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2021-09-08
Manovra a tenaglia di Bruxelles per piegare la Polonia ai diktat Ue
Didier Reynders (Ansa)
È un vero e proprio braccio di ferro, quello in corso tra Bruxelles e Varsavia e che, nella giornata di ieri, ha raggiunto livelli di tensione decisamente alti. Se l'argomento non fossero i delicati rapporti tra la Commissione europea e uno Stato membro, si potrebbe tranquillamente dire che sono volati stracci. In effetti, non ci si è andati lontani, con un attacco che si è consumato su almeno due distinti piani. Il primo è quello che ha visto i vertici Ue sollecitare espressamente la Corte di giustizia europea affinché multi la Polonia. Una richiesta grave, da leggere come epilogo di una vicenda iniziata a marzo, quando Bruxelles si era rivolta alla Corte Ue chiedendo misure provvisorie di sospensione, in attesa di un giudizio definitivo, in merito alle competenze della sezione disciplinare della Corte suprema.
Nello specifico, la Commissione Ue era allarmata dalle misure disciplinari nei confronti di alcuni giudici polacchi - ritenuti non graditi alla maggioranza di governo - assunte dalla Corte suprema polacca, i cui togati sono indirettamente nominati dal Parlamento di Varsavia. Di qui il ricorso alla Corte Ue, che aveva accolto le istanze di Bruxelles giudicandole fondate. Poi però, a luglio, la Corte costituzionale polacca, a sua volta, ha negato efficacia alla sentenza che Corte di giustizia dell'Unione, qualificandola come resa ultra vires, e pertanto priva dell'efficacia prevalente sul diritto interno. Beninteso: un pronunciamento simile, negante cioè la preminenza del diritto Ue su quello nazionale, era stato emanato, nel maggio 2020, anche dalla Corte costituzionale tedesca. In quel caso, tuttavia, a Bruxelles nessuno si stracciò le vesti.
Viceversa ieri, come si diceva, la Commissione Ue ha battuto i pugni sul tavolo, caldeggiando sanzioni per Varsavia. In realtà, secondo quanto chiarito dal portavoce della Commissione europea, Eric Mamer, l'esecutivo comunitario «non ha indicato una cifra» per la multa da imporre alla Polonia. Incalzato dai giornalisti, Mamer ha pure aggiunto che comunque il dialogo con lo Stato polacco resta «costante e intenso», quasi tentando, per così dire, di gettare acqua sul fuoco. Peccato che le parole del portavoce si siano sommate a quelle ben più dure della presidente Ursula von der Leyen («i sistemi giudiziari in tutta l'Ue devono essere indipendenti ed equi») del commissario europeo alla Giustizia, Didier Reynders («abbiamo inviato una lettera di messa in mora alla Polonia»), e della vicepresidente della Commissione Ue ai Valori, Vera Jurova, secondo cui «la legge polacca mina l'indipendenza dei giudici».
Morale della favola, nonostante qualche goffo tentativo di vellutarlo, a Varsavia il messaggio è arrivato: forte e chiaro. E, comprensibilmente, la strigliata e la richiesta alla Corte Ue di partire con le multe non sono affatto piaciute ai polacchi. Anche perché questo, tornando a quanto si diceva all'inizio, non è che il primo versante di tensione tra Ue e Polonia. Ve n'è infatti pure un secondo, sempre aggravatosi nelle scorse ore, che ha visto la Commissione Ue minacciare addirittura il congelamento dei fondi europei erogati tramite il programma React-Eu a varie regioni polacche. I voivodati finiti nel mirino di Bruxelles sono per l'esattezza cinque: Lublino, Lodz, Piccola Polonia, Precarpazia, e Santacroce. La loro colpa, per così dire? Aver sottoscritto atti o dichiarazioni che «bollano i postulati della comunità Lgbtiq come un'ideologia». Insomma, se ti smarchi dalla Weltanschauung arcobaleno oggi diventi ipso facto un nemico dell'Ue o quanto meno un sospetto tale.
Anche questo secondo attacco non è andato giù a Varsavia. Per nulla. «La Commissione europea», ha infatti replicato su Twitter il viceministro della Giustizia, Sebastian Kaleta, «blocca illegalmente i fondi in Polonia e chiede sanzioni. Questi sono atti di aggressione». In effetti, non occorre essere fini politologi per leggere nelle ultime mosse di Bruxelles - supportate da esponenti popolari come da quelli socialisti - il tentativo di stringere la Polonia in una morsa, all'insegna di una strategia a tenaglia portata avanti a suon di ricatti. Un trattamento speciale di cui, a ben vedere, Varsavia non è la sola destinataria, su questo come su altri versanti.
Non a caso c'è chi, nelle scorse ore, ha osservato come, dato il semaforo verde tra gli altri pure a Dublino e Praga, per quanto riguarda i Recovery plan la Commissione Ue abbia ancora due nodi da sciogliere: quelli di Budapest e, coincidenza, di Varsavia. Per la precisione, si parla di «dialoghi ancora in corso» con Ungheria e Polonia, ma è palese che si tratti di una formula di rito. La sostanza è quella, come si diceva in apertura, di un braccio di ferro dove la «solidale» ed «inclusiva» Europa ricorre a tutti i sotterfugi per piegare chi non si allinea ai suoi ordini.
Mercanti di bambini in fiera a Parigi
«Alla fiera dell'est, per due soldi, un bambino mio padre comprò». Se il tema non fosse serio e poco adatto all'ironia, si potrebbe rielaborare così la celebre canzone di Angelo Branduardi per descrivere quanto accaduto nello scorso fine settimana in Francia. Sì, perché quella tenutasi sabato e domenica a Parigi, Desir d'Enfant, è una vera e propria fiera dell'utero in affitto e, quindi, della compravendita di neonati. Tanto è vero che, come riportato dal sito Tempi.it, all'evento - giunto alla seconda edizione - hanno preso parte tutti gli specialisti del lucroso settore. A Porte de Champerret si sono infatti riuniti rappresentanti delle migliori aziende, firme e cliniche in grado di offrire agli interessati il prodotto desiderato, e cioè un bambino.
I partecipanti a Desir d'Enfant hanno così potuto prendere parte ad incontri e visitare stand dedicati agli ultimi ritrovati in termini di fecondazione extracorporea e, naturalmente, ricevere dritte sull'utero in affitto, il piatto forte sia della fiera parigina sia, a livello globale, del business della genitorialità on demand. Basti pensare che stime di qualche anno fa quantificavano in 6 miliardi di dollari un giro d'affari internazionale che, con ogni probabilità, oggi si è ulteriormente sviluppato. Prova ne sia, appunto, questa fiera contenente offerte per aspiranti genitori di tutte le tasche.
Per i più abbienti, infatti, a Desir d'Enfant era possibile stabilire contatti con la canadese Create, che per un figlio vuole 100.000 euro, somma che sale ulteriormente per chi desideri invece rivolgersi ad aziende californiane. Non per nulla si stima che i sogni di paternità di Nichi Vendola, culminati nel 2016 con la nascita - in California appunto - del piccolo Tobia Antonio, siano costati all'ex governatore della Puglia almeno 135.000 euro. A chi non abbia simili disponibilità, l'appuntamento parigino proponeva l'opzione «low cost» dell'ucraina Feskov: 49.000 euro e pupo in braccio.
Sarebbe però sbagliato ridurre la manifestazione tenutasi il 4 e 5 settembre alla sola surrogazione di maternità. Il mercato si è infatti ormai evoluto e, ai partecipanti alla fiera, gli stand proponevano anche ben tre banche dei gameti che, naturalmente a pagamento, garantivano spermatozoi e ovociti «di qualità». Il fine è fare sì che gli aspiranti genitori possano selezionare con cura ogni caratteristica del figlio: sesso, carnagione, colore dei capelli, tutto quanto. Sarebbe stata un'ottima occasione, per Black lives matter come per altre sigle antirazziste, per alzare la voce contro un vero e proprio mercato della «razza»: sfortunatamente, nessun indignato è pervenuto.
Un'ultima annotazione singolare, infine, riguarda la collocazione geografica di questa fiera che, pur essendosi tenuta a Parigi, è stata un evento extraterritoriale. Il motivo? A seguito di una sentenza della Corte di cassazione del 1991, che ha affermato l'indisponibilità del corpo umano, ribadita da una legge del 1994, in Francia l'utero in affitto è illegale. Ma il business, si sa, non ha leggi né confini.
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La Commissione chiede alla Corte di giustizia europea di multare la dissidente Varsavia che non si adegua sull'indipendenza dei giudici. Poi la minaccia: fondi congelati finché ci saranno leggi contro l'ideologia LgbtRiecco la manifestazione dedicata alla maternità surrogata nel cuore della Francia, dove la pratica è illegale. In cambio di soldi, si può scegliere anche il colore del figlioLo speciale contiene due articoliÈ un vero e proprio braccio di ferro, quello in corso tra Bruxelles e Varsavia e che, nella giornata di ieri, ha raggiunto livelli di tensione decisamente alti. Se l'argomento non fossero i delicati rapporti tra la Commissione europea e uno Stato membro, si potrebbe tranquillamente dire che sono volati stracci. In effetti, non ci si è andati lontani, con un attacco che si è consumato su almeno due distinti piani. Il primo è quello che ha visto i vertici Ue sollecitare espressamente la Corte di giustizia europea affinché multi la Polonia. Una richiesta grave, da leggere come epilogo di una vicenda iniziata a marzo, quando Bruxelles si era rivolta alla Corte Ue chiedendo misure provvisorie di sospensione, in attesa di un giudizio definitivo, in merito alle competenze della sezione disciplinare della Corte suprema.Nello specifico, la Commissione Ue era allarmata dalle misure disciplinari nei confronti di alcuni giudici polacchi - ritenuti non graditi alla maggioranza di governo - assunte dalla Corte suprema polacca, i cui togati sono indirettamente nominati dal Parlamento di Varsavia. Di qui il ricorso alla Corte Ue, che aveva accolto le istanze di Bruxelles giudicandole fondate. Poi però, a luglio, la Corte costituzionale polacca, a sua volta, ha negato efficacia alla sentenza che Corte di giustizia dell'Unione, qualificandola come resa ultra vires, e pertanto priva dell'efficacia prevalente sul diritto interno. Beninteso: un pronunciamento simile, negante cioè la preminenza del diritto Ue su quello nazionale, era stato emanato, nel maggio 2020, anche dalla Corte costituzionale tedesca. In quel caso, tuttavia, a Bruxelles nessuno si stracciò le vesti.Viceversa ieri, come si diceva, la Commissione Ue ha battuto i pugni sul tavolo, caldeggiando sanzioni per Varsavia. In realtà, secondo quanto chiarito dal portavoce della Commissione europea, Eric Mamer, l'esecutivo comunitario «non ha indicato una cifra» per la multa da imporre alla Polonia. Incalzato dai giornalisti, Mamer ha pure aggiunto che comunque il dialogo con lo Stato polacco resta «costante e intenso», quasi tentando, per così dire, di gettare acqua sul fuoco. Peccato che le parole del portavoce si siano sommate a quelle ben più dure della presidente Ursula von der Leyen («i sistemi giudiziari in tutta l'Ue devono essere indipendenti ed equi») del commissario europeo alla Giustizia, Didier Reynders («abbiamo inviato una lettera di messa in mora alla Polonia»), e della vicepresidente della Commissione Ue ai Valori, Vera Jurova, secondo cui «la legge polacca mina l'indipendenza dei giudici».Morale della favola, nonostante qualche goffo tentativo di vellutarlo, a Varsavia il messaggio è arrivato: forte e chiaro. E, comprensibilmente, la strigliata e la richiesta alla Corte Ue di partire con le multe non sono affatto piaciute ai polacchi. Anche perché questo, tornando a quanto si diceva all'inizio, non è che il primo versante di tensione tra Ue e Polonia. Ve n'è infatti pure un secondo, sempre aggravatosi nelle scorse ore, che ha visto la Commissione Ue minacciare addirittura il congelamento dei fondi europei erogati tramite il programma React-Eu a varie regioni polacche. I voivodati finiti nel mirino di Bruxelles sono per l'esattezza cinque: Lublino, Lodz, Piccola Polonia, Precarpazia, e Santacroce. La loro colpa, per così dire? Aver sottoscritto atti o dichiarazioni che «bollano i postulati della comunità Lgbtiq come un'ideologia». Insomma, se ti smarchi dalla Weltanschauung arcobaleno oggi diventi ipso facto un nemico dell'Ue o quanto meno un sospetto tale.Anche questo secondo attacco non è andato giù a Varsavia. Per nulla. «La Commissione europea», ha infatti replicato su Twitter il viceministro della Giustizia, Sebastian Kaleta, «blocca illegalmente i fondi in Polonia e chiede sanzioni. Questi sono atti di aggressione». In effetti, non occorre essere fini politologi per leggere nelle ultime mosse di Bruxelles - supportate da esponenti popolari come da quelli socialisti - il tentativo di stringere la Polonia in una morsa, all'insegna di una strategia a tenaglia portata avanti a suon di ricatti. Un trattamento speciale di cui, a ben vedere, Varsavia non è la sola destinataria, su questo come su altri versanti. Non a caso c'è chi, nelle scorse ore, ha osservato come, dato il semaforo verde tra gli altri pure a Dublino e Praga, per quanto riguarda i Recovery plan la Commissione Ue abbia ancora due nodi da sciogliere: quelli di Budapest e, coincidenza, di Varsavia. Per la precisione, si parla di «dialoghi ancora in corso» con Ungheria e Polonia, ma è palese che si tratti di una formula di rito. La sostanza è quella, come si diceva in apertura, di un braccio di ferro dove la «solidale» ed «inclusiva» Europa ricorre a tutti i sotterfugi per piegare chi non si allinea ai suoi ordini.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/manovra-a-tenaglia-di-bruxelles-per-piegare-la-polonia-ai-diktat-ue-2654931685.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mercanti-di-bambini-in-fiera-a-parigi" data-post-id="2654931685" data-published-at="1631044594" data-use-pagination="False"> Mercanti di bambini in fiera a Parigi «Alla fiera dell'est, per due soldi, un bambino mio padre comprò». Se il tema non fosse serio e poco adatto all'ironia, si potrebbe rielaborare così la celebre canzone di Angelo Branduardi per descrivere quanto accaduto nello scorso fine settimana in Francia. Sì, perché quella tenutasi sabato e domenica a Parigi, Desir d'Enfant, è una vera e propria fiera dell'utero in affitto e, quindi, della compravendita di neonati. Tanto è vero che, come riportato dal sito Tempi.it, all'evento - giunto alla seconda edizione - hanno preso parte tutti gli specialisti del lucroso settore. A Porte de Champerret si sono infatti riuniti rappresentanti delle migliori aziende, firme e cliniche in grado di offrire agli interessati il prodotto desiderato, e cioè un bambino. I partecipanti a Desir d'Enfant hanno così potuto prendere parte ad incontri e visitare stand dedicati agli ultimi ritrovati in termini di fecondazione extracorporea e, naturalmente, ricevere dritte sull'utero in affitto, il piatto forte sia della fiera parigina sia, a livello globale, del business della genitorialità on demand. Basti pensare che stime di qualche anno fa quantificavano in 6 miliardi di dollari un giro d'affari internazionale che, con ogni probabilità, oggi si è ulteriormente sviluppato. Prova ne sia, appunto, questa fiera contenente offerte per aspiranti genitori di tutte le tasche. Per i più abbienti, infatti, a Desir d'Enfant era possibile stabilire contatti con la canadese Create, che per un figlio vuole 100.000 euro, somma che sale ulteriormente per chi desideri invece rivolgersi ad aziende californiane. Non per nulla si stima che i sogni di paternità di Nichi Vendola, culminati nel 2016 con la nascita - in California appunto - del piccolo Tobia Antonio, siano costati all'ex governatore della Puglia almeno 135.000 euro. A chi non abbia simili disponibilità, l'appuntamento parigino proponeva l'opzione «low cost» dell'ucraina Feskov: 49.000 euro e pupo in braccio. Sarebbe però sbagliato ridurre la manifestazione tenutasi il 4 e 5 settembre alla sola surrogazione di maternità. Il mercato si è infatti ormai evoluto e, ai partecipanti alla fiera, gli stand proponevano anche ben tre banche dei gameti che, naturalmente a pagamento, garantivano spermatozoi e ovociti «di qualità». Il fine è fare sì che gli aspiranti genitori possano selezionare con cura ogni caratteristica del figlio: sesso, carnagione, colore dei capelli, tutto quanto. Sarebbe stata un'ottima occasione, per Black lives matter come per altre sigle antirazziste, per alzare la voce contro un vero e proprio mercato della «razza»: sfortunatamente, nessun indignato è pervenuto. Un'ultima annotazione singolare, infine, riguarda la collocazione geografica di questa fiera che, pur essendosi tenuta a Parigi, è stata un evento extraterritoriale. Il motivo? A seguito di una sentenza della Corte di cassazione del 1991, che ha affermato l'indisponibilità del corpo umano, ribadita da una legge del 1994, in Francia l'utero in affitto è illegale. Ma il business, si sa, non ha leggi né confini.
Imagoeconomica
Che è già stato rimesso in libertà. E anche questa non è fiction. Ma un copione reale che si ripete troppo spesso. L’ennesimo caso di un aggressore che nel giro di poche ore si ritrova a piede libero. Libero magari di colpire di nuovo. Come farebbe presagire il suo curriculum che vanta precedenti per lesioni personali e invasione di terreni. E che ora, dopo i fatti di sabato sera, si arricchisce di due denunce: lesioni personali aggravate e porto abusivo d’armi. A quanto pare non abbastanza però per far scattare eventuali misure cautelari. Così come non deve essere bastato il sangue davanti alla quale si sono trovati gli agenti dell’Upgsp. (Ufficio prevenzione generale e soccorso pubblico) della Questura quando sono arrivati sul posto attorno alle 23, in seguito ad una segnalazione. Un uomo sanguinante riverso a terra e una donna con profonde ferite al volto. È lei che avrebbe indicato agli agenti il presunto responsabile dell’aggressione, il trentaseienne tunisino, che in quel momento si stava allontanando rapidamente dal luogo dell’accaduto. Secondo quanto riferito dalla Polizia di Stato, tutto sarebbe scaturito da una lite tra l’uomo e la coppia che passeggiava nei pressi del lago. Poi la discussione sarebbe degenerata fino a trasformarsi in aggressione. Pur di colpire, l’uomo, armato di coltello serramanico, avrebbe inseguito i due fino a raggiungerli e sferrare i colpi. Contro ginocchio, fianco e gluteo nel caso di lui, e poi fendendo il viso di lei. Secondo alcune ricostruzioni, una volta aggrediti i due, l’uomo avrebbe cercato di disfarsi di un oggetto gettandolo sotto un’autovettura parcheggiata. Oggetto che poi si sarebbe rivelato essere un coltello a serramanico, sequestrato dagli agenti come prova dell’aggressione. Una volta fermato, l’uomo avrebbe opposto resistenza. Prima cercando di darsi alla fuga, poi vestendo le parti della presunta vittima. Avrebbe infatti tentato di giustificare il proprio comportamento lamentandosi di essere stato colpito agli occhi da uno spray urticante durante una colluttazione. Salvo poi dichiarare di non sapere chi lo avesse utilizzato contro di lui. Una serie di dettagli che stando a quanto comunicato dalla questura, le forze dell’ordine starebbero ora cercando di approfondire proseguendo le indagini, così da chiarire ulteriormente la dinamica dei fatti e accertare eventuali responsabilità aggiuntive.
Certo è che l’episodio ha destato particolare preoccupazione tra i residenti di Como per la violenza con cui si è consumata la lite, per il coinvolgimento dell’arma da taglio e per la scelta di denunciare l’uomo in stato di libertà. «Vergogna», è uno dei commenti più frequenti che si leggono a compendio degli articoli pubblicati dai giornali locali. «Ogni giorno questo continuo stillicidio di crimini... Basta. Vanno puniti severamente», scrive un altro residente della provincia di Como, notando come il profilo del presunto aggressore confermi un trend costante, quello che vede gli stranieri commettere più reati degli italiani, specialmente nei casi di aggressioni con lama dove il tasso di coinvolgimento degli stranieri sarebbe di circa 6,5 volte più alto. Chiaramente in proporzione e quindi considerando che gli stranieri rappresentano il 10% della popolazione.
Secondo gli ultimi dati diffusi dal Viminale, solo a Como, i cittadini stranieri rappresenterebbero il 43% delle segnalazioni relative a persone denunciate, arrestate o fermate dalle forze di polizia. Spesso e volentieri poi rimesse subito in libertà. Come raccontano i casi di cronaca in tutto il territorio nazionale. Tra i casi più recenti quello di due giovani tunisini che lo scorso gennaio erano stati accusati di aver aggredito un rider nella zona della stazione Termini a Roma. Nonostante il giudice avesse convalidato il fermo, poi la richiesta di custodia cautelare in carcere era stata respinta per mancanza di «gravi indizi di colpevolezza» sufficienti a giustificare la detenzione preventiva. A febbraio era stata la volta di una maxi aggressione tra stranieri avvenuta a Castrovillari. Sei persone erano state identificate e denunciate ma non era stata applicata nessuna misura restrittiva. Uno dei casi più eclatanti resta però quello di un cittadino straniero di 38 anni accusato di aver picchiato e rapinato un cinquantenne che viveva in un camper a Rimini. Già noto per maltrattamenti, il presunto aggressore finisce in manette ma viene scarcerato poco dopo su decisione del giudice per le indagini preliminari. A quanto pare, a detta della toga, non si sarebbe configurata una rapina ma una «semplice» aggressione con un coltello. Era l’aprile del 2023, e da allora, le aggressioni all’arma bianca non sono certo diminuite, ma con circa 30.000 episodi violenti nel biennio 2024/2025, sono aumentate del 5.5%. Chissà perché.
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Condividevano un appartamento ed erano conoscenti. Ma - da quanto si è appreso - l’uomo avrebbe approfittato proprio dell’assenza del marito della giovane mamma per approfittare di lei. La ragazza si è trovata a vivere un dramma. Quel giovane con cui condivideva la casa, gli spazi e le giornate l’avrebbe brutalmente violentata davanti agli occhi del suo piccolo di soli tre mesi di vita. Un incubo.
Quando la giovanissima mamma è riuscita a divincolarsi e l’uomo è scappata, ha potuto avvisare le forze dell’ordine. I carabinieri sono giunti sul posto e hanno trovato la ragazza in evidente stato di choc. La diciassettenne si è recata in ospedale dove è stata sottoposta alle cure del caso e soprattutto a una serie di analisi. La giovane bengalese ha denunciato la violenza subita e ai militari ha raccontato quanto accaduto indicando il suo coinquilino come l’autore dello stupro. Intanto, i carabinieri hanno avviato le indagini e sono alla ricerca di riscontri che possano individuare nel coinquilino bengalese il responsabile della violenza. L’attività investigativa procede, adesso, ad ampio raggio. Sono in corso verifiche pure per accertare le condizioni in cui i tre bengalesi vivevano e la situazione della giovanissima vittima già mamma a diciassettenne anni. Lo stupro di Marghera ha riacceso i riflettori su diverse problematiche che riguardano sia le condizioni di vita degli stranieri in Italia che nuovamente la questione della sicurezza. Sono tanti gli interrogativi che, adesso, preoccupano i residenti di Marghera, ma anche le istituzioni e i cittadini. Non sono rimasti indifferenti all’accaduto i rappresentanti della Lega e, in particolare, il consigliere comunale di Venezia, Alex Bazzaro e l’europarlamentare Anna Maria Cisint. «Un episodio inaccettabile, uno stupro vergognoso che ha avuto come preda una minorenne bengalese. Un’altra vittima della violenza dell’Islam radicale e probabilmente del sistema marcio basato sulle ospitalità. Lo stesso schema che ho già visto a Monfalcone. Una minorenne bengalese già con figli: mi chiedo, una sposa bambina?», ha commentato Cisint. Il consigliere comunale di Venezia va oltre evidenziando la gravità dell’accaduto perché la giovane diciassettenne è stata «stuprata dall’ospite, anche lui islamico». Per Bazzarro, è la punta dell’iceberg di una situazione molto più grave: «Una presenza dietro alla quale spesso si nasconde un mercato nero di subaffitti illegali e posti letto abusivi. Un mercato islamico dell’orrore, dove la donna viene doppiamente svenduta: prima come sposa e madre a soli diciassette e anni, poi viene data in pasto agli ospiti abusivi. Secondo i due esponenti leghisti «per loro la donna vale zero, un oggetto da mercificare. Questa è la pseudo-cultura che la sinistra vuole portare anche nel Comune di Venezia. Per noi questi soggetti devono essere reimpacchettati e spediti da dove sono venuti». Non è la prima volta che la cronaca racconta episodi di violenze e abusi perpetrati da cittadini stranieri ai danni di donne, giovani e adulti. Da Nord a Sud negli ultimi mesi, si è assistito a un’escalation di episodi di violenza e di brutalità. I cittadini si sentono sempre più insicuri e chiedono maggiori controlli e più attenzione verso chi arriva in Italia e delinque. Negli scorsi mesi alcune donne sono state stuprate a Roma mentre facevano una passeggiata nel parco. Episodi diversi per i quali le forze dell’ordine hanno individuato un unico responsabile, un cittadino straniero che girovaga seminando terrore e paura.
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