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2019-12-02
L’integrazione che funziona:
il patto tra le mafie straniere
In Lombardia l'hanno chiamato «patto di non belligeranza». In Campania è «tolleranza». A Bari lo definiscono «accordo mafioso». Su Palermo parlano di «integrazione criminale e sociale». Le mafie straniere sono ormai ben integrate. E alcune, come quella nigeriana, sono riuscite a scalare così tanto la classifica criminale italiana da entrare nella
top five della mala. E se in Lombardia il «patto di non belligeranza» riguarda tutte le espressioni criminali, si va dagli albanesi in joint venture con i romeni per gestire il business della prostituzione, ai nigeriani che controllano piazzole delle grandi città, ai clan della 'ndrangheta che trafficano in droga, fanno pagare il pizzo alle imprese e riciclano a go go, mentre nel resto dello Stivale gli accordi, di solito, si fanno in due.
Nel capoluogo lombardo è questione di mercato: «È così ampio che ce n'è per tutti», sostiene il tenente colonnello
Piergiorgio Samaja, capo centro a Milano della Direzione investigativa antimafia. Ma è l'unico esempio di relazione paritaria. Il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho ritiene che i gruppi criminali stranieri, compresa la mafia africana, «operino in subappalto rispetto alle mafie nostrane».
«Se la mafia nigeriana entra nel nostro territorio», sostiene il numero uno dell'antimafia, «è evidente che le è consentito dalle mafie già presenti: è da escludere una mafia nigeriana che possa partecipare e operare autonomamente, così come quella albanese. Oggi sono le nostre mafie che comandano, che si dedicano agli affari e che hanno raggiunto un livello superiore». Hanno messo da parte coppola e lupara, insomma. «La mafia nigeriana, invece», afferma
de Raho, «è dedita al traffico di stupefacenti e allo sfruttamento della prostituzione. La mafia albanese fa altrettanto. Le nostre mafie reinvestono e sono le più pericolose perché in modo più insidioso entrano nei mercati e nell'economia. Sono soggetti che non si muovono più con i comportamenti tradizionalmente criminosi ma con comportamenti da industriali, imprenditori, professionisti».
Lo spazio per la manovalanza e per quelli che ormai sono considerati degli affarucci da 'ndrangheta, Cosa nostra e camorra, è stato coperto dagli stranieri. Che pagano per poter stare sul territorio. E che, a quel punto, non solo vengono tollerati, ma anche protetti. Un'integrazione criminale che è arrivata prima di quella sociale. È il caso di Palermo, dove tra gli uomini di Cosa nostra e quelli della mafia di Benin City, Black Axe, Viking ed Eye, sono in sintonia.
C'è un luogo, il mercato di Ballarò, in pieno centro del capoluogo siciliano, in cui i boss della mafia che fecero saltare in aria
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino hanno lasciato il posto ai «don» neri della mala africana. Quella fetta di territorio è cosa loro. E proprio come è accaduto a Cosa Nostra, anche tra i nigeriani sono saltati fuori i collaboratori di giustizia. Sono due, in particolare, quelli che hanno messo in crisi il sistema: Don Emeka e Austine Johnbull. Il primo, tra il 2014 e il 2015, cominciò a spifferare ciò che sapeva dei suoi compari, dopo aver subito un'aggressione per la quale Johnbull fu condannato a 12 anni e 4 mesi per tentato omicidio.
La condanna ha convinto anche
Johnbull a vuotare il sacco. Ed è stato il primo a svelare i riti d'affiliazione e gli affari dei Black Axe. E, altra coincidenza con Cosa nostra, si è meritato il nomignolo di Buscetta della mafia nigeriana. Ormai anche durante i processi lo chiamano così. Ma dalla cupola messa su da Bernardo Provenzano, Totò Riina e Matteo Messina Denaro, la mafia nera nigeriana ha mutuato anche l'organizzazione interna: piramidale. E forse anche per questo motivo si è integrata con più facilità.
In Triveneto, invece, è in atto un altro esperimento: lì, nei territori controllati dalle famiglie di 'ndrangheta emigrate negli anni Ottanta e Novanta, i gruppi albanesi e nigeriani sono accomunati da reciproco rispetto, non solo nell'attività di sfruttamento della prostituzione, ma anche nel traffico di stupefacenti. In particolare, le arterie interne dei centri di Padova, Mestre, Verona, Vicenza, Treviso, Bolzano, Udine e quelle di grande viabilità, che collegano i vari capoluoghi di provincia, sono battute da prostitute nigeriane e albanesi, che operano in territori contigui e senza conflitti.
Fenomeni dello stesso tipo sono stati registrati anche nel Lazio e in Campania. Dove questo meccanismo viene definito dagli analisti come «una inusuale promiscuità». In Campania, d'altra parte, il meccanismo è ben rodato. Castel Volturno, nel Casertano, è l'esempio più noto: lì la mafia nigeriana gestisce in modo autonomo rispetto alla camorra il traffico di droga e piccoli racket. I clan camorristi, poi, a volte sfruttano la collaborazione dei neri per reati minori. A Napoli, addirittura, come ricostruito dal sito web
Stylo24.it, per suggellare definitivamente il patto tra mafia nera e Scissionisti di Secondigliano, i nigeriani hanno affidato in modo illegale un bambino di colore a un componente di spicco degli Scissionisti. Il bimbo pare faccia da garante al patto scellerato chiuso tra la cosca dei ribelli dell'area Nord di Napoli e la mafia siciliana con base a Castel Volturno. Di solito, però, non c'è bisogno di un atto così eclatante. Basta intendersi sugli interessi.
Tra i modelli di cooperazione c'è quello triestino, dove i sodalizi criminali stranieri a volte sono partecipati da pregiudicati italiani. Come nel caso del caporalato: lì prospera una importante comunità di etnia serba, la cui componente criminale è tendenzialmente dedita alla gestione del lavoro nero, in prevalenza nel settore dell'edilizia, attraverso lo sfruttamento della manodopera di operai e manovali provenienti dall'Est Europa. Gli italiani di solito fanno i mediatori tra i datori di lavoro e i caporali serbi.
In Calabria e in Puglia, invece, la mafia tradizionale ha scelto come alleata quella albanese. Relazione che, spiega il procuratore di Catanzaro
Nicola Gratteri, rende le mafie globalizzate. Gratteri ricorda il caso di un trafficante di San Calogero, in provincia di Vibo Valentia, che non aveva pagato una partita di droga ai cartelli colombiani e che è stato intercettato dai terroristi spagnoli dell'Eta. È la prova che varie forme di criminalità collaborano e trovano intese sugli affari comuni.
E tra questi interessi comuni c'è la difficile gestione criminale dei porti. Gioia Tauro, Taranto, Napoli. Lì gli interessi si intrecciano. E le mafie straniere convivono con quelle locali. «In molti casi», scrivono il procuratore aggiunto
Giovanni Russo e il sostituto Cesare Sirignano nell'ultima relazione antimafia al Parlamento, «è stato accertato il pagamento di un quantum da parte delle mafie straniere a quelle tradizionali come riconoscimento della sovranità territoriale, ma il dato non può essere esteso a tutto il territorio nazionale».
C'è poi ancora molto che sfugge agli investigatori. Della mafia nigeriana, sottovalutata per anni, solo oggi si comincia a scoprire qualcosa in più. E il bacio della morte tra mafie straniere e clan tradizionali fa ancora parte della metà oscura del fenomeno criminale.
Boss africano preso a postare sui social le foto del «Padrino»
Il 15 ottobre 2017 è una domenica. In via Siracusa a Caltanissetta c'è uno strano fermento tra i nigeriani. In una piccola casa nascosta nel centro storico entrano ed escono neri in cappellino e scarpe da tennis. Per gli investigatori è un summit della mafia nigeriana. Uno dei pochi che è stato possibile filmare. Un summit importante. Perché oltre alle nuove affiliazioni e alla soluzione delle beghe interne, stando ai racconti dei collaboratori di giustizia, si sarebbe discusso anche delle relazioni con le mafie italiane.
L'inchiesta è stata ribattezzata No fly zone, perché è grazie all'intercettazione di questo sms che in Procura hanno scoperto l'organizzazione del summit: «Tutti gli uccelli devono tornare al nido». Una frase neanche troppo criptica, con la quale Silver Obasuyi, noto nel mondo della mala con il nome Silver Paculty, in quel momento capo del gruppo cultista di Caltanissetta, aveva richiamato gli Eye siciliani a raccolta. E che Silver abbia trovato profonda ispirazione nella mafia siciliana lo dimostrano le immagini di scene del Padrino che aveva postato sul suo profilo Facebook.
«Inizi a dare fastidio quando te la fai con gente più pesante». In questa intercettazione Davide Barberis, classe 1976, di professione personal trainer, indicato come uno dei narcos romani del gruppo di Fabrizio Piscitelli, l'ultrà della Lazio freddato con un colpo di pistola alla nuca il 7 agosto scorso mentre era seduto su una panchina di un parco pubblico della Capitale, parla della mala albanese. Per la Procura antimafia di Roma, Barberis sarebbe legato a doppio filo con Dorian Petoku, luogotenente di Arben Zogu, detto Riccardino. Stando alle ricostruzioni dei magistrati romani, gli albanesi della Capitale erano «al servizio dei napoletani ormai insediati a Roma Nord, tra cui i fratelli Salvatore e Jenny Esposito, facenti capo a Michele Senese». Detto o' Pazzo, Senese viene indicato dalla Dia come il Re del Tuscolano. Per molti è «il capo della camorra a Roma».
Sono loro, i camorristi romani, ad aver siglato il patto dei Balcani. Gli albanesi vengono chiamati «la batteria di Ponte Milvio». E anche se gli albanesi sono suddivisi in quattro o cinque gruppi criminali, c'è una figura carismatica che li tiene insieme: e per gli investigatori è proprio Petoku. Ed è il personaggio che tiene i contatti con i narcotrafficanti sudamericani. Per questo motivo, nelle intercettazioni viene definito uno «pesante».
Il montenegrino Tomislav Pavlovic, invece, sarebbe l'uomo addetto a far superare alla droga i controlli negli aeroporti sudamericani grazie ai suoi contatti sul posto e ad agenti di polizia corrotti. Si reca personalmente in Brasile in un paio di occasioni per organizzare il trasporto della sostanza stupefacente. È un personaggio già apparso nelle indagini su Mafia Capitale e viene definito da Riccardo Brugia, indicato in quell'inchiesta (miseramente fallita in Cassazione) come il braccio destro di Massimo Carminati, come «uno che prende la pistola e spara».
In Puglia, sul Gargano, in provincia di Foggia, invece, la mafia albanese è punto di equilibrio tra i clan locali. «Prima comandava Marco Raduano, gli ho sparato! Mo' voglio comandare io!», dice a sua madre Giovanni Iannoli. Raduano però è rimasto in piedi. E Iannoli continua a raccontare: «No, non è morto... e siamo rivali... prima che ci uccidevano loro a noi, ci abbiamo provato noi e non ci siamo riusciti». Da quel momento il gruppo avvia una trattativa tra mafia garganica e clan albanesi, ricostruito dagli investigatori in un'inchiesta ribattezzata Ultimo avamposto. E alla fine gli albanesi si schierano. Due di loro che, messi di guardia a un carico di droga nascosto in un capannone in località Tomarosso, a Vieste, dove la polizia ha sequestrato 570 chili di marijuana, oltre a una pistola Beretta calibro 9 e a una calibro 7,65 con matricola abrasa, all'irruzione degli investigatori in borghese, pensando che fossero gli uomini di uno dei clan locali si qualificarono: «Siamo amici di Claudio». Il patto era stato siglato. E quel Claudio, per gli investigatori, era Iannoli, ritenuto un elemento di spicco della criminalità viestana.
L'ultimo accordo che vede gli albanesi protagonisti è con la 'ndrangheta. Ed è legato alla gestione del racket a Perugia. Lì, dove le famiglie della Locride ormai controllano il territorio da anni, era arrivato un tizio, che i calabresi chiamavano «lo zio». «Un albanese di Napoli», lo definiscono in una intercettazione, per via degli anni passati in Campania. Un passato che, secondo gli investigatori, gli avrebbe permesso poi a Perugia di fare «da collante» tra le vecchie e le nuove amicizie.
Ed è a Perugia che il cartello si allarga. Tanto da diventare «un laboratorio» internazionale. Gli affari crescono. A due affiliati, uno di Cirò, l'altro di Crotone ma entrambi residenti da anni in Umbria, viene un'idea: dopo aver tirato dentro l'albanese si era creata l'occasione per agganciare anche «l'amico colombiano». D'altra parte, il carattere internazionale della 'ndrangheta è ormai noto. Uno dei boss, in contatto con tale Ervis Lyte, albanese che trafficava armi prodotte in Russia, in una conversazione telefonica dice addirittura che, quando era stato in carcere, riusciva a procurarsi la droga anche lì, «tramite un afgano». Lyte avrebbe venduto in Calabria non solo pistole o fucili. Ma anche gli Sniper e i Tokarev, armi da guerra prodotte ai tempi dell'ex Unione Sovietica e oggi disponibili solo in Albania. Uno dei boss cerca di procurarsele e gli dice al telefono: «Servono veramente giù, giù mi servono veramente».
Continua a leggereRiduci
I clan nigeriani, albanesi, rumeni, serbi sono ormai consolidati in tutta Italia. La criminalità nostrana si accorda per delegare la manovalanza e tenere gli affari più redditizi. La mappa di un'integrazione che funziona alla grande. Boss africano preso a postare sui social le foto del «Padrino». Le reti delle complicità e i meccanismi di affiliazione scoperti nelle indagini: le bande di immigrati agiscono in «subappalto». Lo speciale comprende due articoli. In Lombardia l'hanno chiamato «patto di non belligeranza». In Campania è «tolleranza». A Bari lo definiscono «accordo mafioso». Su Palermo parlano di «integrazione criminale e sociale». Le mafie straniere sono ormai ben integrate. E alcune, come quella nigeriana, sono riuscite a scalare così tanto la classifica criminale italiana da entrare nella top five della mala. E se in Lombardia il «patto di non belligeranza» riguarda tutte le espressioni criminali, si va dagli albanesi in joint venture con i romeni per gestire il business della prostituzione, ai nigeriani che controllano piazzole delle grandi città, ai clan della 'ndrangheta che trafficano in droga, fanno pagare il pizzo alle imprese e riciclano a go go, mentre nel resto dello Stivale gli accordi, di solito, si fanno in due. Nel capoluogo lombardo è questione di mercato: «È così ampio che ce n'è per tutti», sostiene il tenente colonnello Piergiorgio Samaja, capo centro a Milano della Direzione investigativa antimafia. Ma è l'unico esempio di relazione paritaria. Il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho ritiene che i gruppi criminali stranieri, compresa la mafia africana, «operino in subappalto rispetto alle mafie nostrane».«Se la mafia nigeriana entra nel nostro territorio», sostiene il numero uno dell'antimafia, «è evidente che le è consentito dalle mafie già presenti: è da escludere una mafia nigeriana che possa partecipare e operare autonomamente, così come quella albanese. Oggi sono le nostre mafie che comandano, che si dedicano agli affari e che hanno raggiunto un livello superiore». Hanno messo da parte coppola e lupara, insomma. «La mafia nigeriana, invece», afferma de Raho, «è dedita al traffico di stupefacenti e allo sfruttamento della prostituzione. La mafia albanese fa altrettanto. Le nostre mafie reinvestono e sono le più pericolose perché in modo più insidioso entrano nei mercati e nell'economia. Sono soggetti che non si muovono più con i comportamenti tradizionalmente criminosi ma con comportamenti da industriali, imprenditori, professionisti». Lo spazio per la manovalanza e per quelli che ormai sono considerati degli affarucci da 'ndrangheta, Cosa nostra e camorra, è stato coperto dagli stranieri. Che pagano per poter stare sul territorio. E che, a quel punto, non solo vengono tollerati, ma anche protetti. Un'integrazione criminale che è arrivata prima di quella sociale. È il caso di Palermo, dove tra gli uomini di Cosa nostra e quelli della mafia di Benin City, Black Axe, Viking ed Eye, sono in sintonia. C'è un luogo, il mercato di Ballarò, in pieno centro del capoluogo siciliano, in cui i boss della mafia che fecero saltare in aria Giovanni Falcone e Paolo Borsellino hanno lasciato il posto ai «don» neri della mala africana. Quella fetta di territorio è cosa loro. E proprio come è accaduto a Cosa Nostra, anche tra i nigeriani sono saltati fuori i collaboratori di giustizia. Sono due, in particolare, quelli che hanno messo in crisi il sistema: Don Emeka e Austine Johnbull. Il primo, tra il 2014 e il 2015, cominciò a spifferare ciò che sapeva dei suoi compari, dopo aver subito un'aggressione per la quale Johnbull fu condannato a 12 anni e 4 mesi per tentato omicidio.La condanna ha convinto anche Johnbull a vuotare il sacco. Ed è stato il primo a svelare i riti d'affiliazione e gli affari dei Black Axe. E, altra coincidenza con Cosa nostra, si è meritato il nomignolo di Buscetta della mafia nigeriana. Ormai anche durante i processi lo chiamano così. Ma dalla cupola messa su da Bernardo Provenzano, Totò Riina e Matteo Messina Denaro, la mafia nera nigeriana ha mutuato anche l'organizzazione interna: piramidale. E forse anche per questo motivo si è integrata con più facilità. In Triveneto, invece, è in atto un altro esperimento: lì, nei territori controllati dalle famiglie di 'ndrangheta emigrate negli anni Ottanta e Novanta, i gruppi albanesi e nigeriani sono accomunati da reciproco rispetto, non solo nell'attività di sfruttamento della prostituzione, ma anche nel traffico di stupefacenti. In particolare, le arterie interne dei centri di Padova, Mestre, Verona, Vicenza, Treviso, Bolzano, Udine e quelle di grande viabilità, che collegano i vari capoluoghi di provincia, sono battute da prostitute nigeriane e albanesi, che operano in territori contigui e senza conflitti. Fenomeni dello stesso tipo sono stati registrati anche nel Lazio e in Campania. Dove questo meccanismo viene definito dagli analisti come «una inusuale promiscuità». In Campania, d'altra parte, il meccanismo è ben rodato. Castel Volturno, nel Casertano, è l'esempio più noto: lì la mafia nigeriana gestisce in modo autonomo rispetto alla camorra il traffico di droga e piccoli racket. I clan camorristi, poi, a volte sfruttano la collaborazione dei neri per reati minori. A Napoli, addirittura, come ricostruito dal sito web Stylo24.it, per suggellare definitivamente il patto tra mafia nera e Scissionisti di Secondigliano, i nigeriani hanno affidato in modo illegale un bambino di colore a un componente di spicco degli Scissionisti. Il bimbo pare faccia da garante al patto scellerato chiuso tra la cosca dei ribelli dell'area Nord di Napoli e la mafia siciliana con base a Castel Volturno. Di solito, però, non c'è bisogno di un atto così eclatante. Basta intendersi sugli interessi. Tra i modelli di cooperazione c'è quello triestino, dove i sodalizi criminali stranieri a volte sono partecipati da pregiudicati italiani. Come nel caso del caporalato: lì prospera una importante comunità di etnia serba, la cui componente criminale è tendenzialmente dedita alla gestione del lavoro nero, in prevalenza nel settore dell'edilizia, attraverso lo sfruttamento della manodopera di operai e manovali provenienti dall'Est Europa. Gli italiani di solito fanno i mediatori tra i datori di lavoro e i caporali serbi. In Calabria e in Puglia, invece, la mafia tradizionale ha scelto come alleata quella albanese. Relazione che, spiega il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, rende le mafie globalizzate. Gratteri ricorda il caso di un trafficante di San Calogero, in provincia di Vibo Valentia, che non aveva pagato una partita di droga ai cartelli colombiani e che è stato intercettato dai terroristi spagnoli dell'Eta. È la prova che varie forme di criminalità collaborano e trovano intese sugli affari comuni. E tra questi interessi comuni c'è la difficile gestione criminale dei porti. Gioia Tauro, Taranto, Napoli. Lì gli interessi si intrecciano. E le mafie straniere convivono con quelle locali. «In molti casi», scrivono il procuratore aggiunto Giovanni Russo e il sostituto Cesare Sirignano nell'ultima relazione antimafia al Parlamento, «è stato accertato il pagamento di un quantum da parte delle mafie straniere a quelle tradizionali come riconoscimento della sovranità territoriale, ma il dato non può essere esteso a tutto il territorio nazionale». C'è poi ancora molto che sfugge agli investigatori. Della mafia nigeriana, sottovalutata per anni, solo oggi si comincia a scoprire qualcosa in più. 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Perché oltre alle nuove affiliazioni e alla soluzione delle beghe interne, stando ai racconti dei collaboratori di giustizia, si sarebbe discusso anche delle relazioni con le mafie italiane. L'inchiesta è stata ribattezzata No fly zone, perché è grazie all'intercettazione di questo sms che in Procura hanno scoperto l'organizzazione del summit: «Tutti gli uccelli devono tornare al nido». Una frase neanche troppo criptica, con la quale Silver Obasuyi, noto nel mondo della mala con il nome Silver Paculty, in quel momento capo del gruppo cultista di Caltanissetta, aveva richiamato gli Eye siciliani a raccolta. E che Silver abbia trovato profonda ispirazione nella mafia siciliana lo dimostrano le immagini di scene del Padrino che aveva postato sul suo profilo Facebook. «Inizi a dare fastidio quando te la fai con gente più pesante». In questa intercettazione Davide Barberis, classe 1976, di professione personal trainer, indicato come uno dei narcos romani del gruppo di Fabrizio Piscitelli, l'ultrà della Lazio freddato con un colpo di pistola alla nuca il 7 agosto scorso mentre era seduto su una panchina di un parco pubblico della Capitale, parla della mala albanese. Per la Procura antimafia di Roma, Barberis sarebbe legato a doppio filo con Dorian Petoku, luogotenente di Arben Zogu, detto Riccardino. Stando alle ricostruzioni dei magistrati romani, gli albanesi della Capitale erano «al servizio dei napoletani ormai insediati a Roma Nord, tra cui i fratelli Salvatore e Jenny Esposito, facenti capo a Michele Senese». Detto o' Pazzo, Senese viene indicato dalla Dia come il Re del Tuscolano. Per molti è «il capo della camorra a Roma». Sono loro, i camorristi romani, ad aver siglato il patto dei Balcani. Gli albanesi vengono chiamati «la batteria di Ponte Milvio». E anche se gli albanesi sono suddivisi in quattro o cinque gruppi criminali, c'è una figura carismatica che li tiene insieme: e per gli investigatori è proprio Petoku. Ed è il personaggio che tiene i contatti con i narcotrafficanti sudamericani. Per questo motivo, nelle intercettazioni viene definito uno «pesante». Il montenegrino Tomislav Pavlovic, invece, sarebbe l'uomo addetto a far superare alla droga i controlli negli aeroporti sudamericani grazie ai suoi contatti sul posto e ad agenti di polizia corrotti. Si reca personalmente in Brasile in un paio di occasioni per organizzare il trasporto della sostanza stupefacente. È un personaggio già apparso nelle indagini su Mafia Capitale e viene definito da Riccardo Brugia, indicato in quell'inchiesta (miseramente fallita in Cassazione) come il braccio destro di Massimo Carminati, come «uno che prende la pistola e spara». In Puglia, sul Gargano, in provincia di Foggia, invece, la mafia albanese è punto di equilibrio tra i clan locali. «Prima comandava Marco Raduano, gli ho sparato! Mo' voglio comandare io!», dice a sua madre Giovanni Iannoli. Raduano però è rimasto in piedi. E Iannoli continua a raccontare: «No, non è morto... e siamo rivali... prima che ci uccidevano loro a noi, ci abbiamo provato noi e non ci siamo riusciti». Da quel momento il gruppo avvia una trattativa tra mafia garganica e clan albanesi, ricostruito dagli investigatori in un'inchiesta ribattezzata Ultimo avamposto. E alla fine gli albanesi si schierano. Due di loro che, messi di guardia a un carico di droga nascosto in un capannone in località Tomarosso, a Vieste, dove la polizia ha sequestrato 570 chili di marijuana, oltre a una pistola Beretta calibro 9 e a una calibro 7,65 con matricola abrasa, all'irruzione degli investigatori in borghese, pensando che fossero gli uomini di uno dei clan locali si qualificarono: «Siamo amici di Claudio». Il patto era stato siglato. E quel Claudio, per gli investigatori, era Iannoli, ritenuto un elemento di spicco della criminalità viestana. L'ultimo accordo che vede gli albanesi protagonisti è con la 'ndrangheta. Ed è legato alla gestione del racket a Perugia. Lì, dove le famiglie della Locride ormai controllano il territorio da anni, era arrivato un tizio, che i calabresi chiamavano «lo zio». «Un albanese di Napoli», lo definiscono in una intercettazione, per via degli anni passati in Campania. Un passato che, secondo gli investigatori, gli avrebbe permesso poi a Perugia di fare «da collante» tra le vecchie e le nuove amicizie. Ed è a Perugia che il cartello si allarga. Tanto da diventare «un laboratorio» internazionale. Gli affari crescono. A due affiliati, uno di Cirò, l'altro di Crotone ma entrambi residenti da anni in Umbria, viene un'idea: dopo aver tirato dentro l'albanese si era creata l'occasione per agganciare anche «l'amico colombiano». D'altra parte, il carattere internazionale della 'ndrangheta è ormai noto. Uno dei boss, in contatto con tale Ervis Lyte, albanese che trafficava armi prodotte in Russia, in una conversazione telefonica dice addirittura che, quando era stato in carcere, riusciva a procurarsi la droga anche lì, «tramite un afgano». Lyte avrebbe venduto in Calabria non solo pistole o fucili. Ma anche gli Sniper e i Tokarev, armi da guerra prodotte ai tempi dell'ex Unione Sovietica e oggi disponibili solo in Albania. Uno dei boss cerca di procurarsele e gli dice al telefono: «Servono veramente giù, giù mi servono veramente».
Ford Puma Gen-E
Il modello è equipaggiato con una serie avanzata di Adas (Advanced driver assistance systems) abbastanza affidabile: pre-collision assist per intervenire in situazioni critiche; lane keeping system per mantenere la traiettoria; cruise control adattivo con riconoscimento dei segnali stradali; camera a 360°. Il motore promette, secondo la Casa, 523 km di autonomia nel ciclo urbano e 376 km in quello combinato. Dalle prove fatte, se nel ciclo urbano più o meno ci siamo, per quello misto il valore è leggermente inferiore al dichiarato. Onesta la velocità di ricarica: il produttore dichiara dal 10 all’80% in soli 23 minuti, a patto che si utilizzi una stazione di ricarica da 100 kW.
I PRO
Innanzitutto, la linea: la Puma è un’auto che piace agli italiani: lo scorso anno ha venduto, in tutte le sue motorizzazioni, oltre 25.000 esemplari. Non ci sono parti in plastica non verniciata all’esterno e questo, se da un lato rende più filante la linea, dall’altro espone le zone più critiche, come passaruota e fascioni anteriori e posteriori, a rischio di grattata. L’abitacolo è fatto bene: comodi ed esteticamente belli i sedili, gradevole il rivestimento in finta pelle di parte del cruscotto. Molto luminose le luci a led per illuminare l’abitacolo. Sorprende la capacità di carico: tra bagagliaio, profondissimo box immediatamente sotto (basta alzare il pianale per accedervi) e box ricavato nella parte anteriore, si raggiungono oltre 550 litri di spazio. Abbattendo i sedili posteriori (nella configurazione 60-40) si possono superare i 1.300 litri. Comodo e completo il grande quadro strumenti digitale da 12,8 pollici dietro al volante: tutte le informazioni sono al posto giusto e facilmente adocchiabili. Buona l’abitabilità: gli ingegneri Ford hanno saputo realizzare un piccolo capolavoro sfruttando ogni centimetro di spazio per rendere gradevole il soggiorno a bordo. Fanno egregiamente il loro lavoro i fari a led. Comodo il tunnel centrale a due piani, con tanti spazi dove riporre oggetti pure voluminosi e l’ormai immancabile piastra per la ricarica wireless dello smartphone.
I CONTRO
I tasti fisici sono ridotti al lumicino: ce ne sono soltanto quattro, il più utilizzabile è quello delle frecce d’emergenza. Per il resto, ci si deve affidare al grande display touch da 12 pollici centrale che non è immediatamente intuitivo: per trovare i vari comandi, ci si deve distrarre un po’ troppo dalla guida. Scomoda anche la manopola per la gestione delle luci: troppo nascosta dietro al volante e alla leva dei tergicristalli. Se si è un po’ alti, vedere che comando è impostato è un’impresa. Croccanti, come dicono gli esperti di auto, alcune plastiche all’interno. Divertente, ma forse troppo a rischio «deposito di polvere» la grande soundbar integrata sopra il cruscotto del sistema audio firmato da Bang & Olufsen da 575 watt. Altra pecca, l’utilizzo del nero lucido sul tunnel centrale: troppo a rischio graffio.
CONCLUSIONI
Le conclusioni si traggono sempre guardando il prezzo. La Puma Gen-E parte, con il modello base, da 27.250 euro (prezzo in promozione, il listino schizza a 33.250 euro) con già una buona dotazione di serie (fari proiettori e luci diurne a led, cerchi in lega da 17 pollici, gigabox posteriore, climatizzatore automatico). Per il modello definito «Premium» si spendono 2.000 euro in più. Grazie al cumulo tra incentivo statale (fino a 11.000 euro con rottamazione e Isee basso) e lo sconto Ford, il prezzo d’attacco può scendere sotto i 18.000 euro. Una quota che rende l’acquisto molto, molto interessante.
Continua a leggereRiduci
Cassa Depositi e Prestiti archivia il 2025 con risultati senza precedenti, consolidando il suo ruolo di pilastro strategico per l’economia italiana. Nel primo anno del Piano Strategico 2025-2027, la Cassa ha raggiunto l’utile netto più alto della sua storia, toccando quota 3,4 miliardi di euro, in crescita del 3% rispetto all’anno precedente.
Un dato che non è solo un record finanziario, ma il motore di una potenza di fuoco che ha permesso di impegnare risorse per circa 29,5 miliardi di euro, attivando investimenti complessivi per oltre 73 miliardi grazie a un effetto leva di 2,5 volte.
«Il primo anno del nuovo Piano si chiude con un risultato storico che conferma l’efficacia della nostra strategia», ha sottolineato l’amministratore delegato Dario Scannapieco, in conferenza stampa durante la presentazione dei dati 2025 a Roma.
«Euphoria» (Sky)
Dopo quattro anni torna Euphoria con otto nuovi episodi su Sky. La terza stagione segue Rue cinque anni dopo, tra dipendenze e tentativi di rinascita, mentre i personaggi affrontano il passaggio all’età adulta e la possibilità di un futuro diverso.
Dopo quattro anni di silenzio, il gran ritorno. Euphoria, venticinque nomination agli Emmy e nove vittorie, è pronta a debuttare su Sky, con otto episodi inediti. La terza stagione dello show, incensato unanimemente per la capacità di esporre la realtà dei giovani, quella scomoda e poco patinata, sarà disponibile a partire dalla prima serata di lunedì 13 aprile. Giorno storico che, per chi abbia seguito lo show fin dal principio, legandosi a personaggi che poco hanno di iperbolico o cinematografico.
Rue Bennett, personaggio che ha eletto Zendaya icona globale, è un'adolescente tossica. Sulla carta, dovrebbe rappresentare un'eccezione, diversa dalla miriade di adolescenti che cerca di imbroccare la strada giusta per il mondo dei grandi. Eppure, nelle sue fragilità, opportunamente romanzate per tener viva la narrazione televisiva, riesce a ricalcare le difficoltà dei ragazzi di oggi: la fatica nel costruire un'identità propria, estranea alle pressioni della società e al bisogno quasi epidermico di sentirsi parte di un tutto, le insicurezze, la scarsa fiducia nel domani. Rue Bennett è una tossicodipendente dei sobborghi californiani, figlia di una madre che non ha granché da offrirle. Ed è, però, quel che tanti, tantissimi adolescenti sono.
Euphoria l'ha trovata così, la sua forza: ricalcando con mano pesante la vita vera, le difficoltà comuni a tanti, quelle che, spesso, vengono derubricate a facezie. Ha individuato i problemi dei giovani e, su questi, ha costruito un impianto narrativo che potesse farli sentire visti, ascoltati, capiti. Dunque, mai soli. Anche in età semi-adulta.La terza stagione dello show, difatti, prosegue oltre l'adolescenza, e Rue la trova in Messico, cinque anni più tardi rispetto ai fatti narrati nelle prime stagioni. Cresciuta, ma non cambiata, ha ancora problemi di droga e dipendenza. Ha debiti e una vita segnata dall'improvvisazione, quella che di romantico ha poco. I suoi amici sono cresciuti. Qualcuno sembra avercela fatta, qualcun altro no. Uno è a un passo dalle nozze, un altro iscritto ad una scuola d'arte. Sono distanti, ma chiamati, tutti, a confrontarsi con la fede: non quella religiosa, ma quella che porta a credere che un domani migliore sia cosa possibile e che le risorse per attuarlo siano intrinseche all'essere umano. Anche a Rue, chiamata a scegliere fra paura e coraggio.
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