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2021-09-08
Manovra a tenaglia di Bruxelles per piegare la Polonia ai diktat Ue
Didier Reynders (Ansa)
È un vero e proprio braccio di ferro, quello in corso tra Bruxelles e Varsavia e che, nella giornata di ieri, ha raggiunto livelli di tensione decisamente alti. Se l'argomento non fossero i delicati rapporti tra la Commissione europea e uno Stato membro, si potrebbe tranquillamente dire che sono volati stracci. In effetti, non ci si è andati lontani, con un attacco che si è consumato su almeno due distinti piani. Il primo è quello che ha visto i vertici Ue sollecitare espressamente la Corte di giustizia europea affinché multi la Polonia. Una richiesta grave, da leggere come epilogo di una vicenda iniziata a marzo, quando Bruxelles si era rivolta alla Corte Ue chiedendo misure provvisorie di sospensione, in attesa di un giudizio definitivo, in merito alle competenze della sezione disciplinare della Corte suprema.
Nello specifico, la Commissione Ue era allarmata dalle misure disciplinari nei confronti di alcuni giudici polacchi - ritenuti non graditi alla maggioranza di governo - assunte dalla Corte suprema polacca, i cui togati sono indirettamente nominati dal Parlamento di Varsavia. Di qui il ricorso alla Corte Ue, che aveva accolto le istanze di Bruxelles giudicandole fondate. Poi però, a luglio, la Corte costituzionale polacca, a sua volta, ha negato efficacia alla sentenza che Corte di giustizia dell'Unione, qualificandola come resa ultra vires, e pertanto priva dell'efficacia prevalente sul diritto interno. Beninteso: un pronunciamento simile, negante cioè la preminenza del diritto Ue su quello nazionale, era stato emanato, nel maggio 2020, anche dalla Corte costituzionale tedesca. In quel caso, tuttavia, a Bruxelles nessuno si stracciò le vesti.
Viceversa ieri, come si diceva, la Commissione Ue ha battuto i pugni sul tavolo, caldeggiando sanzioni per Varsavia. In realtà, secondo quanto chiarito dal portavoce della Commissione europea, Eric Mamer, l'esecutivo comunitario «non ha indicato una cifra» per la multa da imporre alla Polonia. Incalzato dai giornalisti, Mamer ha pure aggiunto che comunque il dialogo con lo Stato polacco resta «costante e intenso», quasi tentando, per così dire, di gettare acqua sul fuoco. Peccato che le parole del portavoce si siano sommate a quelle ben più dure della presidente Ursula von der Leyen («i sistemi giudiziari in tutta l'Ue devono essere indipendenti ed equi») del commissario europeo alla Giustizia, Didier Reynders («abbiamo inviato una lettera di messa in mora alla Polonia»), e della vicepresidente della Commissione Ue ai Valori, Vera Jurova, secondo cui «la legge polacca mina l'indipendenza dei giudici».
Morale della favola, nonostante qualche goffo tentativo di vellutarlo, a Varsavia il messaggio è arrivato: forte e chiaro. E, comprensibilmente, la strigliata e la richiesta alla Corte Ue di partire con le multe non sono affatto piaciute ai polacchi. Anche perché questo, tornando a quanto si diceva all'inizio, non è che il primo versante di tensione tra Ue e Polonia. Ve n'è infatti pure un secondo, sempre aggravatosi nelle scorse ore, che ha visto la Commissione Ue minacciare addirittura il congelamento dei fondi europei erogati tramite il programma React-Eu a varie regioni polacche. I voivodati finiti nel mirino di Bruxelles sono per l'esattezza cinque: Lublino, Lodz, Piccola Polonia, Precarpazia, e Santacroce. La loro colpa, per così dire? Aver sottoscritto atti o dichiarazioni che «bollano i postulati della comunità Lgbtiq come un'ideologia». Insomma, se ti smarchi dalla Weltanschauung arcobaleno oggi diventi ipso facto un nemico dell'Ue o quanto meno un sospetto tale.
Anche questo secondo attacco non è andato giù a Varsavia. Per nulla. «La Commissione europea», ha infatti replicato su Twitter il viceministro della Giustizia, Sebastian Kaleta, «blocca illegalmente i fondi in Polonia e chiede sanzioni. Questi sono atti di aggressione». In effetti, non occorre essere fini politologi per leggere nelle ultime mosse di Bruxelles - supportate da esponenti popolari come da quelli socialisti - il tentativo di stringere la Polonia in una morsa, all'insegna di una strategia a tenaglia portata avanti a suon di ricatti. Un trattamento speciale di cui, a ben vedere, Varsavia non è la sola destinataria, su questo come su altri versanti.
Non a caso c'è chi, nelle scorse ore, ha osservato come, dato il semaforo verde tra gli altri pure a Dublino e Praga, per quanto riguarda i Recovery plan la Commissione Ue abbia ancora due nodi da sciogliere: quelli di Budapest e, coincidenza, di Varsavia. Per la precisione, si parla di «dialoghi ancora in corso» con Ungheria e Polonia, ma è palese che si tratti di una formula di rito. La sostanza è quella, come si diceva in apertura, di un braccio di ferro dove la «solidale» ed «inclusiva» Europa ricorre a tutti i sotterfugi per piegare chi non si allinea ai suoi ordini.
Mercanti di bambini in fiera a Parigi
«Alla fiera dell'est, per due soldi, un bambino mio padre comprò». Se il tema non fosse serio e poco adatto all'ironia, si potrebbe rielaborare così la celebre canzone di Angelo Branduardi per descrivere quanto accaduto nello scorso fine settimana in Francia. Sì, perché quella tenutasi sabato e domenica a Parigi, Desir d'Enfant, è una vera e propria fiera dell'utero in affitto e, quindi, della compravendita di neonati. Tanto è vero che, come riportato dal sito Tempi.it, all'evento - giunto alla seconda edizione - hanno preso parte tutti gli specialisti del lucroso settore. A Porte de Champerret si sono infatti riuniti rappresentanti delle migliori aziende, firme e cliniche in grado di offrire agli interessati il prodotto desiderato, e cioè un bambino.
I partecipanti a Desir d'Enfant hanno così potuto prendere parte ad incontri e visitare stand dedicati agli ultimi ritrovati in termini di fecondazione extracorporea e, naturalmente, ricevere dritte sull'utero in affitto, il piatto forte sia della fiera parigina sia, a livello globale, del business della genitorialità on demand. Basti pensare che stime di qualche anno fa quantificavano in 6 miliardi di dollari un giro d'affari internazionale che, con ogni probabilità, oggi si è ulteriormente sviluppato. Prova ne sia, appunto, questa fiera contenente offerte per aspiranti genitori di tutte le tasche.
Per i più abbienti, infatti, a Desir d'Enfant era possibile stabilire contatti con la canadese Create, che per un figlio vuole 100.000 euro, somma che sale ulteriormente per chi desideri invece rivolgersi ad aziende californiane. Non per nulla si stima che i sogni di paternità di Nichi Vendola, culminati nel 2016 con la nascita - in California appunto - del piccolo Tobia Antonio, siano costati all'ex governatore della Puglia almeno 135.000 euro. A chi non abbia simili disponibilità, l'appuntamento parigino proponeva l'opzione «low cost» dell'ucraina Feskov: 49.000 euro e pupo in braccio.
Sarebbe però sbagliato ridurre la manifestazione tenutasi il 4 e 5 settembre alla sola surrogazione di maternità. Il mercato si è infatti ormai evoluto e, ai partecipanti alla fiera, gli stand proponevano anche ben tre banche dei gameti che, naturalmente a pagamento, garantivano spermatozoi e ovociti «di qualità». Il fine è fare sì che gli aspiranti genitori possano selezionare con cura ogni caratteristica del figlio: sesso, carnagione, colore dei capelli, tutto quanto. Sarebbe stata un'ottima occasione, per Black lives matter come per altre sigle antirazziste, per alzare la voce contro un vero e proprio mercato della «razza»: sfortunatamente, nessun indignato è pervenuto.
Un'ultima annotazione singolare, infine, riguarda la collocazione geografica di questa fiera che, pur essendosi tenuta a Parigi, è stata un evento extraterritoriale. Il motivo? A seguito di una sentenza della Corte di cassazione del 1991, che ha affermato l'indisponibilità del corpo umano, ribadita da una legge del 1994, in Francia l'utero in affitto è illegale. Ma il business, si sa, non ha leggi né confini.
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La Commissione chiede alla Corte di giustizia europea di multare la dissidente Varsavia che non si adegua sull'indipendenza dei giudici. Poi la minaccia: fondi congelati finché ci saranno leggi contro l'ideologia LgbtRiecco la manifestazione dedicata alla maternità surrogata nel cuore della Francia, dove la pratica è illegale. In cambio di soldi, si può scegliere anche il colore del figlioLo speciale contiene due articoliÈ un vero e proprio braccio di ferro, quello in corso tra Bruxelles e Varsavia e che, nella giornata di ieri, ha raggiunto livelli di tensione decisamente alti. Se l'argomento non fossero i delicati rapporti tra la Commissione europea e uno Stato membro, si potrebbe tranquillamente dire che sono volati stracci. In effetti, non ci si è andati lontani, con un attacco che si è consumato su almeno due distinti piani. Il primo è quello che ha visto i vertici Ue sollecitare espressamente la Corte di giustizia europea affinché multi la Polonia. Una richiesta grave, da leggere come epilogo di una vicenda iniziata a marzo, quando Bruxelles si era rivolta alla Corte Ue chiedendo misure provvisorie di sospensione, in attesa di un giudizio definitivo, in merito alle competenze della sezione disciplinare della Corte suprema.Nello specifico, la Commissione Ue era allarmata dalle misure disciplinari nei confronti di alcuni giudici polacchi - ritenuti non graditi alla maggioranza di governo - assunte dalla Corte suprema polacca, i cui togati sono indirettamente nominati dal Parlamento di Varsavia. Di qui il ricorso alla Corte Ue, che aveva accolto le istanze di Bruxelles giudicandole fondate. Poi però, a luglio, la Corte costituzionale polacca, a sua volta, ha negato efficacia alla sentenza che Corte di giustizia dell'Unione, qualificandola come resa ultra vires, e pertanto priva dell'efficacia prevalente sul diritto interno. Beninteso: un pronunciamento simile, negante cioè la preminenza del diritto Ue su quello nazionale, era stato emanato, nel maggio 2020, anche dalla Corte costituzionale tedesca. In quel caso, tuttavia, a Bruxelles nessuno si stracciò le vesti.Viceversa ieri, come si diceva, la Commissione Ue ha battuto i pugni sul tavolo, caldeggiando sanzioni per Varsavia. In realtà, secondo quanto chiarito dal portavoce della Commissione europea, Eric Mamer, l'esecutivo comunitario «non ha indicato una cifra» per la multa da imporre alla Polonia. Incalzato dai giornalisti, Mamer ha pure aggiunto che comunque il dialogo con lo Stato polacco resta «costante e intenso», quasi tentando, per così dire, di gettare acqua sul fuoco. Peccato che le parole del portavoce si siano sommate a quelle ben più dure della presidente Ursula von der Leyen («i sistemi giudiziari in tutta l'Ue devono essere indipendenti ed equi») del commissario europeo alla Giustizia, Didier Reynders («abbiamo inviato una lettera di messa in mora alla Polonia»), e della vicepresidente della Commissione Ue ai Valori, Vera Jurova, secondo cui «la legge polacca mina l'indipendenza dei giudici».Morale della favola, nonostante qualche goffo tentativo di vellutarlo, a Varsavia il messaggio è arrivato: forte e chiaro. E, comprensibilmente, la strigliata e la richiesta alla Corte Ue di partire con le multe non sono affatto piaciute ai polacchi. Anche perché questo, tornando a quanto si diceva all'inizio, non è che il primo versante di tensione tra Ue e Polonia. Ve n'è infatti pure un secondo, sempre aggravatosi nelle scorse ore, che ha visto la Commissione Ue minacciare addirittura il congelamento dei fondi europei erogati tramite il programma React-Eu a varie regioni polacche. I voivodati finiti nel mirino di Bruxelles sono per l'esattezza cinque: Lublino, Lodz, Piccola Polonia, Precarpazia, e Santacroce. La loro colpa, per così dire? Aver sottoscritto atti o dichiarazioni che «bollano i postulati della comunità Lgbtiq come un'ideologia». Insomma, se ti smarchi dalla Weltanschauung arcobaleno oggi diventi ipso facto un nemico dell'Ue o quanto meno un sospetto tale.Anche questo secondo attacco non è andato giù a Varsavia. Per nulla. «La Commissione europea», ha infatti replicato su Twitter il viceministro della Giustizia, Sebastian Kaleta, «blocca illegalmente i fondi in Polonia e chiede sanzioni. Questi sono atti di aggressione». In effetti, non occorre essere fini politologi per leggere nelle ultime mosse di Bruxelles - supportate da esponenti popolari come da quelli socialisti - il tentativo di stringere la Polonia in una morsa, all'insegna di una strategia a tenaglia portata avanti a suon di ricatti. Un trattamento speciale di cui, a ben vedere, Varsavia non è la sola destinataria, su questo come su altri versanti. Non a caso c'è chi, nelle scorse ore, ha osservato come, dato il semaforo verde tra gli altri pure a Dublino e Praga, per quanto riguarda i Recovery plan la Commissione Ue abbia ancora due nodi da sciogliere: quelli di Budapest e, coincidenza, di Varsavia. Per la precisione, si parla di «dialoghi ancora in corso» con Ungheria e Polonia, ma è palese che si tratti di una formula di rito. La sostanza è quella, come si diceva in apertura, di un braccio di ferro dove la «solidale» ed «inclusiva» Europa ricorre a tutti i sotterfugi per piegare chi non si allinea ai suoi ordini.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/manovra-a-tenaglia-di-bruxelles-per-piegare-la-polonia-ai-diktat-ue-2654931685.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mercanti-di-bambini-in-fiera-a-parigi" data-post-id="2654931685" data-published-at="1631044594" data-use-pagination="False"> Mercanti di bambini in fiera a Parigi «Alla fiera dell'est, per due soldi, un bambino mio padre comprò». Se il tema non fosse serio e poco adatto all'ironia, si potrebbe rielaborare così la celebre canzone di Angelo Branduardi per descrivere quanto accaduto nello scorso fine settimana in Francia. Sì, perché quella tenutasi sabato e domenica a Parigi, Desir d'Enfant, è una vera e propria fiera dell'utero in affitto e, quindi, della compravendita di neonati. Tanto è vero che, come riportato dal sito Tempi.it, all'evento - giunto alla seconda edizione - hanno preso parte tutti gli specialisti del lucroso settore. A Porte de Champerret si sono infatti riuniti rappresentanti delle migliori aziende, firme e cliniche in grado di offrire agli interessati il prodotto desiderato, e cioè un bambino. I partecipanti a Desir d'Enfant hanno così potuto prendere parte ad incontri e visitare stand dedicati agli ultimi ritrovati in termini di fecondazione extracorporea e, naturalmente, ricevere dritte sull'utero in affitto, il piatto forte sia della fiera parigina sia, a livello globale, del business della genitorialità on demand. Basti pensare che stime di qualche anno fa quantificavano in 6 miliardi di dollari un giro d'affari internazionale che, con ogni probabilità, oggi si è ulteriormente sviluppato. Prova ne sia, appunto, questa fiera contenente offerte per aspiranti genitori di tutte le tasche. Per i più abbienti, infatti, a Desir d'Enfant era possibile stabilire contatti con la canadese Create, che per un figlio vuole 100.000 euro, somma che sale ulteriormente per chi desideri invece rivolgersi ad aziende californiane. Non per nulla si stima che i sogni di paternità di Nichi Vendola, culminati nel 2016 con la nascita - in California appunto - del piccolo Tobia Antonio, siano costati all'ex governatore della Puglia almeno 135.000 euro. A chi non abbia simili disponibilità, l'appuntamento parigino proponeva l'opzione «low cost» dell'ucraina Feskov: 49.000 euro e pupo in braccio. Sarebbe però sbagliato ridurre la manifestazione tenutasi il 4 e 5 settembre alla sola surrogazione di maternità. Il mercato si è infatti ormai evoluto e, ai partecipanti alla fiera, gli stand proponevano anche ben tre banche dei gameti che, naturalmente a pagamento, garantivano spermatozoi e ovociti «di qualità». Il fine è fare sì che gli aspiranti genitori possano selezionare con cura ogni caratteristica del figlio: sesso, carnagione, colore dei capelli, tutto quanto. Sarebbe stata un'ottima occasione, per Black lives matter come per altre sigle antirazziste, per alzare la voce contro un vero e proprio mercato della «razza»: sfortunatamente, nessun indignato è pervenuto. Un'ultima annotazione singolare, infine, riguarda la collocazione geografica di questa fiera che, pur essendosi tenuta a Parigi, è stata un evento extraterritoriale. Il motivo? A seguito di una sentenza della Corte di cassazione del 1991, che ha affermato l'indisponibilità del corpo umano, ribadita da una legge del 1994, in Francia l'utero in affitto è illegale. Ma il business, si sa, non ha leggi né confini.
(IStock)
Perché ottimismo? Questi giovani si sono definiti come gruppo informale di interazioni per la ricerca di un nuovo e forte potere cognitivo capace di fornire soluzioni ai problemi del cambio di mondo in atto. Il gruppo - caratterizzato dal motto «soluzioni e non problemi» - si è formato nello scorso biennio, con ora circa un centinaio di persone in rete, per costruire occasioni di apprendimento che andassero oltre i programmi scolastici. Non hanno voluto darsi né una struttura né un nome per evitare burocrazie e, soprattutto, divisioni politiche/partitiche. Ma come siete organizzati, ho chiesto? Risposta: attraverso un indirizzario, una chat e annunci ad invito aperto per programmi di studio. Voi dieci siete uno di questi (sotto)gruppi spontanei con una specifica missione di ricerca, quale? E perché siete venuti da me? Risposta: perché lei, oltre alla scenaristica di contingenza, si occupa con il suo think tank di scenari macro e di lungo termine, chiamati «analisi di destino». Quindi volete un’analisi di destino in relazione al cambiamento di mondo in atto? Risposta: anche, ma principalmente perché vogliamo capire cosa studiare nel nostro prossimo futuro universitario, noi accomunati dall’obiettivo di conquistare non solo un dottorato di ricerca, ma una competenza futurizzante reale. Volete diventare professori? Risposta: forse, ma l’obiettivo che ci accomuna è l’innovazione in qualunque luogo possa avere effetti sistemici, in particolare il «governo della profezia». Una triestina: adesso spero capisca che siamo venuti da lei perché nei suoi scritti sostiene che governare la profezia permette di estrarre capitale dal futuro per utilizzarlo in un presente allo scopo di costruire quel futuro stesso. Cosa dovremmo studiare e dove? Ho dato loro risposte, sottolineando anche l’importanza di una educazione morale oltre che tecnica perché il governo di una profezia, utile per la concentrazione di risorse finalizzate, implica un progetto di salvazione.
Qui la prima sorpresa. Un padovano mi spiega che proprio la consapevolezza tra i dieci colleghi che una salvezza collettiva/sistemica sia condizione per quella individuale ha generato l’attenzione del (sotto)gruppo per la metodologia di governo della profezia, in sintesi la manutenzione della speranza diffusa socialmente. Questo ci è ben chiaro - ha detto con enfasi corroborata da cenni di assenso di tutti - e mi permetta di anticipare la risposta ad una sua domanda: sì siamo cristiani, speriamo nella salvazione in Cielo, ma riteniamo nostra missione aumentare la probabilità di salvazione in Terra per più persone possibile. Abbiamo annotato che lei non è credente, ma anche che ha scritto come sia fondamentale credere in qualcosa capace di migliorare la condizione umana e di sostenere il cristianesimo pur non credendo nella sua offerta teologica. Così come lei raccomanda di governare la profezia per motivi tecnici di capitalizzazione del progresso, noi raccomandiamo di cercare l’armonizzazione tra i fattori di salvazione materiale. Non solo con la carità, ma con la tecnica. In tal senso la nostra ricerca di potere cognitivo è spinta da una missione morale. Dove la mia sorpresa? Ho chiesto, scettico, quanto fosse diffuso tra i loro coetanei questo senso di missione. Due risposte: molto più di quanto appaia; basta parlare con i nostri coetanei della rilevanza di ognuno di noi per darci un futuro degno e si riesce ad ottenere da loro attenzione. Nuovi missionari, ho scherzato. Reazione: no, tutti noi giovani cerchiamo un posto nella società, cadendo nella passività se non si trovano stimoli. Mi sono sentito studente di fronte al giovane che mi dava una lezione come fosse professore.
Seconda sorpresa è stata l’intensità con cui questi giovani cercavano non solo conoscenza, ma metodi per non perdere troppa informazione nel necessario processo di sintesi per poter maneggiare un’enorme massa di dati ed estrarne un significato non solo scientificamente confutabile, ma anche proiettabile in termini probabilistici. Ragazzi di liceo consapevoli di temi di ricerca evoluta tipicamente universitaria. Ho chiesto e mi hanno risposto che seguono i corsi universitari on line.
Non annoio il lettore con le tecnicalità di questo incontro, ma ci tengo a condividere quello che ho imparato io - vecchio professore universitario ancora attivo in ricerca - dalla lezione di questi giovani liceali, anche segnalazione per chi si occupa di politica educativa. In breve: a) sperimentare una riduzione dei tempi di formazione utilizzando reti ed intelligenza artificiale perché le nuove tecnologie permettono un’accelerazione ed espansione degli accessi conoscitivi; b) fornire strumenti di autoformazione fin dalla più giovane età che poi saranno utili per la formazione continua durante tutto il corso della vita; c) inserire nei programmi di educazione secondaria lezioni universitarie; d) aumentare i concorsi competitivi per nuove idee. Vedo già movimento verso questa direzione, ma ritengo vada accelerato per adeguare il potere cognitivo di massa alla rivoluzione tecnologica in atto, sempre più rapida. Tornando, in conclusione, al mio mestiere tipico segnalo che la competizione economica/commerciale tra sistemi economici nazionali sarà sempre più determinata dal potere cognitivo/tecnologico residente. L’incontro con i liceali detto sopra mi ha dato più ottimismo per il destino dell’Italia. E li ringrazio.
www.carlopelanda.com
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