True
2019-12-02
L’integrazione che funziona:
il patto tra le mafie straniere
In Lombardia l'hanno chiamato «patto di non belligeranza». In Campania è «tolleranza». A Bari lo definiscono «accordo mafioso». Su Palermo parlano di «integrazione criminale e sociale». Le mafie straniere sono ormai ben integrate. E alcune, come quella nigeriana, sono riuscite a scalare così tanto la classifica criminale italiana da entrare nella
top five della mala. E se in Lombardia il «patto di non belligeranza» riguarda tutte le espressioni criminali, si va dagli albanesi in joint venture con i romeni per gestire il business della prostituzione, ai nigeriani che controllano piazzole delle grandi città, ai clan della 'ndrangheta che trafficano in droga, fanno pagare il pizzo alle imprese e riciclano a go go, mentre nel resto dello Stivale gli accordi, di solito, si fanno in due.
Nel capoluogo lombardo è questione di mercato: «È così ampio che ce n'è per tutti», sostiene il tenente colonnello
Piergiorgio Samaja, capo centro a Milano della Direzione investigativa antimafia. Ma è l'unico esempio di relazione paritaria. Il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho ritiene che i gruppi criminali stranieri, compresa la mafia africana, «operino in subappalto rispetto alle mafie nostrane».
«Se la mafia nigeriana entra nel nostro territorio», sostiene il numero uno dell'antimafia, «è evidente che le è consentito dalle mafie già presenti: è da escludere una mafia nigeriana che possa partecipare e operare autonomamente, così come quella albanese. Oggi sono le nostre mafie che comandano, che si dedicano agli affari e che hanno raggiunto un livello superiore». Hanno messo da parte coppola e lupara, insomma. «La mafia nigeriana, invece», afferma
de Raho, «è dedita al traffico di stupefacenti e allo sfruttamento della prostituzione. La mafia albanese fa altrettanto. Le nostre mafie reinvestono e sono le più pericolose perché in modo più insidioso entrano nei mercati e nell'economia. Sono soggetti che non si muovono più con i comportamenti tradizionalmente criminosi ma con comportamenti da industriali, imprenditori, professionisti».
Lo spazio per la manovalanza e per quelli che ormai sono considerati degli affarucci da 'ndrangheta, Cosa nostra e camorra, è stato coperto dagli stranieri. Che pagano per poter stare sul territorio. E che, a quel punto, non solo vengono tollerati, ma anche protetti. Un'integrazione criminale che è arrivata prima di quella sociale. È il caso di Palermo, dove tra gli uomini di Cosa nostra e quelli della mafia di Benin City, Black Axe, Viking ed Eye, sono in sintonia.
C'è un luogo, il mercato di Ballarò, in pieno centro del capoluogo siciliano, in cui i boss della mafia che fecero saltare in aria
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino hanno lasciato il posto ai «don» neri della mala africana. Quella fetta di territorio è cosa loro. E proprio come è accaduto a Cosa Nostra, anche tra i nigeriani sono saltati fuori i collaboratori di giustizia. Sono due, in particolare, quelli che hanno messo in crisi il sistema: Don Emeka e Austine Johnbull. Il primo, tra il 2014 e il 2015, cominciò a spifferare ciò che sapeva dei suoi compari, dopo aver subito un'aggressione per la quale Johnbull fu condannato a 12 anni e 4 mesi per tentato omicidio.
La condanna ha convinto anche
Johnbull a vuotare il sacco. Ed è stato il primo a svelare i riti d'affiliazione e gli affari dei Black Axe. E, altra coincidenza con Cosa nostra, si è meritato il nomignolo di Buscetta della mafia nigeriana. Ormai anche durante i processi lo chiamano così. Ma dalla cupola messa su da Bernardo Provenzano, Totò Riina e Matteo Messina Denaro, la mafia nera nigeriana ha mutuato anche l'organizzazione interna: piramidale. E forse anche per questo motivo si è integrata con più facilità.
In Triveneto, invece, è in atto un altro esperimento: lì, nei territori controllati dalle famiglie di 'ndrangheta emigrate negli anni Ottanta e Novanta, i gruppi albanesi e nigeriani sono accomunati da reciproco rispetto, non solo nell'attività di sfruttamento della prostituzione, ma anche nel traffico di stupefacenti. In particolare, le arterie interne dei centri di Padova, Mestre, Verona, Vicenza, Treviso, Bolzano, Udine e quelle di grande viabilità, che collegano i vari capoluoghi di provincia, sono battute da prostitute nigeriane e albanesi, che operano in territori contigui e senza conflitti.
Fenomeni dello stesso tipo sono stati registrati anche nel Lazio e in Campania. Dove questo meccanismo viene definito dagli analisti come «una inusuale promiscuità». In Campania, d'altra parte, il meccanismo è ben rodato. Castel Volturno, nel Casertano, è l'esempio più noto: lì la mafia nigeriana gestisce in modo autonomo rispetto alla camorra il traffico di droga e piccoli racket. I clan camorristi, poi, a volte sfruttano la collaborazione dei neri per reati minori. A Napoli, addirittura, come ricostruito dal sito web
Stylo24.it, per suggellare definitivamente il patto tra mafia nera e Scissionisti di Secondigliano, i nigeriani hanno affidato in modo illegale un bambino di colore a un componente di spicco degli Scissionisti. Il bimbo pare faccia da garante al patto scellerato chiuso tra la cosca dei ribelli dell'area Nord di Napoli e la mafia siciliana con base a Castel Volturno. Di solito, però, non c'è bisogno di un atto così eclatante. Basta intendersi sugli interessi.
Tra i modelli di cooperazione c'è quello triestino, dove i sodalizi criminali stranieri a volte sono partecipati da pregiudicati italiani. Come nel caso del caporalato: lì prospera una importante comunità di etnia serba, la cui componente criminale è tendenzialmente dedita alla gestione del lavoro nero, in prevalenza nel settore dell'edilizia, attraverso lo sfruttamento della manodopera di operai e manovali provenienti dall'Est Europa. Gli italiani di solito fanno i mediatori tra i datori di lavoro e i caporali serbi.
In Calabria e in Puglia, invece, la mafia tradizionale ha scelto come alleata quella albanese. Relazione che, spiega il procuratore di Catanzaro
Nicola Gratteri, rende le mafie globalizzate. Gratteri ricorda il caso di un trafficante di San Calogero, in provincia di Vibo Valentia, che non aveva pagato una partita di droga ai cartelli colombiani e che è stato intercettato dai terroristi spagnoli dell'Eta. È la prova che varie forme di criminalità collaborano e trovano intese sugli affari comuni.
E tra questi interessi comuni c'è la difficile gestione criminale dei porti. Gioia Tauro, Taranto, Napoli. Lì gli interessi si intrecciano. E le mafie straniere convivono con quelle locali. «In molti casi», scrivono il procuratore aggiunto
Giovanni Russo e il sostituto Cesare Sirignano nell'ultima relazione antimafia al Parlamento, «è stato accertato il pagamento di un quantum da parte delle mafie straniere a quelle tradizionali come riconoscimento della sovranità territoriale, ma il dato non può essere esteso a tutto il territorio nazionale».
C'è poi ancora molto che sfugge agli investigatori. Della mafia nigeriana, sottovalutata per anni, solo oggi si comincia a scoprire qualcosa in più. E il bacio della morte tra mafie straniere e clan tradizionali fa ancora parte della metà oscura del fenomeno criminale.
Boss africano preso a postare sui social le foto del «Padrino»
Il 15 ottobre 2017 è una domenica. In via Siracusa a Caltanissetta c'è uno strano fermento tra i nigeriani. In una piccola casa nascosta nel centro storico entrano ed escono neri in cappellino e scarpe da tennis. Per gli investigatori è un summit della mafia nigeriana. Uno dei pochi che è stato possibile filmare. Un summit importante. Perché oltre alle nuove affiliazioni e alla soluzione delle beghe interne, stando ai racconti dei collaboratori di giustizia, si sarebbe discusso anche delle relazioni con le mafie italiane.
L'inchiesta è stata ribattezzata No fly zone, perché è grazie all'intercettazione di questo sms che in Procura hanno scoperto l'organizzazione del summit: «Tutti gli uccelli devono tornare al nido». Una frase neanche troppo criptica, con la quale Silver Obasuyi, noto nel mondo della mala con il nome Silver Paculty, in quel momento capo del gruppo cultista di Caltanissetta, aveva richiamato gli Eye siciliani a raccolta. E che Silver abbia trovato profonda ispirazione nella mafia siciliana lo dimostrano le immagini di scene del Padrino che aveva postato sul suo profilo Facebook.
«Inizi a dare fastidio quando te la fai con gente più pesante». In questa intercettazione Davide Barberis, classe 1976, di professione personal trainer, indicato come uno dei narcos romani del gruppo di Fabrizio Piscitelli, l'ultrà della Lazio freddato con un colpo di pistola alla nuca il 7 agosto scorso mentre era seduto su una panchina di un parco pubblico della Capitale, parla della mala albanese. Per la Procura antimafia di Roma, Barberis sarebbe legato a doppio filo con Dorian Petoku, luogotenente di Arben Zogu, detto Riccardino. Stando alle ricostruzioni dei magistrati romani, gli albanesi della Capitale erano «al servizio dei napoletani ormai insediati a Roma Nord, tra cui i fratelli Salvatore e Jenny Esposito, facenti capo a Michele Senese». Detto o' Pazzo, Senese viene indicato dalla Dia come il Re del Tuscolano. Per molti è «il capo della camorra a Roma».
Sono loro, i camorristi romani, ad aver siglato il patto dei Balcani. Gli albanesi vengono chiamati «la batteria di Ponte Milvio». E anche se gli albanesi sono suddivisi in quattro o cinque gruppi criminali, c'è una figura carismatica che li tiene insieme: e per gli investigatori è proprio Petoku. Ed è il personaggio che tiene i contatti con i narcotrafficanti sudamericani. Per questo motivo, nelle intercettazioni viene definito uno «pesante».
Il montenegrino Tomislav Pavlovic, invece, sarebbe l'uomo addetto a far superare alla droga i controlli negli aeroporti sudamericani grazie ai suoi contatti sul posto e ad agenti di polizia corrotti. Si reca personalmente in Brasile in un paio di occasioni per organizzare il trasporto della sostanza stupefacente. È un personaggio già apparso nelle indagini su Mafia Capitale e viene definito da Riccardo Brugia, indicato in quell'inchiesta (miseramente fallita in Cassazione) come il braccio destro di Massimo Carminati, come «uno che prende la pistola e spara».
In Puglia, sul Gargano, in provincia di Foggia, invece, la mafia albanese è punto di equilibrio tra i clan locali. «Prima comandava Marco Raduano, gli ho sparato! Mo' voglio comandare io!», dice a sua madre Giovanni Iannoli. Raduano però è rimasto in piedi. E Iannoli continua a raccontare: «No, non è morto... e siamo rivali... prima che ci uccidevano loro a noi, ci abbiamo provato noi e non ci siamo riusciti». Da quel momento il gruppo avvia una trattativa tra mafia garganica e clan albanesi, ricostruito dagli investigatori in un'inchiesta ribattezzata Ultimo avamposto. E alla fine gli albanesi si schierano. Due di loro che, messi di guardia a un carico di droga nascosto in un capannone in località Tomarosso, a Vieste, dove la polizia ha sequestrato 570 chili di marijuana, oltre a una pistola Beretta calibro 9 e a una calibro 7,65 con matricola abrasa, all'irruzione degli investigatori in borghese, pensando che fossero gli uomini di uno dei clan locali si qualificarono: «Siamo amici di Claudio». Il patto era stato siglato. E quel Claudio, per gli investigatori, era Iannoli, ritenuto un elemento di spicco della criminalità viestana.
L'ultimo accordo che vede gli albanesi protagonisti è con la 'ndrangheta. Ed è legato alla gestione del racket a Perugia. Lì, dove le famiglie della Locride ormai controllano il territorio da anni, era arrivato un tizio, che i calabresi chiamavano «lo zio». «Un albanese di Napoli», lo definiscono in una intercettazione, per via degli anni passati in Campania. Un passato che, secondo gli investigatori, gli avrebbe permesso poi a Perugia di fare «da collante» tra le vecchie e le nuove amicizie.
Ed è a Perugia che il cartello si allarga. Tanto da diventare «un laboratorio» internazionale. Gli affari crescono. A due affiliati, uno di Cirò, l'altro di Crotone ma entrambi residenti da anni in Umbria, viene un'idea: dopo aver tirato dentro l'albanese si era creata l'occasione per agganciare anche «l'amico colombiano». D'altra parte, il carattere internazionale della 'ndrangheta è ormai noto. Uno dei boss, in contatto con tale Ervis Lyte, albanese che trafficava armi prodotte in Russia, in una conversazione telefonica dice addirittura che, quando era stato in carcere, riusciva a procurarsi la droga anche lì, «tramite un afgano». Lyte avrebbe venduto in Calabria non solo pistole o fucili. Ma anche gli Sniper e i Tokarev, armi da guerra prodotte ai tempi dell'ex Unione Sovietica e oggi disponibili solo in Albania. Uno dei boss cerca di procurarsele e gli dice al telefono: «Servono veramente giù, giù mi servono veramente».
Continua a leggereRiduci
I clan nigeriani, albanesi, rumeni, serbi sono ormai consolidati in tutta Italia. La criminalità nostrana si accorda per delegare la manovalanza e tenere gli affari più redditizi. La mappa di un'integrazione che funziona alla grande. Boss africano preso a postare sui social le foto del «Padrino». Le reti delle complicità e i meccanismi di affiliazione scoperti nelle indagini: le bande di immigrati agiscono in «subappalto». Lo speciale comprende due articoli. In Lombardia l'hanno chiamato «patto di non belligeranza». In Campania è «tolleranza». A Bari lo definiscono «accordo mafioso». Su Palermo parlano di «integrazione criminale e sociale». Le mafie straniere sono ormai ben integrate. E alcune, come quella nigeriana, sono riuscite a scalare così tanto la classifica criminale italiana da entrare nella top five della mala. E se in Lombardia il «patto di non belligeranza» riguarda tutte le espressioni criminali, si va dagli albanesi in joint venture con i romeni per gestire il business della prostituzione, ai nigeriani che controllano piazzole delle grandi città, ai clan della 'ndrangheta che trafficano in droga, fanno pagare il pizzo alle imprese e riciclano a go go, mentre nel resto dello Stivale gli accordi, di solito, si fanno in due. Nel capoluogo lombardo è questione di mercato: «È così ampio che ce n'è per tutti», sostiene il tenente colonnello Piergiorgio Samaja, capo centro a Milano della Direzione investigativa antimafia. Ma è l'unico esempio di relazione paritaria. Il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho ritiene che i gruppi criminali stranieri, compresa la mafia africana, «operino in subappalto rispetto alle mafie nostrane».«Se la mafia nigeriana entra nel nostro territorio», sostiene il numero uno dell'antimafia, «è evidente che le è consentito dalle mafie già presenti: è da escludere una mafia nigeriana che possa partecipare e operare autonomamente, così come quella albanese. Oggi sono le nostre mafie che comandano, che si dedicano agli affari e che hanno raggiunto un livello superiore». Hanno messo da parte coppola e lupara, insomma. «La mafia nigeriana, invece», afferma de Raho, «è dedita al traffico di stupefacenti e allo sfruttamento della prostituzione. La mafia albanese fa altrettanto. Le nostre mafie reinvestono e sono le più pericolose perché in modo più insidioso entrano nei mercati e nell'economia. Sono soggetti che non si muovono più con i comportamenti tradizionalmente criminosi ma con comportamenti da industriali, imprenditori, professionisti». Lo spazio per la manovalanza e per quelli che ormai sono considerati degli affarucci da 'ndrangheta, Cosa nostra e camorra, è stato coperto dagli stranieri. Che pagano per poter stare sul territorio. E che, a quel punto, non solo vengono tollerati, ma anche protetti. Un'integrazione criminale che è arrivata prima di quella sociale. È il caso di Palermo, dove tra gli uomini di Cosa nostra e quelli della mafia di Benin City, Black Axe, Viking ed Eye, sono in sintonia. C'è un luogo, il mercato di Ballarò, in pieno centro del capoluogo siciliano, in cui i boss della mafia che fecero saltare in aria Giovanni Falcone e Paolo Borsellino hanno lasciato il posto ai «don» neri della mala africana. Quella fetta di territorio è cosa loro. E proprio come è accaduto a Cosa Nostra, anche tra i nigeriani sono saltati fuori i collaboratori di giustizia. Sono due, in particolare, quelli che hanno messo in crisi il sistema: Don Emeka e Austine Johnbull. Il primo, tra il 2014 e il 2015, cominciò a spifferare ciò che sapeva dei suoi compari, dopo aver subito un'aggressione per la quale Johnbull fu condannato a 12 anni e 4 mesi per tentato omicidio.La condanna ha convinto anche Johnbull a vuotare il sacco. Ed è stato il primo a svelare i riti d'affiliazione e gli affari dei Black Axe. E, altra coincidenza con Cosa nostra, si è meritato il nomignolo di Buscetta della mafia nigeriana. Ormai anche durante i processi lo chiamano così. Ma dalla cupola messa su da Bernardo Provenzano, Totò Riina e Matteo Messina Denaro, la mafia nera nigeriana ha mutuato anche l'organizzazione interna: piramidale. E forse anche per questo motivo si è integrata con più facilità. In Triveneto, invece, è in atto un altro esperimento: lì, nei territori controllati dalle famiglie di 'ndrangheta emigrate negli anni Ottanta e Novanta, i gruppi albanesi e nigeriani sono accomunati da reciproco rispetto, non solo nell'attività di sfruttamento della prostituzione, ma anche nel traffico di stupefacenti. In particolare, le arterie interne dei centri di Padova, Mestre, Verona, Vicenza, Treviso, Bolzano, Udine e quelle di grande viabilità, che collegano i vari capoluoghi di provincia, sono battute da prostitute nigeriane e albanesi, che operano in territori contigui e senza conflitti. Fenomeni dello stesso tipo sono stati registrati anche nel Lazio e in Campania. Dove questo meccanismo viene definito dagli analisti come «una inusuale promiscuità». In Campania, d'altra parte, il meccanismo è ben rodato. Castel Volturno, nel Casertano, è l'esempio più noto: lì la mafia nigeriana gestisce in modo autonomo rispetto alla camorra il traffico di droga e piccoli racket. I clan camorristi, poi, a volte sfruttano la collaborazione dei neri per reati minori. A Napoli, addirittura, come ricostruito dal sito web Stylo24.it, per suggellare definitivamente il patto tra mafia nera e Scissionisti di Secondigliano, i nigeriani hanno affidato in modo illegale un bambino di colore a un componente di spicco degli Scissionisti. Il bimbo pare faccia da garante al patto scellerato chiuso tra la cosca dei ribelli dell'area Nord di Napoli e la mafia siciliana con base a Castel Volturno. Di solito, però, non c'è bisogno di un atto così eclatante. Basta intendersi sugli interessi. Tra i modelli di cooperazione c'è quello triestino, dove i sodalizi criminali stranieri a volte sono partecipati da pregiudicati italiani. Come nel caso del caporalato: lì prospera una importante comunità di etnia serba, la cui componente criminale è tendenzialmente dedita alla gestione del lavoro nero, in prevalenza nel settore dell'edilizia, attraverso lo sfruttamento della manodopera di operai e manovali provenienti dall'Est Europa. Gli italiani di solito fanno i mediatori tra i datori di lavoro e i caporali serbi. In Calabria e in Puglia, invece, la mafia tradizionale ha scelto come alleata quella albanese. Relazione che, spiega il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, rende le mafie globalizzate. Gratteri ricorda il caso di un trafficante di San Calogero, in provincia di Vibo Valentia, che non aveva pagato una partita di droga ai cartelli colombiani e che è stato intercettato dai terroristi spagnoli dell'Eta. È la prova che varie forme di criminalità collaborano e trovano intese sugli affari comuni. E tra questi interessi comuni c'è la difficile gestione criminale dei porti. Gioia Tauro, Taranto, Napoli. Lì gli interessi si intrecciano. E le mafie straniere convivono con quelle locali. «In molti casi», scrivono il procuratore aggiunto Giovanni Russo e il sostituto Cesare Sirignano nell'ultima relazione antimafia al Parlamento, «è stato accertato il pagamento di un quantum da parte delle mafie straniere a quelle tradizionali come riconoscimento della sovranità territoriale, ma il dato non può essere esteso a tutto il territorio nazionale». C'è poi ancora molto che sfugge agli investigatori. Della mafia nigeriana, sottovalutata per anni, solo oggi si comincia a scoprire qualcosa in più. E il bacio della morte tra mafie straniere e clan tradizionali fa ancora parte della metà oscura del fenomeno criminale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mafie-straniere-il-patto-criminale-2641488227.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="boss-africano-preso-a-postare-sui-social-le-foto-del-padrino" data-post-id="2641488227" data-published-at="1780433970" data-use-pagination="False"> Boss africano preso a postare sui social le foto del «Padrino» Il 15 ottobre 2017 è una domenica. In via Siracusa a Caltanissetta c'è uno strano fermento tra i nigeriani. In una piccola casa nascosta nel centro storico entrano ed escono neri in cappellino e scarpe da tennis. Per gli investigatori è un summit della mafia nigeriana. Uno dei pochi che è stato possibile filmare. Un summit importante. Perché oltre alle nuove affiliazioni e alla soluzione delle beghe interne, stando ai racconti dei collaboratori di giustizia, si sarebbe discusso anche delle relazioni con le mafie italiane. L'inchiesta è stata ribattezzata No fly zone, perché è grazie all'intercettazione di questo sms che in Procura hanno scoperto l'organizzazione del summit: «Tutti gli uccelli devono tornare al nido». Una frase neanche troppo criptica, con la quale Silver Obasuyi, noto nel mondo della mala con il nome Silver Paculty, in quel momento capo del gruppo cultista di Caltanissetta, aveva richiamato gli Eye siciliani a raccolta. E che Silver abbia trovato profonda ispirazione nella mafia siciliana lo dimostrano le immagini di scene del Padrino che aveva postato sul suo profilo Facebook. «Inizi a dare fastidio quando te la fai con gente più pesante». In questa intercettazione Davide Barberis, classe 1976, di professione personal trainer, indicato come uno dei narcos romani del gruppo di Fabrizio Piscitelli, l'ultrà della Lazio freddato con un colpo di pistola alla nuca il 7 agosto scorso mentre era seduto su una panchina di un parco pubblico della Capitale, parla della mala albanese. Per la Procura antimafia di Roma, Barberis sarebbe legato a doppio filo con Dorian Petoku, luogotenente di Arben Zogu, detto Riccardino. Stando alle ricostruzioni dei magistrati romani, gli albanesi della Capitale erano «al servizio dei napoletani ormai insediati a Roma Nord, tra cui i fratelli Salvatore e Jenny Esposito, facenti capo a Michele Senese». Detto o' Pazzo, Senese viene indicato dalla Dia come il Re del Tuscolano. Per molti è «il capo della camorra a Roma». Sono loro, i camorristi romani, ad aver siglato il patto dei Balcani. Gli albanesi vengono chiamati «la batteria di Ponte Milvio». E anche se gli albanesi sono suddivisi in quattro o cinque gruppi criminali, c'è una figura carismatica che li tiene insieme: e per gli investigatori è proprio Petoku. Ed è il personaggio che tiene i contatti con i narcotrafficanti sudamericani. Per questo motivo, nelle intercettazioni viene definito uno «pesante». Il montenegrino Tomislav Pavlovic, invece, sarebbe l'uomo addetto a far superare alla droga i controlli negli aeroporti sudamericani grazie ai suoi contatti sul posto e ad agenti di polizia corrotti. Si reca personalmente in Brasile in un paio di occasioni per organizzare il trasporto della sostanza stupefacente. È un personaggio già apparso nelle indagini su Mafia Capitale e viene definito da Riccardo Brugia, indicato in quell'inchiesta (miseramente fallita in Cassazione) come il braccio destro di Massimo Carminati, come «uno che prende la pistola e spara». In Puglia, sul Gargano, in provincia di Foggia, invece, la mafia albanese è punto di equilibrio tra i clan locali. «Prima comandava Marco Raduano, gli ho sparato! Mo' voglio comandare io!», dice a sua madre Giovanni Iannoli. Raduano però è rimasto in piedi. E Iannoli continua a raccontare: «No, non è morto... e siamo rivali... prima che ci uccidevano loro a noi, ci abbiamo provato noi e non ci siamo riusciti». Da quel momento il gruppo avvia una trattativa tra mafia garganica e clan albanesi, ricostruito dagli investigatori in un'inchiesta ribattezzata Ultimo avamposto. E alla fine gli albanesi si schierano. Due di loro che, messi di guardia a un carico di droga nascosto in un capannone in località Tomarosso, a Vieste, dove la polizia ha sequestrato 570 chili di marijuana, oltre a una pistola Beretta calibro 9 e a una calibro 7,65 con matricola abrasa, all'irruzione degli investigatori in borghese, pensando che fossero gli uomini di uno dei clan locali si qualificarono: «Siamo amici di Claudio». Il patto era stato siglato. E quel Claudio, per gli investigatori, era Iannoli, ritenuto un elemento di spicco della criminalità viestana. L'ultimo accordo che vede gli albanesi protagonisti è con la 'ndrangheta. Ed è legato alla gestione del racket a Perugia. Lì, dove le famiglie della Locride ormai controllano il territorio da anni, era arrivato un tizio, che i calabresi chiamavano «lo zio». «Un albanese di Napoli», lo definiscono in una intercettazione, per via degli anni passati in Campania. Un passato che, secondo gli investigatori, gli avrebbe permesso poi a Perugia di fare «da collante» tra le vecchie e le nuove amicizie. Ed è a Perugia che il cartello si allarga. Tanto da diventare «un laboratorio» internazionale. Gli affari crescono. A due affiliati, uno di Cirò, l'altro di Crotone ma entrambi residenti da anni in Umbria, viene un'idea: dopo aver tirato dentro l'albanese si era creata l'occasione per agganciare anche «l'amico colombiano». D'altra parte, il carattere internazionale della 'ndrangheta è ormai noto. Uno dei boss, in contatto con tale Ervis Lyte, albanese che trafficava armi prodotte in Russia, in una conversazione telefonica dice addirittura che, quando era stato in carcere, riusciva a procurarsi la droga anche lì, «tramite un afgano». Lyte avrebbe venduto in Calabria non solo pistole o fucili. Ma anche gli Sniper e i Tokarev, armi da guerra prodotte ai tempi dell'ex Unione Sovietica e oggi disponibili solo in Albania. Uno dei boss cerca di procurarsele e gli dice al telefono: «Servono veramente giù, giù mi servono veramente».
I protagonisti di quello che sta per accadere prendono posto sugli spalti, che nel frattempo si sono trasformati in un golfo mistico. In pochi minuti, 459 cori provenienti da tutta Italia si sciolgono e ne formano uno enorme. Per essere precisi, bisogna contare anche 696 cantori «freelance» e 116 bambini. Il totale fa 3.546 voci e 7.092 occhi puntati verso il palcoscenico, nell’attesa che compaia Riccardo Muti. Tutti - dai 6 anni di Carlotta (da Cagliari) ai 93 di Benito (da Budrio, nel Bolognese) - sono qui per il Maestro, che ha concesso il bis dopo il successo della prima edizione di Cantare amantis est dell’anno scorso (uno degli eventi più visionari del Ravenna Festival, nato dall’intuizione di Cristina Mazzavillani e oggi sotto la guida di Anna Leonardi). Dal coro del Conservatorio di Trieste a quello degli Stonati di Bologna qualche professionista si è imbucato, ma nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di amatori in purezza, alla maniera di Agostino (il motto «Cantare è proprio di chi ama» porta la firma del santo d’Ippona).
Pronti, via, si inizia a lavorare (altro che ponte del 2 giugno!) su un gioiello di apparente semplicità: l’Ave Verum Corpus di Wolfgang Amadeus Mozart (dedicato a un martire della libertà come don Giovanni Minzoni). I coristi hanno in mano uno spartito di due paginette. Sono 46 battute per quattro minuti scarsi di musica. Eppure, quel breve mottetto, spiega Muti, «è una delle pagine piovute su Mozart dal cielo (era il 18 giugno del 1791, ndr), qualche mese prima di morire». Un regalo del compositore alla minuscola parrocchia di Baden per la festa del Corpus Domini, mentre la moglie Constanze, incinta, veniva assistita. «Bravissimi», sottolinea il direttore d’orchestra, «senza che vi dicessi nulla, l’avete cantato con amore. Adesso però cerchiamo l’infinito tra le note». Il Maestro si siede al pianoforte e in un istante quei suoni appena accennati acquistano un significato nuovo che, col senno di poi, era lampante fin dall’inizio.
La breve introduzione orchestrale? «Non è un caso che punti verso l’alto. È un’ascensione: dalla Terra al cospetto di Cristo». Ave verum Corpus. Vi siete accorti che Mozart decide di ripetere due volte “Ave”? La seconda dev’essere più piano. Bisogna ritirarsi, come se avessimo osato troppo». Natum de Maria Virgine. «Qui la tonalità è stabile, ferma, la musica afferma una sicurezza». Vere passum, immolatum in cruce pro homine. «Ascoltate questo intervallo: esprime il dolore di chi patì per gli uomini. Le avvertite queste dissonanze? Sono i chiodi della croce». Cujus latus perforatum. «A livello tonale, dovreste percepire una virata, come se osservassimo una parte del corpo di Cristo». Dal costato sgorgarono sangue e acqua. «Dopo aver sottolineato la sofferenza di Gesù, da questo punto - Esto nobis praegustatum in mortis examine - il genio di Mozart abbandona le quattro parti che cantano insieme, verticalmente. Il coro si sdoppia, si allarga all’umanità perché “tutti noi” possiamo “gustare il Paradiso nell’ora della morte”. Certo, sarebbe bello se fosse così semplice. Quando il compositore affronta per la prima volta questa verità spunta una cadenza evitata. È il dubbio che si insinua ancora, ma poi lascia spazio alla certezza». Parole che acquisiscono un altro peso quando il Maestro chiede che l’ultima esecuzione diventi un omaggio a Riccardo Minghetti, morto a 16 anni nel tragico rogo di Crans-Montana. Il padre Massimo - rivela Muti - è parte di questo popolo che canta e, «davanti a una tragedia immane, ha trovato conforto nella musica».
Gli stessi enigmi insondabili emergeranno poco dopo nel Requiem di Giuseppe Verdi. Nella mattinata della Festa della Repubblica, però, un ripasso dell’Inno di Mameli era d’obbligo. E quindi: «Alzino le mani quelli che son davvero “pronti alla morte”?». Gelo. «Lo sapevo: bisogna cambiare il testo!». Risate liberatorie. Se l’anno scorso le fatiche della leggendaria bacchetta si erano concentrate nella lotta per espungere il «Sì!» dal finale, oggi la raccomandazione del direttore è una lezione di vita: «Non frantumate mai la frase, non sillabate! Va sempre condotta nella sua arcata. Serve nobiltà. Non siamo il Paese delle marcette!». Ma Muti ne ha anche per il Palazzo: «Cari politici, l’inno dev’essere cantato da una moltitudine, non da una persona sola. Cos’è questa moda, copiata dagli americani?». Ovazione. Poteva finire lì, ma dopo qualche ora su 3.546 smartphone iniziano a rimbalzare le immagini di Andrea Bocelli che intona Fratelli d’Italia ai Fori imperiali, solissimo, davanti alle più alte cariche dello Stato. «Non voglio prendermela con il cantante, ma le autorità restituiscano l’inno agli italiani!».
Dai melismi di Casta Diva di Bellini - «un altro tipo di preghiera, alla Luna» - al timore delle schiere dei cherubini che leva il fiato nel Mefistofele di Boito, Muti non si stanca di sporcarsi le mani con i suoi amati «dilettanti» ed è un vulcano di insegnamenti e di domande esistenziali. «Il Requiem di Brahms è una consolazione. In Verdi prevale il punto interrogativo: “Mi salverai, Signore?”». Nell’ora dell’arrivederci, l’ultimo (infinito) rito è l’autografo per tutti i partecipanti. «Iniziando con l’Ave Verum mozartiano e finendo con Verdi il nostro messaggio di cultura, spiritualità e pace l’abbiamo inviato. Ci rivedremo l’anno prossimo? Porta patet sed cor magis. La porta è aperta, ma il cuore ancora di più».
Continua a leggereRiduci
Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci, Papa Leone XIII dal 1878 al 1903 (Getty Images)
Com’era prevedibile, non è passata inosservata, negli organi di stampa, la parte dell’enciclica Magnifica humanitas nella quale papa Leone XIV, a nome della Chiesa, chiede perdono per l’asserito «ritardo con cui la Chiesa e la società hanno condannato il flagello della schiavitù», essendosi dovuto attendere - egli afferma - «il XIX secolo per trovare una condanna formale, assoluta e universale della schiavitù, in particolare con Leone XIII». Il Messaggero di Roma e Famiglia cristiana, in particolare, hanno messo in luce come il Papa abbia soprattutto inteso porre in guardia contro il pericolo di una nuova forma di schiavitù derivante da un uso improprio e non controllato dell’intelligenza artificiale. Sul che, in effetti, non si può che concordare. Lascia però perplessi la ritenuta opportunità di rivangare, nell’enciclica, per sottoporlo a condanna, l’atteggiamento avuto dalla Chiesa, nei secoli passati, nei confronti della schiavitù, quasi che, altrimenti, la segnalazione del pericolo attuale di una nuova schiavitù - ben diversa, comunque, dall’antica - fosse destinata a perdere efficacia. E ancor più perplessi lascia l’assolutezza di detta condanna, basata soltanto sul richiamo, nella nota n. 174, alle due bolle pontificie del papa Eugenio IV Sicut dudum del 13 gennaio 1435 ed Etsi suscepti del 9 gennaio 1442, e alle altre due del papa Niccolò V Dum diversas del 18 giugno 1452 e Romanus Pontifex dell’8 gennaio 1455.
Richiamo, quello ora detto, da riguardarsi, peraltro, come non del tutto felice, per cui sarebbe forse bene che il papa ne individuasse il responsabile e gli tirasse un po’ le orecchie. La prima, infatti, delle suddette bolle, riguardante le isole Canarie, allora venute da poco in possesso della Spagna, lungi dal minimamente giustificare la schiavitù alla quale gli originari abitanti erano stati sottoposti, imponeva, invece, sotto pena di scomunica, di farla immediatamente cessare, vietandola anche per il futuro. Il che, peraltro, era già stato stabilito - senza gran successo - dallo stesso papa Eugenio IV con la precedente bolla Regimini gregis del 29 settembre 1434 e fu poi ribadito, sempre con riguardo alle popolazioni delle isole Canarie, dal papa Pio II con la bolla Pastor bonus del 7 ottobre 1462. Quanto, poi, alle altre bolle citate nella nota summenzionata, soltanto le due del papa Niccolò V presentano specifica attinenza alla questione della schiavitù, in quanto effettivamente conferivano al re di Portogallo Alfonso V il diritto esclusivo non solo di acquisire il controllo dei territori dell’Africa sub sahariana che si affacciano sull’Atlantico, ma anche di ridurre in «perpetua servitù» saraceni, pagani e altri «infedeli» che li abitavano.
Risulta, però, incredibilmente e inspiegabilmente passato sotto silenzio il fatto che la schiavitù, con particolare riferimento alle popolazioni delle Americhe, fu poi ripetutamente condannata, in modo assoluto e sempre sotto pena di scomunica, dai pontefici Paolo III, Urbano VIII e Benedetto XIV rispettivamente con la bolla Sublimis Deus (o Veritas ipsa) del 2 giugno 1537 e con i brevi Commissum nobis del 22 aprile 1639 e Immensa pastorum del 20 dicembre 1741. Di particolare interesse appare la motivazione della Sublimis Deus, essenzialmente basata sul rilievo che Gesù Cristo aveva dato mandato agli apostoli di predicare il vangelo a tutti i popoli della terra, senza eccezione, ritenendoli quindi tutti capaci di ricevere il dono della fede, e che veniva dal Demonio, nemico del genere umano, l’idea che di quella capacità fossero privi, per loro natura, gli abitanti delle Americhe, tanto da poter essere sottoposti a schiavitù. Da ricordare, inoltre, la bolla Cum sicuti di Gregorio XIV, del 18 aprile 1591, con la quale, in linea con la Sublimis Deus, si vietava la riduzione in schiavitù delle popolazioni delle isole Filippine, recentemente venute in possesso della corona spagnola.
Il fatto che, nei documenti anzidetti, non si parlasse della schiavitù con riguardo alle popolazioni africane facilmente si spiega con la considerazione che l’Africa era, all’epoca, in gran parte sottratta al dominio di nazioni europee, per cui del tutto inutile sarebbe stato che il Papa imponesse divieti che nessuno sarebbe stato poi tenuto ad osservare. È però significativo che il papa Gregorio XVI, con il breve In supremo del 3 dicembre 1839, si fosse preoccupato di vietare «l’indegno mercato dei Neri e di qualsiasi altro essere umano» del quale indicava come responsabili taluni cristiani che «accecati dalla bramosia di uno sporco guadagno, in lontane e inaccessibili regioni ridussero in schiavitù Indiani, Negri e altre miserabili creature, oppure, con un sempre maggiore e organizzato commercio, non esitarono ad alimentare l’indegna compravendita di coloro che erano stati catturati da altri». Non è certo per caso, quindi, che la condanna della schiavitù in assoluto (ma con esplicito riferimento, tuttavia, alle particolari condizioni dell’Africa) sia intervenuta, da parte del papa Leone XIII, solo in un periodo storico (fine del XIX secolo) in cui l’Africa era quasi totalmente sotto il dominio di nazioni europee. È ad esse, infatti, che veniva in tal modo fatto carico non certo di astenersi dal ridurre formalmente in schiavitù le popolazioni africane soggette alla loro sovranità (cosa che nessuna potenza coloniale si sognava neppure lontanamente di fare) ma piuttosto di adoperarsi con la massima energia perché la schiavitù, endemica da sempre nel continente africano, venisse totalmente estirpata. E infatti - come osserva Rossella Bottoni nel suo I popoli indigeni nel magistero della Chiesa cattolica, Ledizioni, 2024 - «I governi degli Stati cattolici apprezzarono molto tale sostegno alla causa contro la schiavitù, che essi vedevano come ragione legittimante della loro politica nel continente. Dunque, colonizzatori e missionari si “incontrarono” sul terreno dell’antischiavismo». Conclusione, questa, che potrebbe creare, nell’attuale contesto culturale di cui è partecipe anche il mondo cattolico, un qualche imbarazzo che però, in chi amasse veramente la Chiesa, dovrebbe trovare più che adeguato compenso nel constatare che si pone del tutto in contrasto con la verità storica Famiglia cristiana quando afferma, nel commentare l’enciclica di Leone XIV, che la condotta della Chiesa, «per diciotto secoli», sarebbe stata solo quella di avere «tollerato pratiche oggi considerate abominevoli».
Continua a leggereRiduci
Papa Leone XIV (Ansa)
In filigrana, dietro alle parole di elogio rivolte ieri da papa Leone XIV per il metodo Fse, si è così intravista un’analisi antropologica profonda che sembra rispondere appunto alle recenti e discusse novità dell’Agesci.
Il pontefice ha esordito ricordando che il metodo scout non è un semplice passatempo, ma uno strumento che «mette al centro la persona, curandone tutti gli aspetti relazionali e la ricchezza umana». In questo contesto, Leone XIV ha lodato esplicitamente la scelta della Fse di educare i ragazzi in «distinte sezioni maschili e femminili», spiegando che questa non è una separazione anacronistica, ma una strategia mirata per «dedicare ai ragazzi e alle ragazze un’attenzione specifica».
Secondo il papa, questa distinzione è la chiave di volta per una crescita armonica: «Esplorare in questo modo le caratteristiche fondanti dell’essere donna e dell’essere uomo è una dinamica propedeutica all’incontro autentico e consapevole con l’altro, che può favorire la reciproca maturazione». Per Leone XIV, dunque, l’identità biologica maschile e femminile non è un dato accessorio, ma un pilastro necessario per crescere e prepararsi all’incontro con il prossimo.
È impossibile non leggere in queste riflessioni perlomeno un richiamo alle cronache recenti che hanno visto protagonista l’Agesci. L’associazione, dopo tre anni di dibattiti interni, ha infatti approvato il documento «Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo», sancendo che tali aspetti «non sono e non possono essere criteri di esclusione nella selezione degli educatori». Una decisione definita come una «svolta storica» e una «rivoluzione» mossa dalla volontà di dare «ulteriore concretezza ai nostri valori di accoglienza».
Un cortocircuito spiegato con molte parole, ma che non cancella la preoccupazione principale che riguarda appunto la coerenza educativa: può un’associazione che si definisce cattolica prescindere dalla visione antropologica della Chiesa?
Il papa ieri ha ribadito che «la formazione di buoni cristiani e buoni cittadini rappresenta il fine del metodo scout», un obiettivo che in fondo si raggiunge solo attraverso l’«intesa pedagogica dei capi con ogni ragazza e ragazzo». Qui si inserisce il dubbio antropologico che emerge dalle parole di Leone XIV: può una donna che si considera uomo, o un uomo che vive pubblicamente una relazione con un altro uomo, farsi portatore di quella «dinamica propedeutica» basata sulle «caratteristiche fondanti dell’essere donna e dell’essere uomo» citate dal papa?
Leone XIV è stato chiaro nel ricordare ai capi che di fronte ai ragazzi loro affidati emerge la testimonianza della «coerenza della vostra vita e la maturità delle vostre scelte» che «sono ai loro occhi un esempio molto importante che li aiuta a crescere». Se il riferimento dottrinale cattolico definisce le tendenze omosessuali profondamente radicate come «oggettivamente disordinate» (Catechismo n. 2.357) e gli atti tra persone dello stesso sesso come «intrinsecamente disordinate» (Catechismo n. 2.358), la domanda sulla garanzia di quell’intesa pedagogica diventa ineludibile. Come può un educatore che rivendica una visione dell’identità fluida o soggettiva guidare un ragazzo alla scoperta della propria identità maschile o femminile secondo i binari tracciati dalla tradizione cristiana?
Quindi, il discorso del papa di ieri ai capi scout potrebbe apparire, conoscendo peraltro il felpato linguaggio intraecclesiale, come l’applicazione pratica del proverbio italiano: ha parlato ai capi della Fse (la «nuora») perché i vertici dell’Agesci (la «suocera») intendessero il messaggio. Mentre l’Agesci sembra aver intrapreso una «marcia sostenuta dal basso», il papa ha scelto di rimettere al centro il «Vangelo - vera mappa della vita», che è la persona stessa di Cristo, «buona notizia per un’umanità confusa».
Forse in casa Agesci faranno orecchie da mercante. Magari diranno che il papa stava parlando ad altri, diversi da loro. E loro resteranno fieri delle loro differenze, delle loro piste, delle loro strade. Ognuno convinto di lasciare il mondo un po’ meglio di come lo ha trovato. Perché, in fondo, «todos, todos, todos», come diceva papa Francesco. Lo stesso papa però che, quando parlava di educazione che non tenesse in debito conto la «feconda tensione» tra uomo e donna, la considerava una «colonizzazione ideologica».
Continua a leggereRiduci
Il monumento alle vittime della Kamloops Residential School in British Columbia, Canada (Getty Images)
Per comprendere la portata della vicenda, occorre fare un passo indietro. Per oltre un secolo il Canada gestì, insieme a Chiese cristiane di varie confessioni, un sistema di scuole residenziali destinate ai bambini amerindi. Lo scopo era quello di assimilarli alla cultura dominante, allontanandoli dalle famiglie e scoraggiando o vietando l’uso delle lingue e delle tradizioni native. Circa 150.000 minori passarono attraverso questi istituti. Molti subirono maltrattamenti, abusi fisici e sessuali, mentre migliaia morirono a causa di malattie, denutrizione e condizioni di vita spesso precarie. Nel 2015, la Commissione canadese per la verità e la riconciliazione definì questo sistema una forma di «genocidio culturale».
Su questi fatti storici esiste ormai un ampio consenso. La questione di Kamloops, però, è un’altra. Il 27 maggio 2021 una comunità indigena annunciò che un’indagine effettuata con il georadar aveva individuato nel sottosuolo 215 anomalie nei pressi dell’ex Kamloops indian residential school, attiva dal 1893 al 1969. Nel giro di poche ore, tuttavia, quelle anomalie furono trasformate dai media occidentali in qualcosa di molto diverso: i resti di 215 bambini indiani.
Anche in Italia la notizia fu presentata in termini categorici. Vatican News parlò delle «spoglie di 215 bambini» venute alla luce nei pressi dell’ex scuola, mentre il Corriere della Sera scrisse del «ritrovamento» di centinaia di tombe anonime e dei «resti» dei piccoli alunni. Lo stesso lessico venne adottato da televisioni, agenzie di stampa e quotidiani di mezzo mondo. In pochi giorni, insomma, quella che era nata come un’indagine geofisica diventò nell’immaginario collettivo la scoperta di una gigantesca fossa comune.
Le reazioni politiche furono altrettanto tempestive e perentorie. L’allora primo ministro, Justin Trudeau, ordinò che le bandiere sugli edifici federali venissero esposte a mezz’asta in onore dei «215 bambini» di Kamloops. Il premier della Columbia britannica, John Horgan, parlò di «una tragedia di proporzioni inimmaginabili». Anche papa Francesco, senz’alcuna prudenza gesuitica, intervenne rapidamente per esprimere il proprio «dolore». Nel frattempo, però, l’indignazione collettiva si era trasformata in rabbia: nei mesi successivi, decine di chiese cattoliche in Canada furono incendiate o vandalizzate.
Eppure, il georadar non aveva portato alla luce alcun corpo. Aveva semplicemente rilevato anomalie nel terreno che si potevano prestare a diverse interpretazioni. Con il passare del tempo, peraltro, gli stessi specialisti coinvolti nelle indagini chiarirono i limiti della tecnologia utilizzata. Il linguaggio cominciò così a cambiare. Dai «resti di 215 bambini» si passò alle «possibili tombe», poi alle «probabili sepolture», sino alle più recenti formulazioni che parlano soltanto di «potenziali sepolture».
A mettere in discussione quella narrazione è stata ora una fonte difficilmente sospettabile di simpatie revisioniste: il Globe and Mail, il più importante quotidiano canadese. In un duro editoriale, il giornale ha ammesso che nel 2021 i media, compreso lo stesso Globe, non sottoposero la notizia ad alcuna verifica: «I media, incluso il Globe and Mail, non esaminarono criticamente quell’affermazione e tantomeno la misero in discussione», scrive il quotidiano, riconoscendo che i primi articoli presentarono come un fatto accertato il ritrovamento dei resti dei bambini.
L’editoriale riserva critiche altrettanto severe alla classe politica. Secondo il giornale canadese, leader come Trudeau contribuirono ad alimentare nell’opinione pubblica la convinzione che fossero stati scoperti i corpi di centinaia di minori, quando una simile conclusione non era stata affatto dimostrata. Ancora oggi, osserva il Globe, la politica canadese non ha chiarito perché affermazioni così categoriche siano state formulate in assenza di prove reali: «A differenza dell’ex premier della Columbia Britannica, morto nel 2024, Trudeau ha ancora la possibilità di correggere il quadro dei fatti. Non l’ha fatto, e non l’ha fatto nemmeno l’attuale governo liberale», è la denuncia del Globe.
Cinque anni dopo Kamloops, insomma, la domanda non è se le scuole residenziali per amerindi abbiano rappresentato una pagina oscura della storia canadese. La domanda, semmai, è un’altra: come è stato possibile che una mera ipotesi venisse trasformata, nel giro di pochi giorni, in una certezza assoluta da media, governi e istituzioni religiose? Ma soprattutto: perché, ad oggi, ancora nessuno è riuscito a chiedere scusa?
Continua a leggereRiduci