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2023-10-02
I medici che curano i danni da vaccino
(IStock)
All’inizio hanno iniziato quasi di nascosto. Qualcuno, come a Lucca, ha dovuto subire la gogna mediatica. Vietato dire che i vaccini «salvifici» provocassero danni e allora questi danni, negati, non potevano, ovviamente, essere neppure curati. I medici fedeli al giuramento di Ippocrate hanno però resistito, continuando a ricercare cause e cure degli effetti collaterali dai sieri a mRna, anche attraverso lo scambio di informazioni con colleghi impegnati sullo stesso fronte. Il risultato è che oggi stanno aprendo, in tutta Italia, ambulatori e centri medici gratuiti, o a prezzi sostenibili, che assistono chi dopo il vaccino continua a riscontrare problemi di salute che prima non aveva.
È un numero imprecisato di persone, che sembra destinato a crescere: esistono già ben 3.800 ricerche scientifiche sugli effetti collaterali dei sieri a mRrna, anche se qualcuno continua a dire che non esistono, quando invece le patologie post vaccino sono così tante e così diverse che questo rappresenta la maggiore difficoltà. Il meccanismo alla base dell’approccio terapeutico è però condiviso: c’è infatti ormai la certezza scientifica sulla tossicità della proteina Spike e sulla circostanza che si possa depositare negli organi, provocando danni a distanza di tempo.
Tra i primi ad aprire, un anno fa, ambulatori di assistenza per danneggiati, sono stati i medici di IppocrateOrg, l’Associazione non a scopo di lucro che è diventata durante la pandemia per tanti malati di Covid un punto di riferimento perché ha riunito un centinaio di medici che discostandosi dai protocolli ministeriali «Tachipirina e vigile attesa» si misero piuttosto a visitare e a curare gli ammalati con farmaci comuni, riuscendo a guarire praticamente tutti. I medici di Ippocrate, complessivamente, hanno guarito dal virus, a partire da marzo 2020, almeno 7.000 persone, delle quali il 30% a rischio. Ora che l’emergenza è finita molti di questi medici sono impegnati di nuovo a fare quello che dovrebbe fare la sanità pubblica e così in Friuli Venezia Giulia, ad esempio, sono già sette gli ambulatori di Ippocrate (a Trieste, Tolmezzo, Gorizia, Udine, Pordenone, Codroipo e Monfalcone) specializzati in problematiche sorte a causa della vaccinazione anti Covid o per il Long Covid, che è di solito associato, o confuso, con la prima circostanza visto che spesso i sintomi insorgono dopo una vaccinazione fatta a pochi mesi dalla malattia.
Anche a Milano la direttrice scientifica di IppocrateOrg, Rosanna Cifari, neurologa, ha messo a disposizione part time il suo studio medico per ricevere pazienti che contattano Ippocrate per effetti avversi dal vaccino. «Ho messo a disposizione due intere mattine e un pomeriggio a settimana e sono sempre pienissima», riferisce. «In ambito neurologico sono molteplici le patologie causate dall’iniezione: ci sono anche deficit di memoria, forme di demenza, epilessia, neuropatie periferiche... E poi ci sono quelle cardiache e quelle di tipo immunologico. Ovviamente queste persone prima del vaccino non avevano niente, altrimenti non lo potrei dire. Purtroppo, curare i danni da vaccino è molto complesso, ci sono terapie valide che possono far guarire o portare a sensibili miglioramenti ma da alcune problematiche non si guarisce. Se ad esempio a una persona dopo il vaccino viene la Sla - ed è successo - non è che si può tornare indietro. Si può agire però su patologie meno gravi. Bisogna disinfiammare, perché la proteina Spike porta infiammazione, e poi neutralizzare la proteina Spike. Si può avere un miglioramento significativo. Purtroppo, ripeto, non per tutti. È venuta da me una bambina di 9 anni che faceva la ballerina. Dopo il vaccino è finita sulla sedia a rotelle. Abbiamo tentato di tutto. Ora cammina, con molta fatica, ma non potrà mai ritornare come prima».
La prima visita negli ambulatori di Ippocrate costa 100 euro, la visita di controllo 70 euro e l’associazione, grazie a un numero elevato di medici che ormai vi aderiscono, può contare, oltre agli ambulatori del Friuli Venezia Giulia e al lavoro della neurologa Chifari, anche sul supporto di altri specialisti che visitano e curano singolarmente quei danneggiati che si rivolgono all’associazione. Ippocrate non segue un protocollo standard ma ogni medico sceglie la terapia in base al paziente e alle sue valutazioni. Alcuni medici di Ippocrate, ad esempio, utilizzano farmaci tradizionali o anche la terapia Crapu; oppure l’ozonoterapia, attraverso l’auto-emo trasfusione che è si è rivelata, come la Crapu, un trattamento salvavita nel Covid, anche per casi gravi (la sperimentazione condotta - e mai più continuata - in 10 ospedali italiani dimostrò che nelle terapie intensive chi veniva sottoposto a terapia all’ozono si salvava per il 50% in più rispetto a chi non la faceva).
Sono state invece scelte terapie farmacologiche tradizionali dagli specialisti impegnati in un altro centro medico rivolto ai danneggiati: in Toscana, a Livorno, ha aperto a dicembre «Studio Medico Amico» diretto dal dottor Giovanni Pezone, medico, imprenditore della sanità e politico locale che da sempre si è opposto alla dittatura sanitaria. Ai pazienti si consiglia, per provare il nesso causa effetto dei propri malesseri, di sottoporsi a un esame morfofunzionale dei globuli rossi con un particolare microscopio «ottico», di ultima generazione. È un esame che costa 135 euro e si fa con uno speciale apparecchio dotato di microcamera che filma il movimento del sangue e il filmino può essere utilizzato a fini legali, oltre che per diagnosticare il grado di stress ossidativo dell’organismo (una condizione che espone a virus, batteri e agenti oncogeni). Lo studio medico di Livorno è aperto tre volte a settimana, dalle 15 alle 19 e da quando è stato inaugurato «è sempre pieno», dice il dottor Pezone. «Noi somministriamo una terapia a base di antiossidanti, immunomodulanti, neurotropici e polivitaminici e in quasi tutti i casi le problematiche si risolvono o si attenuano dopo tre settimane. Ovviamente non parliamo di persone che hanno pericarditi, miocarditi, embolie polmonari. Parliamo di persone a cui gira la testa, o che hanno formicolii, dolori diffusi. Insomma, stanno maluccio, sicuramente hanno una vita peggiore di quella di prima ma non stanno malissimo».
A Livorno le visite e le consulenze sono gratuite come accade pure presso un altro studio medico in Toscana, aperto a Lucca con l’associazione «Lucca Consapevole» dall’ex primario di neurologia dell’ospedale cittadino Claudio Giraldi. Iniziativa che fece scalpore, perché scatenò gli strali del mondo ultra-vax capitanato dal Pd locale, che gridò allo scandalo chiedendo la chiusura dell’ambulatorio tant’è che Giraldi e i suoi decisero di tenere, per mesi, il silenzio stampa e cercarono di non rendere noto l’indirizzo esatto dello studio medico. Adesso le cose sono cambiate. «Siamo pieni fino a dicembre. Arrivano qua con le patologie più disparate e ciascuno di noi sette medici cerca di risolvere il problema: oltre a me, ci sono tre medici di medicina generale, un endocrinologo, un radioterapista oncologico e un’ematologa», spiega Giraldi. «Arrivano da noi quadri clinici non noti, cioè persone a cui non hanno saputo fare una diagnosi: dalle neuropatie, alle paresi facciali eccetera. Il motivo di queste patologie è ormai abbastanza chiaro: la Spike è tossica e produce innanzitutto infiammazione e quindi problemi circolatori e poi crea problemi immunitari: anche ripresa di sclerosi multiple o insorgenza di sclerosi multiple. Per quanto riguarda poi il nesso di causalità basterebbe rileggersi i cosiddetti criteri di Brighton, che sono stati validi per l’Organizzazione Mondiale della Sanità fino al 2018 e poi, non si sa perché, sono diventati carta straccia. Essi stabilivano che c’era nesso tra evento avverso e vaccino quando l’evento si verificava a una certa distanza temporale dalla vaccinazione (il che non significa i 14 giorni stabiliti da Aifa per il vaccino anti Covid perché dopo 14 giorni si vedono solo reazioni immediate) e in assenza di altre patologie che potessero spiegarlo».
In Germania è il governo a sollecitare i trattamenti
A Marburgo, in Germania, c’è già da tempo un centro specializzato per la cura degli effetti avversi dai vaccini anti Covid e qualcuno dall’Italia, come ha raccontato una danneggiata a Fuori dal Coro, ha fatto anche questo viaggio della speranza, dopo aver vagato nel nostro Paese da ospedale ad ospedale e da un centro diagnostico all’altro senza riuscire ad avere neppure una diagnosi, ma solo altre analisi da effettuare a proprie spese.
D’altra parte, in Germania da tempo l’argomento non è più tabù. Il ministro della salute tedesco Karl Lauterbach (tridosato), dopo aver dichiarato che la prolungata chiusura delle scuole durante la pandemia era stata un errore, aveva affermato, a marzo, che sarebbe servito un «riconoscimento più rapido» dei danni da vaccini, per poter aiutare le vittime anche sul fronte dei risarcimenti: «Molti pazienti si sentono abbandonati. I profitti per i produttori di vaccini sono stati esorbitanti. Le case farmaceutiche devono pagare le cure ai danneggiati» aveva aggiunto Lauterbach e intanto anche il settimanale Der Spiegel, di orientamento di centrosinistra, è uscito sull’argomento con un editoriale sorprendente. Il caporedattore Alexander Neubacher così ha scritto all’indomani della sentenza della Corte costituzionale del Brandeburgo che aveva stabilito che la cosiddetta legge municipale di emergenza Covid «violava la costituzione dello Stato perché minava la separazione dei poteri»: «Ciò che mi preoccupa in retrospettiva è la facilità con cui le libertà civili sono state sospese nella nostra presunta società liberale. Ora sappiamo che molte misure pandemiche erano prive di senso, eccessive e illegali. Nessuna pagina gloriosa, nemmeno per noi media. All’epoca, molti tedeschi consideravano la Cina un ottimo esempio di come combattere efficacemente il coronavirus. Decine di migliaia di persone hanno sostenuto iniziative come lo #ZeroCovid, chiesto alla politica tedesca di agire con una chiusura radicale dell’economia e della vita pubblica. In effetti, molte libertà sono state gravemente limitate. C’erano, ricorderete, divieti di uscire, divieti di contatto, divieti di viaggiare. In Baviera, restrizioni a uscire di giorno e di notte. Ad Amburgo, le mascherine all’aperto erano obbligatorie sui percorsi da jogging. A Berlino, non era più permesso sedersi su una panchina del parco», è la conclusione del giornalista, con quel senno di poi che però in Italia sembra non debba mai arrivare, nonostante la realtà sotto gli occhi di tutti e anche le diverse crepe ormai evidenti nel sistema di leggi e decreti e ordinanze che ha tenuto in piedi la macchina della dittatura sanitaria.
D’altra parte, in Germania iniziano a moltiplicarsi le cause di risarcimento per i danneggiati così come sta accadendo in Francia, dove già 72 persone hanno ottenuto una compensazione. Il dato è stato fornito alla commissione Affari sociali del Senato francese da François Toujas, candidato alla presidenza dell’Oniam, l’Organismo nazionale per gli indennizzi che si è pronunciato su 241 casi, rispetto alle 1.020 richieste avanzate al 30 giugno scorso. Significa che più del 30% delle domande è stata accolta ma i numeri sono assai lontani da quelli dell’Italia, dove ad aver timore di parlare dei danni da vaccino forse sono ancora troppo spesso proprio i danneggiati. Nel nostro Paese infatti le richieste di indennizzo inviate sono state fino alla fine dello scorso anno soltanto 458 e quelle accolte appena 11. Resta però un nodo cruciale: come si farà a dimostrare un nesso causale tra le patologie che si stanno sviluppando adesso e la Spike ancora presente nei vaccinati? Aifa, infatti, ammette all’esame della farmacovigilanza soltanto reazioni segnalate entro 14 giorni dall’inoculazione.
«Noi applichiamo la stessa terapia usata contro il virus»
«Noi blocchiamo la Spike. I danni da vaccino sono provocati dalla proteina Spike, che è tossica. Quando arrivano pazienti con un certo tipo di sintomatologia e poi verifichiamo la quantità di anticorpi anti Sars-CoV-2 e vediamo che questi anticorpi sono alti, nonostante i pazienti non siano ammalati di Covid, questo indica la presenza della Spike negli organi e spiega i sintomi, che possono essere una tachicardia, o un problema tiroideo, o parestesie o dolori diffusi; oppure dermatiti atopiche che i dermatologi non riescono a risolvere. Noi a queste persone facciamo la terapia Crapu e vediamo che gli anticorpi scendono e passa, ad esempio, la dermatite… Non so se sono stato chiaro».
Il dottor Franco Cusumano, medico di famiglia a Mazara del Vallo, quarant’anni di lavoro dei quali gli ultimi tre dedicati ai malati Covid e ora anche ai danneggiati dai sieri, spiega il successo della terapia Crapu, un trattamento endovena a base di vitamina C, glutatione e Nac (nel gergo comune Fluimucil) che fu creata venti anni fa come terapia complementare a quella farmacologica classica per i malati di cancro dal ricercatore indipendente Giovanni Puccio (sulla sua applicazione oncologica sono pubblicati studi su PubMed da parte del biochimico Simone Cristoni e dell’oncologo Nicola Pantano). Successivamente la terapia si rivelò efficace nel bloccare la replicazione del virus dell’aviaria come sperimentato dall’ematologo Renato Santi Scola, all’epoca dirigente medico dell’ospedale civico di Palermo. Quando scoppiò la pandemia di Covid il dottor Cusumano iniziò per primo a somministrarla anche su pazienti gravi, per impedire al virus di replicarsi e dunque alla proteina Spike, di cui il virus è rivestito, di fare danni. Per lo stesso meccanismo ora si sta usando la Crapu anche contro la Spike vaccinale, cioè la proteina Spike prodotta dal nostro organismo su stimolazione del vaccino che serve a produrre a sua volta anticorpi.
«La Spike vaccinale, come ormai dimostrato, purtroppo, da diversi studi, non si limita a stimolare la produzione di anticorpi», spiega Cusumano, «ma può annidarsi in ogni organo, provocando tutta una serie di disturbi e patologie più o meno gravi (alcune molto simili a quelle provocate dal Covid) anche a distanza di tempo».
Da esse però esiste la possibilità di guarire…
«Sì, o quantomeno di migliorare sensibilmente, anche se ovviamente non consideriamo gli effetti irreversibili come ad esempio un ictus, perché lì il danno ormai è fatto. La Crapu, però, distrugge la Spike e se c’è un malessere impedisce che la cosa si aggravi. Per il Covid io ho avuto successi strabilianti, ho salvato diverse migliaia di persone e ha funzionato anche con le varianti più aggressive: nessuno ha avuto un effetto collaterale e io ho curato anche gente con saturazione a 66. Adesso, sui danneggiati da vaccino, siccome il problema è sempre la Spike, applichiamo la Crapu con qualcosa in più. Abbiamo aumentato le dosi di n-Acelcisteina e aggiunto l’acido ascorbico. Due mesi fa è arrivata una ragazza in sedia a rotelle e io sono riuscito a farla tornare a camminare».
Di che patologie soffre questa gente e come si scopre che sono danni da vaccino?
«Di fronte a una determinata sintomatologia, insorta dopo la vaccinazione in persone che prima non avevano quel tipo di problema, noi facciamo fare quattro esami ematochimici e da lì abbiamo la conferma dei nostri sospetti, perché il quadro clinico è in tutti molto simile. Ad esempio se abbiamo un soggetto che soffre di nebbia cognitiva, dolori o anche disturbi più gravi, prima di iniziare il ciclo di trattamento noi facciamo quattro esami: il D-Dimero l’omocisteina, gli anticorpi Igg anti Sars-CoV-2 e la vitamina D. Ebbene, noi vediamo nei vaccinati danneggiati, specialmente in chi ha fatto le tre dosi o anche la quarta, che il D-dimero è alto, l’omocisteina è alta e le Igg sono alte. La vitamina D invece è sempre bassa, sotto i 20. Comunque sia, dopo questi esami, spendendo in tutto 50-60 euro, possiamo impostare la terapia: la Crapu endovena è composta 3 fiale di glutatione per 600 ml più 600 ml di n-Acelcisteina, ma contro gli effetti collaterali dei vaccini, tranne che nei casi più gravi, funziona anche la terapia orale. Di solito bastano tre cicli».
Perché la Crapu funziona?
«Noi spezziamo i ponti di solfuro della Spike e a quel punto i nostri macrofagi riescono a digerirla, a distruggerla. Se la proteina è tutta sana, non aperta in due, i macrofagi non riescono a mangiarsela, per parlare in termini molto semplici. Inoltre il glutatione ripristina lo scudo molecolare e il funzionamento dei cicli vitali. La terapia Crapu cura tutti i tipi di virus a mRna: potrebbe curare pure l’ebola e se ce ne dessero la possibilità lo potremmo dimostrare».
All’epoca del Covid lei e il ricercatore Puccio cercaste il dialogo con le istituzioni…
«Il presidente di Aifa Palù dice ora che la vigile attesa non serviva… ebbene, non serviva nemmeno intubare le persone! Nel 2021 siamo stati due volte al Cts regionale della Sicilia, dove ci hanno ascoltato bene, non hanno potuto smentirci perché non ne avevano le competenze. Poi, all’evidenza dei successi clinici, hanno alzato le spalle e hanno detto: “Noi non è che non vi crediamo, però… per fare la terapia Crapu in ospedale, siccome sono tutti farmaci a pagamento, dobbiamo fare un capitolo di spesa e bla bla bla...” In pratica hanno lasciato che la gente morisse, così come ora abbandonano i danneggiati».
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Hanno iniziato quasi di nascosto, alcuni subendo anche la gogna mediatica perché parlare di effetti avversi nel nostro Paese è ancora un tabù. Ma ora i dottori che affrontano le patologie post iniezione stanno aprendo sempre più ambulatori in tutta Italia. In prima linea c’è l’associazione Ippocrate.Germania: il ministro Karl Lauterbach ha ammesso l’esistenza del problema. E ai centri specializzati del Paese si è rivolto anche qualche italiano.L’esperto: «Con quattro esami capiamo se i disturbi sono causati dai sieri. Una ragazza in sedia a rotelle è tornata a camminare».Lo speciale contiene tre articoli.All’inizio hanno iniziato quasi di nascosto. Qualcuno, come a Lucca, ha dovuto subire la gogna mediatica. Vietato dire che i vaccini «salvifici» provocassero danni e allora questi danni, negati, non potevano, ovviamente, essere neppure curati. I medici fedeli al giuramento di Ippocrate hanno però resistito, continuando a ricercare cause e cure degli effetti collaterali dai sieri a mRna, anche attraverso lo scambio di informazioni con colleghi impegnati sullo stesso fronte. Il risultato è che oggi stanno aprendo, in tutta Italia, ambulatori e centri medici gratuiti, o a prezzi sostenibili, che assistono chi dopo il vaccino continua a riscontrare problemi di salute che prima non aveva. È un numero imprecisato di persone, che sembra destinato a crescere: esistono già ben 3.800 ricerche scientifiche sugli effetti collaterali dei sieri a mRrna, anche se qualcuno continua a dire che non esistono, quando invece le patologie post vaccino sono così tante e così diverse che questo rappresenta la maggiore difficoltà. Il meccanismo alla base dell’approccio terapeutico è però condiviso: c’è infatti ormai la certezza scientifica sulla tossicità della proteina Spike e sulla circostanza che si possa depositare negli organi, provocando danni a distanza di tempo. Tra i primi ad aprire, un anno fa, ambulatori di assistenza per danneggiati, sono stati i medici di IppocrateOrg, l’Associazione non a scopo di lucro che è diventata durante la pandemia per tanti malati di Covid un punto di riferimento perché ha riunito un centinaio di medici che discostandosi dai protocolli ministeriali «Tachipirina e vigile attesa» si misero piuttosto a visitare e a curare gli ammalati con farmaci comuni, riuscendo a guarire praticamente tutti. I medici di Ippocrate, complessivamente, hanno guarito dal virus, a partire da marzo 2020, almeno 7.000 persone, delle quali il 30% a rischio. Ora che l’emergenza è finita molti di questi medici sono impegnati di nuovo a fare quello che dovrebbe fare la sanità pubblica e così in Friuli Venezia Giulia, ad esempio, sono già sette gli ambulatori di Ippocrate (a Trieste, Tolmezzo, Gorizia, Udine, Pordenone, Codroipo e Monfalcone) specializzati in problematiche sorte a causa della vaccinazione anti Covid o per il Long Covid, che è di solito associato, o confuso, con la prima circostanza visto che spesso i sintomi insorgono dopo una vaccinazione fatta a pochi mesi dalla malattia. Anche a Milano la direttrice scientifica di IppocrateOrg, Rosanna Cifari, neurologa, ha messo a disposizione part time il suo studio medico per ricevere pazienti che contattano Ippocrate per effetti avversi dal vaccino. «Ho messo a disposizione due intere mattine e un pomeriggio a settimana e sono sempre pienissima», riferisce. «In ambito neurologico sono molteplici le patologie causate dall’iniezione: ci sono anche deficit di memoria, forme di demenza, epilessia, neuropatie periferiche... E poi ci sono quelle cardiache e quelle di tipo immunologico. Ovviamente queste persone prima del vaccino non avevano niente, altrimenti non lo potrei dire. Purtroppo, curare i danni da vaccino è molto complesso, ci sono terapie valide che possono far guarire o portare a sensibili miglioramenti ma da alcune problematiche non si guarisce. Se ad esempio a una persona dopo il vaccino viene la Sla - ed è successo - non è che si può tornare indietro. Si può agire però su patologie meno gravi. Bisogna disinfiammare, perché la proteina Spike porta infiammazione, e poi neutralizzare la proteina Spike. Si può avere un miglioramento significativo. Purtroppo, ripeto, non per tutti. È venuta da me una bambina di 9 anni che faceva la ballerina. Dopo il vaccino è finita sulla sedia a rotelle. Abbiamo tentato di tutto. Ora cammina, con molta fatica, ma non potrà mai ritornare come prima». La prima visita negli ambulatori di Ippocrate costa 100 euro, la visita di controllo 70 euro e l’associazione, grazie a un numero elevato di medici che ormai vi aderiscono, può contare, oltre agli ambulatori del Friuli Venezia Giulia e al lavoro della neurologa Chifari, anche sul supporto di altri specialisti che visitano e curano singolarmente quei danneggiati che si rivolgono all’associazione. Ippocrate non segue un protocollo standard ma ogni medico sceglie la terapia in base al paziente e alle sue valutazioni. Alcuni medici di Ippocrate, ad esempio, utilizzano farmaci tradizionali o anche la terapia Crapu; oppure l’ozonoterapia, attraverso l’auto-emo trasfusione che è si è rivelata, come la Crapu, un trattamento salvavita nel Covid, anche per casi gravi (la sperimentazione condotta - e mai più continuata - in 10 ospedali italiani dimostrò che nelle terapie intensive chi veniva sottoposto a terapia all’ozono si salvava per il 50% in più rispetto a chi non la faceva). Sono state invece scelte terapie farmacologiche tradizionali dagli specialisti impegnati in un altro centro medico rivolto ai danneggiati: in Toscana, a Livorno, ha aperto a dicembre «Studio Medico Amico» diretto dal dottor Giovanni Pezone, medico, imprenditore della sanità e politico locale che da sempre si è opposto alla dittatura sanitaria. Ai pazienti si consiglia, per provare il nesso causa effetto dei propri malesseri, di sottoporsi a un esame morfofunzionale dei globuli rossi con un particolare microscopio «ottico», di ultima generazione. È un esame che costa 135 euro e si fa con uno speciale apparecchio dotato di microcamera che filma il movimento del sangue e il filmino può essere utilizzato a fini legali, oltre che per diagnosticare il grado di stress ossidativo dell’organismo (una condizione che espone a virus, batteri e agenti oncogeni). Lo studio medico di Livorno è aperto tre volte a settimana, dalle 15 alle 19 e da quando è stato inaugurato «è sempre pieno», dice il dottor Pezone. «Noi somministriamo una terapia a base di antiossidanti, immunomodulanti, neurotropici e polivitaminici e in quasi tutti i casi le problematiche si risolvono o si attenuano dopo tre settimane. Ovviamente non parliamo di persone che hanno pericarditi, miocarditi, embolie polmonari. Parliamo di persone a cui gira la testa, o che hanno formicolii, dolori diffusi. Insomma, stanno maluccio, sicuramente hanno una vita peggiore di quella di prima ma non stanno malissimo». A Livorno le visite e le consulenze sono gratuite come accade pure presso un altro studio medico in Toscana, aperto a Lucca con l’associazione «Lucca Consapevole» dall’ex primario di neurologia dell’ospedale cittadino Claudio Giraldi. Iniziativa che fece scalpore, perché scatenò gli strali del mondo ultra-vax capitanato dal Pd locale, che gridò allo scandalo chiedendo la chiusura dell’ambulatorio tant’è che Giraldi e i suoi decisero di tenere, per mesi, il silenzio stampa e cercarono di non rendere noto l’indirizzo esatto dello studio medico. Adesso le cose sono cambiate. «Siamo pieni fino a dicembre. Arrivano qua con le patologie più disparate e ciascuno di noi sette medici cerca di risolvere il problema: oltre a me, ci sono tre medici di medicina generale, un endocrinologo, un radioterapista oncologico e un’ematologa», spiega Giraldi. «Arrivano da noi quadri clinici non noti, cioè persone a cui non hanno saputo fare una diagnosi: dalle neuropatie, alle paresi facciali eccetera. Il motivo di queste patologie è ormai abbastanza chiaro: la Spike è tossica e produce innanzitutto infiammazione e quindi problemi circolatori e poi crea problemi immunitari: anche ripresa di sclerosi multiple o insorgenza di sclerosi multiple. Per quanto riguarda poi il nesso di causalità basterebbe rileggersi i cosiddetti criteri di Brighton, che sono stati validi per l’Organizzazione Mondiale della Sanità fino al 2018 e poi, non si sa perché, sono diventati carta straccia. Essi stabilivano che c’era nesso tra evento avverso e vaccino quando l’evento si verificava a una certa distanza temporale dalla vaccinazione (il che non significa i 14 giorni stabiliti da Aifa per il vaccino anti Covid perché dopo 14 giorni si vedono solo reazioni immediate) e in assenza di altre patologie che potessero spiegarlo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/medici-cura-danni-vaccino-2665780024.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-germania-e-il-governo-a-sollecitare-i-trattamenti" data-post-id="2665780024" data-published-at="1696259281" data-use-pagination="False"> In Germania è il governo a sollecitare i trattamenti A Marburgo, in Germania, c’è già da tempo un centro specializzato per la cura degli effetti avversi dai vaccini anti Covid e qualcuno dall’Italia, come ha raccontato una danneggiata a Fuori dal Coro, ha fatto anche questo viaggio della speranza, dopo aver vagato nel nostro Paese da ospedale ad ospedale e da un centro diagnostico all’altro senza riuscire ad avere neppure una diagnosi, ma solo altre analisi da effettuare a proprie spese. D’altra parte, in Germania da tempo l’argomento non è più tabù. Il ministro della salute tedesco Karl Lauterbach (tridosato), dopo aver dichiarato che la prolungata chiusura delle scuole durante la pandemia era stata un errore, aveva affermato, a marzo, che sarebbe servito un «riconoscimento più rapido» dei danni da vaccini, per poter aiutare le vittime anche sul fronte dei risarcimenti: «Molti pazienti si sentono abbandonati. I profitti per i produttori di vaccini sono stati esorbitanti. Le case farmaceutiche devono pagare le cure ai danneggiati» aveva aggiunto Lauterbach e intanto anche il settimanale Der Spiegel, di orientamento di centrosinistra, è uscito sull’argomento con un editoriale sorprendente. Il caporedattore Alexander Neubacher così ha scritto all’indomani della sentenza della Corte costituzionale del Brandeburgo che aveva stabilito che la cosiddetta legge municipale di emergenza Covid «violava la costituzione dello Stato perché minava la separazione dei poteri»: «Ciò che mi preoccupa in retrospettiva è la facilità con cui le libertà civili sono state sospese nella nostra presunta società liberale. Ora sappiamo che molte misure pandemiche erano prive di senso, eccessive e illegali. Nessuna pagina gloriosa, nemmeno per noi media. All’epoca, molti tedeschi consideravano la Cina un ottimo esempio di come combattere efficacemente il coronavirus. Decine di migliaia di persone hanno sostenuto iniziative come lo #ZeroCovid, chiesto alla politica tedesca di agire con una chiusura radicale dell’economia e della vita pubblica. In effetti, molte libertà sono state gravemente limitate. C’erano, ricorderete, divieti di uscire, divieti di contatto, divieti di viaggiare. In Baviera, restrizioni a uscire di giorno e di notte. Ad Amburgo, le mascherine all’aperto erano obbligatorie sui percorsi da jogging. A Berlino, non era più permesso sedersi su una panchina del parco», è la conclusione del giornalista, con quel senno di poi che però in Italia sembra non debba mai arrivare, nonostante la realtà sotto gli occhi di tutti e anche le diverse crepe ormai evidenti nel sistema di leggi e decreti e ordinanze che ha tenuto in piedi la macchina della dittatura sanitaria. D’altra parte, in Germania iniziano a moltiplicarsi le cause di risarcimento per i danneggiati così come sta accadendo in Francia, dove già 72 persone hanno ottenuto una compensazione. Il dato è stato fornito alla commissione Affari sociali del Senato francese da François Toujas, candidato alla presidenza dell’Oniam, l’Organismo nazionale per gli indennizzi che si è pronunciato su 241 casi, rispetto alle 1.020 richieste avanzate al 30 giugno scorso. Significa che più del 30% delle domande è stata accolta ma i numeri sono assai lontani da quelli dell’Italia, dove ad aver timore di parlare dei danni da vaccino forse sono ancora troppo spesso proprio i danneggiati. Nel nostro Paese infatti le richieste di indennizzo inviate sono state fino alla fine dello scorso anno soltanto 458 e quelle accolte appena 11. Resta però un nodo cruciale: come si farà a dimostrare un nesso causale tra le patologie che si stanno sviluppando adesso e la Spike ancora presente nei vaccinati? Aifa, infatti, ammette all’esame della farmacovigilanza soltanto reazioni segnalate entro 14 giorni dall’inoculazione. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/medici-cura-danni-vaccino-2665780024.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="noi-applichiamo-la-stessa-terapia-usata-contro-il-virus" data-post-id="2665780024" data-published-at="1696259281" data-use-pagination="False"> «Noi applichiamo la stessa terapia usata contro il virus» «Noi blocchiamo la Spike. I danni da vaccino sono provocati dalla proteina Spike, che è tossica. Quando arrivano pazienti con un certo tipo di sintomatologia e poi verifichiamo la quantità di anticorpi anti Sars-CoV-2 e vediamo che questi anticorpi sono alti, nonostante i pazienti non siano ammalati di Covid, questo indica la presenza della Spike negli organi e spiega i sintomi, che possono essere una tachicardia, o un problema tiroideo, o parestesie o dolori diffusi; oppure dermatiti atopiche che i dermatologi non riescono a risolvere. Noi a queste persone facciamo la terapia Crapu e vediamo che gli anticorpi scendono e passa, ad esempio, la dermatite… Non so se sono stato chiaro». Il dottor Franco Cusumano, medico di famiglia a Mazara del Vallo, quarant’anni di lavoro dei quali gli ultimi tre dedicati ai malati Covid e ora anche ai danneggiati dai sieri, spiega il successo della terapia Crapu, un trattamento endovena a base di vitamina C, glutatione e Nac (nel gergo comune Fluimucil) che fu creata venti anni fa come terapia complementare a quella farmacologica classica per i malati di cancro dal ricercatore indipendente Giovanni Puccio (sulla sua applicazione oncologica sono pubblicati studi su PubMed da parte del biochimico Simone Cristoni e dell’oncologo Nicola Pantano). Successivamente la terapia si rivelò efficace nel bloccare la replicazione del virus dell’aviaria come sperimentato dall’ematologo Renato Santi Scola, all’epoca dirigente medico dell’ospedale civico di Palermo. Quando scoppiò la pandemia di Covid il dottor Cusumano iniziò per primo a somministrarla anche su pazienti gravi, per impedire al virus di replicarsi e dunque alla proteina Spike, di cui il virus è rivestito, di fare danni. Per lo stesso meccanismo ora si sta usando la Crapu anche contro la Spike vaccinale, cioè la proteina Spike prodotta dal nostro organismo su stimolazione del vaccino che serve a produrre a sua volta anticorpi. «La Spike vaccinale, come ormai dimostrato, purtroppo, da diversi studi, non si limita a stimolare la produzione di anticorpi», spiega Cusumano, «ma può annidarsi in ogni organo, provocando tutta una serie di disturbi e patologie più o meno gravi (alcune molto simili a quelle provocate dal Covid) anche a distanza di tempo». Da esse però esiste la possibilità di guarire… «Sì, o quantomeno di migliorare sensibilmente, anche se ovviamente non consideriamo gli effetti irreversibili come ad esempio un ictus, perché lì il danno ormai è fatto. La Crapu, però, distrugge la Spike e se c’è un malessere impedisce che la cosa si aggravi. Per il Covid io ho avuto successi strabilianti, ho salvato diverse migliaia di persone e ha funzionato anche con le varianti più aggressive: nessuno ha avuto un effetto collaterale e io ho curato anche gente con saturazione a 66. Adesso, sui danneggiati da vaccino, siccome il problema è sempre la Spike, applichiamo la Crapu con qualcosa in più. Abbiamo aumentato le dosi di n-Acelcisteina e aggiunto l’acido ascorbico. Due mesi fa è arrivata una ragazza in sedia a rotelle e io sono riuscito a farla tornare a camminare». Di che patologie soffre questa gente e come si scopre che sono danni da vaccino? «Di fronte a una determinata sintomatologia, insorta dopo la vaccinazione in persone che prima non avevano quel tipo di problema, noi facciamo fare quattro esami ematochimici e da lì abbiamo la conferma dei nostri sospetti, perché il quadro clinico è in tutti molto simile. Ad esempio se abbiamo un soggetto che soffre di nebbia cognitiva, dolori o anche disturbi più gravi, prima di iniziare il ciclo di trattamento noi facciamo quattro esami: il D-Dimero l’omocisteina, gli anticorpi Igg anti Sars-CoV-2 e la vitamina D. Ebbene, noi vediamo nei vaccinati danneggiati, specialmente in chi ha fatto le tre dosi o anche la quarta, che il D-dimero è alto, l’omocisteina è alta e le Igg sono alte. La vitamina D invece è sempre bassa, sotto i 20. Comunque sia, dopo questi esami, spendendo in tutto 50-60 euro, possiamo impostare la terapia: la Crapu endovena è composta 3 fiale di glutatione per 600 ml più 600 ml di n-Acelcisteina, ma contro gli effetti collaterali dei vaccini, tranne che nei casi più gravi, funziona anche la terapia orale. Di solito bastano tre cicli». Perché la Crapu funziona? «Noi spezziamo i ponti di solfuro della Spike e a quel punto i nostri macrofagi riescono a digerirla, a distruggerla. Se la proteina è tutta sana, non aperta in due, i macrofagi non riescono a mangiarsela, per parlare in termini molto semplici. Inoltre il glutatione ripristina lo scudo molecolare e il funzionamento dei cicli vitali. La terapia Crapu cura tutti i tipi di virus a mRna: potrebbe curare pure l’ebola e se ce ne dessero la possibilità lo potremmo dimostrare». All’epoca del Covid lei e il ricercatore Puccio cercaste il dialogo con le istituzioni… «Il presidente di Aifa Palù dice ora che la vigile attesa non serviva… ebbene, non serviva nemmeno intubare le persone! Nel 2021 siamo stati due volte al Cts regionale della Sicilia, dove ci hanno ascoltato bene, non hanno potuto smentirci perché non ne avevano le competenze. Poi, all’evidenza dei successi clinici, hanno alzato le spalle e hanno detto: “Noi non è che non vi crediamo, però… per fare la terapia Crapu in ospedale, siccome sono tutti farmaci a pagamento, dobbiamo fare un capitolo di spesa e bla bla bla...” In pratica hanno lasciato che la gente morisse, così come ora abbandonano i danneggiati».
Nel riquadro: Gaio Sergio Orata, pioniere dell'acquacoltura (Getty Images)
Le ostriche hanno sempre goduto di solida fama, quale simbolo di prestigio sociale per chi partecipava ai conviti che le vedevano protagoniste in bella mostra, ma anche per i vari piaceri multisensoriali che sapevano poi trasmettere a chi le faceva proprie, magari in buona compagnia. Pur se la Francia, ora, è il maggior produttore e consumatore, all’Italia va la primogenitura della sua coltivazione. Ostrica eclettica, non solo per l’estetica del suo guscio, che può andare dal rosa sul delta del Po al verde delle coste liguri, ma anche per il gusto che dipende dall’ambiente in cui cresce, già descritto a suo tempo da Plinio il Vecchio con una sorta di mappa mediterranea delle varie specie, tanto che alcuni autori, registrandone i sapori variabili in base al territorio, dal dolce cremoso al salmastro minerale, ne hanno indicato un riferimento al terroir per il gusto delle varie specie di ostriche come si è fatto, a suo tempo, per i vini.
Il primo a intravederne le potenzialità, anche economiche, del suo allevamento è stato Caio Sergio Orata, nel I° secolo a.C. Nelle lagune dei Campi Flegrei aveva fatto una piccola fortuna con l’allevamento delle orate (da lì parte del suo nome trascritto negli archivi). Decise di fare un passo oltre e andò sulle rive brindisine, cioè in Puglia, a raccoglierne un po’, considerata l’alta qualità dovuta al mischiarsi delle sorgenti d’acqua dolce con l’acqua salmastra del mare, posto che le ostriche vivono sui fondali marini vicino alle foci dei fiumi. Quello che, poi, venne chiamato lago Lucrino (da lucro, ossia guadagno per il visionario Caio Sergio) era una laguna separata da una sottilissima lingua di dune dal mare, quindi soggetta al ritmo delle maree conseguenti, con un ideale mix di acque salmastre ricche di plancton nutriente che arricchiva le acque lacustri.
Ben presto la fama delle ostriche di Lucrino divenne forte richiamo per la buona società del tempo che vi si recava apposta senza badare a spese, posto che spesso venivano all’ombra del Vesuvio per rendere omaggio all’imperatore nelle sue pause di vacanza. In scavi archeologi a Baia, il borgo locale, vennero trovate delle fiaschette di vetro chiamate «ostraria» in cui vi erano incise delle vedute della stessa Baia e della vicina Pozzuoli dove erano tratteggiati dei filari di ostriche appese ai pali che uscivano dall’acqua. Erano uno dei souvenir per il ricco turismo che passava per i Campi Flegrei a fare incetta di ostriche golose. Una testimonianza giunta a noi per confermare il tipo di allevamento di questi molluschi che, ancora adesso, con le dovute modifiche, ottimizza il rapporto tra le ostriche e il loro ambiente.
Tecnica a pergolato che si trova ben descritta da Ausonio, «con le ostriche appese ai pali che oscillano tra le onde». Ostriche di solida fama come ben narrato da Archestrato da Gela, considerato il primo gastronauta della storia, nel suo I piaceri del buongustaio, e poi Teodosio che, nei Saturnalia, racconta dei sontuosi banchetti dove le ostriche vengono non solo consumate a crudo, ma pure messe a farcire golosi pasticci. Un’ostricoltura descritta da vari autori, da Varrone a Cicerone o Columella, tanto che vi erano patrizi che, con apposite «navi vivaio», andavano nei bacini dell’Egeo per trasportarle poi lungo la costiera napoletana, divenuta una sorta di California ostricara del tempo. Marco Gavio Apicio, considerato la penna gastronomica della Roma imperiale, consigliava di riporle in vasi pieni di aceto per poterle conservare al meglio per i banchetti. Coltura e allevamento dell’ostrica che, con l’occupazione delle Gallie, i Romani esportarono presso i cugini d’Oltralpe i quali ne fecero tesoro tanto da divenirne, ora, leader indiscussi per produzione e consumo. Con una lunga pausa legata alla caduta dell’Impero romano e ai tempi medioevali, anche se non tutto andò perduto perché recenti scavi nei Campi Flegrei hanno dimostrato che le ostricaie erano rimaste attive anche in quei tempi «oscuri».
L’interesse verso questi nobili e golosi frutti del mare si riaccese nel Cinquecento, ma non esattamente per le loro voluttà culinarie, ma per quanto andavano a stimolare… oltre lo spirito dei suoi golosi consumatori. Chiavi di lettura diverse, ma la conclusione sempre conseguente. Esordisce Michele Savonarola, medico e umanista del Quattrocento, che ammoniva al loro consumo, in quanto «incitavano alla lussuria». Più comprensivo Bartolomeo Sacchi, detto «il platina»: «Le ostriche sono fortemente afrodisiache e, come tali, molto apprezzate dai ricchi e lussuriosi». Di approccio più meramente scientifico, dal tocco ironico, il medico Baldassarre Pisanelli: «Il loro succo salato muove il corpo e risveglia lo spirito», lasciando poi al consumatore finale l’analisi conseguente in quanto, descrivendone «la sua forma voluttuosa», rimanda ad altri trattati di anatomia su Venere e dintorni.
In questa diatriba etico-filosofica-fisiologica, troviamo una quadra culinaria con Maestro Martino che sottolinea come ne vadano valorizzate freschezza e delicatezza, godendosele crude, condite con un tocco di limone e spezie.
Sulla fama erotizzante delle ostriche, varie le ipotesi. Scientifiche. Ricche di zinco, il minerale che, meglio di ogni altro, irrobustisce le virtù carnali: bastano sei ostriche per fare il pieno di zinco e capriole conseguenti. Nell’antichità, quando la scienza contava meno e la spontaneità faceva la differenza, venivano cotte sulla brace, condite con pepe e spezie assortite e se ne succhiava il frutto direttamente dal guscio. Meglio ancora se con degna partner a fare coppia golosa e complice. Il tempo scorre veloce. La Francia diventa leader riconosciuta, ma la costiera napoletana rimane solido punto di riferimento, tanto è vero che, quando a metà dell’Ottocento vi fu una crisi nei vari bacini di produzione, venne mandato dal governo transalpino un esperto a Napoli dove la coltivazione ostricante aveva sempre resistito alle mareggiate del tempo e, grazie alla volontà dei Borbone, si era dato ulteriore impulso alla sua produzione. Era il tempo in cui lo street food nella città di Pulcinella vedeva lungo le vie della riviera di Chiaia i banchetti con l’insegna di «Ostricaro fisico», ovvero gli ambulanti dedicati che, con coinvolgente arte partenopea, invogliavano i passanti ad assaggiare i loro prodotti: ostriche, così come datteri, vongole o lupini.
«Ostricaro fisico» termine nato goliardicamente per opera di Ferdinando II di Borbone che, un giorno, avendo particolarmente apprezzato quanto gli era stato offerto dall’ambulante di turno, lo aveva così omaggiato «voi siete un ostricaro fisico», parafrasando il titolo di dottore fisico di cui, al tempo, si fregiavano alcuni laureati in medicina per dare peso e importanza alla loro arte. Ostriche omaggiate nella letteratura, ad esempio con Mario Stefanile nel suo Partenope in cucina, del 1954, «quando un baldo marinaio ve le porge tra succosi spicchi di limone, abbandonatevi con ghiotta fiducia allo squisito sapore di mare, di vento, di raffinato zolfo, di lievemente amara salsedine…». Ma il tocco finale ce lo regala Hernest Hemingway, mentre passeggia pensieroso lungo via Toledo. Aveva da poco scritto Il vecchio e il mare, ispirato dalle atmosfere dell’amato Cilento. «Mangiando le ostriche, con quel forte sapore di mare, accompagnandole con un gustoso vino frizzante, quella sensazione di vuoto sparì e cominciai ad essere felice», immaginandolo con la Venere conseguente a fargli toccare il cielo. Qualche mese dopo venne premiato con il Nobel per la letteratura.
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Martino Midali
Non solo luogo di produzione, ma spazio di pensiero, cultura e responsabilità. Perché il futuro della moda italiana, sembra suggerire, non si gioca soltanto su dove si produce, ma su come e perché si sceglie di farlo. E forse è proprio in questa consapevolezza che il Made in Italy può continuare a riconoscersi — e a farsi riconoscere — nel mondo.
A ridosso della giornata del Made in Italy (15 aprile), che significato ha oggi per lei il «fatto in Italia»? Rischia di diventare più uno slogan che una realtà?
«Appartengo a una generazione, quella post anni ’60-’70, che ha creduto profondamente nel valore sociale del lavoro e nella costruzione della classe media. Il Made in Italy, per noi, non è mai stato uno slogan ma una realtà concreta, fatta di cultura, manifattura e identità. La frattura nasce quando, a partire dagli anni ’80, siamo stati considerati “le sartine d’Europa”: lì abbiamo iniziato a perdere qualcosa. Abbiamo progressivamente smantellato un sistema straordinario, come quello tessile della Valle di Biella o della seta a Como, che era frutto di oltre un secolo di sapere industriale. Oggi comunichiamo molto il Made in Italy, ma produciamo sempre meno in Italia. E senza produzione reale, la comunicazione diventa vuota».
Qual è oggi il pericolo più concreto per il Made in Italy: costi, delocalizzazione o perdita di identità?
«Sono tre aspetti legati tra loro, ma il nodo centrale è la perdita della classe media. Senza una classe media forte, viene meno il pubblico naturale del Made in Italy. I costi delle materie prime e della produzione sono diventati altissimi, e questo spinge inevitabilmente verso la delocalizzazione. Ma il vero rischio è che, nel processo, si perda l’identità culturale del prodotto. Se perdiamo il sapere, la mano, la tradizione, perdiamo tutto».
Se potesse chiedere una cosa precisa al governo, concreta e immediata, quale sarebbe per difendere davvero il sistema moda italiano?
«Chiederei un intervento strutturale sul sistema: prima di tutto una forte riduzione dell’Iva sull’abbigliamento, riportandola a livelli più bassi come in passato, per rilanciare i consumi e sostenere la classe media. Poi servono politiche industriali vere per salvaguardare il nostro know-how: valorizzare i distretti tessili, incentivare la produzione interna e creare un sistema che formi nuove competenze. Bisogna anche avere il coraggio di integrare chi arriva in Italia, insegnando un mestiere e inserendolo nella filiera produttiva. È una questione sociale ma anche economica».
I mercati internazionali chiedono ancora «italianità» o stanno cambiando paradigma? Dove funziona di più oggi il brand Martino Midali?
«Il mercato internazionale ha ancora un grande bisogno di italianità, in senso ampio: cultura, stile di vita, qualità. Il problema è che oggi molti consumatori si rifugiano nel marchio, nella “griffe”, anche quando è falso, invece di cercare qualità e autenticità. Il mio prodotto funziona ovunque ci sia una donna consapevole: in tutta Italia, ma anche all’estero. Tuttavia oggi il prezzo è diventato un limite importante, perché anche chi ama il prodotto fatica ad acquistarlo».
Chi compra oggi moda è davvero più attento a qualità e provenienza o prevale ancora il prezzo?
«Il prezzo è diventato determinante. Fare qualità costa, e non tutti possono permettersela. Il rischio è che la qualità passi in secondo piano. Io continuo a credere che un capo debba durare nel tempo, essere vissuto, accompagnare la persona. Ma oggi questa visione è messa sotto pressione dai costi».
Come si è sviluppato il marchio Martino Midali nel tempo?
«Fin dall’inizio ho avuto un’idea chiara: creare capi che la donna potesse interpretare liberamente. Una delle prime rivoluzioni è stata introdurre l’elastico in vita: all’inizio sembrava una follia, poi è diventato un successo. Ho lavorato molto sui tessuti, rendendoli pratici, lavabili, confortevoli, anticipando un’esigenza reale della donna moderna. È stato un percorso lungo, fatto di sperimentazione, tentativi e coerenza».
La moda inclusiva è diventata una parola chiave: nel suo lavoro è una scelta autentica o il sistema la sta trasformando in moda del momento?
«Per me è sempre stata una scelta autentica. Inclusività significa creare capi che si adattino alla vita reale, a tutte le età e a tutte le forme, senza costrizioni. Oggi è diventata una parola di moda, ma per me è sempre stata sostanza: libertà di movimento, comfort, identità».
Quando dice che l’abito è uno spazio da vivere, sta andando contro l’idea tradizionale di moda?
«Sì, in parte. Non ho mai creduto in una moda che impone. L’abito non deve rappresentare lo stilista, ma la persona che lo indossa. Deve essere uno spazio in cui la donna si esprime, si muove, vive. Non una costrizione».
Il suo marchio è sempre stato indipendente: è stata una scelta o una necessità? E oggi rifarebbe lo stesso percorso?
«È stata una necessità legata alla mia personalità. Non riuscirei a fare un lavoro che non mi rappresenta. Non ho mai seguito altri modelli: ho sempre cercato dentro di me la mia strada. E sì, rifarei tutto esattamente allo stesso modo».
Guardando avanti, il futuro di Martino Midali sarà più nella continuità o nella rottura?
«Nella continuità con capacità di rottura. La continuità è la mia identità, la rottura è necessaria per evolvere. Il futuro è trovare questo equilibrio: cambiare senza tradire se stessi».
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Il modulo Halo della stazione Lunar Gateway in costruzione alla Thales Alenia di Torino (Getty Images)
«L’Italia metà dovere/e metà fortuna/Viva l’Italia/L’Italia sulla Luna…». Così cantava Francesco de Gregori nel 1979. Oggi si può dire che quei versi siano diventati la realtà con le missioni Artemis, alle quali l’industria aerospaziale italiana e l’Agenzia Spaziale Italiana hanno dato un contributo essenziale per il programma di ritorno e la successiva colonizzazione della Luna.
La missione Artemis II si è conclusa l’11 aprile 2026 con un successo. Dopo 9 giorni in cui gli astronauti hanno orbitato attorno al satellite terrestre, il rientro (la fase più pericolosa della missione) è avvenuto senza incidenti per il modulo spaziale, dopo l’impatto con l’atmosfera terrestre a 40.000 km/h. Nella progettazione di Orion, il vettore di Artemis, tanta tecnologia italiana nell’ESM, (European Service Module) il modulo di servizio.
Thales Alenia Space (consorzio tra Thales e Leonardo) ha realizzato a Torino la struttura metallica del modulo, lo scheletro in grado di reggere alle incredibili sollecitazioni e di supportare tutti gli elementi che lo compongono, grazie allla struttura composta da una serie di pannelli sandwich con pelli in fibra di carbonio e un'anima a nido d'ape in alluminio. Anche il sistema di raffreddamento, che previene il surriscaldamento della struttura e dei componenti elettronici è stata realizzata a Torino. Le piastre di raffreddamento, parte del sistema, sono invece nate a Modena, realizzate dalla Dtm Technologies, da 25 anni specializzata in costruzioni dedicate al settore aerospaziale, presente anche nelle missioni dello Space Shuttle e della Stazione spaziale internazionale (Iss).
L’industria italiana, si può dire, ha contribuito anche alla corretta ossigenazione dell’aria respirata dall’equipaggio di Artemis II, grazie alle valvole realizzate dalla CrioTec di Chivasso. Sempre in provincia di Torino, a Sommariva del Bosco, Alfa Meccanica ha fornito i 4 serbatoi da 80 litri d’acqua come riserva per gli astronauti durante i 9 giorni della missione. A poca distanza da Alfa Meccanica, a Pianezza (Torino), la Aviotec ha realizzato le reti a ragnatela chiamate «spidernets» che reggono la copertura in kevlar della parte inferiore del modulo ESM.
A Nerviano, nell’hinterland milanese, sono nati i pannelli solari che garantiscono al modulo l’alimentazione elettrica. Leonardo ha fornito le 4 «ali» composte a loro volta da 3 pannelli lunghi 7 metri ciascuno, che garantiscono una produzione di elettricità da 11 kilowatt.
Oltre alla realizzazione del modulo ESM, l’industria italiana sta contribuendo attivamente alle missioni Artemis anche per quanto riguarda le fasi future, vale a dire il prossimo allunaggio e i progetti di colonizzazione stabile del suolo lunare. Dal 2020, anno degli accordi di intesa tra Asi e Nasa sul programma spaziale dedicato alla Luna, l’industria aerospaziale italiana si è dedicata non soltanto alla realizzazione dei vettori, ma anche agli strumenti e alle strutture progettate per una presenza stabile dell’uomo sul satellite della Terra.
A Bassano del Grappa (Vicenza) ha preso forma uno strumento molto importante per le comunicazioni Terra-Luna, dopo gli accordi tra Asi e Nasa. Alla Quascom, in collaborazione con il Politecnico di Torino, è stato realizzato il LuGRE (Lunar Gnss Receiver Experiment), uno strumento tutto made in Italy in grado di captare ed amplificare i segnali satellitari sulla superficie della Luna, uno degli aspetti più problematici nelle fasi preliminari delle missioni Artemis, dato che i segnali sono fino a 10.000 volte più deboli di quelli captati sulla Terra dal Gps e dai satelliti come Galileo. Lo strumento si trova attualmente nel Mare delle Crisi sulla superficie lunare, dopo l’allunaggio avvenuto il 2 marzo 2025. Il LuGRE ha acquisito per la prima volta i segnali GPS oltre i 200.000 chilometri dalla Terra e di Galileo oltre l’orbita terrestre.
Un altro programma delle missioni Artemis parla italiano: si tratta di Halo. Il primo modulo abitativo cislunare agganciato a Lunar Gateway, stazione spaziale nell’orbita lunare per gli astronauti in viaggio, una collaborazione tra Nasa e l’Agenzia Spaziale Europea, dove l’Italia è partner principale. Costituito da 7 moduli simili a quelli della Iss, il Lunar Gateway permetterà agli astronauti di risiedere nell’orbita lunare anche per scopi scientifici per una permanenza fino a 3 mesi. Halo rappresenta il modulo abitativo della stazione, realizzato a Torino da Thales Alenia in collaborazione con l’americana Northrop Grumman. Sul progetto, attualmente gravano molte incertezze perché i tagli (circa il 24% del budget) decisi dall’attuale amministrazione Usa hanno temporaneamente congelato i piani riguardo al Lunar Gateway, indicando una priorità alla realizzazione di una base direttamente sulla superficie lunare, fatto che richiederebbe una totale riprogettazione dei componenti della stazione, Halo compreso.Continua a leggereRiduci