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2021-09-08
Manovra a tenaglia di Bruxelles per piegare la Polonia ai diktat Ue
Didier Reynders (Ansa)
È un vero e proprio braccio di ferro, quello in corso tra Bruxelles e Varsavia e che, nella giornata di ieri, ha raggiunto livelli di tensione decisamente alti. Se l'argomento non fossero i delicati rapporti tra la Commissione europea e uno Stato membro, si potrebbe tranquillamente dire che sono volati stracci. In effetti, non ci si è andati lontani, con un attacco che si è consumato su almeno due distinti piani. Il primo è quello che ha visto i vertici Ue sollecitare espressamente la Corte di giustizia europea affinché multi la Polonia. Una richiesta grave, da leggere come epilogo di una vicenda iniziata a marzo, quando Bruxelles si era rivolta alla Corte Ue chiedendo misure provvisorie di sospensione, in attesa di un giudizio definitivo, in merito alle competenze della sezione disciplinare della Corte suprema.
Nello specifico, la Commissione Ue era allarmata dalle misure disciplinari nei confronti di alcuni giudici polacchi - ritenuti non graditi alla maggioranza di governo - assunte dalla Corte suprema polacca, i cui togati sono indirettamente nominati dal Parlamento di Varsavia. Di qui il ricorso alla Corte Ue, che aveva accolto le istanze di Bruxelles giudicandole fondate. Poi però, a luglio, la Corte costituzionale polacca, a sua volta, ha negato efficacia alla sentenza che Corte di giustizia dell'Unione, qualificandola come resa ultra vires, e pertanto priva dell'efficacia prevalente sul diritto interno. Beninteso: un pronunciamento simile, negante cioè la preminenza del diritto Ue su quello nazionale, era stato emanato, nel maggio 2020, anche dalla Corte costituzionale tedesca. In quel caso, tuttavia, a Bruxelles nessuno si stracciò le vesti.
Viceversa ieri, come si diceva, la Commissione Ue ha battuto i pugni sul tavolo, caldeggiando sanzioni per Varsavia. In realtà, secondo quanto chiarito dal portavoce della Commissione europea, Eric Mamer, l'esecutivo comunitario «non ha indicato una cifra» per la multa da imporre alla Polonia. Incalzato dai giornalisti, Mamer ha pure aggiunto che comunque il dialogo con lo Stato polacco resta «costante e intenso», quasi tentando, per così dire, di gettare acqua sul fuoco. Peccato che le parole del portavoce si siano sommate a quelle ben più dure della presidente Ursula von der Leyen («i sistemi giudiziari in tutta l'Ue devono essere indipendenti ed equi») del commissario europeo alla Giustizia, Didier Reynders («abbiamo inviato una lettera di messa in mora alla Polonia»), e della vicepresidente della Commissione Ue ai Valori, Vera Jurova, secondo cui «la legge polacca mina l'indipendenza dei giudici».
Morale della favola, nonostante qualche goffo tentativo di vellutarlo, a Varsavia il messaggio è arrivato: forte e chiaro. E, comprensibilmente, la strigliata e la richiesta alla Corte Ue di partire con le multe non sono affatto piaciute ai polacchi. Anche perché questo, tornando a quanto si diceva all'inizio, non è che il primo versante di tensione tra Ue e Polonia. Ve n'è infatti pure un secondo, sempre aggravatosi nelle scorse ore, che ha visto la Commissione Ue minacciare addirittura il congelamento dei fondi europei erogati tramite il programma React-Eu a varie regioni polacche. I voivodati finiti nel mirino di Bruxelles sono per l'esattezza cinque: Lublino, Lodz, Piccola Polonia, Precarpazia, e Santacroce. La loro colpa, per così dire? Aver sottoscritto atti o dichiarazioni che «bollano i postulati della comunità Lgbtiq come un'ideologia». Insomma, se ti smarchi dalla Weltanschauung arcobaleno oggi diventi ipso facto un nemico dell'Ue o quanto meno un sospetto tale.
Anche questo secondo attacco non è andato giù a Varsavia. Per nulla. «La Commissione europea», ha infatti replicato su Twitter il viceministro della Giustizia, Sebastian Kaleta, «blocca illegalmente i fondi in Polonia e chiede sanzioni. Questi sono atti di aggressione». In effetti, non occorre essere fini politologi per leggere nelle ultime mosse di Bruxelles - supportate da esponenti popolari come da quelli socialisti - il tentativo di stringere la Polonia in una morsa, all'insegna di una strategia a tenaglia portata avanti a suon di ricatti. Un trattamento speciale di cui, a ben vedere, Varsavia non è la sola destinataria, su questo come su altri versanti.
Non a caso c'è chi, nelle scorse ore, ha osservato come, dato il semaforo verde tra gli altri pure a Dublino e Praga, per quanto riguarda i Recovery plan la Commissione Ue abbia ancora due nodi da sciogliere: quelli di Budapest e, coincidenza, di Varsavia. Per la precisione, si parla di «dialoghi ancora in corso» con Ungheria e Polonia, ma è palese che si tratti di una formula di rito. La sostanza è quella, come si diceva in apertura, di un braccio di ferro dove la «solidale» ed «inclusiva» Europa ricorre a tutti i sotterfugi per piegare chi non si allinea ai suoi ordini.
Mercanti di bambini in fiera a Parigi
«Alla fiera dell'est, per due soldi, un bambino mio padre comprò». Se il tema non fosse serio e poco adatto all'ironia, si potrebbe rielaborare così la celebre canzone di Angelo Branduardi per descrivere quanto accaduto nello scorso fine settimana in Francia. Sì, perché quella tenutasi sabato e domenica a Parigi, Desir d'Enfant, è una vera e propria fiera dell'utero in affitto e, quindi, della compravendita di neonati. Tanto è vero che, come riportato dal sito Tempi.it, all'evento - giunto alla seconda edizione - hanno preso parte tutti gli specialisti del lucroso settore. A Porte de Champerret si sono infatti riuniti rappresentanti delle migliori aziende, firme e cliniche in grado di offrire agli interessati il prodotto desiderato, e cioè un bambino.
I partecipanti a Desir d'Enfant hanno così potuto prendere parte ad incontri e visitare stand dedicati agli ultimi ritrovati in termini di fecondazione extracorporea e, naturalmente, ricevere dritte sull'utero in affitto, il piatto forte sia della fiera parigina sia, a livello globale, del business della genitorialità on demand. Basti pensare che stime di qualche anno fa quantificavano in 6 miliardi di dollari un giro d'affari internazionale che, con ogni probabilità, oggi si è ulteriormente sviluppato. Prova ne sia, appunto, questa fiera contenente offerte per aspiranti genitori di tutte le tasche.
Per i più abbienti, infatti, a Desir d'Enfant era possibile stabilire contatti con la canadese Create, che per un figlio vuole 100.000 euro, somma che sale ulteriormente per chi desideri invece rivolgersi ad aziende californiane. Non per nulla si stima che i sogni di paternità di Nichi Vendola, culminati nel 2016 con la nascita - in California appunto - del piccolo Tobia Antonio, siano costati all'ex governatore della Puglia almeno 135.000 euro. A chi non abbia simili disponibilità, l'appuntamento parigino proponeva l'opzione «low cost» dell'ucraina Feskov: 49.000 euro e pupo in braccio.
Sarebbe però sbagliato ridurre la manifestazione tenutasi il 4 e 5 settembre alla sola surrogazione di maternità. Il mercato si è infatti ormai evoluto e, ai partecipanti alla fiera, gli stand proponevano anche ben tre banche dei gameti che, naturalmente a pagamento, garantivano spermatozoi e ovociti «di qualità». Il fine è fare sì che gli aspiranti genitori possano selezionare con cura ogni caratteristica del figlio: sesso, carnagione, colore dei capelli, tutto quanto. Sarebbe stata un'ottima occasione, per Black lives matter come per altre sigle antirazziste, per alzare la voce contro un vero e proprio mercato della «razza»: sfortunatamente, nessun indignato è pervenuto.
Un'ultima annotazione singolare, infine, riguarda la collocazione geografica di questa fiera che, pur essendosi tenuta a Parigi, è stata un evento extraterritoriale. Il motivo? A seguito di una sentenza della Corte di cassazione del 1991, che ha affermato l'indisponibilità del corpo umano, ribadita da una legge del 1994, in Francia l'utero in affitto è illegale. Ma il business, si sa, non ha leggi né confini.
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La Commissione chiede alla Corte di giustizia europea di multare la dissidente Varsavia che non si adegua sull'indipendenza dei giudici. Poi la minaccia: fondi congelati finché ci saranno leggi contro l'ideologia LgbtRiecco la manifestazione dedicata alla maternità surrogata nel cuore della Francia, dove la pratica è illegale. In cambio di soldi, si può scegliere anche il colore del figlioLo speciale contiene due articoliÈ un vero e proprio braccio di ferro, quello in corso tra Bruxelles e Varsavia e che, nella giornata di ieri, ha raggiunto livelli di tensione decisamente alti. Se l'argomento non fossero i delicati rapporti tra la Commissione europea e uno Stato membro, si potrebbe tranquillamente dire che sono volati stracci. In effetti, non ci si è andati lontani, con un attacco che si è consumato su almeno due distinti piani. Il primo è quello che ha visto i vertici Ue sollecitare espressamente la Corte di giustizia europea affinché multi la Polonia. Una richiesta grave, da leggere come epilogo di una vicenda iniziata a marzo, quando Bruxelles si era rivolta alla Corte Ue chiedendo misure provvisorie di sospensione, in attesa di un giudizio definitivo, in merito alle competenze della sezione disciplinare della Corte suprema.Nello specifico, la Commissione Ue era allarmata dalle misure disciplinari nei confronti di alcuni giudici polacchi - ritenuti non graditi alla maggioranza di governo - assunte dalla Corte suprema polacca, i cui togati sono indirettamente nominati dal Parlamento di Varsavia. Di qui il ricorso alla Corte Ue, che aveva accolto le istanze di Bruxelles giudicandole fondate. Poi però, a luglio, la Corte costituzionale polacca, a sua volta, ha negato efficacia alla sentenza che Corte di giustizia dell'Unione, qualificandola come resa ultra vires, e pertanto priva dell'efficacia prevalente sul diritto interno. Beninteso: un pronunciamento simile, negante cioè la preminenza del diritto Ue su quello nazionale, era stato emanato, nel maggio 2020, anche dalla Corte costituzionale tedesca. In quel caso, tuttavia, a Bruxelles nessuno si stracciò le vesti.Viceversa ieri, come si diceva, la Commissione Ue ha battuto i pugni sul tavolo, caldeggiando sanzioni per Varsavia. In realtà, secondo quanto chiarito dal portavoce della Commissione europea, Eric Mamer, l'esecutivo comunitario «non ha indicato una cifra» per la multa da imporre alla Polonia. Incalzato dai giornalisti, Mamer ha pure aggiunto che comunque il dialogo con lo Stato polacco resta «costante e intenso», quasi tentando, per così dire, di gettare acqua sul fuoco. Peccato che le parole del portavoce si siano sommate a quelle ben più dure della presidente Ursula von der Leyen («i sistemi giudiziari in tutta l'Ue devono essere indipendenti ed equi») del commissario europeo alla Giustizia, Didier Reynders («abbiamo inviato una lettera di messa in mora alla Polonia»), e della vicepresidente della Commissione Ue ai Valori, Vera Jurova, secondo cui «la legge polacca mina l'indipendenza dei giudici».Morale della favola, nonostante qualche goffo tentativo di vellutarlo, a Varsavia il messaggio è arrivato: forte e chiaro. E, comprensibilmente, la strigliata e la richiesta alla Corte Ue di partire con le multe non sono affatto piaciute ai polacchi. Anche perché questo, tornando a quanto si diceva all'inizio, non è che il primo versante di tensione tra Ue e Polonia. Ve n'è infatti pure un secondo, sempre aggravatosi nelle scorse ore, che ha visto la Commissione Ue minacciare addirittura il congelamento dei fondi europei erogati tramite il programma React-Eu a varie regioni polacche. I voivodati finiti nel mirino di Bruxelles sono per l'esattezza cinque: Lublino, Lodz, Piccola Polonia, Precarpazia, e Santacroce. La loro colpa, per così dire? Aver sottoscritto atti o dichiarazioni che «bollano i postulati della comunità Lgbtiq come un'ideologia». Insomma, se ti smarchi dalla Weltanschauung arcobaleno oggi diventi ipso facto un nemico dell'Ue o quanto meno un sospetto tale.Anche questo secondo attacco non è andato giù a Varsavia. Per nulla. «La Commissione europea», ha infatti replicato su Twitter il viceministro della Giustizia, Sebastian Kaleta, «blocca illegalmente i fondi in Polonia e chiede sanzioni. Questi sono atti di aggressione». In effetti, non occorre essere fini politologi per leggere nelle ultime mosse di Bruxelles - supportate da esponenti popolari come da quelli socialisti - il tentativo di stringere la Polonia in una morsa, all'insegna di una strategia a tenaglia portata avanti a suon di ricatti. Un trattamento speciale di cui, a ben vedere, Varsavia non è la sola destinataria, su questo come su altri versanti. Non a caso c'è chi, nelle scorse ore, ha osservato come, dato il semaforo verde tra gli altri pure a Dublino e Praga, per quanto riguarda i Recovery plan la Commissione Ue abbia ancora due nodi da sciogliere: quelli di Budapest e, coincidenza, di Varsavia. Per la precisione, si parla di «dialoghi ancora in corso» con Ungheria e Polonia, ma è palese che si tratti di una formula di rito. La sostanza è quella, come si diceva in apertura, di un braccio di ferro dove la «solidale» ed «inclusiva» Europa ricorre a tutti i sotterfugi per piegare chi non si allinea ai suoi ordini.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/manovra-a-tenaglia-di-bruxelles-per-piegare-la-polonia-ai-diktat-ue-2654931685.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mercanti-di-bambini-in-fiera-a-parigi" data-post-id="2654931685" data-published-at="1631044594" data-use-pagination="False"> Mercanti di bambini in fiera a Parigi «Alla fiera dell'est, per due soldi, un bambino mio padre comprò». Se il tema non fosse serio e poco adatto all'ironia, si potrebbe rielaborare così la celebre canzone di Angelo Branduardi per descrivere quanto accaduto nello scorso fine settimana in Francia. Sì, perché quella tenutasi sabato e domenica a Parigi, Desir d'Enfant, è una vera e propria fiera dell'utero in affitto e, quindi, della compravendita di neonati. Tanto è vero che, come riportato dal sito Tempi.it, all'evento - giunto alla seconda edizione - hanno preso parte tutti gli specialisti del lucroso settore. A Porte de Champerret si sono infatti riuniti rappresentanti delle migliori aziende, firme e cliniche in grado di offrire agli interessati il prodotto desiderato, e cioè un bambino. I partecipanti a Desir d'Enfant hanno così potuto prendere parte ad incontri e visitare stand dedicati agli ultimi ritrovati in termini di fecondazione extracorporea e, naturalmente, ricevere dritte sull'utero in affitto, il piatto forte sia della fiera parigina sia, a livello globale, del business della genitorialità on demand. Basti pensare che stime di qualche anno fa quantificavano in 6 miliardi di dollari un giro d'affari internazionale che, con ogni probabilità, oggi si è ulteriormente sviluppato. Prova ne sia, appunto, questa fiera contenente offerte per aspiranti genitori di tutte le tasche. Per i più abbienti, infatti, a Desir d'Enfant era possibile stabilire contatti con la canadese Create, che per un figlio vuole 100.000 euro, somma che sale ulteriormente per chi desideri invece rivolgersi ad aziende californiane. Non per nulla si stima che i sogni di paternità di Nichi Vendola, culminati nel 2016 con la nascita - in California appunto - del piccolo Tobia Antonio, siano costati all'ex governatore della Puglia almeno 135.000 euro. A chi non abbia simili disponibilità, l'appuntamento parigino proponeva l'opzione «low cost» dell'ucraina Feskov: 49.000 euro e pupo in braccio. Sarebbe però sbagliato ridurre la manifestazione tenutasi il 4 e 5 settembre alla sola surrogazione di maternità. Il mercato si è infatti ormai evoluto e, ai partecipanti alla fiera, gli stand proponevano anche ben tre banche dei gameti che, naturalmente a pagamento, garantivano spermatozoi e ovociti «di qualità». Il fine è fare sì che gli aspiranti genitori possano selezionare con cura ogni caratteristica del figlio: sesso, carnagione, colore dei capelli, tutto quanto. Sarebbe stata un'ottima occasione, per Black lives matter come per altre sigle antirazziste, per alzare la voce contro un vero e proprio mercato della «razza»: sfortunatamente, nessun indignato è pervenuto. Un'ultima annotazione singolare, infine, riguarda la collocazione geografica di questa fiera che, pur essendosi tenuta a Parigi, è stata un evento extraterritoriale. Il motivo? A seguito di una sentenza della Corte di cassazione del 1991, che ha affermato l'indisponibilità del corpo umano, ribadita da una legge del 1994, in Francia l'utero in affitto è illegale. Ma il business, si sa, non ha leggi né confini.
Ansa
L’amministratore delegato di Rheinmetall, Armin Papperger, ha spiegato al quotidiano Welt am Sonntag che la Francia sta valutando un taglio drastico ai finanziamenti per il carro, la cui entrata in servizio era prevista per il 2040 e che doveva sostituire il Leopard 2 e il Leclerc. «Se hai a disposizione meno soldi», ha sospirato il manager, «non andrai più veloce. E noi siamo già molto lenti». Il Mgcs, finora, ha ricevuto solo 25 milioni. L’interoperabilità dei sistemi d’arma tra Paesi alleati? Può attendere.
Secondo quanto ha riferito venerdì l’Handelsblatt, le banderuole scioviniste dei francesi stanno compromettendo pure un altro programma: l’Eurodrone. Dassault, infatti, avrebbe chiesto un risarcimento ad Airbus perché potrà lavorare solo a una quota minoritaria del progetto, che coinvolge anche Germania, Spagna e Italia.
Se la passava meglio il concorrente italo-nipponico-britannico del Fcas, il Global combat air programme (Gcap). Il jet multiruolo stealth verrebbe costruito da Leonardo, dall’inglese Bae systems e dalla giapponese Mitsubishi. Restano sbarrate le porte ai tedeschi, i quali avevano manifestato interesse per la joint venture dopo il divorzio dai transalpini. Ma adesso sono le turbolenze politiche londinesi a tarpare le ali all’aereo del futuro: Keir Starmer ha perso il ministro della Difesa, John Healey, irritato per gli stanziamenti insufficienti al settore militare. La svolta laburista, pensata per tamponare l’emorragia di voti dirottando risorse sul welfare, potrebbe ripercuotersi sul sodalizio con Roma e Tokyo: i tempi di realizzazione del velivolo (2035) potrebbero dilatarsi.
In un contesto frammentato come quello del Vecchio continente, le liti non devono stupire. Il disimpegno americano, con la prospettiva di un allontanamento dell’egemone, ha innescato la competizione tra Stati di peso comparabile per intestarsi il primato militare, in una fase storica in cui l’hard power sta ridiventando un fattore di potenza cruciale. È l’ennesima dimostrazione che quello dell’orso russo è più un pretesto che un’emergenza: se veramente temessimo l’imminente invasione da parte delle truppe di Vladimir Putin, avremmo un autentico incentivo ad accantonare gli egoismi nazionali. Invece, ognuno va per sé: la Polonia si sta armando fino ai denti e potrebbe ereditare i rimasugli di supporto statunitense che Donald Trump, in cattivi rapporti con Berlino, sta sottraendo alla Germania; il debole governo di Friedrich Merz è riuscito a mettere da parte una cifra monstre - quasi 1.000 miliardi di euro - per rendere la Bundeswehr l’esercito convenzionale più forte d’Europa; la Francia ha meno disponibilità di cassa, ma non può sopportare che il suo dominio bellico venga minacciato; e poi c’è il caso italiano.
Giorgia Meloni sa che il consenso dei cittadini per le politiche marziali caldeggiate da Bruxelles è scarso. I recenti attriti sulla negata sospensione del Patto di stabilità hanno spinto l’esecutivo a congelare l’adesione al fondo Safe, nonostante i malumori del ministro della Difesa, Guido Crosetto. Il quale, nel frattempo, studia un piano per reclutare 40.000 soldati entro il 2033.
Per accedere ai prestiti dell’Ue (denaro che andrà restituito), i progetti devono coinvolgere almeno due Stati membri, a meno che non si tratti di appalti a tempo limitato. Ma se le collaborazioni sono così fragili, per quale motivo dovremmo infilarci in un meccanismo che ci vincolerebbe a elargizioni poco liberali dall’Europa? Magari, a beneficio di Rheinmetall, o di altri concorrenti francesi? Ieri è toccato alla Grecia firmare l’accordo, per pagare un sistema antidroni. Noi non abbiamo difficoltà a raccogliere capitali sui mercati, a tassi favorevoli. Possiamo contare su colossi come Leonardo. Nulla ci impedisce di metterci in proprio e di sceglierci i partner che preferiamo, a prescindere dalla sorveglianza della Commissione. Se il mondo è diventato pericoloso e bisogna attrezzarsi per sopravvivere, non è a Ursula che ci conviene consegnare la nostra sicurezza. Voi comprereste un’auto usata da quella donna?
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L’indagine è nata dalle querele presentate dalle donne vittime di atti sessuali, subiti in occasione della consegna dei prodotti alimentari richiesti online tramite la piattaforma per cui l’uomo lavorava.
Dagli accertamenti è emerso che, l’8 febbraio scorso, il rider, utilizzando l’account di una terza persona, ha appoggiato la bicicletta e ha consegnato a una giovane donna due casse d’acqua all’ingresso dello stabile: a quel punto ha iniziato a palpeggiarle il seno e altre parti del corpo. In un primo momento la vittima è rimasta impietrita e incapace di reagire, poi è riuscita a divincolarsi, scappando nell’androne condominiale ed entrando in ascensore. Ma l’uomo non ha desistito e ha lasciato il condominio solo dopo qualche minuto in cui la ragazza è rimasta chiusa in ascensore.
Successivamente, il 13 febbraio, il rider ha effettuato una consegna all’interno di un palazzo e, con il pretesto di richiedere alla ragazza destinataria dell’ordine una recensione sul cellulare, si è avvicinato e le ha palpeggiato il seno con entrambe le mani. Anche il 16 marzo, sempre all’ingresso di un condominio, l’uomo, impugnando la busta contenente l’ordine, ha infilato la mano sinistra sotto al sacchetto e ha palpeggiato il seno della ragazza davanti a lui. Sono in corso accertamenti relativi ad almeno altri sette episodi, del tutto simili per modalità d’azione.
Le segnalazioni arrivate in merito al rider arrestato, oltre ad essere numerose, risalgono a episodi avvenuti almeno da maggio 2025, un periodo di tempo molto lungo. Per questo, le forze dell’ordine ritengono che i comportamenti penalmente rilevanti dell’uomo appaiano abituali e, pertanto, invitano eventuali altre vittime a farsi avanti e denuciare le molestie subite.
In Toscana, invece, sta per andare a processo un tentativo di stupro ai danni di una novantenne da parte di un tunisino di 59 anni, accoltellato da un familiare sessantaduenne della vittima.
L’incredibile episodio di violenza contro l’anziana è avvenuto a Montespertoli, tranquillo Comune di 13.000 abitanti immerso nelle campagne tra Firenze e Siena.
La vicenda risale alla prima metà dello scorso anno, quando, secondo quanto ricostruito dalle indagini, il tunisino, residente a Colle Val D’Elsa, in Provincia di Siena, aveva accesso all’abitazione della pensionata, dove lavorava come operaio, intento a effettuare alcuni lavori di ristrutturazione all’immobile nel quale viveva la donna. È in quel contesto che l’uomo, stando alla ricostruzione della Procura di Firenze, avrebbe abusato della novantenne. Secondo quanto riporta il quotidiano La Nazione, che cita alcuni virgolettati degli atti d’indagine, la violenza sarebbe consistita «nell’afferrarle la testa con entrambe le mani e nell’iniziare a baciarla sull’orecchio per poi spostarsi verso la bocca», nonché «nel palpeggiarle e stringerle al contempo il seno destro» e a costringerla a subire tali atti sessuali contro la propria volontà.
Venuto a conoscenza dello stupro, il nipote dell’anziana avrebbe affrontato l’operaio tunisino e, dopo aver gridato «cosa hai fatto alla nonna?», lo avrebbe colpito due volte al torace con un coltello lungo 18 centimetri, causandogli ferite guaribili in dieci giorni.
Naturalmente la rissa tra i due non è passata inosservata nella pacifica cittadina e ha portato all’intervento delle forze dell’ordine, dando il via a una doppia indagine da parte della Procura di Firenze, sia sull’accoltellamento che sullo stupro. Nei mesi scorsi il pubblico ministero titolare del fascicolo d’indagine ha chiesto il rinvio a giudizio per entrambi. Il nordafricano è accusato di violenza sessuale ai danni della novantenne, con l’aggravante di aver commesso il fatto approfittando di circostanze di tempo, di luogo e di persona tali da ostacolare la pubblica e la privata difesa, nonché con abuso di relazioni domestiche e di prestazioni d’opera.
Al nipote della donna, invece, dalla Procura viene contestata l’accusa di lesioni personali aggravate dall’utilizzo del coltello, considerato un’arma bianca. I due si incontreranno di nuovo durante l’udienza preliminare, fissata per il prossimo 7 ottobre presso il tribunale di Firenze. E quasi certamente dovranno affrontare un processo a tratti kafkiano, che potrebbe portare alla condanna di entrambi.
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