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2022-03-24
Mannaia dell’Europa sull’agricoltura. In nome del «green» avremo la fame
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L’Europa sull’agricoltura ha fatto una scelta ideologica e neppure sotto le bombe di Kiev e di fronte alla carestia che affamerà i Paesi più deboli è disposta a cambiarla: va sacrificata la produzione a vantaggio dell’ambiente. La crisi del grano è derubricata ad accidente temporaneo. Per questo esce un pacchetto di aiuti di modestissima portata: 1,5 miliardi di sostegni, una parziale rinuncia a tenere i terreni incolti, nessuna risposta alla crisi dei mangimi.
Sono le linee guida disegnate dalla lobby dei verdi e vegana per cui la resistenza a Vladimir Putin passa dal no alla bistecca. Parola del ministro tedesco, Cem Ozdemir, un ultras del veganismo ambientalista. Che poi - come avverte Emmanuel Macron - la crisi del grano, del mais, dello zucchero innescata dalla guerra in Ucraina finisca per determinare nell’arco di un anno una delle più gravi crisi alimentari mai viste portando l’Africa alla fame non interessa a Bruxelles. Non ci sarà alcuna deviazione dalla traiettoria del «Farm to fork», che prevede una riduzione di produzioni agricole del 30% nel continente, nessun ripensamento sul Green deal e solo un parziale allentamento di alcune regole. Il Paese più svantaggiato è come al solito l’Italia.
C’è stato, lunedì, a Bruxelles, il Consiglio dei ministri agricoli. Pare preceduto da un colloquio tra il ministro tedesco e Ursula von der Leyen sulle misure da adottare dopo l’invasione in Ucraina. Ozdemir, leader dei Verdi tedeschi, ha un passato alla «corte» di Barack Obama, dove si «rifugiò» dopo uno scandalo relativo a contributi elettorali ricevuti nel 1994, quando divenne il primo deputato di origine turca eletto nel Bundestag. I suoi legami con la lobby ambientalista americana sono fortissimi. La sua idea è che il mondo deve diventare progressivamente vegano - è il nuovo business delle multinazionali - e agli altri ministri sui mangimi che mancano ha detto chiaro: «Dobbiamo consumare meno carne: preoccuparsi dei mangimi non è decisivo né per gli uomini né per l’ambiente.» Ozdemir aveva già espresso questo suo concetto in una intervista a Der Spiegel una settimana fa. «Mangiare meno carne», sostiene, «sarebbe un contributo contro Putin, un sistema basato sugli allevamenti intensivi in cui il 60% del grano finisce nelle mangiatoie è insostenibile e non funziona in un contesto globale». E così si toglie il grano agli allevamenti - per la verità le vacche mangiano mais, ma alla causa verde non fa comodo dirlo - per evitare di aumentare le produzioni, perché l’idea rimane che l’agricoltura è nemica dell’ambiente. Che sia così lo conferma anche Eleonora Evi, europarlamentare verde, che in totale dissenso dalle richieste avanzate al Consiglio d’Europa dal nostro ministro, Stefano Patuanelli, sostiene: «Ho scritto con il gruppo Greens/Ale alla Commissione per chiedere di andare avanti col “Farm to fork”: la guerra non deve diventare un pretesto per disattendere gli impegni europei a tutela della natura a medio e lungo termine.» Ovviamente tanto la von der Leyen quanto il suo vice, Frans Timmermans, impegnato ad ascoltare le richieste delle multinazionali dell’alimentazione, sono lieti del sostegno verde. Stefano Patuanelli ha chiesto invece che siano sospesi gli effetti della Pac, si possano mettere a coltura i terreni ora a riposo, sia sospesa la rotazione delle colture, ci siano più aiuti economici ai campi e per la pesca e si possa usare come concimi i digestati per il biogas. La risposta della Commissione è esigua: aiuti di Stato limitati a 35.000 euro, uso dei terreni incolti solo per un anno.
Severa la critica di Luigi Scordamaglia, di Filiera Italia: «Il pacchetto di misure riflette la scarsa consapevolezza che la Commissione sembra avere sulla gravità della crisi ucraina. La Commissione considera scarsamente gli allarmi venuti da molti capi di Stato e di governo sull’emergenza alimentare che si abbatterà sulle popolazioni più deboli. I 35.000 euro come plafond massimo di aiuti per le aziende agricole, che stanno subendo costi enormi è inaccettabile, così come è assurdo il limite di 400.000 euro per le imprese agroalimentari. Il nostro governo pensa ad aiuti ben più consistenti che saranno però vanificati da questa misura europea». Per quanto riguarda le modifiche alla Pac, Scordamaglia nota: «Se è stata accettata la sospensione dei terreni a riposo non è invece stata data la deroga sul limite di superficie per coltura, lasciando l’obbligo di un numero minimo di colture per azienda, che è l’opposto di quello che servirebbe oggi con la grave carenza di mais e di altri prodotti». Anche lo sblocco di 200.000 ettari da coltivare a mais - salutato con favore da Ettore Prandini, presidente di Coldiretti - risolve in minima parte la penuria di mangimi. Del resto solo una telefonata tra Mario Draghi e Viktor Orbán - l’Ungheria, che ha dato lo stop all’export, è il nostro primo fornitore di grano e di mais - ha in parte riaperto le spedizioni verso l’Italia nel silenzio dell’Ue. La crisi dei cereali però non è affatto risolta. Ma non c’è fretta: per fermare Putin basta un’insalata.
Torna l’incubo dell’arma migratoria
La crisi ucraina potrebbe determinare un impatto pericoloso sui flussi migratori provenienti dal continente africano: un’area, questa, che rischia dei contraccolpi indiretti a causa di quanto sta accadendo nell’Europa orientale. In particolare, si delinea un duplice problema, che riguarda energia e cereali.
L’Ucraina e la Russia figurano tra i principali fornitori del continente per quanto riguarda il grano. Ora, la guerra e le sanzioni stanno causando un incremento significativo del prezzo dei cereali, provocando un effetto negativo sugli Stati africani. La Libia, che dipende dal grano ucraino per il 40%, ha per esempio registrato un considerevole incremento del prezzo della farina. Un discorso simile vale per l’approvvigionamento di carburante. In Nigeria si è verificato un deciso aumento del prezzo del diesel, mentre l’inflazione sta attanagliando Paesi come il Kenya e l’Uganda.
Nei giorni scorsi, Human rights watch ha non a caso sottolineato che l’invasione russa dell’Ucraina potrebbe aggravare la crisi alimentare in Nord Africa e in Medio Oriente; dello stesso avviso si è detto ieri il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres. Non va del resto trascurato che Russia e Ucraina, insieme, rappresentano il 14% di tutta la produzione mondiale di grano e il 29% di tutte le esportazioni di grano. È dunque chiaro che la crisi alimentare ed energetica rischia di creare forte instabilità nel continente africano. Certo: va sottolineato che alcuni Paesi africani dispongono di risorse energetiche. Tuttavia in molti casi incontrano problemi di produzione (secondo Deutsche Welle, la Nigeria e l’Angola riescono per esempio a pompare soltanto il 94% e il 78% della loro quota Opec).
In tutto questo, non bisogna dimenticare che, nel corso degli anni, Russia e Cina hanno portato avanti una progressiva espansione politica ed economica nell’area. E Mosca e Pechino puntano a mantenere tale influenza. Basti pensare che, appena pochi giorni fa, la Repubblica popolare ha siglato un accordo da 7 miliardi di dollari con l’Algeria per la produzione di fertilizzanti: in particolare, il progetto punta a produrre oltre 5 milioni di tonnellate di fertilizzante all’anno nella regione di Tébessa e ha come ulteriore obiettivo quello di creare almeno 12.000 posti di lavoro. In effetti, a causa della guerra in Ucraina, si stanno verificando problemi di approvvigionamento dalla Russia proprio nel settore dei fertilizzanti: un fattore di cui il Dragone ha evidentemente intenzione di approfittare.
La scaltra mossa di Pechino ricalca del resto una strategia che abbiamo già visto all’opera l’anno scorso, quando il regime di Xi Jinping ha consolidato la propria influenza su Africa e Medio Oriente a colpi di diplomazia vaccinale. Dall’altra parte, non dobbiamo trascurare che la Russia ha intensificato la propria presenza in varie parti del continente africano negli ultimi anni: basti pensare all’incremento di influenza politica su Paesi come la Repubblica Centrafricana e il Mali. Proprio in Mali, Vladimir Putin è riuscito a sfruttare la crescente impopolarità francese, rafforzando i suoi legami con Bamako e portando all’uscita delle truppe di Parigi dallo Stato. Ricordiamo, per inciso, che una parte consistente di questa influenza viene veicolata dal Cremlino attraverso i mercenari del Wagner group, che hanno esteso la propria longa manus sulla Libia orientale e su parte del Sahel. Quel Sahel che risulta notoriamente un’area cruciale per i flussi migratori diretti verso le nostre coste.
Ed è qui che arriviamo al nocciolo del problema. Gli impatti della crisi ucraina saranno prevedibilmente utilizzati da Mosca e Pechino per consolidare la propria posizione in Africa. Un elemento, questo, che sarà indirizzato a due obiettivi principali. Entrambe le potenze vogliono innanzitutto aumentare il proprio peso in sede Onu e, all’occorrenza, utilizzare la leva migratoria per mettere sotto pressione l’Unione europea. D’altronde, il pericolo che la fame inneschi altre ondate di sbarchi, lo ha evocato pure Volodymyr Zelensky, nel suo discorso a Montecitorio. Bruxelles, stavolta, non può farsi trovare impreparata.
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Nonostante guerra e crisi alimentare, Bruxelles conferma il taglio «ecologico» delle produzioni e autorizza solo aiuti esigui alle aziende. La linea (surreale) la dà il ministro tedesco: «Meno carne per fermare Mosca».Il conflitto aggraverà la scarsità di cibo e gasolio in Africa, stimolando il «soccorso» di Cina e Russia, già dilaganti nel continente. E capaci di sfruttare il ricatto degli sbarchi.Lo speciale contiene due articoli.L’Europa sull’agricoltura ha fatto una scelta ideologica e neppure sotto le bombe di Kiev e di fronte alla carestia che affamerà i Paesi più deboli è disposta a cambiarla: va sacrificata la produzione a vantaggio dell’ambiente. La crisi del grano è derubricata ad accidente temporaneo. Per questo esce un pacchetto di aiuti di modestissima portata: 1,5 miliardi di sostegni, una parziale rinuncia a tenere i terreni incolti, nessuna risposta alla crisi dei mangimi. Sono le linee guida disegnate dalla lobby dei verdi e vegana per cui la resistenza a Vladimir Putin passa dal no alla bistecca. Parola del ministro tedesco, Cem Ozdemir, un ultras del veganismo ambientalista. Che poi - come avverte Emmanuel Macron - la crisi del grano, del mais, dello zucchero innescata dalla guerra in Ucraina finisca per determinare nell’arco di un anno una delle più gravi crisi alimentari mai viste portando l’Africa alla fame non interessa a Bruxelles. Non ci sarà alcuna deviazione dalla traiettoria del «Farm to fork», che prevede una riduzione di produzioni agricole del 30% nel continente, nessun ripensamento sul Green deal e solo un parziale allentamento di alcune regole. Il Paese più svantaggiato è come al solito l’Italia. C’è stato, lunedì, a Bruxelles, il Consiglio dei ministri agricoli. Pare preceduto da un colloquio tra il ministro tedesco e Ursula von der Leyen sulle misure da adottare dopo l’invasione in Ucraina. Ozdemir, leader dei Verdi tedeschi, ha un passato alla «corte» di Barack Obama, dove si «rifugiò» dopo uno scandalo relativo a contributi elettorali ricevuti nel 1994, quando divenne il primo deputato di origine turca eletto nel Bundestag. I suoi legami con la lobby ambientalista americana sono fortissimi. La sua idea è che il mondo deve diventare progressivamente vegano - è il nuovo business delle multinazionali - e agli altri ministri sui mangimi che mancano ha detto chiaro: «Dobbiamo consumare meno carne: preoccuparsi dei mangimi non è decisivo né per gli uomini né per l’ambiente.» Ozdemir aveva già espresso questo suo concetto in una intervista a Der Spiegel una settimana fa. «Mangiare meno carne», sostiene, «sarebbe un contributo contro Putin, un sistema basato sugli allevamenti intensivi in cui il 60% del grano finisce nelle mangiatoie è insostenibile e non funziona in un contesto globale». E così si toglie il grano agli allevamenti - per la verità le vacche mangiano mais, ma alla causa verde non fa comodo dirlo - per evitare di aumentare le produzioni, perché l’idea rimane che l’agricoltura è nemica dell’ambiente. Che sia così lo conferma anche Eleonora Evi, europarlamentare verde, che in totale dissenso dalle richieste avanzate al Consiglio d’Europa dal nostro ministro, Stefano Patuanelli, sostiene: «Ho scritto con il gruppo Greens/Ale alla Commissione per chiedere di andare avanti col “Farm to fork”: la guerra non deve diventare un pretesto per disattendere gli impegni europei a tutela della natura a medio e lungo termine.» Ovviamente tanto la von der Leyen quanto il suo vice, Frans Timmermans, impegnato ad ascoltare le richieste delle multinazionali dell’alimentazione, sono lieti del sostegno verde. Stefano Patuanelli ha chiesto invece che siano sospesi gli effetti della Pac, si possano mettere a coltura i terreni ora a riposo, sia sospesa la rotazione delle colture, ci siano più aiuti economici ai campi e per la pesca e si possa usare come concimi i digestati per il biogas. La risposta della Commissione è esigua: aiuti di Stato limitati a 35.000 euro, uso dei terreni incolti solo per un anno. Severa la critica di Luigi Scordamaglia, di Filiera Italia: «Il pacchetto di misure riflette la scarsa consapevolezza che la Commissione sembra avere sulla gravità della crisi ucraina. La Commissione considera scarsamente gli allarmi venuti da molti capi di Stato e di governo sull’emergenza alimentare che si abbatterà sulle popolazioni più deboli. I 35.000 euro come plafond massimo di aiuti per le aziende agricole, che stanno subendo costi enormi è inaccettabile, così come è assurdo il limite di 400.000 euro per le imprese agroalimentari. Il nostro governo pensa ad aiuti ben più consistenti che saranno però vanificati da questa misura europea». Per quanto riguarda le modifiche alla Pac, Scordamaglia nota: «Se è stata accettata la sospensione dei terreni a riposo non è invece stata data la deroga sul limite di superficie per coltura, lasciando l’obbligo di un numero minimo di colture per azienda, che è l’opposto di quello che servirebbe oggi con la grave carenza di mais e di altri prodotti». Anche lo sblocco di 200.000 ettari da coltivare a mais - salutato con favore da Ettore Prandini, presidente di Coldiretti - risolve in minima parte la penuria di mangimi. Del resto solo una telefonata tra Mario Draghi e Viktor Orbán - l’Ungheria, che ha dato lo stop all’export, è il nostro primo fornitore di grano e di mais - ha in parte riaperto le spedizioni verso l’Italia nel silenzio dell’Ue. La crisi dei cereali però non è affatto risolta. Ma non c’è fretta: per fermare Putin basta un’insalata.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mannaia-europa-agricoltura-green-fame-2657026327.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="torna-lincubo-dellarma-migratoria" data-post-id="2657026327" data-published-at="1648065419" data-use-pagination="False"> Torna l’incubo dell’arma migratoria La crisi ucraina potrebbe determinare un impatto pericoloso sui flussi migratori provenienti dal continente africano: un’area, questa, che rischia dei contraccolpi indiretti a causa di quanto sta accadendo nell’Europa orientale. In particolare, si delinea un duplice problema, che riguarda energia e cereali. L’Ucraina e la Russia figurano tra i principali fornitori del continente per quanto riguarda il grano. Ora, la guerra e le sanzioni stanno causando un incremento significativo del prezzo dei cereali, provocando un effetto negativo sugli Stati africani. La Libia, che dipende dal grano ucraino per il 40%, ha per esempio registrato un considerevole incremento del prezzo della farina. Un discorso simile vale per l’approvvigionamento di carburante. In Nigeria si è verificato un deciso aumento del prezzo del diesel, mentre l’inflazione sta attanagliando Paesi come il Kenya e l’Uganda. Nei giorni scorsi, Human rights watch ha non a caso sottolineato che l’invasione russa dell’Ucraina potrebbe aggravare la crisi alimentare in Nord Africa e in Medio Oriente; dello stesso avviso si è detto ieri il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres. Non va del resto trascurato che Russia e Ucraina, insieme, rappresentano il 14% di tutta la produzione mondiale di grano e il 29% di tutte le esportazioni di grano. È dunque chiaro che la crisi alimentare ed energetica rischia di creare forte instabilità nel continente africano. Certo: va sottolineato che alcuni Paesi africani dispongono di risorse energetiche. Tuttavia in molti casi incontrano problemi di produzione (secondo Deutsche Welle, la Nigeria e l’Angola riescono per esempio a pompare soltanto il 94% e il 78% della loro quota Opec). In tutto questo, non bisogna dimenticare che, nel corso degli anni, Russia e Cina hanno portato avanti una progressiva espansione politica ed economica nell’area. E Mosca e Pechino puntano a mantenere tale influenza. Basti pensare che, appena pochi giorni fa, la Repubblica popolare ha siglato un accordo da 7 miliardi di dollari con l’Algeria per la produzione di fertilizzanti: in particolare, il progetto punta a produrre oltre 5 milioni di tonnellate di fertilizzante all’anno nella regione di Tébessa e ha come ulteriore obiettivo quello di creare almeno 12.000 posti di lavoro. In effetti, a causa della guerra in Ucraina, si stanno verificando problemi di approvvigionamento dalla Russia proprio nel settore dei fertilizzanti: un fattore di cui il Dragone ha evidentemente intenzione di approfittare. La scaltra mossa di Pechino ricalca del resto una strategia che abbiamo già visto all’opera l’anno scorso, quando il regime di Xi Jinping ha consolidato la propria influenza su Africa e Medio Oriente a colpi di diplomazia vaccinale. Dall’altra parte, non dobbiamo trascurare che la Russia ha intensificato la propria presenza in varie parti del continente africano negli ultimi anni: basti pensare all’incremento di influenza politica su Paesi come la Repubblica Centrafricana e il Mali. Proprio in Mali, Vladimir Putin è riuscito a sfruttare la crescente impopolarità francese, rafforzando i suoi legami con Bamako e portando all’uscita delle truppe di Parigi dallo Stato. Ricordiamo, per inciso, che una parte consistente di questa influenza viene veicolata dal Cremlino attraverso i mercenari del Wagner group, che hanno esteso la propria longa manus sulla Libia orientale e su parte del Sahel. Quel Sahel che risulta notoriamente un’area cruciale per i flussi migratori diretti verso le nostre coste. Ed è qui che arriviamo al nocciolo del problema. Gli impatti della crisi ucraina saranno prevedibilmente utilizzati da Mosca e Pechino per consolidare la propria posizione in Africa. Un elemento, questo, che sarà indirizzato a due obiettivi principali. Entrambe le potenze vogliono innanzitutto aumentare il proprio peso in sede Onu e, all’occorrenza, utilizzare la leva migratoria per mettere sotto pressione l’Unione europea. D’altronde, il pericolo che la fame inneschi altre ondate di sbarchi, lo ha evocato pure Volodymyr Zelensky, nel suo discorso a Montecitorio. Bruxelles, stavolta, non può farsi trovare impreparata.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara