Manovra a tenaglia di Bruxelles per piegare la Polonia ai diktat Ue
  • La Commissione chiede alla Corte di giustizia europea di multare la dissidente Varsavia che non si adegua sull’indipendenza dei giudici. Poi la minaccia: fondi congelati finché ci saranno leggi contro l’ideologia Lgbt
  • Riecco la manifestazione dedicata alla maternità surrogata nel cuore della Francia, dove la pratica è illegale. In cambio di soldi, si può scegliere anche il colore del figlio

Lo speciale contiene due articoli

È un vero e proprio braccio di ferro, quello in corso tra Bruxelles e Varsavia e che, nella giornata di ieri, ha raggiunto livelli di tensione decisamente alti. Se l’argomento non fossero i delicati rapporti tra la Commissione europea e uno Stato membro, si potrebbe tranquillamente dire che sono volati stracci. In effetti, non ci si è andati lontani, con un attacco che si è consumato su almeno due distinti piani. Il primo è quello che ha visto i vertici Ue sollecitare espressamente la Corte di giustizia europea affinché multi la Polonia. Una richiesta grave, da leggere come epilogo di una vicenda iniziata a marzo, quando Bruxelles si era rivolta alla Corte Ue chiedendo misure provvisorie di sospensione, in attesa di un giudizio definitivo, in merito alle competenze della sezione disciplinare della Corte suprema.

Nello specifico, la Commissione Ue era allarmata dalle misure disciplinari nei confronti di alcuni giudici polacchi – ritenuti non graditi alla maggioranza di governo – assunte dalla Corte suprema polacca, i cui togati sono indirettamente nominati dal Parlamento di Varsavia. Di qui il ricorso alla Corte Ue, che aveva accolto le istanze di Bruxelles giudicandole fondate. Poi però, a luglio, la Corte costituzionale polacca, a sua volta, ha negato efficacia alla sentenza che Corte di giustizia dell’Unione, qualificandola come resa ultra vires, e pertanto priva dell’efficacia prevalente sul diritto interno. Beninteso: un pronunciamento simile, negante cioè la preminenza del diritto Ue su quello nazionale, era stato emanato, nel maggio 2020, anche dalla Corte costituzionale tedesca. In quel caso, tuttavia, a Bruxelles nessuno si stracciò le vesti.

Viceversa ieri, come si diceva, la Commissione Ue ha battuto i pugni sul tavolo, caldeggiando sanzioni per Varsavia. In realtà, secondo quanto chiarito dal portavoce della Commissione europea, Eric Mamer, l’esecutivo comunitario «non ha indicato una cifra» per la multa da imporre alla Polonia. Incalzato dai giornalisti, Mamer ha pure aggiunto che comunque il dialogo con lo Stato polacco resta «costante e intenso», quasi tentando, per così dire, di gettare acqua sul fuoco. Peccato che le parole del portavoce si siano sommate a quelle ben più dure della presidente Ursula von der Leyen («i sistemi giudiziari in tutta l’Ue devono essere indipendenti ed equi») del commissario europeo alla Giustizia, Didier Reynders («abbiamo inviato una lettera di messa in mora alla Polonia»), e della vicepresidente della Commissione Ue ai Valori, Vera Jurova, secondo cui «la legge polacca mina l’indipendenza dei giudici».

Morale della favola, nonostante qualche goffo tentativo di vellutarlo, a Varsavia il messaggio è arrivato: forte e chiaro. E, comprensibilmente, la strigliata e la richiesta alla Corte Ue di partire con le multe non sono affatto piaciute ai polacchi. Anche perché questo, tornando a quanto si diceva all’inizio, non è che il primo versante di tensione tra Ue e Polonia. Ve n’è infatti pure un secondo, sempre aggravatosi nelle scorse ore, che ha visto la Commissione Ue minacciare addirittura il congelamento dei fondi europei erogati tramite il programma React-Eu a varie regioni polacche. I voivodati finiti nel mirino di Bruxelles sono per l’esattezza cinque: Lublino, Lodz, Piccola Polonia, Precarpazia, e Santacroce. La loro colpa, per così dire? Aver sottoscritto atti o dichiarazioni che «bollano i postulati della comunità Lgbtiq come un’ideologia». Insomma, se ti smarchi dalla Weltanschauung arcobaleno oggi diventi ipso facto un nemico dell’Ue o quanto meno un sospetto tale.

Anche questo secondo attacco non è andato giù a Varsavia. Per nulla. «La Commissione europea», ha infatti replicato su Twitter il viceministro della Giustizia, Sebastian Kaleta, «blocca illegalmente i fondi in Polonia e chiede sanzioni. Questi sono atti di aggressione». In effetti, non occorre essere fini politologi per leggere nelle ultime mosse di Bruxelles – supportate da esponenti popolari come da quelli socialisti – il tentativo di stringere la Polonia in una morsa, all’insegna di una strategia a tenaglia portata avanti a suon di ricatti. Un trattamento speciale di cui, a ben vedere, Varsavia non è la sola destinataria, su questo come su altri versanti.

Non a caso c’è chi, nelle scorse ore, ha osservato come, dato il semaforo verde tra gli altri pure a Dublino e Praga, per quanto riguarda i Recovery plan la Commissione Ue abbia ancora due nodi da sciogliere: quelli di Budapest e, coincidenza, di Varsavia. Per la precisione, si parla di «dialoghi ancora in corso» con Ungheria e Polonia, ma è palese che si tratti di una formula di rito. La sostanza è quella, come si diceva in apertura, di un braccio di ferro dove la «solidale» ed «inclusiva» Europa ricorre a tutti i sotterfugi per piegare chi non si allinea ai suoi ordini.

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