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2020-04-27
Ma gli ospedali sono sicuri? La paura uccide più del Covid
Ansa
L'allarme l'aveva lanciato a metà aprile Giuseppe Tarantini, presidente del Gise, il Gruppo italiano di studi emodinamici e cardiologia interventistica: «Gli accessi per infarto miocardico nei pronto soccorso, diretti o con chiamata al 118, si sono a oggi dimezzati». Preoccupa soprattutto la paura di venire contagiati dal Covid-19, così ai primi sintomi che segnalano «l'attacco di cuore», come dolore al petto persistente e spesso esteso al braccio sinistro, associato a sudorazione fredda e profusa, si rimanda il ricovero perdendo tempo prezioso. Eppure, «per ogni 10 minuti di ritardo nella diagnosi e nel trattamento, la mortalità aumenta del 3%», ricorda Tarantini. Pochi giorni fa, la conferma che rinviare cure innalza il numero delle vittime è arrivata da uno studio del Centro cardiologico Monzino di Milano: la mortalità per infarto acuto è quasi triplicata in questi mesi e sono diminuite del 40% le procedure salvavita di cardiologia interventistica. Non solo, dati allarmanti si riferiscono pure alle condizioni sempre più gravi dei pazienti che arrivano in ospedale, «già con complicanze aritmiche o funzionali», ha sottolineato Giancarlo Marenzi, responsabile della terapia intensiva cardiologica al Monzino. Anche Pier Paolo Parogni, responsabile del 118 di Mantova, a metà aprile dichiarava: «Rileviamo un'incidenza di arresti cardiaci a domicilio più che raddoppiata nella nostra provincia nell'ultimo mese, rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente».
percorsi protetti
In tutta Italia, garantisce il presidente del Gise, «sono stati creati percorsi protetti per i pazienti affetti da problemi cardiologici acuti che necessitano di assistenza in urgenza», ma la paura del virus misterioso che uccide rimane più forte delle rassicurazioni ufficiali. Un esempio per tutti: al Corriere della Sera Francesco Fedele, responsabile del dipartimento di prima cardiologia del policlinico Umberto I di Roma, ha detto di essere convinto che il giornalista Franco Lauro sia «morto di infarto. In una situazione diversa magari avrebbe interpretato dei sintomi e dei malori e sarebbe andato in ospedale. Così, per lui non c'è stato né tempo né modo». Nel primo trimestre di quest'anno, gli accessi in ospedale a Bologna sono calati del 20% per gli infarti più gravi e del 40% per quelli più leggeri. Una situazione analoga si è verificata in una quindicina di centri specializzati di Lombardia e Piemonte. I dati saranno pubblicati a breve e a luglio si conosceranno i risultati di uno studio promosso negli ospedali dell'Emilia Romagna, confrontando l'andamento dei ricoveri per infarto nei primi sei mesi del 2020, con quello dei tre anni precedenti.
«Non abbiamo dati specifici, ma il numero di pazienti che si è rivolto al nostro reparto per problemi di infarto è calato da fine febbraio a oggi almeno del 70%, rispetto ai mesi passati», spiega Gian Battista Danzi, direttore di cardiologia a Cremona, ospedale da subito in prima linea nella gestione dell'emergenza per la vicinanza a Codogno, primo focolaio lombardo. «Mi riferisco a pazienti cardiopatici noti, che se stavano male non si sono rivolti alle nostre strutture, e a persone con dolore toracico, che potevano essere colpite da infarto senza particolari situazioni preesistenti», precisa. «Tutti erano molto spaventati, non si sono fatti vedere. Sono scomparsi. Nemmeno chiamavano il 118, in realtà subissato da altre richieste. Solo da pochi giorni cominciamo a rivedere pazienti in pronto soccorso, che non siano per il 98% con problemi di Covid-19».
indietro di 40 anni
Effettivamente il reparto diretto da Danzi, con 22 letti, era stato «requisito» per i malati di coronavirus, lasciando solo 5 posti per i pazienti cardiologici mentre gli 8 letti di unità coronarica erano diventati una sorta rianimazione. «Ma noi eravamo pronti per curare», assicura il professore, che in un video su Cardioinfo.it raccomanda: «Bisogna fare in modo che l'epidemia non ammazzi anche tutto quello che abbiamo fatto in questi anni». In attesa di conoscere i dati sulla mortalità a casa non dovuta a coronavirus, che l'Istat ci potrà fornire solo nei prossimi mesi, il primario fa questa considerazione: «Il numero dei decessi per infarto cardiaco in Italia è di circa 60.000 ogni anno, con una mortalità ospedaliera molto bassa, del 3-4% se il paziente non è troppo anziano o già con altre complicanze. Le persone che non si sono presentate al pronto soccorso in questo periodo, non sono state trattate e possono essere morte. È come se fossimo tornati indietro di quarant'anni».
Ogni giorno nel nostro Paese muoiono di malattie del sistema cardiocircolatorio 638 persone. Basta guardare i decessi al 6 aprile scorso, per capire quanto incidano gli eventi cardiovascolari. Il Sole 24 Ore aveva pubblicato una tabella sulle cause di morte (l'Istat come numeri è ferma al 2017 e per quest'anno ha solo alcuni dati), dalla quale risulta che i deceduti per coronavirus erano 16.523, quelli in seguito a infarto miocardico acuto erano 5.968 che sommati ai morti per altre malattie del cuore (14.511) portavano la triste conta a 20.479. Senza contare il numero di decessi per malattie cerebrovascolari (15.948), in cui rientrano, per esempio, gli ictus causati da embolie di origine cardiaca. Se, come segnalano gli specialisti, i morti per infarto o complicanze cardiache sono aumentati vertiginosamente mentre l'attenzione era concentrata sul virus infernale che ha aggredito il mondo intero, i primi quattro mesi di questo 2020 saranno ricordati anche per il numero altissimo di persone che sono morte di cuore senza farsi curare.
arrivi in ritardo
«Avevamo notevolmente ridotto le complicanze post infarto, oggi siamo tornati indietro di vent'anni. I pazienti che sopravvivono agli infarti tardivi, svilupperanno le note cardiopatie dilatative che hanno un costo sociale molto più alto», conferma Marco Contarini, direttore di cardiologia ed emodinamica dell'ospedale Umberto I di Siracusa. La struttura è un'eccellenza in Sicilia, che è stata raggiunta in ritardo dal Covid-19 «eppure negli ultimi due mesi abbiamo registrato il 50% di accessi in meno al mese nei pronto soccorso, per patologie cardiovascolari gravi. Una percentuale che tradotta in numeri corrisponde a circa 2.000 pazienti che nella nostra Regione non si recano in ospedale per paura del coronavirus». Il medico, delegato regionale del Gise, ricorda che prima della pandemia «il dolore al petto era una delle prime cause di accesso al pronto soccorso. La Rete per il trattamento dell'infarto miocardico acuto, che garantisce tempestività e qualità di soccorso, aveva portato a una sensibile riduzione, 2-5%, della mortalità pre ospedaliera. Oggi, guardando ai dati derivati, i morti per infarto o per conseguenza perché ricoverati in ritardo, sono elevatissimi. Almeno 200 decessi al mese in più in Sicilia, numeri superiori ai morti per coronavirus nella nostra Regione. Ci arrivano casi di “rottura di cuore", una grave complicanza dell'infarto miocardico acuto che è peggio di una coltellata, come da anni non vedevamo».
«Chi ha il cancro non può rinviare le visite»
«Non è che il malato di tumore non c'è più», faceva notare il ministro della Salute, Roberto Speranza, illustrando il piano sanitario per convivere con il coronavirus. Eppure era stata la stessa Aiom, l'Associazione italiana di oncologia medica, a sottolineare a marzo la necessità di posticipare in alcuni casi i trattamenti anticancro programmati. «È opportuno che venga valutato e discusso caso per caso l'eventuale rinvio», invitava a fare, «in base al rapporto tra i rischi (per il singolo e per la collettività) legati all'accesso in ospedale e i benefici attesi dal trattamento stesso».
Molti pazienti si sono sentiti abbandonati, le diverse realtà che operano sul territorio nazionale e offrono assistenza raccontano di continuare a ricevere «richieste di informazioni e supporto», da tante persone «preoccupate per il rinvio o la cancellazione di appuntamenti, il rinvio di cure chemioterapiche, di radioterapia, interventi chirurgici e chiusura di laboratori diagnostici», come informa «Codice Viola», impegnata a migliorare la sopravvivenza e la qualità di vita dei pazienti affetti da adenocarcinoma del pancreas. Da un questionario rivolto a tutti i sofferenti di tumore (e di cui parliamo diffusamente nell'articolo sottostante), l'associazione ha riscontrato che in questo periodo gli interventi chirurgici sono stati rinviati a data da destinarsi nel 64% dei casi.
«Pensiamo ai tumori più comuni: quello alla mammella, al colon retto», quindi necessità di esami quali «mammografia, ricerca del sangue occulto nelle feci e poi colonscopia. Le persone da un lato hanno vissuto la paura del contagio dentro i nosocomi, dall'altra sono state bersagliate da informazioni spesso sommarie o contraddittorie; alla fine sono rimaste a casa coi propri sintomi e arriveranno nei prossimi mesi», ha dichiarato il professor Giuseppe Navarra, direttore di chirurgia generale a indirizzo oncologico al Policlinico di Messina. Il rischio più alto di complicanze e decesso ha certamente influito nelle decisioni di non esporre i pazienti all'accesso in ospedale in piena pandemia, se non nei casi strettamente necessari per gravità della neoplasia o della terapia richiesta, ma anche qui i dati aiutano a far luce prima delle statistiche, che tarderanno mesi ad arrivare.
Le nuove diagnosi di cancro sono circa mille ogni giorno in tutta Italia, 3.460.000 persone continuano a vivere dopo una diagnosi di tumore, 179.000 sono stati i morti nel 2016 (ultimo dato disponibile). In quell'anno, 3 decessi ogni 1.000 persone erano per cancro, oltre 485 persone al giorno. Veniamo alle stragi causate dal Covid-19. Secondo l'Istituto superiore della sanità, i tumori diagnosticati negli ultimi 5 anni rappresentano tra il 16 e il 20 % delle patologie preesistenti all'infezione, che ha provocato i decessi da coronavirus. Un paziente su cinque aveva un carcinoma, prima di morire per il coronavirus, risultato fatale perché era immunodepresso, perché non aveva abbastanza difese per reagire a un virus così violento e «forse anche perché nei momenti più critici, quando mancano posti in terapia intensiva, la scelta non è a favore dei malati oncologici», afferma Elisabetta Iannelli, avvocato, vice presidente dell'Aimac, l'associazione italiana malati di cancro, e segretario generale della Federazione italiana delle associazioni di volontariato in oncologia (Favo). «Con pochi respiratori a disposizione, nell'emergenza il criterio di privilegiare persone con maggiori aspettative di vita è doloroso, forse inevitabile, certo non commentabile».
Se consideriamo sempre i numeri al 6 aprile, i decessi per coronavirus erano 16.523 ma quelli per tumori già superavano quota 46.000. Sommando anche la percentuale di quanti avevano un carcinoma e sono morti per Covid-19 (1 paziente su 5), arriviamo a quasi 50.000 decessi per tumore nel primo trimestre 2020. E non sappiamo ancora il numero di coloro che, non curati, avranno ridotte speranze di sopravvivenza. «Il panico, il senso di abbandono è cresciuto molto in chi si è trovato a dover affrontare, oltre all'enorme problema del cancro, anche l'emergenza coronavirus», fa presente l'avvocato. «È stato difficile far capire che per contenere il rischio in alcuni casi era necessario, ragionevole spostare in altra data esami, visite, terapie. Ma adesso il problema diventa la fase due, non si può più rinviare sine die. Bisogna pensare a dei percorsi Covid free, accelerare soluzioni come terapie a domicilio, occorre potenziare i servizi di telemedicina, di sostegno psicologico a distanza. Servono linee guida, semplificazioni che possano essere utili al sistema sanitario pure per altre patologie e nello scenario post coronavirus».
Per chi resta in vita, oltre alla lotta contro il cancro c'è pure quella per la sopravvivenza economica. Il governo forse correggerà il tiro, intanto con l'attuale formulazione del Cura Italia sono stati penalizzati i disabili e un milione di pazienti oncologi che continuano a lavorare, pur convivendo con una neoplasia che richiede cure e visite continue. Fino a quando non sarà chiarito che dal bonus di 600 euro, erogato a lavori autonomi e liberi professionisti, sono esclusi i lavoratori titolari di pensione di anzianità o di vecchiaia, ma non di invalidità, il decreto continuerà a discriminare chi si trova in condizione di maggiore fragilità. «Stiamo parlando di persone che traggono il loro sostentamento dal lavoro, che sono danneggiate dalla riduzione di attività dovuta al Covid-19, ma che a parità di condizione di tutela “di ultima istanza" non possono accedere al bonus. Perché ricevono già assegni di invalidità parziale, ai quali però hanno diritto in quanto pagano i contributi e sono integrazione di un reddito, ridotto per la capacità lavorativa diminuita ma comunque prodotta», spiega Iannelli, che con un tumore mammario metastatico convive da 27 anni, in trattamento cronico.
Non va meglio per i lavoratori dipendenti con patologie a rischio, che potevano rimanere a casa dal lavoro con assenza equiparata al ricovero ospedaliero. Una tutela vanificata dal decreto Cura Italia perché non basta autocertificare la propria condizione di malato oncologico, già nota all'amministrazione sanitaria, ma al datore di lavoro bisogna presentare una tripla certificazione, «forse dei medici legali delle Asl e dove comunque le persone a rischio sarebbero costrette a spostarsi per ottenere l'attestazione della condizione di rischio, di “autorità sanità competenti", pure non precisate e dei medici di assistenza primaria. Era un diritto fruibile fino al 30 aprile, non è stato al momento utilizzabile, non lo sarà mai», commenta l'avvocato.
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Per timore di contrarre l'infezione i pazienti sono stati lontani dai nosocomi: la mortalità per infarto è cresciuta del 40%. In Sicilia sono più i decessi per il cuore che per il coronavirus.Nel primo trimestre sono stati circa 50.000 i morti per tumore. Per Elisabetta Iannelli (Aimac): «A causa dell'emergenza, i trattamenti per i malati oncologici sono stati rimandati. Ora di tratta di pensare a una fase 2 specifica per loro, magari con la telemedicina».Lo speciale contiene due articoli.L'allarme l'aveva lanciato a metà aprile Giuseppe Tarantini, presidente del Gise, il Gruppo italiano di studi emodinamici e cardiologia interventistica: «Gli accessi per infarto miocardico nei pronto soccorso, diretti o con chiamata al 118, si sono a oggi dimezzati». Preoccupa soprattutto la paura di venire contagiati dal Covid-19, così ai primi sintomi che segnalano «l'attacco di cuore», come dolore al petto persistente e spesso esteso al braccio sinistro, associato a sudorazione fredda e profusa, si rimanda il ricovero perdendo tempo prezioso. Eppure, «per ogni 10 minuti di ritardo nella diagnosi e nel trattamento, la mortalità aumenta del 3%», ricorda Tarantini. Pochi giorni fa, la conferma che rinviare cure innalza il numero delle vittime è arrivata da uno studio del Centro cardiologico Monzino di Milano: la mortalità per infarto acuto è quasi triplicata in questi mesi e sono diminuite del 40% le procedure salvavita di cardiologia interventistica. Non solo, dati allarmanti si riferiscono pure alle condizioni sempre più gravi dei pazienti che arrivano in ospedale, «già con complicanze aritmiche o funzionali», ha sottolineato Giancarlo Marenzi, responsabile della terapia intensiva cardiologica al Monzino. Anche Pier Paolo Parogni, responsabile del 118 di Mantova, a metà aprile dichiarava: «Rileviamo un'incidenza di arresti cardiaci a domicilio più che raddoppiata nella nostra provincia nell'ultimo mese, rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente». percorsi protettiIn tutta Italia, garantisce il presidente del Gise, «sono stati creati percorsi protetti per i pazienti affetti da problemi cardiologici acuti che necessitano di assistenza in urgenza», ma la paura del virus misterioso che uccide rimane più forte delle rassicurazioni ufficiali. Un esempio per tutti: al Corriere della Sera Francesco Fedele, responsabile del dipartimento di prima cardiologia del policlinico Umberto I di Roma, ha detto di essere convinto che il giornalista Franco Lauro sia «morto di infarto. In una situazione diversa magari avrebbe interpretato dei sintomi e dei malori e sarebbe andato in ospedale. Così, per lui non c'è stato né tempo né modo». Nel primo trimestre di quest'anno, gli accessi in ospedale a Bologna sono calati del 20% per gli infarti più gravi e del 40% per quelli più leggeri. Una situazione analoga si è verificata in una quindicina di centri specializzati di Lombardia e Piemonte. I dati saranno pubblicati a breve e a luglio si conosceranno i risultati di uno studio promosso negli ospedali dell'Emilia Romagna, confrontando l'andamento dei ricoveri per infarto nei primi sei mesi del 2020, con quello dei tre anni precedenti. «Non abbiamo dati specifici, ma il numero di pazienti che si è rivolto al nostro reparto per problemi di infarto è calato da fine febbraio a oggi almeno del 70%, rispetto ai mesi passati», spiega Gian Battista Danzi, direttore di cardiologia a Cremona, ospedale da subito in prima linea nella gestione dell'emergenza per la vicinanza a Codogno, primo focolaio lombardo. «Mi riferisco a pazienti cardiopatici noti, che se stavano male non si sono rivolti alle nostre strutture, e a persone con dolore toracico, che potevano essere colpite da infarto senza particolari situazioni preesistenti», precisa. «Tutti erano molto spaventati, non si sono fatti vedere. Sono scomparsi. Nemmeno chiamavano il 118, in realtà subissato da altre richieste. Solo da pochi giorni cominciamo a rivedere pazienti in pronto soccorso, che non siano per il 98% con problemi di Covid-19». indietro di 40 anniEffettivamente il reparto diretto da Danzi, con 22 letti, era stato «requisito» per i malati di coronavirus, lasciando solo 5 posti per i pazienti cardiologici mentre gli 8 letti di unità coronarica erano diventati una sorta rianimazione. «Ma noi eravamo pronti per curare», assicura il professore, che in un video su Cardioinfo.it raccomanda: «Bisogna fare in modo che l'epidemia non ammazzi anche tutto quello che abbiamo fatto in questi anni». In attesa di conoscere i dati sulla mortalità a casa non dovuta a coronavirus, che l'Istat ci potrà fornire solo nei prossimi mesi, il primario fa questa considerazione: «Il numero dei decessi per infarto cardiaco in Italia è di circa 60.000 ogni anno, con una mortalità ospedaliera molto bassa, del 3-4% se il paziente non è troppo anziano o già con altre complicanze. Le persone che non si sono presentate al pronto soccorso in questo periodo, non sono state trattate e possono essere morte. È come se fossimo tornati indietro di quarant'anni». Ogni giorno nel nostro Paese muoiono di malattie del sistema cardiocircolatorio 638 persone. Basta guardare i decessi al 6 aprile scorso, per capire quanto incidano gli eventi cardiovascolari. Il Sole 24 Ore aveva pubblicato una tabella sulle cause di morte (l'Istat come numeri è ferma al 2017 e per quest'anno ha solo alcuni dati), dalla quale risulta che i deceduti per coronavirus erano 16.523, quelli in seguito a infarto miocardico acuto erano 5.968 che sommati ai morti per altre malattie del cuore (14.511) portavano la triste conta a 20.479. Senza contare il numero di decessi per malattie cerebrovascolari (15.948), in cui rientrano, per esempio, gli ictus causati da embolie di origine cardiaca. Se, come segnalano gli specialisti, i morti per infarto o complicanze cardiache sono aumentati vertiginosamente mentre l'attenzione era concentrata sul virus infernale che ha aggredito il mondo intero, i primi quattro mesi di questo 2020 saranno ricordati anche per il numero altissimo di persone che sono morte di cuore senza farsi curare. arrivi in ritardo«Avevamo notevolmente ridotto le complicanze post infarto, oggi siamo tornati indietro di vent'anni. I pazienti che sopravvivono agli infarti tardivi, svilupperanno le note cardiopatie dilatative che hanno un costo sociale molto più alto», conferma Marco Contarini, direttore di cardiologia ed emodinamica dell'ospedale Umberto I di Siracusa. La struttura è un'eccellenza in Sicilia, che è stata raggiunta in ritardo dal Covid-19 «eppure negli ultimi due mesi abbiamo registrato il 50% di accessi in meno al mese nei pronto soccorso, per patologie cardiovascolari gravi. Una percentuale che tradotta in numeri corrisponde a circa 2.000 pazienti che nella nostra Regione non si recano in ospedale per paura del coronavirus». Il medico, delegato regionale del Gise, ricorda che prima della pandemia «il dolore al petto era una delle prime cause di accesso al pronto soccorso. La Rete per il trattamento dell'infarto miocardico acuto, che garantisce tempestività e qualità di soccorso, aveva portato a una sensibile riduzione, 2-5%, della mortalità pre ospedaliera. Oggi, guardando ai dati derivati, i morti per infarto o per conseguenza perché ricoverati in ritardo, sono elevatissimi. Almeno 200 decessi al mese in più in Sicilia, numeri superiori ai morti per coronavirus nella nostra Regione. 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Eppure era stata la stessa Aiom, l'Associazione italiana di oncologia medica, a sottolineare a marzo la necessità di posticipare in alcuni casi i trattamenti anticancro programmati. «È opportuno che venga valutato e discusso caso per caso l'eventuale rinvio», invitava a fare, «in base al rapporto tra i rischi (per il singolo e per la collettività) legati all'accesso in ospedale e i benefici attesi dal trattamento stesso». Molti pazienti si sono sentiti abbandonati, le diverse realtà che operano sul territorio nazionale e offrono assistenza raccontano di continuare a ricevere «richieste di informazioni e supporto», da tante persone «preoccupate per il rinvio o la cancellazione di appuntamenti, il rinvio di cure chemioterapiche, di radioterapia, interventi chirurgici e chiusura di laboratori diagnostici», come informa «Codice Viola», impegnata a migliorare la sopravvivenza e la qualità di vita dei pazienti affetti da adenocarcinoma del pancreas. Da un questionario rivolto a tutti i sofferenti di tumore (e di cui parliamo diffusamente nell'articolo sottostante), l'associazione ha riscontrato che in questo periodo gli interventi chirurgici sono stati rinviati a data da destinarsi nel 64% dei casi. «Pensiamo ai tumori più comuni: quello alla mammella, al colon retto», quindi necessità di esami quali «mammografia, ricerca del sangue occulto nelle feci e poi colonscopia. Le persone da un lato hanno vissuto la paura del contagio dentro i nosocomi, dall'altra sono state bersagliate da informazioni spesso sommarie o contraddittorie; alla fine sono rimaste a casa coi propri sintomi e arriveranno nei prossimi mesi», ha dichiarato il professor Giuseppe Navarra, direttore di chirurgia generale a indirizzo oncologico al Policlinico di Messina. Il rischio più alto di complicanze e decesso ha certamente influito nelle decisioni di non esporre i pazienti all'accesso in ospedale in piena pandemia, se non nei casi strettamente necessari per gravità della neoplasia o della terapia richiesta, ma anche qui i dati aiutano a far luce prima delle statistiche, che tarderanno mesi ad arrivare. Le nuove diagnosi di cancro sono circa mille ogni giorno in tutta Italia, 3.460.000 persone continuano a vivere dopo una diagnosi di tumore, 179.000 sono stati i morti nel 2016 (ultimo dato disponibile). In quell'anno, 3 decessi ogni 1.000 persone erano per cancro, oltre 485 persone al giorno. Veniamo alle stragi causate dal Covid-19. Secondo l'Istituto superiore della sanità, i tumori diagnosticati negli ultimi 5 anni rappresentano tra il 16 e il 20 % delle patologie preesistenti all'infezione, che ha provocato i decessi da coronavirus. Un paziente su cinque aveva un carcinoma, prima di morire per il coronavirus, risultato fatale perché era immunodepresso, perché non aveva abbastanza difese per reagire a un virus così violento e «forse anche perché nei momenti più critici, quando mancano posti in terapia intensiva, la scelta non è a favore dei malati oncologici», afferma Elisabetta Iannelli, avvocato, vice presidente dell'Aimac, l'associazione italiana malati di cancro, e segretario generale della Federazione italiana delle associazioni di volontariato in oncologia (Favo). «Con pochi respiratori a disposizione, nell'emergenza il criterio di privilegiare persone con maggiori aspettative di vita è doloroso, forse inevitabile, certo non commentabile». Se consideriamo sempre i numeri al 6 aprile, i decessi per coronavirus erano 16.523 ma quelli per tumori già superavano quota 46.000. Sommando anche la percentuale di quanti avevano un carcinoma e sono morti per Covid-19 (1 paziente su 5), arriviamo a quasi 50.000 decessi per tumore nel primo trimestre 2020. E non sappiamo ancora il numero di coloro che, non curati, avranno ridotte speranze di sopravvivenza. «Il panico, il senso di abbandono è cresciuto molto in chi si è trovato a dover affrontare, oltre all'enorme problema del cancro, anche l'emergenza coronavirus», fa presente l'avvocato. «È stato difficile far capire che per contenere il rischio in alcuni casi era necessario, ragionevole spostare in altra data esami, visite, terapie. Ma adesso il problema diventa la fase due, non si può più rinviare sine die. Bisogna pensare a dei percorsi Covid free, accelerare soluzioni come terapie a domicilio, occorre potenziare i servizi di telemedicina, di sostegno psicologico a distanza. Servono linee guida, semplificazioni che possano essere utili al sistema sanitario pure per altre patologie e nello scenario post coronavirus». Per chi resta in vita, oltre alla lotta contro il cancro c'è pure quella per la sopravvivenza economica. Il governo forse correggerà il tiro, intanto con l'attuale formulazione del Cura Italia sono stati penalizzati i disabili e un milione di pazienti oncologi che continuano a lavorare, pur convivendo con una neoplasia che richiede cure e visite continue. Fino a quando non sarà chiarito che dal bonus di 600 euro, erogato a lavori autonomi e liberi professionisti, sono esclusi i lavoratori titolari di pensione di anzianità o di vecchiaia, ma non di invalidità, il decreto continuerà a discriminare chi si trova in condizione di maggiore fragilità. «Stiamo parlando di persone che traggono il loro sostentamento dal lavoro, che sono danneggiate dalla riduzione di attività dovuta al Covid-19, ma che a parità di condizione di tutela “di ultima istanza" non possono accedere al bonus. Perché ricevono già assegni di invalidità parziale, ai quali però hanno diritto in quanto pagano i contributi e sono integrazione di un reddito, ridotto per la capacità lavorativa diminuita ma comunque prodotta», spiega Iannelli, che con un tumore mammario metastatico convive da 27 anni, in trattamento cronico. Non va meglio per i lavoratori dipendenti con patologie a rischio, che potevano rimanere a casa dal lavoro con assenza equiparata al ricovero ospedaliero. Una tutela vanificata dal decreto Cura Italia perché non basta autocertificare la propria condizione di malato oncologico, già nota all'amministrazione sanitaria, ma al datore di lavoro bisogna presentare una tripla certificazione, «forse dei medici legali delle Asl e dove comunque le persone a rischio sarebbero costrette a spostarsi per ottenere l'attestazione della condizione di rischio, di “autorità sanità competenti", pure non precisate e dei medici di assistenza primaria. Era un diritto fruibile fino al 30 aprile, non è stato al momento utilizzabile, non lo sarà mai», commenta l'avvocato.
A sorpresa, i dati diffusi martedì da Kering hanno dato una scossa al mercato. Nonostante un calo delle vendite del 10%, il risultato è stato accolto con un balzo del titolo dell’11% a Parigi: un paradosso solo apparente, spiegato dal fatto che gli analisti temevano un tracollo ben peggiore. «Kering ha sorpreso il mercato con risultati migliori delle attese, confermando che il turnaround di Gucci, seppur fragile, sta iniziando a muovere i primi passi», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Il miglioramento nell’area Asia-Pacifico è un segnale incoraggiante dopo dieci trimestri consecutivi di calo. Tuttavia, la redditività di Gucci, oggi al 16%, resta lontana dai fasti del passato. La strategia di Luca de Meo di pulire i bilanci e chiudere decine di boutique è una “cura da cavallo” necessaria, ma la vera sfida per il 2026 sarà trasformare questi segnali di stabilizzazione in crescita reale dei margini».
Se Kering prova a risalire la china, il leader mondiale Lvmh sceglie la via del rigore estremo. Bernard Arnault ha descritto il 2025 come un anno «solido in un contesto turbolento», ma ha già avvertito che il 2026 non sarà una passeggiata. Un elemento tecnico, spesso trascurato, sta infatti pesando enormemente sui profitti: la valuta.
«Il dato più eclatante emerso dai conti di Lvmh riguarda l’impatto dei tassi di cambio», osserva lo strategist di SoldiExpert Scf e co-autore di LetteraSettimanale.it. «Degli 1,8 miliardi di euro di calo dell’utile operativo, ben un miliardo è imputabile alle fluttuazioni valutarie. Senza questo effetto, la discesa sarebbe stata solo del 4%. Questo ci dice che la capacità di gestire il rischio di cambio è oggi determinante quanto il lancio di una nuova collezione».
Il problema strutturale che le Maison devono affrontare è però più profondo di un semplice ciclo economico negativo. Si chiama «luxury fatigue» (stanchezza da lusso), ma nasconde una crisi di fiducia del consumatore. Dal 2019 a oggi, i prezzi di molti beni di lusso sono saliti del 40-50%, spesso senza un corrispondente aumento della qualità o dell’esclusività. «Il settore si trova in una trappola autoinflitta: i prezzi eccessivi hanno allontanato la classe media, che costituiva la base delle vendite», continua l’esperto. Oggi i consumatori, specialmente i più giovani della Gen Z, cercano autenticità e valore reale, non più solo un logo che funga da status symbol. Il 2026 sarà l’anno in cui i brand dovranno riconnettersi con i propri codici originali, offrendo qualcosa che giustifichi i listini attuali, altrimenti il divario tra marchi resilienti e marchi in declino continuerà ad ampliarsi».
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Presentato il Disegno di legge sull’illuminazione pubblica intelligente. I dati Assil-Politecnico parlano chiaro: milioni di impianti da aggiornare e risparmi possibili fino all’80%, con benefici su costi, consumi ed emissioni.
Al Senato si è tornato a parlare di luce, ma non solo in senso figurato. Al centro del confronto, questa volta, c’è l’illuminazione pubblica e il suo possibile ruolo nella transizione energetica e digitale del Paese. Nella Sala Caduti di Nassirya si è tenuta la conferenza stampa dedicata allo «smart lighting», promossa dalla senatrice Clotilde Minasi, partendo dai dati di uno studio di Assil, l’associazione dei produttori di illuminazione, realizzato con il Politecnico di Milano.
Il tema è tutt’altro che tecnico per addetti ai lavori. In Italia ci sono circa 10 milioni di punti luce pubblici e, anche se il 65% è già passato al LED, restano ancora circa 3,5 milioni di impianti da aggiornare. Ed è proprio su questo fronte che si gioca una partita importante, sia in termini di risparmio energetico sia di modernizzazione delle città.
In questo contesto si inserisce il Disegno di legge n. 1700, depositato in Senato, che punta a dare un quadro di riferimento per rendere più efficienti l’illuminazione pubblica e quella degli edifici pubblici attraverso sistemi digitalizzati di ultima generazione. L’obiettivo è chiaro: ridurre consumi ed emissioni, ma anche migliorare la gestione degli impianti, la sicurezza e la qualità del servizio.
La proposta guarda a soluzioni basate su Led, sensori di luminosità e piattaforme di gestione da remoto, capaci di integrare funzioni di monitoraggio, automazione e manutenzione predittiva. In pratica, un’illuminazione che non si limita ad accendersi e spegnersi, ma che può essere controllata in modo intelligente e centralizzato, con benefici anche sui costi di gestione per le amministrazioni.
Lo studio di Assil e Politecnico di Milano disegna tre possibili scenari. Il più prudente prevede la semplice sostituzione degli impianti obsoleti con corpi illuminanti a Led. Quello più avanzato, invece, immagina una vera evoluzione tecnologica, con una diffusione capillare di sistemi intelligenti in linea con l’idea di smart city e con gli obiettivi della direttiva europea Epbd.
I numeri danno la misura dell’impatto. Nello scenario base, il risparmio energetico stimato è di 1,7 GWh, pari a circa 11.950 alberi «equivalenti» piantati ogni anno e a una riduzione di 424 tonnellate di CO2. Nello scenario più avanzato si arriverebbe a 2,4 GWh, con l’equivalente di 17.435 alberi e 619 tonnellate di CO2 in meno.
E non si parla solo di lampioni. L’illuminazione pubblica esterna è un esempio di un approccio che potrebbe estendersi anche alla gestione del patrimonio pubblico. Secondo i dati, l’introduzione di sistemi di smart lighting può portare a risparmi energetici fino al 70-80% rispetto agli impianti tradizionali, a seconda dei contesti.
Il disegno di legge viene presentato come a costo zero per le finanze pubbliche e inserito nel percorso di transizione digitale ed ecologica delle infrastrutture urbane. L’idea è costruire una rete nazionale di illuminazione «intelligente», in linea con gli obiettivi del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima, che punta a una forte riduzione delle emissioni entro il 2030. Se il testo verrà approvato, entro sei mesi la Conferenza Stato-Regioni dovrà adottare le linee guida nazionali, che saranno poi aggiornate ogni tre anni per restare al passo con l’evoluzione tecnologica e le pratiche europee.
Per il settore, si tratta di un passaggio considerato decisivo. «La presentazione di questo Disegno di Legge rappresenta un punto importante per la diffusione delle tecnologie di illuminazione di qualità», ha detto Carlo Comandini, presidente di Assil, sottolineando come il provvedimento possa trasformare l’illuminazione pubblica da semplice voce di spesa a leva strategica per la transizione digitale ed ecologica del Paese.
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Imagoeconomica
È stato confermato che sono in corso le operazioni preliminari per la ripartenza dell’altoforno 2 dopo importanti lavori di ripristino partiti ad agosto e conclusi nei giorni scorsi. L’altoforno 2 dovrebbe riavviarsi intorno al 20 febbraio dopo essere stato fermo due anni e con la sua stabilizzazione, si provvederà a fermare il 4 per lavori di manutenzione che si protrarranno sino a fine aprile. Al termine di questo mese saranno riattivate anche le batterie delle cokerie che intorno al 20 gennaio l’azienda ha bloccato mettendole in preriscaldo, dovendo intervenire sull’impianto di trattamento del gas della cokeria con l’installazione di un nuovo reattore catalitico. In sostanza con le batterie riaccese e due altiforni su tre operativi, da maggio l’azienda raggiungerà una conduzione produttiva migliore. Infine si attende la decisione del Gip di Taranto sulla istanza di dissequestro dell'altoforno 1 presentata dall’azienda. Dall’incidente dello scorso maggio ad Afo1 la Procura non ha ancora assunto una decisione sul dissequestro ma i commissari hanno già acquistato i pezzi necessari per la ripartenza, operazione che potrebbe essere completata in 8-9 mesi (qualche mese in più rispetto al tempo necessario per far ripartire Afo2, danneggiato dalla precedente gestione ArcelorMittal/Morselli).
I commissari straordinari hanno trovato, al loro arrivo, un solo altoforno funzionante e 7 miliardi di danni documentati e periziati, causati dalla precedente gestione.
A partire da febbraio 2024 sono stati destinati oltre 997 milioni alla manutenzione e agli investimenti industriali, a conferma dell’impegno dell’amministrazione straordinaria nel garantire la piena funzionalità degli impianti. Difficile sostenere quindi che non abbia rappresentato una svolta nel corso di questa azienda, fondamentale per l’industria nazionale.
Nel 2025 inoltre il sito industriale ha registrato il più alto numero di ore lavorate negli ultimi anni, sia da parte del personale diretto sia delle imprese terze. Quindi nessuna chiusura imminente, nessuna fine dell’Ilva, come paventato dai sindacati.
Eppure proprio qualche mese fa, a novembre scorso, dopo un vertice a Roma, il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, dichiarando la rottura delle trattative, affermava che il piano presentato dal governo avrebbe portato alla «chiusura definitiva» di tutti gli stabilimenti entro il marzo successivo, con la cassa integrazione di migliaia di lavoratori. Poi criticava il cosiddetto «piano corto» del governo, sostenendo che fosse «corto» non per la durata temporale ma perché «il tempo che rimane alla chiusura totale è molto breve».
Invece il «piano corto» del governo è servito a consentire le necessarie manutenzioni (investimenti da un miliardo nella manutenzioni) per tornare a produrre acciaio, come era sempre stato chiarito dai commissari.
Palombella poi diceva che senza una seria decarbonizzazione, ovvero il passaggio ai forni elettrici, l’azienda sarebbe destinata a sparire, definendo la situazione una «tragedia industriale e umana».
Non meno fosco lo scenario prospettato dalla Cgil, sia a livello nazionale che territoriale. Per Giovanni D’Arcangelo della Cgil Taranto, il governo Meloni era responsabile di «una lenta agonia».
Il leader della Cgil, Maurizio Landini, ha più volte denunciato la mancanza di una strategia pubblica chiara e il rischio di «spezzatino», ovvero la vendita separata dei siti. In generale la Cgil aveva chiesto la nazionalizzazione, unica formula, diceva per garantire la continuità produttiva e la tutela ambientale.
C’è da aprire il capitolo Flacks: il fondo che sta trattando con le amministrazioni straordinarie di Ilva e di Acciaierie d’Italia l’acquisto dell’intera azienda con tutti i suoi stabilimenti, dopo che l’offerta presentata nelle scorse settimane è stata reputata, sia dai commissari che dai comitati di sorveglianza, la migliore.
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Dal 28 al 30 marzo Parma ospita Eos European outdoor show ’26, la fiera italiana più importante di caccia, tiro sportivo e outdoor. Dopo le edizioni veronesi, l’evento si presenta con padiglioni rinnovati, campi prova armi e oltre 350 espositori, promettendo tre giorni di novità per appassionati e operatori del settore.
Dal 28 al 30 marzo Parma sarà il punto di riferimento per chi vive di caccia, tiro sportivo e outdoor. Eos European outdoor show 2026 si prepara a un’edizione che promette di alzare ancora l’asticella, puntando su novità, spazi più funzionali e un’offerta pensata sia per gli appassionati sia per gli operatori del settore.
Il cambio di collocazione nel calendario, a fine marzo, viene presentato come un vantaggio soprattutto per il mondo del turismo venatorio. A fare da cornice sarà Fiere di Parma, che si presenta con un quartiere fieristico rinnovato: tre grandi padiglioni su un unico livello (3, 5 e 6), due ingressi, viabilità migliorata, ristorazione, servizi e ampi parcheggi. Parma, del resto, è facile da raggiungere: dista poco più di un’ora da Milano, Bologna, Verona e Brescia. E porta con sé quasi 80 anni di esperienza fieristica. Una delle carte vincenti dello spostamento a Parma è la possibilità di provare le armi: all’esterno dei padiglioni sarà allestito un campo temporaneo con 13 linee di tiro per testare le novità della canna liscia. Per pistole e carabine, invece, saranno attive navette verso il Tiro a Segno Nazionale di Parma, a circa sette minuti, con linee a 10, 25, 50 e 100 metri. Molte aziende metteranno a disposizione i modelli più recenti, e anche le federazioni di tiro inviteranno i visitatori a cimentarsi con il bersaglio e con diverse discipline.
La fiera è organizzata per aree tematiche: armi, munizioni e accessori per caccia, tiro e outdoor nei padiglioni 5 e 6; associazioni venatorie e federazioni di tiro ancora al 6; lo shopping nel padiglione 3. Gli espositori superano quota 350, con molte nuove presenze rispetto alle edizioni precedenti. In totale, si parla di 60.000 metri quadrati da percorrere, con un’offerta ampia sia per chi cerca viaggi venatori sia per chi vuole acquistare attrezzature e prodotti specializzati.
Eos Show si conferma così come la principale fiera italiana dedicata a caccia, tiro sportivo e outdoor, settori in cui l’Italia vanta un’eccellenza riconosciuta sul piano tecnico, organizzativo e produttivo. Dopo quattro edizioni di successo, Fiere di Parma punta a dare al salone un respiro ancora più internazionale: è in programma un progetto di incoming che dovrebbe portare a Parma circa 250 operatori stranieri da oltre 100 Paesi e 170 giornalisti da tutto il mondo, in collaborazione con le aziende del settore e con le associazioni di categoria, ANPAM e Consorzio Armaioli Italiani.
Nel padiglione 5 ci sarà anche lo spazio di Fondazione Una che, in occasione dei suoi dieci anni, allestirà un’area dedicata alla degustazione di piatti a base di selvaggina, preparati da chef di rilievo. «Fiere di Parma ha un’esperienza ventennale nei grandi eventi di pubblico dedicati anche al settore outdoor», ha spiegato l’amministratore delegato Antonio Cellie, sottolineando come gli spazi, la posizione e la collaborazione con le associazioni siano elementi chiave per far crescere una manifestazione che punta a un ruolo di primo piano in Europa.
Intanto, i numeri dei biglietti venduti online fanno pensare a un’affluenza elevata. L’acquisto anticipato conviene: il biglietto costa 16 euro, 12 per i gruppi da dieci persone, contro i 25 euro alla cassa. Sono già disponibili anche gli abbonamenti da due giorni (30 euro) e da tre giorni (42). L’ingresso è gratuito per i minori di 12 anni, per le forze dell’ordine e per le persone con disabilità con accompagnatore.
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