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2021-07-10
Le manie ecologiche e l’Ue ci portano lo choc energetico fin dentro casa
«Pochi se ne sono accorti ma lo scorso 26 maggio è impresso nella mia mente come il giorno in cui il mercato petrolifero è cambiato in maniera strutturale». Paul (nome di fantasia per proteggerne la privacy) è uno dei trader di commodities più conosciuti nella City londinese. Non particolarmente alto di statura, ha la pancetta tipica dell'operatore finanziario della vecchia guardia (quelli della nuova generazione sono molto più salutisti), naturale conseguenza delle sedute serali nei pub di Leadenhall Market dove stempera lo stress accumulato nel corso della giornata. A prima vista un uomo come ce ne sono tanti: ma se lo guardi fisso in quegli azzurri e fieri occhi da gallese capisci il motivo per cui appartiene a un'élite di persone in grado di decidere in pochi minuti dove allocare milioni di sterline per una scommessa. Perché alla fine questo è il mercato: puoi fare tutti gli studi del mondo, ma è sempre una scommessa. Però non è il coraggio (che per alcuni è incoscienza) il suo punto di forza. Quello che fa di Paul un grande trader è la capacità di capire quando il mercato cambia e adattarvisi immediatamente. Ma cosa è esattamente accaduto in quel quarto mercoledì di maggio? Ce lo ricorda il nostro amico: «Il tribunale olandese dell'Aia ingiunge alla Shell di ridurre del 45% le emissioni di CO2 entro il 2030. La causa era stata avviata nell'aprile del 2019 da Milieudefensie, filiale olandese dell'organizzazione internazionale Amici della terra, assieme a sei altre Ong fra cui Greenpeace e Actionaid nei Paesi Bassi. Più di 17.000 cittadini olandesi si erano costituiti parte civile. Nell'accogliere le accuse mosse da sette organizzazioni ambientaliste, il giudice stabilisce come Shell sia responsabile di enormi emissioni di CO2 contribuendo alle conseguenze disastrose del cambiamento climatico per la popolazione. Insomma per la prima volta nella storia, un'impresa è costretta dalla giustizia ad adeguarsi all'accordo di Parigi del 2015».
E dire che la multinazionale angloolandese aveva annunciato a febbraio l'intenzione di ridurre le emissioni rispetto al 2016 del 20% entro il 2030, del 45% entro il 2035 e del tutto entro il 2050. Ma al giudice questo non è evidentemente bastato. Alla notizia, qui in Italia, viene riservato solo qualche lancio di agenzia e qualche timido trafiletto sui giornali, ma l'impatto finanziario rischia di essere enorme. Imporre una la drastica riduzione (in largo anticipo rispetto al previsto) delle emissioni di CO2, infatti, costringe di fatto la Shell a vendere alcuni dei suoi asset. La conferma arriva dopo appena pochi giorni: l'agenzia Reuters riporta come il gruppo olandese stia caldeggiando la cessione degli asset nel ricco Bacino Permiamo nello stato del Texas. A quel punto alea iacta est: bastano pochi minuti per far realizzare all'intera comunità internazionale degli operatori petroliferi quale sarà lo scenario più probabile: una strutturale riduzione dell'offerta di oro nero. «Già prima l'annuncio della sentenza stavo osservando come il mercato future del petrolio stesse mostrando una crescente tensione», spiega Paul, «La curva forward in particolare iniziava a mostrare un regime di backwardation, quella dinamica caratterizzata da prezzi più elevati per le consegne a breve e più bassi per le scadenza a lunga, sintomo dell'incapacità dell'offerta di stare al passo con l'aumento dei consumi in ragione della normalizzazione del trasporto aereo. Ma la sentenza del tribunale olandese è stata come gettare benzina fuoco perché a questo punto è probabile che altre cause partiranno prendendo di mira le altre major».
Effettivamente se andiamo ad analizzare l'andamento del prezzo del Brent, già dal minimo di aprile 2020 di 15 dollari al barile era arrivato a fine maggio a 70 dollari al barile. È però proprio da inizio maggio che parte una nuova spinta al rialzo che lo porta la scorsa settimana a raggiungere i 77 dollari al barile. Come sovente avviene dopo una violenta azione di mercato, a quel punto, a svegliarsi sono anche gli analisti delle banche d'affari: i primi sono quelli di Bank of America che in una nota inviata alla clientela inseriscono nei previsionali anche la possibilità per i prezzi dell'oro nero di tornare verso la fatidica soglia dei 100 dollari al barile. La mossa della banca d'affari statunitense spiana la strada anche alle società di ricerca come Capital economics che proprio all'inizio di questa settimana avverte i clienti dello stesso rischio.
«Il settore energetico di fatto sta assistendo allo stesso trauma che visse al tempo il comparto del tabacco», ci spiega Ed Yardeni, uno dei più prestigiosi analisti di Wall Street, «e anche se la compagnia ha annunciato che farà ricorso credo che non ci sia il tempo materiale di arrivare alla conclusione dell'iter giudiziario prima del 2030, l'anno in cui ricade l'obbligo imposto dal giudice di ridurre le emissioni». Decine di militanti ambientalisti, in attesa fuori dal tribunale, hanno festeggiato la sentenza con cori e lacrime di gioia: «Oggi assieme ai 17.000 cittadini che hanno firmato scriviamo una pagina di storia», ha commentato l'Ong Amici della terra. Ma l'entusiasmo degli ambientalisti rischia di essere una vittoria di Pirro. Mettere infatti le major petrolifere nella condizione di cedere forzatamente i propri asset significherà riconsegnarle nelle mani delle rivali russe, arabe e cinesi su cui insistono norme ambientali meno stringenti con il risultato che forse verranno prodotte meno emissioni in Europa ma a livello globale poco o nulla cambierà. Bisogna infatti sempre ricordare come la tecnologia legata all'elettrificazione rappresenti un vettore di energia che in larga misura deriva ancora dal combustibile fossile. E che dunque solo quando sarà prodotta da fonti rinnovabili potremo parlare di energia pulita al 100%. Ma l'impatto rischia di essere particolarmente pesante anche sul fronte macroeconomico. In un contesto quale quello attuale, caratterizzato da enormi strozzature dell'offerta, alimentare la corsa al rialzo del petrolio rischia di creare le condizioni per uno shock energetico nel 2022, il rialzo generalizzato dei prezzi di tutte le materie prime e la conseguente caduta in recessione dell'economia mondiale. Insomma, sembra che siamo proprio davanti al più classico dei casi di eterogenesi dei fini.
Pronta la tassa verde sulla benzina
Pagare per inquinare. È questa la filosofia dietro all'Emissions trading system (Ets), il sistema introdotto dall'Ue nel 2005 per obbligare le imprese a più alta intensità carbonica (acciaio, vetro, cemento, chimica, energia) a staccare un assegno in cambio dell'acquisto di permessi di emissione. Alcuni di questi settori godono di allocazioni gratuite di permessi, ma devono comunque comprare le quote se emettono oltre una certa soglia.
Com'è facile intuire, l'Ue rappresenta il dominus di questi speciali certificati. Stabilisce, infatti, i tetti massimi (decrescenti) di emissione per anno, crea i permessi collegati (un titolo equivale a 1.000 tonnellate di CO2) e li mette all'asta secondo un calendario prestabilito. I soggetti obbligati devono approvvigionarsi dei diritti presso le aste, pagando il prezzo marginale risultante dalle offerte. L'idea è che il costo per emettere anidride carbonica debba diventare talmente alto da renderlo non conveniente rispetto alle alternative come, ad esempio, l'utilizzo di energia eolica anziché quella da carbone o da gas. L'aumento dei prezzi dei permessi, dunque, non è solo un effetto desiderato, anzi rappresenta di fatto l'obiettivo. A sua volta l'aumento del prezzo della CO2, alimentato anche da un vivace mercato dei derivati, provoca un incremento dei prezzi dell'energia elettrica e del gas, come i cittadini hanno potuto verificare con l'aumento monstre delle tariffe dal 1° luglio scorso.
La Commissione europea sta ora valutando di allargare il sistema Ets e applicarlo anche ai consumi di benzina e gas. Ne sapremo di più tra pochi giorni quando, il 14 luglio, Bruxelles presenterà dieci dei 12 provvedimenti che compongono la strategia Fit for 55, attraverso la quale l'Ue si pone l'obiettivo di tagliare del 55% le emissioni di gas serra al 2030. «Stiamo preparando un grande pacchetto», ha dichiarato il commissario europeo agli Affari economici Paolo Gentiloni ieri al G20, «per una tassazione “green" è ora o mai più».
Allargare l'Ets ai combustibili domestici equivale di fatto a introdurre una vera propria carbon tax che colpirà i trasporti e il riscaldamento casalingo, sul modello dell'imposta già in vigore in Germania da quest'anno. Berlino tassa infatti tutti gli usi di gas naturale, benzina e gasolio per 25 euro ogni tonnellata di CO2, che equivalgono a una tassa di 7-8 centesimi di euro al litro sulla benzina e a circa 5 centesimi di euro al metro cubo sul gas.
In più, l'Ue vorrebbe introdurre il Carbon border adjustment mechanism (Cbam). L'ennesimo minaccioso acronimo inventato dagli euroburocrati prevede, in sintesi, l'introduzione dal 2023 di una corposa tassa sulle importazioni di beni - acciaio, ferro, cemento, fertilizzanti, alluminio - provenienti da Paesi con regole meno stringenti di quelle europee sulle emissioni. La nuova tassa dovrebbe incentivare quei Paesi a dotarsi di regole per l'abbattimento delle emissioni, scoraggiando la delocalizzazione di imprese europee. Al di là dei propositi, applicando una tassa sull'import di beni intermedi il risultato quasi certo sarà un aumento generalizzato dei prezzi al consumo finale.
Il rischio è che questo salasso duri a lungo, perché per i sistemi energetici europei e per i cittadini le alternative disponibili ancora non ci sono o sono assai costose. Si rischia di avere, da qui a pochi anni, una povertà energetica interna dalle conseguenze sociali imprevedibili. La società di consulenza Cambridge econometrics ha stimato che se il sistema Ets europeo fosse allargato anche ai settori dei trasporti e del riscaldamento domestico, al 2030 si avrebbe un aumento dei costi del carburante di 50 centesimi di euro a litro e circa un raddoppio dei costi per i riscaldamenti a gas. Numeri impressionanti che rischiano di impattare fortemente sui redditi delle famiglie.
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La sentenza olandese che impone a Shell di tagliare il 45% delle emissioni entro 9 anni provocherà il crollo dell'offerta e l'aumento dei prezzi del petrolio e di tutte le materie prime. Ma gli ambientalisti festeggiano.L'Europa lavora per estendere ai carburanti il mercato dei permessi a inquinare Gentiloni: «Ora o mai più». Nel 2030 il pieno rincarerà di 50 centesimi al litro.Lo speciale contiene due articoli.«Pochi se ne sono accorti ma lo scorso 26 maggio è impresso nella mia mente come il giorno in cui il mercato petrolifero è cambiato in maniera strutturale». Paul (nome di fantasia per proteggerne la privacy) è uno dei trader di commodities più conosciuti nella City londinese. Non particolarmente alto di statura, ha la pancetta tipica dell'operatore finanziario della vecchia guardia (quelli della nuova generazione sono molto più salutisti), naturale conseguenza delle sedute serali nei pub di Leadenhall Market dove stempera lo stress accumulato nel corso della giornata. A prima vista un uomo come ce ne sono tanti: ma se lo guardi fisso in quegli azzurri e fieri occhi da gallese capisci il motivo per cui appartiene a un'élite di persone in grado di decidere in pochi minuti dove allocare milioni di sterline per una scommessa. Perché alla fine questo è il mercato: puoi fare tutti gli studi del mondo, ma è sempre una scommessa. Però non è il coraggio (che per alcuni è incoscienza) il suo punto di forza. Quello che fa di Paul un grande trader è la capacità di capire quando il mercato cambia e adattarvisi immediatamente. Ma cosa è esattamente accaduto in quel quarto mercoledì di maggio? Ce lo ricorda il nostro amico: «Il tribunale olandese dell'Aia ingiunge alla Shell di ridurre del 45% le emissioni di CO2 entro il 2030. La causa era stata avviata nell'aprile del 2019 da Milieudefensie, filiale olandese dell'organizzazione internazionale Amici della terra, assieme a sei altre Ong fra cui Greenpeace e Actionaid nei Paesi Bassi. Più di 17.000 cittadini olandesi si erano costituiti parte civile. Nell'accogliere le accuse mosse da sette organizzazioni ambientaliste, il giudice stabilisce come Shell sia responsabile di enormi emissioni di CO2 contribuendo alle conseguenze disastrose del cambiamento climatico per la popolazione. Insomma per la prima volta nella storia, un'impresa è costretta dalla giustizia ad adeguarsi all'accordo di Parigi del 2015».E dire che la multinazionale angloolandese aveva annunciato a febbraio l'intenzione di ridurre le emissioni rispetto al 2016 del 20% entro il 2030, del 45% entro il 2035 e del tutto entro il 2050. Ma al giudice questo non è evidentemente bastato. Alla notizia, qui in Italia, viene riservato solo qualche lancio di agenzia e qualche timido trafiletto sui giornali, ma l'impatto finanziario rischia di essere enorme. Imporre una la drastica riduzione (in largo anticipo rispetto al previsto) delle emissioni di CO2, infatti, costringe di fatto la Shell a vendere alcuni dei suoi asset. La conferma arriva dopo appena pochi giorni: l'agenzia Reuters riporta come il gruppo olandese stia caldeggiando la cessione degli asset nel ricco Bacino Permiamo nello stato del Texas. A quel punto alea iacta est: bastano pochi minuti per far realizzare all'intera comunità internazionale degli operatori petroliferi quale sarà lo scenario più probabile: una strutturale riduzione dell'offerta di oro nero. «Già prima l'annuncio della sentenza stavo osservando come il mercato future del petrolio stesse mostrando una crescente tensione», spiega Paul, «La curva forward in particolare iniziava a mostrare un regime di backwardation, quella dinamica caratterizzata da prezzi più elevati per le consegne a breve e più bassi per le scadenza a lunga, sintomo dell'incapacità dell'offerta di stare al passo con l'aumento dei consumi in ragione della normalizzazione del trasporto aereo. Ma la sentenza del tribunale olandese è stata come gettare benzina fuoco perché a questo punto è probabile che altre cause partiranno prendendo di mira le altre major».Effettivamente se andiamo ad analizzare l'andamento del prezzo del Brent, già dal minimo di aprile 2020 di 15 dollari al barile era arrivato a fine maggio a 70 dollari al barile. È però proprio da inizio maggio che parte una nuova spinta al rialzo che lo porta la scorsa settimana a raggiungere i 77 dollari al barile. Come sovente avviene dopo una violenta azione di mercato, a quel punto, a svegliarsi sono anche gli analisti delle banche d'affari: i primi sono quelli di Bank of America che in una nota inviata alla clientela inseriscono nei previsionali anche la possibilità per i prezzi dell'oro nero di tornare verso la fatidica soglia dei 100 dollari al barile. La mossa della banca d'affari statunitense spiana la strada anche alle società di ricerca come Capital economics che proprio all'inizio di questa settimana avverte i clienti dello stesso rischio. «Il settore energetico di fatto sta assistendo allo stesso trauma che visse al tempo il comparto del tabacco», ci spiega Ed Yardeni, uno dei più prestigiosi analisti di Wall Street, «e anche se la compagnia ha annunciato che farà ricorso credo che non ci sia il tempo materiale di arrivare alla conclusione dell'iter giudiziario prima del 2030, l'anno in cui ricade l'obbligo imposto dal giudice di ridurre le emissioni». Decine di militanti ambientalisti, in attesa fuori dal tribunale, hanno festeggiato la sentenza con cori e lacrime di gioia: «Oggi assieme ai 17.000 cittadini che hanno firmato scriviamo una pagina di storia», ha commentato l'Ong Amici della terra. Ma l'entusiasmo degli ambientalisti rischia di essere una vittoria di Pirro. Mettere infatti le major petrolifere nella condizione di cedere forzatamente i propri asset significherà riconsegnarle nelle mani delle rivali russe, arabe e cinesi su cui insistono norme ambientali meno stringenti con il risultato che forse verranno prodotte meno emissioni in Europa ma a livello globale poco o nulla cambierà. Bisogna infatti sempre ricordare come la tecnologia legata all'elettrificazione rappresenti un vettore di energia che in larga misura deriva ancora dal combustibile fossile. E che dunque solo quando sarà prodotta da fonti rinnovabili potremo parlare di energia pulita al 100%. Ma l'impatto rischia di essere particolarmente pesante anche sul fronte macroeconomico. In un contesto quale quello attuale, caratterizzato da enormi strozzature dell'offerta, alimentare la corsa al rialzo del petrolio rischia di creare le condizioni per uno shock energetico nel 2022, il rialzo generalizzato dei prezzi di tutte le materie prime e la conseguente caduta in recessione dell'economia mondiale. Insomma, sembra che siamo proprio davanti al più classico dei casi di eterogenesi dei fini. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/manie-ecologiche-choc-energetico-casa-2653731821.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pronta-la-tassa-verde-sulla-benzina" data-post-id="2653731821" data-published-at="1625854629" data-use-pagination="False"> Pronta la tassa verde sulla benzina Pagare per inquinare. È questa la filosofia dietro all'Emissions trading system (Ets), il sistema introdotto dall'Ue nel 2005 per obbligare le imprese a più alta intensità carbonica (acciaio, vetro, cemento, chimica, energia) a staccare un assegno in cambio dell'acquisto di permessi di emissione. Alcuni di questi settori godono di allocazioni gratuite di permessi, ma devono comunque comprare le quote se emettono oltre una certa soglia. Com'è facile intuire, l'Ue rappresenta il dominus di questi speciali certificati. Stabilisce, infatti, i tetti massimi (decrescenti) di emissione per anno, crea i permessi collegati (un titolo equivale a 1.000 tonnellate di CO2) e li mette all'asta secondo un calendario prestabilito. I soggetti obbligati devono approvvigionarsi dei diritti presso le aste, pagando il prezzo marginale risultante dalle offerte. L'idea è che il costo per emettere anidride carbonica debba diventare talmente alto da renderlo non conveniente rispetto alle alternative come, ad esempio, l'utilizzo di energia eolica anziché quella da carbone o da gas. L'aumento dei prezzi dei permessi, dunque, non è solo un effetto desiderato, anzi rappresenta di fatto l'obiettivo. A sua volta l'aumento del prezzo della CO2, alimentato anche da un vivace mercato dei derivati, provoca un incremento dei prezzi dell'energia elettrica e del gas, come i cittadini hanno potuto verificare con l'aumento monstre delle tariffe dal 1° luglio scorso. La Commissione europea sta ora valutando di allargare il sistema Ets e applicarlo anche ai consumi di benzina e gas. Ne sapremo di più tra pochi giorni quando, il 14 luglio, Bruxelles presenterà dieci dei 12 provvedimenti che compongono la strategia Fit for 55, attraverso la quale l'Ue si pone l'obiettivo di tagliare del 55% le emissioni di gas serra al 2030. «Stiamo preparando un grande pacchetto», ha dichiarato il commissario europeo agli Affari economici Paolo Gentiloni ieri al G20, «per una tassazione “green" è ora o mai più». Allargare l'Ets ai combustibili domestici equivale di fatto a introdurre una vera propria carbon tax che colpirà i trasporti e il riscaldamento casalingo, sul modello dell'imposta già in vigore in Germania da quest'anno. Berlino tassa infatti tutti gli usi di gas naturale, benzina e gasolio per 25 euro ogni tonnellata di CO2, che equivalgono a una tassa di 7-8 centesimi di euro al litro sulla benzina e a circa 5 centesimi di euro al metro cubo sul gas. In più, l'Ue vorrebbe introdurre il Carbon border adjustment mechanism (Cbam). L'ennesimo minaccioso acronimo inventato dagli euroburocrati prevede, in sintesi, l'introduzione dal 2023 di una corposa tassa sulle importazioni di beni - acciaio, ferro, cemento, fertilizzanti, alluminio - provenienti da Paesi con regole meno stringenti di quelle europee sulle emissioni. La nuova tassa dovrebbe incentivare quei Paesi a dotarsi di regole per l'abbattimento delle emissioni, scoraggiando la delocalizzazione di imprese europee. Al di là dei propositi, applicando una tassa sull'import di beni intermedi il risultato quasi certo sarà un aumento generalizzato dei prezzi al consumo finale. Il rischio è che questo salasso duri a lungo, perché per i sistemi energetici europei e per i cittadini le alternative disponibili ancora non ci sono o sono assai costose. Si rischia di avere, da qui a pochi anni, una povertà energetica interna dalle conseguenze sociali imprevedibili. La società di consulenza Cambridge econometrics ha stimato che se il sistema Ets europeo fosse allargato anche ai settori dei trasporti e del riscaldamento domestico, al 2030 si avrebbe un aumento dei costi del carburante di 50 centesimi di euro a litro e circa un raddoppio dei costi per i riscaldamenti a gas. Numeri impressionanti che rischiano di impattare fortemente sui redditi delle famiglie. (3. Continua)
Il condominio di Via Paruta 74 a Milano, dove è stato ritrovato il corpo della giovane Aurora Livoli (Getty Images)
In realtà, nel periodo tra la fallita espulsione e la concessione di un passaporto in regola, il presunto assassino (già, fino a che non sia intervenuta una sentenza definitiva, anche nel suo caso, nonostante le telecamere lo abbiano ripreso alle spalle di Aurora l’ultima volta che la giovane è stata vista viva, la colpevolezza è presunta) avrebbe dovuto essere trattenuto nel Cpr di Milano. Però al centro di via Corelli che avrebbe dovuto «ospitarlo» è stato rifiutato «a causa dell’inidoneità alla vita in comunità». Sì, avete letto bene: le forze dell’ordine avrebbero voluto impedirgli di andarsene a spasso per le note ragioni di pericolosità sociale, ma per «un’asserita patologia delle vie urinarie», certificata da un medico, Valdez Velazco è stato lasciato libero di tentare di violentare una ragazza alla fermata della metropolitana e di aggredire, e probabilmente uccidere, Aurora, una giovane che ha avuto il solo torto di incontrarlo.
Vi chiedete come sia possibile rimettere in circolazione una persona già finita in carcere (dove ha scontato solo parte della pena) per violenza sessuale, fermata per altre violenze commesse nel corso degli anni e per rapina aggravata, oltre che per immigrazione clandestina? La domanda va girata non soltanto ai magistrati che quasi sempre, con varie attenuanti, consentono a fior di delinquenti di trovare la scappatoia per non finire dietro le sbarre, ma anche a quella classe politica e giornalistica che ancora insiste a non voler vedere il nesso fra criminalità e immigrazione clandestina. Ogni volta che si mostrano i dati sugli arresti per stupro, per furto e rapina, costoro alzano sempre il ditino per spiegare che la maggioranza dei reati è commessa da italiani. È ovvio che in valore assoluto i connazionali figurano in cima alle classifiche, ma se si confrontano i numeri con la popolazione immigrata, basta un minimo di onestà per comprendere che il fenomeno della delinquenza d’importazione non è una percezione, come ogni tanto qualche «sinistrato» prova a spiegare.
La morte di Aurora, per cui immagino che né magistrati né opinionisti chiederanno scusa, dovrebbe essere di monito per cambiare le leggi sull’immigrazione clandestina, ma soprattutto per far comprendere che estendere dei diritti anche a chi non ha alcun titolo per beneficiarne può essere pericoloso. Le decisioni di rimettere in libertà o accogliere in Italia soggetti a rischio hanno delle conseguenze a carico delle persone più fragili. E Aurora era fra queste. Invece di essere aiutata è stata lasciata sola, nelle mani del suo assassino.
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Aurora Livoli, la giovane trovata morta in via Paruta a Milano il 30 dicembre 2025 (Ansa). Nel riquadro Emilio Gabriel Valdez Velazco, indagato per l’omicidio della diciannovenne
Questa la sua storia. Atterrato nel 2017 a Linate, nel 2019 diventa irregolare. Il prefetto di Milano emette nei suoi confronti il primo provvedimento di espulsione il 4 agosto e dopo due giorni il questore ordina l’accompagnamento coattivo alla frontiera. La storia poteva concludersi qui ma evidentemente il cinquantasettenne peruviano rientra in Italia perché nell’ottobre dello stesso anno commette la prima di una serie di violenze sessuali. Per quel crimine fu arrestato e condannato a nove anni, mai del tutto scontati.
Valdez Velazco che in questi nove anni intorno alla capitale lombarda ha cambiato diversi indirizzi e anche diversi nomi, (per un periodo si è fatto riconoscere come Emilio Gavriel Baldez, di un anno più giovane) ha anche altri precedenti: rapina aggravata, violenza sessuale e immigrazione clandestina. Una risorsa imperdibile per il nostro tessuto sociale insomma. La rapina più recente risale al 30 dicembre 2025, le altre due violenze sessuali a luglio del 2024 e del 2025, il reato di immigrazione clandestina lo commette il 25 marzo 2024. Ma perché l’uomo continuava a girare impunito su suolo italiano?
Il peruviano come se nulla fosse, il 16 giugno del 2023 richiede via posta il rilascio del permesso di soggiorno in quanto fratello di una cittadina italiana. Il permesso gli viene negato dal questore di Milano per motivi di pericolosità sociale, con molta calma, sei mesi dopo: l’11 gennaio 2024. Dopo altri due mesi e mezzo (nel frattempo aveva commesso un altro stupro), viene arrestato perché era rientrato in Italia prima che fossero decorsi cinque anni dall’esecuzione della precedente espulsione. Pertanto, nei suoi confronti viene adottato un nuovo provvedimento di espulsione per motivi di pericolosità sociale. Cacciato di nuovo dal questore, però, questa volta non lascia il Paese per via dell’ennesimo cavillo burocratico.
Non si riesce a farlo imbarcare immediatamente perché il suo passaporto risulta banalmente scaduto. Le autorità, per evitare di lasciarlo a piede libero, ritengono di chiedere l’assegnazione di un posto al Cpr affinché fosse possibile ottenere il lasciapassare da parte dell’autorità consolare. Qui avviene un altro cortocircuito del nostro folle sistema giudiziario. Il posto, assegnato dalla Direzione centrale dell’immigrazione e della Polizia delle frontiere presso il locale Centro di Milano-Corelli, è stato rifiutato per inidoneità alla vita in comunità. Ma non per la sua pericolosità, come ci si potrebbe aspettare, ma per un comune certificato medico. Velazco in quella circostanza dichiarò di avere una patologia urinaria. Ne segue un ordine a lasciare il territorio nazionale entro sette giorni, ma eccoci qui: l’uomo oggi risiede ancora in Italia. Vive a sbafo, in un appartamento a Cologno Monzese, mantenuto da una sua connazionale che fa la colf. Libero di girare per Milano e commettere crimini. Velazco agli inquirenti ha confermato di essere l’uomo nelle immagini della tentata rapina in metro a una studentessa, avvenuta appena un’ora prima delle immagini che lo ritraggono con Aurora la sera della sua morte. «Ero sotto l’effetto di stupefacenti», ha dichiarato di fronte al suo avvocato. Sul caso della diciannovenne ha chiesto invece di poter essere sentito giovedì. Per ora ci sono le immagini delle videocamere che lo ritraggono dietro di lei la notte che è stata strangolata a mani nude (come ricostruito dagli esperti). Ha scontato solo in parte una pena detentiva presso l’istituto penitenziario di Pavia per una violenza sessuale commessa nel 2019. Di certo c’è che Aurora Livoli è morta.
Viveva con i genitori adottivi a Monte San Biagio, in Provincia di Latina. Aveva solo 19 anni, una vita intera davanti, esaurita miseramente in un cortile di Milano.
Quello di Velazco non è il primo caso di irregolari criminali in Italia con decreto di espulsione. Lo denunciava già mesi fa Sara Kelany, deputato e responsabile nazionale del dipartimento Immigrazione di Fratelli d’Italia. «Da quando il governo ha deciso di aprire il Cpr di Gjader anche ai migranti già destinatari in Italia di un provvedimento di espulsione sono giunte alcune sentenze, dal sapore ancora una volta ideologico, che fino ad oggi hanno avuto l’effetto di rimettere a piede libero ben 14 soggetti pericolosi trattenuti nel centro in Albania in attesa di rimpatrio», denunciava già nel maggio 2025. «È bastato che questi signori presentassero una domanda d’asilo perché si trasformassero in rifugiati da tutelare, ignorando sia il fatto che la loro richiesta fosse stata dichiarata manifestamente infondata sia il loro curriculum criminale».
Kelany parla di «soggetti con condanne penali per reati gravissimi: furti, rapine, tentati omicidi, violenze sessuali, pedopornografia». Fatti gravissimi che costringono a domandarsi fino a che punto sono disposte rischiare le toghe politicizzate che da mesi su questi temi fanno la guerra al governo. Sperando che la risposta non sia altre rapine, altre violenze, altri femminicidi.
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Abbiamo lasciato la nostra eroina, Jean Batten, ormai famosissima. Vediamo il resto della sua fantastica vita.