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2018-12-11
Macron si consegna ai gilet gialli
ANSA
Contrito e mortificato, Emmanuel Macron si è rivolto alla nazione. Meno di 15 minuti di discorso durante i quali ha palesato la sua trasformazione da europeista a sovranista. Le regole del deficit Ue sono un ricordo, l'Eliseo dopo oltre tre settimane di proteste a sfondo giallo ha calato le braghe, ridisegnato da capo la manovra 2019 e offerto ai francesi come minimo 13 miliardi di incentivi: cancellate tutte le tasse (non solo quella sul carburante, ma anche quelle differite a gennaio), azzeramento degli aumenti contributivi per i pensionati sotto i 2.000 euro lordi mensili, aumento del salario minimo da 1.498 euro a 1.598 e defiscalizzazione di una quota degli straordinari. Infine, bonus di fine anno da parte delle aziende al 100% esentasse. Il tutto in un decreto d'urgenza che comprenderà un piano di investimenti nel comparto scuole e università, la ridefinizione dei sussidi ai disoccupati (forte assonanza con i centri per l'impiego che tanto piacciono ai grillini) e un tour per incontrare i sindaci e decidere nuove strategie infrastrutturali.
«La mia legittimità», ha detto Macron, «non deriva da alcun partito, ma dal vostro sostegno». Facendo chiaramente riferimento al popolo. Che ieri ha comunque accolto le dichiarazioni con una certa freddezza. I rappresentanti dei gilet gialli nelle varie tv hanno accettato l'apertura, ma l'hanno definita come un punto di partenza. Tanto basta però a Macron per dover aprire il fronte di Bruxelles.
La tecnica per sforare il deficit sarà la seguente: la campagna nazionale dei manifestanti, unita ai saccheggi e alle distruzioni subite nei weekend da Parigi e da altre città, «ha dato un duro colpo ai settori dell'ospitalità e del commercio al dettaglio», ha fatto sapere il governo. Non solo. La banca di Francia ha dimezzato le sue stime di crescita per il quarto trimestre 2018, allo 0,2% dallo 0,4%, e ben al di sotto dello 0,8% necessario per raggiungere l'obiettivo annuale del governo di una crescita del Pil dell'1,7%. Il ministro del lavoro, Muriel Penicaud, ha già aperto la possibilità allo sforamento del 3%.
Il ministro dell'Agricoltura, Didier Guillaume, ha rincarato la dose. Fino all'altro ieri ne aveva parlato solo il portavoce del governo, gli interventi dei due ministri hanno alzato i toni e trasformano la posizione in una missiva ufficiale spedita a Bruxelles.
«Più grave del 3% del deficit/Pil è che la destra, i populisti possano guadagnare consensi in Europa», ha detto Guillaume ai microfoni di France info. «Se oggi si arriva al 3,1% è un problema?», si è interrogato aggiungendo da una parte che «mai» sosterrebbe «una politica che lasciasse le porte spalancate», ma che lui sarebbe «favorevole» a modificare questo dogma. «La Francia potrebbe essere motore su questo fronte in Europa», ha concluso portando il paradosso all'ennesima potenza, visto che proprio il commissario francese dell'Ue, Pierre Moscovici, sta richiamando l'Italia al rigore contabile. Le dichiarazioni del ministro hanno mandato in cortocircuito tutti i macronisti italiani. Dalla sinistra renziana a quella del Pd, fino all'ala dei «competenti» che abbraccia Carlo Calenda e il sindacalista Marco Bentivogli, nessuno sa più che pensare. In pratica il simbolo europeista ora per combattere i sovranisti propone le loro stesse ricette. Sarà difficile resettare le posizioni politiche italiane: la sinistra, come insegna la storia recente, ha enormi difficoltà ad adeguarsi alla realtà, anche di fronte a svolte così forti come quella di Macron. Svolte dettate dalle necessità di tenere in piedi un governo e soprattutto insieme una nazione. E perderanno ancora più la bussola quando da Parigi arriveranno i numeri veri del rapporto tra deficit e Pil. La mancata approvazione degli interventi fiscali legati al carburante vale più o meno 2 miliardi di euro. Circa 1,5 per la sospensione dell'aumento della carbon tax e circa 450 milioni per il mancato allineamento del prezzo del gasolio tra privati e piccoli trasportatori. A ciò si deve aggiungere un pacchetto di 500 milioni di euro che il premier, Edouard Philippe, ha promesso come compensazione alla fascia più povera della popolazione che non ha avuto benefici dalla riduzione dell'Imu locale. In pratica, 2,5 miliardi in più da infilare nella manovra appena approvata. Il governo francese si è affrettato a dichiarare che i 2,5 miliardi saranno compensati da un apposito taglio della spesa. E qui si apre l'altro paradosso.
Innanzitutto, nella legge Finanziaria 2019 Parigi ha previsto uno 0,6% di Pil di aumento della spesa pubblica. Dunque, non si tratterebbe di un taglio ma semmai di un minore aumento. E le parole sono fondamentali in termini di manovra pubblica, tanto più che, di fronte a una piazza incendiata dai gilet gialli per evitare l'aumento del costo del carburante, lo Stato rischia di arrivare a gennaio e dover aumentare i prezzi del trasporto pubblico. Non sarà così, ovviamente. Le dichiarazioni di Macron escludono aumenti di tasse locali e altri rialzi. Al contrario, è previsto l'azzeramento dei 6 miliardi di gettito legati a un prelievo alla fonte previsto per il primo gennaio 2019. La crepa nella diga della manovra aperta dai gilet gialli può porterà una ridefinizione della pressione fiscale anche su altre fasce produttive (soprattutto quelle che non hanno patrimonio immobiliare) e, senza quei 6 miliardi, il budget a deficit arriverebbe alla cifra di 82 miliardi. Bisogna aggiungere altri 4,5 miliardi che corrispondono più o meno agli incentivi allo Smic (salario minimo) e gli altri interventi pensionistici. Costi che, messi assieme, portano il rapporto deficit/Pil al 3,3% abbondante; se poi si aggiunge lo sconto sugli straordinari è facile immaginare il 3,4%. I macronisti con le bandiere blu e le stelline impazziranno. Difenderanno lo sforamento del deficit per il salario minimo e per la decontribuzione (fanno crescere il Pil), ma l'aumento delle pensioni prenderà in contropiede tutti i difensori della Fornero.
Claudio Antonelli
Adesso l’Eliseo tratta con i sindacati. Ma le banlieue sono una polveriera
Da ieri Emmanuel Macron non è più lo stesso. Dell'uomo che aveva promesso di riformare la Francia senza il minimo confronto, non resta più nemmeno l'ombra. Quello che occupa il palazzo dell'Eliseo è ormai un presidente che sembra abbandonato dalla grande finanza con la quale ha lavorato prima di entrare in politica.
Ormai si intravede la sua vera identità: quella di un ex banchiere d'affari che, per mantenere la pace sociale, è obbligato a far saltare l'equilibrio di bilancio tanto caro alla Ue, e a «piegarsi» alla trattativa con le parti sociali prima che sia troppo tardi. E così la giornata di ieri è iniziata con la riunione delle organizzazioni di categoria convocate all'Eliseo, insieme a una buona metà del governo, dal presidente della Repubblica. L'incontro è durato quattro ore e alla fine, come era prevedibile, le bocche sono rimaste cucite. I leader delle rappresentanze sono usciti alla spicciolata dal palazzo presidenziale e, rispondendo ai giornalisti presenti nel cortile, si sono limitati a ricordare le proposte che ognuno di loro aveva fatto al presidente.
Geoffroy Roux de Bézieux, numero uno del Medef - la Confindustria francese - ha parlato senza mezzi termini della necessità di ricevere dei «segnali». Laurent Berger, leader del sindacato Cfdt ha riferito di aver chiesto «una risposta a breve termine per il potere d'acquisto».
E mentre Macron discuteva con le parti sociali, nel paese infuriavano le polemiche sui metodi usati dalle forze dell'ordine contro i manifestanti pacifici di sabato scorso. «Sono stato perquisito quattro volte in entrata e altrettante in uscita dalle zone autorizzate per le manifestazioni», ha spiegato alla Verità Yohann Douis, gilet giallo di Evreux venuto a Parigi l'1 e l'8 dicembre. «Qualcuno mi dovrebbe spiegare come abbiano potuto entrare delle persone armate di mazze e uscire coloro che avevano svaligiato i negozi di cellulari e articoli sportivi della zona degli Champs Elysées».
Numerosi altri gilet gialli hanno fatto notare che un dispiegamento di forze come quello degli ultimi sabati non è stato impiegato nemmeno per riprendere il controllo di alcune banlieue islamizzate, dove prosperano i traffici di armi, droga e che sono servite da nascondiglio ai terroristi di vari attentati. Delle parti di Francia che non si sono praticamente viste nelle manifestazioni, forse perché chi ci vive non è interessato ai motivi delle proteste. In effetti - come indicavano le statistiche pubblicate già nel novembre 2017 dal settimanale Challenges - nelle periferie il 40% della popolazione vive nella povertà e gli inattivi sono pari al 44% (gli stessi indicatori a livello nazionale sono rispettivamente del 16 e del 24%). Questo spiega anche la forte distribuzione di vari sussidi in questi quartieri. Ma le banlieue restano dei grandi bacini elettorali, anche per questo Emmanuel Macron aveva incaricato l'ex ministro Jean-Louis Borloo di elaborare piano banlieue, presentato nel maggio scorso. Costo complessivo: 48 milardi di euro. Il piano è stato applicato solo minimamente per ora. E forse la calma di certi «quartieri difficili» si spiega con l'attendismo, in attesa di vedere se le concessioni ai gilet gialli verranno compensate con tagli alle periferie piene di immigrati.
Tornando al clima d'attesa vissuto ieri in Francia, va segnalata la crescente paranoia complottista. Il punto di partenza è stato un articolo The Times. Secondo il quotidiano britannico, circa 200 profili Twitter sarebbero alimentati dalla Russia con fake news, foto e video con gilet gialli feriti o malmenati. La Francia macronista non è nuova a questo tipo di accuse a Mosca. Poco dopo la sua elezione, lo stesso presidente francese aveva accusato la filiale francese della rete di informazione russa Russia Today e il sito Sputnik, di essere organi di propaganda del Cremlino. I due media sono rimasti senza accredito all'Eliseo fino al mese scorso, più o meno nello stesso periodo in cui la grande stampa internazionale si era scandalizzata per la decisione di Donald Trump di allontanare dalla Casa Bianca Jim Acosta, giornalista della Cnn.
Matteo Ghisalberti
La Chiesa d’Oltralpe ha compreso i gilet gialli
«L'essere umano non è una macchina al servizio di un sistema economico. La crisi che stiamo vivendo deriva essenzialmente dalla mancanza di umanità delle nostre società tecnocratiche». Sono parole di un vescovo che si mette accanto ai gilet gialli. È monsignor Bernard Ginoux, vescovo di Montauban in Francia, che lo scorso 7 dicembre ha scritto una lettera rivolta ai «cattolici e agli abitanti di Tarn et Garonne che soffrono di ingiustizia sociale».
Al contrario di certe pose salottiere di molti vescovi anche della cattolicissima Italia, Ginoux non fa lo schizzinoso e cerca di calarsi dentro a problemi di quel popolo spesso citato dai pastori, ma con cui le gerarchie ormai faticano a sintonizzarsi. «È urgente», scrive il vescovo, «che l'autorità politica, oggi troppo sotto il potere della finanza, impegni la sua responsabilità per la promozione del diritto al lavoro, sostenendo le imprese, stimolando la creazione di lavoro, rispondendo con atti al grido di sofferenza che sentiamo».
Gli scontri di piazza, la repressione violenta da parte della polizia, l'intelligence che cerca fomentatori stranieri fuori e dentro il Web, non fermano l'analisi del monsignore d'Oltralpe, il quale non si mette a fare lezioncine, ma insiste sulle possibili cause di un malessere sempre più diffuso.
Se il presidente dei vescovi italiani, Gualtiero Bassetti, è sempre più impegnato in un progetto che è diretto alla riedizione di un partito cattolico in chiave anti populista, in Francia il vescovo di Parigi, monsignor Michel Aupetit, in un breve documento ha dimostrato di non essere un vescovo pilota, ma un pastore attento alle pecore. «Gli eventi recenti», ha scritto Aupetit, «mostrano una significativa sofferenza di gran parte dei nostri cittadini, che genera rabbia quando non sembra essere presa in considerazione e una frustrazione che può essere scambiata per arroganza. Il nostro Paese soffre di diffusi equivoci. L'individualismo diventa valore assoluto a scapito del bene comune che si costruisce sull'attenzione agli altri e specialmente ai deboli. I valori di libertà e uguaglianza della Repubblica sono talvolta deviati da reti di influenza che richiedono nuovi diritti senza riguardo per i più vulnerabili».
Per i vescovi italiani la risposta a questa sofferenza, che c'è in Italia come a Parigi, sembra trovarsi in gran parte nell'Europa e nell'accoglienza dei migranti, un impegno politico che già in in partenza strizza l'occhio ai soliti poteri e partiti. Il vescovo francese Ginoux, invece, di fronte ai gilet gialli pone un problema: «Troppe persone oggi in Francia, non possono vivere degnamente il frutto del loro lavoro: è ingiusto! Il lavoro umano, scrive Giovanni Paolo II, “non riguarda solo l'economia, ma coinvolge anche, se non soprattutto, i valori personali“ (Laborem Exercens). Quando i pensionati vedono i loro figli e nipoti subire la disoccupazione o devono accettare un lavoro mal pagato o non essere trattati in base ai loro diritti legittimi, come possono non essere preoccupati? Come non chiedere giustizia? […] I redditi più bassi sono i primi ad essere colpiti dalle attuali misure economiche. La situazione di molte persone anziane si degrada progressivamente. Molti non possono permettersi di pagare 2.000 euro al mese per una casa di cura. Queste persone hanno lavorato per tutta la vita. Cosa spinge i nostri anonimi gilet gialli oggi a gridare la loro sofferenza? È vedere una società sempre più consegnata al profitto, alla redditività, alle prestazioni. Il “piccolo" non ha più un posto, le persone sono vittime di ciò che Papa Francesco chiama la “cultura dello scarto". Il pensiero sociale cristiano ci ricorda che la ricerca del bene comune è anche la ricerca del bene delle persone».
Il vescovo prende ovviamente le distanze dalla violenza, ma esprime in modo chiaro la sua «vicinanza» a tutti coloro che sono «umiliati da un sistema economico e politico in cui l'essere umano viene rifiutato in nome del profitto e del denaro. La prima violenza viene da situazioni che, nella vita economica e politica, minacciano la dignità della persona, della giustizia e della solidarietà».
Il mondo cattolico francese in gran parte dimostra di inquadrare la crisi economica e sociale che attraversa il Paese e che il governo di Emmanuel Macron sembra celare dietro le solite parole d'ordine. «Le emergenze nazionali, le “grandi cause" del nostro Paese», ha scritto ancora il vescovo di Parigi Aupetit, «non possono legittimamente essere quelle delle rivendicazioni del comunitarismo o categoriali. Il dovere primario dello Stato è di garantire a tutti i mezzi per mantenere la sua famiglia e vivere in una pace sociale».
Si tratta di analisi non scontate e che non si rifugiano nella riproposizione politicamente corretta della terna cara ai rivoluzionari illuminati: «Liberté, Égalité, Fraternité». Anzi sulla fraternità l'arcivescovo di Parigi offre uno spunto assai provocatorio: «Abbiamo bisogno di ricostruire una società fraterna. Ma per essere fratelli, c'è ancora bisogno di una paternità comune. La consapevolezza di Dio Padre che ci insegna ad “amarci gli uni gli altri" ha plasmato l'anima della Francia. Dimenticare Dio ci lascia confusi e chiusi nell'individualismo e ognuno per sé stesso». Sembra così di sentire l'eco di un'altra celebre terna, «Dio, patria e famiglia».
Lorenzo Bertocchi
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Il presidente Emmanuel Macron disperato si traveste da populista: promette calo delle tasse, 100 euro di stipendio in più e chiede ai datori di dare premi. Per l'Italia è un'ottima notizia. Il leader di En Marche vede le parti sociali. Nelle periferie, intanto, la calma è sospetta.Mentre la Cei sembra ingaggiare un duello contro i populisti, i pastori di Francia leggono il malessere economico dietro le proteste. Il vescovo di Montauban. Bernard Ginoux: «I poveri sono colpiti dalle attuali politiche». Quello di Parigi, Michel Aupetit: «Sembrano arroganti ma sono frustrati». Lo speciale contiene tre articoli. Contrito e mortificato, Emmanuel Macron si è rivolto alla nazione. Meno di 15 minuti di discorso durante i quali ha palesato la sua trasformazione da europeista a sovranista. Le regole del deficit Ue sono un ricordo, l'Eliseo dopo oltre tre settimane di proteste a sfondo giallo ha calato le braghe, ridisegnato da capo la manovra 2019 e offerto ai francesi come minimo 13 miliardi di incentivi: cancellate tutte le tasse (non solo quella sul carburante, ma anche quelle differite a gennaio), azzeramento degli aumenti contributivi per i pensionati sotto i 2.000 euro lordi mensili, aumento del salario minimo da 1.498 euro a 1.598 e defiscalizzazione di una quota degli straordinari. Infine, bonus di fine anno da parte delle aziende al 100% esentasse. Il tutto in un decreto d'urgenza che comprenderà un piano di investimenti nel comparto scuole e università, la ridefinizione dei sussidi ai disoccupati (forte assonanza con i centri per l'impiego che tanto piacciono ai grillini) e un tour per incontrare i sindaci e decidere nuove strategie infrastrutturali. «La mia legittimità», ha detto Macron, «non deriva da alcun partito, ma dal vostro sostegno». Facendo chiaramente riferimento al popolo. Che ieri ha comunque accolto le dichiarazioni con una certa freddezza. I rappresentanti dei gilet gialli nelle varie tv hanno accettato l'apertura, ma l'hanno definita come un punto di partenza. Tanto basta però a Macron per dover aprire il fronte di Bruxelles. La tecnica per sforare il deficit sarà la seguente: la campagna nazionale dei manifestanti, unita ai saccheggi e alle distruzioni subite nei weekend da Parigi e da altre città, «ha dato un duro colpo ai settori dell'ospitalità e del commercio al dettaglio», ha fatto sapere il governo. Non solo. La banca di Francia ha dimezzato le sue stime di crescita per il quarto trimestre 2018, allo 0,2% dallo 0,4%, e ben al di sotto dello 0,8% necessario per raggiungere l'obiettivo annuale del governo di una crescita del Pil dell'1,7%. Il ministro del lavoro, Muriel Penicaud, ha già aperto la possibilità allo sforamento del 3%. Il ministro dell'Agricoltura, Didier Guillaume, ha rincarato la dose. Fino all'altro ieri ne aveva parlato solo il portavoce del governo, gli interventi dei due ministri hanno alzato i toni e trasformano la posizione in una missiva ufficiale spedita a Bruxelles. «Più grave del 3% del deficit/Pil è che la destra, i populisti possano guadagnare consensi in Europa», ha detto Guillaume ai microfoni di France info. «Se oggi si arriva al 3,1% è un problema?», si è interrogato aggiungendo da una parte che «mai» sosterrebbe «una politica che lasciasse le porte spalancate», ma che lui sarebbe «favorevole» a modificare questo dogma. «La Francia potrebbe essere motore su questo fronte in Europa», ha concluso portando il paradosso all'ennesima potenza, visto che proprio il commissario francese dell'Ue, Pierre Moscovici, sta richiamando l'Italia al rigore contabile. Le dichiarazioni del ministro hanno mandato in cortocircuito tutti i macronisti italiani. Dalla sinistra renziana a quella del Pd, fino all'ala dei «competenti» che abbraccia Carlo Calenda e il sindacalista Marco Bentivogli, nessuno sa più che pensare. In pratica il simbolo europeista ora per combattere i sovranisti propone le loro stesse ricette. Sarà difficile resettare le posizioni politiche italiane: la sinistra, come insegna la storia recente, ha enormi difficoltà ad adeguarsi alla realtà, anche di fronte a svolte così forti come quella di Macron. Svolte dettate dalle necessità di tenere in piedi un governo e soprattutto insieme una nazione. E perderanno ancora più la bussola quando da Parigi arriveranno i numeri veri del rapporto tra deficit e Pil. La mancata approvazione degli interventi fiscali legati al carburante vale più o meno 2 miliardi di euro. Circa 1,5 per la sospensione dell'aumento della carbon tax e circa 450 milioni per il mancato allineamento del prezzo del gasolio tra privati e piccoli trasportatori. A ciò si deve aggiungere un pacchetto di 500 milioni di euro che il premier, Edouard Philippe, ha promesso come compensazione alla fascia più povera della popolazione che non ha avuto benefici dalla riduzione dell'Imu locale. In pratica, 2,5 miliardi in più da infilare nella manovra appena approvata. Il governo francese si è affrettato a dichiarare che i 2,5 miliardi saranno compensati da un apposito taglio della spesa. E qui si apre l'altro paradosso. Innanzitutto, nella legge Finanziaria 2019 Parigi ha previsto uno 0,6% di Pil di aumento della spesa pubblica. Dunque, non si tratterebbe di un taglio ma semmai di un minore aumento. E le parole sono fondamentali in termini di manovra pubblica, tanto più che, di fronte a una piazza incendiata dai gilet gialli per evitare l'aumento del costo del carburante, lo Stato rischia di arrivare a gennaio e dover aumentare i prezzi del trasporto pubblico. Non sarà così, ovviamente. Le dichiarazioni di Macron escludono aumenti di tasse locali e altri rialzi. Al contrario, è previsto l'azzeramento dei 6 miliardi di gettito legati a un prelievo alla fonte previsto per il primo gennaio 2019. La crepa nella diga della manovra aperta dai gilet gialli può porterà una ridefinizione della pressione fiscale anche su altre fasce produttive (soprattutto quelle che non hanno patrimonio immobiliare) e, senza quei 6 miliardi, il budget a deficit arriverebbe alla cifra di 82 miliardi. Bisogna aggiungere altri 4,5 miliardi che corrispondono più o meno agli incentivi allo Smic (salario minimo) e gli altri interventi pensionistici. Costi che, messi assieme, portano il rapporto deficit/Pil al 3,3% abbondante; se poi si aggiunge lo sconto sugli straordinari è facile immaginare il 3,4%. I macronisti con le bandiere blu e le stelline impazziranno. Difenderanno lo sforamento del deficit per il salario minimo e per la decontribuzione (fanno crescere il Pil), ma l'aumento delle pensioni prenderà in contropiede tutti i difensori della Fornero. Claudio Antonelli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/macron-gilet-gialli-arreso-2622988525.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="adesso-leliseo-tratta-con-i-sindacati-ma-le-banlieue-sono-una-polveriera" data-post-id="2622988525" data-published-at="1777310084" data-use-pagination="False"> Adesso l’Eliseo tratta con i sindacati. Ma le banlieue sono una polveriera Da ieri Emmanuel Macron non è più lo stesso. Dell'uomo che aveva promesso di riformare la Francia senza il minimo confronto, non resta più nemmeno l'ombra. Quello che occupa il palazzo dell'Eliseo è ormai un presidente che sembra abbandonato dalla grande finanza con la quale ha lavorato prima di entrare in politica. Ormai si intravede la sua vera identità: quella di un ex banchiere d'affari che, per mantenere la pace sociale, è obbligato a far saltare l'equilibrio di bilancio tanto caro alla Ue, e a «piegarsi» alla trattativa con le parti sociali prima che sia troppo tardi. E così la giornata di ieri è iniziata con la riunione delle organizzazioni di categoria convocate all'Eliseo, insieme a una buona metà del governo, dal presidente della Repubblica. L'incontro è durato quattro ore e alla fine, come era prevedibile, le bocche sono rimaste cucite. I leader delle rappresentanze sono usciti alla spicciolata dal palazzo presidenziale e, rispondendo ai giornalisti presenti nel cortile, si sono limitati a ricordare le proposte che ognuno di loro aveva fatto al presidente. Geoffroy Roux de Bézieux, numero uno del Medef - la Confindustria francese - ha parlato senza mezzi termini della necessità di ricevere dei «segnali». Laurent Berger, leader del sindacato Cfdt ha riferito di aver chiesto «una risposta a breve termine per il potere d'acquisto». E mentre Macron discuteva con le parti sociali, nel paese infuriavano le polemiche sui metodi usati dalle forze dell'ordine contro i manifestanti pacifici di sabato scorso. «Sono stato perquisito quattro volte in entrata e altrettante in uscita dalle zone autorizzate per le manifestazioni», ha spiegato alla Verità Yohann Douis, gilet giallo di Evreux venuto a Parigi l'1 e l'8 dicembre. «Qualcuno mi dovrebbe spiegare come abbiano potuto entrare delle persone armate di mazze e uscire coloro che avevano svaligiato i negozi di cellulari e articoli sportivi della zona degli Champs Elysées». Numerosi altri gilet gialli hanno fatto notare che un dispiegamento di forze come quello degli ultimi sabati non è stato impiegato nemmeno per riprendere il controllo di alcune banlieue islamizzate, dove prosperano i traffici di armi, droga e che sono servite da nascondiglio ai terroristi di vari attentati. Delle parti di Francia che non si sono praticamente viste nelle manifestazioni, forse perché chi ci vive non è interessato ai motivi delle proteste. In effetti - come indicavano le statistiche pubblicate già nel novembre 2017 dal settimanale Challenges - nelle periferie il 40% della popolazione vive nella povertà e gli inattivi sono pari al 44% (gli stessi indicatori a livello nazionale sono rispettivamente del 16 e del 24%). Questo spiega anche la forte distribuzione di vari sussidi in questi quartieri. Ma le banlieue restano dei grandi bacini elettorali, anche per questo Emmanuel Macron aveva incaricato l'ex ministro Jean-Louis Borloo di elaborare piano banlieue, presentato nel maggio scorso. Costo complessivo: 48 milardi di euro. Il piano è stato applicato solo minimamente per ora. E forse la calma di certi «quartieri difficili» si spiega con l'attendismo, in attesa di vedere se le concessioni ai gilet gialli verranno compensate con tagli alle periferie piene di immigrati. Tornando al clima d'attesa vissuto ieri in Francia, va segnalata la crescente paranoia complottista. Il punto di partenza è stato un articolo The Times. Secondo il quotidiano britannico, circa 200 profili Twitter sarebbero alimentati dalla Russia con fake news, foto e video con gilet gialli feriti o malmenati. La Francia macronista non è nuova a questo tipo di accuse a Mosca. Poco dopo la sua elezione, lo stesso presidente francese aveva accusato la filiale francese della rete di informazione russa Russia Today e il sito Sputnik, di essere organi di propaganda del Cremlino. I due media sono rimasti senza accredito all'Eliseo fino al mese scorso, più o meno nello stesso periodo in cui la grande stampa internazionale si era scandalizzata per la decisione di Donald Trump di allontanare dalla Casa Bianca Jim Acosta, giornalista della Cnn. Matteo Ghisalberti <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/macron-gilet-gialli-arreso-2622988525.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-chiesa-doltralpe-ha-compreso-i-gilet-gialli" data-post-id="2622988525" data-published-at="1777310084" data-use-pagination="False"> La Chiesa d’Oltralpe ha compreso i gilet gialli «L'essere umano non è una macchina al servizio di un sistema economico. La crisi che stiamo vivendo deriva essenzialmente dalla mancanza di umanità delle nostre società tecnocratiche». Sono parole di un vescovo che si mette accanto ai gilet gialli. È monsignor Bernard Ginoux, vescovo di Montauban in Francia, che lo scorso 7 dicembre ha scritto una lettera rivolta ai «cattolici e agli abitanti di Tarn et Garonne che soffrono di ingiustizia sociale». Al contrario di certe pose salottiere di molti vescovi anche della cattolicissima Italia, Ginoux non fa lo schizzinoso e cerca di calarsi dentro a problemi di quel popolo spesso citato dai pastori, ma con cui le gerarchie ormai faticano a sintonizzarsi. «È urgente», scrive il vescovo, «che l'autorità politica, oggi troppo sotto il potere della finanza, impegni la sua responsabilità per la promozione del diritto al lavoro, sostenendo le imprese, stimolando la creazione di lavoro, rispondendo con atti al grido di sofferenza che sentiamo». Gli scontri di piazza, la repressione violenta da parte della polizia, l'intelligence che cerca fomentatori stranieri fuori e dentro il Web, non fermano l'analisi del monsignore d'Oltralpe, il quale non si mette a fare lezioncine, ma insiste sulle possibili cause di un malessere sempre più diffuso. Se il presidente dei vescovi italiani, Gualtiero Bassetti, è sempre più impegnato in un progetto che è diretto alla riedizione di un partito cattolico in chiave anti populista, in Francia il vescovo di Parigi, monsignor Michel Aupetit, in un breve documento ha dimostrato di non essere un vescovo pilota, ma un pastore attento alle pecore. «Gli eventi recenti», ha scritto Aupetit, «mostrano una significativa sofferenza di gran parte dei nostri cittadini, che genera rabbia quando non sembra essere presa in considerazione e una frustrazione che può essere scambiata per arroganza. Il nostro Paese soffre di diffusi equivoci. L'individualismo diventa valore assoluto a scapito del bene comune che si costruisce sull'attenzione agli altri e specialmente ai deboli. I valori di libertà e uguaglianza della Repubblica sono talvolta deviati da reti di influenza che richiedono nuovi diritti senza riguardo per i più vulnerabili». Per i vescovi italiani la risposta a questa sofferenza, che c'è in Italia come a Parigi, sembra trovarsi in gran parte nell'Europa e nell'accoglienza dei migranti, un impegno politico che già in in partenza strizza l'occhio ai soliti poteri e partiti. Il vescovo francese Ginoux, invece, di fronte ai gilet gialli pone un problema: «Troppe persone oggi in Francia, non possono vivere degnamente il frutto del loro lavoro: è ingiusto! Il lavoro umano, scrive Giovanni Paolo II, “non riguarda solo l'economia, ma coinvolge anche, se non soprattutto, i valori personali“ (Laborem Exercens). Quando i pensionati vedono i loro figli e nipoti subire la disoccupazione o devono accettare un lavoro mal pagato o non essere trattati in base ai loro diritti legittimi, come possono non essere preoccupati? Come non chiedere giustizia? […] I redditi più bassi sono i primi ad essere colpiti dalle attuali misure economiche. La situazione di molte persone anziane si degrada progressivamente. Molti non possono permettersi di pagare 2.000 euro al mese per una casa di cura. Queste persone hanno lavorato per tutta la vita. Cosa spinge i nostri anonimi gilet gialli oggi a gridare la loro sofferenza? È vedere una società sempre più consegnata al profitto, alla redditività, alle prestazioni. Il “piccolo" non ha più un posto, le persone sono vittime di ciò che Papa Francesco chiama la “cultura dello scarto". Il pensiero sociale cristiano ci ricorda che la ricerca del bene comune è anche la ricerca del bene delle persone». Il vescovo prende ovviamente le distanze dalla violenza, ma esprime in modo chiaro la sua «vicinanza» a tutti coloro che sono «umiliati da un sistema economico e politico in cui l'essere umano viene rifiutato in nome del profitto e del denaro. La prima violenza viene da situazioni che, nella vita economica e politica, minacciano la dignità della persona, della giustizia e della solidarietà». Il mondo cattolico francese in gran parte dimostra di inquadrare la crisi economica e sociale che attraversa il Paese e che il governo di Emmanuel Macron sembra celare dietro le solite parole d'ordine. «Le emergenze nazionali, le “grandi cause" del nostro Paese», ha scritto ancora il vescovo di Parigi Aupetit, «non possono legittimamente essere quelle delle rivendicazioni del comunitarismo o categoriali. Il dovere primario dello Stato è di garantire a tutti i mezzi per mantenere la sua famiglia e vivere in una pace sociale». Si tratta di analisi non scontate e che non si rifugiano nella riproposizione politicamente corretta della terna cara ai rivoluzionari illuminati: «Liberté, Égalité, Fraternité». Anzi sulla fraternità l'arcivescovo di Parigi offre uno spunto assai provocatorio: «Abbiamo bisogno di ricostruire una società fraterna. Ma per essere fratelli, c'è ancora bisogno di una paternità comune. La consapevolezza di Dio Padre che ci insegna ad “amarci gli uni gli altri" ha plasmato l'anima della Francia. Dimenticare Dio ci lascia confusi e chiusi nell'individualismo e ognuno per sé stesso». Sembra così di sentire l'eco di un'altra celebre terna, «Dio, patria e famiglia». Lorenzo Bertocchi
Ecco #DimmiLaVerità del 27 aprile 2026. L'eurodeputata della Lega Anna Maria Cisint ci rivela come l'islam può condizionare la politica italiana.
Tutto quello che non torna dell'attentato: dall'acount social inattivo che si riaccende solo per indicare il nome dell'attentatore alla sicurezza che mette in salvo prima il vicepresidente JD Vance e solamente in un secondo tempo Trump. Ne parliamo con Giacomo Gabellini e Stefano Graziosi.
Ansa
Il Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani e il Fronte di Liberazione dell’Azawad ufficializzano la cooperazione e lanciano un’offensiva coordinata su larga scala: città conquistate, attacchi fino a Bamako e ucciso il ministro della Difesa Sadio Camara. La giunta di Goita sotto pressione, il Paese verso una fase decisiva.
Il Fronte di Liberazione dell’Azawad (Fla) e il Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (Jnim) non avevano mai formalizzato pubblicamente la loro cooperazione. La svolta è arrivata il 25 aprile, quando le due formazioni hanno annunciato di fatto la loro alleanza attraverso un’offensiva coordinata su larga scala contro numerosi centri strategici del Mali. Entro il 27 aprile, Kidal risultava sotto il controllo del Fla, mentre il Jnim aveva colpito uno dei principali pilastri del potere militare di Bamako: il ministro della Difesa Sadio Camara, ucciso in un attentato suicida contro la sua residenza a Kati, alle porte della capitale. L’esplosione che ha devastato la villa del ministro ha provocato anche gravi danni alla moschea adiacente, come documentato da immagini satellitari. Nell’attacco hanno perso la vita anche una delle mogli di Camara e diversi membri della sua famiglia, circostanza confermata con ore di ritardo dalle autorità. Il governo ha reso omaggio al generale proclamando due giorni di lutto nazionale, una misura simbolica che difficilmente basterà a colmare il vuoto lasciato ai vertici della giunta guidata da Assimi Goita.
A partire da sabato, la coalizione jihadista guidata dal Jnim, affiliato ad al-Qaeda, insieme alle milizie del Fla — che riuniscono gruppi tuareg e arabi — ha ampliato l’offensiva conquistando, totalmente o in parte, diverse città sottraendole al controllo dello Stato maliano e dei suoi alleati russi. Si tratta della più vasta operazione militare dal 2012, quando le forze qaediste e i ribelli presero il controllo dell’intero nord del Paese, innescando l’intervento francese. Gli attacchi sono stati lanciati quasi simultaneamente su più fronti: spari ed esplosioni sono stati registrati dalle aree prossime a Bamako fino a Kidal, nel profondo nord. Le milizie hanno combinato assalti convenzionali con tattiche avanzate, impiegando autobombe e droni kamikaze per aumentare l’efficacia dell’azione.
Nel nord, le operazioni congiunte si sono concentrate su Kidal e Gao. La prima è stata rapidamente conquistata, mentre nella seconda la situazione resta fluida: le forze governative e i mercenari russi si sono rifugiati in ex strutture ONU, resistendo all’avanzata. Non mancano voci, al momento non verificate, su possibili contatti tra i contractor russi e i ribelli. Nel centro e nel sud del Paese, l’iniziativa è stata invece condotta dal solo Jnim. I jihadisti hanno colpito obiettivi sensibili a Kati e Bamako, inclusi l’aeroporto e diverse installazioni militari. Attacchi sono stati segnalati anche a Senou, nella regione di Koulikoro, mentre la principale arteria tra Bamako e Sikasso sarebbe stata interrotta. Nel Mali centrale, Mopti e Sevare risultano oggi divise tra le forze governative e i gruppi armati. Sebbene formalmente sotto il controllo statale, queste aree sono da tempo soggette all’influenza del Jnim, che ha imposto sistemi paralleli di tassazione, blocchi economici e l’applicazione della Sharia.
Kidal, storica roccaforte tuareg, era rimasta sotto il controllo delle fazioni ribelli dopo gli Accordi di Algeri del 2015. Tuttavia, nel novembre 2023, l’esercito maliano, sostenuto dai mercenari russi del Gruppo Wagner — oggi riorganizzati nel cosiddetto Corpo Africa — aveva riconquistato la città. Proprio da quella fase è emerso il Fla, nato per coordinare le forze ribelli del nord. Gao, invece, era tornata sotto il controllo di Bamako già nel 2013 grazie all’intervento franco-maliano. Nonostante ciò, l’area resta strategica e contesa.Le dichiarazioni diffuse dai due gruppi confermano la collaborazione: il Jnim ha rivendicato attacchi diretti fino alla capitale e il controllo di diverse città, mentre il Fla ha annunciato la conquista totale di Kidal e parziale di Gao, ribadendo l’alleanza operativa. Entrambe le organizzazioni hanno criticato apertamente il legame tra Bamako e Mosca, anche se il Jnim ha invitato i combattenti russi a non intervenire direttamente. L’offensiva apre interrogativi profondi sul futuro del Mali. Il Paese rischia di cadere sotto l’influenza di una coalizione che include la principale emanazione di al-Qaeda nell’Africa occidentale? E quale equilibrio potrebbe emergere tra jihadisti e gruppi ribelli non islamisti? Il Fla accetterà l’imposizione della Sharia? E quale sarà il destino delle diverse comunità civili, della presenza dello Stato Islamico nel nord e dell’influenza russa?
Al momento non esistono risposte definitive. È però evidente che l’operazione mira a mettere sotto pressione la giunta militare, dimostrando la capacità dei gruppi armati di colpire ovunque, anche nelle aree più protette. Oltre all’aspetto militare, l’offensiva ha un forte valore simbolico: la sua ampiezza punta a delegittimare il potere centrale, evidenziandone la fragilità. Da anni il Jnim esercita un controllo di fatto su ampie porzioni del territorio, soprattutto nel centro e nel sud, imponendo blocchi, tasse e una propria amministrazione, fino a ostacolare i rifornimenti di carburante diretti a Bamako. Negli ultimi mesi, la pressione è aumentata, con attacchi sempre più frequenti e penetranti verso il sud del Paese. Resta da capire se questa offensiva lampo sia destinata a provocare il crollo della giunta, favorire un golpe interno o costringere Bamako a negoziare. Ciò che appare certo è che l’autorità dello Stato maliano si trova oggi in una fase di estrema debolezza. La scelta di sostituire i partner occidentali con i mercenari russi non ha garantito stabilità. Anzi, secondo alcune stime, le forze governative sarebbero responsabili di un numero di vittime civili superiore a quello dei jihadisti, un fattore che potrebbe spingere parte della popolazione a considerare i gruppi armati come alternative più efficaci. Il confronto tra lo Stato e la coalizione ribelle entra così in una fase decisiva, destinata a ridisegnare gli equilibri del Mali nel prossimo futuro.
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