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2021-07-10
Le manie ecologiche e l’Ue ci portano lo choc energetico fin dentro casa
«Pochi se ne sono accorti ma lo scorso 26 maggio è impresso nella mia mente come il giorno in cui il mercato petrolifero è cambiato in maniera strutturale». Paul (nome di fantasia per proteggerne la privacy) è uno dei trader di commodities più conosciuti nella City londinese. Non particolarmente alto di statura, ha la pancetta tipica dell'operatore finanziario della vecchia guardia (quelli della nuova generazione sono molto più salutisti), naturale conseguenza delle sedute serali nei pub di Leadenhall Market dove stempera lo stress accumulato nel corso della giornata. A prima vista un uomo come ce ne sono tanti: ma se lo guardi fisso in quegli azzurri e fieri occhi da gallese capisci il motivo per cui appartiene a un'élite di persone in grado di decidere in pochi minuti dove allocare milioni di sterline per una scommessa. Perché alla fine questo è il mercato: puoi fare tutti gli studi del mondo, ma è sempre una scommessa. Però non è il coraggio (che per alcuni è incoscienza) il suo punto di forza. Quello che fa di Paul un grande trader è la capacità di capire quando il mercato cambia e adattarvisi immediatamente. Ma cosa è esattamente accaduto in quel quarto mercoledì di maggio? Ce lo ricorda il nostro amico: «Il tribunale olandese dell'Aia ingiunge alla Shell di ridurre del 45% le emissioni di CO2 entro il 2030. La causa era stata avviata nell'aprile del 2019 da Milieudefensie, filiale olandese dell'organizzazione internazionale Amici della terra, assieme a sei altre Ong fra cui Greenpeace e Actionaid nei Paesi Bassi. Più di 17.000 cittadini olandesi si erano costituiti parte civile. Nell'accogliere le accuse mosse da sette organizzazioni ambientaliste, il giudice stabilisce come Shell sia responsabile di enormi emissioni di CO2 contribuendo alle conseguenze disastrose del cambiamento climatico per la popolazione. Insomma per la prima volta nella storia, un'impresa è costretta dalla giustizia ad adeguarsi all'accordo di Parigi del 2015».
E dire che la multinazionale angloolandese aveva annunciato a febbraio l'intenzione di ridurre le emissioni rispetto al 2016 del 20% entro il 2030, del 45% entro il 2035 e del tutto entro il 2050. Ma al giudice questo non è evidentemente bastato. Alla notizia, qui in Italia, viene riservato solo qualche lancio di agenzia e qualche timido trafiletto sui giornali, ma l'impatto finanziario rischia di essere enorme. Imporre una la drastica riduzione (in largo anticipo rispetto al previsto) delle emissioni di CO2, infatti, costringe di fatto la Shell a vendere alcuni dei suoi asset. La conferma arriva dopo appena pochi giorni: l'agenzia Reuters riporta come il gruppo olandese stia caldeggiando la cessione degli asset nel ricco Bacino Permiamo nello stato del Texas. A quel punto alea iacta est: bastano pochi minuti per far realizzare all'intera comunità internazionale degli operatori petroliferi quale sarà lo scenario più probabile: una strutturale riduzione dell'offerta di oro nero. «Già prima l'annuncio della sentenza stavo osservando come il mercato future del petrolio stesse mostrando una crescente tensione», spiega Paul, «La curva forward in particolare iniziava a mostrare un regime di backwardation, quella dinamica caratterizzata da prezzi più elevati per le consegne a breve e più bassi per le scadenza a lunga, sintomo dell'incapacità dell'offerta di stare al passo con l'aumento dei consumi in ragione della normalizzazione del trasporto aereo. Ma la sentenza del tribunale olandese è stata come gettare benzina fuoco perché a questo punto è probabile che altre cause partiranno prendendo di mira le altre major».
Effettivamente se andiamo ad analizzare l'andamento del prezzo del Brent, già dal minimo di aprile 2020 di 15 dollari al barile era arrivato a fine maggio a 70 dollari al barile. È però proprio da inizio maggio che parte una nuova spinta al rialzo che lo porta la scorsa settimana a raggiungere i 77 dollari al barile. Come sovente avviene dopo una violenta azione di mercato, a quel punto, a svegliarsi sono anche gli analisti delle banche d'affari: i primi sono quelli di Bank of America che in una nota inviata alla clientela inseriscono nei previsionali anche la possibilità per i prezzi dell'oro nero di tornare verso la fatidica soglia dei 100 dollari al barile. La mossa della banca d'affari statunitense spiana la strada anche alle società di ricerca come Capital economics che proprio all'inizio di questa settimana avverte i clienti dello stesso rischio.
«Il settore energetico di fatto sta assistendo allo stesso trauma che visse al tempo il comparto del tabacco», ci spiega Ed Yardeni, uno dei più prestigiosi analisti di Wall Street, «e anche se la compagnia ha annunciato che farà ricorso credo che non ci sia il tempo materiale di arrivare alla conclusione dell'iter giudiziario prima del 2030, l'anno in cui ricade l'obbligo imposto dal giudice di ridurre le emissioni». Decine di militanti ambientalisti, in attesa fuori dal tribunale, hanno festeggiato la sentenza con cori e lacrime di gioia: «Oggi assieme ai 17.000 cittadini che hanno firmato scriviamo una pagina di storia», ha commentato l'Ong Amici della terra. Ma l'entusiasmo degli ambientalisti rischia di essere una vittoria di Pirro. Mettere infatti le major petrolifere nella condizione di cedere forzatamente i propri asset significherà riconsegnarle nelle mani delle rivali russe, arabe e cinesi su cui insistono norme ambientali meno stringenti con il risultato che forse verranno prodotte meno emissioni in Europa ma a livello globale poco o nulla cambierà. Bisogna infatti sempre ricordare come la tecnologia legata all'elettrificazione rappresenti un vettore di energia che in larga misura deriva ancora dal combustibile fossile. E che dunque solo quando sarà prodotta da fonti rinnovabili potremo parlare di energia pulita al 100%. Ma l'impatto rischia di essere particolarmente pesante anche sul fronte macroeconomico. In un contesto quale quello attuale, caratterizzato da enormi strozzature dell'offerta, alimentare la corsa al rialzo del petrolio rischia di creare le condizioni per uno shock energetico nel 2022, il rialzo generalizzato dei prezzi di tutte le materie prime e la conseguente caduta in recessione dell'economia mondiale. Insomma, sembra che siamo proprio davanti al più classico dei casi di eterogenesi dei fini.
Pronta la tassa verde sulla benzina
Pagare per inquinare. È questa la filosofia dietro all'Emissions trading system (Ets), il sistema introdotto dall'Ue nel 2005 per obbligare le imprese a più alta intensità carbonica (acciaio, vetro, cemento, chimica, energia) a staccare un assegno in cambio dell'acquisto di permessi di emissione. Alcuni di questi settori godono di allocazioni gratuite di permessi, ma devono comunque comprare le quote se emettono oltre una certa soglia.
Com'è facile intuire, l'Ue rappresenta il dominus di questi speciali certificati. Stabilisce, infatti, i tetti massimi (decrescenti) di emissione per anno, crea i permessi collegati (un titolo equivale a 1.000 tonnellate di CO2) e li mette all'asta secondo un calendario prestabilito. I soggetti obbligati devono approvvigionarsi dei diritti presso le aste, pagando il prezzo marginale risultante dalle offerte. L'idea è che il costo per emettere anidride carbonica debba diventare talmente alto da renderlo non conveniente rispetto alle alternative come, ad esempio, l'utilizzo di energia eolica anziché quella da carbone o da gas. L'aumento dei prezzi dei permessi, dunque, non è solo un effetto desiderato, anzi rappresenta di fatto l'obiettivo. A sua volta l'aumento del prezzo della CO2, alimentato anche da un vivace mercato dei derivati, provoca un incremento dei prezzi dell'energia elettrica e del gas, come i cittadini hanno potuto verificare con l'aumento monstre delle tariffe dal 1° luglio scorso.
La Commissione europea sta ora valutando di allargare il sistema Ets e applicarlo anche ai consumi di benzina e gas. Ne sapremo di più tra pochi giorni quando, il 14 luglio, Bruxelles presenterà dieci dei 12 provvedimenti che compongono la strategia Fit for 55, attraverso la quale l'Ue si pone l'obiettivo di tagliare del 55% le emissioni di gas serra al 2030. «Stiamo preparando un grande pacchetto», ha dichiarato il commissario europeo agli Affari economici Paolo Gentiloni ieri al G20, «per una tassazione “green" è ora o mai più».
Allargare l'Ets ai combustibili domestici equivale di fatto a introdurre una vera propria carbon tax che colpirà i trasporti e il riscaldamento casalingo, sul modello dell'imposta già in vigore in Germania da quest'anno. Berlino tassa infatti tutti gli usi di gas naturale, benzina e gasolio per 25 euro ogni tonnellata di CO2, che equivalgono a una tassa di 7-8 centesimi di euro al litro sulla benzina e a circa 5 centesimi di euro al metro cubo sul gas.
In più, l'Ue vorrebbe introdurre il Carbon border adjustment mechanism (Cbam). L'ennesimo minaccioso acronimo inventato dagli euroburocrati prevede, in sintesi, l'introduzione dal 2023 di una corposa tassa sulle importazioni di beni - acciaio, ferro, cemento, fertilizzanti, alluminio - provenienti da Paesi con regole meno stringenti di quelle europee sulle emissioni. La nuova tassa dovrebbe incentivare quei Paesi a dotarsi di regole per l'abbattimento delle emissioni, scoraggiando la delocalizzazione di imprese europee. Al di là dei propositi, applicando una tassa sull'import di beni intermedi il risultato quasi certo sarà un aumento generalizzato dei prezzi al consumo finale.
Il rischio è che questo salasso duri a lungo, perché per i sistemi energetici europei e per i cittadini le alternative disponibili ancora non ci sono o sono assai costose. Si rischia di avere, da qui a pochi anni, una povertà energetica interna dalle conseguenze sociali imprevedibili. La società di consulenza Cambridge econometrics ha stimato che se il sistema Ets europeo fosse allargato anche ai settori dei trasporti e del riscaldamento domestico, al 2030 si avrebbe un aumento dei costi del carburante di 50 centesimi di euro a litro e circa un raddoppio dei costi per i riscaldamenti a gas. Numeri impressionanti che rischiano di impattare fortemente sui redditi delle famiglie.
(3. Continua)
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La sentenza olandese che impone a Shell di tagliare il 45% delle emissioni entro 9 anni provocherà il crollo dell'offerta e l'aumento dei prezzi del petrolio e di tutte le materie prime. Ma gli ambientalisti festeggiano.L'Europa lavora per estendere ai carburanti il mercato dei permessi a inquinare Gentiloni: «Ora o mai più». Nel 2030 il pieno rincarerà di 50 centesimi al litro.Lo speciale contiene due articoli.«Pochi se ne sono accorti ma lo scorso 26 maggio è impresso nella mia mente come il giorno in cui il mercato petrolifero è cambiato in maniera strutturale». Paul (nome di fantasia per proteggerne la privacy) è uno dei trader di commodities più conosciuti nella City londinese. Non particolarmente alto di statura, ha la pancetta tipica dell'operatore finanziario della vecchia guardia (quelli della nuova generazione sono molto più salutisti), naturale conseguenza delle sedute serali nei pub di Leadenhall Market dove stempera lo stress accumulato nel corso della giornata. A prima vista un uomo come ce ne sono tanti: ma se lo guardi fisso in quegli azzurri e fieri occhi da gallese capisci il motivo per cui appartiene a un'élite di persone in grado di decidere in pochi minuti dove allocare milioni di sterline per una scommessa. Perché alla fine questo è il mercato: puoi fare tutti gli studi del mondo, ma è sempre una scommessa. Però non è il coraggio (che per alcuni è incoscienza) il suo punto di forza. Quello che fa di Paul un grande trader è la capacità di capire quando il mercato cambia e adattarvisi immediatamente. Ma cosa è esattamente accaduto in quel quarto mercoledì di maggio? Ce lo ricorda il nostro amico: «Il tribunale olandese dell'Aia ingiunge alla Shell di ridurre del 45% le emissioni di CO2 entro il 2030. La causa era stata avviata nell'aprile del 2019 da Milieudefensie, filiale olandese dell'organizzazione internazionale Amici della terra, assieme a sei altre Ong fra cui Greenpeace e Actionaid nei Paesi Bassi. Più di 17.000 cittadini olandesi si erano costituiti parte civile. Nell'accogliere le accuse mosse da sette organizzazioni ambientaliste, il giudice stabilisce come Shell sia responsabile di enormi emissioni di CO2 contribuendo alle conseguenze disastrose del cambiamento climatico per la popolazione. Insomma per la prima volta nella storia, un'impresa è costretta dalla giustizia ad adeguarsi all'accordo di Parigi del 2015».E dire che la multinazionale angloolandese aveva annunciato a febbraio l'intenzione di ridurre le emissioni rispetto al 2016 del 20% entro il 2030, del 45% entro il 2035 e del tutto entro il 2050. Ma al giudice questo non è evidentemente bastato. Alla notizia, qui in Italia, viene riservato solo qualche lancio di agenzia e qualche timido trafiletto sui giornali, ma l'impatto finanziario rischia di essere enorme. Imporre una la drastica riduzione (in largo anticipo rispetto al previsto) delle emissioni di CO2, infatti, costringe di fatto la Shell a vendere alcuni dei suoi asset. La conferma arriva dopo appena pochi giorni: l'agenzia Reuters riporta come il gruppo olandese stia caldeggiando la cessione degli asset nel ricco Bacino Permiamo nello stato del Texas. A quel punto alea iacta est: bastano pochi minuti per far realizzare all'intera comunità internazionale degli operatori petroliferi quale sarà lo scenario più probabile: una strutturale riduzione dell'offerta di oro nero. «Già prima l'annuncio della sentenza stavo osservando come il mercato future del petrolio stesse mostrando una crescente tensione», spiega Paul, «La curva forward in particolare iniziava a mostrare un regime di backwardation, quella dinamica caratterizzata da prezzi più elevati per le consegne a breve e più bassi per le scadenza a lunga, sintomo dell'incapacità dell'offerta di stare al passo con l'aumento dei consumi in ragione della normalizzazione del trasporto aereo. Ma la sentenza del tribunale olandese è stata come gettare benzina fuoco perché a questo punto è probabile che altre cause partiranno prendendo di mira le altre major».Effettivamente se andiamo ad analizzare l'andamento del prezzo del Brent, già dal minimo di aprile 2020 di 15 dollari al barile era arrivato a fine maggio a 70 dollari al barile. È però proprio da inizio maggio che parte una nuova spinta al rialzo che lo porta la scorsa settimana a raggiungere i 77 dollari al barile. Come sovente avviene dopo una violenta azione di mercato, a quel punto, a svegliarsi sono anche gli analisti delle banche d'affari: i primi sono quelli di Bank of America che in una nota inviata alla clientela inseriscono nei previsionali anche la possibilità per i prezzi dell'oro nero di tornare verso la fatidica soglia dei 100 dollari al barile. La mossa della banca d'affari statunitense spiana la strada anche alle società di ricerca come Capital economics che proprio all'inizio di questa settimana avverte i clienti dello stesso rischio. «Il settore energetico di fatto sta assistendo allo stesso trauma che visse al tempo il comparto del tabacco», ci spiega Ed Yardeni, uno dei più prestigiosi analisti di Wall Street, «e anche se la compagnia ha annunciato che farà ricorso credo che non ci sia il tempo materiale di arrivare alla conclusione dell'iter giudiziario prima del 2030, l'anno in cui ricade l'obbligo imposto dal giudice di ridurre le emissioni». Decine di militanti ambientalisti, in attesa fuori dal tribunale, hanno festeggiato la sentenza con cori e lacrime di gioia: «Oggi assieme ai 17.000 cittadini che hanno firmato scriviamo una pagina di storia», ha commentato l'Ong Amici della terra. Ma l'entusiasmo degli ambientalisti rischia di essere una vittoria di Pirro. Mettere infatti le major petrolifere nella condizione di cedere forzatamente i propri asset significherà riconsegnarle nelle mani delle rivali russe, arabe e cinesi su cui insistono norme ambientali meno stringenti con il risultato che forse verranno prodotte meno emissioni in Europa ma a livello globale poco o nulla cambierà. Bisogna infatti sempre ricordare come la tecnologia legata all'elettrificazione rappresenti un vettore di energia che in larga misura deriva ancora dal combustibile fossile. E che dunque solo quando sarà prodotta da fonti rinnovabili potremo parlare di energia pulita al 100%. Ma l'impatto rischia di essere particolarmente pesante anche sul fronte macroeconomico. In un contesto quale quello attuale, caratterizzato da enormi strozzature dell'offerta, alimentare la corsa al rialzo del petrolio rischia di creare le condizioni per uno shock energetico nel 2022, il rialzo generalizzato dei prezzi di tutte le materie prime e la conseguente caduta in recessione dell'economia mondiale. Insomma, sembra che siamo proprio davanti al più classico dei casi di eterogenesi dei fini. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/manie-ecologiche-choc-energetico-casa-2653731821.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pronta-la-tassa-verde-sulla-benzina" data-post-id="2653731821" data-published-at="1625854629" data-use-pagination="False"> Pronta la tassa verde sulla benzina Pagare per inquinare. È questa la filosofia dietro all'Emissions trading system (Ets), il sistema introdotto dall'Ue nel 2005 per obbligare le imprese a più alta intensità carbonica (acciaio, vetro, cemento, chimica, energia) a staccare un assegno in cambio dell'acquisto di permessi di emissione. Alcuni di questi settori godono di allocazioni gratuite di permessi, ma devono comunque comprare le quote se emettono oltre una certa soglia. Com'è facile intuire, l'Ue rappresenta il dominus di questi speciali certificati. Stabilisce, infatti, i tetti massimi (decrescenti) di emissione per anno, crea i permessi collegati (un titolo equivale a 1.000 tonnellate di CO2) e li mette all'asta secondo un calendario prestabilito. I soggetti obbligati devono approvvigionarsi dei diritti presso le aste, pagando il prezzo marginale risultante dalle offerte. L'idea è che il costo per emettere anidride carbonica debba diventare talmente alto da renderlo non conveniente rispetto alle alternative come, ad esempio, l'utilizzo di energia eolica anziché quella da carbone o da gas. L'aumento dei prezzi dei permessi, dunque, non è solo un effetto desiderato, anzi rappresenta di fatto l'obiettivo. A sua volta l'aumento del prezzo della CO2, alimentato anche da un vivace mercato dei derivati, provoca un incremento dei prezzi dell'energia elettrica e del gas, come i cittadini hanno potuto verificare con l'aumento monstre delle tariffe dal 1° luglio scorso. La Commissione europea sta ora valutando di allargare il sistema Ets e applicarlo anche ai consumi di benzina e gas. Ne sapremo di più tra pochi giorni quando, il 14 luglio, Bruxelles presenterà dieci dei 12 provvedimenti che compongono la strategia Fit for 55, attraverso la quale l'Ue si pone l'obiettivo di tagliare del 55% le emissioni di gas serra al 2030. «Stiamo preparando un grande pacchetto», ha dichiarato il commissario europeo agli Affari economici Paolo Gentiloni ieri al G20, «per una tassazione “green" è ora o mai più». Allargare l'Ets ai combustibili domestici equivale di fatto a introdurre una vera propria carbon tax che colpirà i trasporti e il riscaldamento casalingo, sul modello dell'imposta già in vigore in Germania da quest'anno. Berlino tassa infatti tutti gli usi di gas naturale, benzina e gasolio per 25 euro ogni tonnellata di CO2, che equivalgono a una tassa di 7-8 centesimi di euro al litro sulla benzina e a circa 5 centesimi di euro al metro cubo sul gas. In più, l'Ue vorrebbe introdurre il Carbon border adjustment mechanism (Cbam). L'ennesimo minaccioso acronimo inventato dagli euroburocrati prevede, in sintesi, l'introduzione dal 2023 di una corposa tassa sulle importazioni di beni - acciaio, ferro, cemento, fertilizzanti, alluminio - provenienti da Paesi con regole meno stringenti di quelle europee sulle emissioni. La nuova tassa dovrebbe incentivare quei Paesi a dotarsi di regole per l'abbattimento delle emissioni, scoraggiando la delocalizzazione di imprese europee. Al di là dei propositi, applicando una tassa sull'import di beni intermedi il risultato quasi certo sarà un aumento generalizzato dei prezzi al consumo finale. Il rischio è che questo salasso duri a lungo, perché per i sistemi energetici europei e per i cittadini le alternative disponibili ancora non ci sono o sono assai costose. Si rischia di avere, da qui a pochi anni, una povertà energetica interna dalle conseguenze sociali imprevedibili. La società di consulenza Cambridge econometrics ha stimato che se il sistema Ets europeo fosse allargato anche ai settori dei trasporti e del riscaldamento domestico, al 2030 si avrebbe un aumento dei costi del carburante di 50 centesimi di euro a litro e circa un raddoppio dei costi per i riscaldamenti a gas. Numeri impressionanti che rischiano di impattare fortemente sui redditi delle famiglie. (3. Continua)
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.