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2019-12-02
L’integrazione che funziona:
il patto tra le mafie straniere
In Lombardia l'hanno chiamato «patto di non belligeranza». In Campania è «tolleranza». A Bari lo definiscono «accordo mafioso». Su Palermo parlano di «integrazione criminale e sociale». Le mafie straniere sono ormai ben integrate. E alcune, come quella nigeriana, sono riuscite a scalare così tanto la classifica criminale italiana da entrare nella
top five della mala. E se in Lombardia il «patto di non belligeranza» riguarda tutte le espressioni criminali, si va dagli albanesi in joint venture con i romeni per gestire il business della prostituzione, ai nigeriani che controllano piazzole delle grandi città, ai clan della 'ndrangheta che trafficano in droga, fanno pagare il pizzo alle imprese e riciclano a go go, mentre nel resto dello Stivale gli accordi, di solito, si fanno in due.
Nel capoluogo lombardo è questione di mercato: «È così ampio che ce n'è per tutti», sostiene il tenente colonnello
Piergiorgio Samaja, capo centro a Milano della Direzione investigativa antimafia. Ma è l'unico esempio di relazione paritaria. Il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho ritiene che i gruppi criminali stranieri, compresa la mafia africana, «operino in subappalto rispetto alle mafie nostrane».
«Se la mafia nigeriana entra nel nostro territorio», sostiene il numero uno dell'antimafia, «è evidente che le è consentito dalle mafie già presenti: è da escludere una mafia nigeriana che possa partecipare e operare autonomamente, così come quella albanese. Oggi sono le nostre mafie che comandano, che si dedicano agli affari e che hanno raggiunto un livello superiore». Hanno messo da parte coppola e lupara, insomma. «La mafia nigeriana, invece», afferma
de Raho, «è dedita al traffico di stupefacenti e allo sfruttamento della prostituzione. La mafia albanese fa altrettanto. Le nostre mafie reinvestono e sono le più pericolose perché in modo più insidioso entrano nei mercati e nell'economia. Sono soggetti che non si muovono più con i comportamenti tradizionalmente criminosi ma con comportamenti da industriali, imprenditori, professionisti».
Lo spazio per la manovalanza e per quelli che ormai sono considerati degli affarucci da 'ndrangheta, Cosa nostra e camorra, è stato coperto dagli stranieri. Che pagano per poter stare sul territorio. E che, a quel punto, non solo vengono tollerati, ma anche protetti. Un'integrazione criminale che è arrivata prima di quella sociale. È il caso di Palermo, dove tra gli uomini di Cosa nostra e quelli della mafia di Benin City, Black Axe, Viking ed Eye, sono in sintonia.
C'è un luogo, il mercato di Ballarò, in pieno centro del capoluogo siciliano, in cui i boss della mafia che fecero saltare in aria
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino hanno lasciato il posto ai «don» neri della mala africana. Quella fetta di territorio è cosa loro. E proprio come è accaduto a Cosa Nostra, anche tra i nigeriani sono saltati fuori i collaboratori di giustizia. Sono due, in particolare, quelli che hanno messo in crisi il sistema: Don Emeka e Austine Johnbull. Il primo, tra il 2014 e il 2015, cominciò a spifferare ciò che sapeva dei suoi compari, dopo aver subito un'aggressione per la quale Johnbull fu condannato a 12 anni e 4 mesi per tentato omicidio.
La condanna ha convinto anche
Johnbull a vuotare il sacco. Ed è stato il primo a svelare i riti d'affiliazione e gli affari dei Black Axe. E, altra coincidenza con Cosa nostra, si è meritato il nomignolo di Buscetta della mafia nigeriana. Ormai anche durante i processi lo chiamano così. Ma dalla cupola messa su da Bernardo Provenzano, Totò Riina e Matteo Messina Denaro, la mafia nera nigeriana ha mutuato anche l'organizzazione interna: piramidale. E forse anche per questo motivo si è integrata con più facilità.
In Triveneto, invece, è in atto un altro esperimento: lì, nei territori controllati dalle famiglie di 'ndrangheta emigrate negli anni Ottanta e Novanta, i gruppi albanesi e nigeriani sono accomunati da reciproco rispetto, non solo nell'attività di sfruttamento della prostituzione, ma anche nel traffico di stupefacenti. In particolare, le arterie interne dei centri di Padova, Mestre, Verona, Vicenza, Treviso, Bolzano, Udine e quelle di grande viabilità, che collegano i vari capoluoghi di provincia, sono battute da prostitute nigeriane e albanesi, che operano in territori contigui e senza conflitti.
Fenomeni dello stesso tipo sono stati registrati anche nel Lazio e in Campania. Dove questo meccanismo viene definito dagli analisti come «una inusuale promiscuità». In Campania, d'altra parte, il meccanismo è ben rodato. Castel Volturno, nel Casertano, è l'esempio più noto: lì la mafia nigeriana gestisce in modo autonomo rispetto alla camorra il traffico di droga e piccoli racket. I clan camorristi, poi, a volte sfruttano la collaborazione dei neri per reati minori. A Napoli, addirittura, come ricostruito dal sito web
Stylo24.it, per suggellare definitivamente il patto tra mafia nera e Scissionisti di Secondigliano, i nigeriani hanno affidato in modo illegale un bambino di colore a un componente di spicco degli Scissionisti. Il bimbo pare faccia da garante al patto scellerato chiuso tra la cosca dei ribelli dell'area Nord di Napoli e la mafia siciliana con base a Castel Volturno. Di solito, però, non c'è bisogno di un atto così eclatante. Basta intendersi sugli interessi.
Tra i modelli di cooperazione c'è quello triestino, dove i sodalizi criminali stranieri a volte sono partecipati da pregiudicati italiani. Come nel caso del caporalato: lì prospera una importante comunità di etnia serba, la cui componente criminale è tendenzialmente dedita alla gestione del lavoro nero, in prevalenza nel settore dell'edilizia, attraverso lo sfruttamento della manodopera di operai e manovali provenienti dall'Est Europa. Gli italiani di solito fanno i mediatori tra i datori di lavoro e i caporali serbi.
In Calabria e in Puglia, invece, la mafia tradizionale ha scelto come alleata quella albanese. Relazione che, spiega il procuratore di Catanzaro
Nicola Gratteri, rende le mafie globalizzate. Gratteri ricorda il caso di un trafficante di San Calogero, in provincia di Vibo Valentia, che non aveva pagato una partita di droga ai cartelli colombiani e che è stato intercettato dai terroristi spagnoli dell'Eta. È la prova che varie forme di criminalità collaborano e trovano intese sugli affari comuni.
E tra questi interessi comuni c'è la difficile gestione criminale dei porti. Gioia Tauro, Taranto, Napoli. Lì gli interessi si intrecciano. E le mafie straniere convivono con quelle locali. «In molti casi», scrivono il procuratore aggiunto
Giovanni Russo e il sostituto Cesare Sirignano nell'ultima relazione antimafia al Parlamento, «è stato accertato il pagamento di un quantum da parte delle mafie straniere a quelle tradizionali come riconoscimento della sovranità territoriale, ma il dato non può essere esteso a tutto il territorio nazionale».
C'è poi ancora molto che sfugge agli investigatori. Della mafia nigeriana, sottovalutata per anni, solo oggi si comincia a scoprire qualcosa in più. E il bacio della morte tra mafie straniere e clan tradizionali fa ancora parte della metà oscura del fenomeno criminale.
Boss africano preso a postare sui social le foto del «Padrino»
Il 15 ottobre 2017 è una domenica. In via Siracusa a Caltanissetta c'è uno strano fermento tra i nigeriani. In una piccola casa nascosta nel centro storico entrano ed escono neri in cappellino e scarpe da tennis. Per gli investigatori è un summit della mafia nigeriana. Uno dei pochi che è stato possibile filmare. Un summit importante. Perché oltre alle nuove affiliazioni e alla soluzione delle beghe interne, stando ai racconti dei collaboratori di giustizia, si sarebbe discusso anche delle relazioni con le mafie italiane.
L'inchiesta è stata ribattezzata No fly zone, perché è grazie all'intercettazione di questo sms che in Procura hanno scoperto l'organizzazione del summit: «Tutti gli uccelli devono tornare al nido». Una frase neanche troppo criptica, con la quale Silver Obasuyi, noto nel mondo della mala con il nome Silver Paculty, in quel momento capo del gruppo cultista di Caltanissetta, aveva richiamato gli Eye siciliani a raccolta. E che Silver abbia trovato profonda ispirazione nella mafia siciliana lo dimostrano le immagini di scene del Padrino che aveva postato sul suo profilo Facebook.
«Inizi a dare fastidio quando te la fai con gente più pesante». In questa intercettazione Davide Barberis, classe 1976, di professione personal trainer, indicato come uno dei narcos romani del gruppo di Fabrizio Piscitelli, l'ultrà della Lazio freddato con un colpo di pistola alla nuca il 7 agosto scorso mentre era seduto su una panchina di un parco pubblico della Capitale, parla della mala albanese. Per la Procura antimafia di Roma, Barberis sarebbe legato a doppio filo con Dorian Petoku, luogotenente di Arben Zogu, detto Riccardino. Stando alle ricostruzioni dei magistrati romani, gli albanesi della Capitale erano «al servizio dei napoletani ormai insediati a Roma Nord, tra cui i fratelli Salvatore e Jenny Esposito, facenti capo a Michele Senese». Detto o' Pazzo, Senese viene indicato dalla Dia come il Re del Tuscolano. Per molti è «il capo della camorra a Roma».
Sono loro, i camorristi romani, ad aver siglato il patto dei Balcani. Gli albanesi vengono chiamati «la batteria di Ponte Milvio». E anche se gli albanesi sono suddivisi in quattro o cinque gruppi criminali, c'è una figura carismatica che li tiene insieme: e per gli investigatori è proprio Petoku. Ed è il personaggio che tiene i contatti con i narcotrafficanti sudamericani. Per questo motivo, nelle intercettazioni viene definito uno «pesante».
Il montenegrino Tomislav Pavlovic, invece, sarebbe l'uomo addetto a far superare alla droga i controlli negli aeroporti sudamericani grazie ai suoi contatti sul posto e ad agenti di polizia corrotti. Si reca personalmente in Brasile in un paio di occasioni per organizzare il trasporto della sostanza stupefacente. È un personaggio già apparso nelle indagini su Mafia Capitale e viene definito da Riccardo Brugia, indicato in quell'inchiesta (miseramente fallita in Cassazione) come il braccio destro di Massimo Carminati, come «uno che prende la pistola e spara».
In Puglia, sul Gargano, in provincia di Foggia, invece, la mafia albanese è punto di equilibrio tra i clan locali. «Prima comandava Marco Raduano, gli ho sparato! Mo' voglio comandare io!», dice a sua madre Giovanni Iannoli. Raduano però è rimasto in piedi. E Iannoli continua a raccontare: «No, non è morto... e siamo rivali... prima che ci uccidevano loro a noi, ci abbiamo provato noi e non ci siamo riusciti». Da quel momento il gruppo avvia una trattativa tra mafia garganica e clan albanesi, ricostruito dagli investigatori in un'inchiesta ribattezzata Ultimo avamposto. E alla fine gli albanesi si schierano. Due di loro che, messi di guardia a un carico di droga nascosto in un capannone in località Tomarosso, a Vieste, dove la polizia ha sequestrato 570 chili di marijuana, oltre a una pistola Beretta calibro 9 e a una calibro 7,65 con matricola abrasa, all'irruzione degli investigatori in borghese, pensando che fossero gli uomini di uno dei clan locali si qualificarono: «Siamo amici di Claudio». Il patto era stato siglato. E quel Claudio, per gli investigatori, era Iannoli, ritenuto un elemento di spicco della criminalità viestana.
L'ultimo accordo che vede gli albanesi protagonisti è con la 'ndrangheta. Ed è legato alla gestione del racket a Perugia. Lì, dove le famiglie della Locride ormai controllano il territorio da anni, era arrivato un tizio, che i calabresi chiamavano «lo zio». «Un albanese di Napoli», lo definiscono in una intercettazione, per via degli anni passati in Campania. Un passato che, secondo gli investigatori, gli avrebbe permesso poi a Perugia di fare «da collante» tra le vecchie e le nuove amicizie.
Ed è a Perugia che il cartello si allarga. Tanto da diventare «un laboratorio» internazionale. Gli affari crescono. A due affiliati, uno di Cirò, l'altro di Crotone ma entrambi residenti da anni in Umbria, viene un'idea: dopo aver tirato dentro l'albanese si era creata l'occasione per agganciare anche «l'amico colombiano». D'altra parte, il carattere internazionale della 'ndrangheta è ormai noto. Uno dei boss, in contatto con tale Ervis Lyte, albanese che trafficava armi prodotte in Russia, in una conversazione telefonica dice addirittura che, quando era stato in carcere, riusciva a procurarsi la droga anche lì, «tramite un afgano». Lyte avrebbe venduto in Calabria non solo pistole o fucili. Ma anche gli Sniper e i Tokarev, armi da guerra prodotte ai tempi dell'ex Unione Sovietica e oggi disponibili solo in Albania. Uno dei boss cerca di procurarsele e gli dice al telefono: «Servono veramente giù, giù mi servono veramente».
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I clan nigeriani, albanesi, rumeni, serbi sono ormai consolidati in tutta Italia. La criminalità nostrana si accorda per delegare la manovalanza e tenere gli affari più redditizi. La mappa di un'integrazione che funziona alla grande. Boss africano preso a postare sui social le foto del «Padrino». Le reti delle complicità e i meccanismi di affiliazione scoperti nelle indagini: le bande di immigrati agiscono in «subappalto». Lo speciale comprende due articoli. In Lombardia l'hanno chiamato «patto di non belligeranza». In Campania è «tolleranza». A Bari lo definiscono «accordo mafioso». Su Palermo parlano di «integrazione criminale e sociale». Le mafie straniere sono ormai ben integrate. E alcune, come quella nigeriana, sono riuscite a scalare così tanto la classifica criminale italiana da entrare nella top five della mala. E se in Lombardia il «patto di non belligeranza» riguarda tutte le espressioni criminali, si va dagli albanesi in joint venture con i romeni per gestire il business della prostituzione, ai nigeriani che controllano piazzole delle grandi città, ai clan della 'ndrangheta che trafficano in droga, fanno pagare il pizzo alle imprese e riciclano a go go, mentre nel resto dello Stivale gli accordi, di solito, si fanno in due. Nel capoluogo lombardo è questione di mercato: «È così ampio che ce n'è per tutti», sostiene il tenente colonnello Piergiorgio Samaja, capo centro a Milano della Direzione investigativa antimafia. Ma è l'unico esempio di relazione paritaria. Il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho ritiene che i gruppi criminali stranieri, compresa la mafia africana, «operino in subappalto rispetto alle mafie nostrane».«Se la mafia nigeriana entra nel nostro territorio», sostiene il numero uno dell'antimafia, «è evidente che le è consentito dalle mafie già presenti: è da escludere una mafia nigeriana che possa partecipare e operare autonomamente, così come quella albanese. Oggi sono le nostre mafie che comandano, che si dedicano agli affari e che hanno raggiunto un livello superiore». Hanno messo da parte coppola e lupara, insomma. «La mafia nigeriana, invece», afferma de Raho, «è dedita al traffico di stupefacenti e allo sfruttamento della prostituzione. La mafia albanese fa altrettanto. Le nostre mafie reinvestono e sono le più pericolose perché in modo più insidioso entrano nei mercati e nell'economia. Sono soggetti che non si muovono più con i comportamenti tradizionalmente criminosi ma con comportamenti da industriali, imprenditori, professionisti». Lo spazio per la manovalanza e per quelli che ormai sono considerati degli affarucci da 'ndrangheta, Cosa nostra e camorra, è stato coperto dagli stranieri. Che pagano per poter stare sul territorio. E che, a quel punto, non solo vengono tollerati, ma anche protetti. Un'integrazione criminale che è arrivata prima di quella sociale. È il caso di Palermo, dove tra gli uomini di Cosa nostra e quelli della mafia di Benin City, Black Axe, Viking ed Eye, sono in sintonia. C'è un luogo, il mercato di Ballarò, in pieno centro del capoluogo siciliano, in cui i boss della mafia che fecero saltare in aria Giovanni Falcone e Paolo Borsellino hanno lasciato il posto ai «don» neri della mala africana. Quella fetta di territorio è cosa loro. E proprio come è accaduto a Cosa Nostra, anche tra i nigeriani sono saltati fuori i collaboratori di giustizia. Sono due, in particolare, quelli che hanno messo in crisi il sistema: Don Emeka e Austine Johnbull. Il primo, tra il 2014 e il 2015, cominciò a spifferare ciò che sapeva dei suoi compari, dopo aver subito un'aggressione per la quale Johnbull fu condannato a 12 anni e 4 mesi per tentato omicidio.La condanna ha convinto anche Johnbull a vuotare il sacco. Ed è stato il primo a svelare i riti d'affiliazione e gli affari dei Black Axe. E, altra coincidenza con Cosa nostra, si è meritato il nomignolo di Buscetta della mafia nigeriana. Ormai anche durante i processi lo chiamano così. Ma dalla cupola messa su da Bernardo Provenzano, Totò Riina e Matteo Messina Denaro, la mafia nera nigeriana ha mutuato anche l'organizzazione interna: piramidale. E forse anche per questo motivo si è integrata con più facilità. In Triveneto, invece, è in atto un altro esperimento: lì, nei territori controllati dalle famiglie di 'ndrangheta emigrate negli anni Ottanta e Novanta, i gruppi albanesi e nigeriani sono accomunati da reciproco rispetto, non solo nell'attività di sfruttamento della prostituzione, ma anche nel traffico di stupefacenti. In particolare, le arterie interne dei centri di Padova, Mestre, Verona, Vicenza, Treviso, Bolzano, Udine e quelle di grande viabilità, che collegano i vari capoluoghi di provincia, sono battute da prostitute nigeriane e albanesi, che operano in territori contigui e senza conflitti. Fenomeni dello stesso tipo sono stati registrati anche nel Lazio e in Campania. Dove questo meccanismo viene definito dagli analisti come «una inusuale promiscuità». In Campania, d'altra parte, il meccanismo è ben rodato. Castel Volturno, nel Casertano, è l'esempio più noto: lì la mafia nigeriana gestisce in modo autonomo rispetto alla camorra il traffico di droga e piccoli racket. I clan camorristi, poi, a volte sfruttano la collaborazione dei neri per reati minori. A Napoli, addirittura, come ricostruito dal sito web Stylo24.it, per suggellare definitivamente il patto tra mafia nera e Scissionisti di Secondigliano, i nigeriani hanno affidato in modo illegale un bambino di colore a un componente di spicco degli Scissionisti. Il bimbo pare faccia da garante al patto scellerato chiuso tra la cosca dei ribelli dell'area Nord di Napoli e la mafia siciliana con base a Castel Volturno. Di solito, però, non c'è bisogno di un atto così eclatante. Basta intendersi sugli interessi. Tra i modelli di cooperazione c'è quello triestino, dove i sodalizi criminali stranieri a volte sono partecipati da pregiudicati italiani. Come nel caso del caporalato: lì prospera una importante comunità di etnia serba, la cui componente criminale è tendenzialmente dedita alla gestione del lavoro nero, in prevalenza nel settore dell'edilizia, attraverso lo sfruttamento della manodopera di operai e manovali provenienti dall'Est Europa. Gli italiani di solito fanno i mediatori tra i datori di lavoro e i caporali serbi. In Calabria e in Puglia, invece, la mafia tradizionale ha scelto come alleata quella albanese. Relazione che, spiega il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, rende le mafie globalizzate. Gratteri ricorda il caso di un trafficante di San Calogero, in provincia di Vibo Valentia, che non aveva pagato una partita di droga ai cartelli colombiani e che è stato intercettato dai terroristi spagnoli dell'Eta. È la prova che varie forme di criminalità collaborano e trovano intese sugli affari comuni. E tra questi interessi comuni c'è la difficile gestione criminale dei porti. Gioia Tauro, Taranto, Napoli. Lì gli interessi si intrecciano. E le mafie straniere convivono con quelle locali. «In molti casi», scrivono il procuratore aggiunto Giovanni Russo e il sostituto Cesare Sirignano nell'ultima relazione antimafia al Parlamento, «è stato accertato il pagamento di un quantum da parte delle mafie straniere a quelle tradizionali come riconoscimento della sovranità territoriale, ma il dato non può essere esteso a tutto il territorio nazionale». C'è poi ancora molto che sfugge agli investigatori. Della mafia nigeriana, sottovalutata per anni, solo oggi si comincia a scoprire qualcosa in più. 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Perché oltre alle nuove affiliazioni e alla soluzione delle beghe interne, stando ai racconti dei collaboratori di giustizia, si sarebbe discusso anche delle relazioni con le mafie italiane. L'inchiesta è stata ribattezzata No fly zone, perché è grazie all'intercettazione di questo sms che in Procura hanno scoperto l'organizzazione del summit: «Tutti gli uccelli devono tornare al nido». Una frase neanche troppo criptica, con la quale Silver Obasuyi, noto nel mondo della mala con il nome Silver Paculty, in quel momento capo del gruppo cultista di Caltanissetta, aveva richiamato gli Eye siciliani a raccolta. E che Silver abbia trovato profonda ispirazione nella mafia siciliana lo dimostrano le immagini di scene del Padrino che aveva postato sul suo profilo Facebook. «Inizi a dare fastidio quando te la fai con gente più pesante». In questa intercettazione Davide Barberis, classe 1976, di professione personal trainer, indicato come uno dei narcos romani del gruppo di Fabrizio Piscitelli, l'ultrà della Lazio freddato con un colpo di pistola alla nuca il 7 agosto scorso mentre era seduto su una panchina di un parco pubblico della Capitale, parla della mala albanese. Per la Procura antimafia di Roma, Barberis sarebbe legato a doppio filo con Dorian Petoku, luogotenente di Arben Zogu, detto Riccardino. Stando alle ricostruzioni dei magistrati romani, gli albanesi della Capitale erano «al servizio dei napoletani ormai insediati a Roma Nord, tra cui i fratelli Salvatore e Jenny Esposito, facenti capo a Michele Senese». Detto o' Pazzo, Senese viene indicato dalla Dia come il Re del Tuscolano. Per molti è «il capo della camorra a Roma». Sono loro, i camorristi romani, ad aver siglato il patto dei Balcani. Gli albanesi vengono chiamati «la batteria di Ponte Milvio». E anche se gli albanesi sono suddivisi in quattro o cinque gruppi criminali, c'è una figura carismatica che li tiene insieme: e per gli investigatori è proprio Petoku. Ed è il personaggio che tiene i contatti con i narcotrafficanti sudamericani. Per questo motivo, nelle intercettazioni viene definito uno «pesante». Il montenegrino Tomislav Pavlovic, invece, sarebbe l'uomo addetto a far superare alla droga i controlli negli aeroporti sudamericani grazie ai suoi contatti sul posto e ad agenti di polizia corrotti. Si reca personalmente in Brasile in un paio di occasioni per organizzare il trasporto della sostanza stupefacente. È un personaggio già apparso nelle indagini su Mafia Capitale e viene definito da Riccardo Brugia, indicato in quell'inchiesta (miseramente fallita in Cassazione) come il braccio destro di Massimo Carminati, come «uno che prende la pistola e spara». In Puglia, sul Gargano, in provincia di Foggia, invece, la mafia albanese è punto di equilibrio tra i clan locali. «Prima comandava Marco Raduano, gli ho sparato! Mo' voglio comandare io!», dice a sua madre Giovanni Iannoli. Raduano però è rimasto in piedi. E Iannoli continua a raccontare: «No, non è morto... e siamo rivali... prima che ci uccidevano loro a noi, ci abbiamo provato noi e non ci siamo riusciti». Da quel momento il gruppo avvia una trattativa tra mafia garganica e clan albanesi, ricostruito dagli investigatori in un'inchiesta ribattezzata Ultimo avamposto. E alla fine gli albanesi si schierano. Due di loro che, messi di guardia a un carico di droga nascosto in un capannone in località Tomarosso, a Vieste, dove la polizia ha sequestrato 570 chili di marijuana, oltre a una pistola Beretta calibro 9 e a una calibro 7,65 con matricola abrasa, all'irruzione degli investigatori in borghese, pensando che fossero gli uomini di uno dei clan locali si qualificarono: «Siamo amici di Claudio». Il patto era stato siglato. E quel Claudio, per gli investigatori, era Iannoli, ritenuto un elemento di spicco della criminalità viestana. L'ultimo accordo che vede gli albanesi protagonisti è con la 'ndrangheta. Ed è legato alla gestione del racket a Perugia. Lì, dove le famiglie della Locride ormai controllano il territorio da anni, era arrivato un tizio, che i calabresi chiamavano «lo zio». «Un albanese di Napoli», lo definiscono in una intercettazione, per via degli anni passati in Campania. Un passato che, secondo gli investigatori, gli avrebbe permesso poi a Perugia di fare «da collante» tra le vecchie e le nuove amicizie. Ed è a Perugia che il cartello si allarga. Tanto da diventare «un laboratorio» internazionale. Gli affari crescono. A due affiliati, uno di Cirò, l'altro di Crotone ma entrambi residenti da anni in Umbria, viene un'idea: dopo aver tirato dentro l'albanese si era creata l'occasione per agganciare anche «l'amico colombiano». D'altra parte, il carattere internazionale della 'ndrangheta è ormai noto. Uno dei boss, in contatto con tale Ervis Lyte, albanese che trafficava armi prodotte in Russia, in una conversazione telefonica dice addirittura che, quando era stato in carcere, riusciva a procurarsi la droga anche lì, «tramite un afgano». Lyte avrebbe venduto in Calabria non solo pistole o fucili. Ma anche gli Sniper e i Tokarev, armi da guerra prodotte ai tempi dell'ex Unione Sovietica e oggi disponibili solo in Albania. Uno dei boss cerca di procurarsele e gli dice al telefono: «Servono veramente giù, giù mi servono veramente».
Un palazzo colpito dall'attacco dei droni ucraini su Mosca (Ansa)
La rappresaglia segue il massiccio raid russo sulla capitale ucraina giovedì, in cui sono state uccise 24 persone. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che già giovedì aveva promesso una reazione, ieri ha commentato: «Le nostre risposte al prolungamento della guerra da parte della Russia e agli attacchi contro le nostre città e comunità sono del tutto giustificate». E con «i droni che hanno raggiunto la regione di Mosca», il messaggio lanciato alla Russia è che «il Paese deve porre fine alla guerra». Il leader di Kiev, ringraziando «l’Sbu (Servizio di sicurezza ucraino, ndr) e tutte le forze di Difesa per la loro precisione», ha anche ricordato la serie di attacchi subiti dall’Ucraina. «Questa settimana (la scorsa settimana, ndr) i russi hanno lanciato contro l’Ucraina oltre 3.170 droni d’attacco, più di 1.300 bombe aeree guidate e 74 missili di vario tipo. Molti edifici residenziali e altre infrastrutture civili sono stati colpiti. Purtroppo, 52 persone sono rimaste uccise a seguito degli attacchi».
I numeri degli attacchi di ieri sulla Russia sono stati invece resi noti dal ministero della Difesa russo: sono stati abbattuti 556 velivoli senza pilota nella notte, tra le 22 e le 7; mentre altri 30 sono stati intercettati nella mattinata, le 7 e le 9. Oltre alla Crimea annessa, al Mar Nero e al Mar d’Azov, sono state 14 le regioni russe coinvolte dai raid. Particolarmente bersagliata è stata Mosca, con gli attacchi che hanno danneggiato diverse abitazioni e infrastrutture. Il sindaco Sergey Sobyanin, stando a quanto riferito dalla Tass, ha comunicato che la difesa aerea ha distrutto oltre 120 droni diretti nella capitale. Il bilancio è di quattro morti: tre nella periferia di Mosca e una nella regione di Belgorod. E con gli allarmi in corso, le prime restrizioni hanno coinvolto gli aeroporti e i voli diretti nella capitale russa: 51 aerei sono stati dirottati verso altre destinazioni, mentre 32 voli in partenza sono stati rimandati. Anche una linea ferroviaria sarebbe stata danneggiata in un sobborgo di Mosca.
Sono diversi i video che testimoniano gli attacchi: in uno si vede un velivolo senza pilota schiantarsi contro un edificio; un altro mostra un drone colpire un condominio a Krasnogorsk, un sobborgo di Mosca. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha invece condiviso su X un filmato che conferma l’attacco alla raffineria di Kapotnya, nella regione di Mosca. Ed è qui che, secondo Sobyanin, sono state ferite 12 persone, «per lo più operai».
Nel rendere noti i principali target, il ministero della Difesa ucraino ha dichiarato che «la guerra sta tornando da dove è venuta». A fare l’elenco dei bersagli è stato il Servizio di sicurezza ucraino: «Nella regione di Mosca sono stati colpiti lo stabilimento Angstrom, che fornisce semiconduttori al complesso militare-industriale della Federazione Russa ed è soggetto a sanzioni statunitensi; la raffineria di Mosca; la stazione di pompaggio petrolifera Sonechnogorskaya; la stazione di pompaggio del petrolio Volodarskoe». Invece «nella Crimea temporaneamente occupata» sono state attaccate «le infrastrutture e i sistemi di difesa aerea della base aerea militare di «Belbek», in particolare: il sistema antiaereo Pantsir-S2; l’hangar con radar per il sistema S-400; il sistema di controllo droni Orion e la stazione di controllo droni a terra Forpost; una stazione di trasmissione dati terra-aria; la torre di controllo e l’hangar presso l’aeroporto Belbek».
Dall’altra parte, nella notte, le difese ucraine, su 287 droni lanciati dalla Russia, ne hanno intercettati 279. A seguito dei raid sono scoppiati alcuni incendi a Dnipro, mentre a Kharkiv a essere stati danneggiati sono stati alcuni edifici residenziali, le automobili e l’illuminazione pubblica.
Un elemento che aggiunge ulteriore tensione è la minaccia che intravede Zelensky all’orizzonte. Ha infatti confermato che «i russi hanno semplificato l’accesso alla cittadinanza per le persone originarie» della Transnistria, la regione separatista filorussa della Moldavia. Lo scopo sarebbe «non solo di cercare nuovi soldati» visto che «la cittadinanza comporta anche l’obbligo militare», ma pure «il modo della Russia di rivendicare il territorio della Transnistria».
Il leader di Kiev ha continuato intanto ad avanzare richieste all’Europa. Su X ha scritto infatti che serve «una maggiore protezione», dunque «l’iniziativa Purl e gli ulteriori contributi per i missili antibalistici sono fondamentali. Ed è altrettanto importante lavorare in Europa per una protezione congiunta contro i missili balistici». Dall’altra parte invece Mosca ha commentato positivamente l’eventuale apertura del dialogo tra la Russia e l’Ue. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov ha affermato che tale iniziativa è «negli interessi della Russia», specificando però che Mosca «non ha avviato la fine del dialogo con l’Europa». Ha però aggiunto che se i leader europei vogliono sul serio parlare con il presidente russo, Vladimir Putin, «possono telefonargli». Peskov ha poi confermato che l’Alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, non può svolgere un ruolo da mediatore sulla fine del conflitto: «Non è nell’interesse di Kallas, fare la negoziatrice». Anche perché «non sarà facile per lei» visto che «Putin ha detto che potrebbe essere chiunque non abbia detto cose negative».
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Luca Signorelli con Sergio Mattarella e Giorgia Meloni (Ansa)
«L’Italia non è morta, c’è ancora». Sono le parole di Luca Signorelli, l’eroe di Modena che fermando l’aggressore, con il suo coraggioso gesto, è riuscito a far scorgere un po’ di bellezza anche all’interno di una tragedia come questa. Lo ha colto subito il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ieri incontrandolo a Modena lo ha stretto in un abbraccio. «Ciò che rende eroica una persona normale è l’istante in cui il cuore sceglie di fare il bene, anche quando questo comporta un rischio. Gli eroi, in fondo, non sono persone straordinarie: sono uomini e donne comuni che, in un momento decisivo, mettono ciò che è giusto davanti a sé stessi. Ed è proprio in quella scelta, così umana e così luminosa, che una vita normale diventa esempio e lascia un segno destinato a restare. Grazie Luca» ha scritto il premier sui social. Meloni ieri sarebbe dovuta essere a Cipro ma presto al mattino ha deciso di annullare tutto e di unirsi al presidente della Repubblica Sergio Mattarella in visita dai feriti per mostrare vicinanza.
È anche ai medici che Mattarella e Meloni mostrano sincera gratitudine recandosi prima nell’ospedale di Modena e poi in quello di Bologna.
In entrambe le strutture hanno incontrato l’equipe dei medici che assistono i feriti, il personale del 118 e i familiari dei feriti presenti all’ospedale. «È stata una prova di integrazione di diversi comportamenti numerosi, ma tutti perfettamente integrati e coordinati», ha detto il presidente della Repubblica parlando dei soccorsi con il personale evidenziando l’ottima capacità di dialogo tra il Baggiovara di Modena e il Maggiore di Bologna. «Grazie per quello che fate in questa circostanza drammatica ma anche abitualmente» ha detto il capo dello Stato, aggiungendo: «Siamo consapevoli di ciò che fate ogni giorno». Parole riferite, in quanto le visite di presidente e premier si sono intrattenute in formula esclusivamente privata. A Modena hanno visitato, oltre i ai familiari dei feriti, anche i due coniugi investiti insieme. Per il presidente dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale la visita di Mattarella e Meloni «fa piacere a tutta la comunità modenese ed emiliano-romagnola ed è un segnale di unità nazionale».
«Vogliamo ringraziare il presidente della Repubblica e la presidente Meloni per essere venuti insieme, un segnale molto importante di vicinanza ai familiari e alle vittime di questa tremenda tragedia che è avvenuta a Modena». Così il sindaco di Bologna Matteo Lepore accogliendo le due autorità.
Anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ieri si è recato a Modena ma per andare in prefettura. Lì si è espresso anche sul merito della tragedia. «Non c’è stato poliziotto, operatore sanitario o non so chi altri che non abbia saputo dimostrare in una circostanza del genere, tragica e complicatissima, una capacità di reazione di cui in qualche modo possiamo essere orgogliosi» ha spiegato elogiando in primis la «reazione corale ed efficace dei cittadini». L’episodio per il ministro è frutto di una «situazione di disagio psichiatrico, anche se», ha subito puntualizzato, «non cambia la tragicità degli effetti per quello che è successo». Piantedosi ha anche sottolineato: «Ci conforta che non c’era nulla che ci fosse sfuggito dal punto di vista della prevenzione antiterrorismo, questo lo voglio dire perché la città deve stare tranquilla da questo punto di vista». Insomma per il ministro «l’episodio è stato drammatico, tragico, importante, le istituzioni però hanno reagito».
Commenta poi le parole del vicepremier e segretario della Lega Matteo Salvini che ha «dato mandato a un gruppo di giuristi di rifinire le proposte sulla sicurezza presentate nei giorni scorsi dalle europarlamentari del suo partito, a partire dalla revoca del permesso di soggiorno agli stranieri che commettono reati, con immediata espulsione».
«Col ministro Salvini ho lavorato e credo che con i fatti abbia dimostrato di condividere questa attenzione per certi fenomeni, una gestione più sostenibile dell’immigrazione irregolare o dell’immigrazione in generale per motivi di sicurezza. Qui però è un’altra cosa. Stiamo parlando di altro» ha ribattuto Piantedosi.
Ad ogni modo la Lega e il gruppo dei Patrioti al Parlamento europeo hanno chiesto di discutere i fatti di Modena in aula a Strasburgo. Domani gli europarlamentari leghisti domanderanno al presidente del Parlamento Roberta Metsola di aggiungere ai temi della plenaria di Strasburgo il dibattito sugli «attacchi terroristici di Modena: necessità urgente degli Stati membri di intensificare le misure contro l’islamismo domestico e di rendere più stringenti i criteri di rilascio delle cittadinanze». Furiose le opposizioni che hanno accusato Salvini di «speculare sulla tragedia di Modena». Per il vicepremier «le seconde generazioni che rifiutano la lingua, la cultura, la tradizione e soprattutto la legge del nostro Paese non sono un’opportunità ma un problema». E poi: «Se la fiducia viene meno e tu commetti un reato grave un Paese serio ti revoca il permesso di soggiorno, la cittadinanza e ti espelle immediatamente. È legittima difesa».
«Ho soccorso col laccio emostatico»
La procedura, quando ci sono di mezzo le forze speciali, è sempre la stessa. Puoi parlarci a patto di non rivelare la loro identità. Perfino quando salvano delle persone non puoi svelare il loro nome e cognome. Sono le regole. E, per parlare con gli uomini del Nono col Moschin, bisogna accettarle. «A breve ti passeremo l’ufficiale che ha messo il tourniquet alla signora che è stata falciata a Modena», ci dicono. «Potrai chiamarlo Stefano». E così faremo.
Quando si collega, Stefano ha una voce calma. Non facciamo in tempo a porgli la prima domanda che inizia a raccontare: «Sabato mi trovavo in centro a Modena perché ero in licenza. Volevo raggiungere un negozio e stavo percorrendo via Emilia verso largo Garibaldi. Già all’altezza di corso Canal grande, però, ho cominciato a vedere moltissima gente e pensavo ci fosse un qualche tipo intrattenimento». Immagina ci sia qualcuno che balli la break dance o un cantante in grado di affascinare il suo pubblico. Cambia strada e decide di andare a vedere ciò che sta accadendo. Arrivato, però, trova uno spettacolo molto diverso da ciò che si aspettava: «Non appena ho iniziato ad avvicinarmi, ho cominciato a veder persone scioccate che urlavano e una signora che aveva perso le gambe».
La macchina dell’aspirante killer, mezza distrutta, è ancora lì quando arriva Stefano. «La signora aveva le gambe amputate. Non erano tranciate di netto ma erano sbrandellate. Fortunatamente, per deformazione professionale, avevo con me un tourniquet (un laccio emostatico che va stretto attorno agli arti, ndr). Ho buttato a terra lo zaino, ho preso questo strumento, l’ho messo sulla gamba sinistra della signora e ho cominciato a stringere. Io mi occupavo della sua gamba sinistra. Per la destra, invece, c’era un paramedico che era riuscito a recuperare delle cinture di pantaloni per provare a bloccare l’emorragia». Sono pochi minuti che però sembrano durare un’eternità. L’ufficiale del Nono termina di medicare la donna, si sposta di qualche passo e rialza la testa. «Non appena l’ho fatto ho visto gli altri feriti». Tra questi gli appare anche Luca Signorelli, l’uomo che per primo è riuscito a fermare Salim El Koudri: «Anche lui urlava perché era stato aggredito».
Dopo aver applicato il tourniquet, Stefano chiama i soccorsi: «Li ho aspettati insieme alle altre persone che erano intervenute insieme a me. Anche se ci hanno raggiunto in fretta sembrava che non dovessero arrivare mai».
Un eroe? Certo. Eppure Stefano si schermisce: «Come militare dell’esercito italiano sono abituato a gestire queste cose. Mi porto sempre dietro il tourniquet sperando che non serva e, soprattutto, prego il Signore che io sia in grado di usarlo in ogni contesto. Tutto è figlio dell’addestramento e noi del Nono col Moschin ne facciamo tanto, soprattutto per quando riguarda gli scenari medic. Credo che la preparazione che mi è stata fornita abbia fatto la differenza».
Dopo l’intervento di sabato, Stefano ha mangiato poco e, forse, ha dormito ancora meno: «Ho pensato tutto il tempo a quella signora, se sarebbe riuscita a salvarsi oppure no». Cosa resta di tutto questo? «La speranza che la persona si salvi e che il mio caso è la dimostrazione che la nostra forza armata c’è sempre. Lo diciamo ma è importante anche dimostrarlo. Io, come tanti altri militari come me in altre situazioni, c’ero». Lo ringraziamo per l’intervista e per l’intervento di sabato: «Non c’è bisogno di dire “grazie”. Per me, e per chiunque è al servizio dello Stato, è una cosa normale».
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