Annabel Yao è la figlia di secondo letto di Ren Zhengfei, nata nel 1998. Conosciuta come la «seconda principessa di Huawei» per distinguerla dalla sorellastra Meng Wanzhou, coinvolta direttamente nella gestione finanziaria dell’azienda, ha vissuto una giovinezza di privilegi, tra gli studi di musica e pittura tradizionale e la pratica della danza classica, arrivando a interpretare ruoli da protagonista in produzioni come «Il lago dei cigni» al Shanghai Grand Theatre a soli quindici anni.
Come tante rampolle dei potenti cinesi, compresa la figlia di Xi Jinping, si iscrive a Harvard, dove si laurea in informatica nel 2020, due anni dopo essersi presentata al ballo delle debuttanti. L’evento allo Shangri-La Hotel si tiene il 24 novembre 2018. Pochi giorni dopo, il 1° dicembre, la principessa di Huawei Meng Wanzhou viene arrestata all’aeroporto di Vancouver: comincia il famoso caso di richiesta di estradizione da parte degli Stati Uniti, il «caso Huawei» al centro della guerra tecnologica tra Pechino e Washington. La giovane debuttante non è coinvolta nelle vicende aziendali e la vanità del suo ballo, davanti alla serietà della situazione, sembra ridicola. Nel 2015 era stata diffusa in Occidente una pubblicità di Huawei che raffigurava il piede di una ballerina provato dai tanti allenamenti, per esaltare la fatica necessaria per giungere ai risultati. A volere quell’immagine e stato lo stesso Ren Zhengfei. A gennaio 2021, la piccola principessa Annabel Yao annuncia di voler entrare nel mondo dello spettacolo con un post sulla piattaforma social Weibo. La ragazza pubblica il video della sua prima canzone, volta proprio a sfruttare, come bieca operazione di marketing, la sua nomea di «principessa». Si intitola Backfire. Wang Huning, versato nella cultura pop, può generosamente definirlo «dimenticabile», e senz’altro si colloca ben lontano dalle vette di interesse globale raggiunte dal K-pop. Eppure questa ragazza privilegiata, che sognava di fare la ballerina e invece non balla bene nemmeno nel video, sa prendersi un po’ in giro da sola e gioca con lo stereotipo che le hanno cucito addosso. Tenta l’impresa impossibile di liberarsi dal confronto con la sorellastra. Meng Wanzhou non ha mai dormito per terra, al contrario di migliaia di altri dipendenti di Huawei che hanno donato il loro tempo alla grande rinascita cinese di Ren Zhengfei, e in verità ama passeggiare nella campagna provenzale per respirare il profumo di lavanda. Le vicende storiche l’hanno trasformata in un’eroina di guerra.
A Stanford, nella primavera 2024, Jensen Huang di Nvidia parla agli studenti con addosso il suo proverbiale giubbotto in pelle, l’armatura che sussurra a ogni ragazzo asiatico che studia ingegneria o informatica: «Non sei un perdente, sei un figo». Gli adoranti studenti di Stanford vogliono sapere come si diventa Jensen Huang, come si costruisce Nvidia, come si ottiene un tale successo, come si fanno un sacco di soldi. L’uomo col giubbotto in pelle dice loro: «A voi studenti di Stanford auguro ampie dosi di dolore e sofferenza». Senza il dolore e la sofferenza che ha conosciuto, senza aver pulito i bagni e i pavimenti delle sale da ping pong, senza quelle prove lui non sarebbe dove è. E come possono diventare Jensen Huang quei ragazzi, perlopiù fortunati e privilegiati, che non si sono forgiati nella sofferenza? Echeggiano nella sala di Stanford i versi dell’Agamennone: «Solo a colui che ha sofferto Dike consente di imparare». To pathei mathos.
Echeggiano anche nelle sale del ballo delle debuttanti e nei flash delle fotografie che Annabel Yao ha pagato coi soldi di suo padre. «Cosa e come imparerà, questa generazione?» è una domanda che Wang Huning si pone e alla quale non ha risposta, concentrato a ingabbiare l’inquietudine dei giovani negli schemi del Partito. Quasi tutti loro, i membri della burocrazia celeste che governa la Cina, hanno risposto in modo ipocrita. I loro parenti si sono arricchiti e i loro figli sono andati a studiare a Harvard, come la figlia del segretario generale Xi Jinping. America contro America. Cina contro Cina. La risposta alla domanda su quella generazione sta forse nell’effetto DeepSeek: milioni e milioni di cinesi, compresi i nuovi ricercatori di Nvidia e di tutte le altre aziende americane che dipendono dai cinesi, vedono che puoi essere Liang Wenfeng, e cioè che puoi studiare nelle università cinesi, arricchirti con un hedge fund, poi fondare un laboratorio di intelligenza artificiale di soli ricercatori cinesi e far parlare tutto il mondo di te, umiliando gli americani fino a renderli ridicoli. Milioni e milioni già lavorano, con una mobilitazione soverchiante, per essere Liang Wenfeng, essere il ragazzo con gli occhiali a cui il segretario generale deve stringere la mano per dare un segnale al popolo. Milioni e milioni sognano i robot che fanno le capriole di Unitree di Wang Xingxing. A fare le capriole non sono solo i robot. Sono coloro che li guardano. Ma non basta.
Nessuno può sapere se le nuove generazioni cinesi avranno la ferocia di Ren Zhengfei quando dice alla sua divisione smartphone Honor, che ha dovuto vendere per via delle sanzioni americane: «Da oggi diventate il più forte concorrente di Huawei. Sorpassate Huawei. E, mi raccomando, gridate: abbasso Huawei». Wang Huning pensa: «E tu, grande veterano della guerra con l’America, sapresti gridare: abbasso mia figlia? Sapresti valutare in modo obiettivo e feroce quello che ti riguarda intimamente? Oppure, pensi che il tuo potere e i tuoi sacrifici possano comprare il futuro di chi ami?».
Eppure, il singolo dimenticato di Annabel Yao costruisce, senza volerlo, un pezzo di storia. Per via del suo titolo, Backfire. La piccola principessa non e stata «prigioniera» degli avversari come la sorellastra, che ha avuto il privilegio di soffrire, ma la sua dimenticabile canzone ha descritto, con una parola, ciò che l’America sembra aver fatto all’azienda di suo padre e al processo tecnologico cinese. Backfire: lo sparo che ti si ritorce contro. Nel duello, uno sfodera l’arma per sparare, già vede il viso dell’avversario lacerato, già immagina il proprio inesorabile trionfo, e invece si spara addosso. L’apprendista stregone americano non conosce le potenze che ha evocato, perché non conosce chi sta combattendo. Il capitano Mahan, pensatore del potere marittimo dell’America, scrive all’inizio del Novecento che la Cina sembra incapace di svilupparsi senza aiuti esterni.
Chi è messo all’angolo viene aiutato a industriarsi, soprattutto se dispone della formidabile scala della Cina. Chi segue i reportage delle più brave giornaliste al mondo - le reporter di Nikkei Asia Cheng Ting-Fang e Lauly Li, con base a Taipei - sulla guerra dei chip, sa quello che le strutture degli Stati Uniti, e perfino le antenne del Partito comunista cinese, apprendono solo dopo: tutte le divisioni e sussidiarie di Huawei, tutti i surrogati sono soggetti alle sanzioni, ma spunta sempre un’altra azienda, un’altra linea di produzione, un’altra innovazione, un’altra base a Singapore o nelle altre terre di confine del Sud-Est asiatico, dove l’occhio degli Stati Uniti non arriva.
E poi, una volta che quella nuova azienda viene punita, ne spunta di nuovo un’altra, e il processo non finisce mai. Teoricamente, può avere una fine nel lungo periodo, ma questa fine e come il collasso cinese: nel tempo in cui si fanno i giochi, non arriva mai. Il solo mercato cinese non e abbastanza per tutto, ma è abbastanza per la disponibilità di capitale umano e, se c’è un numero sufficiente di persone che vogliono essere Liang Wenfeng di DeepSeek, l’effetto sarà riproducibile con le parole del pezzo di Annabel Yao: «Baby, I’m a backfire».
Mentre il presidente Trump proclama nel 2025 la nuova età dell’oro circondato dai suoi capitalisti, dai suoi sostenitori provvisori, pronti ad applaudire a ogni cosa e al suo contrario, Jensen Huang si trova in Cina. Certo, anche la sua Nvidia ha pagato l’obolo della cerimonia del 20 gennaio, come tutte le altre. «Perché è in Cina?», si chiede Wang Huning. Il Partito ha i mezzi per seguire Jensen Huang, per conoscere i dettagli dei suoi incontri, sapere a quali clienti e fornitori e interessato. Il Partito, in Cina, può sapere quello che gli americani, poveri di antenne nel vasto territorio cinese, non sapranno mai. Ma resta una domanda, in mezzo a tante, troppe informazioni, che confondono sempre rispetto all’essenziale: perché? Il fondatore di Nvidia, osserva Wang Huning, ha detto che Huawei è l’azienda tecnologica più formidabile della Cina, perché ha conquistato ogni mercato in cui è entrata. «La sua presenza nell’intelligenza artificiale aumenta ogni anno», ha sottolineato Jensen Huang, che quando è andato all’università di Hong Kong per ricevere un dottorato ha elogiato la Greater Bay Area, il suo ecosistema di talenti e di startup, e ha voluto ricordare che i centri di design di Hong Kong, Pechino e Shenzhen l’hanno aiutato a costruire la sua azienda, mentre costruivano il grande ecosistema della Cina. Un esercito di costruttori. Quando Jensen Huang si toglie il giubbotto in pelle e va a Washington, ai politici degli Stati Uniti ripete incessantemente un dato: «Il 50% dei ricercatori di intelligenza artificiale al mondo è cinese». «Del resto, anche lui è cinese», conclude Wang Huning.
Per gentile concessione dell’autore, pubblichiamo stralci dalle conclusioni di «Geopolitica dell’Intelligenza artificiale» (Feltrinelli, 576 pagine, 24 euro). Nel libro, Aresu racconta protagonisti, idee e sviluppi geopolitici della corsa degli investimenti legati all’Intelligenza artificiale. Nel brano proposto, l’autore - già consigliere di Palazzo Chigi e dell’Agenzia spaziale italiana - traccia un quadro critico per i Paesi Ue, in declino demografico e zavorrati da istituzioni la cui deriva burocratizzante ostacola la creazione di giganti dell’innovazione.
Nel 1906 Werner Sombart pone la domanda: «Sarà l’America o l’Europa il paese del futuro?». Si tratta ormai di una domanda priva di senso. Non può essere posta sul serio, altrimenti verrà solo accolta da risate. Diventiamo il paese del futuro con la ristrutturazione delle facciate degli edifici? O abbiamo altri progetti? Dopo il suicidio europeo delle due guerre mondiali, fin dagli anni Sessanta esiste un’importante corrente di pensiero francese, con un «manifesto» scritto da Jean-Jacques Servan-Schreiber nel 1967, La sfida americana, che predica a vario titolo l’idea, mai definita in modo da renderla comprensibile a qualche testardo ingegnere, di «autonomia tecnologica europea». Nel nostro secolo, questo concetto è ormai diventato imbarazzante, per via dell’enorme divario finanziario, militare e tecnologico tra le due sponde dell’Atlantico. È dunque venuto il momento di buttarlo, consegnarlo alla pattumiera della storia.
La prossima volta che ci sarà una correzione dei mercati finanziari degli Stati Uniti - che senz’altro arriverà - o il fallimento di qualche banca - che accadrà -, quando leggerete gli articoli sul declino della Silicon Valley e sull’avarizia di Wall Street, meditate sulle dichiarazioni tragicomiche di politici europei come Sarkozy e Steinbrück nel 2008 e 2009, che avevano annunciato la fine del capitalismo americano. Mentre i politici europei pronunciavano quelle dichiarazioni, l’adolescente Palmer Luckey smontava e smanettava, costruendo prototipi di visori per i videogiochi. Durante la pseudolezione dell’Europa, andava in scena la prima Gtc di Nvidia. Al divario quantitativo si unisce il metodo, nell’epoca del capitalismo politico e dell’allargamento della sicurezza nazionale. Gli Stati europei e l’Unione europea hanno sostituito le tre domande kantiane («Che cosa posso sapere? Che cosa devo fare? Che cosa ho diritto di sperare?») con un’altra domanda: «Che cosa posso regolare?». Solo che si può compiere una decisione politico-amministrativa sulla regolazione senza sapere nulla: il corpo burocratico più importante della Commissione europea, la DG Competition, nel 2019 ha ritenuto che Nvidia non avrebbe avuto potere di mercato nei data center, e l’azienda potrebbe avere da questo mercato ricavi da 87 miliardi di dollari cinque anni dopo.
[…] Certo, tutti possiamo concordare che la «città dell’intelligenza artificiale» delle conferenze di Jensen in Cina non è il mondo in cui vogliamo vivere, e quindi su quegli usi della tecnologia debbono esserci controlli. Altrettanto chiaramente, non è l’unica questione da porsi, e non deve diventare un modo per distogliere l’attenzione rispetto a tutto il resto, e cioè la nascita, lo sviluppo e il consolidamento di alcune imprese, di alcune organizzazioni che è importante comprendere. Vivere in parallelo è possibile solo ponendo le domande giuste: altrimenti, l’informazione e l’energia vengono disperse. Una domanda più sensata allora è: «Come posso far arrivare Jensen qui?». In che modo un ragazzo o una ragazza del Kentucky, nel senso di Jensen, può decidere di arrivare e restare in Europa, lavorare in pizzeria, in gelateria, ma in parallelo creare qualcosa? Perché queste persone non sono venute e non vengono in Europa? Quando Jensen parla agli studenti di Taiwan, dice: «In quarant’anni, abbiamo creato il personal computer, Internet, il mobile, il cloud, e ora l’era dell’intelligenza artificiale. E voi, cosa creerete?». Dove si può creare e innovare? Negli Stati Uniti. Dove si può costruire e scalare? In Asia.
Il discorso pubblico europeo privilegia la lamentela attorno al mantenimento di un proprio ruolo nel mondo alla conoscenza di paesi la cui crescita è protagonista in questo secolo e in questa fase storica, perché semplicemente ospitano più persone istruite e più capacità produttiva oppure perché sono in diverso modo «connettori» o «frontiere» nel conflitto tra Stati Uniti e Cina. Questa conoscenza non è più opzionale. È necessaria. La domanda «Cosa possiamo fare?» è dunque inutile, provinciale e patetica, se si ignora ciò che accade non solo in Giappone, Corea del Sud, Taiwan, India, ma anche in luoghi come Singapore, Malesia, Vietnam. Facciamo qualche breve esempio conclusivo.
In una distribuzione geografica delle vendite di Nvidia di fine 2023, sono indicate cinque aree, nell’ordine: Stati Uniti, Taiwan, Cina (compresa Hong Kong), Singapore, il resto del mondo. Singapore, che in quei nove mesi di vendite vale da solo circa il doppio del resto del mondo, è il principale centro asiatico della connettività. Nelle classifiche dei data center si colloca subito dopo i principali hub degli Stati Uniti. Lo stato di Penang, nella Malesia nord-occidentale, ha attirato circa 13 miliardi di dollari di investimenti esteri nel 2023, più di quanto ricevuto dal 2013 al 202028. L’accelerazione determinata dalla guerra tecnologica tra Pechino e Washington, che rende la Malesia un vincitore con proporzioni impreviste, non viene certo dal nulla. Da più di cinquant’anni è un hub di assemblaggio e test per semiconduttori. Nel 1975, un terribile incendio ha colpito la fabbrica di Intel a Penang: la sua ricostruzione a tempo di record, e la capacità di mantenere gli obiettivi di produzione, sono stati celebrati di persona da sua maestà Gordon Moore nel 1978, dieci anni dopo la fondazione di Intel, con un’iconica foto in mezzo agli operai. Quarant’anni dopo, nel 2018, i circa diecimila dipendenti malesi, di cui il 95% ingegneri, hanno festeggiato il cinquantennale dalla fondazione di Intel. E oltre a quello che si vede, conta l’invisibile corsa all’oro digitale che attraversa la Malesia, nella zona grigia tra imprenditorialità e criminalità che caratterizza questa frontiera della guerra tecnologica.
Rechiamoci brevemente in Vietnam. A dicembre 2023, nel giro di pochi giorni, Sam Altman, nella sua prima apparizione ufficiale dopo il ritorno al timone di OpenAi, interviene alla principale conferenza di Ho Chi Minh City sull’intelligenza artificiale, mentre Jensen a Hanoi appende il giubbotto in pelle per godersi il cibo di strada vietnamita col suo staff, prima di discutere gli investimenti in un paese dove decine di migliaia di studenti tornano dall’estero per cogliere ancora di più le opportunità della diversificazione dalla Cina, e trasformare la crescita manifatturiera in un’ondata tecnologica vietnamita. Fuori dagli incontri istituzionali e dalle conferenze, un enorme caos creativo, in cui spuntano «mulini satanici» vietnamiti, americani, giapponesi, cinesi e dalla proprietà ambigua. Perché un imprenditore sano di mente dovrebbe scommettere, oggi, sulla Germania e non sul Vietnam?
[…] Ingranaggi ribelli di vario tipo si sono intrufolati nel «nuovo modo di produzione asiatico»: non è una strada a senso unico. E tuttavia, dagli anni Novanta a oggi, nessuna previsione sulla sindacalizzazione della manifattura asiatica - i cui lavoratori vogliono migliorare la propria condizione, come tutti - è stata in grado di valutare la capacità del sistema regionale dell’Asia orientale di rinnovarsi e di approfondire la propria integrazione. È una forza concentrica sempre più ampia, dove lo sviluppo si diffonde tra miliardi di persone che non hanno intenzione di fermarsi. La scommessa cinese riguarda anche la tenuta di questa capacità produttiva e della sua struttura regionale. La Cina sa che i suoi avversari continueranno a colpire l’interdipendenza: come il maestro Peter Thiel, secondo cui a legare Pechino e l’Occidente ci sono «cento gasdotti Nord Stream che esploderanno tutti insieme il giorno dell’invasione di Taiwan». Ma, nella visione di Pechino, oltre la battuta e le schermaglie, non ci sarà la sostanza. Nel corso di questo chiacchiericcio, nella prospettiva cinese accadranno tre cose concrete: in primo luogo, l’intelligenza artificiale intesa come supporto per i processi delle fabbriche e come riduzione dei difetti di produzione continuerà ad ampliare la forza della «superpotenza manifatturiera» di Pechino; in secondo luogo, la presa dei campioni cinesi elettronici e industriali nei mercati fuori dall’Occidente, pur con una limitata disponibilità finanziaria, garantirà la diffusione dei prodotti, compresi quelli con cui sarà diffusa l’intelligenza artificiale (come gli smartphone); in terzo luogo, gli europei non potranno abbandonare la sirena del mercato cinese e non si schiereranno mai fino in fondo con gli Stati Uniti, mentre l’azione delle imprese statunitensi sarà comunque distante dalla retorica bipartisan di Washington.
[…] Alle cattedrali della nostra civiltà abbiamo sostituito l’invidia per una competizione che non conosciamo, visto che rinunciamo a viverla, mentre si è materializzata Nvidia. «What I cannot build, I cannot understand». Ci lamentiamo della velocità degli altri, senza avere alcuna possibilità di rallentarli. Senz’altro esiste una vera dialettica politica, che riguarda il rapporto tra le grandi aziende tecnologiche americane e le autorità regolatorie degli Stati Uniti, nell’eterno dibattito tra Arrow e Schumpeter, al quale spesso si richiama Lina Khan. L’Europa rimane un mercato di un qualche rilievo, ma si trova ormai in una spirale che ridurrà questa importanza relativa: unita al declino demografico, la debolezza sulla tecnologia mina la crescita e riduce la quota di mercato europea; di conseguenza, la tesi della «potenza della regolazione» accelera inevitabilmente e costantemente il proprio declino, la propria impotenza.
Pubblichiamo un articolo di Alessandro Aresu, membro del consiglio scientifico di Limes, collabora con Gnosis, Aspenia e Civiltà delle macchine. Autore di L’interesse nazionale, la bussola dell’Italia, coautore Luca Gori, ambasciatore per l’Italia a Belgrado, Le potenze del Capitalismo politico e Il dominio del ventunesimo secolo. Ha svolto e svolge attività con varie istituzioni tra cui presidenza del Consiglio, ministero dell’Università e Ricerca e dicastero dell’Economia.
Il 10 febbraio 1953 è la data di nascita dell’Ente nazionale idrocarburi (Eni). La legge numero 136, con 29 articoli e due allegati, delinea le prospettive della creatura di Enrico Mattei. La premessa di quest’evento è un capitolo importante della nostra storia civile: Mattei imprenditore e politico democristiano, era stato nominato nel 1945 commissario dell’Agip, l’Azienda generale italiana petroli nata nel 1926, con l’incarico di procedere alla sua liquidazione.
Nel confronto con le persone che lavoravano per Agip, definita scherzosamente già durante il fascismo «Agenzia gerarchi in pensione» per indicare la sua inutilità, Mattei aveva maturato un’opinione completamente diversa. Aveva iniziato a vedere negli idrocarburi e nell’energia una potente leva della rinascita industriale italiana, un elemento di aggregazione in un Paese ferito e indebolito. Già in Agip, Mattei aveva valorizzato le grandi competenze italiane in campo geologico e chimico e aveva maturato una crescente ambizione, non solo nell’ambito nazionale ma anche in politica estera.
La nascita dell’Ente nazionale idrocarburi risponde a quest’ambizione, quest’ossessione del rilancio nazionale, con cui Mattei diviene uno dei grandi protagonisti della vita italiana. Allo stesso tempo, è anche una storia istituzionale e legislativa, che lo vede lavorare al fianco di Alcide De Gasperi, il quale sposa il progetto, e soprattutto di Ezio Vanoni, un padre della Repubblica oggi dimenticato, ministro delle Finanze e amico fraterno di Mattei, grande protagonista della stagione delle riforme degli anni Cinquanta prima della sua prematura scomparsa nel 1956, dopo aver pronunciato un accorato discorso in Senato.
Il ricordo del settantennale dell’Ente nazionale idrocarburi, oltre all’importanza di quella stagione fondamentale, suscita alcune riflessioni sull’impronta di Enrico Mattei, sulla profonda attualità dei suoi insegnamenti e dell’esempio della sua vita, spezzata da un attentato di cui non sono mai stati individuati i mandanti, e forse mai lo saranno.
Dall’istituzione di Eni, Mattei ha davanti a sé meno di dieci anni di azione, in una stagione molto felice per l’economia italiana. In quel periodo, comunque lungo per i nostri standard, è in grado di conseguire importanti risultati, sul piano nazionale e internazionale. A livello interno, la prospettiva di Mattei ha due pilastri lungimiranti: l’ossessione per la realizzazione di infrastrutture e la costruzione di una classe dirigente. Mattei impegna le realtà industriali pubbliche in un grande progetto di infrastrutturazione dell’Italia, che ha anche caratteristiche «violente» perché, per rispondere alle necessità di una società in cambiamento, bisogna fare in fretta, senza essere bloccati da veti.
Quel lavoro dimostra l’importanza delle infrastrutture per creare occupazione e benessere in un Paese povero, che cerca di rialzarsi. Inoltre, le persone sono al centro del progetto di Mattei, sia nelle strutture organizzative dell’Ente sia nella volontà di attirare giovani brillanti e promossi velocemente a dirigenti. Inoltre Mattei, che ha un chiaro orientamento politico, è forse la persona della storia d’Italia che ha voluto lavorare meglio con gli altri a prescindere dalle loro convinzioni. Come consulenti e collaboratori, trattiene e attira democristiani, socialisti, fascisti, comunisti. Se l’ex banchiere del Reich, Hjalmar Schacht, poteva essere utile per i progetti energetici in Baviera, Mattei era ben felice di lavorarci. Così come ha mandato il brillante giornalista comunista Mario Pirani a Tunisi come alto ufficiale di collegamento con l’Algeria.
Questo era possibile perché la forza di un progetto nazionale funzionava come un magnete, un centro di passione più forte delle varie differenze. Questa prospettiva si riflette anche nel rapporto essenziale tra energia e politica estera, che per Mattei risponde a un doppio schema: l’uscita dell’Italia da alcune limitazioni dello status di Paese sconfitto dalla Seconda guerra mondiale; la volontà di usare l’opportunità della decolonizzazione per fare gli interessi nazionali. Qui si inserisce l’attivismo di Mattei in quello che oggi definiremmo Mediterraneo allargato e in Africa: un elemento fondamentale del suo progetto, ripreso oggi dall’idea di un «Piano Mattei» dell’attuale governo.
Ora, non dobbiamo pensare che Mattei volesse distruggere i rapporti di forza dell’energia a livello mondiale. Però voleva di certo cambiarli, visto che cercava un ruolo per l’Italia, che ne era priva. In quest’azione c’erano anche limiti, finanziari e geopolitici. La ricerca storica, al di là di documenti occasionali che non meritano troppa attenzione, ha per esempio mostrato che, all’inizio degli anni Sessanta, Mattei cercava la riconciliazione con Washington.
Il fulcro di quella debordante ambizione erano sempre le persone. Pensiamo, per esempio, alla Scuola di studi superiori sugli idrocarburi, un progetto avviato da Mattei per formare quadri e tecnici dell’energia. Non solo italiani ma anche futuri «ambasciatori» in altri Paesi. Nei discorsi alla Scuola degli anni Cinquanta, in cui Mattei espone la sua strategia e in cui sciorina i numeri di tutte le tipologie di tecnici che ha assunto, descrive così il suo Ente: una «grande armata in movimento, che si estende dappertutto, in Italia, nella Valle Padana, nel Centro, nel Sud, in Sicilia, nel mare, in Persia, nel Sahara marocchino e potete essere certi che raggiungerà anche altri Paesi».
Pertanto, quello di Mattei è l’esempio più alto di un’ambizione internazionale che si ritrova anche in altre esperienze italiane dimenticate, per esempio le collaborazioni con l’Africa avviate dal banchiere Giordano Dell’Amore. Mattei avrebbe continuato a rilanciare: pensava a un Ene, Ente nazionale dell’energia, per contare ancora di più a livello europeo ed era un grande sostenitore della capacità nucleare italiana, nei tragici anni Sessanta colpita anche dal trattamento riservato a Felice Ippolito.
Mattei portò l’Eni nel mondo pensando sempre all’Italia. A una certa idea dell’Italia. Era un provinciale marchigiano, orgoglioso di esserlo. Aveva il gusto dell’Italia interna, dei suoi paeselli. Anche se Milano è stata importante per la sua crescita, sapeva che l’Italia non è né sarà mai ridotta ai grandi centri urbani. L’Italia è fatta diversamente. E Mattei voleva e sapeva portare cambiamento senza inventare modelli astratti.
Anche gli aspetti scherzosi del suo radicamento territoriale, a partire dall’acronimo Snam sui dipendenti marchigiani («Siamo nati a matelica»), parlano di questa passione. È ragionevole pensare che anche per questa ragione sia così amato e citato, e continuerà a esserlo. Soprattutto, come gli uomini veramente grandi, Mattei ha dedicato la sua vita a un progetto in grado di sopravvivergli. Il settantennale della sua impresa dedicata all’Italia ci parla ancora di questa impronta unica.





