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2023-10-02
I medici che curano i danni da vaccino
(IStock)
All’inizio hanno iniziato quasi di nascosto. Qualcuno, come a Lucca, ha dovuto subire la gogna mediatica. Vietato dire che i vaccini «salvifici» provocassero danni e allora questi danni, negati, non potevano, ovviamente, essere neppure curati. I medici fedeli al giuramento di Ippocrate hanno però resistito, continuando a ricercare cause e cure degli effetti collaterali dai sieri a mRna, anche attraverso lo scambio di informazioni con colleghi impegnati sullo stesso fronte. Il risultato è che oggi stanno aprendo, in tutta Italia, ambulatori e centri medici gratuiti, o a prezzi sostenibili, che assistono chi dopo il vaccino continua a riscontrare problemi di salute che prima non aveva.
È un numero imprecisato di persone, che sembra destinato a crescere: esistono già ben 3.800 ricerche scientifiche sugli effetti collaterali dei sieri a mRrna, anche se qualcuno continua a dire che non esistono, quando invece le patologie post vaccino sono così tante e così diverse che questo rappresenta la maggiore difficoltà. Il meccanismo alla base dell’approccio terapeutico è però condiviso: c’è infatti ormai la certezza scientifica sulla tossicità della proteina Spike e sulla circostanza che si possa depositare negli organi, provocando danni a distanza di tempo.
Tra i primi ad aprire, un anno fa, ambulatori di assistenza per danneggiati, sono stati i medici di IppocrateOrg, l’Associazione non a scopo di lucro che è diventata durante la pandemia per tanti malati di Covid un punto di riferimento perché ha riunito un centinaio di medici che discostandosi dai protocolli ministeriali «Tachipirina e vigile attesa» si misero piuttosto a visitare e a curare gli ammalati con farmaci comuni, riuscendo a guarire praticamente tutti. I medici di Ippocrate, complessivamente, hanno guarito dal virus, a partire da marzo 2020, almeno 7.000 persone, delle quali il 30% a rischio. Ora che l’emergenza è finita molti di questi medici sono impegnati di nuovo a fare quello che dovrebbe fare la sanità pubblica e così in Friuli Venezia Giulia, ad esempio, sono già sette gli ambulatori di Ippocrate (a Trieste, Tolmezzo, Gorizia, Udine, Pordenone, Codroipo e Monfalcone) specializzati in problematiche sorte a causa della vaccinazione anti Covid o per il Long Covid, che è di solito associato, o confuso, con la prima circostanza visto che spesso i sintomi insorgono dopo una vaccinazione fatta a pochi mesi dalla malattia.
Anche a Milano la direttrice scientifica di IppocrateOrg, Rosanna Cifari, neurologa, ha messo a disposizione part time il suo studio medico per ricevere pazienti che contattano Ippocrate per effetti avversi dal vaccino. «Ho messo a disposizione due intere mattine e un pomeriggio a settimana e sono sempre pienissima», riferisce. «In ambito neurologico sono molteplici le patologie causate dall’iniezione: ci sono anche deficit di memoria, forme di demenza, epilessia, neuropatie periferiche... E poi ci sono quelle cardiache e quelle di tipo immunologico. Ovviamente queste persone prima del vaccino non avevano niente, altrimenti non lo potrei dire. Purtroppo, curare i danni da vaccino è molto complesso, ci sono terapie valide che possono far guarire o portare a sensibili miglioramenti ma da alcune problematiche non si guarisce. Se ad esempio a una persona dopo il vaccino viene la Sla - ed è successo - non è che si può tornare indietro. Si può agire però su patologie meno gravi. Bisogna disinfiammare, perché la proteina Spike porta infiammazione, e poi neutralizzare la proteina Spike. Si può avere un miglioramento significativo. Purtroppo, ripeto, non per tutti. È venuta da me una bambina di 9 anni che faceva la ballerina. Dopo il vaccino è finita sulla sedia a rotelle. Abbiamo tentato di tutto. Ora cammina, con molta fatica, ma non potrà mai ritornare come prima».
La prima visita negli ambulatori di Ippocrate costa 100 euro, la visita di controllo 70 euro e l’associazione, grazie a un numero elevato di medici che ormai vi aderiscono, può contare, oltre agli ambulatori del Friuli Venezia Giulia e al lavoro della neurologa Chifari, anche sul supporto di altri specialisti che visitano e curano singolarmente quei danneggiati che si rivolgono all’associazione. Ippocrate non segue un protocollo standard ma ogni medico sceglie la terapia in base al paziente e alle sue valutazioni. Alcuni medici di Ippocrate, ad esempio, utilizzano farmaci tradizionali o anche la terapia Crapu; oppure l’ozonoterapia, attraverso l’auto-emo trasfusione che è si è rivelata, come la Crapu, un trattamento salvavita nel Covid, anche per casi gravi (la sperimentazione condotta - e mai più continuata - in 10 ospedali italiani dimostrò che nelle terapie intensive chi veniva sottoposto a terapia all’ozono si salvava per il 50% in più rispetto a chi non la faceva).
Sono state invece scelte terapie farmacologiche tradizionali dagli specialisti impegnati in un altro centro medico rivolto ai danneggiati: in Toscana, a Livorno, ha aperto a dicembre «Studio Medico Amico» diretto dal dottor Giovanni Pezone, medico, imprenditore della sanità e politico locale che da sempre si è opposto alla dittatura sanitaria. Ai pazienti si consiglia, per provare il nesso causa effetto dei propri malesseri, di sottoporsi a un esame morfofunzionale dei globuli rossi con un particolare microscopio «ottico», di ultima generazione. È un esame che costa 135 euro e si fa con uno speciale apparecchio dotato di microcamera che filma il movimento del sangue e il filmino può essere utilizzato a fini legali, oltre che per diagnosticare il grado di stress ossidativo dell’organismo (una condizione che espone a virus, batteri e agenti oncogeni). Lo studio medico di Livorno è aperto tre volte a settimana, dalle 15 alle 19 e da quando è stato inaugurato «è sempre pieno», dice il dottor Pezone. «Noi somministriamo una terapia a base di antiossidanti, immunomodulanti, neurotropici e polivitaminici e in quasi tutti i casi le problematiche si risolvono o si attenuano dopo tre settimane. Ovviamente non parliamo di persone che hanno pericarditi, miocarditi, embolie polmonari. Parliamo di persone a cui gira la testa, o che hanno formicolii, dolori diffusi. Insomma, stanno maluccio, sicuramente hanno una vita peggiore di quella di prima ma non stanno malissimo».
A Livorno le visite e le consulenze sono gratuite come accade pure presso un altro studio medico in Toscana, aperto a Lucca con l’associazione «Lucca Consapevole» dall’ex primario di neurologia dell’ospedale cittadino Claudio Giraldi. Iniziativa che fece scalpore, perché scatenò gli strali del mondo ultra-vax capitanato dal Pd locale, che gridò allo scandalo chiedendo la chiusura dell’ambulatorio tant’è che Giraldi e i suoi decisero di tenere, per mesi, il silenzio stampa e cercarono di non rendere noto l’indirizzo esatto dello studio medico. Adesso le cose sono cambiate. «Siamo pieni fino a dicembre. Arrivano qua con le patologie più disparate e ciascuno di noi sette medici cerca di risolvere il problema: oltre a me, ci sono tre medici di medicina generale, un endocrinologo, un radioterapista oncologico e un’ematologa», spiega Giraldi. «Arrivano da noi quadri clinici non noti, cioè persone a cui non hanno saputo fare una diagnosi: dalle neuropatie, alle paresi facciali eccetera. Il motivo di queste patologie è ormai abbastanza chiaro: la Spike è tossica e produce innanzitutto infiammazione e quindi problemi circolatori e poi crea problemi immunitari: anche ripresa di sclerosi multiple o insorgenza di sclerosi multiple. Per quanto riguarda poi il nesso di causalità basterebbe rileggersi i cosiddetti criteri di Brighton, che sono stati validi per l’Organizzazione Mondiale della Sanità fino al 2018 e poi, non si sa perché, sono diventati carta straccia. Essi stabilivano che c’era nesso tra evento avverso e vaccino quando l’evento si verificava a una certa distanza temporale dalla vaccinazione (il che non significa i 14 giorni stabiliti da Aifa per il vaccino anti Covid perché dopo 14 giorni si vedono solo reazioni immediate) e in assenza di altre patologie che potessero spiegarlo».
In Germania è il governo a sollecitare i trattamenti
A Marburgo, in Germania, c’è già da tempo un centro specializzato per la cura degli effetti avversi dai vaccini anti Covid e qualcuno dall’Italia, come ha raccontato una danneggiata a Fuori dal Coro, ha fatto anche questo viaggio della speranza, dopo aver vagato nel nostro Paese da ospedale ad ospedale e da un centro diagnostico all’altro senza riuscire ad avere neppure una diagnosi, ma solo altre analisi da effettuare a proprie spese.
D’altra parte, in Germania da tempo l’argomento non è più tabù. Il ministro della salute tedesco Karl Lauterbach (tridosato), dopo aver dichiarato che la prolungata chiusura delle scuole durante la pandemia era stata un errore, aveva affermato, a marzo, che sarebbe servito un «riconoscimento più rapido» dei danni da vaccini, per poter aiutare le vittime anche sul fronte dei risarcimenti: «Molti pazienti si sentono abbandonati. I profitti per i produttori di vaccini sono stati esorbitanti. Le case farmaceutiche devono pagare le cure ai danneggiati» aveva aggiunto Lauterbach e intanto anche il settimanale Der Spiegel, di orientamento di centrosinistra, è uscito sull’argomento con un editoriale sorprendente. Il caporedattore Alexander Neubacher così ha scritto all’indomani della sentenza della Corte costituzionale del Brandeburgo che aveva stabilito che la cosiddetta legge municipale di emergenza Covid «violava la costituzione dello Stato perché minava la separazione dei poteri»: «Ciò che mi preoccupa in retrospettiva è la facilità con cui le libertà civili sono state sospese nella nostra presunta società liberale. Ora sappiamo che molte misure pandemiche erano prive di senso, eccessive e illegali. Nessuna pagina gloriosa, nemmeno per noi media. All’epoca, molti tedeschi consideravano la Cina un ottimo esempio di come combattere efficacemente il coronavirus. Decine di migliaia di persone hanno sostenuto iniziative come lo #ZeroCovid, chiesto alla politica tedesca di agire con una chiusura radicale dell’economia e della vita pubblica. In effetti, molte libertà sono state gravemente limitate. C’erano, ricorderete, divieti di uscire, divieti di contatto, divieti di viaggiare. In Baviera, restrizioni a uscire di giorno e di notte. Ad Amburgo, le mascherine all’aperto erano obbligatorie sui percorsi da jogging. A Berlino, non era più permesso sedersi su una panchina del parco», è la conclusione del giornalista, con quel senno di poi che però in Italia sembra non debba mai arrivare, nonostante la realtà sotto gli occhi di tutti e anche le diverse crepe ormai evidenti nel sistema di leggi e decreti e ordinanze che ha tenuto in piedi la macchina della dittatura sanitaria.
D’altra parte, in Germania iniziano a moltiplicarsi le cause di risarcimento per i danneggiati così come sta accadendo in Francia, dove già 72 persone hanno ottenuto una compensazione. Il dato è stato fornito alla commissione Affari sociali del Senato francese da François Toujas, candidato alla presidenza dell’Oniam, l’Organismo nazionale per gli indennizzi che si è pronunciato su 241 casi, rispetto alle 1.020 richieste avanzate al 30 giugno scorso. Significa che più del 30% delle domande è stata accolta ma i numeri sono assai lontani da quelli dell’Italia, dove ad aver timore di parlare dei danni da vaccino forse sono ancora troppo spesso proprio i danneggiati. Nel nostro Paese infatti le richieste di indennizzo inviate sono state fino alla fine dello scorso anno soltanto 458 e quelle accolte appena 11. Resta però un nodo cruciale: come si farà a dimostrare un nesso causale tra le patologie che si stanno sviluppando adesso e la Spike ancora presente nei vaccinati? Aifa, infatti, ammette all’esame della farmacovigilanza soltanto reazioni segnalate entro 14 giorni dall’inoculazione.
«Noi applichiamo la stessa terapia usata contro il virus»
«Noi blocchiamo la Spike. I danni da vaccino sono provocati dalla proteina Spike, che è tossica. Quando arrivano pazienti con un certo tipo di sintomatologia e poi verifichiamo la quantità di anticorpi anti Sars-CoV-2 e vediamo che questi anticorpi sono alti, nonostante i pazienti non siano ammalati di Covid, questo indica la presenza della Spike negli organi e spiega i sintomi, che possono essere una tachicardia, o un problema tiroideo, o parestesie o dolori diffusi; oppure dermatiti atopiche che i dermatologi non riescono a risolvere. Noi a queste persone facciamo la terapia Crapu e vediamo che gli anticorpi scendono e passa, ad esempio, la dermatite… Non so se sono stato chiaro».
Il dottor Franco Cusumano, medico di famiglia a Mazara del Vallo, quarant’anni di lavoro dei quali gli ultimi tre dedicati ai malati Covid e ora anche ai danneggiati dai sieri, spiega il successo della terapia Crapu, un trattamento endovena a base di vitamina C, glutatione e Nac (nel gergo comune Fluimucil) che fu creata venti anni fa come terapia complementare a quella farmacologica classica per i malati di cancro dal ricercatore indipendente Giovanni Puccio (sulla sua applicazione oncologica sono pubblicati studi su PubMed da parte del biochimico Simone Cristoni e dell’oncologo Nicola Pantano). Successivamente la terapia si rivelò efficace nel bloccare la replicazione del virus dell’aviaria come sperimentato dall’ematologo Renato Santi Scola, all’epoca dirigente medico dell’ospedale civico di Palermo. Quando scoppiò la pandemia di Covid il dottor Cusumano iniziò per primo a somministrarla anche su pazienti gravi, per impedire al virus di replicarsi e dunque alla proteina Spike, di cui il virus è rivestito, di fare danni. Per lo stesso meccanismo ora si sta usando la Crapu anche contro la Spike vaccinale, cioè la proteina Spike prodotta dal nostro organismo su stimolazione del vaccino che serve a produrre a sua volta anticorpi.
«La Spike vaccinale, come ormai dimostrato, purtroppo, da diversi studi, non si limita a stimolare la produzione di anticorpi», spiega Cusumano, «ma può annidarsi in ogni organo, provocando tutta una serie di disturbi e patologie più o meno gravi (alcune molto simili a quelle provocate dal Covid) anche a distanza di tempo».
Da esse però esiste la possibilità di guarire…
«Sì, o quantomeno di migliorare sensibilmente, anche se ovviamente non consideriamo gli effetti irreversibili come ad esempio un ictus, perché lì il danno ormai è fatto. La Crapu, però, distrugge la Spike e se c’è un malessere impedisce che la cosa si aggravi. Per il Covid io ho avuto successi strabilianti, ho salvato diverse migliaia di persone e ha funzionato anche con le varianti più aggressive: nessuno ha avuto un effetto collaterale e io ho curato anche gente con saturazione a 66. Adesso, sui danneggiati da vaccino, siccome il problema è sempre la Spike, applichiamo la Crapu con qualcosa in più. Abbiamo aumentato le dosi di n-Acelcisteina e aggiunto l’acido ascorbico. Due mesi fa è arrivata una ragazza in sedia a rotelle e io sono riuscito a farla tornare a camminare».
Di che patologie soffre questa gente e come si scopre che sono danni da vaccino?
«Di fronte a una determinata sintomatologia, insorta dopo la vaccinazione in persone che prima non avevano quel tipo di problema, noi facciamo fare quattro esami ematochimici e da lì abbiamo la conferma dei nostri sospetti, perché il quadro clinico è in tutti molto simile. Ad esempio se abbiamo un soggetto che soffre di nebbia cognitiva, dolori o anche disturbi più gravi, prima di iniziare il ciclo di trattamento noi facciamo quattro esami: il D-Dimero l’omocisteina, gli anticorpi Igg anti Sars-CoV-2 e la vitamina D. Ebbene, noi vediamo nei vaccinati danneggiati, specialmente in chi ha fatto le tre dosi o anche la quarta, che il D-dimero è alto, l’omocisteina è alta e le Igg sono alte. La vitamina D invece è sempre bassa, sotto i 20. Comunque sia, dopo questi esami, spendendo in tutto 50-60 euro, possiamo impostare la terapia: la Crapu endovena è composta 3 fiale di glutatione per 600 ml più 600 ml di n-Acelcisteina, ma contro gli effetti collaterali dei vaccini, tranne che nei casi più gravi, funziona anche la terapia orale. Di solito bastano tre cicli».
Perché la Crapu funziona?
«Noi spezziamo i ponti di solfuro della Spike e a quel punto i nostri macrofagi riescono a digerirla, a distruggerla. Se la proteina è tutta sana, non aperta in due, i macrofagi non riescono a mangiarsela, per parlare in termini molto semplici. Inoltre il glutatione ripristina lo scudo molecolare e il funzionamento dei cicli vitali. La terapia Crapu cura tutti i tipi di virus a mRna: potrebbe curare pure l’ebola e se ce ne dessero la possibilità lo potremmo dimostrare».
All’epoca del Covid lei e il ricercatore Puccio cercaste il dialogo con le istituzioni…
«Il presidente di Aifa Palù dice ora che la vigile attesa non serviva… ebbene, non serviva nemmeno intubare le persone! Nel 2021 siamo stati due volte al Cts regionale della Sicilia, dove ci hanno ascoltato bene, non hanno potuto smentirci perché non ne avevano le competenze. Poi, all’evidenza dei successi clinici, hanno alzato le spalle e hanno detto: “Noi non è che non vi crediamo, però… per fare la terapia Crapu in ospedale, siccome sono tutti farmaci a pagamento, dobbiamo fare un capitolo di spesa e bla bla bla...” In pratica hanno lasciato che la gente morisse, così come ora abbandonano i danneggiati».
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Hanno iniziato quasi di nascosto, alcuni subendo anche la gogna mediatica perché parlare di effetti avversi nel nostro Paese è ancora un tabù. Ma ora i dottori che affrontano le patologie post iniezione stanno aprendo sempre più ambulatori in tutta Italia. In prima linea c’è l’associazione Ippocrate.Germania: il ministro Karl Lauterbach ha ammesso l’esistenza del problema. E ai centri specializzati del Paese si è rivolto anche qualche italiano.L’esperto: «Con quattro esami capiamo se i disturbi sono causati dai sieri. Una ragazza in sedia a rotelle è tornata a camminare».Lo speciale contiene tre articoli.All’inizio hanno iniziato quasi di nascosto. Qualcuno, come a Lucca, ha dovuto subire la gogna mediatica. Vietato dire che i vaccini «salvifici» provocassero danni e allora questi danni, negati, non potevano, ovviamente, essere neppure curati. I medici fedeli al giuramento di Ippocrate hanno però resistito, continuando a ricercare cause e cure degli effetti collaterali dai sieri a mRna, anche attraverso lo scambio di informazioni con colleghi impegnati sullo stesso fronte. Il risultato è che oggi stanno aprendo, in tutta Italia, ambulatori e centri medici gratuiti, o a prezzi sostenibili, che assistono chi dopo il vaccino continua a riscontrare problemi di salute che prima non aveva. È un numero imprecisato di persone, che sembra destinato a crescere: esistono già ben 3.800 ricerche scientifiche sugli effetti collaterali dei sieri a mRrna, anche se qualcuno continua a dire che non esistono, quando invece le patologie post vaccino sono così tante e così diverse che questo rappresenta la maggiore difficoltà. Il meccanismo alla base dell’approccio terapeutico è però condiviso: c’è infatti ormai la certezza scientifica sulla tossicità della proteina Spike e sulla circostanza che si possa depositare negli organi, provocando danni a distanza di tempo. Tra i primi ad aprire, un anno fa, ambulatori di assistenza per danneggiati, sono stati i medici di IppocrateOrg, l’Associazione non a scopo di lucro che è diventata durante la pandemia per tanti malati di Covid un punto di riferimento perché ha riunito un centinaio di medici che discostandosi dai protocolli ministeriali «Tachipirina e vigile attesa» si misero piuttosto a visitare e a curare gli ammalati con farmaci comuni, riuscendo a guarire praticamente tutti. I medici di Ippocrate, complessivamente, hanno guarito dal virus, a partire da marzo 2020, almeno 7.000 persone, delle quali il 30% a rischio. Ora che l’emergenza è finita molti di questi medici sono impegnati di nuovo a fare quello che dovrebbe fare la sanità pubblica e così in Friuli Venezia Giulia, ad esempio, sono già sette gli ambulatori di Ippocrate (a Trieste, Tolmezzo, Gorizia, Udine, Pordenone, Codroipo e Monfalcone) specializzati in problematiche sorte a causa della vaccinazione anti Covid o per il Long Covid, che è di solito associato, o confuso, con la prima circostanza visto che spesso i sintomi insorgono dopo una vaccinazione fatta a pochi mesi dalla malattia. Anche a Milano la direttrice scientifica di IppocrateOrg, Rosanna Cifari, neurologa, ha messo a disposizione part time il suo studio medico per ricevere pazienti che contattano Ippocrate per effetti avversi dal vaccino. «Ho messo a disposizione due intere mattine e un pomeriggio a settimana e sono sempre pienissima», riferisce. «In ambito neurologico sono molteplici le patologie causate dall’iniezione: ci sono anche deficit di memoria, forme di demenza, epilessia, neuropatie periferiche... E poi ci sono quelle cardiache e quelle di tipo immunologico. Ovviamente queste persone prima del vaccino non avevano niente, altrimenti non lo potrei dire. Purtroppo, curare i danni da vaccino è molto complesso, ci sono terapie valide che possono far guarire o portare a sensibili miglioramenti ma da alcune problematiche non si guarisce. Se ad esempio a una persona dopo il vaccino viene la Sla - ed è successo - non è che si può tornare indietro. Si può agire però su patologie meno gravi. Bisogna disinfiammare, perché la proteina Spike porta infiammazione, e poi neutralizzare la proteina Spike. Si può avere un miglioramento significativo. Purtroppo, ripeto, non per tutti. È venuta da me una bambina di 9 anni che faceva la ballerina. Dopo il vaccino è finita sulla sedia a rotelle. Abbiamo tentato di tutto. Ora cammina, con molta fatica, ma non potrà mai ritornare come prima». La prima visita negli ambulatori di Ippocrate costa 100 euro, la visita di controllo 70 euro e l’associazione, grazie a un numero elevato di medici che ormai vi aderiscono, può contare, oltre agli ambulatori del Friuli Venezia Giulia e al lavoro della neurologa Chifari, anche sul supporto di altri specialisti che visitano e curano singolarmente quei danneggiati che si rivolgono all’associazione. Ippocrate non segue un protocollo standard ma ogni medico sceglie la terapia in base al paziente e alle sue valutazioni. Alcuni medici di Ippocrate, ad esempio, utilizzano farmaci tradizionali o anche la terapia Crapu; oppure l’ozonoterapia, attraverso l’auto-emo trasfusione che è si è rivelata, come la Crapu, un trattamento salvavita nel Covid, anche per casi gravi (la sperimentazione condotta - e mai più continuata - in 10 ospedali italiani dimostrò che nelle terapie intensive chi veniva sottoposto a terapia all’ozono si salvava per il 50% in più rispetto a chi non la faceva). Sono state invece scelte terapie farmacologiche tradizionali dagli specialisti impegnati in un altro centro medico rivolto ai danneggiati: in Toscana, a Livorno, ha aperto a dicembre «Studio Medico Amico» diretto dal dottor Giovanni Pezone, medico, imprenditore della sanità e politico locale che da sempre si è opposto alla dittatura sanitaria. Ai pazienti si consiglia, per provare il nesso causa effetto dei propri malesseri, di sottoporsi a un esame morfofunzionale dei globuli rossi con un particolare microscopio «ottico», di ultima generazione. È un esame che costa 135 euro e si fa con uno speciale apparecchio dotato di microcamera che filma il movimento del sangue e il filmino può essere utilizzato a fini legali, oltre che per diagnosticare il grado di stress ossidativo dell’organismo (una condizione che espone a virus, batteri e agenti oncogeni). Lo studio medico di Livorno è aperto tre volte a settimana, dalle 15 alle 19 e da quando è stato inaugurato «è sempre pieno», dice il dottor Pezone. «Noi somministriamo una terapia a base di antiossidanti, immunomodulanti, neurotropici e polivitaminici e in quasi tutti i casi le problematiche si risolvono o si attenuano dopo tre settimane. Ovviamente non parliamo di persone che hanno pericarditi, miocarditi, embolie polmonari. Parliamo di persone a cui gira la testa, o che hanno formicolii, dolori diffusi. Insomma, stanno maluccio, sicuramente hanno una vita peggiore di quella di prima ma non stanno malissimo». A Livorno le visite e le consulenze sono gratuite come accade pure presso un altro studio medico in Toscana, aperto a Lucca con l’associazione «Lucca Consapevole» dall’ex primario di neurologia dell’ospedale cittadino Claudio Giraldi. Iniziativa che fece scalpore, perché scatenò gli strali del mondo ultra-vax capitanato dal Pd locale, che gridò allo scandalo chiedendo la chiusura dell’ambulatorio tant’è che Giraldi e i suoi decisero di tenere, per mesi, il silenzio stampa e cercarono di non rendere noto l’indirizzo esatto dello studio medico. Adesso le cose sono cambiate. «Siamo pieni fino a dicembre. Arrivano qua con le patologie più disparate e ciascuno di noi sette medici cerca di risolvere il problema: oltre a me, ci sono tre medici di medicina generale, un endocrinologo, un radioterapista oncologico e un’ematologa», spiega Giraldi. «Arrivano da noi quadri clinici non noti, cioè persone a cui non hanno saputo fare una diagnosi: dalle neuropatie, alle paresi facciali eccetera. Il motivo di queste patologie è ormai abbastanza chiaro: la Spike è tossica e produce innanzitutto infiammazione e quindi problemi circolatori e poi crea problemi immunitari: anche ripresa di sclerosi multiple o insorgenza di sclerosi multiple. Per quanto riguarda poi il nesso di causalità basterebbe rileggersi i cosiddetti criteri di Brighton, che sono stati validi per l’Organizzazione Mondiale della Sanità fino al 2018 e poi, non si sa perché, sono diventati carta straccia. Essi stabilivano che c’era nesso tra evento avverso e vaccino quando l’evento si verificava a una certa distanza temporale dalla vaccinazione (il che non significa i 14 giorni stabiliti da Aifa per il vaccino anti Covid perché dopo 14 giorni si vedono solo reazioni immediate) e in assenza di altre patologie che potessero spiegarlo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/medici-cura-danni-vaccino-2665780024.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-germania-e-il-governo-a-sollecitare-i-trattamenti" data-post-id="2665780024" data-published-at="1696259281" data-use-pagination="False"> In Germania è il governo a sollecitare i trattamenti A Marburgo, in Germania, c’è già da tempo un centro specializzato per la cura degli effetti avversi dai vaccini anti Covid e qualcuno dall’Italia, come ha raccontato una danneggiata a Fuori dal Coro, ha fatto anche questo viaggio della speranza, dopo aver vagato nel nostro Paese da ospedale ad ospedale e da un centro diagnostico all’altro senza riuscire ad avere neppure una diagnosi, ma solo altre analisi da effettuare a proprie spese. D’altra parte, in Germania da tempo l’argomento non è più tabù. Il ministro della salute tedesco Karl Lauterbach (tridosato), dopo aver dichiarato che la prolungata chiusura delle scuole durante la pandemia era stata un errore, aveva affermato, a marzo, che sarebbe servito un «riconoscimento più rapido» dei danni da vaccini, per poter aiutare le vittime anche sul fronte dei risarcimenti: «Molti pazienti si sentono abbandonati. I profitti per i produttori di vaccini sono stati esorbitanti. Le case farmaceutiche devono pagare le cure ai danneggiati» aveva aggiunto Lauterbach e intanto anche il settimanale Der Spiegel, di orientamento di centrosinistra, è uscito sull’argomento con un editoriale sorprendente. Il caporedattore Alexander Neubacher così ha scritto all’indomani della sentenza della Corte costituzionale del Brandeburgo che aveva stabilito che la cosiddetta legge municipale di emergenza Covid «violava la costituzione dello Stato perché minava la separazione dei poteri»: «Ciò che mi preoccupa in retrospettiva è la facilità con cui le libertà civili sono state sospese nella nostra presunta società liberale. Ora sappiamo che molte misure pandemiche erano prive di senso, eccessive e illegali. Nessuna pagina gloriosa, nemmeno per noi media. All’epoca, molti tedeschi consideravano la Cina un ottimo esempio di come combattere efficacemente il coronavirus. Decine di migliaia di persone hanno sostenuto iniziative come lo #ZeroCovid, chiesto alla politica tedesca di agire con una chiusura radicale dell’economia e della vita pubblica. In effetti, molte libertà sono state gravemente limitate. C’erano, ricorderete, divieti di uscire, divieti di contatto, divieti di viaggiare. In Baviera, restrizioni a uscire di giorno e di notte. Ad Amburgo, le mascherine all’aperto erano obbligatorie sui percorsi da jogging. A Berlino, non era più permesso sedersi su una panchina del parco», è la conclusione del giornalista, con quel senno di poi che però in Italia sembra non debba mai arrivare, nonostante la realtà sotto gli occhi di tutti e anche le diverse crepe ormai evidenti nel sistema di leggi e decreti e ordinanze che ha tenuto in piedi la macchina della dittatura sanitaria. D’altra parte, in Germania iniziano a moltiplicarsi le cause di risarcimento per i danneggiati così come sta accadendo in Francia, dove già 72 persone hanno ottenuto una compensazione. Il dato è stato fornito alla commissione Affari sociali del Senato francese da François Toujas, candidato alla presidenza dell’Oniam, l’Organismo nazionale per gli indennizzi che si è pronunciato su 241 casi, rispetto alle 1.020 richieste avanzate al 30 giugno scorso. Significa che più del 30% delle domande è stata accolta ma i numeri sono assai lontani da quelli dell’Italia, dove ad aver timore di parlare dei danni da vaccino forse sono ancora troppo spesso proprio i danneggiati. Nel nostro Paese infatti le richieste di indennizzo inviate sono state fino alla fine dello scorso anno soltanto 458 e quelle accolte appena 11. Resta però un nodo cruciale: come si farà a dimostrare un nesso causale tra le patologie che si stanno sviluppando adesso e la Spike ancora presente nei vaccinati? Aifa, infatti, ammette all’esame della farmacovigilanza soltanto reazioni segnalate entro 14 giorni dall’inoculazione. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/medici-cura-danni-vaccino-2665780024.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="noi-applichiamo-la-stessa-terapia-usata-contro-il-virus" data-post-id="2665780024" data-published-at="1696259281" data-use-pagination="False"> «Noi applichiamo la stessa terapia usata contro il virus» «Noi blocchiamo la Spike. I danni da vaccino sono provocati dalla proteina Spike, che è tossica. Quando arrivano pazienti con un certo tipo di sintomatologia e poi verifichiamo la quantità di anticorpi anti Sars-CoV-2 e vediamo che questi anticorpi sono alti, nonostante i pazienti non siano ammalati di Covid, questo indica la presenza della Spike negli organi e spiega i sintomi, che possono essere una tachicardia, o un problema tiroideo, o parestesie o dolori diffusi; oppure dermatiti atopiche che i dermatologi non riescono a risolvere. Noi a queste persone facciamo la terapia Crapu e vediamo che gli anticorpi scendono e passa, ad esempio, la dermatite… Non so se sono stato chiaro». Il dottor Franco Cusumano, medico di famiglia a Mazara del Vallo, quarant’anni di lavoro dei quali gli ultimi tre dedicati ai malati Covid e ora anche ai danneggiati dai sieri, spiega il successo della terapia Crapu, un trattamento endovena a base di vitamina C, glutatione e Nac (nel gergo comune Fluimucil) che fu creata venti anni fa come terapia complementare a quella farmacologica classica per i malati di cancro dal ricercatore indipendente Giovanni Puccio (sulla sua applicazione oncologica sono pubblicati studi su PubMed da parte del biochimico Simone Cristoni e dell’oncologo Nicola Pantano). Successivamente la terapia si rivelò efficace nel bloccare la replicazione del virus dell’aviaria come sperimentato dall’ematologo Renato Santi Scola, all’epoca dirigente medico dell’ospedale civico di Palermo. Quando scoppiò la pandemia di Covid il dottor Cusumano iniziò per primo a somministrarla anche su pazienti gravi, per impedire al virus di replicarsi e dunque alla proteina Spike, di cui il virus è rivestito, di fare danni. Per lo stesso meccanismo ora si sta usando la Crapu anche contro la Spike vaccinale, cioè la proteina Spike prodotta dal nostro organismo su stimolazione del vaccino che serve a produrre a sua volta anticorpi. «La Spike vaccinale, come ormai dimostrato, purtroppo, da diversi studi, non si limita a stimolare la produzione di anticorpi», spiega Cusumano, «ma può annidarsi in ogni organo, provocando tutta una serie di disturbi e patologie più o meno gravi (alcune molto simili a quelle provocate dal Covid) anche a distanza di tempo». Da esse però esiste la possibilità di guarire… «Sì, o quantomeno di migliorare sensibilmente, anche se ovviamente non consideriamo gli effetti irreversibili come ad esempio un ictus, perché lì il danno ormai è fatto. La Crapu, però, distrugge la Spike e se c’è un malessere impedisce che la cosa si aggravi. Per il Covid io ho avuto successi strabilianti, ho salvato diverse migliaia di persone e ha funzionato anche con le varianti più aggressive: nessuno ha avuto un effetto collaterale e io ho curato anche gente con saturazione a 66. Adesso, sui danneggiati da vaccino, siccome il problema è sempre la Spike, applichiamo la Crapu con qualcosa in più. Abbiamo aumentato le dosi di n-Acelcisteina e aggiunto l’acido ascorbico. Due mesi fa è arrivata una ragazza in sedia a rotelle e io sono riuscito a farla tornare a camminare». Di che patologie soffre questa gente e come si scopre che sono danni da vaccino? «Di fronte a una determinata sintomatologia, insorta dopo la vaccinazione in persone che prima non avevano quel tipo di problema, noi facciamo fare quattro esami ematochimici e da lì abbiamo la conferma dei nostri sospetti, perché il quadro clinico è in tutti molto simile. Ad esempio se abbiamo un soggetto che soffre di nebbia cognitiva, dolori o anche disturbi più gravi, prima di iniziare il ciclo di trattamento noi facciamo quattro esami: il D-Dimero l’omocisteina, gli anticorpi Igg anti Sars-CoV-2 e la vitamina D. Ebbene, noi vediamo nei vaccinati danneggiati, specialmente in chi ha fatto le tre dosi o anche la quarta, che il D-dimero è alto, l’omocisteina è alta e le Igg sono alte. La vitamina D invece è sempre bassa, sotto i 20. Comunque sia, dopo questi esami, spendendo in tutto 50-60 euro, possiamo impostare la terapia: la Crapu endovena è composta 3 fiale di glutatione per 600 ml più 600 ml di n-Acelcisteina, ma contro gli effetti collaterali dei vaccini, tranne che nei casi più gravi, funziona anche la terapia orale. Di solito bastano tre cicli». Perché la Crapu funziona? «Noi spezziamo i ponti di solfuro della Spike e a quel punto i nostri macrofagi riescono a digerirla, a distruggerla. Se la proteina è tutta sana, non aperta in due, i macrofagi non riescono a mangiarsela, per parlare in termini molto semplici. Inoltre il glutatione ripristina lo scudo molecolare e il funzionamento dei cicli vitali. La terapia Crapu cura tutti i tipi di virus a mRna: potrebbe curare pure l’ebola e se ce ne dessero la possibilità lo potremmo dimostrare». All’epoca del Covid lei e il ricercatore Puccio cercaste il dialogo con le istituzioni… «Il presidente di Aifa Palù dice ora che la vigile attesa non serviva… ebbene, non serviva nemmeno intubare le persone! Nel 2021 siamo stati due volte al Cts regionale della Sicilia, dove ci hanno ascoltato bene, non hanno potuto smentirci perché non ne avevano le competenze. Poi, all’evidenza dei successi clinici, hanno alzato le spalle e hanno detto: “Noi non è che non vi crediamo, però… per fare la terapia Crapu in ospedale, siccome sono tutti farmaci a pagamento, dobbiamo fare un capitolo di spesa e bla bla bla...” In pratica hanno lasciato che la gente morisse, così come ora abbandonano i danneggiati».
Russel Crowe in Norimberga, il film
Il fatto è che Norimberga non è un film sul nazismo o sulla seconda guerra mondiale o sullo sterminio degli ebrei. È, invece, una profonda esplorazione delle debolezze e malvagità degli individui, un film sul peccato e sulla disponibilità dell’essere umano a commettere il male. Proprio per questo è un’opera che parla di noi, del nostro tempo, delle nostre tentazioni.
La trama è semplice. Douglas Kelley (interpretato dal premio Oscar Rami Malek) è uno psichiatra in forze all’esercito americano a cui viene chiesto - peraltro senza troppa convinzione - di valutare la condizione mentale di Hermann Göring (il già citato Crowe). Kelley ha così l’occasione di parlare per ore e ore con il secondo in comando di Adolf Hitler, il più importante rappresentante ancora vivente del nazismo. L’obiettivo è il più scontato possibile: capire se Göring sia matto, se commetta il male in virtù di qualche turba mentale o per via di qualche particolarità antropologica o culturale.
Kelley, dal canto suo, nutre sogni di grandezza. Vuole approfittare dell’occasione per scrivere un libro sulla mente dei nazisti e diventare famoso. Facile immaginare quale sia il risultato, visto che il nome di Kelley è sconosciuto ai più, ma non vale la pena di svelare altro.
Il nodo della questione è la pretesa degli americani di definire, circoscrivere e poi asportare chirurgicamente il male. Göring va studiato perché bisogna stabilirne la diversità, bisogna marcare la distanza fra lui, illustre rappresentante del Male Assoluto, e i Buoni che hanno vinto la guerra. Göring va processato - benché già condannato dalla Storia e dal mondo - perché i vincitori possano non tanto definire lui colpevole, ma sé stessi innocenti, migliori.
È una pretesa antica quella di rimuovere chirurgicamente il Male dalla faccia della terra e dall’esistenza umana, a cui Robert Louis Stevenson ha dato corpo nel capolavoro Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, in cui un medico cerca di estrarre l’oscurità da sé stesso e finisce per esserne divorato. Ecco, la vicenda del dottor Kelley e del signor Göring si muove lungo lo stesso, pericolosissimo crinale. Perché, in fondo, la storia è sempre la stessa: il male non si può isolare né cancellare, il legno storto dell’umanità non si raddrizza e ciascuno di noi si riflette nello specchio oscuro.
Lo psichiatra e il maresciallo del Reich si confrontano in scene memorabili, e Crowe assume colori diabolici quando tiene testa al suo avversario e gli insinua il dubbio: noi abbiamo i lager, sorride, voi avete la bomba atomica e Hiroshima e Nagasaki, davvero volete giudicarci?
Kelley scopre che non esiste precisamente un tipo umano sterminatore di ebrei. Esiste un tipo umano, punto. E di questo tipo fanno parte il narcisismo e l’ambizione, la crudeltà e la pretesa di superiorità. La stessa che si manifesta - ovviamente in forme molto diverse - negli imputati di Norimberga e nell’accusa. Ciò non significa, badate bene, che ogni azione si equivalga e che male e bene non esistano. Talvolta, piuttosto, essi sono mortalmente intrecciati, convivono nella stessa persona. La quale può decidere di commettere l’abominio o di fermarsi prima.
Questa scoperta atterrisce il dottor Kelley, il quale cerca disperatamente di convincere il mondo che l’orrore è ricorrente, si può ripetere anche se si è tentato di neutralizzarlo per sempre. Non che veicolare oggi queste idee sia più facile, anzi. Norimberga ci parla perché demolisce il manicheismo da cui ci siamo fatti infettare, sbriciola la pretesa superiorità morale e le divisioni quasi biologiche che in Occidente si usano fare tra buoni e cattivi. Mostra, in aggiunta, che sono le azioni a definirci e non i pensieri o le credenze. Certo, le ideologie possono aiutare, ma non sono sufficienti e soprattutto non ci levano dalle spalle un grammo di responsabilità.
Il processo allestito contro i gerarchi nazisti doveva essere un rito di purificazione, bisognava bruciare le streghe per confermarsi più giusti, più sani. Ma i protagonisti scoprono che le streghe sono sì terribili, ma pure terribilmente somiglianti a loro. Buoni e cattivi esistono, come no, e la linea di demarcazione dovrebbe essere a tutti chiara. Ma la rivelazione terribile è che varcarla è molto facile, la ricerca del potere conduce alla soppressione dell’umano e nessuno può credersi immune, protetto dal contagio. Il Male non è banale, ma è diffuso, e inestirpabile. Si può combattere, ma questo richiede un coraggioso atto di responsabilità (quello che compirà a un certo punto Kelley). Tutto il resto è illusione. È superiorità morale di chi pensa di poter eliminare il Nemico e non si rende conto di essere nemico lui stesso.
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Ansa
Si tratta di un cinquantaseienne peruviano, irregolare e con precedenti per violenza sessuale, che si trova già in carcere per un altro reato. Lo straniero, infatti, è stato fermato due giorni dopo, la sera del 30 dicembre per una tentata rapina compiuta ai danni di una connazionale alla fermata Cimiano del metrò, pochi minuti prima di incontrare la diciannovenne la sera del 28 dicembre. Secondo la ricostruzione sull’episodio che lo ha portato in carcere l’uomo avrebbe aggredito violentemente alle spalle una diciannovenne rimasta sola sulla banchina in attesa del metrò, impossessandosi del suo telefono cellulare. Durante la rapina il cinquantaseienne avrebbe aggredito la connazionale, stringendola al collo con un braccio e tenendole la bocca chiusa con l’altra mano per impedirle di chiedere aiuto. Mentre la stava trascinando in un angolo della stazione, la giovane, vedendo l’arrivo di un treno, ha tentato di divincolarsi, riuscendo a riprendersi il telefono e venendo poi soccorsa dai passanti, mentre il peruviano si dava alla fuga, facendo perdere le proprie tracce. Poco dopo, secondo l’ipotesi degli inquirenti che ne hanno disposto il fermo per l’ipotesi di reato di omicidio, l’uomo avrebbe incontrato Aurora Livoli e i due si sarebbero poi recati nello stabile di via Paruta, dove poi il giorno dopo è stato rinvenuto il corpo senza vita della ragazza.
La giovane era nata a Roma ma a 6 anni era stata adottata da una coppia di professionisti di Fondi, in Provincia di Latina. Aveva lasciato la casa della famiglia adottiva il 4 novembre, e aveva avuto l’ultimo contatto con loro il 26 di quel mese. Il 10 dicembre i genitori adottivi avevano denunciato alle forze dell’ordine l’allontanamento volontario della ragazza, che aveva lasciato casa senza soldi e senza vestiti, ma la maggiore età di Aurora aveva impedito qualsiasi ricerca concreta.
Il corpo di Aurora era stato trovato intorno alle 8.30 di lunedì 29 dicembre nel cortile dello stabile di via Paruta dal portiere del condominio, parzialmente svestito. I pantaloni della tuta erano stati usati per coprire le gambe, mentre un giubbotto adagiato come una coperta nascondeva il torace e l’addome completamente nudi. E soprattutto con ecchimosi sul volto e lividi sul collo, che fanno pensare a una colluttazione e a un possibile strangolamento. Forse dopo una violenza sessuale. La ragazza non aveva con sé telefono né documenti (accanto al corpo sono stati rinvenuti solo un pacchetto di sigarette e la biancheria intima della giovane) ed è stata identificata solo dopo che i suoi genitori adottivi l’avevano riconosciuta in una foto segnaletica diffusa dalle forze dell’ordine, tratta dal video di una telecamera di sorveglianza. Le stesse che hanno portato gli inquirenti a ritenere che peruviano sia l’uomo che, poco prima delle 23 del 28 dicembre è entrato nel cancello, aperto anche di notte, del supercondominio ai civici 74-76 della stradina privata non lontana da via Padova insieme ad Aurora, apparentemente senza alcuna costrizione.
Intorno all’una le telecamere riprendono di nuovo l’uomo, che esce da solo dal complesso residenziale. Dove rientra dopo poco tempo, per poi uscirne, definitivamente, alle 3.30, quando una delle telecamere del sistema di videosorveglianza del palazzo registra la sua seconda uscita. L’uomo si sarebbe poi allontanato su via Padova, percorrendola nella direzione che porta a Cascina Gobba. E proprio sugli orari certificati dalle telecamere stanno lavorando gli inquirenti, che cercano una risposta ai numerosi interrogativi.
A partire dal più importante di tutti: cosa hanno fatto e dov’erano Aurora e il suo presunto assassino tra le 23 e le 3.30? La diciannovenne era ancora viva quando l’uomo è uscito la prima volta? La giovane è veramente stata assassinata? Difficile pensare che i due abbiamo passato più di quattro ore nel cortile senza che nessuno vedesse o sentisse nulla. Per questo le indagini dei carabinieri della Compagnia Monforte e del Nucleo investigativo, coordinati dal pubblico ministero Antonio Pansa, anche se i residenti del palazzo, dopo il ritrovamento del corpo hanno detto di non aver mai visto la ragazza, lavorano per capire se uno dei due avesse in qualche modo la disponibilità di un punto d’appoggio all’interno del grande condominio. Un appartamento o forse una cantina adibita ad abitazione. Altre risposte potrebbero arrivare dai tabulati del cellulare della ragazza, che non è stato ritrovato accanto al corpo, circostanza che, fino alla sua identificazione, ha impedito di ricostruire i contatti di Aurora durante il suo soggiorno a Milano. E soprattutto durante le sue ultime ore di vita.
Il caso ha riacceso il tema politico sulla castrazione chimica. Mara Bizzotto, della Lega rilancia la proposta, chiedendo una risposta «di estrema fermezza» contro i reati sessuali, mentre Forza Italia frena, sollevando dubbi di costituzionalità. «Il nostro ordinamento non ammette pene corporali», avverte il portavoce azzurro Raffaele Nevi.
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Come tante rampolle dei potenti cinesi, compresa la figlia di Xi Jinping, si iscrive a Harvard, dove si laurea in informatica nel 2020, due anni dopo essersi presentata al ballo delle debuttanti. L’evento allo Shangri-La Hotel si tiene il 24 novembre 2018. Pochi giorni dopo, il 1° dicembre, la principessa di Huawei Meng Wanzhou viene arrestata all’aeroporto di Vancouver: comincia il famoso caso di richiesta di estradizione da parte degli Stati Uniti, il «caso Huawei» al centro della guerra tecnologica tra Pechino e Washington. La giovane debuttante non è coinvolta nelle vicende aziendali e la vanità del suo ballo, davanti alla serietà della situazione, sembra ridicola. Nel 2015 era stata diffusa in Occidente una pubblicità di Huawei che raffigurava il piede di una ballerina provato dai tanti allenamenti, per esaltare la fatica necessaria per giungere ai risultati. A volere quell’immagine e stato lo stesso Ren Zhengfei. A gennaio 2021, la piccola principessa Annabel Yao annuncia di voler entrare nel mondo dello spettacolo con un post sulla piattaforma social Weibo. La ragazza pubblica il video della sua prima canzone, volta proprio a sfruttare, come bieca operazione di marketing, la sua nomea di «principessa». Si intitola Backfire. Wang Huning, versato nella cultura pop, può generosamente definirlo «dimenticabile», e senz’altro si colloca ben lontano dalle vette di interesse globale raggiunte dal K-pop. Eppure questa ragazza privilegiata, che sognava di fare la ballerina e invece non balla bene nemmeno nel video, sa prendersi un po’ in giro da sola e gioca con lo stereotipo che le hanno cucito addosso. Tenta l’impresa impossibile di liberarsi dal confronto con la sorellastra. Meng Wanzhou non ha mai dormito per terra, al contrario di migliaia di altri dipendenti di Huawei che hanno donato il loro tempo alla grande rinascita cinese di Ren Zhengfei, e in verità ama passeggiare nella campagna provenzale per respirare il profumo di lavanda. Le vicende storiche l’hanno trasformata in un’eroina di guerra.
A Stanford, nella primavera 2024, Jensen Huang di Nvidia parla agli studenti con addosso il suo proverbiale giubbotto in pelle, l’armatura che sussurra a ogni ragazzo asiatico che studia ingegneria o informatica: «Non sei un perdente, sei un figo». Gli adoranti studenti di Stanford vogliono sapere come si diventa Jensen Huang, come si costruisce Nvidia, come si ottiene un tale successo, come si fanno un sacco di soldi. L’uomo col giubbotto in pelle dice loro: «A voi studenti di Stanford auguro ampie dosi di dolore e sofferenza». Senza il dolore e la sofferenza che ha conosciuto, senza aver pulito i bagni e i pavimenti delle sale da ping pong, senza quelle prove lui non sarebbe dove è. E come possono diventare Jensen Huang quei ragazzi, perlopiù fortunati e privilegiati, che non si sono forgiati nella sofferenza? Echeggiano nella sala di Stanford i versi dell’Agamennone: «Solo a colui che ha sofferto Dike consente di imparare». To pathei mathos.
Echeggiano anche nelle sale del ballo delle debuttanti e nei flash delle fotografie che Annabel Yao ha pagato coi soldi di suo padre. «Cosa e come imparerà, questa generazione?» è una domanda che Wang Huning si pone e alla quale non ha risposta, concentrato a ingabbiare l’inquietudine dei giovani negli schemi del Partito. Quasi tutti loro, i membri della burocrazia celeste che governa la Cina, hanno risposto in modo ipocrita. I loro parenti si sono arricchiti e i loro figli sono andati a studiare a Harvard, come la figlia del segretario generale Xi Jinping. America contro America. Cina contro Cina. La risposta alla domanda su quella generazione sta forse nell’effetto DeepSeek: milioni e milioni di cinesi, compresi i nuovi ricercatori di Nvidia e di tutte le altre aziende americane che dipendono dai cinesi, vedono che puoi essere Liang Wenfeng, e cioè che puoi studiare nelle università cinesi, arricchirti con un hedge fund, poi fondare un laboratorio di intelligenza artificiale di soli ricercatori cinesi e far parlare tutto il mondo di te, umiliando gli americani fino a renderli ridicoli. Milioni e milioni già lavorano, con una mobilitazione soverchiante, per essere Liang Wenfeng, essere il ragazzo con gli occhiali a cui il segretario generale deve stringere la mano per dare un segnale al popolo. Milioni e milioni sognano i robot che fanno le capriole di Unitree di Wang Xingxing. A fare le capriole non sono solo i robot. Sono coloro che li guardano. Ma non basta.
Nessuno può sapere se le nuove generazioni cinesi avranno la ferocia di Ren Zhengfei quando dice alla sua divisione smartphone Honor, che ha dovuto vendere per via delle sanzioni americane: «Da oggi diventate il più forte concorrente di Huawei. Sorpassate Huawei. E, mi raccomando, gridate: abbasso Huawei». Wang Huning pensa: «E tu, grande veterano della guerra con l’America, sapresti gridare: abbasso mia figlia? Sapresti valutare in modo obiettivo e feroce quello che ti riguarda intimamente? Oppure, pensi che il tuo potere e i tuoi sacrifici possano comprare il futuro di chi ami?».
Eppure, il singolo dimenticato di Annabel Yao costruisce, senza volerlo, un pezzo di storia. Per via del suo titolo, Backfire. La piccola principessa non e stata «prigioniera» degli avversari come la sorellastra, che ha avuto il privilegio di soffrire, ma la sua dimenticabile canzone ha descritto, con una parola, ciò che l’America sembra aver fatto all’azienda di suo padre e al processo tecnologico cinese. Backfire: lo sparo che ti si ritorce contro. Nel duello, uno sfodera l’arma per sparare, già vede il viso dell’avversario lacerato, già immagina il proprio inesorabile trionfo, e invece si spara addosso. L’apprendista stregone americano non conosce le potenze che ha evocato, perché non conosce chi sta combattendo. Il capitano Mahan, pensatore del potere marittimo dell’America, scrive all’inizio del Novecento che la Cina sembra incapace di svilupparsi senza aiuti esterni.
Chi è messo all’angolo viene aiutato a industriarsi, soprattutto se dispone della formidabile scala della Cina. Chi segue i reportage delle più brave giornaliste al mondo - le reporter di Nikkei Asia Cheng Ting-Fang e Lauly Li, con base a Taipei - sulla guerra dei chip, sa quello che le strutture degli Stati Uniti, e perfino le antenne del Partito comunista cinese, apprendono solo dopo: tutte le divisioni e sussidiarie di Huawei, tutti i surrogati sono soggetti alle sanzioni, ma spunta sempre un’altra azienda, un’altra linea di produzione, un’altra innovazione, un’altra base a Singapore o nelle altre terre di confine del Sud-Est asiatico, dove l’occhio degli Stati Uniti non arriva.
E poi, una volta che quella nuova azienda viene punita, ne spunta di nuovo un’altra, e il processo non finisce mai. Teoricamente, può avere una fine nel lungo periodo, ma questa fine e come il collasso cinese: nel tempo in cui si fanno i giochi, non arriva mai. Il solo mercato cinese non e abbastanza per tutto, ma è abbastanza per la disponibilità di capitale umano e, se c’è un numero sufficiente di persone che vogliono essere Liang Wenfeng di DeepSeek, l’effetto sarà riproducibile con le parole del pezzo di Annabel Yao: «Baby, I’m a backfire».
Mentre il presidente Trump proclama nel 2025 la nuova età dell’oro circondato dai suoi capitalisti, dai suoi sostenitori provvisori, pronti ad applaudire a ogni cosa e al suo contrario, Jensen Huang si trova in Cina. Certo, anche la sua Nvidia ha pagato l’obolo della cerimonia del 20 gennaio, come tutte le altre. «Perché è in Cina?», si chiede Wang Huning. Il Partito ha i mezzi per seguire Jensen Huang, per conoscere i dettagli dei suoi incontri, sapere a quali clienti e fornitori e interessato. Il Partito, in Cina, può sapere quello che gli americani, poveri di antenne nel vasto territorio cinese, non sapranno mai. Ma resta una domanda, in mezzo a tante, troppe informazioni, che confondono sempre rispetto all’essenziale: perché? Il fondatore di Nvidia, osserva Wang Huning, ha detto che Huawei è l’azienda tecnologica più formidabile della Cina, perché ha conquistato ogni mercato in cui è entrata. «La sua presenza nell’intelligenza artificiale aumenta ogni anno», ha sottolineato Jensen Huang, che quando è andato all’università di Hong Kong per ricevere un dottorato ha elogiato la Greater Bay Area, il suo ecosistema di talenti e di startup, e ha voluto ricordare che i centri di design di Hong Kong, Pechino e Shenzhen l’hanno aiutato a costruire la sua azienda, mentre costruivano il grande ecosistema della Cina. Un esercito di costruttori. Quando Jensen Huang si toglie il giubbotto in pelle e va a Washington, ai politici degli Stati Uniti ripete incessantemente un dato: «Il 50% dei ricercatori di intelligenza artificiale al mondo è cinese». «Del resto, anche lui è cinese», conclude Wang Huning.
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Una sentenza da applaudire, per le motivazioni esposte dai giudici. Intanto il giovane, però, ha lasciato la scuola e nemmeno riesce a trovare un lavoro stabile «perché appena sentono il suo nome, commercianti e titolari di azienda lo associano al ragazzo rinchiuso dopo il Tso», spiega l’avvocato Nicola Peverelli, legale di Tellenio. Una storia incredibile, purtroppo come tante altre accadute durante la pandemia quando umanità, legalità, senso civico, rispetto dell’individuo finirono calpestati nel silenzio pressoché generale.
Valerio frequentava il penultimo anno dell’istituto professionale di Fano, i professori l’avevano descritto come uno studente bravo, attento. Desiderava solo tornare in classe, dopo i lunghi periodi della didattica a distanza che era stata imposta, ma non sopportava la mascherina, leggeva che le posizioni scientifiche erano molto diverse sulla protezione offerta da uno schermo facciale.
Per questo a scuola era stato ripreso più volte, la direttrice scolastica aveva chiamato i vigili e anche i carabinieri per allontanarlo dalla classe sebbene non fosse un disturbatore. Il 4 maggio 2021, stanco di continui richiami, si lega al banco con un lucchetto a catena per bicicletta, poi accetta di liberarsi. Il giorno seguente ci riprova, allora la preside chiama polizia e 118. «Valerio non si era messo a urlare, a rompere arredi scolastici. Protestava in silenzio, non faceva nulla di pericoloso per sé e per i compagni di classe», raccontò allora alla Verità l’avvocato.
Al pronto soccorso due medici decisero di applicargli il Tso perché il giovane «rappresentava una minaccia per la salute pubblica» e il sindaco di Fano Massimo Seri (eletto con il Pd, oggi in Azione) firmò «senza informarsi sul giovane. Nemmeno andò a parlargli, eppure era uno studente di 18 anni, mica un delinquente», spiegava Peverelli.
Senza che i genitori potessero opporsi, Valerio venne mandato nel dipartimento di salute mentale dell’ospedale San Salvatore Muraglia, a Pesaro. Ci restò quattro giorni, neanche fosse uno squilibrato da rinchiudere. Gli venne tolto il cellulare e il suo letto aveva le cinghie. Il giudice tutelare convalidò il Tso e i familiari di Valerio impugnarono quella convalida. Il Tribunale di Pesaro respinse il ricorso e la Corte d’appello di Ancona confermò la decisione di primo grado.
Per fortuna è intervenuta la Corte di Cassazione a riportare un po’ di giustizia nella vicenda del giovane di Fano. Il «Tso non è una misura di difesa sociale ma a tutela della salute dell’interessato», dichiarano i giudici della suprema Corte. Questo significa che «in casi limite, possano essere adottate misure contro la volontà del soggetto, anche quando le finalità di protezione sociale sono assenti, ma deve nondimeno proteggersi il bene salute in quanto espressione anch’esso della dignità dell’essere umano. Dignità significa, tuttavia, anche il diritto di potersi difendere quando sono adottate, o meglio si discute se debbano essere adottate, misure che comprimono la libertà personale, e il diritto della persona di partecipare, debitamente informato, ai processi in cui si discute del suo interesse».
Doveva essere sentito il ragazzo, il provvedimento che impone il ricovero coattivo fu adottato applicando una norma «dichiarata costituzionalmente illegittima» senza audizione del giovane, senza la comunicazione del Tso al legale. E il giudice tutelare non aveva effettuato «alcuna indagine», dalla quale sarebbe risultato evidente come il referto psichiatrico conteneva anche «una accurata descrizione dei comportamenti tenuti a scuola […] non di per sé sintomo di patologia».
Inoltre, altri psichiatri dopo il ricovero formularono una diagnosi «diversa da quella della psichiatra che aveva convalidato la proposta» del Tso, eppure i giudici d’Appello «trascurarono di verificare» questi elementi fondamentali. La sentenza afferma anche un sacrosanto principio, ovvero che la manifestazione di idee anticonvenzionali non rappresenta un segnale patologico che può dar luogo a un Tso: «Occorre anche superare lo stereotipo in virtù del quale ogni manifestazione di “alienazione” intesa come diversità rispetto ai modelli convenzionali costituisca di per sé indice di pericolosità e di malattia mentale, da contrastare necessariamente mediante una limitazione della libertà».
Uno studente di 18 anni che non aveva problemi mentali fu trattato come un pazzo furioso mentre aveva solo «convinzioni anticonvenzionali», affermano gli Ermellini. Chi paga per questa ingiustizia, ribadita anche in appello? «Non potrò mai cancellare quello che mi è accaduto», disse alla Verità il diciottenne che lasciò gli studi.
Adesso il legale, assieme all’avvocato dei genitori di Valerio, Isabella Giampaoli, presenterà azioni risarcitorie. E si attendono almeno le scuse dell’ex sindaco, Seri, eletto alle ultime Regionali nella lista «Matteo Ricci presidente». Pensare che lo scorso ottobre ebbe la faccia tosta di dichiarare: «L’elezione è anche un riconoscimento al mio impegno basato sui contenuti e sul rispetto delle persone».
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