 25,1 miliardi di dollari (22,2 miliardi di euro) nel quinquennio 2014-2018. Ma, cosa forse ancora più grave, queste politiche hanno danneggiato i contribuenti e i pazienti americani, «impedendo a milioni di persone di curarsi a prezzi accessibili». Ragion per cui la Commissione definisce senza mezzi termini gli incrementi di prezzo «insostenibili, ingiusti e ingiustificabili».Venendo a Pfizer, gli investigatori del Congresso si sono concentrati sulle dinamiche di prezzo del Lyrica, nome commerciale del pregabalin, utilizzato per trattare l’epilessia, il dolore neuropatico e il disturbo d’ansia generalizzato negli adulti. L’ente regolatore americano ha approvato l’introduzione nel mercato a fine 2004, mentre tre anni dopo il farmaco è stato autorizzato anche per la cura della fibromialgia, una sindrome che presenta un quadro clinico caratterizzato da dolori muscolari, affaticamento, rigidità e sensazione di malessere generale.Nei confronti di Pfizer, la Commissione formula due distinte accuse. La prima è di aver preso di mira il mercato americano come terreno fertile per il rialzo del prezzo dei medicinali, e la seconda di avere sfruttato a proprio vantaggio la protezione fornita dai brevetti, l’esclusiva di mercato e altre tecniche per ostacolare la concorrenza e tenere alto il costo. Dal lancio nel 2005, il prezzo di una scatola di 90 compresse di Lyrica è passato dai 148,50 dollari ai 772,29 dollari odierno, facendo segnare un aumenta del 420%. Simulando la spesa annuale per un paziente che necessita di due dosi da 75 mg al giorno, l’esborso passa dai 1.200 dollari del 2005 ai 6.300 dollari odierni. Una delle politiche più singolari messa in luce dalla Commissione è stata quella del cosiddetto «detailing», ovvero una strategia di marketing focalizzata sul singolo medico nella speranza che questo prescrivesse con maggiore frequenza il farmaco, e definita nel piano operativo del 2019 la «leva più forte nei confronti degli operatori sanitari».Politiche che, com’è facile intuire, hanno trainato i ricavi dell’azienda. Dal 2009 al 2018, il Lyrica ha generato un utile netto a livello globale di 43 miliardi di dollari, più della metà dei quali (23,2 miliardi) solo negli Stati Uniti, dove nello stesso periodo il prezzo è raddoppiato di anno in anno. Nel 2018, prima dell’ingresso nel mercato dei relativi generici e la conseguente perdita dell’esclusiva, il farmaco rappresentava il 9% delle vendite complessive di Pfizer. Secondo i membri del Congresso, la casa farmaceutica ha deliberatamente incrementato il prezzo del Lyrica per conseguire i target finanziari. Obiettivi che hanno avuto un impatto diretto sugli stipendi dei top manager se si considera che nel 2018 più dell’80% della retribuzione dei capoccioni di Pfizer era legata agli incentivi di vendita. Nel quinquennio 2016-2020, gli stipendi dell’alta dirigenza della casa farmaceutica hanno toccato quota 287 milioni di dollari, mentre nello stesso periodo la spesa per lo stipendio dell’amministratore delegato è stata pari a 100 milioni di dollari.Se dalle nostre parti la notizia del rapporto non è di fatto nemmeno approdata, oltreoceano l’eco delle polemiche risulta quasi già esaurito. Il piano annunciato dal presidente Joe Biden lo scorso agosto, che prevedeva la negoziazione obbligatoria del miglior prezzo (oggi proibita per legge) nell’ambito del programma Medicare, ha incontrato una forte resistenza interna ai democratici, e lo stesso Albert Bourla in un videomessaggio ai dipendenti si è detto «profondamente infastidito», dichiarando che le istituzioni americane stanno affrontando il problema dalla prospettiva sbagliata. Una cosa è certa: forte del successo del vaccino anti Covid, Pfizer regge il coltello dalla parte del manico. E tra Biden e Bourla, alla fin della fiera, oggi conta di più il secondo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/medicine-costose-stipendi-big-pharma-2656172077.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="omicron-siero-pronto-in-primavera-ma-sara-il-caos-sui-pass-in-scadenza" data-post-id="2656172077" data-published-at="1640718221" data-use-pagination="False"> Omicron, siero pronto in primavera. Ma sarà il caos sui pass in scadenza L’unica certezza è che navigano a vista non solo i governi, ma anche i signori dei vaccini. Pfizer ha annunciato ieri che in primavera sarà in grado d’immettere in commercio un vaccino contro il Covid adattato specificamente alla variante Omicron con la quale si sta seminando il panico sotto Capodanno. Naturalmente si tratta di una notizia da salutare con soddisfazione, ma a questo punto la popolazione italiana che sta facendo la terza dose ed è giù prenotata per tutto il mese di gennaio a che destino va incontro? Avrà in mano un (presunto) super green pass da sei mesi che ha solo un valore burocratico, visto che magari a marzo ci sarà il «vero» vaccino? Insomma, si rischia una sfasatura temporale che creerà un caos allucinante. Oltre al fatto che la decisione delle singole Asl di dare il vaccino «Omicron» o normale a questo o quel cittadino potrebbe risultare anche discriminatoria. Insomma, se Pfizer ci stupirà con un nuovo siero, di quelli vecchi che faremo? Più passa il tempo e più è evidente a tutti che il green pass, oltre a limitare le libertà costituzionali e non garantire nulla dal punta di vista del minor contagio, è un fallimento non solo sanitario ma anche burocratico. E la nuova mazzata a chi ha idolatrato il certificato verde e lo ha utilizzato come forma surrettizia di propaganda per la campagna vaccinale arriva oggi da una casa farmaceutica come Pfizer. Il colosso americano è uscito allo scoperto ieri con un’intervista di Sabine Bruckner, capo della filiale svizzera, al quotidiano elvetico in lingua tedesca Blick. La manager ha annunciato che Pfizer sta lavorando a testa bassa su due fronti: da un lato sta studiando l’efficacia dell’attuale vaccino contro le varianti di Sars-Covid che stanno emergendo, e al medesimo tempo sta lavorando a una nuova versione del prodotto. Bruckner ha spiegato che al momento dopo il booster, «negli adulti la protezione contro la malattia provocata da Omicron è 25 volte superiore. La terza dose ha quindi senso, soprattutto per proteggere da un decorso grave». Escusatio non petita e ci mancherebbe pure, verrebbe da dire. Come la precisazione, sempre di Pfizer, che questo nuovo vaccino contro Omicron «non si sa ancora se sarà necessario». Certo, a fine dicembre nessuno sembra in grado di dire che cosa servirà davvero a marzo, specie dopo la magra figura della copertura calante degli attuali vaccini, ormai scesa a non più di cinque mesi. Ma intanto, la storia della lotta alla pandemia cinese insegna, specialmente alla corte del ministro Roberto Speranza e del suo ineffabile Cts, che la verità, quando viene detta, viene comunicata per gradi. E soprattutto, in questa morta gora politica anche dell’Europa, Big pharma non solo lavora fin dall’inizio con contratti secretati, ma è in grado di imporre la somministrazione di più o meno quasi tutto su cui investe. Insomma, qui nessuno lavora in perdita e l’annuncio di ieri non è di certo un ballon d’essai. Se diamo per buono che in primavera avremo questo nuovo super vaccino specifico in grado di spezzare le reni alla variante che ci sta rovinando le feste, ci sarà da capire che senso avranno i green pass di chi si sta correndo a fare la terza dose dei sieri attuali. Il loro green pass, che dal primo febbraio varrà solo sei mesi, finirà per valerne tre o meno? Si farà tutti una quarta dose con il «Pfizer Omicron»? E le attuali scorte che anche il generale Francesco Paolo Figliolo ha messo da parte che fine faranno? Saranno «regalate» ai Paesi poveri, iniettate solo ai decatleti, buttate via? La sensazione è che il governo vada alla cieca, ma che i fatturati ci vedano benissimo.
Jannik Sinner (Ansa)
Sport strano, il tennis. Una partita può durare due giorni e farti attraversare la notte abbracciato ai dubbi e alle incertezze. Chi dorme? Rigiochi mentalmente tutti i colpi dei game appena finiti. Ripassi quel dritto uscito di un centimetro. Rivedi la tattica, il piano gara. Si decide tutto l’indomani, nervi saldi. Però, all’italiano testa fredda basta vincere i suoi due servizi per planare in finale agli Internazionali d’Italia. Oggi, 50 anni dopo Adriano Panatta: «Vincere Roma ti dà un posto nella storia». Mezzo secolo dopo quel formidabile 1976, Roma, Parigi e la Coppa Davis. Jannik lo sa. Conosce l’appuntamento che lo attende oltre l’ostacolo di questi pochi game contro lo scorbutico Medvedev.
Dopo il primo set incamerato venerdì sera in 32 minuti, la sfida con il russo, già numero 1 del mondo, ora sceso al nono posto ma rinato con l’arrivo del nuovo coach Thomas Johansson, sembrava una pratica di rapida soluzione, come i turni precedenti qui al Foro Italico (32 le vittorie consecutive nei Master 1000, record tolto a Novak Djokovic). Invece, il secondo set si era complicato, l’umidità di una giornata piovosa che aveva ritardato l’inizio del match, i problemi di stomaco e il vomito. Nel secondo set Jannik era andato sotto 0-3, mentre dall’altra parte Daniil imprimeva il suo ritmo, comandando il gioco e costringendolo a troppe rincorse. Il numero 1 era risalito nel punteggio fino al 5 pari. Ma poi, alla terza occasione aveva dovuto cedere il set, il primo perso in tutto il torneo. All’inizio del terzo, Sinner scuoteva la testa, sfiduciato, ma un passaggio a vuoto del russo gli consegnava il break. L’arrivo della pioggia costringeva al rinvio al giorno successivo.
Dopo la notte, ora si ricomincia. Anche per uno freddo come il rosso di Sesto Pusteria sono tante le variabili da tenere a bada. L’aspetto psicologico. Il controllo. Il non offrire occasioni all’avversario di recuperare lo svantaggio. Dopo l’ace fulminante che avvicina il russo sul 3-4, Jannik va al servizio e se lo prende senza lasciare un punto. Medvedev, invece, con un doppio fallo gli concede due match point consecutivi, ma li annulla con un altro ace e una prima vincente. Ora Jannik serve sul 5-4 per conquistarsi il posto in finale. Va sotto 0-15 poi risale e con un dritto dopo un’ottima prima conquista un’altra palla match. Un’altra prima e due rovesci incrociati inchiodano l’avversario. L’appuntamento con la storia è confermato. «Anche per uno come me che non ha mai problemi, ieri sera non è stato facile prendere sonno», ha ammesso a fine match.
Oggi è il gran giorno, ma sarebbe sbagliato sottovalutare il norvegese Casper Ruud. È un giocatore che dà il meglio sulla terra rossa, è stato già due volte finalista a Parigi, ha disputato un torneo convincente, impreziosito dall’eliminazione di Luciano Darderi con un inequivocabile doppio 6-1. I precedenti tra i due dicono 4 a 0 per Jannik. Quest’anno il norvegese appare molto più solido e preparato di un anno fa quando, nei quarti qui al Foro Italico, Sinner gli aveva lasciato un solo game. Poi, in finale, a Jannik era sfuggita l’occasione al cospetto di un Carlos Alcaraz superiore e più agonista di lui che veniva dallo stop per il caso Clostebol. Stavolta, in tribuna ci sarà anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Speriamo porti fortuna e che si goda lo spettacolo, preceduto dall’antipasto della finale di doppio maschile che parla anche lei italiano dopo il successo di Simone Bolelli e Andrea Vavassori sui vincitori degli Open d’Australia Harrison-Skupski. Nel 2025 il capo dello Stato aveva presenziato alla finale di Jasmine Paolini, non a quella di Jannik. E qualcuno aveva interpretato quella scelta come una risposta alla mancata partecipazione del numero 1 del mondo al ricevimento al Quirinale delle squadre nazionali dopo la conquista della Coppa Davis e della Billie Jean King Cup. Invece, oggi il presidente ci sarà, a completare un periodo di visibilità sportiva, dopo la recente visita dei tennisti per i trofei conquistati anche nel 2025, e il ricevimento delle squadre finaliste della Coppa Italia di calcio.
Sinner è il numero 1 del mondo, ha già vinto quattro slam, ma non si è ancora consacrato nel torneo di casa. Un italiano che vince gli Internazionali d’Italia fa la storia. Prima di Panatta, nel 1976, ci era riuscito due volte Nicola Pietrangeli, nel 1961 e nel 1957. E andando ancora più indietro, Giovanni Palmieri (1934) e Emanuele Sertorio (1933). Questa, però, è preistoria più che storia. A premiare il vincitore sarà proprio Panatta. E speriamo che, 50 anni dopo il suo 1976, venga il 2026 di Sinner.
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Giorgia Meloni (Ansa)
«Quanto accaduto a Modena», ha commentato, «dove un uomo ha investito diversi pedoni e poi avrebbe accoltellato un passante, è gravissimo. Esprimo la mia vicinanza alle persone ferite e alle loro famiglie. Rivolgo anche un ringraziamento ai cittadini che con coraggio sono intervenuti per fermare il responsabile e alle forze dell’ordine per il loro intervento. Ho sentito il sindaco», ha aggiunto la premier, «e resto in costante contatto con le autorità per seguire l’evolversi della vicenda. Confido che il responsabile risponda fino in fondo delle sue azioni». Sergio Mattarella ha telefonato al sindaco di Modena «per avere notizie dei feriti, esprimendo vicinanza alla Città e chiedergli di trasmettere i ringraziamenti a quei cittadini che con coraggio hanno bloccato il colpevole», fanno sapere dalla presidenza della Repubblica.
Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha parlato di «un’azione di brutale violenza e che nella dinamica ricorda tristemente molti episodi simili avvenuti in Europa. A nome mio personale e del Senato della Repubblica», ha sottolineato, «rivolgo affettuosa vicinanza alla comunità di Modena, sinceri ringraziamenti a quei cittadini che con grande coraggio hanno fermato l’aggressore e i migliori auguri di pronta guarigione ai numerosi feriti». «Sono scioccato», ha sottolineato il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, «per quanto avvenuto a Modena. Seguo con grande apprensione gli sviluppi di questa gravissima vicenda ed esprimo la mia vicinanza ai feriti e alle loro famiglie. Un sentito ringraziamento alle forze dell’ordine, ai soccorsi e a quanti, con grande coraggio, sono intervenuti».
«Prego per la salute di tutti i feriti. Alcuni di loro», ha scritto suo social il vicepremier Antonio Tajani, «purtroppo sono in gravi condizioni. Per fortuna l’autore di questa violenta e brutale aggressione è stato fermato». «Salim El Koudri. Questo il nome del criminale di seconda generazione», ha commentato il vicepremier Matteo Salvini, «che a Modena ha falciato, con la sua auto a folle velocità, dei passanti innocenti. Fermato da coraggiosi cittadini nonostante avesse un coltello, è stato arrestato. Non ci può essere nessuna giustificazione per un delitto così infame». «In attesa di ulteriori informazioni», ha fatto sapere la Lega, «da parte delle forze dell’ordine, una cosa è certa: in troppe città italiane l’integrazione delle cosiddette “seconde generazioni” è fallita. Altro che ius soli o cittadinanze facili, bisogna proseguire con ancora più determinazione sulla strada di permessi di soggiorno revocabili in caso di reati gravi. Certe persone non sono assolutamente integrabili, inutile che per motivi ideologici qualcuno neghi la drammatica evidenza».
«La nostra piena e totale vicinanza», ha sottolineato il segretario del Pd, Elly Schlein, «va alle persone ferite, alcune in condizioni molto gravi, e alle loro famiglie. Così come siamo vicini a tutta la comunità modenese e grati ai soccorritori e al personale sanitario per il delicato lavoro di queste ore». «Tutto il Movimento 5 stelle», ha scritto sui social il leader Giuseppe Conte, «si stringe attorno alla comunità di Modena, ai feriti, ai loro familiari. Ringraziamo le persone che sono intervenute con coraggio e senso civico per contribuire a fermare subito chi ha compiuto questa ignobile aggressione, i soccorritori e le forze dell’ordine sul posto. Auspichiamo si faccia rapidamente luce su quanto accaduto e che chi è responsabile paghi per questo folle gesto».
Parole di condanna per l’accaduto e di solidarietà per le vittime sono arrivate da tantissimi esponenti politici, tra i quali Matteo Renzi, Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni. In mattinata, l’ex segretario del Pd, Walter Veltroni, aveva detto di ritenere che «la sicurezza sia un tema della sinistra perché ad avere bisogno di sicurezza sono soprattutto i più deboli. Il tema dell’immigrazione va governato da diverse parti».
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Iraq tra oleodotti e barili. Sinopec sempre più in profondità. L'Europa dipende troppo dal gas americano. Il solare spagnolo non ripaga il mutuo. Washington Post contro il Green Deal. Grano e zucchero sotto pressione.
Quanti sono gli attentatori che in Spagna, in Francia, in Belgio o in Gran Bretagna avevano la cittadinanza del Paese che hanno colpito a morte? Alcuni degli autori della strage di Barcellona del 2017 erano nati in Catalogna, figli di immigrati di origine marocchina, come l’autore della tentata carneficina di ieri, ma questo non ha impedito loro di uccidere 16 persone e ferirne altre 130, travolgendole con un pulmino sulla rambla. Un anno prima, a Nizza, un nordafricano con passaporto francese aveva guidato il camion in mezzo alla folla sulla Promenade des Anglais , uccidendo 86 persone e ferendone altre 458. A Bruxelles, nel 2016 alcuni dei componenti della cellula criminale che uccise 32 persone e ne ferì 340 erano belgi, nati da famiglie immigrate marocchine. E che dire dell’attentatore di Manchester, in Gran Bretagna, che nel 2017 si fece esplodere in mezzo ai fan della cantante americana Ariana Grande, una strage che fece 22 morti e 250 feriti? Era nato nel Regno Unito, figlio di immigrati libici, accolti in Inghilterra come rifugiati politici in fuga dal regime di Muhammar Gheddafi. Anche lui, come l’autore dell’«incidente stradale» di Modena, aveva studiato economia all’università ma poi, invece di occuparsi di profitti e perdite, aveva imboccato la via del terrorismo, anzi, dello Stato islamico.
Nel caso di Modena, il sindaco della città emiliana, Massimo Mezzetti, si è affrettato a definire il marocchino che ha investito deliberatamente otto persone, alcune delle quali fino a ieri sera lottavano fra la vita e la morte, un «pazzo criminale», aggiungendo che l’uomo «non avrebbe tutte le rotelle a posto». In serata in effetti si è appreso che era stato in cura psichiatrica. Ma è un commento che gira al largo dalla questione principale, e che evita di usare termini come attentato, ma parla solo di atto scellerato o sciagurato. E cosa può essere se non un attentato la decisione di invadere ad alta velocità un marciapiede nel centro città, accelerando la corsa della vettura e dirigendola direttamente contro la folla? Come può essere definita la scelta di investire decine di passanti se non un attentato? Altro che pazzo, che automobilista a cui manca qualche rotella. A prescindere dalla motivazione, cioè che si tratti un attentato di matrice religiosa, culturale o ambientale (ho sentito che l’autore della tentata strage si giustificherebbe dicendo di essere bullizzato), è evidente che quanto è successo a Modena non è altro che terrorismo. Lo so, adesso ci diranno che, nonostante avesse la carta d’identità italiana, nonostante avesse studiato a Bergamo e fosse laureato in economia, il killer della città emiliana si sentiva emarginato. Colpa insomma della mancata integrazione e dunque, anche se aveva le carte in regola per trovare un lavoro e costruirsi un futuro in Italia, rispettandone le leggi, alla fine ci spiegheranno che la responsabilità è nostra, perché dobbiamo fare di più per far sentire queste persone a casa propria, altrimenti vivranno da estranei e matureranno un rancore contro di noi. Insomma, averli accolti non basta, lasciare che spesso la facciano da padroni a casa nostra neppure. Dobbiamo anche comprenderli e coccolarli, perché altrimenti rischiamo che salgano a bordo di una vettura e sfoghino la loro frustrazione contro di noi. Se questo è il modo di ragionare, tanto vale arrenderci. Tanto vale stabilire che hanno vinto loro. Le vittime non siamo noi, ma loro. È il ribaltamento della realtà, ma soprattutto del buon senso. Ed è la nostra fine.
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