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2018-07-16
Mangia le uova per campare cent'anni
«Ovumne prius exiterit an gallina?», ossia «È nato prima l'uovo o la gallina?», si chiedeva Ambrogio Teodosio Macrobio nei Saturnalia circa 1580 anni fa. È un paradosso molto noto, basato sulla considerazione che la gallina nasca, sì, dall'uovo, ma l'uovo origini ovvero sia deposto dalla gallina e - quindi - come la mettiamo? La religione cattolica risponde indirettamente che nasce prima la gallina: nella Bibbia, la Genesi dice che Dio creò gli uccelli il quinto giorno. Invece la scienza afferma che sia nato prima l'uovo: siccome gli uccelli derivano da un ceppo dei rettili e i rettili si riproducono tramite le uova, l'uovo (l'uovo in generale) precede la gallina. La risposta più popolare e squisitamente alimentare al quesito è che non conta chi sia nato prima tra uovo e gallina: noi mangiamo entrambi, a volte perfino insieme, per esempio nel delizioso primo piatto chiamato stracciatella (di uova cotta nel brodo di gallina) o in qualunque minestra di pasta all'uovo cotta nello stesso brodo.
L'uovo di gallina è un alimento fondamentale della nutrizione umana. Nella piramide alimentare contemporanea stanzia insieme a carne, pesce, formaggi e legumi come fonte di proteine. L'uovo fornisce proteine complete di alta qualità, al pari del latte, tutti gli aminoacidi essenziali, e importanti quantità di numerose vitamine e sali minerali (infatti le uova sono consigliate anche in gravidanza, naturalmente cotte, mai crude). Un uovo medio pesa tra i 55 e i 65 grammi e apporta circa 8 grammi di proteine. Inoltre, vitamine come A, B1, B2, D, E e sali minerali come ferro, calcio, zinco, sodio, potassio e fosforo.
Le uova sono state a lungo demonizzate per via dei grassi che contengono. Ma un uovo apporta più grassi insaturi che saturi. Inoltre, rispetto a tutte le altre uova commestibili - come quelle di oca, di anatra, di tacchino e di quaglia - l'uovo di gallina è quello meno grasso. L'accusato, in particolare, è il tuorlo, tanto che è prassi di alcuni preparare frittate bianche utilizzando solo l'albume (che è venduto anche in confezioni simili a quelle del latte nei supermercati). Si tratta di un'alternativa alla saporita frittata classica di uova intere che, in fondo, a livello di gusto (così delicato rispetto alla ricetta originale), presenta una sua validità. Ma rinunciare al tuorlo o persino a tutto l'uovo per quell'eccesso di salutismo che sfocia nell'ortoressia, è sbagliato.
Addentriamoci meglio nella questione «grassi dell'uovo». Un tuorlo pesa poco meno di 20 grammi, rappresenta circa un terzo dell'intero alimento (un uovo medio pesa tra i 55 e i 65 grammi). Metà del tuorlo è acqua, il resto contiene grassi (25%), proteine (16%) e carboidrati (3,6%). I grassi sono così ripartiti: grassi saturi, quelli che - riassumendo - in eccesso fanno male alla salute (10%); grassi insaturi, i cosiddetti grassi buoni (16%, suddivisi in 4% di polinsaturi e 12% di monoinsaturi); colesterolo (1%). Il colesterolo ammonta a circa 200 mg. Il fabbisogno giornaliero di colesterolo è di 300 mg, quindi un solo uovo è sufficiente a coprirlo quasi per intero.
Da ciò deriva la deduzione errata che le uova vadano evitate o mangiate con estrema parsimonia anche in caso di normale colesterolemia del sangue, onde evitare di determinarne un eventuale aumento con l'alimentazione. La questione, però, è più complessa, assai interessante ed emblematica della criminalizzazione degli alimenti basata su considerazioni di superficie.
Innanzitutto, la produzione colesterolemica dell'organismo umano è più autonoma che determinata dalla dieta alimentare. Il tuorlo, poi, è ricco di lecitina (dal punto di vista chimico è un fosfogliceride in cui l'acido fosfatidico è esterificato con la colina). La lecitina, altresì costituita per circa il 60% da acido linoleico, insieme con i grassi polinsaturi, funziona come una sorta di «spazzina» dei grassi potenzialmente pericolosi per la salute. La sua azione è quella di operare un trasporto inverso del colesterolo dal sangue al fegato. La lecitina, insomma, pulisce il sangue dal colesterolo. Suddividiamo infatti il colesterolo in buono (l'Hdl, quello che dal sangue va verso il fegato e che la lecitina stimola) e cattivo (quel colesterolo Ldl che invece si accumula nel sangue e determina prima ipercolesterolemia, poi patologie cardiovascolari).
Mangiare uova, quindi, comporta l'assunzione di colesterolo, sì, ma anche degli agenti che lo portano via: perché lecitina e grassi polinsaturi sono veri e propri antagonisti del colesterolo. Un corretto equilibrio di lecitina, acidi biliari e colesterolo nel liquido biliare, poi, evita la formazione di calcoli biliari. Occorre certamente fare un po' di attenzione nel caso in cui si soffra di colecistite, calcolosi biliare ed ipercolesterolemia, ma anche in questi casi l'uovo non va bannato dalla tavola, soltanto assunto con minore frequenza settimanale. Il consumo moderato non è più considerato negativo nemmeno per le malattie cardiovascolari.
Ed è questa una novità degli ultimi anni. Se le indicazioni dietologiche prescrivevano la perfetta assunzione settimanale di uova di un individuo sano nel numero di quattro (ma le opinioni erano contrastanti) un recente studio della Medical School dell'Università di Sidney ha addirittura affermato che si possono mangiare fino a dodici uova a settimana senza ingrassare, né incorrere in patologie cardiovascolari.
La ricerca ha esaminato il tasso di colesterolemia, di glicemia e la pressione arteriosa e non sono state registrate modifiche rilevanti nel gruppo di «cavie» che consumavano dodici uova a settimana. Cioè due uova al giorno per sei giorni e un solo uovo per un giorno. Ciò sembra confermare la fine della guerra alle uova.
E anche un curioso dato empirico ma non scientifico sembra confermare «l'assoluzione» dell'uovo: la supercentenaria Emma Morano, morta nell'aprile 2017 all'età di centodiciassette anni, mangiava ben tre uova al giorno. Sono ventuno a settimana, ben diciassette di più delle canoniche quattro. Se ci pensiamo, in effetti, sono milioni e milioni gli inglesi e americani che, nella prima colazione, mangiano ogni giorno due uova strapazzate o addirittura fritte.
Tuttavia, non siamo macchine che devono scegliere il cibo solo in base alla chimica. Soprattutto se si ha un corpo in buona salute, ciò che in primo luogo dobbiamo considerare è il gusto. E l'uovo ha un sapore e una consistenza che lo rendono decisamente poliedrico in cucina, parimenti goloso sia in preparazioni salate che dolci, sia come ingrediente tra tanti che unico.
Nella cucina italiana, per esempio, la pasta all'uovo senza uovo non esisterebbe. Avremmo solo la pasta di acqua e farina, più delicata, meno nerboruta sui rebbi della forchetta e tra i denti, soprattutto condita con il ragù alla bolognese. Sempre in tema di pasta, non avremmo la pasta alla carbonara, nella quale l'uovo sbattuto è fondamentale. Non avremmo poi la crema pasticcera né la variante senza farina che è la crema inglese. Non avremmo la crème brûlée, che è una crema inglese cotta, né la crema catalana, che è una crème brûlée ma cotta a bagnomaria in forno anziché sul fornello, esattamente come la creme caramel, che rispetto alle altre due non viene caramellata in superficie: lo zucchero si mette negli stampini prima della stessa crema, si fonde in cottura e compare in superficie perché il creme caramel va sformato e ribaltato.
Non avremmo, poi, il tiramisù, la cui crema al mascarpone non sarebbe la stessa senza le uova. Non solo la tradizione costituisce un grande monumento all'uovo, anche la cucina gourmet lo esalta non poco. Una ricetta talmente iconica da essere diventata storica è il tuorlo d'uovo marinato con fonduta di parmigiano dello chef Carlo Cracco. Il tuorlo viene marinato per quindici giorni in sale e zucchero e la consistenza finale ricorda in parte la bottarga, perché può essere anche grattugiato, in parte la preparazione cinese dell'Uovo dei Cent'anni, anche detto Uovo Centenario (peidan o pidan in cinese). Si tratta di un uovo, solitamente di anatra, che viene fatto fermentare intero per cento giorni in una soluzione di acqua, sale, carbone e ossido di calcio che consuma il guscio e trasforma l'albume bianco in marrone e il tuorlo giallo in verde scuro (in Italia ne è vietata l'importazione).
Molto interessante è anche l'Uovo Degusto dell'omonimo ristorante di San Bonifacio, ideato dallo chef Matteo Grandi: si tratta di un gustoso uovo sodo impanato e fritto. Bello e buono anche l'uovo poché con oro al tartufo e patate all'olio dello chef Marco Stabile.
Nell'ambito della produzione gourmet, impossibile non ricordare l'uovo di Paolo Parisi, il più amato dagli chef, un uovo di gallina livornese allevata a terra e nutrita con cereali e latte di capra (l'uovo ha un leggero sentore di mandorla).
Quella volta che Salvini le lanciò a D’Alema
L'uso di lanciare uova addosso a qualcuno - o qualcosa - per protesta molto probabilmente è un ribaltamento dell'usanza di omaggiare qualcuno (soprattutto gli artisti che si esibivano pubblicamente, sui palchi come in strada, soprattutto nei tempi passati). Se per comunicare il mio apprezzamento posso donare delle uova, per esprimere il mio dissenso quelle stesse uova le lancerò addosso, magari vecchie e marce, così aprendosi ti disturberanno anche col loro odore di zolfo.
La migliore idea per manifestare contrarietà resta la parola, anche perché non tutti sanno che il lancio delle uova è un reato penale. L'articolo 674 del Codice penale spiega così il getto pericoloso di cose: «Chiunque getta o versa, in un luogo di pubblico transito o in un luogo privato ma di comune o di altrui uso, cose atte a offendere o imbrattare o molestare persone, ovvero, nei casi non consentiti dalla legge, provoca emissioni di gas, di vapori o di fumo, atti a cagionare tali effetti, è punito con l'arresto fino a un mese o con l'ammenda fino a euro 206». La popstar canadese Justin Bieber finì su tutti i media nel gennaio 2014 per aver lanciato 20 uova, da casa sua a Calabasas (Los Angeles), durante un party, contro la casa del vicino. Gli costò caro: condanna per atti vandalici, 80.000 dollari di sanzione pecuniaria, dodici sedute di psicoterapia per il controllo e la gestione della rabbia, sei giorni di servizio sociale e il regime di libertà vigilata fino al 2016. In più, successivamente ospite dello show The Roast su Comedy Central venne preso lui a uova in faccia.
Anche l'attuale ministro dell'interno, Matteo Salvini, può vantarsi di aver tirato uova addosso a qualcuno: nel 1999 venne denunciato e condannato a 30 giorni per oltraggio a pubblico ufficiale durante un lancio di uova diretto a Massimo D'Alema, ma finite addosso alle forze dell'ordine: «Politicamente scorretto ma ne valeva la pena», disse. Dopo averne ricevute addosso lui, insieme ad altre contestazioni ancor meno piacevoli, nel 2015 si è detto pentito. In effetti, non è elegante lanciare uova. Né sensato: meglio mangiarsele, dopo tutto.
Il giro del mondo frittata dopo frittata
La frittata vanta una storia molto antica. La mangiavano già iromani: nel De re coquinaria di Marco Gavio detto Apicio, il capitolo Pandette (termine di origine greca che significa «contenitore di ogni cosa») illustra ricette di frittata (patina) con ingredienti vari, dalle acciughe alla lattuga, dagli asparagi alle rose (i romani utilizzavano molti fiori edibili). Nel Libro de arte coquinaria dell'importante cuoco del XV secolo Maestro Martino, si chiama frictata e «per farla bene non vole esser voltata né molto cotta». Arrivando con un balzo ai tempi nostri, appuriamo che la frittata si è stabilizzata come piatto fondamentale nella cucina: pressoché ogni nazionalità ha la sua versione della succulenta preparazione che sublima le uova trasformandole in una «tortina» salata a forma della padella tonda in cui viene fritta.
La frittata nostrana ora si fa, diversamente da come indicava il Libro de arte coquinaria, girandola. Chi non riuscisse a capovolgerla in aria col noto colpo di polso dopo avere impugnato il manico della padella, può fare così: porre un piatto piano (o un coperchio) sulla padella, tenendocelo ben premuto sopra ribaltarla con gesto netto e veloce di 180 gradi, far scivolare la frittata dal piatto alla padella con molta delicatezza. La frittata italiana di norma è bassa. Le ricette sono infinite e infinite le ricette personali. Ma le classiche sono la frittata rognosa, tipica del Nord (alle uova sbattute con sale, pepe, erbe aromatiche e formaggio grattugiato si mescola salame cotto sbriciolato e poi soffritto). Tipiche del Centro e del Sud sono invece: la frittata di maccheroni, utile anche a riciclare pasta avanzata (la più buona è col sugo di pomodoro, ma si fa anche in bianco); la frittata di asparagi o carciofi, nel periodo primaverile; per chi ama i sapori assai rustici, la frittata di patate, di patate e cipolle o di sole cipolle.
Sì, proprio quella del film Il secondo tragico Fantozzi: il ragionier Ugo guardava la partita di qualificazione alla Coppa del mondo Inghilterra-Italia col «programma formidabile» composto da «calze, mutande, vestaglione di flanella, tavolinetto di fronte al televisore, frittatona di cipolle per la quale andava pazzo, familiare di Peroni gelata, tifo indiavolato e rutto libero!».
La frittata tipicamente spagnola è invece la tortilla di patate, assai più alta e di minor diametro della nostra (si usa un padellino coi bordi alti), che deve restare appena liquida all'interno. L'omelette francese è una frittata in cui il condimento aggiunto non viene mescolato con le uova, ma inserito come ripieno: si cuoce la frittata da un lato, si posiziona il condimento, si chiude una mezzaluna della frittata a libro sull'altra oppure entrambi i lati a pacchetto.
Particolarmente attenta alla forma è la frittata giapponese tamagoyaki: si pone un terzo delle uova sbattute in una padella rigorosamente rettangolare, appena cotto questo primo livello si piega in tre verso un lato con due bacchette oppure si comprime con una spatola, si versa un altro terzo, appena rappreso si ripete la stessa operazione e così via. In pratica, se ne costruisce l'orizzontalità operando in verticale. Si ottiene una frittata dalla particolare consistenza, fatta da tanti strati interni che edificano un blocco «frittatoso» rettangolare, che si adatta perfettamente all'ossessione geometrica Japan style.
L'iraniana kuku (o kookoo) prevede un ripieno molto abbondante di verdure con topping di crespino e noci, la egiziano-arabica eggah (con questo curioso nome che sembra un'arabizzazione dell'inglese egg, uovo, ma non lo è) prevede spezie tipiche come cannella, cumino, semi di coriandolo e curcuma e talvolta carne come condimento. La muttabak, tipico street food, è diffusa nei Paesi arabi e asiatici che si affacciano sull'Oceano Indiano, è sottile come una crepe e incarta il ripieno come la carta regalo una scatola. La Crêpe Suzette e il pancake, considerate frittatine dolci, sono invero evoluzioni sottili e zuccherine della frittata, più che sue versioni non sapide, e contengono farina. Che dalla frittata originale è assolutamente bandita.
Quando (e come) consumarle crude
Un tempo l'uovo si beveva anche crudo. Oggi è assolutamente sconsigliato per il rischio salmonellosi. Ma anche in passato non tutti si comportavano come farebbe l'uomo della giungla di fronte a un uovo, ingoiandoselo senza alcuna preoccupazione, magari pure con il guscio.
Pellegrino Artusi ne La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene inserisce una dolce ricetta utile a «quietare un bambino che piange perché vorrebbe qualche leccornia» (si chiama Un uovo per un bambino, è la ricetta 719: uno zabaione coi bianchi al posto del liquore). Artusi distingue le uova dagli «alimenti che urtano i nervi, come il caffè, il the» e, nella ricetta 139, Uova a bere e sode, consiglia i tempi di bollitura anche per le uova da bere: «Le uova a bere fatele bollire due minuti, le uova sode dieci, cominciando a contare dal momento che le gettate nell'acqua bollente; se vi piacciono bazzotte, bastano sei o sette minuti e, in ambedue i casi, appena tolte dal fuoco, le metterete nell'acqua fredda».
Maestro Martino usava il metodo empirico del conteggio del tempo tramite le preghiere: «Metti le ova fresche in l'acqua freda, et falle bollire per spatio d'un paternostro o un poco più, et cavale fore». L'uovo si può consumare crudo se pastorizzato: sconsigliamo pastorizzazioni casalinghe, ritenendo più sicuro acquistare tuorli o albumi in brick già pastorizzati. Se usate uova intere con guscio non pastorizzate, cuocetele sempre, lavate sempre le mani dopo aver toccato il guscio, non rompete mai quest'ultimo battendolo contro il bordo del contenitore dove rovescerete le uova.
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Fritte, impanate, con fonduta o al tartufo. Sono state a lungo demonizzate. Invece hanno molte virtù: per esempio ripuliscono il sangue dai grassi. Per l'Università di Sidney si può arrivare anche a dodici a settimana.Lo speciale contiene tre articoli«Ovumne prius exiterit an gallina?», ossia «È nato prima l'uovo o la gallina?», si chiedeva Ambrogio Teodosio Macrobio nei Saturnalia circa 1580 anni fa. È un paradosso molto noto, basato sulla considerazione che la gallina nasca, sì, dall'uovo, ma l'uovo origini ovvero sia deposto dalla gallina e - quindi - come la mettiamo? La religione cattolica risponde indirettamente che nasce prima la gallina: nella Bibbia, la Genesi dice che Dio creò gli uccelli il quinto giorno. Invece la scienza afferma che sia nato prima l'uovo: siccome gli uccelli derivano da un ceppo dei rettili e i rettili si riproducono tramite le uova, l'uovo (l'uovo in generale) precede la gallina. La risposta più popolare e squisitamente alimentare al quesito è che non conta chi sia nato prima tra uovo e gallina: noi mangiamo entrambi, a volte perfino insieme, per esempio nel delizioso primo piatto chiamato stracciatella (di uova cotta nel brodo di gallina) o in qualunque minestra di pasta all'uovo cotta nello stesso brodo.L'uovo di gallina è un alimento fondamentale della nutrizione umana. Nella piramide alimentare contemporanea stanzia insieme a carne, pesce, formaggi e legumi come fonte di proteine. L'uovo fornisce proteine complete di alta qualità, al pari del latte, tutti gli aminoacidi essenziali, e importanti quantità di numerose vitamine e sali minerali (infatti le uova sono consigliate anche in gravidanza, naturalmente cotte, mai crude). Un uovo medio pesa tra i 55 e i 65 grammi e apporta circa 8 grammi di proteine. Inoltre, vitamine come A, B1, B2, D, E e sali minerali come ferro, calcio, zinco, sodio, potassio e fosforo. Le uova sono state a lungo demonizzate per via dei grassi che contengono. Ma un uovo apporta più grassi insaturi che saturi. Inoltre, rispetto a tutte le altre uova commestibili - come quelle di oca, di anatra, di tacchino e di quaglia - l'uovo di gallina è quello meno grasso. L'accusato, in particolare, è il tuorlo, tanto che è prassi di alcuni preparare frittate bianche utilizzando solo l'albume (che è venduto anche in confezioni simili a quelle del latte nei supermercati). Si tratta di un'alternativa alla saporita frittata classica di uova intere che, in fondo, a livello di gusto (così delicato rispetto alla ricetta originale), presenta una sua validità. Ma rinunciare al tuorlo o persino a tutto l'uovo per quell'eccesso di salutismo che sfocia nell'ortoressia, è sbagliato. Addentriamoci meglio nella questione «grassi dell'uovo». Un tuorlo pesa poco meno di 20 grammi, rappresenta circa un terzo dell'intero alimento (un uovo medio pesa tra i 55 e i 65 grammi). Metà del tuorlo è acqua, il resto contiene grassi (25%), proteine (16%) e carboidrati (3,6%). I grassi sono così ripartiti: grassi saturi, quelli che - riassumendo - in eccesso fanno male alla salute (10%); grassi insaturi, i cosiddetti grassi buoni (16%, suddivisi in 4% di polinsaturi e 12% di monoinsaturi); colesterolo (1%). Il colesterolo ammonta a circa 200 mg. Il fabbisogno giornaliero di colesterolo è di 300 mg, quindi un solo uovo è sufficiente a coprirlo quasi per intero. Da ciò deriva la deduzione errata che le uova vadano evitate o mangiate con estrema parsimonia anche in caso di normale colesterolemia del sangue, onde evitare di determinarne un eventuale aumento con l'alimentazione. La questione, però, è più complessa, assai interessante ed emblematica della criminalizzazione degli alimenti basata su considerazioni di superficie.Innanzitutto, la produzione colesterolemica dell'organismo umano è più autonoma che determinata dalla dieta alimentare. Il tuorlo, poi, è ricco di lecitina (dal punto di vista chimico è un fosfogliceride in cui l'acido fosfatidico è esterificato con la colina). La lecitina, altresì costituita per circa il 60% da acido linoleico, insieme con i grassi polinsaturi, funziona come una sorta di «spazzina» dei grassi potenzialmente pericolosi per la salute. La sua azione è quella di operare un trasporto inverso del colesterolo dal sangue al fegato. La lecitina, insomma, pulisce il sangue dal colesterolo. Suddividiamo infatti il colesterolo in buono (l'Hdl, quello che dal sangue va verso il fegato e che la lecitina stimola) e cattivo (quel colesterolo Ldl che invece si accumula nel sangue e determina prima ipercolesterolemia, poi patologie cardiovascolari). Mangiare uova, quindi, comporta l'assunzione di colesterolo, sì, ma anche degli agenti che lo portano via: perché lecitina e grassi polinsaturi sono veri e propri antagonisti del colesterolo. Un corretto equilibrio di lecitina, acidi biliari e colesterolo nel liquido biliare, poi, evita la formazione di calcoli biliari. Occorre certamente fare un po' di attenzione nel caso in cui si soffra di colecistite, calcolosi biliare ed ipercolesterolemia, ma anche in questi casi l'uovo non va bannato dalla tavola, soltanto assunto con minore frequenza settimanale. Il consumo moderato non è più considerato negativo nemmeno per le malattie cardiovascolari. Ed è questa una novità degli ultimi anni. Se le indicazioni dietologiche prescrivevano la perfetta assunzione settimanale di uova di un individuo sano nel numero di quattro (ma le opinioni erano contrastanti) un recente studio della Medical School dell'Università di Sidney ha addirittura affermato che si possono mangiare fino a dodici uova a settimana senza ingrassare, né incorrere in patologie cardiovascolari. La ricerca ha esaminato il tasso di colesterolemia, di glicemia e la pressione arteriosa e non sono state registrate modifiche rilevanti nel gruppo di «cavie» che consumavano dodici uova a settimana. Cioè due uova al giorno per sei giorni e un solo uovo per un giorno. Ciò sembra confermare la fine della guerra alle uova. E anche un curioso dato empirico ma non scientifico sembra confermare «l'assoluzione» dell'uovo: la supercentenaria Emma Morano, morta nell'aprile 2017 all'età di centodiciassette anni, mangiava ben tre uova al giorno. Sono ventuno a settimana, ben diciassette di più delle canoniche quattro. Se ci pensiamo, in effetti, sono milioni e milioni gli inglesi e americani che, nella prima colazione, mangiano ogni giorno due uova strapazzate o addirittura fritte. Tuttavia, non siamo macchine che devono scegliere il cibo solo in base alla chimica. Soprattutto se si ha un corpo in buona salute, ciò che in primo luogo dobbiamo considerare è il gusto. E l'uovo ha un sapore e una consistenza che lo rendono decisamente poliedrico in cucina, parimenti goloso sia in preparazioni salate che dolci, sia come ingrediente tra tanti che unico. Nella cucina italiana, per esempio, la pasta all'uovo senza uovo non esisterebbe. Avremmo solo la pasta di acqua e farina, più delicata, meno nerboruta sui rebbi della forchetta e tra i denti, soprattutto condita con il ragù alla bolognese. Sempre in tema di pasta, non avremmo la pasta alla carbonara, nella quale l'uovo sbattuto è fondamentale. Non avremmo poi la crema pasticcera né la variante senza farina che è la crema inglese. Non avremmo la crème brûlée, che è una crema inglese cotta, né la crema catalana, che è una crème brûlée ma cotta a bagnomaria in forno anziché sul fornello, esattamente come la creme caramel, che rispetto alle altre due non viene caramellata in superficie: lo zucchero si mette negli stampini prima della stessa crema, si fonde in cottura e compare in superficie perché il creme caramel va sformato e ribaltato. Non avremmo, poi, il tiramisù, la cui crema al mascarpone non sarebbe la stessa senza le uova. Non solo la tradizione costituisce un grande monumento all'uovo, anche la cucina gourmet lo esalta non poco. Una ricetta talmente iconica da essere diventata storica è il tuorlo d'uovo marinato con fonduta di parmigiano dello chef Carlo Cracco. Il tuorlo viene marinato per quindici giorni in sale e zucchero e la consistenza finale ricorda in parte la bottarga, perché può essere anche grattugiato, in parte la preparazione cinese dell'Uovo dei Cent'anni, anche detto Uovo Centenario (peidan o pidan in cinese). Si tratta di un uovo, solitamente di anatra, che viene fatto fermentare intero per cento giorni in una soluzione di acqua, sale, carbone e ossido di calcio che consuma il guscio e trasforma l'albume bianco in marrone e il tuorlo giallo in verde scuro (in Italia ne è vietata l'importazione). Molto interessante è anche l'Uovo Degusto dell'omonimo ristorante di San Bonifacio, ideato dallo chef Matteo Grandi: si tratta di un gustoso uovo sodo impanato e fritto. Bello e buono anche l'uovo poché con oro al tartufo e patate all'olio dello chef Marco Stabile.Nell'ambito della produzione gourmet, impossibile non ricordare l'uovo di Paolo Parisi, il più amato dagli chef, un uovo di gallina livornese allevata a terra e nutrita con cereali e latte di capra (l'uovo ha un leggero sentore di mandorla).<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mangia-le-uova-per-campare-centanni-117-e-leta-raggiunta-da-emma-morano-che-per-una-vita-ha-mangiato-tre-uova-al-giorno-2586720799.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="quella-volta-che-salvini-le-lancio-a-dalema" data-post-id="2586720799" data-published-at="1765672551" data-use-pagination="False"> Quella volta che Salvini le lanciò a D’Alema L'uso di lanciare uova addosso a qualcuno - o qualcosa - per protesta molto probabilmente è un ribaltamento dell'usanza di omaggiare qualcuno (soprattutto gli artisti che si esibivano pubblicamente, sui palchi come in strada, soprattutto nei tempi passati). Se per comunicare il mio apprezzamento posso donare delle uova, per esprimere il mio dissenso quelle stesse uova le lancerò addosso, magari vecchie e marce, così aprendosi ti disturberanno anche col loro odore di zolfo. La migliore idea per manifestare contrarietà resta la parola, anche perché non tutti sanno che il lancio delle uova è un reato penale. L'articolo 674 del Codice penale spiega così il getto pericoloso di cose: «Chiunque getta o versa, in un luogo di pubblico transito o in un luogo privato ma di comune o di altrui uso, cose atte a offendere o imbrattare o molestare persone, ovvero, nei casi non consentiti dalla legge, provoca emissioni di gas, di vapori o di fumo, atti a cagionare tali effetti, è punito con l'arresto fino a un mese o con l'ammenda fino a euro 206». La popstar canadese Justin Bieber finì su tutti i media nel gennaio 2014 per aver lanciato 20 uova, da casa sua a Calabasas (Los Angeles), durante un party, contro la casa del vicino. Gli costò caro: condanna per atti vandalici, 80.000 dollari di sanzione pecuniaria, dodici sedute di psicoterapia per il controllo e la gestione della rabbia, sei giorni di servizio sociale e il regime di libertà vigilata fino al 2016. In più, successivamente ospite dello show The Roast su Comedy Central venne preso lui a uova in faccia. Anche l'attuale ministro dell'interno, Matteo Salvini, può vantarsi di aver tirato uova addosso a qualcuno: nel 1999 venne denunciato e condannato a 30 giorni per oltraggio a pubblico ufficiale durante un lancio di uova diretto a Massimo D'Alema, ma finite addosso alle forze dell'ordine: «Politicamente scorretto ma ne valeva la pena», disse. Dopo averne ricevute addosso lui, insieme ad altre contestazioni ancor meno piacevoli, nel 2015 si è detto pentito. In effetti, non è elegante lanciare uova. 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Nel Libro de arte coquinaria dell'importante cuoco del XV secolo Maestro Martino, si chiama frictata e «per farla bene non vole esser voltata né molto cotta». Arrivando con un balzo ai tempi nostri, appuriamo che la frittata si è stabilizzata come piatto fondamentale nella cucina: pressoché ogni nazionalità ha la sua versione della succulenta preparazione che sublima le uova trasformandole in una «tortina» salata a forma della padella tonda in cui viene fritta. La frittata nostrana ora si fa, diversamente da come indicava il Libro de arte coquinaria, girandola. Chi non riuscisse a capovolgerla in aria col noto colpo di polso dopo avere impugnato il manico della padella, può fare così: porre un piatto piano (o un coperchio) sulla padella, tenendocelo ben premuto sopra ribaltarla con gesto netto e veloce di 180 gradi, far scivolare la frittata dal piatto alla padella con molta delicatezza. La frittata italiana di norma è bassa. Le ricette sono infinite e infinite le ricette personali. Ma le classiche sono la frittata rognosa, tipica del Nord (alle uova sbattute con sale, pepe, erbe aromatiche e formaggio grattugiato si mescola salame cotto sbriciolato e poi soffritto). Tipiche del Centro e del Sud sono invece: la frittata di maccheroni, utile anche a riciclare pasta avanzata (la più buona è col sugo di pomodoro, ma si fa anche in bianco); la frittata di asparagi o carciofi, nel periodo primaverile; per chi ama i sapori assai rustici, la frittata di patate, di patate e cipolle o di sole cipolle. Sì, proprio quella del film Il secondo tragico Fantozzi: il ragionier Ugo guardava la partita di qualificazione alla Coppa del mondo Inghilterra-Italia col «programma formidabile» composto da «calze, mutande, vestaglione di flanella, tavolinetto di fronte al televisore, frittatona di cipolle per la quale andava pazzo, familiare di Peroni gelata, tifo indiavolato e rutto libero!». La frittata tipicamente spagnola è invece la tortilla di patate, assai più alta e di minor diametro della nostra (si usa un padellino coi bordi alti), che deve restare appena liquida all'interno. L'omelette francese è una frittata in cui il condimento aggiunto non viene mescolato con le uova, ma inserito come ripieno: si cuoce la frittata da un lato, si posiziona il condimento, si chiude una mezzaluna della frittata a libro sull'altra oppure entrambi i lati a pacchetto. Particolarmente attenta alla forma è la frittata giapponese tamagoyaki: si pone un terzo delle uova sbattute in una padella rigorosamente rettangolare, appena cotto questo primo livello si piega in tre verso un lato con due bacchette oppure si comprime con una spatola, si versa un altro terzo, appena rappreso si ripete la stessa operazione e così via. In pratica, se ne costruisce l'orizzontalità operando in verticale. Si ottiene una frittata dalla particolare consistenza, fatta da tanti strati interni che edificano un blocco «frittatoso» rettangolare, che si adatta perfettamente all'ossessione geometrica Japan style. L'iraniana kuku (o kookoo) prevede un ripieno molto abbondante di verdure con topping di crespino e noci, la egiziano-arabica eggah (con questo curioso nome che sembra un'arabizzazione dell'inglese egg, uovo, ma non lo è) prevede spezie tipiche come cannella, cumino, semi di coriandolo e curcuma e talvolta carne come condimento. La muttabak, tipico street food, è diffusa nei Paesi arabi e asiatici che si affacciano sull'Oceano Indiano, è sottile come una crepe e incarta il ripieno come la carta regalo una scatola. La Crêpe Suzette e il pancake, considerate frittatine dolci, sono invero evoluzioni sottili e zuccherine della frittata, più che sue versioni non sapide, e contengono farina. Che dalla frittata originale è assolutamente bandita. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mangia-le-uova-per-campare-centanni-117-e-leta-raggiunta-da-emma-morano-che-per-una-vita-ha-mangiato-tre-uova-al-giorno-2586720799.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="quando-e-come-consumarle-crude" data-post-id="2586720799" data-published-at="1765672551" data-use-pagination="False"> Quando (e come) consumarle crude Un tempo l'uovo si beveva anche crudo. Oggi è assolutamente sconsigliato per il rischio salmonellosi. Ma anche in passato non tutti si comportavano come farebbe l'uomo della giungla di fronte a un uovo, ingoiandoselo senza alcuna preoccupazione, magari pure con il guscio. Pellegrino Artusi ne La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene inserisce una dolce ricetta utile a «quietare un bambino che piange perché vorrebbe qualche leccornia» (si chiama Un uovo per un bambino, è la ricetta 719: uno zabaione coi bianchi al posto del liquore). Artusi distingue le uova dagli «alimenti che urtano i nervi, come il caffè, il the» e, nella ricetta 139, Uova a bere e sode, consiglia i tempi di bollitura anche per le uova da bere: «Le uova a bere fatele bollire due minuti, le uova sode dieci, cominciando a contare dal momento che le gettate nell'acqua bollente; se vi piacciono bazzotte, bastano sei o sette minuti e, in ambedue i casi, appena tolte dal fuoco, le metterete nell'acqua fredda». Maestro Martino usava il metodo empirico del conteggio del tempo tramite le preghiere: «Metti le ova fresche in l'acqua freda, et falle bollire per spatio d'un paternostro o un poco più, et cavale fore». L'uovo si può consumare crudo se pastorizzato: sconsigliamo pastorizzazioni casalinghe, ritenendo più sicuro acquistare tuorli o albumi in brick già pastorizzati. Se usate uova intere con guscio non pastorizzate, cuocetele sempre, lavate sempre le mani dopo aver toccato il guscio, non rompete mai quest'ultimo battendolo contro il bordo del contenitore dove rovescerete le uova.
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Prima di essere lapidati da musicofili inflessibili o da fanatici ammiratori di Beethoven (lo siamo anche noi) lasciamo allo stesso Ludwig Vchean l’ultima parola sull’argomento: «Solo i puri di cuore», affermò il genio tedesco, «possono cucinare una buona zuppa». Capito? Il sommo compositore a tavola amava i piatti semplici e disprezzava quelli troppo complicati. Adorava la zuppa, soprattutto quella di pane e uova: era il suo piatto preferito insieme ai maccheroni con il formaggio. Era sordo, ma le papille gustative gli funzionavano alla grande.
Una vera e propria zuppa di verdure musicale la serve al pubblico un gruppo austriaco formato da musicisti, designer, scenografi, autori. Si chiama The Vegetable Orchestra, che usa le verdure come strumenti musicali: una carota intagliata in una certa maniera diventa un flauto, la zucca uno strumento di percussione, le melanzane diventano dopo un sapiente lavoro di intaglio delle nacchere, le zucchine strumenti a fiato e così via. Con questi strumenti suonano pezzi di jazz o di dub, un genere musicale che deriva dal reggae giamaicano, e altra musica. Finito il concerto, dopo gli applausi del pubblico stupito da tanta musica «verde», i musicisti si trasformano in cuochi, gettano gli strumenti in pentoloni e preparano una bella zuppa per il pubblico dopo aver lavato gli strumenti, soprattutto quelli a fiato.
La zuppa vanta una storia vecchia come l’homo sapiens. Fu uno dei primi piatti elaborati dai nostri cavernicoli progenitori centinaia di migliaia di anni fa. Gli studiosi del periodo paleolitico ci documentano che la scoperta dell’acqua calda e il suo impiego per cuocere verdure e altri cibi avvenne nell’età della pietra antica, in incavi di roccia pieni d’acqua nella quale gli uomini primitivi tuffavano pietre roventi per farla bollire. Fu così che nacquero i primi minestroni. La parola «zuppa» arriverà molti millenni dopo, ma sempre in tempi molto antichi rispetto a noi, mutuata dal termine germanico suppa che definiva la fetta di pane inzuppata. Il pane era nell’antichità il cucchiaio dei poveri, le dita della mano la forchetta. La «posateria» delle classi più umili era tutta lì. Una sorta di brodaglia nera molto spartana chiamata melas zomos, nera zuppa, fatta con sangue di porco, budella e vino era la zuppa dei duri soldati di Sparta. A loro, che non cercavano mollezze, piaceva così, brutta da vedere ma semplice e nutriente, adatta a sostenere il fisico durante le campagne militari. Spostandoci in altre parti dell’antica penisola ellenica troviamo una cucina meno rigorosa, ma sempre con un menu nel quale zuppe e piatti brodosi a base di verdure, cereali, erbe spontanee e legumi vari, abbondavano.
Cotture e metodi a parte, quelle preparazioni sono le bis-bis-bisnonne delle zuppe che mangiamo noi oggi fatte, come allora, con cereali tipo orzo e farro, o con legumi, ceci, lenticchie, fave. Borlotti e cannellini erano al di là dell’Atlantico che aspettavano di essere scoperti. Il Phaseolus vulgaris arriverà dopo i viaggi di Colombo e degli altri viaggiatori su caravelle dirette verso il Nuovo mondo. Dalla Grecia a Roma le zuppe sostanzialmente non cambiano: erano piatti che facevano parte della dieta quotidiana dei Romani. Fonti di proteine e nutrienti, erano il comfort food delle classi plebee e dei contadini. Tra le altre zuppe, i legionari amavano quella fatta con pane, aglio, olio e aceto. Furono loro a introdurla in Spagna dove si evolverà fino a diventare il moderno gazpacho, zuppa fredda che si arricchì dal Cinquecento in poi con il pomodoro e i peperoni venuti dall’America.
Una zuppa leggendaria è la soupe à la pavoise, la zuppa pavese, che ha trovato posto nei libri di storia gastronomica dove si racconta di Francesco I di Valois, re di Francia sconfitto e fatto prigioniero dagli spagnoli di Carlo V nella battaglia di Pavia del 24 febbraio 1525. L’accasciato François du grand nez, come lo chiamavano i suoi sudditi per via del nasone che gli troneggiava sopra la bocca, fu portato dai nemici vincitori in un cascinale di campagna dove trovò ristoro e consolazione nella povera zuppa preparatogli dalla contadina del casolare che mise in una rozza scodella due croste di pane raffermo sopra le quali scocciò un uovo versando poi sul tutto il brodo bollente di erbe spontanee che gorgogliava quotidianamente nella marmitta sul camino. Francesco I, con il morale a terra per la sconfitta («Tutto è perduto fuorché l’onore»), apprezzò talmente quella zuppa villana che quando ritornò sul trono convocò i cuochi di corte insegnando loro la ricetta della zuppa pavese che fu perfezionata dagli chef i quali aggiunsero altri ingredienti ricchi elevandola da contadina che era ad aristocratica.
C’è da dire che la zuppa in Francia troverà il successo che merita grazie a una figura più leggendaria che reale, tale Monsieur Boulanger marchand de bouillon, mercante di brodo. Siamo a Parigi 25 anni prima della presa della Bastiglia e dello scoppio della rivoluzione. Il mitico Boulanger vende zuppe restaurateurs, restauratrici, che sistemano lo stomaco dei clienti cagionevoli rimettendoli in salute in un ambiente tutto sommato comodo con i tavoli accoglienti. Nasce da queste zuppe il restaurant, il ristorante che prende il nome dal ristoro, il conforto, che regalano le zuppe. Dando ragione in questo all’antico e saggio proverbio italiano regalatoci dalla civiltà contadina fin dal Medioevo: «Sette cose fa la zuppa: cava la fame e la sete tutta, empie il ventre, netta il dente, fa dormire, fa smaltire e la guancia fa arrossire».
Il più alto riconoscimento a questo piatto umile ma tanto utile alla sopravvivenza della povera umanità, lo firmano, tra gli altri, alcuni grandi artisti moderni: Paul Cézanne con la sua Natura morta con zuppiera (1884), Pablo Picasso che affronta il tema della povertà ne La zuppa, opera del periodo blu che mostra una vecchia paurosamente magra che porge una scodella di zuppa a una bambina, ma soprattutto Andy Warhol. Il re della Pop art che confessò di aver mangiato a pranzo per vent’anni i barattoloni di zuppa Campbell’s rivoluzionò i concetti di natura morta e di bellezza immortalando le stesse lattine zuppesche in una serie di opere seriali la più importante delle quali è la Campbell’s Soup Cans che presenta tutta la produzione di zuppe della Cambell’s: al pomodoro, agli asparagi, alla carne, al pollo, ai fagioli neri, e così via per 200 volte. Paradossalmente a dare importanza alla zuppa nell’arte sono stati anche le attiviste per il clima che il 28 gennaio dello scorso anno lanciarono la zuppa contro la Gioconda di Leonardo, ben protetta dal vetro antiguai, invocando un’agricoltura mondiale sana.
È profondamente ingiusto nei confronti della zuppa il detto «Se non è zuppa è pan bagnato». Come sopra detto la zuppa è salvifica, ristoratrice, ristoro e medicina attraverso i secoli dell’umanità misera. E poi la famiglia zuppesca è molto varia. Oltre alla zuppa-madre ci sono la minestra, il minestrone, la crema, la vellutata, il passato. Non sono sinonimi, ogni piatto ha la sua caratteristica che riguarda gli ingredienti e le tecniche di preparazione per le quali rimandiamo ai libri di cucina.
Concludiamo con la mistica zen. Un allievo chiede al maestro: «Cosa devo fare per raggiungere l’Illuminazione?». Gli risponde il maestro: «Hai mangiato la zuppa?» «Sì». «Allora lava la scodella».
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Gabriele D'Annunzio (Ansa)
Il patrimonio mondiale dell’umanità rappresentato dalla cucina italiana sarà pure «immateriale», come da definizione Unesco, ma è fatto di carne, ossa, talento e creatività. È il risultato delle centinaia di migliaia di persone che, nel corso dei secoli e dei millenni, hanno affinato tecniche, scoperto ingredienti, assemblato gusti, allevato animali con amore e coltivato la terra con altrettanta dedizione. Insomma, dietro la cucina italiana ci sono... gli italiani.
Ed è a tutti questi peones e protagonisti della nostra storia che il riconoscimento va intestato. Ma anche a chi assapora le pietanze in un ristorante, in un bistrot o in un agriturismo. Alla fine, se ci si pensa, la cucina italiana siamo tutti noi: sono i grandi chef come le mamme o le nonne che si danno da fare tra le padelle della cucina. Sono i clienti dei ristoranti, gli amanti dei formaggi come dei salumi. Sono i giornalisti che fanno divulgazione, sono i fotografi che immortalano i piatti, sono gli scrittori che dedicano pagine e pagine delle loro opere ai manicaretti preferiti dal protagonista di questo o quel romanzo. Insomma, la cucina è cultura, identità, passato e anche futuro.
Giancarlo Saran, gastropenna di questo giornale, ha dato alle stampe Peccatori di gola 2 (Bolis edizioni, 18 euro, seguito del fortunato libro uscito nel 2024 vincitore del Premio selezione Bancarella cucina), volume contenente 13 ritratti di personaggi di spicco del mondo dell’italica buona tavola («Un viaggio curioso e goloso tra tavola e dintorni, con illustri personaggi del Novecento compresi alcuni insospettabili», sentenzia l’autore sulla quarta di copertina). Ci sono il «fotografo» Bob Noto e l’attore Ugo Tognazzi, l’imprenditore Giancarlo Ligabue e gli scrittori Gabriele D’Annunzio, Leonardo Sciascia e Andrea Camilleri. E poi ancora Lella Fabrizi (la sora Lella), Luciano Pavarotti, Pietro Marzotto, Gianni Frasi, Alfredo Beltrame, Giuseppe Maffioli, Pellegrino Artusi.
Un giro d’Italia culinario, quello di Saran, che testimonia come il riconoscimento Unesco potrebbe dare ulteriore valore al nostro made in Italy, con risvolti di vario tipo: rispetto dell’ambiente e delle nostre tradizioni, volano per l’economia e per il turismo, salvaguardia delle radici dal pericolo di una appiattente omologazione sociale e culturale. Sfogliando Peccatori 2, si può possono scovare, praticamente a ogni pagina, delle chicche. Tipo, la passione di D’Annunzio per le uova e la frittata. Scrive Saran: «D’Annunzio aveva un’esperienza indelebile legata alle frittate, che ebbe occasione di esercitare in diretta nelle giornate di vacanza a Francavilla con i suoi giovani compagni di ventura in cui, a rotazione, erano chiamati “l’uno a sfamare tutti gli altri”. Lasciamogli la cronaca in diretta. Chi meglio di lui. “In un pomeriggio di luglio ci attardavamo nella delizia del bagno quando mi fu rammentato, con le voci della fame, toccare a me le cura della cucina”. La affronta come si deve. “Non mancai di avvolgermi in una veste di lino rapita a Ebe”, la dea della giovinezza, “e di correre verso la vasta dimora costruita di tufo e adornata di maioliche paesane”. Non c’è storia: “Ruppi trentatré uova e, dopo averle sbattute, le agguagliai (mischiai) nella padella dal manico di ferro lungo come quello di una chitarra”. La notte è illuminata dal chiaro di luna che si riflette sulle onde, silenziose in attesa, e fu così che “adunai la sapienza e il misurato vigore... e diedi il colpo attentissimo a ricevere la frittata riversa”. Ma nulla da fare, questa, volando nel cielo non ricadde a terra, ovvero sulla padella. E qui avviene il miracolo laico. “Nel volgere gli occhi al cielo scorsi nel bagliore del novilunio la tunica e l’ala di un angelo”. Il finale conseguente. “L’angelo, nel passaggio, aveva colta la frittata in aria, l’aveva rapita, la sosteneva con le dita” con la missione imperativa di recarla ai Beati, “offerta di perfezione terrestre...”, di cui lui era stato (seppur involontario) protagonista. “Io mi vanto maestro insuperabile nell’arte della frittata per riconoscimento celestiale”.
La buona e sana cucina, dunque, ha come traino produttori e ristoratori «ma ancor più valore aggiunto deriva da degni ambasciatori e, con questo, i Peccatori di gola credo meritino piena assoluzione», conclude l’autore.
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Dal primo luglio 2026, in tutta l’Unione europea entrerà in vigore un contributo fisso di tre euro per ciascun prodotto acquistato su internet e spedito da Paesi extra-Ue, quando il valore della spedizione è inferiore a 150 euro. L’orientamento politico era stato definito già il mese scorso; la riunione di ieri del Consiglio Ecofin (12 dicembre) ne ha reso operativa l’applicazione, stabilendone i criteri.
Il prelievo di 3 euro si applicherà alle merci in ingresso nell’Unione europea per le quali i venditori extra-Ue risultano registrati allo sportello unico per le importazioni (Ioss) ai fini Iva. Secondo fonti di Bruxelles, questo perimetro copre «il 93% di tutti i flussi di e-commerce verso l’Ue».
In realtà, la misura non viene presentata direttamente come un’iniziativa mirata contro la Cina, anche se è dalla Repubblica Popolare che proviene la quota maggiore di pacchi. Una delle preoccupazioni tra i ministri è che parte della merce venga immessa nel mercato unico a prezzi artificialmente bassi, anche attraverso pratiche di sottovalutazione, per aggirare le tariffe che si applicano invece alle spedizioni oltre i 150 euro. La Commissione europea stima che nel 2024 il 91% delle spedizioni e-commerce sotto i 150 euro sia arrivato dalla Cina; inoltre, valutazioni Ue indicano che fino al 65% dei piccoli pacchi in ingresso potrebbe essere dichiarato a un valore inferiore al reale per evitare i dazi doganali.
«La decisione sui dazi doganali per i piccoli pacchi in arrivo nell’Ue è importante per garantire una concorrenza leale ai nostri confini nell’era odierna dell’e-commerce», ha detto il commissario per il Commercio, Maroš Šefčovič. Secondo il politico slovacco, «con la rapida espansione dell’e-commerce, il mondo sta cambiando rapidamente e abbiamo bisogno degli strumenti giusti per stare al passo».
La decisione finale da parte di Bruxelles arriva dopo un iter normativo lungo cinque anni. La Commissione europea aveva messo sul tavolo, nel maggio 2023, la cancellazione dell’esenzione dai dazi doganali per i pacchi con valore inferiore a 150 euro, inserendola nel pacchetto di riforma doganale. Nella versione originaria, l’entrata in vigore era prevista non prima della metà del 2028. Successivamente, il Consiglio ha formalizzato l’abolizione dell’esenzione il 13 novembre 2025, chiedendo però di anticipare l’applicazione già al 2026.
C’è poi un secondo balzello messo a punto dall’esecutivo Meloni. Si tratta di un emendamento che prevede l’introduzione di un contributo fisso di due euro per ogni pacco spedito con valore dichiarato fino a 150 euro.
La misura, però, non sarebbe limitata ai soli invii provenienti da Paesi extra-Ue. Rispetto alle ipotesi circolate in precedenza, l’impostazione è stata ampliata: se approvata, la tassa finirebbe per applicarsi a tutte le spedizioni di piccoli pacchi, indipendentemente dall’origine, quindi anche a quelle spedite dall’Italia. In origine, l’idea sembrava mirata soprattutto a intercettare le micro-spedizioni generate da piattaforme come Shein o Temu. Il punto, però, è che colpire esclusivamente i pacchi extra-europei avrebbe reso la misura assimilabile a un dazio, materia che rientra nella competenza dell’Unione europea e non dei singoli Stati membri. Per evitare questo profilo di incompatibilità, l’emendamento alla manovra 2026 ha quindi «generalizzato» il prelievo, estendendolo all’intero perimetro delle spedizioni. L’effetto pratico è evidente: la tassa non impatterebbe solo sulle piattaforme asiatiche, ma anche sugli acquisti effettuati su Amazon, eBay e, in generale, su qualsiasi negozio online che spedisca pacchi entro quella soglia di valore dichiarato.
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Ansa
Insomma: il vento è cambiato. E non spinge più la solita, ingombrante, vela francese che negli ultimi anni si era abituata a intendere l’Italia come un’estensione naturale della Rive Gauche.
E invece no. Il pendolo torna indietro. E con esso tornano anche ricordi e fantasie: Piersilvio Berlusconi sogna la Francia. Non quella dei consessi istituzionali, ma quella di quando suo padre, l’unico che sia riuscito a esportare il varietà italiano oltre le Alpi, provò l’avventura di La Cinq.
Una televisione talmente avanti che il presidente socialista François Mitterrand, per non farla andare troppo lontano, decise di spegnerla. Letteralmente.
Erano gli anni in cui gli italiani facevano shopping nella grandeur: Gianni Agnelli prese una quota di Danone e Raul Gardini mise le mani sul più grande zuccherificio francese, giusto per far capire che il gusto per il raffinato non ci era mai mancato. Oggi al massimo compriamo qualche croissant a prezzo pieno.
Dunque, Berlusconi – quello junior, stavolta – può dirlo senza arrossire: «La Francia sarebbe un sogno». Si guarda intorno, valuta, misura il terreno: Tf1 e M6.
La prima, dice, «ha una storia imprenditoriale solida»: niente da dire, anche le fortezze hanno i loro punti deboli. Con la seconda, «una finta opportunità». Tradotto: l’affare che non c’è, ma che ti fa perdere lo stesso due settimane di telefonate.
Il vero punto, però, è che mentre noi guardiamo a Parigi, Parigi si deve rassegnare. Lo dimostra il clamoroso stop di Crédit Agricole su Bpm, piantato lì come un cartello stradale: «Fine delle ambizioni». Con Bank of America che conferma la raccomandazione «Buy» su Mps e alza il target price a 11 euro. E non c’è solo questo. Natixis ha dovuto rinunciare alla cassaforte di Generali dov’è conservata buona parte del risparmio degli italiani. Vivendi si è ritirata. Tim è tornata italiana.
Il pendolo, dicevamo, ha cambiato asse. E spinge ben più a Ovest. Certo Parigi rimane il più importante investitore estero in Italia. Ma il vento della geopolitica e cambiato. Il nuovo asse si snoda tra Washington e Roma Gli americani non stanno bussando alla porta: sono già entrati.
E non con due spicci.
Ieri le due sigle più «Miami style» che potessero atterrare nel dossier Ilva – Bedrock Industries e Flacks Group – hanno presentato le loro offerte. Americani entrambi. Dall’odore ancora fresco di oceano, baseball e investimenti senza fronzoli.
E non è un caso isolato.
In Italia operano oltre 2.700 imprese a partecipazione statunitense, che generano 400.000 posti di lavoro. Non esattamente compratori di souvenir. Sono radicati nei capannoni, nella logistica, nelle tecnologie, nei servizi, nella manifattura. Un pezzo intero di economia reale. Poi c’è il capitolo dei giganti della finanza globale: BlackRock, Vanguard, i soliti nomi che quando entrano in una stanza fanno più rumore del tuono. Hanno fiutato l’aria e annusato l’Italia come fosse un tartufo bianco d’Alba: raro, caro e conveniente.
Gli incontri istituzionali degli ultimi anni parlano chiaro: data center, infrastrutture, digitalizzazione, energia.
Gli americani non si accontentano. Puntano al core del futuro: tecnologia, energia, scienza della vita, space economy, agritech.
Dopo l’investimento di Kkr nella rete fissa Telecom - uno dei deal più massicci degli ultimi quindici anni - la direzione è segnata: Washington ha scoperto che l’Italia rende.
A ottobre 2025 la grande conferma: missione economica a Washington, con una pioggia di annunci per oltre 4 miliardi di euro di nuovi investimenti. Non bonus, non promesse, ma progetti veri: space economy, sostenibilità, energia, life sciences, agri-tech, turism. Tutti settori dove l’Italia è più forte di quanto creda, e più sottovalutata di quanto dovrebbe.
A questo punto il pendolo ha parlato: gli americani investono, i francesi frenano.
E chissà che, alla fine, non si chiuda il cerchio: gli Usa tornano in Italia come investitori netti, e Berlusconi torna in Francia come ai tempi dell’avventura di La Cinq.
Magari senza che un nuovo Mitterrand tolga la spina.
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