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2019-12-02
L’integrazione che funziona:
il patto tra le mafie straniere
In Lombardia l'hanno chiamato «patto di non belligeranza». In Campania è «tolleranza». A Bari lo definiscono «accordo mafioso». Su Palermo parlano di «integrazione criminale e sociale». Le mafie straniere sono ormai ben integrate. E alcune, come quella nigeriana, sono riuscite a scalare così tanto la classifica criminale italiana da entrare nella
top five della mala. E se in Lombardia il «patto di non belligeranza» riguarda tutte le espressioni criminali, si va dagli albanesi in joint venture con i romeni per gestire il business della prostituzione, ai nigeriani che controllano piazzole delle grandi città, ai clan della 'ndrangheta che trafficano in droga, fanno pagare il pizzo alle imprese e riciclano a go go, mentre nel resto dello Stivale gli accordi, di solito, si fanno in due.
Nel capoluogo lombardo è questione di mercato: «È così ampio che ce n'è per tutti», sostiene il tenente colonnello
Piergiorgio Samaja, capo centro a Milano della Direzione investigativa antimafia. Ma è l'unico esempio di relazione paritaria. Il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho ritiene che i gruppi criminali stranieri, compresa la mafia africana, «operino in subappalto rispetto alle mafie nostrane».
«Se la mafia nigeriana entra nel nostro territorio», sostiene il numero uno dell'antimafia, «è evidente che le è consentito dalle mafie già presenti: è da escludere una mafia nigeriana che possa partecipare e operare autonomamente, così come quella albanese. Oggi sono le nostre mafie che comandano, che si dedicano agli affari e che hanno raggiunto un livello superiore». Hanno messo da parte coppola e lupara, insomma. «La mafia nigeriana, invece», afferma
de Raho, «è dedita al traffico di stupefacenti e allo sfruttamento della prostituzione. La mafia albanese fa altrettanto. Le nostre mafie reinvestono e sono le più pericolose perché in modo più insidioso entrano nei mercati e nell'economia. Sono soggetti che non si muovono più con i comportamenti tradizionalmente criminosi ma con comportamenti da industriali, imprenditori, professionisti».
Lo spazio per la manovalanza e per quelli che ormai sono considerati degli affarucci da 'ndrangheta, Cosa nostra e camorra, è stato coperto dagli stranieri. Che pagano per poter stare sul territorio. E che, a quel punto, non solo vengono tollerati, ma anche protetti. Un'integrazione criminale che è arrivata prima di quella sociale. È il caso di Palermo, dove tra gli uomini di Cosa nostra e quelli della mafia di Benin City, Black Axe, Viking ed Eye, sono in sintonia.
C'è un luogo, il mercato di Ballarò, in pieno centro del capoluogo siciliano, in cui i boss della mafia che fecero saltare in aria
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino hanno lasciato il posto ai «don» neri della mala africana. Quella fetta di territorio è cosa loro. E proprio come è accaduto a Cosa Nostra, anche tra i nigeriani sono saltati fuori i collaboratori di giustizia. Sono due, in particolare, quelli che hanno messo in crisi il sistema: Don Emeka e Austine Johnbull. Il primo, tra il 2014 e il 2015, cominciò a spifferare ciò che sapeva dei suoi compari, dopo aver subito un'aggressione per la quale Johnbull fu condannato a 12 anni e 4 mesi per tentato omicidio.
La condanna ha convinto anche
Johnbull a vuotare il sacco. Ed è stato il primo a svelare i riti d'affiliazione e gli affari dei Black Axe. E, altra coincidenza con Cosa nostra, si è meritato il nomignolo di Buscetta della mafia nigeriana. Ormai anche durante i processi lo chiamano così. Ma dalla cupola messa su da Bernardo Provenzano, Totò Riina e Matteo Messina Denaro, la mafia nera nigeriana ha mutuato anche l'organizzazione interna: piramidale. E forse anche per questo motivo si è integrata con più facilità.
In Triveneto, invece, è in atto un altro esperimento: lì, nei territori controllati dalle famiglie di 'ndrangheta emigrate negli anni Ottanta e Novanta, i gruppi albanesi e nigeriani sono accomunati da reciproco rispetto, non solo nell'attività di sfruttamento della prostituzione, ma anche nel traffico di stupefacenti. In particolare, le arterie interne dei centri di Padova, Mestre, Verona, Vicenza, Treviso, Bolzano, Udine e quelle di grande viabilità, che collegano i vari capoluoghi di provincia, sono battute da prostitute nigeriane e albanesi, che operano in territori contigui e senza conflitti.
Fenomeni dello stesso tipo sono stati registrati anche nel Lazio e in Campania. Dove questo meccanismo viene definito dagli analisti come «una inusuale promiscuità». In Campania, d'altra parte, il meccanismo è ben rodato. Castel Volturno, nel Casertano, è l'esempio più noto: lì la mafia nigeriana gestisce in modo autonomo rispetto alla camorra il traffico di droga e piccoli racket. I clan camorristi, poi, a volte sfruttano la collaborazione dei neri per reati minori. A Napoli, addirittura, come ricostruito dal sito web
Stylo24.it, per suggellare definitivamente il patto tra mafia nera e Scissionisti di Secondigliano, i nigeriani hanno affidato in modo illegale un bambino di colore a un componente di spicco degli Scissionisti. Il bimbo pare faccia da garante al patto scellerato chiuso tra la cosca dei ribelli dell'area Nord di Napoli e la mafia siciliana con base a Castel Volturno. Di solito, però, non c'è bisogno di un atto così eclatante. Basta intendersi sugli interessi.
Tra i modelli di cooperazione c'è quello triestino, dove i sodalizi criminali stranieri a volte sono partecipati da pregiudicati italiani. Come nel caso del caporalato: lì prospera una importante comunità di etnia serba, la cui componente criminale è tendenzialmente dedita alla gestione del lavoro nero, in prevalenza nel settore dell'edilizia, attraverso lo sfruttamento della manodopera di operai e manovali provenienti dall'Est Europa. Gli italiani di solito fanno i mediatori tra i datori di lavoro e i caporali serbi.
In Calabria e in Puglia, invece, la mafia tradizionale ha scelto come alleata quella albanese. Relazione che, spiega il procuratore di Catanzaro
Nicola Gratteri, rende le mafie globalizzate. Gratteri ricorda il caso di un trafficante di San Calogero, in provincia di Vibo Valentia, che non aveva pagato una partita di droga ai cartelli colombiani e che è stato intercettato dai terroristi spagnoli dell'Eta. È la prova che varie forme di criminalità collaborano e trovano intese sugli affari comuni.
E tra questi interessi comuni c'è la difficile gestione criminale dei porti. Gioia Tauro, Taranto, Napoli. Lì gli interessi si intrecciano. E le mafie straniere convivono con quelle locali. «In molti casi», scrivono il procuratore aggiunto
Giovanni Russo e il sostituto Cesare Sirignano nell'ultima relazione antimafia al Parlamento, «è stato accertato il pagamento di un quantum da parte delle mafie straniere a quelle tradizionali come riconoscimento della sovranità territoriale, ma il dato non può essere esteso a tutto il territorio nazionale».
C'è poi ancora molto che sfugge agli investigatori. Della mafia nigeriana, sottovalutata per anni, solo oggi si comincia a scoprire qualcosa in più. E il bacio della morte tra mafie straniere e clan tradizionali fa ancora parte della metà oscura del fenomeno criminale.
Boss africano preso a postare sui social le foto del «Padrino»
Il 15 ottobre 2017 è una domenica. In via Siracusa a Caltanissetta c'è uno strano fermento tra i nigeriani. In una piccola casa nascosta nel centro storico entrano ed escono neri in cappellino e scarpe da tennis. Per gli investigatori è un summit della mafia nigeriana. Uno dei pochi che è stato possibile filmare. Un summit importante. Perché oltre alle nuove affiliazioni e alla soluzione delle beghe interne, stando ai racconti dei collaboratori di giustizia, si sarebbe discusso anche delle relazioni con le mafie italiane.
L'inchiesta è stata ribattezzata No fly zone, perché è grazie all'intercettazione di questo sms che in Procura hanno scoperto l'organizzazione del summit: «Tutti gli uccelli devono tornare al nido». Una frase neanche troppo criptica, con la quale Silver Obasuyi, noto nel mondo della mala con il nome Silver Paculty, in quel momento capo del gruppo cultista di Caltanissetta, aveva richiamato gli Eye siciliani a raccolta. E che Silver abbia trovato profonda ispirazione nella mafia siciliana lo dimostrano le immagini di scene del Padrino che aveva postato sul suo profilo Facebook.
«Inizi a dare fastidio quando te la fai con gente più pesante». In questa intercettazione Davide Barberis, classe 1976, di professione personal trainer, indicato come uno dei narcos romani del gruppo di Fabrizio Piscitelli, l'ultrà della Lazio freddato con un colpo di pistola alla nuca il 7 agosto scorso mentre era seduto su una panchina di un parco pubblico della Capitale, parla della mala albanese. Per la Procura antimafia di Roma, Barberis sarebbe legato a doppio filo con Dorian Petoku, luogotenente di Arben Zogu, detto Riccardino. Stando alle ricostruzioni dei magistrati romani, gli albanesi della Capitale erano «al servizio dei napoletani ormai insediati a Roma Nord, tra cui i fratelli Salvatore e Jenny Esposito, facenti capo a Michele Senese». Detto o' Pazzo, Senese viene indicato dalla Dia come il Re del Tuscolano. Per molti è «il capo della camorra a Roma».
Sono loro, i camorristi romani, ad aver siglato il patto dei Balcani. Gli albanesi vengono chiamati «la batteria di Ponte Milvio». E anche se gli albanesi sono suddivisi in quattro o cinque gruppi criminali, c'è una figura carismatica che li tiene insieme: e per gli investigatori è proprio Petoku. Ed è il personaggio che tiene i contatti con i narcotrafficanti sudamericani. Per questo motivo, nelle intercettazioni viene definito uno «pesante».
Il montenegrino Tomislav Pavlovic, invece, sarebbe l'uomo addetto a far superare alla droga i controlli negli aeroporti sudamericani grazie ai suoi contatti sul posto e ad agenti di polizia corrotti. Si reca personalmente in Brasile in un paio di occasioni per organizzare il trasporto della sostanza stupefacente. È un personaggio già apparso nelle indagini su Mafia Capitale e viene definito da Riccardo Brugia, indicato in quell'inchiesta (miseramente fallita in Cassazione) come il braccio destro di Massimo Carminati, come «uno che prende la pistola e spara».
In Puglia, sul Gargano, in provincia di Foggia, invece, la mafia albanese è punto di equilibrio tra i clan locali. «Prima comandava Marco Raduano, gli ho sparato! Mo' voglio comandare io!», dice a sua madre Giovanni Iannoli. Raduano però è rimasto in piedi. E Iannoli continua a raccontare: «No, non è morto... e siamo rivali... prima che ci uccidevano loro a noi, ci abbiamo provato noi e non ci siamo riusciti». Da quel momento il gruppo avvia una trattativa tra mafia garganica e clan albanesi, ricostruito dagli investigatori in un'inchiesta ribattezzata Ultimo avamposto. E alla fine gli albanesi si schierano. Due di loro che, messi di guardia a un carico di droga nascosto in un capannone in località Tomarosso, a Vieste, dove la polizia ha sequestrato 570 chili di marijuana, oltre a una pistola Beretta calibro 9 e a una calibro 7,65 con matricola abrasa, all'irruzione degli investigatori in borghese, pensando che fossero gli uomini di uno dei clan locali si qualificarono: «Siamo amici di Claudio». Il patto era stato siglato. E quel Claudio, per gli investigatori, era Iannoli, ritenuto un elemento di spicco della criminalità viestana.
L'ultimo accordo che vede gli albanesi protagonisti è con la 'ndrangheta. Ed è legato alla gestione del racket a Perugia. Lì, dove le famiglie della Locride ormai controllano il territorio da anni, era arrivato un tizio, che i calabresi chiamavano «lo zio». «Un albanese di Napoli», lo definiscono in una intercettazione, per via degli anni passati in Campania. Un passato che, secondo gli investigatori, gli avrebbe permesso poi a Perugia di fare «da collante» tra le vecchie e le nuove amicizie.
Ed è a Perugia che il cartello si allarga. Tanto da diventare «un laboratorio» internazionale. Gli affari crescono. A due affiliati, uno di Cirò, l'altro di Crotone ma entrambi residenti da anni in Umbria, viene un'idea: dopo aver tirato dentro l'albanese si era creata l'occasione per agganciare anche «l'amico colombiano». D'altra parte, il carattere internazionale della 'ndrangheta è ormai noto. Uno dei boss, in contatto con tale Ervis Lyte, albanese che trafficava armi prodotte in Russia, in una conversazione telefonica dice addirittura che, quando era stato in carcere, riusciva a procurarsi la droga anche lì, «tramite un afgano». Lyte avrebbe venduto in Calabria non solo pistole o fucili. Ma anche gli Sniper e i Tokarev, armi da guerra prodotte ai tempi dell'ex Unione Sovietica e oggi disponibili solo in Albania. Uno dei boss cerca di procurarsele e gli dice al telefono: «Servono veramente giù, giù mi servono veramente».
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I clan nigeriani, albanesi, rumeni, serbi sono ormai consolidati in tutta Italia. La criminalità nostrana si accorda per delegare la manovalanza e tenere gli affari più redditizi. La mappa di un'integrazione che funziona alla grande. Boss africano preso a postare sui social le foto del «Padrino». Le reti delle complicità e i meccanismi di affiliazione scoperti nelle indagini: le bande di immigrati agiscono in «subappalto». Lo speciale comprende due articoli. In Lombardia l'hanno chiamato «patto di non belligeranza». In Campania è «tolleranza». A Bari lo definiscono «accordo mafioso». Su Palermo parlano di «integrazione criminale e sociale». Le mafie straniere sono ormai ben integrate. E alcune, come quella nigeriana, sono riuscite a scalare così tanto la classifica criminale italiana da entrare nella top five della mala. E se in Lombardia il «patto di non belligeranza» riguarda tutte le espressioni criminali, si va dagli albanesi in joint venture con i romeni per gestire il business della prostituzione, ai nigeriani che controllano piazzole delle grandi città, ai clan della 'ndrangheta che trafficano in droga, fanno pagare il pizzo alle imprese e riciclano a go go, mentre nel resto dello Stivale gli accordi, di solito, si fanno in due. Nel capoluogo lombardo è questione di mercato: «È così ampio che ce n'è per tutti», sostiene il tenente colonnello Piergiorgio Samaja, capo centro a Milano della Direzione investigativa antimafia. Ma è l'unico esempio di relazione paritaria. Il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho ritiene che i gruppi criminali stranieri, compresa la mafia africana, «operino in subappalto rispetto alle mafie nostrane».«Se la mafia nigeriana entra nel nostro territorio», sostiene il numero uno dell'antimafia, «è evidente che le è consentito dalle mafie già presenti: è da escludere una mafia nigeriana che possa partecipare e operare autonomamente, così come quella albanese. Oggi sono le nostre mafie che comandano, che si dedicano agli affari e che hanno raggiunto un livello superiore». Hanno messo da parte coppola e lupara, insomma. «La mafia nigeriana, invece», afferma de Raho, «è dedita al traffico di stupefacenti e allo sfruttamento della prostituzione. La mafia albanese fa altrettanto. Le nostre mafie reinvestono e sono le più pericolose perché in modo più insidioso entrano nei mercati e nell'economia. Sono soggetti che non si muovono più con i comportamenti tradizionalmente criminosi ma con comportamenti da industriali, imprenditori, professionisti». Lo spazio per la manovalanza e per quelli che ormai sono considerati degli affarucci da 'ndrangheta, Cosa nostra e camorra, è stato coperto dagli stranieri. Che pagano per poter stare sul territorio. E che, a quel punto, non solo vengono tollerati, ma anche protetti. Un'integrazione criminale che è arrivata prima di quella sociale. È il caso di Palermo, dove tra gli uomini di Cosa nostra e quelli della mafia di Benin City, Black Axe, Viking ed Eye, sono in sintonia. C'è un luogo, il mercato di Ballarò, in pieno centro del capoluogo siciliano, in cui i boss della mafia che fecero saltare in aria Giovanni Falcone e Paolo Borsellino hanno lasciato il posto ai «don» neri della mala africana. Quella fetta di territorio è cosa loro. E proprio come è accaduto a Cosa Nostra, anche tra i nigeriani sono saltati fuori i collaboratori di giustizia. Sono due, in particolare, quelli che hanno messo in crisi il sistema: Don Emeka e Austine Johnbull. Il primo, tra il 2014 e il 2015, cominciò a spifferare ciò che sapeva dei suoi compari, dopo aver subito un'aggressione per la quale Johnbull fu condannato a 12 anni e 4 mesi per tentato omicidio.La condanna ha convinto anche Johnbull a vuotare il sacco. Ed è stato il primo a svelare i riti d'affiliazione e gli affari dei Black Axe. E, altra coincidenza con Cosa nostra, si è meritato il nomignolo di Buscetta della mafia nigeriana. Ormai anche durante i processi lo chiamano così. Ma dalla cupola messa su da Bernardo Provenzano, Totò Riina e Matteo Messina Denaro, la mafia nera nigeriana ha mutuato anche l'organizzazione interna: piramidale. E forse anche per questo motivo si è integrata con più facilità. In Triveneto, invece, è in atto un altro esperimento: lì, nei territori controllati dalle famiglie di 'ndrangheta emigrate negli anni Ottanta e Novanta, i gruppi albanesi e nigeriani sono accomunati da reciproco rispetto, non solo nell'attività di sfruttamento della prostituzione, ma anche nel traffico di stupefacenti. In particolare, le arterie interne dei centri di Padova, Mestre, Verona, Vicenza, Treviso, Bolzano, Udine e quelle di grande viabilità, che collegano i vari capoluoghi di provincia, sono battute da prostitute nigeriane e albanesi, che operano in territori contigui e senza conflitti. Fenomeni dello stesso tipo sono stati registrati anche nel Lazio e in Campania. Dove questo meccanismo viene definito dagli analisti come «una inusuale promiscuità». In Campania, d'altra parte, il meccanismo è ben rodato. Castel Volturno, nel Casertano, è l'esempio più noto: lì la mafia nigeriana gestisce in modo autonomo rispetto alla camorra il traffico di droga e piccoli racket. I clan camorristi, poi, a volte sfruttano la collaborazione dei neri per reati minori. A Napoli, addirittura, come ricostruito dal sito web Stylo24.it, per suggellare definitivamente il patto tra mafia nera e Scissionisti di Secondigliano, i nigeriani hanno affidato in modo illegale un bambino di colore a un componente di spicco degli Scissionisti. Il bimbo pare faccia da garante al patto scellerato chiuso tra la cosca dei ribelli dell'area Nord di Napoli e la mafia siciliana con base a Castel Volturno. Di solito, però, non c'è bisogno di un atto così eclatante. Basta intendersi sugli interessi. Tra i modelli di cooperazione c'è quello triestino, dove i sodalizi criminali stranieri a volte sono partecipati da pregiudicati italiani. Come nel caso del caporalato: lì prospera una importante comunità di etnia serba, la cui componente criminale è tendenzialmente dedita alla gestione del lavoro nero, in prevalenza nel settore dell'edilizia, attraverso lo sfruttamento della manodopera di operai e manovali provenienti dall'Est Europa. Gli italiani di solito fanno i mediatori tra i datori di lavoro e i caporali serbi. In Calabria e in Puglia, invece, la mafia tradizionale ha scelto come alleata quella albanese. Relazione che, spiega il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, rende le mafie globalizzate. Gratteri ricorda il caso di un trafficante di San Calogero, in provincia di Vibo Valentia, che non aveva pagato una partita di droga ai cartelli colombiani e che è stato intercettato dai terroristi spagnoli dell'Eta. È la prova che varie forme di criminalità collaborano e trovano intese sugli affari comuni. E tra questi interessi comuni c'è la difficile gestione criminale dei porti. Gioia Tauro, Taranto, Napoli. Lì gli interessi si intrecciano. E le mafie straniere convivono con quelle locali. «In molti casi», scrivono il procuratore aggiunto Giovanni Russo e il sostituto Cesare Sirignano nell'ultima relazione antimafia al Parlamento, «è stato accertato il pagamento di un quantum da parte delle mafie straniere a quelle tradizionali come riconoscimento della sovranità territoriale, ma il dato non può essere esteso a tutto il territorio nazionale». C'è poi ancora molto che sfugge agli investigatori. Della mafia nigeriana, sottovalutata per anni, solo oggi si comincia a scoprire qualcosa in più. 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Perché oltre alle nuove affiliazioni e alla soluzione delle beghe interne, stando ai racconti dei collaboratori di giustizia, si sarebbe discusso anche delle relazioni con le mafie italiane. L'inchiesta è stata ribattezzata No fly zone, perché è grazie all'intercettazione di questo sms che in Procura hanno scoperto l'organizzazione del summit: «Tutti gli uccelli devono tornare al nido». Una frase neanche troppo criptica, con la quale Silver Obasuyi, noto nel mondo della mala con il nome Silver Paculty, in quel momento capo del gruppo cultista di Caltanissetta, aveva richiamato gli Eye siciliani a raccolta. E che Silver abbia trovato profonda ispirazione nella mafia siciliana lo dimostrano le immagini di scene del Padrino che aveva postato sul suo profilo Facebook. «Inizi a dare fastidio quando te la fai con gente più pesante». In questa intercettazione Davide Barberis, classe 1976, di professione personal trainer, indicato come uno dei narcos romani del gruppo di Fabrizio Piscitelli, l'ultrà della Lazio freddato con un colpo di pistola alla nuca il 7 agosto scorso mentre era seduto su una panchina di un parco pubblico della Capitale, parla della mala albanese. Per la Procura antimafia di Roma, Barberis sarebbe legato a doppio filo con Dorian Petoku, luogotenente di Arben Zogu, detto Riccardino. Stando alle ricostruzioni dei magistrati romani, gli albanesi della Capitale erano «al servizio dei napoletani ormai insediati a Roma Nord, tra cui i fratelli Salvatore e Jenny Esposito, facenti capo a Michele Senese». Detto o' Pazzo, Senese viene indicato dalla Dia come il Re del Tuscolano. Per molti è «il capo della camorra a Roma». Sono loro, i camorristi romani, ad aver siglato il patto dei Balcani. Gli albanesi vengono chiamati «la batteria di Ponte Milvio». E anche se gli albanesi sono suddivisi in quattro o cinque gruppi criminali, c'è una figura carismatica che li tiene insieme: e per gli investigatori è proprio Petoku. Ed è il personaggio che tiene i contatti con i narcotrafficanti sudamericani. Per questo motivo, nelle intercettazioni viene definito uno «pesante». Il montenegrino Tomislav Pavlovic, invece, sarebbe l'uomo addetto a far superare alla droga i controlli negli aeroporti sudamericani grazie ai suoi contatti sul posto e ad agenti di polizia corrotti. Si reca personalmente in Brasile in un paio di occasioni per organizzare il trasporto della sostanza stupefacente. È un personaggio già apparso nelle indagini su Mafia Capitale e viene definito da Riccardo Brugia, indicato in quell'inchiesta (miseramente fallita in Cassazione) come il braccio destro di Massimo Carminati, come «uno che prende la pistola e spara». In Puglia, sul Gargano, in provincia di Foggia, invece, la mafia albanese è punto di equilibrio tra i clan locali. «Prima comandava Marco Raduano, gli ho sparato! Mo' voglio comandare io!», dice a sua madre Giovanni Iannoli. Raduano però è rimasto in piedi. E Iannoli continua a raccontare: «No, non è morto... e siamo rivali... prima che ci uccidevano loro a noi, ci abbiamo provato noi e non ci siamo riusciti». Da quel momento il gruppo avvia una trattativa tra mafia garganica e clan albanesi, ricostruito dagli investigatori in un'inchiesta ribattezzata Ultimo avamposto. E alla fine gli albanesi si schierano. Due di loro che, messi di guardia a un carico di droga nascosto in un capannone in località Tomarosso, a Vieste, dove la polizia ha sequestrato 570 chili di marijuana, oltre a una pistola Beretta calibro 9 e a una calibro 7,65 con matricola abrasa, all'irruzione degli investigatori in borghese, pensando che fossero gli uomini di uno dei clan locali si qualificarono: «Siamo amici di Claudio». Il patto era stato siglato. E quel Claudio, per gli investigatori, era Iannoli, ritenuto un elemento di spicco della criminalità viestana. L'ultimo accordo che vede gli albanesi protagonisti è con la 'ndrangheta. Ed è legato alla gestione del racket a Perugia. Lì, dove le famiglie della Locride ormai controllano il territorio da anni, era arrivato un tizio, che i calabresi chiamavano «lo zio». «Un albanese di Napoli», lo definiscono in una intercettazione, per via degli anni passati in Campania. Un passato che, secondo gli investigatori, gli avrebbe permesso poi a Perugia di fare «da collante» tra le vecchie e le nuove amicizie. Ed è a Perugia che il cartello si allarga. Tanto da diventare «un laboratorio» internazionale. Gli affari crescono. A due affiliati, uno di Cirò, l'altro di Crotone ma entrambi residenti da anni in Umbria, viene un'idea: dopo aver tirato dentro l'albanese si era creata l'occasione per agganciare anche «l'amico colombiano». D'altra parte, il carattere internazionale della 'ndrangheta è ormai noto. Uno dei boss, in contatto con tale Ervis Lyte, albanese che trafficava armi prodotte in Russia, in una conversazione telefonica dice addirittura che, quando era stato in carcere, riusciva a procurarsi la droga anche lì, «tramite un afgano». Lyte avrebbe venduto in Calabria non solo pistole o fucili. Ma anche gli Sniper e i Tokarev, armi da guerra prodotte ai tempi dell'ex Unione Sovietica e oggi disponibili solo in Albania. Uno dei boss cerca di procurarsele e gli dice al telefono: «Servono veramente giù, giù mi servono veramente».
Marco Rubio (Ansa)
Pur non avendo mai difeso l’idea che il regime khomeinista possa entrare in possesso dell’arma atomica, il pontefice si è più volte mostrato critico verso la guerra in Iran, auspicando una sua risoluzione diplomatica. «Il Papa va avanti per la sua strada, nel senso di predicare il Vangelo, di predicare la pace - come direbbe San Paolo - opportune et importune», ha dichiarato il cardinal segretario di Stato, Pietro Parolin, commentando le parole di Trump. Parole che sono state bollate come «non condivisibili» anche dal vicepremier Antonio Tajani. In serata, poi, ha risposto anche il pontefice: «La missione della Chiesa è predicare il Vangelo e la pace. Se qualcuno vuole criticarmi per annunciare il Vangelo, lo faccia. La Chiesa da anni ha parlato contro tutte le armi nucleari, quindi non c’è alcun dubbio».
Le nuove fibrillazioni tra la Casa Bianca e la Santa Sede si sono registrate poco prima dell’incontro, previsto per domani al Palazzo apostolico, tra il segretario di Stato americano, Marco Rubio, e lo stesso Leone: un incontro che, almeno in origine, avrebbe dovuto avviare una fase di disgelo nei rapporti tra Trump e il Papa. È del resto cosa nota che Rubio sia cattolico. Un dettaglio, questo, non certo trascurabile: il fatto che il presidente americano avesse inviato lui a Roma era infatti stato letto come una sorta di mano tesa al pontefice, per archiviare lo scontro che si era registrato il mese scorso.
Adesso, dopo le nuove tensioni, la situazione potrebbe tornare a complicarsi. Ieri, l’ambasciatore americano presso la Santa Sede, Brian Burch, ha, sì, cercato di gettare acqua sul fuoco, ma, tra le righe, ha anche lasciato intendere che il faccia a faccia di domani potrebbe non rivelarsi totalmente in discesa. «Le nazioni hanno divergenze, e credo che uno dei modi per superarle sia attraverso la fraternità e un dialogo autentico. Credo che il segretario sia venuto qui con questo spirito: per avere una conversazione franca sulla politica statunitense, per impegnarsi in un dialogo», ha affermato, riferendosi a Rubio. Ora, non è un mistero che, quando in diplomazia si parla di «conversazioni franche», ci si riferisce a discussioni che, a porte chiuse, possono anche arrivare a una certa asprezza.
Al di là della già citata guerra in Iran, i vescovi statunitensi (e la Santa Sede) sono assai critici verso le politiche della Casa Bianca su immigrazione clandestina e ambiente. È tuttavia anche strano che il presidente americano torni a polemizzare con il Papa a due giorni dalla visita distensiva di Rubio. Come si può interpretare questo paradosso? Una chiave di lettura è che la freddezza dell’amministrazione Trump sia in realtà rivolta nei confronti di Parolin. Il mondo repubblicano americano non ha mai amato l’attuale cardinale segretario di Stato, ritenendolo il principale artefice del controverso accordo tra Santa Sede e Cina sulla nomina dei vescovi: accordo che, firmato la prima volta nel 2018, è stato rinnovato nel 2024 e che il cardinal segretario di Stato, a ottobre scorso, è tornato a difendere, definendolo un «seme di speranza».
Un’intesa, quella con Pechino, che, oltre a Parolin, è stata sostenuta ai tempi del pontificato di Francesco da vari ambienti all’interno della Chiesa: dalla Compagnia di Gesù alla Comunità di Sant’Egidio. Sarà un caso ma, proprio ieri, il fondatore della stessa Sant’Egidio, Andrea Riccardi, è tornato a promuovere la distensione tra la Santa Sede e la Repubblica popolare cinese. «Rubio conosce bene l’interlocuzione vaticana con la Cina. La Santa Sede verso Pechino non è guidata da calcoli politici, ma da una visione pastorale. Oggi Pechino, che ha voce in capitolo in scenari come l’Iran, è consapevole che la Santa Sede ha un ruolo internazionale», ha dichiarato alla Stampa.
Non è un mistero che i settori maggiormente filocinesi della Chiesa uscirono sconfitti dal conclave dell’anno scorso. In tal senso, Trump, che già durante il primo mandato si era opposto all’intesa con Pechino sui vescovi, si aspettava un cambio di passo più marcato rispetto alla politica della Santa Sede nei confronti della Repubblica popolare. Un cambio di passo che, agli occhi della Casa Bianca, non si sarebbe tuttavia ancora verificato. E qui il ruolo di Rubio, nella sua imminente visita vaticana, acquisisce una nuova luce: il segretario di Stato americano, , che ieri ha avuto una telefonata «costruttiva» con l’omologo russo Sergej Lavrov, è, sì, cattolico, ma nell’attuale amministrazione statunitense è anche un notorio falco anticinese. Da senatore della Florida, nel 2018, fu un aspro critico dell’accordo tra Cina e Santa Sede. Del resto, per la Casa Bianca il tema è geopolitico.
Trump ha rilanciato la Dottrina Monroe con l’obiettivo di escludere Pechino dall’Emisfero occidentale. In questo quadro, è noto come l’influenza cinese sia storicamente assai significativa su un’area, l’America Latina, la cui popolazione è a maggioranza cattolica. Non a caso, il Dipartimento di Stato americano ha fatto sapere che, domani, Rubio e il Papa parleranno anche di questioni legate all’Emisfero occidentale. Leone, che pure ha parzialmente ripreso a spostare il baricentro della politica estera vaticana più a Occidente rispetto al predecessore, manterrà probabilmente il suo approccio dialettico con Washington, facendo tuttavia attenzione a quegli ambienti che cercano di spingerlo verso una rottura irreparabile con il governo statunitense.
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Donald Trump (Ansa)
Le esplosioni udite in diverse aree del Paese, ha spiegato il ministero della Difesa emiratino in una comunicazione diffusa su X, sono state provocate dall’attivazione dei sistemi di difesa aerea, entrati in funzione per neutralizzare gli attacchi in arrivo ed evitare conseguenze più gravi sul territorio. A sostegno degli Emirati è intervenuta anche il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha espresso «vicinanza per gli ingiustificabili attacchi». Parole che riflettono la crescente preoccupazione europea per le ricadute strategiche ed economiche della crisi.
Proprio nello Stretto si è registrato uno degli episodi più rilevanti delle ultime ore. Due cacciatorpediniere statunitensi, la Uss Truxtun e la Uss Mason, hanno attraversato Hormuz entrando nel Golfo Persico sotto forte pressione militare. Secondo fonti della difesa americana citate da Cbs, le unità navali sarebbero state bersaglio di un’azione coordinata attribuita all’Iran, condotta con missili, droni e piccole imbarcazioni veloci nel tentativo di saturare le difese americane. I sistemi difensivi di bordo, sostenuti da elicotteri Apache e dai droni, sono riusciti a intercettare e respingere tutte le minacce. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha sottolineato che «il cessate il fuoco regge», pur riconoscendo la complessità della situazione operativa. «Ci aspettavamo problemi iniziali e ci siamo difesi con tutte le nostre forze», ha dichiarato, invitando Teheran a mantenere le proprie azioni sotto la soglia che farebbe saltare la tregua. «Nessun avversario deve confondere la nostra moderazione con una mancanza di determinazione», ha avvertito il capo degli Stati maggiori riuniti Dan Caine. Sul piano politico, la Casa Bianca continua a muoversi su una linea ambivalente. Donald Trump, che ha definito «scaramucce» gli scontri di questi giorni, alterna aperture diplomatiche e dichiarazioni muscolari, sostenendo da un lato che l’Iran «non ha alcuna possibilità» in un confronto diretto, dall’altro lasciando intendere che un ritorno alle operazioni militari potrebbe essere deciso in tempi brevi se lo stallo negoziale dovesse proseguire. Trump ha anche affermato che vorrebbe che «l’economia iraniana fallisse». In questo contesto si inseriscono nuovi tentativi di mediazione. Fonti diplomatiche hanno riferito che il primo ministro iracheno Ali al-Zaidi, durante una telefonata con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, ha indicato la disponibilità di Baghdad a svolgere un ruolo di ponte tra Teheran e Washington. Proseguono anche altri contatti su più livelli. Il ministro degli Esteri pachistano Ishaq Dar ha confermato l’esistenza di consultazioni per raggiungere un’intesa «vantaggiosa per entrambe le parti». Il capo della diplomazia iraniana Abbas Araghchi è invece atteso a Pechino per colloqui con il ministro cinese Wang Yi, segnale dell’attivazione del canale asiatico nel tentativo di sbloccare il negoziato e riequilibrare le pressioni occidentali.
Sempre su questo fronte, Trump ha annunciato che discuterà della crisi con il presidente cinese Xi Jinping durante il vertice bilaterale previsto a Pechino il 14 e 15 maggio. L’incontro, già rinviato in precedenza a causa dell’escalation, si svolgerà in un clima di forte tensione internazionale e con inevitabili ripercussioni sui mercati finanziari globali. Parlando alla Casa Bianca, il presidente americano ha cercato di minimizzare le frizioni con Pechino, definendo Xi «molto rispettoso» e sottolineando che la Cina «non sta sfidando» gli Stati Uniti, pur restando uno dei principali importatori di petrolio iraniano. Lo stesso Trump, intervenendo nello Studio Ovale, ha affrontato anche il tema delle proteste interne in Iran e dell’ipotesi di un sostegno armato ai manifestanti. «Gli iraniani vogliono protestare ma non hanno armi», ha dichiarato, descrivendo uno scenario in cui grandi folle disarmate si troverebbero esposte alla repressione e manifestando l’intenzione di fornirgliele. Sul versante interno iraniano emergono intanto segnali di tensione. Secondo fonti citate da Iran International, Masoud Pezeshkian avrebbe espresso irritazione per le iniziative dei pasdaran, giudicate «irresponsabili». A questo si aggiunge lo scontro sul piano informativo: il social X ha rimosso la spunta blu dagli account ufficiali del ministero degli Esteri iraniano, provocando la protesta di Teheran, che ha denunciato una «censura selettiva». Proprio da Teheran, nelle stesse ore, è arrivato un messaggio diretto sul controllo delle rotte marittime. La Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito le imbarcazioni in transito nello Stretto di Hormuz a non utilizzare percorsi non autorizzati, ribadendo che «l’unica rotta sicura è il corridoio precedentemente annunciato dall’Iran» e minacciando una «risposta decisa» in caso contrario. Resta aperto anche il dossier nucleare. Il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Rafael Grossi, ha espresso preoccupazione per l’assenza di controlli efficaci, mentre l’intelligence americana ritiene che i tempi per la costruzione di un’arma nucleare non siano cambiati in modo significativo. Trump ha rilanciato sostenendo che l’Iran sarebbe «a due settimane» dalla bomba, giustificando così la linea dura. Nel frattempo Israele valuta nuovi scenari operativi, mentre sul piano economico emergono timidi segnali di ripresa. Maersk ha confermato il passaggio di una propria nave nello Stretto di Hormuz sotto scorta americana, senza incidenti: un segnale positivo, ma non sufficiente a ridurre i rischi di escalation. Intanto Teheran irrigidisce il controllo: secondo Mohammad Bagher Ghalibaf «la nuova equazione dello Stretto si sta consolidando» e, come riportato da Press Tv, le navi dovranno attenersi a istruzioni inviate via e-mail dalla Persian Gulf Strait Authority. Solo chi rispetta le nuove regole otterrà il via libera al transito. Resta da capire però quanto durerà questa stretta.
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