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2021-07-10
Le manie ecologiche e l’Ue ci portano lo choc energetico fin dentro casa
«Pochi se ne sono accorti ma lo scorso 26 maggio è impresso nella mia mente come il giorno in cui il mercato petrolifero è cambiato in maniera strutturale». Paul (nome di fantasia per proteggerne la privacy) è uno dei trader di commodities più conosciuti nella City londinese. Non particolarmente alto di statura, ha la pancetta tipica dell'operatore finanziario della vecchia guardia (quelli della nuova generazione sono molto più salutisti), naturale conseguenza delle sedute serali nei pub di Leadenhall Market dove stempera lo stress accumulato nel corso della giornata. A prima vista un uomo come ce ne sono tanti: ma se lo guardi fisso in quegli azzurri e fieri occhi da gallese capisci il motivo per cui appartiene a un'élite di persone in grado di decidere in pochi minuti dove allocare milioni di sterline per una scommessa. Perché alla fine questo è il mercato: puoi fare tutti gli studi del mondo, ma è sempre una scommessa. Però non è il coraggio (che per alcuni è incoscienza) il suo punto di forza. Quello che fa di Paul un grande trader è la capacità di capire quando il mercato cambia e adattarvisi immediatamente. Ma cosa è esattamente accaduto in quel quarto mercoledì di maggio? Ce lo ricorda il nostro amico: «Il tribunale olandese dell'Aia ingiunge alla Shell di ridurre del 45% le emissioni di CO2 entro il 2030. La causa era stata avviata nell'aprile del 2019 da Milieudefensie, filiale olandese dell'organizzazione internazionale Amici della terra, assieme a sei altre Ong fra cui Greenpeace e Actionaid nei Paesi Bassi. Più di 17.000 cittadini olandesi si erano costituiti parte civile. Nell'accogliere le accuse mosse da sette organizzazioni ambientaliste, il giudice stabilisce come Shell sia responsabile di enormi emissioni di CO2 contribuendo alle conseguenze disastrose del cambiamento climatico per la popolazione. Insomma per la prima volta nella storia, un'impresa è costretta dalla giustizia ad adeguarsi all'accordo di Parigi del 2015».
E dire che la multinazionale angloolandese aveva annunciato a febbraio l'intenzione di ridurre le emissioni rispetto al 2016 del 20% entro il 2030, del 45% entro il 2035 e del tutto entro il 2050. Ma al giudice questo non è evidentemente bastato. Alla notizia, qui in Italia, viene riservato solo qualche lancio di agenzia e qualche timido trafiletto sui giornali, ma l'impatto finanziario rischia di essere enorme. Imporre una la drastica riduzione (in largo anticipo rispetto al previsto) delle emissioni di CO2, infatti, costringe di fatto la Shell a vendere alcuni dei suoi asset. La conferma arriva dopo appena pochi giorni: l'agenzia Reuters riporta come il gruppo olandese stia caldeggiando la cessione degli asset nel ricco Bacino Permiamo nello stato del Texas. A quel punto alea iacta est: bastano pochi minuti per far realizzare all'intera comunità internazionale degli operatori petroliferi quale sarà lo scenario più probabile: una strutturale riduzione dell'offerta di oro nero. «Già prima l'annuncio della sentenza stavo osservando come il mercato future del petrolio stesse mostrando una crescente tensione», spiega Paul, «La curva forward in particolare iniziava a mostrare un regime di backwardation, quella dinamica caratterizzata da prezzi più elevati per le consegne a breve e più bassi per le scadenza a lunga, sintomo dell'incapacità dell'offerta di stare al passo con l'aumento dei consumi in ragione della normalizzazione del trasporto aereo. Ma la sentenza del tribunale olandese è stata come gettare benzina fuoco perché a questo punto è probabile che altre cause partiranno prendendo di mira le altre major».
Effettivamente se andiamo ad analizzare l'andamento del prezzo del Brent, già dal minimo di aprile 2020 di 15 dollari al barile era arrivato a fine maggio a 70 dollari al barile. È però proprio da inizio maggio che parte una nuova spinta al rialzo che lo porta la scorsa settimana a raggiungere i 77 dollari al barile. Come sovente avviene dopo una violenta azione di mercato, a quel punto, a svegliarsi sono anche gli analisti delle banche d'affari: i primi sono quelli di Bank of America che in una nota inviata alla clientela inseriscono nei previsionali anche la possibilità per i prezzi dell'oro nero di tornare verso la fatidica soglia dei 100 dollari al barile. La mossa della banca d'affari statunitense spiana la strada anche alle società di ricerca come Capital economics che proprio all'inizio di questa settimana avverte i clienti dello stesso rischio.
«Il settore energetico di fatto sta assistendo allo stesso trauma che visse al tempo il comparto del tabacco», ci spiega Ed Yardeni, uno dei più prestigiosi analisti di Wall Street, «e anche se la compagnia ha annunciato che farà ricorso credo che non ci sia il tempo materiale di arrivare alla conclusione dell'iter giudiziario prima del 2030, l'anno in cui ricade l'obbligo imposto dal giudice di ridurre le emissioni». Decine di militanti ambientalisti, in attesa fuori dal tribunale, hanno festeggiato la sentenza con cori e lacrime di gioia: «Oggi assieme ai 17.000 cittadini che hanno firmato scriviamo una pagina di storia», ha commentato l'Ong Amici della terra. Ma l'entusiasmo degli ambientalisti rischia di essere una vittoria di Pirro. Mettere infatti le major petrolifere nella condizione di cedere forzatamente i propri asset significherà riconsegnarle nelle mani delle rivali russe, arabe e cinesi su cui insistono norme ambientali meno stringenti con il risultato che forse verranno prodotte meno emissioni in Europa ma a livello globale poco o nulla cambierà. Bisogna infatti sempre ricordare come la tecnologia legata all'elettrificazione rappresenti un vettore di energia che in larga misura deriva ancora dal combustibile fossile. E che dunque solo quando sarà prodotta da fonti rinnovabili potremo parlare di energia pulita al 100%. Ma l'impatto rischia di essere particolarmente pesante anche sul fronte macroeconomico. In un contesto quale quello attuale, caratterizzato da enormi strozzature dell'offerta, alimentare la corsa al rialzo del petrolio rischia di creare le condizioni per uno shock energetico nel 2022, il rialzo generalizzato dei prezzi di tutte le materie prime e la conseguente caduta in recessione dell'economia mondiale. Insomma, sembra che siamo proprio davanti al più classico dei casi di eterogenesi dei fini.
Pronta la tassa verde sulla benzina
Pagare per inquinare. È questa la filosofia dietro all'Emissions trading system (Ets), il sistema introdotto dall'Ue nel 2005 per obbligare le imprese a più alta intensità carbonica (acciaio, vetro, cemento, chimica, energia) a staccare un assegno in cambio dell'acquisto di permessi di emissione. Alcuni di questi settori godono di allocazioni gratuite di permessi, ma devono comunque comprare le quote se emettono oltre una certa soglia.
Com'è facile intuire, l'Ue rappresenta il dominus di questi speciali certificati. Stabilisce, infatti, i tetti massimi (decrescenti) di emissione per anno, crea i permessi collegati (un titolo equivale a 1.000 tonnellate di CO2) e li mette all'asta secondo un calendario prestabilito. I soggetti obbligati devono approvvigionarsi dei diritti presso le aste, pagando il prezzo marginale risultante dalle offerte. L'idea è che il costo per emettere anidride carbonica debba diventare talmente alto da renderlo non conveniente rispetto alle alternative come, ad esempio, l'utilizzo di energia eolica anziché quella da carbone o da gas. L'aumento dei prezzi dei permessi, dunque, non è solo un effetto desiderato, anzi rappresenta di fatto l'obiettivo. A sua volta l'aumento del prezzo della CO2, alimentato anche da un vivace mercato dei derivati, provoca un incremento dei prezzi dell'energia elettrica e del gas, come i cittadini hanno potuto verificare con l'aumento monstre delle tariffe dal 1° luglio scorso.
La Commissione europea sta ora valutando di allargare il sistema Ets e applicarlo anche ai consumi di benzina e gas. Ne sapremo di più tra pochi giorni quando, il 14 luglio, Bruxelles presenterà dieci dei 12 provvedimenti che compongono la strategia Fit for 55, attraverso la quale l'Ue si pone l'obiettivo di tagliare del 55% le emissioni di gas serra al 2030. «Stiamo preparando un grande pacchetto», ha dichiarato il commissario europeo agli Affari economici Paolo Gentiloni ieri al G20, «per una tassazione “green" è ora o mai più».
Allargare l'Ets ai combustibili domestici equivale di fatto a introdurre una vera propria carbon tax che colpirà i trasporti e il riscaldamento casalingo, sul modello dell'imposta già in vigore in Germania da quest'anno. Berlino tassa infatti tutti gli usi di gas naturale, benzina e gasolio per 25 euro ogni tonnellata di CO2, che equivalgono a una tassa di 7-8 centesimi di euro al litro sulla benzina e a circa 5 centesimi di euro al metro cubo sul gas.
In più, l'Ue vorrebbe introdurre il Carbon border adjustment mechanism (Cbam). L'ennesimo minaccioso acronimo inventato dagli euroburocrati prevede, in sintesi, l'introduzione dal 2023 di una corposa tassa sulle importazioni di beni - acciaio, ferro, cemento, fertilizzanti, alluminio - provenienti da Paesi con regole meno stringenti di quelle europee sulle emissioni. La nuova tassa dovrebbe incentivare quei Paesi a dotarsi di regole per l'abbattimento delle emissioni, scoraggiando la delocalizzazione di imprese europee. Al di là dei propositi, applicando una tassa sull'import di beni intermedi il risultato quasi certo sarà un aumento generalizzato dei prezzi al consumo finale.
Il rischio è che questo salasso duri a lungo, perché per i sistemi energetici europei e per i cittadini le alternative disponibili ancora non ci sono o sono assai costose. Si rischia di avere, da qui a pochi anni, una povertà energetica interna dalle conseguenze sociali imprevedibili. La società di consulenza Cambridge econometrics ha stimato che se il sistema Ets europeo fosse allargato anche ai settori dei trasporti e del riscaldamento domestico, al 2030 si avrebbe un aumento dei costi del carburante di 50 centesimi di euro a litro e circa un raddoppio dei costi per i riscaldamenti a gas. Numeri impressionanti che rischiano di impattare fortemente sui redditi delle famiglie.
(3. Continua)
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La sentenza olandese che impone a Shell di tagliare il 45% delle emissioni entro 9 anni provocherà il crollo dell'offerta e l'aumento dei prezzi del petrolio e di tutte le materie prime. Ma gli ambientalisti festeggiano.L'Europa lavora per estendere ai carburanti il mercato dei permessi a inquinare Gentiloni: «Ora o mai più». Nel 2030 il pieno rincarerà di 50 centesimi al litro.Lo speciale contiene due articoli.«Pochi se ne sono accorti ma lo scorso 26 maggio è impresso nella mia mente come il giorno in cui il mercato petrolifero è cambiato in maniera strutturale». Paul (nome di fantasia per proteggerne la privacy) è uno dei trader di commodities più conosciuti nella City londinese. Non particolarmente alto di statura, ha la pancetta tipica dell'operatore finanziario della vecchia guardia (quelli della nuova generazione sono molto più salutisti), naturale conseguenza delle sedute serali nei pub di Leadenhall Market dove stempera lo stress accumulato nel corso della giornata. A prima vista un uomo come ce ne sono tanti: ma se lo guardi fisso in quegli azzurri e fieri occhi da gallese capisci il motivo per cui appartiene a un'élite di persone in grado di decidere in pochi minuti dove allocare milioni di sterline per una scommessa. Perché alla fine questo è il mercato: puoi fare tutti gli studi del mondo, ma è sempre una scommessa. Però non è il coraggio (che per alcuni è incoscienza) il suo punto di forza. Quello che fa di Paul un grande trader è la capacità di capire quando il mercato cambia e adattarvisi immediatamente. Ma cosa è esattamente accaduto in quel quarto mercoledì di maggio? Ce lo ricorda il nostro amico: «Il tribunale olandese dell'Aia ingiunge alla Shell di ridurre del 45% le emissioni di CO2 entro il 2030. La causa era stata avviata nell'aprile del 2019 da Milieudefensie, filiale olandese dell'organizzazione internazionale Amici della terra, assieme a sei altre Ong fra cui Greenpeace e Actionaid nei Paesi Bassi. Più di 17.000 cittadini olandesi si erano costituiti parte civile. Nell'accogliere le accuse mosse da sette organizzazioni ambientaliste, il giudice stabilisce come Shell sia responsabile di enormi emissioni di CO2 contribuendo alle conseguenze disastrose del cambiamento climatico per la popolazione. Insomma per la prima volta nella storia, un'impresa è costretta dalla giustizia ad adeguarsi all'accordo di Parigi del 2015».E dire che la multinazionale angloolandese aveva annunciato a febbraio l'intenzione di ridurre le emissioni rispetto al 2016 del 20% entro il 2030, del 45% entro il 2035 e del tutto entro il 2050. Ma al giudice questo non è evidentemente bastato. Alla notizia, qui in Italia, viene riservato solo qualche lancio di agenzia e qualche timido trafiletto sui giornali, ma l'impatto finanziario rischia di essere enorme. Imporre una la drastica riduzione (in largo anticipo rispetto al previsto) delle emissioni di CO2, infatti, costringe di fatto la Shell a vendere alcuni dei suoi asset. La conferma arriva dopo appena pochi giorni: l'agenzia Reuters riporta come il gruppo olandese stia caldeggiando la cessione degli asset nel ricco Bacino Permiamo nello stato del Texas. A quel punto alea iacta est: bastano pochi minuti per far realizzare all'intera comunità internazionale degli operatori petroliferi quale sarà lo scenario più probabile: una strutturale riduzione dell'offerta di oro nero. «Già prima l'annuncio della sentenza stavo osservando come il mercato future del petrolio stesse mostrando una crescente tensione», spiega Paul, «La curva forward in particolare iniziava a mostrare un regime di backwardation, quella dinamica caratterizzata da prezzi più elevati per le consegne a breve e più bassi per le scadenza a lunga, sintomo dell'incapacità dell'offerta di stare al passo con l'aumento dei consumi in ragione della normalizzazione del trasporto aereo. Ma la sentenza del tribunale olandese è stata come gettare benzina fuoco perché a questo punto è probabile che altre cause partiranno prendendo di mira le altre major».Effettivamente se andiamo ad analizzare l'andamento del prezzo del Brent, già dal minimo di aprile 2020 di 15 dollari al barile era arrivato a fine maggio a 70 dollari al barile. È però proprio da inizio maggio che parte una nuova spinta al rialzo che lo porta la scorsa settimana a raggiungere i 77 dollari al barile. Come sovente avviene dopo una violenta azione di mercato, a quel punto, a svegliarsi sono anche gli analisti delle banche d'affari: i primi sono quelli di Bank of America che in una nota inviata alla clientela inseriscono nei previsionali anche la possibilità per i prezzi dell'oro nero di tornare verso la fatidica soglia dei 100 dollari al barile. La mossa della banca d'affari statunitense spiana la strada anche alle società di ricerca come Capital economics che proprio all'inizio di questa settimana avverte i clienti dello stesso rischio. «Il settore energetico di fatto sta assistendo allo stesso trauma che visse al tempo il comparto del tabacco», ci spiega Ed Yardeni, uno dei più prestigiosi analisti di Wall Street, «e anche se la compagnia ha annunciato che farà ricorso credo che non ci sia il tempo materiale di arrivare alla conclusione dell'iter giudiziario prima del 2030, l'anno in cui ricade l'obbligo imposto dal giudice di ridurre le emissioni». Decine di militanti ambientalisti, in attesa fuori dal tribunale, hanno festeggiato la sentenza con cori e lacrime di gioia: «Oggi assieme ai 17.000 cittadini che hanno firmato scriviamo una pagina di storia», ha commentato l'Ong Amici della terra. Ma l'entusiasmo degli ambientalisti rischia di essere una vittoria di Pirro. Mettere infatti le major petrolifere nella condizione di cedere forzatamente i propri asset significherà riconsegnarle nelle mani delle rivali russe, arabe e cinesi su cui insistono norme ambientali meno stringenti con il risultato che forse verranno prodotte meno emissioni in Europa ma a livello globale poco o nulla cambierà. Bisogna infatti sempre ricordare come la tecnologia legata all'elettrificazione rappresenti un vettore di energia che in larga misura deriva ancora dal combustibile fossile. E che dunque solo quando sarà prodotta da fonti rinnovabili potremo parlare di energia pulita al 100%. Ma l'impatto rischia di essere particolarmente pesante anche sul fronte macroeconomico. In un contesto quale quello attuale, caratterizzato da enormi strozzature dell'offerta, alimentare la corsa al rialzo del petrolio rischia di creare le condizioni per uno shock energetico nel 2022, il rialzo generalizzato dei prezzi di tutte le materie prime e la conseguente caduta in recessione dell'economia mondiale. Insomma, sembra che siamo proprio davanti al più classico dei casi di eterogenesi dei fini. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/manie-ecologiche-choc-energetico-casa-2653731821.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pronta-la-tassa-verde-sulla-benzina" data-post-id="2653731821" data-published-at="1625854629" data-use-pagination="False"> Pronta la tassa verde sulla benzina Pagare per inquinare. È questa la filosofia dietro all'Emissions trading system (Ets), il sistema introdotto dall'Ue nel 2005 per obbligare le imprese a più alta intensità carbonica (acciaio, vetro, cemento, chimica, energia) a staccare un assegno in cambio dell'acquisto di permessi di emissione. Alcuni di questi settori godono di allocazioni gratuite di permessi, ma devono comunque comprare le quote se emettono oltre una certa soglia. Com'è facile intuire, l'Ue rappresenta il dominus di questi speciali certificati. Stabilisce, infatti, i tetti massimi (decrescenti) di emissione per anno, crea i permessi collegati (un titolo equivale a 1.000 tonnellate di CO2) e li mette all'asta secondo un calendario prestabilito. I soggetti obbligati devono approvvigionarsi dei diritti presso le aste, pagando il prezzo marginale risultante dalle offerte. L'idea è che il costo per emettere anidride carbonica debba diventare talmente alto da renderlo non conveniente rispetto alle alternative come, ad esempio, l'utilizzo di energia eolica anziché quella da carbone o da gas. L'aumento dei prezzi dei permessi, dunque, non è solo un effetto desiderato, anzi rappresenta di fatto l'obiettivo. A sua volta l'aumento del prezzo della CO2, alimentato anche da un vivace mercato dei derivati, provoca un incremento dei prezzi dell'energia elettrica e del gas, come i cittadini hanno potuto verificare con l'aumento monstre delle tariffe dal 1° luglio scorso. La Commissione europea sta ora valutando di allargare il sistema Ets e applicarlo anche ai consumi di benzina e gas. Ne sapremo di più tra pochi giorni quando, il 14 luglio, Bruxelles presenterà dieci dei 12 provvedimenti che compongono la strategia Fit for 55, attraverso la quale l'Ue si pone l'obiettivo di tagliare del 55% le emissioni di gas serra al 2030. «Stiamo preparando un grande pacchetto», ha dichiarato il commissario europeo agli Affari economici Paolo Gentiloni ieri al G20, «per una tassazione “green" è ora o mai più». Allargare l'Ets ai combustibili domestici equivale di fatto a introdurre una vera propria carbon tax che colpirà i trasporti e il riscaldamento casalingo, sul modello dell'imposta già in vigore in Germania da quest'anno. Berlino tassa infatti tutti gli usi di gas naturale, benzina e gasolio per 25 euro ogni tonnellata di CO2, che equivalgono a una tassa di 7-8 centesimi di euro al litro sulla benzina e a circa 5 centesimi di euro al metro cubo sul gas. In più, l'Ue vorrebbe introdurre il Carbon border adjustment mechanism (Cbam). L'ennesimo minaccioso acronimo inventato dagli euroburocrati prevede, in sintesi, l'introduzione dal 2023 di una corposa tassa sulle importazioni di beni - acciaio, ferro, cemento, fertilizzanti, alluminio - provenienti da Paesi con regole meno stringenti di quelle europee sulle emissioni. La nuova tassa dovrebbe incentivare quei Paesi a dotarsi di regole per l'abbattimento delle emissioni, scoraggiando la delocalizzazione di imprese europee. Al di là dei propositi, applicando una tassa sull'import di beni intermedi il risultato quasi certo sarà un aumento generalizzato dei prezzi al consumo finale. Il rischio è che questo salasso duri a lungo, perché per i sistemi energetici europei e per i cittadini le alternative disponibili ancora non ci sono o sono assai costose. Si rischia di avere, da qui a pochi anni, una povertà energetica interna dalle conseguenze sociali imprevedibili. La società di consulenza Cambridge econometrics ha stimato che se il sistema Ets europeo fosse allargato anche ai settori dei trasporti e del riscaldamento domestico, al 2030 si avrebbe un aumento dei costi del carburante di 50 centesimi di euro a litro e circa un raddoppio dei costi per i riscaldamenti a gas. Numeri impressionanti che rischiano di impattare fortemente sui redditi delle famiglie. (3. Continua)
Rosy Bindi (Ansa)
Un «morto sanguinario e traditore», catturato dai partigiani e fucilato mentre scappava travestito da soldato tedesco. Certo, quello del cantante dei Litfiba è un coraggio che a ottant’anni di distanza non fa rischiare niente, se non l’applauso. Lo stesso ottenuto parlando del genocidio dei pellerossa, di quello degli armeni e degli ebrei, dei rom, dei gay e degli oppositori politici. Ma poteva mancare un riferimento alla Palestina e alla Flotilla? Ovviamente no. E dunque ecco Pelù urlare dal palco: «Palestina libera e fanculo i colonialismi». Cose mai sentite in una pubblica piazza.
Ma il cantante de Il diablo venerdì pomeriggio era in ottima compagnia. C’era chi, come Big Mama, ha chiuso la sua esibizione con il bacio gay dei suoi ballerini; chi come Frah Quintale ha invitato il pubblico a tenere gli occhi aperti perché «sono tempi bui»; chi come Geolier, cantante che ha realizzato una serie di video in cui si ostentavano kalashnikov e belle ragazze, si è lamentato perché le giovani generazioni sono vittime di violenza; chi come Serena Brancale ha rispolverato il mito di Che Guevara, intonando Hasta siempre comandante e infine chi, come Delia, ha corretto Bella ciao per renderla più inclusiva: non ci si rivolge più al partigiano ma all’essere umano. Un festival dell’impegno, che però si ferma dopo due strofe. Una celebrazione dell’ovvio, che non va oltre la banalità del bene. Gli slogan sono già logori ancora prima di essere pronunciati. C’è chi dal palco di San Giovanni dice «insieme possiamo cambiare le cose» (le Bambole di pezza) e chi invita a «prendersi il futuro» (Mobrici), ma anche chi sostiene che «la felicità è un diritto» (Maria Antonietta): non si sa se vada messa nella Costituzione come il lavoro e poi, come il lavoro, dimenticata. Una passerella di frasi fatte, buone anche per i Baci Perugina.
Il meglio di tutti però lo ha dato Levante, indossando una maglietta con il cognome del capo dello Stato. Altro che Che Guevara, il vero mito dell’Italia resistente è Sergio Mattarella, a cui l’Italia che si oppone (il 25 aprile, il primo maggio, la Festa della Repubblica e pure Pasqua, Natale, Santo Stefano e il 31 dicembre) si rivolge ogni sera deferente. Infatti, usando il nome del presidente della Repubblica, Levante ha bucato il video e pure le pagine dei giornali. Le pagelle dei cronisti l’hanno subito premiata. Parlare di Mussolini per accostarne l’immagine a Giorgia Meloni, come fa il povero Tomaso Montanari, ormai non suscita più alcuno scandalo. E pure il bacio gay: Fedez l’ha sdoganato a Sanremo. E la Flotilla, dopo mesi passati a discutere delle gite in alto mare degli attivisti, non emoziona più nessuno, neppure se i corpi speciali israeliani fermano le barche appena fuori dal porto. Insomma, per far parlare di sé senza avere né un repertorio straordinario né una voce particolare tocca usare Mattarella. Che con la musica c’entra poco, ma se non hai una canzone che ti faccia guadagnare un titolo puoi sempre buttarla in politica. Ovviamente badando bene a non toccare il caso Minetti, perché il Quirinale, dopo i chiarimenti sul potere di grazia in capo al presidente, è imbarazzato assai. E attenti a non insistere troppo neppure su Che Guevara, che essendo sudamericano potrebbe riportare alla memoria il pasticcio uruguaiano e un’adozione che, fino a quando l’Interpol non farà chiarezza, rischia di intaccare l’immagine del nostro Comandante.
E a proposito di chi, non sapendo come riemergere, si inventa ogni cosa, l’avete sentita Rosy Bindi? Parlando di Trump si è chiesta perché certi attentati riescano e altri no. Riflessioni profonde di una pasionaria democristiana di sinistra che Silvio Berlusconi definì proditoriamente (attenti: Prodi, compagno di Bindi e di altri di sinistra, non c’entra nulla) più bella che intelligente. Detto ciò, a me sembra che il primo maggio più che la festa dei Lavoratori sia la festa dei saltimbanchi.
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Piazza del Quirinale a Roma (iStock)
Però al Quirinale non sono contenti dello stanziamento deciso nell’ultima Finanziaria, come segnala il sito Open.online, che sottolinea come «per il secondo anno consecutivo la Presidenza della Repubblica ha ottenuto, a differenza di Camera e Senato, un aumento del finanziamento annuale a carico del bilancio dello Stato».
Le lamentele, ovviamente felpate, emergono dai commenti che si leggono sul sito del Colle: l’incremento di 5 milioni della dotazione equilibra «solo parzialmente la riduzione del valore reale della dotazione dopo dieci anni di completa invarianza della stessa ad un livello nominale pari a quello richiesto per l’esercizio 2007». E l’aumento della dote «si è reso necessario per soddisfare le accresciute esigenze di spesa riscontrate nei vari comparti, sinora fronteggiate con la sola utilizzazione dell’avanzo di amministrazione realizzato nel corso del tempo e progressivamente eroso e mitiga solo parzialmente la riduzione in termini reali che la stessa ha costantemente subito nel corso degli anni: l’attuale importo di 235 milioni di euro, tenuto conto dell’inflazione misurata nel tempo in base all’indice dei prezzi al consumo, registra tuttora una diminuzione di circa il 31,07% rispetto all’importo del giugno 2007 rivalutato fino a dicembre 2025».
Insomma, dal Quirinale dicono che hanno fatto già tanti sacrifici. Mentre le spese aumentano. Quali? Ad esempio quelle pensionistiche. «La spesa per la previdenza, che costituisce il 45,39% del totale della spesa complessiva prevista del Segretariato generale (in aumento rispetto al 44,77% del 2025), presenta una dinamica in crescita nel prossimo triennio, a causa del maturare dei requisiti pensionistici da parte di numerose classi di età, con un incremento del 2,59% nel 2026 (da euro 116.334.000 del 2025 a euro 119.345.000), dell’1,52% nel 2027 (121.154.000 euro) e del 2,26% nel 2028 (euro 123.896.000)», si legge nella nota del Quirinale, che specifica come «le previsioni sono costruite sulla base dell’andamento dei collocamenti a riposo per raggiunti limiti di età (67 anni) e su ipotesi riguardanti la dinamica dei pensionamenti anticipati a domanda».
Poi sale la spesa «per i Consiglieri e Consulenti del Presidente della Repubblica» che passa da 1.568.000 nel 2025 a 2.083.000 euro nel 2026, con l’aumento percentuale più alto di tutte le voci di bilancio del Quirinale: +32,84%, spiega Open. Infine nel 2026 triplicheranno le spese in conto capitale, che lievitano dai 6.698.000 euro dell’anno precedente ai 18.728.000 milioni previsti. Ma gran parte di questi costi li coprirà il ministero di Matteo Salvini.
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Via gli Emirati Arabi, l’OPEC si sfalda. Stoccaggi di greggio pieni, Iran verso il fermo impianti. La Cina riapre l’export di prodotti. Gli USA sanzionano raffineria cinese per i legami con l’Iran.
Alex Zanardi (Ansa)
I funerali si terranno martedì nella Basilica di Santa Giustina in quella Padova che lo aveva adottato dopo l’ultimo, gravissimo incidente del 2020. Durante una gara di handbike a Pienza, nel Senese, in una competizione di beneficenza da lui organizzata, Zanardi finì nella corsia opposta e fu investito da un camion, ponendo fine alla sua militanza nel paraciclismo in cui aveva vinto quattro ori e due argenti ai Giochi olimpici di Londra nel 2012 e di Rio de Janeiro nel 2016, e 16 ori complessivi tra tutte le competizioni. La scelta di cimentarsi nell’handbike giunse dopo l’amputazione delle gambe nel 2001, al termine di una gara del campionato d’automobilismo Champ Car nell’autodromo di Lausitzring, in Germania. La sua vettura, una Reynard-Honda numero 66, subì un incidente spaventoso, spezzandosi in due tronconi dopo lo scontro con la Forsythe di Alexandre Tagliani. La pista era la stessa in cui cinque mesi prima era morto l’ex ferrarista Michele Alboreto. Nato a Bologna nel 1966, figlio di un idraulico e di una sarta, Alex Zanardi fin dall’asilo tiene appeso in cameretta il poster di Ayrton Senna, il fenomeno brasiliano che nel giorno del debutto su Jordan del collega e giovane ammiratore bolognese, si avvicina al suo box e lo rincuora: «È il tuo primo Gran Premio, la Jordan è una buona macchina, vedrai, andrà tutto bene», gli dice, come in un sogno. Piccola curiosità cabalistica: anche Senna è morto il primo maggio, 32 anni fa. Siccome il destino persegue trame che si disinteressano della pietà, ma non lesinano sui colpi di scena, il giovane Alex inizia a correre sui kart a 14 anni, un anno dopo l’incidente stradale in cui perde la vita sua sorella maggiore. Nel 1991 approda, si diceva, alla Jordan, in Formula 1. È l’epoca del dominio di Alain Prost, di quell’Ayrton Senna che gli dà la sua benedizione, Michael Schumacher inizia a scaldare i motori e i cuori. Partecipa a quelle corse fino al 1994. Nell’ultima stagione guida una Lotus, è talentuoso, e però davanti a lui sfrecciano scuderie più attrezzate e fulminee. Si trasferisce nella Formula Champ Car, in America, tra il 1996 e il 1998, togliendosi parecchie soddisfazioni, sette vittorie e tante pole position. Al punto che Frank Williams lo richiama in Formula 1. È il 1999, Zanardi sarà in scuderia con uno Schumacher, Ralf, fratello minore di Michael, terminando quella carriera con 44 Gran premi disputati e un punto raccolto. Nel 2001 partecipa di nuovo alle competizioni Champ Car. Il 15 settembre di quell’anno, la corsa maledetta sul circuito di Lausitzring. All’ospedale di Berlino gli praticano 16 interventi, mentre lui va in arresto cardiaco ben sette volte. San Pietro però lo rispedisce al mittente. Ne ha ancora da vivere e da lottare. Dopo un anno e mezzo, Zanardi appare all’Eurospeedway: a bordo di una Reynard modificata ad arte, completa simbolicamente i giri di pista mancanti di quella gara stregata. Arriva un’esistenza nuova, scandita dalle competizioni di paraciclismo, dai libri autobiografici, dalla fondazione di associazioni benefiche e dalla conduzione del programma di Rai 3 Sfide. Poi, il 19 giugno 2020, l’ennesimo dramma. A Pienza, in una corsa di beneficenza, un camion lo centra, l’impatto è pauroso. Finisce in coma, all’ospedale di Lecco prima e al San Raffaele di Milano poi lo agguantano per i capelli e lo salvano ancora. Trascorrerà il Natale in famiglia, e diversi anni al riparo dai riflettori, assieme a Niccolò e a quella Daniela che, raccontava lui, «sentivo mi chiamasse come una voce celestiale da un’altra dimensione».
Il cordoglio di colleghi, amici e istituzioni è arrivato unanime. Per Sergio Mattarella, «come l’Italia intera, avverto profondo dolore per la scomparsa di Alex Zanardi, riferimento di tutto lo sport», mentre Bebe Vio commenta: «Mi hai dato la forza per ripartire, convincendomi che con o senza gambe avrei potuto fare tutto». Giorgia Meloni commenta: «L’Italia perde un uomo e un campione straordinario, capace di trasformare ogni prova della vita in una lezione di dignità. Ha dato a tutti noi la speranza e la forza di chi non si arrende mai».
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