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2022-03-24
Mannaia dell’Europa sull’agricoltura. In nome del «green» avremo la fame
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L’Europa sull’agricoltura ha fatto una scelta ideologica e neppure sotto le bombe di Kiev e di fronte alla carestia che affamerà i Paesi più deboli è disposta a cambiarla: va sacrificata la produzione a vantaggio dell’ambiente. La crisi del grano è derubricata ad accidente temporaneo. Per questo esce un pacchetto di aiuti di modestissima portata: 1,5 miliardi di sostegni, una parziale rinuncia a tenere i terreni incolti, nessuna risposta alla crisi dei mangimi.
Sono le linee guida disegnate dalla lobby dei verdi e vegana per cui la resistenza a Vladimir Putin passa dal no alla bistecca. Parola del ministro tedesco, Cem Ozdemir, un ultras del veganismo ambientalista. Che poi - come avverte Emmanuel Macron - la crisi del grano, del mais, dello zucchero innescata dalla guerra in Ucraina finisca per determinare nell’arco di un anno una delle più gravi crisi alimentari mai viste portando l’Africa alla fame non interessa a Bruxelles. Non ci sarà alcuna deviazione dalla traiettoria del «Farm to fork», che prevede una riduzione di produzioni agricole del 30% nel continente, nessun ripensamento sul Green deal e solo un parziale allentamento di alcune regole. Il Paese più svantaggiato è come al solito l’Italia.
C’è stato, lunedì, a Bruxelles, il Consiglio dei ministri agricoli. Pare preceduto da un colloquio tra il ministro tedesco e Ursula von der Leyen sulle misure da adottare dopo l’invasione in Ucraina. Ozdemir, leader dei Verdi tedeschi, ha un passato alla «corte» di Barack Obama, dove si «rifugiò» dopo uno scandalo relativo a contributi elettorali ricevuti nel 1994, quando divenne il primo deputato di origine turca eletto nel Bundestag. I suoi legami con la lobby ambientalista americana sono fortissimi. La sua idea è che il mondo deve diventare progressivamente vegano - è il nuovo business delle multinazionali - e agli altri ministri sui mangimi che mancano ha detto chiaro: «Dobbiamo consumare meno carne: preoccuparsi dei mangimi non è decisivo né per gli uomini né per l’ambiente.» Ozdemir aveva già espresso questo suo concetto in una intervista a Der Spiegel una settimana fa. «Mangiare meno carne», sostiene, «sarebbe un contributo contro Putin, un sistema basato sugli allevamenti intensivi in cui il 60% del grano finisce nelle mangiatoie è insostenibile e non funziona in un contesto globale». E così si toglie il grano agli allevamenti - per la verità le vacche mangiano mais, ma alla causa verde non fa comodo dirlo - per evitare di aumentare le produzioni, perché l’idea rimane che l’agricoltura è nemica dell’ambiente. Che sia così lo conferma anche Eleonora Evi, europarlamentare verde, che in totale dissenso dalle richieste avanzate al Consiglio d’Europa dal nostro ministro, Stefano Patuanelli, sostiene: «Ho scritto con il gruppo Greens/Ale alla Commissione per chiedere di andare avanti col “Farm to fork”: la guerra non deve diventare un pretesto per disattendere gli impegni europei a tutela della natura a medio e lungo termine.» Ovviamente tanto la von der Leyen quanto il suo vice, Frans Timmermans, impegnato ad ascoltare le richieste delle multinazionali dell’alimentazione, sono lieti del sostegno verde. Stefano Patuanelli ha chiesto invece che siano sospesi gli effetti della Pac, si possano mettere a coltura i terreni ora a riposo, sia sospesa la rotazione delle colture, ci siano più aiuti economici ai campi e per la pesca e si possa usare come concimi i digestati per il biogas. La risposta della Commissione è esigua: aiuti di Stato limitati a 35.000 euro, uso dei terreni incolti solo per un anno.
Severa la critica di Luigi Scordamaglia, di Filiera Italia: «Il pacchetto di misure riflette la scarsa consapevolezza che la Commissione sembra avere sulla gravità della crisi ucraina. La Commissione considera scarsamente gli allarmi venuti da molti capi di Stato e di governo sull’emergenza alimentare che si abbatterà sulle popolazioni più deboli. I 35.000 euro come plafond massimo di aiuti per le aziende agricole, che stanno subendo costi enormi è inaccettabile, così come è assurdo il limite di 400.000 euro per le imprese agroalimentari. Il nostro governo pensa ad aiuti ben più consistenti che saranno però vanificati da questa misura europea». Per quanto riguarda le modifiche alla Pac, Scordamaglia nota: «Se è stata accettata la sospensione dei terreni a riposo non è invece stata data la deroga sul limite di superficie per coltura, lasciando l’obbligo di un numero minimo di colture per azienda, che è l’opposto di quello che servirebbe oggi con la grave carenza di mais e di altri prodotti». Anche lo sblocco di 200.000 ettari da coltivare a mais - salutato con favore da Ettore Prandini, presidente di Coldiretti - risolve in minima parte la penuria di mangimi. Del resto solo una telefonata tra Mario Draghi e Viktor Orbán - l’Ungheria, che ha dato lo stop all’export, è il nostro primo fornitore di grano e di mais - ha in parte riaperto le spedizioni verso l’Italia nel silenzio dell’Ue. La crisi dei cereali però non è affatto risolta. Ma non c’è fretta: per fermare Putin basta un’insalata.
Torna l’incubo dell’arma migratoria
La crisi ucraina potrebbe determinare un impatto pericoloso sui flussi migratori provenienti dal continente africano: un’area, questa, che rischia dei contraccolpi indiretti a causa di quanto sta accadendo nell’Europa orientale. In particolare, si delinea un duplice problema, che riguarda energia e cereali.
L’Ucraina e la Russia figurano tra i principali fornitori del continente per quanto riguarda il grano. Ora, la guerra e le sanzioni stanno causando un incremento significativo del prezzo dei cereali, provocando un effetto negativo sugli Stati africani. La Libia, che dipende dal grano ucraino per il 40%, ha per esempio registrato un considerevole incremento del prezzo della farina. Un discorso simile vale per l’approvvigionamento di carburante. In Nigeria si è verificato un deciso aumento del prezzo del diesel, mentre l’inflazione sta attanagliando Paesi come il Kenya e l’Uganda.
Nei giorni scorsi, Human rights watch ha non a caso sottolineato che l’invasione russa dell’Ucraina potrebbe aggravare la crisi alimentare in Nord Africa e in Medio Oriente; dello stesso avviso si è detto ieri il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres. Non va del resto trascurato che Russia e Ucraina, insieme, rappresentano il 14% di tutta la produzione mondiale di grano e il 29% di tutte le esportazioni di grano. È dunque chiaro che la crisi alimentare ed energetica rischia di creare forte instabilità nel continente africano. Certo: va sottolineato che alcuni Paesi africani dispongono di risorse energetiche. Tuttavia in molti casi incontrano problemi di produzione (secondo Deutsche Welle, la Nigeria e l’Angola riescono per esempio a pompare soltanto il 94% e il 78% della loro quota Opec).
In tutto questo, non bisogna dimenticare che, nel corso degli anni, Russia e Cina hanno portato avanti una progressiva espansione politica ed economica nell’area. E Mosca e Pechino puntano a mantenere tale influenza. Basti pensare che, appena pochi giorni fa, la Repubblica popolare ha siglato un accordo da 7 miliardi di dollari con l’Algeria per la produzione di fertilizzanti: in particolare, il progetto punta a produrre oltre 5 milioni di tonnellate di fertilizzante all’anno nella regione di Tébessa e ha come ulteriore obiettivo quello di creare almeno 12.000 posti di lavoro. In effetti, a causa della guerra in Ucraina, si stanno verificando problemi di approvvigionamento dalla Russia proprio nel settore dei fertilizzanti: un fattore di cui il Dragone ha evidentemente intenzione di approfittare.
La scaltra mossa di Pechino ricalca del resto una strategia che abbiamo già visto all’opera l’anno scorso, quando il regime di Xi Jinping ha consolidato la propria influenza su Africa e Medio Oriente a colpi di diplomazia vaccinale. Dall’altra parte, non dobbiamo trascurare che la Russia ha intensificato la propria presenza in varie parti del continente africano negli ultimi anni: basti pensare all’incremento di influenza politica su Paesi come la Repubblica Centrafricana e il Mali. Proprio in Mali, Vladimir Putin è riuscito a sfruttare la crescente impopolarità francese, rafforzando i suoi legami con Bamako e portando all’uscita delle truppe di Parigi dallo Stato. Ricordiamo, per inciso, che una parte consistente di questa influenza viene veicolata dal Cremlino attraverso i mercenari del Wagner group, che hanno esteso la propria longa manus sulla Libia orientale e su parte del Sahel. Quel Sahel che risulta notoriamente un’area cruciale per i flussi migratori diretti verso le nostre coste.
Ed è qui che arriviamo al nocciolo del problema. Gli impatti della crisi ucraina saranno prevedibilmente utilizzati da Mosca e Pechino per consolidare la propria posizione in Africa. Un elemento, questo, che sarà indirizzato a due obiettivi principali. Entrambe le potenze vogliono innanzitutto aumentare il proprio peso in sede Onu e, all’occorrenza, utilizzare la leva migratoria per mettere sotto pressione l’Unione europea. D’altronde, il pericolo che la fame inneschi altre ondate di sbarchi, lo ha evocato pure Volodymyr Zelensky, nel suo discorso a Montecitorio. Bruxelles, stavolta, non può farsi trovare impreparata.
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Nonostante guerra e crisi alimentare, Bruxelles conferma il taglio «ecologico» delle produzioni e autorizza solo aiuti esigui alle aziende. La linea (surreale) la dà il ministro tedesco: «Meno carne per fermare Mosca».Il conflitto aggraverà la scarsità di cibo e gasolio in Africa, stimolando il «soccorso» di Cina e Russia, già dilaganti nel continente. E capaci di sfruttare il ricatto degli sbarchi.Lo speciale contiene due articoli.L’Europa sull’agricoltura ha fatto una scelta ideologica e neppure sotto le bombe di Kiev e di fronte alla carestia che affamerà i Paesi più deboli è disposta a cambiarla: va sacrificata la produzione a vantaggio dell’ambiente. La crisi del grano è derubricata ad accidente temporaneo. Per questo esce un pacchetto di aiuti di modestissima portata: 1,5 miliardi di sostegni, una parziale rinuncia a tenere i terreni incolti, nessuna risposta alla crisi dei mangimi. Sono le linee guida disegnate dalla lobby dei verdi e vegana per cui la resistenza a Vladimir Putin passa dal no alla bistecca. Parola del ministro tedesco, Cem Ozdemir, un ultras del veganismo ambientalista. Che poi - come avverte Emmanuel Macron - la crisi del grano, del mais, dello zucchero innescata dalla guerra in Ucraina finisca per determinare nell’arco di un anno una delle più gravi crisi alimentari mai viste portando l’Africa alla fame non interessa a Bruxelles. Non ci sarà alcuna deviazione dalla traiettoria del «Farm to fork», che prevede una riduzione di produzioni agricole del 30% nel continente, nessun ripensamento sul Green deal e solo un parziale allentamento di alcune regole. Il Paese più svantaggiato è come al solito l’Italia. C’è stato, lunedì, a Bruxelles, il Consiglio dei ministri agricoli. Pare preceduto da un colloquio tra il ministro tedesco e Ursula von der Leyen sulle misure da adottare dopo l’invasione in Ucraina. Ozdemir, leader dei Verdi tedeschi, ha un passato alla «corte» di Barack Obama, dove si «rifugiò» dopo uno scandalo relativo a contributi elettorali ricevuti nel 1994, quando divenne il primo deputato di origine turca eletto nel Bundestag. I suoi legami con la lobby ambientalista americana sono fortissimi. La sua idea è che il mondo deve diventare progressivamente vegano - è il nuovo business delle multinazionali - e agli altri ministri sui mangimi che mancano ha detto chiaro: «Dobbiamo consumare meno carne: preoccuparsi dei mangimi non è decisivo né per gli uomini né per l’ambiente.» Ozdemir aveva già espresso questo suo concetto in una intervista a Der Spiegel una settimana fa. «Mangiare meno carne», sostiene, «sarebbe un contributo contro Putin, un sistema basato sugli allevamenti intensivi in cui il 60% del grano finisce nelle mangiatoie è insostenibile e non funziona in un contesto globale». E così si toglie il grano agli allevamenti - per la verità le vacche mangiano mais, ma alla causa verde non fa comodo dirlo - per evitare di aumentare le produzioni, perché l’idea rimane che l’agricoltura è nemica dell’ambiente. Che sia così lo conferma anche Eleonora Evi, europarlamentare verde, che in totale dissenso dalle richieste avanzate al Consiglio d’Europa dal nostro ministro, Stefano Patuanelli, sostiene: «Ho scritto con il gruppo Greens/Ale alla Commissione per chiedere di andare avanti col “Farm to fork”: la guerra non deve diventare un pretesto per disattendere gli impegni europei a tutela della natura a medio e lungo termine.» Ovviamente tanto la von der Leyen quanto il suo vice, Frans Timmermans, impegnato ad ascoltare le richieste delle multinazionali dell’alimentazione, sono lieti del sostegno verde. Stefano Patuanelli ha chiesto invece che siano sospesi gli effetti della Pac, si possano mettere a coltura i terreni ora a riposo, sia sospesa la rotazione delle colture, ci siano più aiuti economici ai campi e per la pesca e si possa usare come concimi i digestati per il biogas. La risposta della Commissione è esigua: aiuti di Stato limitati a 35.000 euro, uso dei terreni incolti solo per un anno. Severa la critica di Luigi Scordamaglia, di Filiera Italia: «Il pacchetto di misure riflette la scarsa consapevolezza che la Commissione sembra avere sulla gravità della crisi ucraina. La Commissione considera scarsamente gli allarmi venuti da molti capi di Stato e di governo sull’emergenza alimentare che si abbatterà sulle popolazioni più deboli. I 35.000 euro come plafond massimo di aiuti per le aziende agricole, che stanno subendo costi enormi è inaccettabile, così come è assurdo il limite di 400.000 euro per le imprese agroalimentari. Il nostro governo pensa ad aiuti ben più consistenti che saranno però vanificati da questa misura europea». Per quanto riguarda le modifiche alla Pac, Scordamaglia nota: «Se è stata accettata la sospensione dei terreni a riposo non è invece stata data la deroga sul limite di superficie per coltura, lasciando l’obbligo di un numero minimo di colture per azienda, che è l’opposto di quello che servirebbe oggi con la grave carenza di mais e di altri prodotti». Anche lo sblocco di 200.000 ettari da coltivare a mais - salutato con favore da Ettore Prandini, presidente di Coldiretti - risolve in minima parte la penuria di mangimi. Del resto solo una telefonata tra Mario Draghi e Viktor Orbán - l’Ungheria, che ha dato lo stop all’export, è il nostro primo fornitore di grano e di mais - ha in parte riaperto le spedizioni verso l’Italia nel silenzio dell’Ue. La crisi dei cereali però non è affatto risolta. 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Ora, la guerra e le sanzioni stanno causando un incremento significativo del prezzo dei cereali, provocando un effetto negativo sugli Stati africani. La Libia, che dipende dal grano ucraino per il 40%, ha per esempio registrato un considerevole incremento del prezzo della farina. Un discorso simile vale per l’approvvigionamento di carburante. In Nigeria si è verificato un deciso aumento del prezzo del diesel, mentre l’inflazione sta attanagliando Paesi come il Kenya e l’Uganda. Nei giorni scorsi, Human rights watch ha non a caso sottolineato che l’invasione russa dell’Ucraina potrebbe aggravare la crisi alimentare in Nord Africa e in Medio Oriente; dello stesso avviso si è detto ieri il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres. Non va del resto trascurato che Russia e Ucraina, insieme, rappresentano il 14% di tutta la produzione mondiale di grano e il 29% di tutte le esportazioni di grano. È dunque chiaro che la crisi alimentare ed energetica rischia di creare forte instabilità nel continente africano. Certo: va sottolineato che alcuni Paesi africani dispongono di risorse energetiche. Tuttavia in molti casi incontrano problemi di produzione (secondo Deutsche Welle, la Nigeria e l’Angola riescono per esempio a pompare soltanto il 94% e il 78% della loro quota Opec). In tutto questo, non bisogna dimenticare che, nel corso degli anni, Russia e Cina hanno portato avanti una progressiva espansione politica ed economica nell’area. E Mosca e Pechino puntano a mantenere tale influenza. Basti pensare che, appena pochi giorni fa, la Repubblica popolare ha siglato un accordo da 7 miliardi di dollari con l’Algeria per la produzione di fertilizzanti: in particolare, il progetto punta a produrre oltre 5 milioni di tonnellate di fertilizzante all’anno nella regione di Tébessa e ha come ulteriore obiettivo quello di creare almeno 12.000 posti di lavoro. In effetti, a causa della guerra in Ucraina, si stanno verificando problemi di approvvigionamento dalla Russia proprio nel settore dei fertilizzanti: un fattore di cui il Dragone ha evidentemente intenzione di approfittare. La scaltra mossa di Pechino ricalca del resto una strategia che abbiamo già visto all’opera l’anno scorso, quando il regime di Xi Jinping ha consolidato la propria influenza su Africa e Medio Oriente a colpi di diplomazia vaccinale. Dall’altra parte, non dobbiamo trascurare che la Russia ha intensificato la propria presenza in varie parti del continente africano negli ultimi anni: basti pensare all’incremento di influenza politica su Paesi come la Repubblica Centrafricana e il Mali. Proprio in Mali, Vladimir Putin è riuscito a sfruttare la crescente impopolarità francese, rafforzando i suoi legami con Bamako e portando all’uscita delle truppe di Parigi dallo Stato. Ricordiamo, per inciso, che una parte consistente di questa influenza viene veicolata dal Cremlino attraverso i mercenari del Wagner group, che hanno esteso la propria longa manus sulla Libia orientale e su parte del Sahel. Quel Sahel che risulta notoriamente un’area cruciale per i flussi migratori diretti verso le nostre coste. Ed è qui che arriviamo al nocciolo del problema. Gli impatti della crisi ucraina saranno prevedibilmente utilizzati da Mosca e Pechino per consolidare la propria posizione in Africa. Un elemento, questo, che sarà indirizzato a due obiettivi principali. Entrambe le potenze vogliono innanzitutto aumentare il proprio peso in sede Onu e, all’occorrenza, utilizzare la leva migratoria per mettere sotto pressione l’Unione europea. D’altronde, il pericolo che la fame inneschi altre ondate di sbarchi, lo ha evocato pure Volodymyr Zelensky, nel suo discorso a Montecitorio. Bruxelles, stavolta, non può farsi trovare impreparata.
Ansa
Per prima cosa sento il dovere di avvertire i piccoli risparmiatori che per ridurre i rischi di perdite nel settore tecnologico/borsistico futurizzante dovrebbero inserire il loro denaro in strumenti finanziari gestiti da soggetti professionali. Non è roba per il fai da te. Raccomandazione rinforzata da una notevole varietà di opinioni specialistiche sulle prospettive di guadagno di SpaceX. Da un lato lo scenario di medio-lungo termine trova probabilità ottimistiche. Ma, dall’altro, quello di breve-medio individua un’altalena di valori, con rischio di dimezzamento. Come mai, allora, venerdì scorso la domanda di azioni di SpaceX è arrivata a 250 miliardi di dollari a fronte di un’offerta di 75, portando la capitalizzazione dell’azienda verso i 2.000 miliardi di dollari, quasi il Pil italiano?
I grandi fondi finanziari possono gestire senza gravi problemi un’altalena di valori e tra questi i fondi sovrani, in particolare arabi, hanno la forza finanziaria per scambiare investimento con accessi alla tecnologia. L’agenzia Bloomberg ha rilevato che almeno 70 dei 250 miliardi detti sono stati proposti da piccoli risparmiatori trainati dalle aspettative o speranze speculative di brevissimo periodo. Per capire il fenomeno è utile osservare l’andamento dei titoli tecnologici statunitensi negli ultimi 10-15 anni: prevale il numero di quelli (grandi) che hanno moltiplicato in quantità enorme il loro valore e tale evidenza regge una profezia ottimistica sulle capacità delle aziende tecnologiche statunitensi di cambiare il mondo ottenendo per un certo periodo un monopolio super tecnologico con poca concorrenza che favorisce iper-guadagni. Per esempio, l’azienda innovativa Tesla di Musk in pochi anni ha ottenuto una capitalizzazione molto più elevata di altre case automobilistiche tradizionali. Probabilmente nel prossimo futuro ci saranno più competitori e i valori verranno riequilibrati dalla concorrenza, ma per un periodo non breve gli investitori iniziali hanno visto un aumento enorme del loro investimento iniziale. In sintesi, la speranza di superprofitti per le quotate tecnologiche statunitensi non è infondata. Tuttavia, prudenza come detto sopra.
Studio da almeno 25 anni lo scenario di esoeconomia cercando di capire il momento in cui avrà un ciclo di capitale autonomo e dinamico. Finora l’economia extraterrestre è stata finanziata per lo più con denaro statale in buona parte connesso agli investimenti di superiorità militare per scopi di dominio osservativo sulla superficie terrestre. Ora ci sono i primi segnali - in realtà anticipati già da un decennio - di irruzione del capitale privato nel settore. Non parlo di turismo spaziale strapagato che resta una piccola cosa, pur affascinante. Vedo invece nella logica di SpaceX una forte spinta a creare un esociclo specifico del capitale. Lanciatori a parte, Musk ha integrato Starlink (megarete satellitare per comunicazioni) ed esosistemi di Intelligenza artificiale. Questi ultimi hanno il potenziale di semplificare e velocizzare le immagini e altri dati della superficie terrestre ora ottenuti con procedure più complesse e nodi di inefficienza. Qui il potenziale di profitto è enorme. Ma in prospettiva il progetto di portare esseri umani su Marte ne promette di più. Migliaia di nuove tecnologie, dalla costruzione di astronavi in cantieri spaziali alla robotica medica. Siamo, vicini ad un esosalto entro uno scenario di 30-40 anni. Accelerato dalla esocompetizione tra America e Cina che potrebbe essere ancor più velocizzata dall’irruzione dall’Intelligenza artificiale basata su tecnologia quantistica che preferisco chiamare «robotica cognitiva». L’irruzione del capitale privato è un acceleratore dello sfruttamento e concorrenza nell’esospazio. Chi è ottimista su questo scenario secondo me non sbaglia l’analisi di destino, ma deve fare attenzione ai tempi di rendimento di un ciclo di capitale esospecifico. Che secondo me sarà massimo nel settore della robotica.
Non posso evitare di scrivere che, in base ai dati, il potenziale dell’industria italiana per la robotica eso, endo, aerea e sub è enorme. Ma il capitale privato di investimento che servirebbe per ingrandire le aziende specializzate nel settore è scarso. Saranno di manifattura italiana le costruzioni della futura base lunare nel programma statunitense Artemis. Semplificando, sono decine i settori esospaziali dove la tecnologia residente in Italia è la più evoluta nel mondo. Ma tutto questo potenziale è sottocapitalizzato come osservato con amarezza giustamente provocatoria da Mario Draghi: una start up di qualità innovativa promettente in Italia e in Europa deve andare in America per trovare i capitali utili al suo sviluppo. Cioè i Musk li abbiamo - forse anche migliori - ma non le regole e il luogo per capitalizzarli. E aggiungo che paradossalmente in Italia abbiamo un livello di risparmio tra i più alti al mondo. Sto proponendo un Nasdaq in Italia che capitalizzi le aziende tecnologiche residenti e attiri quelle europee e del Mediterraneo e perfino americane o giapponesi?
Sì, senza offesa per Euronext o autorità borsistiche oppure per chi pone troppi limiti ai fondi di investimento. Ma la rivoluzione tecnologica va gestita con più libertà per sperimentazioni ed investimenti e non con più regole.
www.carlopelanda.com
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Si è chiusa la 99ª edizione della Freccia Rossa, tra paesaggi italiani e auto d'epoca. Il successo è andato agli argentini Juan e Margarita Tonconogy, che riportano il loro nome nell'albo d'oro dopo sei anni di dominio di Andrea Vesco e Fabio Salvinelli.
C'è chi la definisce la corsa più bella del mondo e chi, da quasi un secolo, la considera un rito capace di raccontare l'Italia attraverso le sue strade. La 1000 Miglia continua a essere molto più di una competizione automobilistica: è il fascino senza tempo delle vetture storiche, l'abbraccio delle piazze gremite e il legame tra tradizione sportiva e territorio.
L'edizione 2026 si è chiusa a Brescia con il trionfo degli argentini Juan e Margarita Tonconogy, vincitori a bordo di un'Alfa Romeo 6C 1750 GS Spider Zagato del 1931. Un successo che interrompe la lunga egemonia di Andrea Vesco e Fabio Salvinelli, protagonisti delle ultime sei edizioni della Freccia Rossa. Per Juan Tonconogy si tratta del quarto successo personale alla 1000 Miglia, dopo quelli conquistati nel 2013, nel 2016 e nel 2018. Questa volta, però, il trionfo assume un significato particolare: a condividere l'abitacolo dell'Alfa Romeo 6C 1750 GS Spider Zagato del 1931 c'era la sorella Margarita, con cui il pilota argentino conquista la sua prima vittoria in coppia. Alle loro spalle si sono classificati proprio Andrea Vesco e Fabio Salvinelli, secondi su Alfa Romeo 6C 1750 SS Spider Zagato del 1929 al termine di un confronto serrato che ha accompagnato gran parte della corsa. Sul terzo gradino del podio sono saliti Lorenzo e Mario Turelli, autori di una prova regolare e precisa sulla O.M. 665 S MM Superba del 1929. Nella Coppa delle Dame si conferma invece Silvia Marini che, insieme a Francesca Ruggeri su Cisitalia 202 S MM Spider del 1947, conquista ancora una volta il successo nella classifica riservata agli equipaggi femminili. Nel Ferrari Tribute 1000 Miglia hanno esultato Vittorino Battaglia e Giordano Mozzi su Ferrari 488 Spider del 2019, mentre nella Gran Turismo Experience il successo è andato a Shimitzu Ryotaro e Jari-Matti Latvala.
L'edizione 2026 si chiude dopo cinque intense tappe e quasi 2.000 chilometri percorsi lungo alcune delle strade più suggestive della Penisola. Un itinerario che ha unito la sfida sportiva alla scoperta del territorio, mettendo alla prova gli equipaggi attraverso 144 Prove Cronometrate e 8 Prove di Media. Partita da Brescia, la carovana della Freccia Rossa ha attraversato per la prima volta la Val Trompia e la Val Gobbia, per poi proseguire verso il lago di Garda e il Veneto. Dopo il passaggio sul Passo dell'Abetone, la corsa ha toccato Toscana e Lazio, regalando immagini simboliche come le prove sulle mura di Lucca e la sosta in Piazza del Campo a Siena. La risalita verso l'Adriatico ha portato gli equipaggi ad Assisi, con il passaggio sul sagrato della Basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola nel ricordo di San Francesco, prima di attraversare la Gola del Furlo e raggiungere San Marino. L'ultima tappa, partita da Rimini, ha accompagnato le vetture storiche attraverso Ferrara e Mantova fino al ritorno a Brescia, dove il Controllo Orario finale e la tradizionale passerella in viale Venezia hanno sancito la conclusione della manifestazione.
Archiviata l'edizione numero 99, lo sguardo è già rivolto al prossimo appuntamento. Il 2027 sarà infatti l'anno del Centenario: la 1000 Miglia tornerà alla sua tradizionale collocazione di fine maggio, dal 22 al 29, pronta a scrivere un nuovo capitolo della sua lunga storia.
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