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2021-07-10
Le manie ecologiche e l’Ue ci portano lo choc energetico fin dentro casa
«Pochi se ne sono accorti ma lo scorso 26 maggio è impresso nella mia mente come il giorno in cui il mercato petrolifero è cambiato in maniera strutturale». Paul (nome di fantasia per proteggerne la privacy) è uno dei trader di commodities più conosciuti nella City londinese. Non particolarmente alto di statura, ha la pancetta tipica dell'operatore finanziario della vecchia guardia (quelli della nuova generazione sono molto più salutisti), naturale conseguenza delle sedute serali nei pub di Leadenhall Market dove stempera lo stress accumulato nel corso della giornata. A prima vista un uomo come ce ne sono tanti: ma se lo guardi fisso in quegli azzurri e fieri occhi da gallese capisci il motivo per cui appartiene a un'élite di persone in grado di decidere in pochi minuti dove allocare milioni di sterline per una scommessa. Perché alla fine questo è il mercato: puoi fare tutti gli studi del mondo, ma è sempre una scommessa. Però non è il coraggio (che per alcuni è incoscienza) il suo punto di forza. Quello che fa di Paul un grande trader è la capacità di capire quando il mercato cambia e adattarvisi immediatamente. Ma cosa è esattamente accaduto in quel quarto mercoledì di maggio? Ce lo ricorda il nostro amico: «Il tribunale olandese dell'Aia ingiunge alla Shell di ridurre del 45% le emissioni di CO2 entro il 2030. La causa era stata avviata nell'aprile del 2019 da Milieudefensie, filiale olandese dell'organizzazione internazionale Amici della terra, assieme a sei altre Ong fra cui Greenpeace e Actionaid nei Paesi Bassi. Più di 17.000 cittadini olandesi si erano costituiti parte civile. Nell'accogliere le accuse mosse da sette organizzazioni ambientaliste, il giudice stabilisce come Shell sia responsabile di enormi emissioni di CO2 contribuendo alle conseguenze disastrose del cambiamento climatico per la popolazione. Insomma per la prima volta nella storia, un'impresa è costretta dalla giustizia ad adeguarsi all'accordo di Parigi del 2015».
E dire che la multinazionale angloolandese aveva annunciato a febbraio l'intenzione di ridurre le emissioni rispetto al 2016 del 20% entro il 2030, del 45% entro il 2035 e del tutto entro il 2050. Ma al giudice questo non è evidentemente bastato. Alla notizia, qui in Italia, viene riservato solo qualche lancio di agenzia e qualche timido trafiletto sui giornali, ma l'impatto finanziario rischia di essere enorme. Imporre una la drastica riduzione (in largo anticipo rispetto al previsto) delle emissioni di CO2, infatti, costringe di fatto la Shell a vendere alcuni dei suoi asset. La conferma arriva dopo appena pochi giorni: l'agenzia Reuters riporta come il gruppo olandese stia caldeggiando la cessione degli asset nel ricco Bacino Permiamo nello stato del Texas. A quel punto alea iacta est: bastano pochi minuti per far realizzare all'intera comunità internazionale degli operatori petroliferi quale sarà lo scenario più probabile: una strutturale riduzione dell'offerta di oro nero. «Già prima l'annuncio della sentenza stavo osservando come il mercato future del petrolio stesse mostrando una crescente tensione», spiega Paul, «La curva forward in particolare iniziava a mostrare un regime di backwardation, quella dinamica caratterizzata da prezzi più elevati per le consegne a breve e più bassi per le scadenza a lunga, sintomo dell'incapacità dell'offerta di stare al passo con l'aumento dei consumi in ragione della normalizzazione del trasporto aereo. Ma la sentenza del tribunale olandese è stata come gettare benzina fuoco perché a questo punto è probabile che altre cause partiranno prendendo di mira le altre major».
Effettivamente se andiamo ad analizzare l'andamento del prezzo del Brent, già dal minimo di aprile 2020 di 15 dollari al barile era arrivato a fine maggio a 70 dollari al barile. È però proprio da inizio maggio che parte una nuova spinta al rialzo che lo porta la scorsa settimana a raggiungere i 77 dollari al barile. Come sovente avviene dopo una violenta azione di mercato, a quel punto, a svegliarsi sono anche gli analisti delle banche d'affari: i primi sono quelli di Bank of America che in una nota inviata alla clientela inseriscono nei previsionali anche la possibilità per i prezzi dell'oro nero di tornare verso la fatidica soglia dei 100 dollari al barile. La mossa della banca d'affari statunitense spiana la strada anche alle società di ricerca come Capital economics che proprio all'inizio di questa settimana avverte i clienti dello stesso rischio.
«Il settore energetico di fatto sta assistendo allo stesso trauma che visse al tempo il comparto del tabacco», ci spiega Ed Yardeni, uno dei più prestigiosi analisti di Wall Street, «e anche se la compagnia ha annunciato che farà ricorso credo che non ci sia il tempo materiale di arrivare alla conclusione dell'iter giudiziario prima del 2030, l'anno in cui ricade l'obbligo imposto dal giudice di ridurre le emissioni». Decine di militanti ambientalisti, in attesa fuori dal tribunale, hanno festeggiato la sentenza con cori e lacrime di gioia: «Oggi assieme ai 17.000 cittadini che hanno firmato scriviamo una pagina di storia», ha commentato l'Ong Amici della terra. Ma l'entusiasmo degli ambientalisti rischia di essere una vittoria di Pirro. Mettere infatti le major petrolifere nella condizione di cedere forzatamente i propri asset significherà riconsegnarle nelle mani delle rivali russe, arabe e cinesi su cui insistono norme ambientali meno stringenti con il risultato che forse verranno prodotte meno emissioni in Europa ma a livello globale poco o nulla cambierà. Bisogna infatti sempre ricordare come la tecnologia legata all'elettrificazione rappresenti un vettore di energia che in larga misura deriva ancora dal combustibile fossile. E che dunque solo quando sarà prodotta da fonti rinnovabili potremo parlare di energia pulita al 100%. Ma l'impatto rischia di essere particolarmente pesante anche sul fronte macroeconomico. In un contesto quale quello attuale, caratterizzato da enormi strozzature dell'offerta, alimentare la corsa al rialzo del petrolio rischia di creare le condizioni per uno shock energetico nel 2022, il rialzo generalizzato dei prezzi di tutte le materie prime e la conseguente caduta in recessione dell'economia mondiale. Insomma, sembra che siamo proprio davanti al più classico dei casi di eterogenesi dei fini.
Pronta la tassa verde sulla benzina
Pagare per inquinare. È questa la filosofia dietro all'Emissions trading system (Ets), il sistema introdotto dall'Ue nel 2005 per obbligare le imprese a più alta intensità carbonica (acciaio, vetro, cemento, chimica, energia) a staccare un assegno in cambio dell'acquisto di permessi di emissione. Alcuni di questi settori godono di allocazioni gratuite di permessi, ma devono comunque comprare le quote se emettono oltre una certa soglia.
Com'è facile intuire, l'Ue rappresenta il dominus di questi speciali certificati. Stabilisce, infatti, i tetti massimi (decrescenti) di emissione per anno, crea i permessi collegati (un titolo equivale a 1.000 tonnellate di CO2) e li mette all'asta secondo un calendario prestabilito. I soggetti obbligati devono approvvigionarsi dei diritti presso le aste, pagando il prezzo marginale risultante dalle offerte. L'idea è che il costo per emettere anidride carbonica debba diventare talmente alto da renderlo non conveniente rispetto alle alternative come, ad esempio, l'utilizzo di energia eolica anziché quella da carbone o da gas. L'aumento dei prezzi dei permessi, dunque, non è solo un effetto desiderato, anzi rappresenta di fatto l'obiettivo. A sua volta l'aumento del prezzo della CO2, alimentato anche da un vivace mercato dei derivati, provoca un incremento dei prezzi dell'energia elettrica e del gas, come i cittadini hanno potuto verificare con l'aumento monstre delle tariffe dal 1° luglio scorso.
La Commissione europea sta ora valutando di allargare il sistema Ets e applicarlo anche ai consumi di benzina e gas. Ne sapremo di più tra pochi giorni quando, il 14 luglio, Bruxelles presenterà dieci dei 12 provvedimenti che compongono la strategia Fit for 55, attraverso la quale l'Ue si pone l'obiettivo di tagliare del 55% le emissioni di gas serra al 2030. «Stiamo preparando un grande pacchetto», ha dichiarato il commissario europeo agli Affari economici Paolo Gentiloni ieri al G20, «per una tassazione “green" è ora o mai più».
Allargare l'Ets ai combustibili domestici equivale di fatto a introdurre una vera propria carbon tax che colpirà i trasporti e il riscaldamento casalingo, sul modello dell'imposta già in vigore in Germania da quest'anno. Berlino tassa infatti tutti gli usi di gas naturale, benzina e gasolio per 25 euro ogni tonnellata di CO2, che equivalgono a una tassa di 7-8 centesimi di euro al litro sulla benzina e a circa 5 centesimi di euro al metro cubo sul gas.
In più, l'Ue vorrebbe introdurre il Carbon border adjustment mechanism (Cbam). L'ennesimo minaccioso acronimo inventato dagli euroburocrati prevede, in sintesi, l'introduzione dal 2023 di una corposa tassa sulle importazioni di beni - acciaio, ferro, cemento, fertilizzanti, alluminio - provenienti da Paesi con regole meno stringenti di quelle europee sulle emissioni. La nuova tassa dovrebbe incentivare quei Paesi a dotarsi di regole per l'abbattimento delle emissioni, scoraggiando la delocalizzazione di imprese europee. Al di là dei propositi, applicando una tassa sull'import di beni intermedi il risultato quasi certo sarà un aumento generalizzato dei prezzi al consumo finale.
Il rischio è che questo salasso duri a lungo, perché per i sistemi energetici europei e per i cittadini le alternative disponibili ancora non ci sono o sono assai costose. Si rischia di avere, da qui a pochi anni, una povertà energetica interna dalle conseguenze sociali imprevedibili. La società di consulenza Cambridge econometrics ha stimato che se il sistema Ets europeo fosse allargato anche ai settori dei trasporti e del riscaldamento domestico, al 2030 si avrebbe un aumento dei costi del carburante di 50 centesimi di euro a litro e circa un raddoppio dei costi per i riscaldamenti a gas. Numeri impressionanti che rischiano di impattare fortemente sui redditi delle famiglie.
(3. Continua)
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La sentenza olandese che impone a Shell di tagliare il 45% delle emissioni entro 9 anni provocherà il crollo dell'offerta e l'aumento dei prezzi del petrolio e di tutte le materie prime. Ma gli ambientalisti festeggiano.L'Europa lavora per estendere ai carburanti il mercato dei permessi a inquinare Gentiloni: «Ora o mai più». Nel 2030 il pieno rincarerà di 50 centesimi al litro.Lo speciale contiene due articoli.«Pochi se ne sono accorti ma lo scorso 26 maggio è impresso nella mia mente come il giorno in cui il mercato petrolifero è cambiato in maniera strutturale». Paul (nome di fantasia per proteggerne la privacy) è uno dei trader di commodities più conosciuti nella City londinese. Non particolarmente alto di statura, ha la pancetta tipica dell'operatore finanziario della vecchia guardia (quelli della nuova generazione sono molto più salutisti), naturale conseguenza delle sedute serali nei pub di Leadenhall Market dove stempera lo stress accumulato nel corso della giornata. A prima vista un uomo come ce ne sono tanti: ma se lo guardi fisso in quegli azzurri e fieri occhi da gallese capisci il motivo per cui appartiene a un'élite di persone in grado di decidere in pochi minuti dove allocare milioni di sterline per una scommessa. Perché alla fine questo è il mercato: puoi fare tutti gli studi del mondo, ma è sempre una scommessa. Però non è il coraggio (che per alcuni è incoscienza) il suo punto di forza. Quello che fa di Paul un grande trader è la capacità di capire quando il mercato cambia e adattarvisi immediatamente. Ma cosa è esattamente accaduto in quel quarto mercoledì di maggio? Ce lo ricorda il nostro amico: «Il tribunale olandese dell'Aia ingiunge alla Shell di ridurre del 45% le emissioni di CO2 entro il 2030. La causa era stata avviata nell'aprile del 2019 da Milieudefensie, filiale olandese dell'organizzazione internazionale Amici della terra, assieme a sei altre Ong fra cui Greenpeace e Actionaid nei Paesi Bassi. Più di 17.000 cittadini olandesi si erano costituiti parte civile. Nell'accogliere le accuse mosse da sette organizzazioni ambientaliste, il giudice stabilisce come Shell sia responsabile di enormi emissioni di CO2 contribuendo alle conseguenze disastrose del cambiamento climatico per la popolazione. Insomma per la prima volta nella storia, un'impresa è costretta dalla giustizia ad adeguarsi all'accordo di Parigi del 2015».E dire che la multinazionale angloolandese aveva annunciato a febbraio l'intenzione di ridurre le emissioni rispetto al 2016 del 20% entro il 2030, del 45% entro il 2035 e del tutto entro il 2050. Ma al giudice questo non è evidentemente bastato. Alla notizia, qui in Italia, viene riservato solo qualche lancio di agenzia e qualche timido trafiletto sui giornali, ma l'impatto finanziario rischia di essere enorme. Imporre una la drastica riduzione (in largo anticipo rispetto al previsto) delle emissioni di CO2, infatti, costringe di fatto la Shell a vendere alcuni dei suoi asset. La conferma arriva dopo appena pochi giorni: l'agenzia Reuters riporta come il gruppo olandese stia caldeggiando la cessione degli asset nel ricco Bacino Permiamo nello stato del Texas. A quel punto alea iacta est: bastano pochi minuti per far realizzare all'intera comunità internazionale degli operatori petroliferi quale sarà lo scenario più probabile: una strutturale riduzione dell'offerta di oro nero. «Già prima l'annuncio della sentenza stavo osservando come il mercato future del petrolio stesse mostrando una crescente tensione», spiega Paul, «La curva forward in particolare iniziava a mostrare un regime di backwardation, quella dinamica caratterizzata da prezzi più elevati per le consegne a breve e più bassi per le scadenza a lunga, sintomo dell'incapacità dell'offerta di stare al passo con l'aumento dei consumi in ragione della normalizzazione del trasporto aereo. Ma la sentenza del tribunale olandese è stata come gettare benzina fuoco perché a questo punto è probabile che altre cause partiranno prendendo di mira le altre major».Effettivamente se andiamo ad analizzare l'andamento del prezzo del Brent, già dal minimo di aprile 2020 di 15 dollari al barile era arrivato a fine maggio a 70 dollari al barile. È però proprio da inizio maggio che parte una nuova spinta al rialzo che lo porta la scorsa settimana a raggiungere i 77 dollari al barile. Come sovente avviene dopo una violenta azione di mercato, a quel punto, a svegliarsi sono anche gli analisti delle banche d'affari: i primi sono quelli di Bank of America che in una nota inviata alla clientela inseriscono nei previsionali anche la possibilità per i prezzi dell'oro nero di tornare verso la fatidica soglia dei 100 dollari al barile. La mossa della banca d'affari statunitense spiana la strada anche alle società di ricerca come Capital economics che proprio all'inizio di questa settimana avverte i clienti dello stesso rischio. «Il settore energetico di fatto sta assistendo allo stesso trauma che visse al tempo il comparto del tabacco», ci spiega Ed Yardeni, uno dei più prestigiosi analisti di Wall Street, «e anche se la compagnia ha annunciato che farà ricorso credo che non ci sia il tempo materiale di arrivare alla conclusione dell'iter giudiziario prima del 2030, l'anno in cui ricade l'obbligo imposto dal giudice di ridurre le emissioni». Decine di militanti ambientalisti, in attesa fuori dal tribunale, hanno festeggiato la sentenza con cori e lacrime di gioia: «Oggi assieme ai 17.000 cittadini che hanno firmato scriviamo una pagina di storia», ha commentato l'Ong Amici della terra. Ma l'entusiasmo degli ambientalisti rischia di essere una vittoria di Pirro. Mettere infatti le major petrolifere nella condizione di cedere forzatamente i propri asset significherà riconsegnarle nelle mani delle rivali russe, arabe e cinesi su cui insistono norme ambientali meno stringenti con il risultato che forse verranno prodotte meno emissioni in Europa ma a livello globale poco o nulla cambierà. Bisogna infatti sempre ricordare come la tecnologia legata all'elettrificazione rappresenti un vettore di energia che in larga misura deriva ancora dal combustibile fossile. E che dunque solo quando sarà prodotta da fonti rinnovabili potremo parlare di energia pulita al 100%. Ma l'impatto rischia di essere particolarmente pesante anche sul fronte macroeconomico. In un contesto quale quello attuale, caratterizzato da enormi strozzature dell'offerta, alimentare la corsa al rialzo del petrolio rischia di creare le condizioni per uno shock energetico nel 2022, il rialzo generalizzato dei prezzi di tutte le materie prime e la conseguente caduta in recessione dell'economia mondiale. Insomma, sembra che siamo proprio davanti al più classico dei casi di eterogenesi dei fini. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/manie-ecologiche-choc-energetico-casa-2653731821.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pronta-la-tassa-verde-sulla-benzina" data-post-id="2653731821" data-published-at="1625854629" data-use-pagination="False"> Pronta la tassa verde sulla benzina Pagare per inquinare. È questa la filosofia dietro all'Emissions trading system (Ets), il sistema introdotto dall'Ue nel 2005 per obbligare le imprese a più alta intensità carbonica (acciaio, vetro, cemento, chimica, energia) a staccare un assegno in cambio dell'acquisto di permessi di emissione. Alcuni di questi settori godono di allocazioni gratuite di permessi, ma devono comunque comprare le quote se emettono oltre una certa soglia. Com'è facile intuire, l'Ue rappresenta il dominus di questi speciali certificati. Stabilisce, infatti, i tetti massimi (decrescenti) di emissione per anno, crea i permessi collegati (un titolo equivale a 1.000 tonnellate di CO2) e li mette all'asta secondo un calendario prestabilito. I soggetti obbligati devono approvvigionarsi dei diritti presso le aste, pagando il prezzo marginale risultante dalle offerte. L'idea è che il costo per emettere anidride carbonica debba diventare talmente alto da renderlo non conveniente rispetto alle alternative come, ad esempio, l'utilizzo di energia eolica anziché quella da carbone o da gas. L'aumento dei prezzi dei permessi, dunque, non è solo un effetto desiderato, anzi rappresenta di fatto l'obiettivo. A sua volta l'aumento del prezzo della CO2, alimentato anche da un vivace mercato dei derivati, provoca un incremento dei prezzi dell'energia elettrica e del gas, come i cittadini hanno potuto verificare con l'aumento monstre delle tariffe dal 1° luglio scorso. La Commissione europea sta ora valutando di allargare il sistema Ets e applicarlo anche ai consumi di benzina e gas. Ne sapremo di più tra pochi giorni quando, il 14 luglio, Bruxelles presenterà dieci dei 12 provvedimenti che compongono la strategia Fit for 55, attraverso la quale l'Ue si pone l'obiettivo di tagliare del 55% le emissioni di gas serra al 2030. «Stiamo preparando un grande pacchetto», ha dichiarato il commissario europeo agli Affari economici Paolo Gentiloni ieri al G20, «per una tassazione “green" è ora o mai più». Allargare l'Ets ai combustibili domestici equivale di fatto a introdurre una vera propria carbon tax che colpirà i trasporti e il riscaldamento casalingo, sul modello dell'imposta già in vigore in Germania da quest'anno. Berlino tassa infatti tutti gli usi di gas naturale, benzina e gasolio per 25 euro ogni tonnellata di CO2, che equivalgono a una tassa di 7-8 centesimi di euro al litro sulla benzina e a circa 5 centesimi di euro al metro cubo sul gas. In più, l'Ue vorrebbe introdurre il Carbon border adjustment mechanism (Cbam). L'ennesimo minaccioso acronimo inventato dagli euroburocrati prevede, in sintesi, l'introduzione dal 2023 di una corposa tassa sulle importazioni di beni - acciaio, ferro, cemento, fertilizzanti, alluminio - provenienti da Paesi con regole meno stringenti di quelle europee sulle emissioni. La nuova tassa dovrebbe incentivare quei Paesi a dotarsi di regole per l'abbattimento delle emissioni, scoraggiando la delocalizzazione di imprese europee. Al di là dei propositi, applicando una tassa sull'import di beni intermedi il risultato quasi certo sarà un aumento generalizzato dei prezzi al consumo finale. Il rischio è che questo salasso duri a lungo, perché per i sistemi energetici europei e per i cittadini le alternative disponibili ancora non ci sono o sono assai costose. Si rischia di avere, da qui a pochi anni, una povertà energetica interna dalle conseguenze sociali imprevedibili. La società di consulenza Cambridge econometrics ha stimato che se il sistema Ets europeo fosse allargato anche ai settori dei trasporti e del riscaldamento domestico, al 2030 si avrebbe un aumento dei costi del carburante di 50 centesimi di euro a litro e circa un raddoppio dei costi per i riscaldamenti a gas. Numeri impressionanti che rischiano di impattare fortemente sui redditi delle famiglie. (3. Continua)
Alle spalle, il Quirinale (Imagoeconomica). Nel riquadro, il libro di Castellani e Quagliariello
E i diritti che essa riconosce sono quasi sempre bilanciati da corrispondenti doveri che con il tempo, nella lettura politica della Carta, sono stati sottostimati quando non addirittura omessi. In altre parole, il consenso sulla prima parte nasce dalla comune volontà di fondare una democrazia pluralista e garantista, non di imporre un progetto ideologico unilaterale. Tanto che la stessa prima parte della Costituzione (si consideri a tal proposito, in particolare, la vicenda dell’art. 3 comma 2 relativo all’eguaglianza), sarà oggetto di interpretazioni politiche differenti. Il compromesso ideologico, dunque, si trova senza troppe tensioni, amalgamando diverse culture politiche intorno alla base comune dell’accettazione dei princìpi di una democrazia liberale.
È nella seconda parte - quella sulla forma di governo e sulle garanzie - che, invece, il compromesso diventa molto più sofferto. Qui la logica delle «garanzie politiche» prevale su quella dell’efficienza. Per l’essenziale: le sinistre temono che un rafforzamento dell’esecutivo possa tradursi in restaurazione autoritaria; la Dc e i partiti di centro temono, al contrario, che un eccesso di parlamentarismo esponga il sistema alle pressioni di un grande partito comunista legato all’Urss. Ne risulta una razionalizzazione assai debole del regime parlamentare. Fallisce l’ipotesi di introdurre meccanismi come la sfiducia costruttiva o il cancellierato sul modello del Grundgesetz tedesco, previsti dall’ordine del giorno Perassi del settembre 1946, e si preferisce «abbondare» in termini di garanzie e contropoteri, sacrificando la stabilità dei governi alla salvaguardia dell’equilibrio tra i partiti. È la scelta che porterà a una forma di governo intrinsecamente fragile, nella quale l’esecutivo dipende da maggioranze fluide, i governi sono esposti a crisi frequenti e il circuito decisionale tende a spostarsi dai luoghi istituzionali formali alle sedi informali di mediazione partitica.
In questo contesto, De Gasperi - che è Presidente del Consiglio per tutto il periodo dei lavori costituenti - mantiene un ruolo relativamente defilato nell’Assemblea, concentrando le sue energie sul fronte internazionale, sulla continuità statuale, sulla statuizione dei rapporti tra Chiesa e Stato. Va poi considerato in tutta la sua rilevanza il fatto che il processo costituente viene «tagliato in due» dalla rottura del maggio 1947 con le sinistre, che segna il passaggio dai governi di unità antifascista al centrismo e rende ancora più cogente la ricerca di garanzie reciproche e complessa la traduzione dei compromessi costituzionali in una forma di governo stabile. In quel torno di tempo la divisione del lavoro è netta: la Costituente scrive le regole, il governo si incarica di far sopravvivere e riconoscere lo Stato italiano in un contesto internazionale difficile, e da questa separazione di funzioni nasce anche il limite strutturale della nostra forma di governo, pensata più per impedire torsioni verticali che per decidere.
Proprio perché la forma di governo disegnata nel 1948 è debole, dunque, la Repubblica, per stare in piedi, necessita di un «Principe». Non un Principe individuale, s’intende, ma un soggetto politico capace di concentrare la legittimazione, di tenere insieme un sistema parlamentare frammentato e di assumere decisioni nei momenti di crisi. Antonio Gramsci aveva già immaginato questa traslazione tra il «Principe individuo» di Machiavelli al partito, inteso come «principe collettivo». E infatti, si può affermare che il partito sin dall’origine si candidi a svolgere questo ruolo, proponendosi come vera e propria infrastruttura del nuovo regime. È nel circuito della «democrazia dei partiti» che si regolano e si compongono i conflitti, si formano e si disfano le maggioranze e gli esecutivi, in continuità con la propensione che era stata già dell’Italia liberale a far convergere al centro del sistema le forze chiamate a esercitare responsabilità di governo isolando le ali antisistema. Col tempo, la centralità dei partiti sarebbe diventata ancora più avvertita. Al punto che la storiografia più recente individua, addirittura, nella «centralità assoluta dell’infrastruttura partitica» il meccanismo di funzionamento del regime parlamentare italiano che avrebbe trasformato il Parlamento in un mero luogo di ratifica di scelte compiute altrove.
Questa deriva, colta a posteriori in modo persino troppo unilaterale, non può, però, ritenersi scontata, soprattutto agli esordi. E quando poi all’inizio degli anni Novanta il sistema dei partiti costruito su quel compromesso esplode, sotto la pressione congiunta della fine della Guerra Fredda, delle inchieste di Tangentopoli e del crollo delle culture politiche tradizionali, il bisogno di trovare un Principe non scompare. Di fatti, il Principe resta, pur cambiando soggettività. Venuto meno il partito-Principe, con la dissoluzione della Dc, del Psi e la trasformazione del Pci, il fulcro di stabilizzazione si trasferisce progressivamente sul Presidente della Repubblica, che assume una funzione sempre più attiva nella gestione delle crisi, nella formazione degli esecutivi e nel raccordo con i vincoli europei e internazionali. Si può perciò affermare che il Capo dello Stato divenga il nuovo Principe della Repubblica: non per un mutamento formale della Costituzione, ma per l’inerzia di una forma di governo che continua a non fornire da sola un baricentro solido e che, in assenza del partito egemone, trova nel Quirinale l’unico attore in grado di garantire la continuità del sistema. Da ultimo, questa circostanza è stata emblematizzata dal film di un grande regista italiano, Paolo Sorrentino, dedicato per l’appunto alla figura del presidente colta nell’intreccio tra responsabilità istituzionale e scelte interiori. Il regista, nell’intervista di presentazione, afferma di essersi ispirato per il suo lavoro un po’ a Scalfaro, un po’ a Napolitano e un po’ a Mattarella: tre personalità politiche e umane assai diverse. Segno che la rilevanza istituzionale della carica si sia così tanto dilatata da influenzare persino la dimensione interiore e determinare la portata delle scelte di coscienza da assumere.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 2 giugno con Carlo Cambi
Il cantiere del nuovo consolato americano che sorgerà a Milano (Ansa)
Gli altri settori produttivi le devono pagare un tributo crescente, mentre la definizione stessa di «interesse pubblico» si fa sempre più sfuggente, contesa tra gruppi sociali vincenti e altri naturalmente perdenti.
Una delle contraddizioni più clamorose di questo modello emerge dalla vicenda che coinvolge il consolato americano: un caso che rivela, senza possibilità di equivoci, che la cosiddetta «rigenerazione urbana» di Milano poggia anche sul lavoro di persone tenute in condizioni di semischiavitù. Nell’area dell’ex Tiro a segno è in costruzione la nuova sede del Consolato degli Stati Uniti, un’opera faraonica, come è nello stile americano, dislocata su 40.000 metri quadrati, con un costo dichiarato di almeno 351 milioni di dollari, il cui completamento è previsto nel 2028. Una cifra che però non include il costo del lavoro (e non è un dettaglio secondario). La Procura di Milano ha accertato che la ditta costruttrice impiegava lavoratori stranieri in condizione di paraschiavitù.
I pubblici ministeri Paolo Storari e Mauro Clerici hanno messo sotto controllo giudiziario la società edile statunitense Caddell, con l’accusa di caporalato e sfruttamento dei lavoratori, e operato il fermo di un manager della stessa azienda in procinto di scappare in Turchia. Il cantiere, inaugurato in pompa magna nel 2022 con la posa della prima pietra alla presenza del console Robert Needham e del sindaco Beppe Sala, funzionava grazie al lavoro di operai che venivano reclutati in India da un’agenzia di Nuova Dehli, la Dynamic house. Per ottenere il posto di lavoro erano costretti a pagare una cifra ingente, circa 500.000 rupie (5/6.000 euro) con la promessa di documenti regolari e biglietto aereo incluso. Una volta arrivati a Milano, la realtà era ben diversa: turni di 12 ore al giorno, sei giorni su sette, senza festività. La paga? Appena 2 o 3 euro l’ora. E più della metà dello stipendio veniva sistematicamente sottratta.
«I poveri non sono un problema da risolvere ma una risorsa da sfruttare», diceva Zygmunt Bauman. È difficile non pensare a questa frase leggendo le condizioni in cui questi uomini erano costretti a lavorare. Il sistema di sfruttamento descritto ricorda da vicino quello adottato in diversi Paesi del Golfo: la Kafala, un’istituzione giuridica utilizzata per monitorare i lavoratori stranieri impiegati specialmente nel settore edilizio. La pratica è legalmente diffusa in Qatar, Kuwait, Libano, Oman, Bahrein, Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti. In quel sistema il lavoratore straniero è vincolato a uno sponsor che coincide con il datore di lavoro: questo detiene il controllo totale sulla mobilità del dipendente e sui suoi documenti. Il lavoratore non può cambiare impiego, non può lasciare il Paese, non può sottrarsi. La Kafala è di fatto l’istituzionalizzazione della schiavitù.
Ecco qui rappresentata la modernizzazione al contrario di Milano. Una città che vanta ingenti investimenti in immobili realizzati da questi Paesi, ma che sembra aver importato anche un ignobile modello di sfruttamento dei lavoratori migranti. Ciò che colpisce, oltre alla gravità dei fatti, è l’assenza di parole di chi governa la città. L’amministrazione comunale non può pensare che si tratti un «affare americano»: il cantiere insiste sul suolo milanese, il sindaco era presente all’inaugurazione, la città ne porta un po’ la responsabilità morale e politica. Altrettanto significativa è la latitanza della sinistra che tende a occuparsi di migranti solo quando è utile a una polemica contro la destra. All’appello, infine, manca anche il sindacato che ha dimostrato ancora una volta di essere fuori contesto, incapace di cogliere le contraddizioni più acute del modello di sviluppo in atto. Il dato di fatto è che tutti questi continuano a parlare di candidature per le prossime elezioni amministrative, di primarie e di altri aspetti che riguardano la loro vita interna dimostrando, se ve ne fosse ancora bisogno, la loro lontananza dai problemi reali delle persone.
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Pochi giorni prima gli investigatori avevano già annotato un altro elemento ritenuto significativo: il riferimento al «tragico evento» avvenuto a Modena il 15 maggio scorso, quando Salim El Koudri aveva travolto i passanti in pieno centro con la sua automobile. Chi indaga l’ha letto come il punto di arrivo di una discesa progressiva dentro l’universo della propaganda jihadista maturato attraverso il Web e i social network. E che viene collocato all’interno di un meccanismo: quello degli attacchi compiuti da singoli individui, senza strutture visibili alle spalle, senza cellule riconoscibili. «Tutti pronti», secondo il pm, «all’azione violenta nei confronti di cittadini inermi tramite l’uso di autoveicoli o di armi prevalentemente da taglio». Ovvero uno scenario da «lupo solitario».
E, così, alla vigilia del suo ventunesimo compleanno, Ben Haddi, nato a Vimercate, in Brianza, è stato fermato con l’accusa di terrorismo internazionale. Il provvedimento è stato disposto dal pubblico ministero Alessandro Gobbis. Per la Procura guidata da Marcello Viola, il giovane si sarebbe associato «all’organizzazione terroristica internazionale comunemente nota come Stato islamico». E, in particolare, «al primo califfo Abu Bakr Al-Baghdadi». Dall’analisi dei profili Instagram e Tiktok, «accessibili a tutti», scrive il pm, «dunque a una platea potenzialmente infinita di utenti», sarebbe saltato fuori materiale ritenuto «apologetico di attentati terroristici contro l’Occidente e di aperta esaltazione e incitamento al martirio». Ma anche «di attentati terroristici in danno dei cristiani». L’inchiesta ha preso forma attraverso il lavoro della Digos di Milano. Gli approfondimenti investigativi si sono tradotti in due informative, datate 29 e 31 maggio, e in una successiva perquisizione. Secondo il pm, proprio dagli ultimi accertamenti sarebbe emersa «una pericolosa accelerazione della propria spirale di radicalizzazione ideologico-religiosa».
A rafforzare i sospetti degli inquirenti c’è un altro elemento: quando viene fermato, Ben Haddi è in possesso di un biglietto aereo per il Marocco. La partenza era fissata per il 9 giugno. Il giovane, secondo l’accusa, avrebbe manifestato la disponibilità all’azione violenta «nella consapevolezza di essere in procinto di lasciare l’Italia». Per la Procura il dato contribuisce a delineare un quadro di pericolosità attuale. Per l’indagato, invece, il viaggio aveva tutt’altra finalità: ha spiegato che doveva recarsi in Marocco per sostenere un esame. Il nome di Ben Haddi, però, era emerso anche in un’altra attività investigativa.
La Digos stava monitorando il gruppo Telegram «Chat Terza posizione» e il canale «Centro studi Terza posizione». Secondo gli investigatori, si trattava di ambienti caratterizzati dalla diffusione di «idee radicali e violente ispirate alle ideologie nazionalsocialiste e suprematiste». Uno degli utenti era stato identificato come «Zacky Ben». Una presenza che gli investigatori collocano nel fenomeno definito «White Jihad» o «ibridazione», cioè la contaminazione tra ambienti ideologicamente diversi ma accomunati dall’estremismo. In quell’ordinanza il fenomeno veniva definito con una formula precisa: «Ibridazione tra propaganda di estrema destra radicale e contenuti riconducibili a gruppi jihadisti». La convergenza non è religiosa, ma ideologica e simbolica: antisemitismo, culto della violenza, mitologie del martirio e fascinazione per il terrorismo diventano un linguaggio comune tra universi apparentemente lontani.
Tra i contenuti recuperati, «tutti connotati», secondo il pm, «da una marcata istigazione alla violenza e per contenuti eversivi», ci sarebbero alcuni messaggi ritenuti significativi, perché valutati come «fattore accelerante di processi di radicalizzazione già in atto». In una conversazione, Ben Haddi scrive: «Impossibile fare un colpo di Stato nella situazione attuale». Era la risposta a un altro utente che sosteneva: «Comunque per poter fare una sovversione e quindi un colpo di Stato ci servono molte più persone, organizzate e non sparse e che tutti seguano la stessa idea o simile». In un’altra circostanza aveva pubblicato la fotografia di un bambino dalla pelle chiara e dagli occhi azzurri accompagnandola con il commento: «Chiaramente è superiore a te». La frase arrivava come replica a chi gli aveva scritto: «Tu sei africano, non sei superiore a nessuno». Quel fascicolo aveva già portato all’arresto di Matteo Celibashi, diciannovenne italo-albanese pavese, ritenuto promotore e ideatore della chat. Il dato più rilevante è che la precedente inchiesta non descriveva soltanto un circuito di estrema destra. Dentro quella comunità digitale comparivano già riferimenti espliciti alla propaganda jihadista, ad Hamas, all’Isis e al Bataclan.
Gli esempi sono espliciti. In un messaggio viene rilanciata l’immagine di un uomo armato con bandiera palestinese e la didascalia: «Fino alla vittoria Gloria ad Hamas gloria agli eroi». In un altro scambio compare uno sticker con un soldato di Hamas e la frase: «Viva Hamas viva le brigate al qassam», a cui un utente risponde: «Gloria eterna». Ancora più netto è il richiamo al Bataclan. Un video con simbolo dell’Isis e riferimenti all’Ordine dei Nove Angoli, subcultura legata all’estremismo neonazista, contiene sottotitoli tradotti così: «L’operazione del teatro Bataclan», «cento morti e un gran numero di feriti», «vendico il sangue dei musulmani, uccido i crociati senza pietà». Un ecosistema online dove estrema destra, antisemitismo e jihadismo si contaminavano in nome della radicalizzazione.
Ma quando Ben Haddi è comparso davanti al giudice per le indagini preliminari Rossana Mongiardo la sua linea difensiva è stata netta: «I miei post avevano solo finalità divulgative». Compreso quello sull’attentato a Modena.
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