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2022-03-24
Mannaia dell’Europa sull’agricoltura. In nome del «green» avremo la fame
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L’Europa sull’agricoltura ha fatto una scelta ideologica e neppure sotto le bombe di Kiev e di fronte alla carestia che affamerà i Paesi più deboli è disposta a cambiarla: va sacrificata la produzione a vantaggio dell’ambiente. La crisi del grano è derubricata ad accidente temporaneo. Per questo esce un pacchetto di aiuti di modestissima portata: 1,5 miliardi di sostegni, una parziale rinuncia a tenere i terreni incolti, nessuna risposta alla crisi dei mangimi.
Sono le linee guida disegnate dalla lobby dei verdi e vegana per cui la resistenza a Vladimir Putin passa dal no alla bistecca. Parola del ministro tedesco, Cem Ozdemir, un ultras del veganismo ambientalista. Che poi - come avverte Emmanuel Macron - la crisi del grano, del mais, dello zucchero innescata dalla guerra in Ucraina finisca per determinare nell’arco di un anno una delle più gravi crisi alimentari mai viste portando l’Africa alla fame non interessa a Bruxelles. Non ci sarà alcuna deviazione dalla traiettoria del «Farm to fork», che prevede una riduzione di produzioni agricole del 30% nel continente, nessun ripensamento sul Green deal e solo un parziale allentamento di alcune regole. Il Paese più svantaggiato è come al solito l’Italia.
C’è stato, lunedì, a Bruxelles, il Consiglio dei ministri agricoli. Pare preceduto da un colloquio tra il ministro tedesco e Ursula von der Leyen sulle misure da adottare dopo l’invasione in Ucraina. Ozdemir, leader dei Verdi tedeschi, ha un passato alla «corte» di Barack Obama, dove si «rifugiò» dopo uno scandalo relativo a contributi elettorali ricevuti nel 1994, quando divenne il primo deputato di origine turca eletto nel Bundestag. I suoi legami con la lobby ambientalista americana sono fortissimi. La sua idea è che il mondo deve diventare progressivamente vegano - è il nuovo business delle multinazionali - e agli altri ministri sui mangimi che mancano ha detto chiaro: «Dobbiamo consumare meno carne: preoccuparsi dei mangimi non è decisivo né per gli uomini né per l’ambiente.» Ozdemir aveva già espresso questo suo concetto in una intervista a Der Spiegel una settimana fa. «Mangiare meno carne», sostiene, «sarebbe un contributo contro Putin, un sistema basato sugli allevamenti intensivi in cui il 60% del grano finisce nelle mangiatoie è insostenibile e non funziona in un contesto globale». E così si toglie il grano agli allevamenti - per la verità le vacche mangiano mais, ma alla causa verde non fa comodo dirlo - per evitare di aumentare le produzioni, perché l’idea rimane che l’agricoltura è nemica dell’ambiente. Che sia così lo conferma anche Eleonora Evi, europarlamentare verde, che in totale dissenso dalle richieste avanzate al Consiglio d’Europa dal nostro ministro, Stefano Patuanelli, sostiene: «Ho scritto con il gruppo Greens/Ale alla Commissione per chiedere di andare avanti col “Farm to fork”: la guerra non deve diventare un pretesto per disattendere gli impegni europei a tutela della natura a medio e lungo termine.» Ovviamente tanto la von der Leyen quanto il suo vice, Frans Timmermans, impegnato ad ascoltare le richieste delle multinazionali dell’alimentazione, sono lieti del sostegno verde. Stefano Patuanelli ha chiesto invece che siano sospesi gli effetti della Pac, si possano mettere a coltura i terreni ora a riposo, sia sospesa la rotazione delle colture, ci siano più aiuti economici ai campi e per la pesca e si possa usare come concimi i digestati per il biogas. La risposta della Commissione è esigua: aiuti di Stato limitati a 35.000 euro, uso dei terreni incolti solo per un anno.
Severa la critica di Luigi Scordamaglia, di Filiera Italia: «Il pacchetto di misure riflette la scarsa consapevolezza che la Commissione sembra avere sulla gravità della crisi ucraina. La Commissione considera scarsamente gli allarmi venuti da molti capi di Stato e di governo sull’emergenza alimentare che si abbatterà sulle popolazioni più deboli. I 35.000 euro come plafond massimo di aiuti per le aziende agricole, che stanno subendo costi enormi è inaccettabile, così come è assurdo il limite di 400.000 euro per le imprese agroalimentari. Il nostro governo pensa ad aiuti ben più consistenti che saranno però vanificati da questa misura europea». Per quanto riguarda le modifiche alla Pac, Scordamaglia nota: «Se è stata accettata la sospensione dei terreni a riposo non è invece stata data la deroga sul limite di superficie per coltura, lasciando l’obbligo di un numero minimo di colture per azienda, che è l’opposto di quello che servirebbe oggi con la grave carenza di mais e di altri prodotti». Anche lo sblocco di 200.000 ettari da coltivare a mais - salutato con favore da Ettore Prandini, presidente di Coldiretti - risolve in minima parte la penuria di mangimi. Del resto solo una telefonata tra Mario Draghi e Viktor Orbán - l’Ungheria, che ha dato lo stop all’export, è il nostro primo fornitore di grano e di mais - ha in parte riaperto le spedizioni verso l’Italia nel silenzio dell’Ue. La crisi dei cereali però non è affatto risolta. Ma non c’è fretta: per fermare Putin basta un’insalata.
Torna l’incubo dell’arma migratoria
La crisi ucraina potrebbe determinare un impatto pericoloso sui flussi migratori provenienti dal continente africano: un’area, questa, che rischia dei contraccolpi indiretti a causa di quanto sta accadendo nell’Europa orientale. In particolare, si delinea un duplice problema, che riguarda energia e cereali.
L’Ucraina e la Russia figurano tra i principali fornitori del continente per quanto riguarda il grano. Ora, la guerra e le sanzioni stanno causando un incremento significativo del prezzo dei cereali, provocando un effetto negativo sugli Stati africani. La Libia, che dipende dal grano ucraino per il 40%, ha per esempio registrato un considerevole incremento del prezzo della farina. Un discorso simile vale per l’approvvigionamento di carburante. In Nigeria si è verificato un deciso aumento del prezzo del diesel, mentre l’inflazione sta attanagliando Paesi come il Kenya e l’Uganda.
Nei giorni scorsi, Human rights watch ha non a caso sottolineato che l’invasione russa dell’Ucraina potrebbe aggravare la crisi alimentare in Nord Africa e in Medio Oriente; dello stesso avviso si è detto ieri il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres. Non va del resto trascurato che Russia e Ucraina, insieme, rappresentano il 14% di tutta la produzione mondiale di grano e il 29% di tutte le esportazioni di grano. È dunque chiaro che la crisi alimentare ed energetica rischia di creare forte instabilità nel continente africano. Certo: va sottolineato che alcuni Paesi africani dispongono di risorse energetiche. Tuttavia in molti casi incontrano problemi di produzione (secondo Deutsche Welle, la Nigeria e l’Angola riescono per esempio a pompare soltanto il 94% e il 78% della loro quota Opec).
In tutto questo, non bisogna dimenticare che, nel corso degli anni, Russia e Cina hanno portato avanti una progressiva espansione politica ed economica nell’area. E Mosca e Pechino puntano a mantenere tale influenza. Basti pensare che, appena pochi giorni fa, la Repubblica popolare ha siglato un accordo da 7 miliardi di dollari con l’Algeria per la produzione di fertilizzanti: in particolare, il progetto punta a produrre oltre 5 milioni di tonnellate di fertilizzante all’anno nella regione di Tébessa e ha come ulteriore obiettivo quello di creare almeno 12.000 posti di lavoro. In effetti, a causa della guerra in Ucraina, si stanno verificando problemi di approvvigionamento dalla Russia proprio nel settore dei fertilizzanti: un fattore di cui il Dragone ha evidentemente intenzione di approfittare.
La scaltra mossa di Pechino ricalca del resto una strategia che abbiamo già visto all’opera l’anno scorso, quando il regime di Xi Jinping ha consolidato la propria influenza su Africa e Medio Oriente a colpi di diplomazia vaccinale. Dall’altra parte, non dobbiamo trascurare che la Russia ha intensificato la propria presenza in varie parti del continente africano negli ultimi anni: basti pensare all’incremento di influenza politica su Paesi come la Repubblica Centrafricana e il Mali. Proprio in Mali, Vladimir Putin è riuscito a sfruttare la crescente impopolarità francese, rafforzando i suoi legami con Bamako e portando all’uscita delle truppe di Parigi dallo Stato. Ricordiamo, per inciso, che una parte consistente di questa influenza viene veicolata dal Cremlino attraverso i mercenari del Wagner group, che hanno esteso la propria longa manus sulla Libia orientale e su parte del Sahel. Quel Sahel che risulta notoriamente un’area cruciale per i flussi migratori diretti verso le nostre coste.
Ed è qui che arriviamo al nocciolo del problema. Gli impatti della crisi ucraina saranno prevedibilmente utilizzati da Mosca e Pechino per consolidare la propria posizione in Africa. Un elemento, questo, che sarà indirizzato a due obiettivi principali. Entrambe le potenze vogliono innanzitutto aumentare il proprio peso in sede Onu e, all’occorrenza, utilizzare la leva migratoria per mettere sotto pressione l’Unione europea. D’altronde, il pericolo che la fame inneschi altre ondate di sbarchi, lo ha evocato pure Volodymyr Zelensky, nel suo discorso a Montecitorio. Bruxelles, stavolta, non può farsi trovare impreparata.
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Nonostante guerra e crisi alimentare, Bruxelles conferma il taglio «ecologico» delle produzioni e autorizza solo aiuti esigui alle aziende. La linea (surreale) la dà il ministro tedesco: «Meno carne per fermare Mosca».Il conflitto aggraverà la scarsità di cibo e gasolio in Africa, stimolando il «soccorso» di Cina e Russia, già dilaganti nel continente. E capaci di sfruttare il ricatto degli sbarchi.Lo speciale contiene due articoli.L’Europa sull’agricoltura ha fatto una scelta ideologica e neppure sotto le bombe di Kiev e di fronte alla carestia che affamerà i Paesi più deboli è disposta a cambiarla: va sacrificata la produzione a vantaggio dell’ambiente. La crisi del grano è derubricata ad accidente temporaneo. Per questo esce un pacchetto di aiuti di modestissima portata: 1,5 miliardi di sostegni, una parziale rinuncia a tenere i terreni incolti, nessuna risposta alla crisi dei mangimi. Sono le linee guida disegnate dalla lobby dei verdi e vegana per cui la resistenza a Vladimir Putin passa dal no alla bistecca. Parola del ministro tedesco, Cem Ozdemir, un ultras del veganismo ambientalista. Che poi - come avverte Emmanuel Macron - la crisi del grano, del mais, dello zucchero innescata dalla guerra in Ucraina finisca per determinare nell’arco di un anno una delle più gravi crisi alimentari mai viste portando l’Africa alla fame non interessa a Bruxelles. Non ci sarà alcuna deviazione dalla traiettoria del «Farm to fork», che prevede una riduzione di produzioni agricole del 30% nel continente, nessun ripensamento sul Green deal e solo un parziale allentamento di alcune regole. Il Paese più svantaggiato è come al solito l’Italia. C’è stato, lunedì, a Bruxelles, il Consiglio dei ministri agricoli. Pare preceduto da un colloquio tra il ministro tedesco e Ursula von der Leyen sulle misure da adottare dopo l’invasione in Ucraina. Ozdemir, leader dei Verdi tedeschi, ha un passato alla «corte» di Barack Obama, dove si «rifugiò» dopo uno scandalo relativo a contributi elettorali ricevuti nel 1994, quando divenne il primo deputato di origine turca eletto nel Bundestag. I suoi legami con la lobby ambientalista americana sono fortissimi. La sua idea è che il mondo deve diventare progressivamente vegano - è il nuovo business delle multinazionali - e agli altri ministri sui mangimi che mancano ha detto chiaro: «Dobbiamo consumare meno carne: preoccuparsi dei mangimi non è decisivo né per gli uomini né per l’ambiente.» Ozdemir aveva già espresso questo suo concetto in una intervista a Der Spiegel una settimana fa. «Mangiare meno carne», sostiene, «sarebbe un contributo contro Putin, un sistema basato sugli allevamenti intensivi in cui il 60% del grano finisce nelle mangiatoie è insostenibile e non funziona in un contesto globale». E così si toglie il grano agli allevamenti - per la verità le vacche mangiano mais, ma alla causa verde non fa comodo dirlo - per evitare di aumentare le produzioni, perché l’idea rimane che l’agricoltura è nemica dell’ambiente. Che sia così lo conferma anche Eleonora Evi, europarlamentare verde, che in totale dissenso dalle richieste avanzate al Consiglio d’Europa dal nostro ministro, Stefano Patuanelli, sostiene: «Ho scritto con il gruppo Greens/Ale alla Commissione per chiedere di andare avanti col “Farm to fork”: la guerra non deve diventare un pretesto per disattendere gli impegni europei a tutela della natura a medio e lungo termine.» Ovviamente tanto la von der Leyen quanto il suo vice, Frans Timmermans, impegnato ad ascoltare le richieste delle multinazionali dell’alimentazione, sono lieti del sostegno verde. Stefano Patuanelli ha chiesto invece che siano sospesi gli effetti della Pac, si possano mettere a coltura i terreni ora a riposo, sia sospesa la rotazione delle colture, ci siano più aiuti economici ai campi e per la pesca e si possa usare come concimi i digestati per il biogas. La risposta della Commissione è esigua: aiuti di Stato limitati a 35.000 euro, uso dei terreni incolti solo per un anno. Severa la critica di Luigi Scordamaglia, di Filiera Italia: «Il pacchetto di misure riflette la scarsa consapevolezza che la Commissione sembra avere sulla gravità della crisi ucraina. La Commissione considera scarsamente gli allarmi venuti da molti capi di Stato e di governo sull’emergenza alimentare che si abbatterà sulle popolazioni più deboli. I 35.000 euro come plafond massimo di aiuti per le aziende agricole, che stanno subendo costi enormi è inaccettabile, così come è assurdo il limite di 400.000 euro per le imprese agroalimentari. Il nostro governo pensa ad aiuti ben più consistenti che saranno però vanificati da questa misura europea». Per quanto riguarda le modifiche alla Pac, Scordamaglia nota: «Se è stata accettata la sospensione dei terreni a riposo non è invece stata data la deroga sul limite di superficie per coltura, lasciando l’obbligo di un numero minimo di colture per azienda, che è l’opposto di quello che servirebbe oggi con la grave carenza di mais e di altri prodotti». Anche lo sblocco di 200.000 ettari da coltivare a mais - salutato con favore da Ettore Prandini, presidente di Coldiretti - risolve in minima parte la penuria di mangimi. Del resto solo una telefonata tra Mario Draghi e Viktor Orbán - l’Ungheria, che ha dato lo stop all’export, è il nostro primo fornitore di grano e di mais - ha in parte riaperto le spedizioni verso l’Italia nel silenzio dell’Ue. La crisi dei cereali però non è affatto risolta. 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Ora, la guerra e le sanzioni stanno causando un incremento significativo del prezzo dei cereali, provocando un effetto negativo sugli Stati africani. La Libia, che dipende dal grano ucraino per il 40%, ha per esempio registrato un considerevole incremento del prezzo della farina. Un discorso simile vale per l’approvvigionamento di carburante. In Nigeria si è verificato un deciso aumento del prezzo del diesel, mentre l’inflazione sta attanagliando Paesi come il Kenya e l’Uganda. Nei giorni scorsi, Human rights watch ha non a caso sottolineato che l’invasione russa dell’Ucraina potrebbe aggravare la crisi alimentare in Nord Africa e in Medio Oriente; dello stesso avviso si è detto ieri il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres. Non va del resto trascurato che Russia e Ucraina, insieme, rappresentano il 14% di tutta la produzione mondiale di grano e il 29% di tutte le esportazioni di grano. È dunque chiaro che la crisi alimentare ed energetica rischia di creare forte instabilità nel continente africano. Certo: va sottolineato che alcuni Paesi africani dispongono di risorse energetiche. Tuttavia in molti casi incontrano problemi di produzione (secondo Deutsche Welle, la Nigeria e l’Angola riescono per esempio a pompare soltanto il 94% e il 78% della loro quota Opec). In tutto questo, non bisogna dimenticare che, nel corso degli anni, Russia e Cina hanno portato avanti una progressiva espansione politica ed economica nell’area. E Mosca e Pechino puntano a mantenere tale influenza. Basti pensare che, appena pochi giorni fa, la Repubblica popolare ha siglato un accordo da 7 miliardi di dollari con l’Algeria per la produzione di fertilizzanti: in particolare, il progetto punta a produrre oltre 5 milioni di tonnellate di fertilizzante all’anno nella regione di Tébessa e ha come ulteriore obiettivo quello di creare almeno 12.000 posti di lavoro. In effetti, a causa della guerra in Ucraina, si stanno verificando problemi di approvvigionamento dalla Russia proprio nel settore dei fertilizzanti: un fattore di cui il Dragone ha evidentemente intenzione di approfittare. La scaltra mossa di Pechino ricalca del resto una strategia che abbiamo già visto all’opera l’anno scorso, quando il regime di Xi Jinping ha consolidato la propria influenza su Africa e Medio Oriente a colpi di diplomazia vaccinale. Dall’altra parte, non dobbiamo trascurare che la Russia ha intensificato la propria presenza in varie parti del continente africano negli ultimi anni: basti pensare all’incremento di influenza politica su Paesi come la Repubblica Centrafricana e il Mali. Proprio in Mali, Vladimir Putin è riuscito a sfruttare la crescente impopolarità francese, rafforzando i suoi legami con Bamako e portando all’uscita delle truppe di Parigi dallo Stato. Ricordiamo, per inciso, che una parte consistente di questa influenza viene veicolata dal Cremlino attraverso i mercenari del Wagner group, che hanno esteso la propria longa manus sulla Libia orientale e su parte del Sahel. Quel Sahel che risulta notoriamente un’area cruciale per i flussi migratori diretti verso le nostre coste. Ed è qui che arriviamo al nocciolo del problema. Gli impatti della crisi ucraina saranno prevedibilmente utilizzati da Mosca e Pechino per consolidare la propria posizione in Africa. Un elemento, questo, che sarà indirizzato a due obiettivi principali. Entrambe le potenze vogliono innanzitutto aumentare il proprio peso in sede Onu e, all’occorrenza, utilizzare la leva migratoria per mettere sotto pressione l’Unione europea. D’altronde, il pericolo che la fame inneschi altre ondate di sbarchi, lo ha evocato pure Volodymyr Zelensky, nel suo discorso a Montecitorio. Bruxelles, stavolta, non può farsi trovare impreparata.
Fabio Sartorelli, musicologo e mattatore della rassegna In controluce al Teatro Duse di Bologna, ci parla del suono dell’amore (e degli amori) nelle opere di Mozart. Dalle avventure di Don Giovanni fino al Flauto magico, passando dalla folle giornata delle Nozze di Figaro.
Matteo Salvini (Ansa)
Per due giorni, a giugno, la Lega proverà a fare quello che le squadre di calcio in crisi fanno quando la classifica comincia a far paura: chiudersi in ritiro. Matteo Salvini ha convocato per il 19 e 20 giugno il consiglio federale, i ministri, i governatori, i capigruppo, gli amministratori e i segretari regionali. Una «due giorni di incontri, proposte e programmi». La sede non è stata decisa (Luca Zaia ha già annunciato che non ci sarà), ma dovrebbe essere in Veneto, a pochi giorni di distanza dall’assemblea costituente di Futuro nazionale di Roberto Vannacci (che poi proseguirà con i congressi regionali). Magari a Verona, dove il 25 maggio il generale inaugurerà una nuova sede del suo partito. Il messaggio politico è chiaro: il Carroccio deve serrare le fila prima che la stagione entri nella fase più delicata. Il 2027 si preannuncia denso di appuntamenti elettorali decisivi per il futuro di via Bellerio.
Salvini è milanista e conosce bene la grammatica dei ritiri. Con Massimiliano Allegri, al Milan, si può giocare male ma restare in partita è imperativo. Il punto è che il Carroccio continua a osservare la crescita, sulla destra, di un avversario che conosce bene lo spogliatoio leghista. Il nome è quello di Vannacci. L’ex generale è diventato un problema elettorale. Swg per il tg di La7 colloca la Lega al 6% e Futuro nazionale al 4,1%. Ipsos/Pagnoncelli, sul Corriere, è ancora più severo: Lega al 5,8%, Vannacci al 4,1%. Meno di due punti di distanza.
Dopo le chiusure a possibili alleanze da parte di Massimiliano Romeo, Roberto Occhiuto e Letizia Moratti, Vannacci ha risposto sui social con una frase che suona come un avvertimento: «Poi non si venga a dare la colpa» a me «se questo centrodestra sbiadito, timido, tentennante e moderato finirà per perdere consensi ed elezioni». È una minaccia preventiva: se il centrodestra perde, la colpa non sarà di chi rompe, ma di chi non ha avuto il coraggio di inseguirlo.
Il caso di Laura Ravetto ha reso il problema visibile. La deputata ha lasciato la Lega per aderire a Futuro nazionale. Per un partito abituato a perdere amministratori verso Fdi, vedere una parlamentare passare direttamente al nuovo concorrente di destra è un segnale diverso. Non c’è più solo Meloni a drenare consensi.
La linea ufficiale resta la compattezza. Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro, respinge l’idea di nuovi «campi larghi» a destra costruiti inseguendo i sondaggi. «Il centrodestra è rodato da anni», dice. «Non si fanno campi larghi soltanto perché può essere indicato favorevole o no in un determinato momento dai vari sondaggi». In fin dei conti la Lega si ritrova con tre grossi problemi da risolvere. Il primo è nazionale: dimostrare di essere ancora indispensabile nel centrodestra. L’altro identitario: impedire che l’elettore più arrabbiato trovi in Vannacci un’offerta più chiara. L’ultimo territoriale: difendere il Nord dall’avanzata di Fdi.
Le elezioni comunali di Milano sono il primo banco di prova. Il centrodestra non ha ancora un candidato per il dopo Beppe Sala. Il nome di Maurizio Lupi circola, ma non decolla. Salvini preferisce un profilo civico. Samuele Piscina, segretario milanese del Carroccio, è stato più esplicito: Lupi «non ha il consenso di tutti».
Il secondo fronte è la Regione Lombardia. Da mesi nel centrodestra si ragiona sull’ipotesi di legare politiche, comunali milanesi e regionali lombarde in un election day nel 2027. L’operazione concentrerebbe la mobilitazione nel territorio più forte della coalizione. Ma aprirebbe subito la guerra per il dopo Attilio Fontana. Fratelli d’Italia considera la Lombardia un obiettivo naturale.
Roberto Calderoli prova a raffreddare il dossier. La legislatura, ricordava ieri, scade naturalmente il 13 ottobre 2027. Di voto anticipato, dice, non se ne parla (lo stesso Salvini aveva rettificato la battuta sulla crisi economica che era stata male interpretata). Il messaggio vale per Palazzo Chigi, ma anche per via Bellerio: la Lega non vuole arrivare logorata alla partita finale.
Il ritiro di giugno serve a questo. Allegri direbbe che conta il risultato. Ma qui il punto non è vincere di corto muso. È evitare che la Lega perda, insieme, pezzi a destra e peso al Nord.
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