True
2021-07-10
Le manie ecologiche e l’Ue ci portano lo choc energetico fin dentro casa
«Pochi se ne sono accorti ma lo scorso 26 maggio è impresso nella mia mente come il giorno in cui il mercato petrolifero è cambiato in maniera strutturale». Paul (nome di fantasia per proteggerne la privacy) è uno dei trader di commodities più conosciuti nella City londinese. Non particolarmente alto di statura, ha la pancetta tipica dell'operatore finanziario della vecchia guardia (quelli della nuova generazione sono molto più salutisti), naturale conseguenza delle sedute serali nei pub di Leadenhall Market dove stempera lo stress accumulato nel corso della giornata. A prima vista un uomo come ce ne sono tanti: ma se lo guardi fisso in quegli azzurri e fieri occhi da gallese capisci il motivo per cui appartiene a un'élite di persone in grado di decidere in pochi minuti dove allocare milioni di sterline per una scommessa. Perché alla fine questo è il mercato: puoi fare tutti gli studi del mondo, ma è sempre una scommessa. Però non è il coraggio (che per alcuni è incoscienza) il suo punto di forza. Quello che fa di Paul un grande trader è la capacità di capire quando il mercato cambia e adattarvisi immediatamente. Ma cosa è esattamente accaduto in quel quarto mercoledì di maggio? Ce lo ricorda il nostro amico: «Il tribunale olandese dell'Aia ingiunge alla Shell di ridurre del 45% le emissioni di CO2 entro il 2030. La causa era stata avviata nell'aprile del 2019 da Milieudefensie, filiale olandese dell'organizzazione internazionale Amici della terra, assieme a sei altre Ong fra cui Greenpeace e Actionaid nei Paesi Bassi. Più di 17.000 cittadini olandesi si erano costituiti parte civile. Nell'accogliere le accuse mosse da sette organizzazioni ambientaliste, il giudice stabilisce come Shell sia responsabile di enormi emissioni di CO2 contribuendo alle conseguenze disastrose del cambiamento climatico per la popolazione. Insomma per la prima volta nella storia, un'impresa è costretta dalla giustizia ad adeguarsi all'accordo di Parigi del 2015».
E dire che la multinazionale angloolandese aveva annunciato a febbraio l'intenzione di ridurre le emissioni rispetto al 2016 del 20% entro il 2030, del 45% entro il 2035 e del tutto entro il 2050. Ma al giudice questo non è evidentemente bastato. Alla notizia, qui in Italia, viene riservato solo qualche lancio di agenzia e qualche timido trafiletto sui giornali, ma l'impatto finanziario rischia di essere enorme. Imporre una la drastica riduzione (in largo anticipo rispetto al previsto) delle emissioni di CO2, infatti, costringe di fatto la Shell a vendere alcuni dei suoi asset. La conferma arriva dopo appena pochi giorni: l'agenzia Reuters riporta come il gruppo olandese stia caldeggiando la cessione degli asset nel ricco Bacino Permiamo nello stato del Texas. A quel punto alea iacta est: bastano pochi minuti per far realizzare all'intera comunità internazionale degli operatori petroliferi quale sarà lo scenario più probabile: una strutturale riduzione dell'offerta di oro nero. «Già prima l'annuncio della sentenza stavo osservando come il mercato future del petrolio stesse mostrando una crescente tensione», spiega Paul, «La curva forward in particolare iniziava a mostrare un regime di backwardation, quella dinamica caratterizzata da prezzi più elevati per le consegne a breve e più bassi per le scadenza a lunga, sintomo dell'incapacità dell'offerta di stare al passo con l'aumento dei consumi in ragione della normalizzazione del trasporto aereo. Ma la sentenza del tribunale olandese è stata come gettare benzina fuoco perché a questo punto è probabile che altre cause partiranno prendendo di mira le altre major».
Effettivamente se andiamo ad analizzare l'andamento del prezzo del Brent, già dal minimo di aprile 2020 di 15 dollari al barile era arrivato a fine maggio a 70 dollari al barile. È però proprio da inizio maggio che parte una nuova spinta al rialzo che lo porta la scorsa settimana a raggiungere i 77 dollari al barile. Come sovente avviene dopo una violenta azione di mercato, a quel punto, a svegliarsi sono anche gli analisti delle banche d'affari: i primi sono quelli di Bank of America che in una nota inviata alla clientela inseriscono nei previsionali anche la possibilità per i prezzi dell'oro nero di tornare verso la fatidica soglia dei 100 dollari al barile. La mossa della banca d'affari statunitense spiana la strada anche alle società di ricerca come Capital economics che proprio all'inizio di questa settimana avverte i clienti dello stesso rischio.
«Il settore energetico di fatto sta assistendo allo stesso trauma che visse al tempo il comparto del tabacco», ci spiega Ed Yardeni, uno dei più prestigiosi analisti di Wall Street, «e anche se la compagnia ha annunciato che farà ricorso credo che non ci sia il tempo materiale di arrivare alla conclusione dell'iter giudiziario prima del 2030, l'anno in cui ricade l'obbligo imposto dal giudice di ridurre le emissioni». Decine di militanti ambientalisti, in attesa fuori dal tribunale, hanno festeggiato la sentenza con cori e lacrime di gioia: «Oggi assieme ai 17.000 cittadini che hanno firmato scriviamo una pagina di storia», ha commentato l'Ong Amici della terra. Ma l'entusiasmo degli ambientalisti rischia di essere una vittoria di Pirro. Mettere infatti le major petrolifere nella condizione di cedere forzatamente i propri asset significherà riconsegnarle nelle mani delle rivali russe, arabe e cinesi su cui insistono norme ambientali meno stringenti con il risultato che forse verranno prodotte meno emissioni in Europa ma a livello globale poco o nulla cambierà. Bisogna infatti sempre ricordare come la tecnologia legata all'elettrificazione rappresenti un vettore di energia che in larga misura deriva ancora dal combustibile fossile. E che dunque solo quando sarà prodotta da fonti rinnovabili potremo parlare di energia pulita al 100%. Ma l'impatto rischia di essere particolarmente pesante anche sul fronte macroeconomico. In un contesto quale quello attuale, caratterizzato da enormi strozzature dell'offerta, alimentare la corsa al rialzo del petrolio rischia di creare le condizioni per uno shock energetico nel 2022, il rialzo generalizzato dei prezzi di tutte le materie prime e la conseguente caduta in recessione dell'economia mondiale. Insomma, sembra che siamo proprio davanti al più classico dei casi di eterogenesi dei fini.
Pronta la tassa verde sulla benzina
Pagare per inquinare. È questa la filosofia dietro all'Emissions trading system (Ets), il sistema introdotto dall'Ue nel 2005 per obbligare le imprese a più alta intensità carbonica (acciaio, vetro, cemento, chimica, energia) a staccare un assegno in cambio dell'acquisto di permessi di emissione. Alcuni di questi settori godono di allocazioni gratuite di permessi, ma devono comunque comprare le quote se emettono oltre una certa soglia.
Com'è facile intuire, l'Ue rappresenta il dominus di questi speciali certificati. Stabilisce, infatti, i tetti massimi (decrescenti) di emissione per anno, crea i permessi collegati (un titolo equivale a 1.000 tonnellate di CO2) e li mette all'asta secondo un calendario prestabilito. I soggetti obbligati devono approvvigionarsi dei diritti presso le aste, pagando il prezzo marginale risultante dalle offerte. L'idea è che il costo per emettere anidride carbonica debba diventare talmente alto da renderlo non conveniente rispetto alle alternative come, ad esempio, l'utilizzo di energia eolica anziché quella da carbone o da gas. L'aumento dei prezzi dei permessi, dunque, non è solo un effetto desiderato, anzi rappresenta di fatto l'obiettivo. A sua volta l'aumento del prezzo della CO2, alimentato anche da un vivace mercato dei derivati, provoca un incremento dei prezzi dell'energia elettrica e del gas, come i cittadini hanno potuto verificare con l'aumento monstre delle tariffe dal 1° luglio scorso.
La Commissione europea sta ora valutando di allargare il sistema Ets e applicarlo anche ai consumi di benzina e gas. Ne sapremo di più tra pochi giorni quando, il 14 luglio, Bruxelles presenterà dieci dei 12 provvedimenti che compongono la strategia Fit for 55, attraverso la quale l'Ue si pone l'obiettivo di tagliare del 55% le emissioni di gas serra al 2030. «Stiamo preparando un grande pacchetto», ha dichiarato il commissario europeo agli Affari economici Paolo Gentiloni ieri al G20, «per una tassazione “green" è ora o mai più».
Allargare l'Ets ai combustibili domestici equivale di fatto a introdurre una vera propria carbon tax che colpirà i trasporti e il riscaldamento casalingo, sul modello dell'imposta già in vigore in Germania da quest'anno. Berlino tassa infatti tutti gli usi di gas naturale, benzina e gasolio per 25 euro ogni tonnellata di CO2, che equivalgono a una tassa di 7-8 centesimi di euro al litro sulla benzina e a circa 5 centesimi di euro al metro cubo sul gas.
In più, l'Ue vorrebbe introdurre il Carbon border adjustment mechanism (Cbam). L'ennesimo minaccioso acronimo inventato dagli euroburocrati prevede, in sintesi, l'introduzione dal 2023 di una corposa tassa sulle importazioni di beni - acciaio, ferro, cemento, fertilizzanti, alluminio - provenienti da Paesi con regole meno stringenti di quelle europee sulle emissioni. La nuova tassa dovrebbe incentivare quei Paesi a dotarsi di regole per l'abbattimento delle emissioni, scoraggiando la delocalizzazione di imprese europee. Al di là dei propositi, applicando una tassa sull'import di beni intermedi il risultato quasi certo sarà un aumento generalizzato dei prezzi al consumo finale.
Il rischio è che questo salasso duri a lungo, perché per i sistemi energetici europei e per i cittadini le alternative disponibili ancora non ci sono o sono assai costose. Si rischia di avere, da qui a pochi anni, una povertà energetica interna dalle conseguenze sociali imprevedibili. La società di consulenza Cambridge econometrics ha stimato che se il sistema Ets europeo fosse allargato anche ai settori dei trasporti e del riscaldamento domestico, al 2030 si avrebbe un aumento dei costi del carburante di 50 centesimi di euro a litro e circa un raddoppio dei costi per i riscaldamenti a gas. Numeri impressionanti che rischiano di impattare fortemente sui redditi delle famiglie.
(3. Continua)
Continua a leggereRiduci
La sentenza olandese che impone a Shell di tagliare il 45% delle emissioni entro 9 anni provocherà il crollo dell'offerta e l'aumento dei prezzi del petrolio e di tutte le materie prime. Ma gli ambientalisti festeggiano.L'Europa lavora per estendere ai carburanti il mercato dei permessi a inquinare Gentiloni: «Ora o mai più». Nel 2030 il pieno rincarerà di 50 centesimi al litro.Lo speciale contiene due articoli.«Pochi se ne sono accorti ma lo scorso 26 maggio è impresso nella mia mente come il giorno in cui il mercato petrolifero è cambiato in maniera strutturale». Paul (nome di fantasia per proteggerne la privacy) è uno dei trader di commodities più conosciuti nella City londinese. Non particolarmente alto di statura, ha la pancetta tipica dell'operatore finanziario della vecchia guardia (quelli della nuova generazione sono molto più salutisti), naturale conseguenza delle sedute serali nei pub di Leadenhall Market dove stempera lo stress accumulato nel corso della giornata. A prima vista un uomo come ce ne sono tanti: ma se lo guardi fisso in quegli azzurri e fieri occhi da gallese capisci il motivo per cui appartiene a un'élite di persone in grado di decidere in pochi minuti dove allocare milioni di sterline per una scommessa. Perché alla fine questo è il mercato: puoi fare tutti gli studi del mondo, ma è sempre una scommessa. Però non è il coraggio (che per alcuni è incoscienza) il suo punto di forza. Quello che fa di Paul un grande trader è la capacità di capire quando il mercato cambia e adattarvisi immediatamente. Ma cosa è esattamente accaduto in quel quarto mercoledì di maggio? Ce lo ricorda il nostro amico: «Il tribunale olandese dell'Aia ingiunge alla Shell di ridurre del 45% le emissioni di CO2 entro il 2030. La causa era stata avviata nell'aprile del 2019 da Milieudefensie, filiale olandese dell'organizzazione internazionale Amici della terra, assieme a sei altre Ong fra cui Greenpeace e Actionaid nei Paesi Bassi. Più di 17.000 cittadini olandesi si erano costituiti parte civile. Nell'accogliere le accuse mosse da sette organizzazioni ambientaliste, il giudice stabilisce come Shell sia responsabile di enormi emissioni di CO2 contribuendo alle conseguenze disastrose del cambiamento climatico per la popolazione. Insomma per la prima volta nella storia, un'impresa è costretta dalla giustizia ad adeguarsi all'accordo di Parigi del 2015».E dire che la multinazionale angloolandese aveva annunciato a febbraio l'intenzione di ridurre le emissioni rispetto al 2016 del 20% entro il 2030, del 45% entro il 2035 e del tutto entro il 2050. Ma al giudice questo non è evidentemente bastato. Alla notizia, qui in Italia, viene riservato solo qualche lancio di agenzia e qualche timido trafiletto sui giornali, ma l'impatto finanziario rischia di essere enorme. Imporre una la drastica riduzione (in largo anticipo rispetto al previsto) delle emissioni di CO2, infatti, costringe di fatto la Shell a vendere alcuni dei suoi asset. La conferma arriva dopo appena pochi giorni: l'agenzia Reuters riporta come il gruppo olandese stia caldeggiando la cessione degli asset nel ricco Bacino Permiamo nello stato del Texas. A quel punto alea iacta est: bastano pochi minuti per far realizzare all'intera comunità internazionale degli operatori petroliferi quale sarà lo scenario più probabile: una strutturale riduzione dell'offerta di oro nero. «Già prima l'annuncio della sentenza stavo osservando come il mercato future del petrolio stesse mostrando una crescente tensione», spiega Paul, «La curva forward in particolare iniziava a mostrare un regime di backwardation, quella dinamica caratterizzata da prezzi più elevati per le consegne a breve e più bassi per le scadenza a lunga, sintomo dell'incapacità dell'offerta di stare al passo con l'aumento dei consumi in ragione della normalizzazione del trasporto aereo. Ma la sentenza del tribunale olandese è stata come gettare benzina fuoco perché a questo punto è probabile che altre cause partiranno prendendo di mira le altre major».Effettivamente se andiamo ad analizzare l'andamento del prezzo del Brent, già dal minimo di aprile 2020 di 15 dollari al barile era arrivato a fine maggio a 70 dollari al barile. È però proprio da inizio maggio che parte una nuova spinta al rialzo che lo porta la scorsa settimana a raggiungere i 77 dollari al barile. Come sovente avviene dopo una violenta azione di mercato, a quel punto, a svegliarsi sono anche gli analisti delle banche d'affari: i primi sono quelli di Bank of America che in una nota inviata alla clientela inseriscono nei previsionali anche la possibilità per i prezzi dell'oro nero di tornare verso la fatidica soglia dei 100 dollari al barile. La mossa della banca d'affari statunitense spiana la strada anche alle società di ricerca come Capital economics che proprio all'inizio di questa settimana avverte i clienti dello stesso rischio. «Il settore energetico di fatto sta assistendo allo stesso trauma che visse al tempo il comparto del tabacco», ci spiega Ed Yardeni, uno dei più prestigiosi analisti di Wall Street, «e anche se la compagnia ha annunciato che farà ricorso credo che non ci sia il tempo materiale di arrivare alla conclusione dell'iter giudiziario prima del 2030, l'anno in cui ricade l'obbligo imposto dal giudice di ridurre le emissioni». Decine di militanti ambientalisti, in attesa fuori dal tribunale, hanno festeggiato la sentenza con cori e lacrime di gioia: «Oggi assieme ai 17.000 cittadini che hanno firmato scriviamo una pagina di storia», ha commentato l'Ong Amici della terra. Ma l'entusiasmo degli ambientalisti rischia di essere una vittoria di Pirro. Mettere infatti le major petrolifere nella condizione di cedere forzatamente i propri asset significherà riconsegnarle nelle mani delle rivali russe, arabe e cinesi su cui insistono norme ambientali meno stringenti con il risultato che forse verranno prodotte meno emissioni in Europa ma a livello globale poco o nulla cambierà. Bisogna infatti sempre ricordare come la tecnologia legata all'elettrificazione rappresenti un vettore di energia che in larga misura deriva ancora dal combustibile fossile. E che dunque solo quando sarà prodotta da fonti rinnovabili potremo parlare di energia pulita al 100%. Ma l'impatto rischia di essere particolarmente pesante anche sul fronte macroeconomico. In un contesto quale quello attuale, caratterizzato da enormi strozzature dell'offerta, alimentare la corsa al rialzo del petrolio rischia di creare le condizioni per uno shock energetico nel 2022, il rialzo generalizzato dei prezzi di tutte le materie prime e la conseguente caduta in recessione dell'economia mondiale. Insomma, sembra che siamo proprio davanti al più classico dei casi di eterogenesi dei fini. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/manie-ecologiche-choc-energetico-casa-2653731821.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pronta-la-tassa-verde-sulla-benzina" data-post-id="2653731821" data-published-at="1625854629" data-use-pagination="False"> Pronta la tassa verde sulla benzina Pagare per inquinare. È questa la filosofia dietro all'Emissions trading system (Ets), il sistema introdotto dall'Ue nel 2005 per obbligare le imprese a più alta intensità carbonica (acciaio, vetro, cemento, chimica, energia) a staccare un assegno in cambio dell'acquisto di permessi di emissione. Alcuni di questi settori godono di allocazioni gratuite di permessi, ma devono comunque comprare le quote se emettono oltre una certa soglia. Com'è facile intuire, l'Ue rappresenta il dominus di questi speciali certificati. Stabilisce, infatti, i tetti massimi (decrescenti) di emissione per anno, crea i permessi collegati (un titolo equivale a 1.000 tonnellate di CO2) e li mette all'asta secondo un calendario prestabilito. I soggetti obbligati devono approvvigionarsi dei diritti presso le aste, pagando il prezzo marginale risultante dalle offerte. L'idea è che il costo per emettere anidride carbonica debba diventare talmente alto da renderlo non conveniente rispetto alle alternative come, ad esempio, l'utilizzo di energia eolica anziché quella da carbone o da gas. L'aumento dei prezzi dei permessi, dunque, non è solo un effetto desiderato, anzi rappresenta di fatto l'obiettivo. A sua volta l'aumento del prezzo della CO2, alimentato anche da un vivace mercato dei derivati, provoca un incremento dei prezzi dell'energia elettrica e del gas, come i cittadini hanno potuto verificare con l'aumento monstre delle tariffe dal 1° luglio scorso. La Commissione europea sta ora valutando di allargare il sistema Ets e applicarlo anche ai consumi di benzina e gas. Ne sapremo di più tra pochi giorni quando, il 14 luglio, Bruxelles presenterà dieci dei 12 provvedimenti che compongono la strategia Fit for 55, attraverso la quale l'Ue si pone l'obiettivo di tagliare del 55% le emissioni di gas serra al 2030. «Stiamo preparando un grande pacchetto», ha dichiarato il commissario europeo agli Affari economici Paolo Gentiloni ieri al G20, «per una tassazione “green" è ora o mai più». Allargare l'Ets ai combustibili domestici equivale di fatto a introdurre una vera propria carbon tax che colpirà i trasporti e il riscaldamento casalingo, sul modello dell'imposta già in vigore in Germania da quest'anno. Berlino tassa infatti tutti gli usi di gas naturale, benzina e gasolio per 25 euro ogni tonnellata di CO2, che equivalgono a una tassa di 7-8 centesimi di euro al litro sulla benzina e a circa 5 centesimi di euro al metro cubo sul gas. In più, l'Ue vorrebbe introdurre il Carbon border adjustment mechanism (Cbam). L'ennesimo minaccioso acronimo inventato dagli euroburocrati prevede, in sintesi, l'introduzione dal 2023 di una corposa tassa sulle importazioni di beni - acciaio, ferro, cemento, fertilizzanti, alluminio - provenienti da Paesi con regole meno stringenti di quelle europee sulle emissioni. La nuova tassa dovrebbe incentivare quei Paesi a dotarsi di regole per l'abbattimento delle emissioni, scoraggiando la delocalizzazione di imprese europee. Al di là dei propositi, applicando una tassa sull'import di beni intermedi il risultato quasi certo sarà un aumento generalizzato dei prezzi al consumo finale. Il rischio è che questo salasso duri a lungo, perché per i sistemi energetici europei e per i cittadini le alternative disponibili ancora non ci sono o sono assai costose. Si rischia di avere, da qui a pochi anni, una povertà energetica interna dalle conseguenze sociali imprevedibili. La società di consulenza Cambridge econometrics ha stimato che se il sistema Ets europeo fosse allargato anche ai settori dei trasporti e del riscaldamento domestico, al 2030 si avrebbe un aumento dei costi del carburante di 50 centesimi di euro a litro e circa un raddoppio dei costi per i riscaldamenti a gas. Numeri impressionanti che rischiano di impattare fortemente sui redditi delle famiglie. (3. Continua)
Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 7 maggio 2026. La deputata della Lega Tiziana Nisini ci parla della carenza di senologi in Italia, una emergenza nazionale
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
Continua a leggereRiduci
A Roma, al termine del Med9, il vicepremier Antonio Tajani annuncia la nascita di una coalizione tra Ue, Balcani, Golfo, Nord Africa e Lega Araba per garantire sicurezza alimentare e accesso ai fertilizzanti attraverso lo stretto di Hormuz dopo un cessate il fuoco stabile.