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2021-09-08
Manovra a tenaglia di Bruxelles per piegare la Polonia ai diktat Ue
Didier Reynders (Ansa)
È un vero e proprio braccio di ferro, quello in corso tra Bruxelles e Varsavia e che, nella giornata di ieri, ha raggiunto livelli di tensione decisamente alti. Se l'argomento non fossero i delicati rapporti tra la Commissione europea e uno Stato membro, si potrebbe tranquillamente dire che sono volati stracci. In effetti, non ci si è andati lontani, con un attacco che si è consumato su almeno due distinti piani. Il primo è quello che ha visto i vertici Ue sollecitare espressamente la Corte di giustizia europea affinché multi la Polonia. Una richiesta grave, da leggere come epilogo di una vicenda iniziata a marzo, quando Bruxelles si era rivolta alla Corte Ue chiedendo misure provvisorie di sospensione, in attesa di un giudizio definitivo, in merito alle competenze della sezione disciplinare della Corte suprema.
Nello specifico, la Commissione Ue era allarmata dalle misure disciplinari nei confronti di alcuni giudici polacchi - ritenuti non graditi alla maggioranza di governo - assunte dalla Corte suprema polacca, i cui togati sono indirettamente nominati dal Parlamento di Varsavia. Di qui il ricorso alla Corte Ue, che aveva accolto le istanze di Bruxelles giudicandole fondate. Poi però, a luglio, la Corte costituzionale polacca, a sua volta, ha negato efficacia alla sentenza che Corte di giustizia dell'Unione, qualificandola come resa ultra vires, e pertanto priva dell'efficacia prevalente sul diritto interno. Beninteso: un pronunciamento simile, negante cioè la preminenza del diritto Ue su quello nazionale, era stato emanato, nel maggio 2020, anche dalla Corte costituzionale tedesca. In quel caso, tuttavia, a Bruxelles nessuno si stracciò le vesti.
Viceversa ieri, come si diceva, la Commissione Ue ha battuto i pugni sul tavolo, caldeggiando sanzioni per Varsavia. In realtà, secondo quanto chiarito dal portavoce della Commissione europea, Eric Mamer, l'esecutivo comunitario «non ha indicato una cifra» per la multa da imporre alla Polonia. Incalzato dai giornalisti, Mamer ha pure aggiunto che comunque il dialogo con lo Stato polacco resta «costante e intenso», quasi tentando, per così dire, di gettare acqua sul fuoco. Peccato che le parole del portavoce si siano sommate a quelle ben più dure della presidente Ursula von der Leyen («i sistemi giudiziari in tutta l'Ue devono essere indipendenti ed equi») del commissario europeo alla Giustizia, Didier Reynders («abbiamo inviato una lettera di messa in mora alla Polonia»), e della vicepresidente della Commissione Ue ai Valori, Vera Jurova, secondo cui «la legge polacca mina l'indipendenza dei giudici».
Morale della favola, nonostante qualche goffo tentativo di vellutarlo, a Varsavia il messaggio è arrivato: forte e chiaro. E, comprensibilmente, la strigliata e la richiesta alla Corte Ue di partire con le multe non sono affatto piaciute ai polacchi. Anche perché questo, tornando a quanto si diceva all'inizio, non è che il primo versante di tensione tra Ue e Polonia. Ve n'è infatti pure un secondo, sempre aggravatosi nelle scorse ore, che ha visto la Commissione Ue minacciare addirittura il congelamento dei fondi europei erogati tramite il programma React-Eu a varie regioni polacche. I voivodati finiti nel mirino di Bruxelles sono per l'esattezza cinque: Lublino, Lodz, Piccola Polonia, Precarpazia, e Santacroce. La loro colpa, per così dire? Aver sottoscritto atti o dichiarazioni che «bollano i postulati della comunità Lgbtiq come un'ideologia». Insomma, se ti smarchi dalla Weltanschauung arcobaleno oggi diventi ipso facto un nemico dell'Ue o quanto meno un sospetto tale.
Anche questo secondo attacco non è andato giù a Varsavia. Per nulla. «La Commissione europea», ha infatti replicato su Twitter il viceministro della Giustizia, Sebastian Kaleta, «blocca illegalmente i fondi in Polonia e chiede sanzioni. Questi sono atti di aggressione». In effetti, non occorre essere fini politologi per leggere nelle ultime mosse di Bruxelles - supportate da esponenti popolari come da quelli socialisti - il tentativo di stringere la Polonia in una morsa, all'insegna di una strategia a tenaglia portata avanti a suon di ricatti. Un trattamento speciale di cui, a ben vedere, Varsavia non è la sola destinataria, su questo come su altri versanti.
Non a caso c'è chi, nelle scorse ore, ha osservato come, dato il semaforo verde tra gli altri pure a Dublino e Praga, per quanto riguarda i Recovery plan la Commissione Ue abbia ancora due nodi da sciogliere: quelli di Budapest e, coincidenza, di Varsavia. Per la precisione, si parla di «dialoghi ancora in corso» con Ungheria e Polonia, ma è palese che si tratti di una formula di rito. La sostanza è quella, come si diceva in apertura, di un braccio di ferro dove la «solidale» ed «inclusiva» Europa ricorre a tutti i sotterfugi per piegare chi non si allinea ai suoi ordini.
Mercanti di bambini in fiera a Parigi
«Alla fiera dell'est, per due soldi, un bambino mio padre comprò». Se il tema non fosse serio e poco adatto all'ironia, si potrebbe rielaborare così la celebre canzone di Angelo Branduardi per descrivere quanto accaduto nello scorso fine settimana in Francia. Sì, perché quella tenutasi sabato e domenica a Parigi, Desir d'Enfant, è una vera e propria fiera dell'utero in affitto e, quindi, della compravendita di neonati. Tanto è vero che, come riportato dal sito Tempi.it, all'evento - giunto alla seconda edizione - hanno preso parte tutti gli specialisti del lucroso settore. A Porte de Champerret si sono infatti riuniti rappresentanti delle migliori aziende, firme e cliniche in grado di offrire agli interessati il prodotto desiderato, e cioè un bambino.
I partecipanti a Desir d'Enfant hanno così potuto prendere parte ad incontri e visitare stand dedicati agli ultimi ritrovati in termini di fecondazione extracorporea e, naturalmente, ricevere dritte sull'utero in affitto, il piatto forte sia della fiera parigina sia, a livello globale, del business della genitorialità on demand. Basti pensare che stime di qualche anno fa quantificavano in 6 miliardi di dollari un giro d'affari internazionale che, con ogni probabilità, oggi si è ulteriormente sviluppato. Prova ne sia, appunto, questa fiera contenente offerte per aspiranti genitori di tutte le tasche.
Per i più abbienti, infatti, a Desir d'Enfant era possibile stabilire contatti con la canadese Create, che per un figlio vuole 100.000 euro, somma che sale ulteriormente per chi desideri invece rivolgersi ad aziende californiane. Non per nulla si stima che i sogni di paternità di Nichi Vendola, culminati nel 2016 con la nascita - in California appunto - del piccolo Tobia Antonio, siano costati all'ex governatore della Puglia almeno 135.000 euro. A chi non abbia simili disponibilità, l'appuntamento parigino proponeva l'opzione «low cost» dell'ucraina Feskov: 49.000 euro e pupo in braccio.
Sarebbe però sbagliato ridurre la manifestazione tenutasi il 4 e 5 settembre alla sola surrogazione di maternità. Il mercato si è infatti ormai evoluto e, ai partecipanti alla fiera, gli stand proponevano anche ben tre banche dei gameti che, naturalmente a pagamento, garantivano spermatozoi e ovociti «di qualità». Il fine è fare sì che gli aspiranti genitori possano selezionare con cura ogni caratteristica del figlio: sesso, carnagione, colore dei capelli, tutto quanto. Sarebbe stata un'ottima occasione, per Black lives matter come per altre sigle antirazziste, per alzare la voce contro un vero e proprio mercato della «razza»: sfortunatamente, nessun indignato è pervenuto.
Un'ultima annotazione singolare, infine, riguarda la collocazione geografica di questa fiera che, pur essendosi tenuta a Parigi, è stata un evento extraterritoriale. Il motivo? A seguito di una sentenza della Corte di cassazione del 1991, che ha affermato l'indisponibilità del corpo umano, ribadita da una legge del 1994, in Francia l'utero in affitto è illegale. Ma il business, si sa, non ha leggi né confini.
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La Commissione chiede alla Corte di giustizia europea di multare la dissidente Varsavia che non si adegua sull'indipendenza dei giudici. Poi la minaccia: fondi congelati finché ci saranno leggi contro l'ideologia LgbtRiecco la manifestazione dedicata alla maternità surrogata nel cuore della Francia, dove la pratica è illegale. In cambio di soldi, si può scegliere anche il colore del figlioLo speciale contiene due articoliÈ un vero e proprio braccio di ferro, quello in corso tra Bruxelles e Varsavia e che, nella giornata di ieri, ha raggiunto livelli di tensione decisamente alti. Se l'argomento non fossero i delicati rapporti tra la Commissione europea e uno Stato membro, si potrebbe tranquillamente dire che sono volati stracci. In effetti, non ci si è andati lontani, con un attacco che si è consumato su almeno due distinti piani. Il primo è quello che ha visto i vertici Ue sollecitare espressamente la Corte di giustizia europea affinché multi la Polonia. Una richiesta grave, da leggere come epilogo di una vicenda iniziata a marzo, quando Bruxelles si era rivolta alla Corte Ue chiedendo misure provvisorie di sospensione, in attesa di un giudizio definitivo, in merito alle competenze della sezione disciplinare della Corte suprema.Nello specifico, la Commissione Ue era allarmata dalle misure disciplinari nei confronti di alcuni giudici polacchi - ritenuti non graditi alla maggioranza di governo - assunte dalla Corte suprema polacca, i cui togati sono indirettamente nominati dal Parlamento di Varsavia. Di qui il ricorso alla Corte Ue, che aveva accolto le istanze di Bruxelles giudicandole fondate. Poi però, a luglio, la Corte costituzionale polacca, a sua volta, ha negato efficacia alla sentenza che Corte di giustizia dell'Unione, qualificandola come resa ultra vires, e pertanto priva dell'efficacia prevalente sul diritto interno. Beninteso: un pronunciamento simile, negante cioè la preminenza del diritto Ue su quello nazionale, era stato emanato, nel maggio 2020, anche dalla Corte costituzionale tedesca. In quel caso, tuttavia, a Bruxelles nessuno si stracciò le vesti.Viceversa ieri, come si diceva, la Commissione Ue ha battuto i pugni sul tavolo, caldeggiando sanzioni per Varsavia. In realtà, secondo quanto chiarito dal portavoce della Commissione europea, Eric Mamer, l'esecutivo comunitario «non ha indicato una cifra» per la multa da imporre alla Polonia. Incalzato dai giornalisti, Mamer ha pure aggiunto che comunque il dialogo con lo Stato polacco resta «costante e intenso», quasi tentando, per così dire, di gettare acqua sul fuoco. Peccato che le parole del portavoce si siano sommate a quelle ben più dure della presidente Ursula von der Leyen («i sistemi giudiziari in tutta l'Ue devono essere indipendenti ed equi») del commissario europeo alla Giustizia, Didier Reynders («abbiamo inviato una lettera di messa in mora alla Polonia»), e della vicepresidente della Commissione Ue ai Valori, Vera Jurova, secondo cui «la legge polacca mina l'indipendenza dei giudici».Morale della favola, nonostante qualche goffo tentativo di vellutarlo, a Varsavia il messaggio è arrivato: forte e chiaro. E, comprensibilmente, la strigliata e la richiesta alla Corte Ue di partire con le multe non sono affatto piaciute ai polacchi. Anche perché questo, tornando a quanto si diceva all'inizio, non è che il primo versante di tensione tra Ue e Polonia. Ve n'è infatti pure un secondo, sempre aggravatosi nelle scorse ore, che ha visto la Commissione Ue minacciare addirittura il congelamento dei fondi europei erogati tramite il programma React-Eu a varie regioni polacche. I voivodati finiti nel mirino di Bruxelles sono per l'esattezza cinque: Lublino, Lodz, Piccola Polonia, Precarpazia, e Santacroce. La loro colpa, per così dire? Aver sottoscritto atti o dichiarazioni che «bollano i postulati della comunità Lgbtiq come un'ideologia». Insomma, se ti smarchi dalla Weltanschauung arcobaleno oggi diventi ipso facto un nemico dell'Ue o quanto meno un sospetto tale.Anche questo secondo attacco non è andato giù a Varsavia. Per nulla. «La Commissione europea», ha infatti replicato su Twitter il viceministro della Giustizia, Sebastian Kaleta, «blocca illegalmente i fondi in Polonia e chiede sanzioni. Questi sono atti di aggressione». In effetti, non occorre essere fini politologi per leggere nelle ultime mosse di Bruxelles - supportate da esponenti popolari come da quelli socialisti - il tentativo di stringere la Polonia in una morsa, all'insegna di una strategia a tenaglia portata avanti a suon di ricatti. Un trattamento speciale di cui, a ben vedere, Varsavia non è la sola destinataria, su questo come su altri versanti. Non a caso c'è chi, nelle scorse ore, ha osservato come, dato il semaforo verde tra gli altri pure a Dublino e Praga, per quanto riguarda i Recovery plan la Commissione Ue abbia ancora due nodi da sciogliere: quelli di Budapest e, coincidenza, di Varsavia. Per la precisione, si parla di «dialoghi ancora in corso» con Ungheria e Polonia, ma è palese che si tratti di una formula di rito. La sostanza è quella, come si diceva in apertura, di un braccio di ferro dove la «solidale» ed «inclusiva» Europa ricorre a tutti i sotterfugi per piegare chi non si allinea ai suoi ordini.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/manovra-a-tenaglia-di-bruxelles-per-piegare-la-polonia-ai-diktat-ue-2654931685.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mercanti-di-bambini-in-fiera-a-parigi" data-post-id="2654931685" data-published-at="1631044594" data-use-pagination="False"> Mercanti di bambini in fiera a Parigi «Alla fiera dell'est, per due soldi, un bambino mio padre comprò». Se il tema non fosse serio e poco adatto all'ironia, si potrebbe rielaborare così la celebre canzone di Angelo Branduardi per descrivere quanto accaduto nello scorso fine settimana in Francia. Sì, perché quella tenutasi sabato e domenica a Parigi, Desir d'Enfant, è una vera e propria fiera dell'utero in affitto e, quindi, della compravendita di neonati. Tanto è vero che, come riportato dal sito Tempi.it, all'evento - giunto alla seconda edizione - hanno preso parte tutti gli specialisti del lucroso settore. A Porte de Champerret si sono infatti riuniti rappresentanti delle migliori aziende, firme e cliniche in grado di offrire agli interessati il prodotto desiderato, e cioè un bambino. I partecipanti a Desir d'Enfant hanno così potuto prendere parte ad incontri e visitare stand dedicati agli ultimi ritrovati in termini di fecondazione extracorporea e, naturalmente, ricevere dritte sull'utero in affitto, il piatto forte sia della fiera parigina sia, a livello globale, del business della genitorialità on demand. Basti pensare che stime di qualche anno fa quantificavano in 6 miliardi di dollari un giro d'affari internazionale che, con ogni probabilità, oggi si è ulteriormente sviluppato. Prova ne sia, appunto, questa fiera contenente offerte per aspiranti genitori di tutte le tasche. Per i più abbienti, infatti, a Desir d'Enfant era possibile stabilire contatti con la canadese Create, che per un figlio vuole 100.000 euro, somma che sale ulteriormente per chi desideri invece rivolgersi ad aziende californiane. Non per nulla si stima che i sogni di paternità di Nichi Vendola, culminati nel 2016 con la nascita - in California appunto - del piccolo Tobia Antonio, siano costati all'ex governatore della Puglia almeno 135.000 euro. A chi non abbia simili disponibilità, l'appuntamento parigino proponeva l'opzione «low cost» dell'ucraina Feskov: 49.000 euro e pupo in braccio. Sarebbe però sbagliato ridurre la manifestazione tenutasi il 4 e 5 settembre alla sola surrogazione di maternità. Il mercato si è infatti ormai evoluto e, ai partecipanti alla fiera, gli stand proponevano anche ben tre banche dei gameti che, naturalmente a pagamento, garantivano spermatozoi e ovociti «di qualità». Il fine è fare sì che gli aspiranti genitori possano selezionare con cura ogni caratteristica del figlio: sesso, carnagione, colore dei capelli, tutto quanto. Sarebbe stata un'ottima occasione, per Black lives matter come per altre sigle antirazziste, per alzare la voce contro un vero e proprio mercato della «razza»: sfortunatamente, nessun indignato è pervenuto. Un'ultima annotazione singolare, infine, riguarda la collocazione geografica di questa fiera che, pur essendosi tenuta a Parigi, è stata un evento extraterritoriale. Il motivo? A seguito di una sentenza della Corte di cassazione del 1991, che ha affermato l'indisponibilità del corpo umano, ribadita da una legge del 1994, in Francia l'utero in affitto è illegale. Ma il business, si sa, non ha leggi né confini.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 14 maggio con Carlo Cambi
Benjamin Netanyahu (Ansa)
Il vicecomandante della marina delle Guardie rivoluzionarie, Saeed Siahsarani, ha dichiarato all’agenzia Irna che «il campo di battaglia e lo Stretto di Hormuz sono sotto il controllo dell’Iran». L’ufficiale ha avvertito che Teheran non consentirà alcuna operazione americana contro il territorio iraniano e ha minacciato direttamente Washington. «Non permetteremo che venga portato via nemmeno un granello di polvere dal nostro Paese», ha affermato, sostenendo inoltre che nessuna petroliera possa attraversare Hormuz senza il consenso iraniano. Secondo Siahsarani, un eventuale errore degli Stati Uniti trasformerebbe il Golfo Persico «nel più grande cimitero acquatico per le forze americane». Nel frattempo gli Stati Uniti hanno aumentato la pressione economica contro i Pasdaran. Il Dipartimento di Stato ha annunciato una ricompensa fino a 15 milioni di dollari per informazioni sulle spedizioni petrolifere collegate al corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche e alle reti che ne sostengono il commercio clandestino.
Sul piano diplomatico emergono intanto nuovi dettagli sui contatti tra Washington e Pechino. Secondo l’agenzia giapponese Kyodo News, il segretario di Stato americano Marco Rubio e il ministro degli Esteri cinese Wang Yi avrebbero concordato, durante una telefonata avvenuta ad aprile, di non permettere a nessun Paese di imporre pedaggi o restrizioni al traffico nello Stretto di Hormuz. Nelle ultime ore Wang Yi ha inoltre chiesto al Pakistan di intensificare il ruolo di mediazione tra Iran e Stati Uniti, assicurando il sostegno della Cina agli sforzi diplomatici di Islamabad. Donald Trump continua però a mantenere toni duri. Prima della partenza per la Cina il presidente americano ha dichiarato che con l’Iran «si farà un buon accordo, in un modo o nell’altro», precisando però che Washington non avrebbe bisogno dell’aiuto cinese per gestire la crisi.
Dietro le dichiarazioni pubbliche della Casa Bianca emergono però valutazioni differenti da parte dell’intelligence statunitense. Trump continua infatti a sostenere che l’Iran sarebbe stato «annientato», senza una marina efficiente, con un’aviazione quasi distrutta e scorte missilistiche ridotte al minimo. Secondo le informazioni riservate presentate ai membri del Congresso durante briefing a porte chiuse, la situazione sarebbe invece diversa: Teheran manterrebbe ancora significative capacità missilistiche e continuerebbe a rappresentare una seria minaccia regionale. L’Iran punta inoltre a utilizzare il controllo dello Stretto di Hormuz come leva economica e strategica. Il portavoce dell’esercito iraniano Mohammad Akraminia ha dichiarato che la gestione della rotta marittima potrebbe produrre «importanti» benefici economici per Teheran, arrivando persino a raddoppiare i proventi petroliferi del Paese e rafforzandone il peso internazionale. Attraverso Hormuz transita circa il 20% del petrolio mondiale e il blocco parziale del traffico ha già provocato forti tensioni sui mercati energetici. Per Teheran, una parte dello stretto sarebbe controllata dai Pasdaran mentre la sezione orientale sarebbe sotto supervisione della marina regolare. Secondo Nbc News, l’operazione americana contro l’Iran potrebbe cambiare nome da «Epic Fury» a «Sledgehammer» («Martello da demolizione») se il cessate il fuoco fallisse e Donald Trump ordinasse una nuova offensiva senza passare dal Congresso.
Intanto Benjamin Netanyahu ha rivelato di aver compiuto una visita segreta negli Emirati Arabi Uniti durante la guerra, incontrando il presidente Mohamed bin Zayed Al Nahyan.
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L’inquilino della Casa Bianca, che è stato accolto in serata all’aeroporto di Pechino in pompa magna dal vicepresidente cinese Han Zheng, ha infatti portato con sé i Ceo di varie aziende, tra cui: Elon Musk (SpaceX), Tim Cook (Apple), Larry Fink (BlackRock), David Solomon (Goldman Sach), Stephen Schwarzman (Blackstone), Kelly Ortberg (Boeing) e Ryan McInerney (Visa), Jensen Huang (Nvidia). Il titolo di quest’ultima ha peraltro superato la soglia dei 5.500 miliardi di dollari: ora vale più dell’intero prodotto interno lordo annuo di ogni nazione sulla Terra, ad eccezione di Stati Uniti e Cina.
La visita del presidente americano è particolarmente delicata. L’anno scorso, Washington e Pechino hanno siglato una tregua commerciale. E proprio il commercio si avvia a essere un tema decisivo nell’incontro tra i due presidenti. Non a caso, ieri, a Seul, il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, ha avuto dei colloqui «franchi, approfonditi e costruttivi» in materia con il vicepremier cinese, He Lifeng. Tuttavia, i nodi sul tavolo restano numerosi. E ciascuno dei due presidenti ha i suoi obiettivi. Trump punta a far sì che la Cina accetti di acquistare aeromobili e ingenti quantitativi di prodotti agricoli: in vista delle Midterm di novembre, l’inquilino della Casa Bianca intende infatti sia tutelare gli agricoltori americani sia abbassare i prezzi dei prodotti alimentari sul mercato interno. Xi, dal canto suo, vuole che Washington revochi le restrizioni all’export di tecnologia avanzata, elimini le aziende cinesi dalla sua blacklist e riduca sensibilmente il proprio sostegno a Taiwan.
Neanche a dirlo, ciascuno dei due presidenti è pronto a sfruttare le debolezze dell’altro. Il leader cinese vuole mettere sotto pressione Trump, facendo principalmente leva su due punti: le difficoltà degli Usa in Iran e il significativo peso della Cina nel settore delle terre rare. Senza poi trascurare la sentenza della Corte Suprema statunitense che, a febbraio, ha cassato alcuni dei dazi che l’amministrazione americana aveva imposto.
Dall’altra parte, neanche Xi può permettersi dormire sonni troppo tranquilli. Innanzitutto, l’economia cinese continua ad avere un rilevante problema di scarso consumo interno. In secondo luogo, da quando è tornato in carica l’anno scorso, Trump ha promosso una riedizione aggiornata della Dottrina Monroe con il preciso obiettivo di estromettere Pechino dall’Emisfero occidentale. Tutto questo ha inferto un duro colpo all’influenza cinese in America Latina: un’influenza che era cresciuta durante l’amministrazione Biden. Panama, su input statunitense, ha abbandonato la Belt and Road Initiative nel febbraio 2025, mentre la cattura di Nicolás Maduro, avvenuta a gennaio scorso, ha portato Caracas a uscire dall’orbita del Dragone per entrare in quella di Washington. Infine, Pechino guarda con preoccupazione sia alle difficoltà con cui Cuba sta affrontando l’aumento della pressione americana sia al rinnovato interesse espresso dalla Casa Bianca verso la regione artica.
In questo quadro, i due presidenti oggi cercheranno probabilmente di trovare un punto di caduta sulla crisi iraniana: un obiettivo, questo, non certo semplice da conseguire. Funzionari statunitensi hanno riferito alla Cnn che Trump cercherà di convincere Xi a far pressione su Teheran affinché riapra lo Stretto di Hormuz. Non dimentichiamo del resto che il regime khomeinista è uno dei principali punti di riferimento di Pechino in Medio Oriente. Sotto questo aspetto, il presidente cinese si trova però davanti a un dilemma. Da una parte, come detto, intende sfruttare le difficoltà di Trump in Iran, sapendo benissimo che l’alto costo dell’energia rappresenta un problema per il Partito repubblicano in vista delle Midterm. Dall’altra parte, la Cina teme la crisi di Hormuz, essendo il principale importatore di greggio iraniano. Inoltre, a fine aprile, il New York Times riferiva che «l’aumento dei prezzi del petrolio e del gas naturale dovuto alla guerra in Iran sta iniziando a pesare sull’economia cinese, rallentando ulteriormente la già debole spesa dei consumatori e danneggiando settori chiave per le esportazioni».
Infine, non è escludibile che Trump e Xi possano anche parlare di Russia. Ieri, The Diplomat riferiva che, poco dopo il summit tra i due presidenti, il leader cinese dovrebbe avere un incontro con Vladimir Putin. Il che alimenta le speculazioni sull’ipotesi che i tre capi di Stato stiano lavorando sottobanco a una sorta di Jalta 2.0: un progetto che - chissà! - potrebbe forse affondare le sue radici nel vertice di Anchorage dell’anno scorso. Come che sia, l’incontro odierno a Pechino si preannuncia complicato sia per Trump che per Xi. Tra punti di forza e vulnerabilità, i due presidenti dovranno agire con circospezione, oscillando tra accordio e competizione geopolitica.
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