Tra cinque giorni, il 30 luglio, Matteo Ricci, l’apparentemente baldanzoso candidato alla presidenza della Regione Marche che del Pd è stato vicesegretario nazionale, 10 anni sindaco a Pesaro e 5 presidente della Provincia, ora eurodeputato, deve essere convincente col Procuratore capo di Pesaro Marco Mescolini che conduce l’inchiesta sulla cosiddetta affidopoli, ma per paradosso lo stesso giorno ha un «interrogatorio» assai più delicato: quello con Giuseppe Conte. L’orientamento del Movimento sembra essere quello di sfilarsi nel caso che Ricci si avvalga della facoltà di non rispondere, ma anche se la strategia difensiva fosse diversa, l’alleanza è tutt’altro che salda. Del resto, il M5s marchigiano non digerisce per nulla l’alleanza con il Pd (il coordinatore regionale Giorgio Fede già cinque anni fa ruppe con i democrat) e la consigliera regionale (unica superstite di un gruppo che nel 2015 correndo da solo aveva raccolto il 21,5% dei voti e 5 seggi) Marta Ruggeri è lapidaria: «Ricci deve dimostrare che non ha avuto utilità, altrimenti è incompatibile con i nostri valori». Sono le stesse parole di Conte che, dicono, sta davvero studiando le carte del caso Ricci. Per l’eurodeputato del Pd che ha dichiarato «Loro (il centrodestra ndr) sono impauriti; se pensano che potranno utilizzare questa vicenda per avere un vantaggio elettorale non hanno capito: noi vinceremo e loro avranno da questa vicenda un boomerang e se lo ricorderanno per tutta la vita». Sono ore convulse. Conte non è più per niente convinto di appoggiare Ricci: si sarebbe persuaso che la ripresa del M5s nelle Marche sia alle politiche con il 13,6% dei voti sia alle europee rende proficua anche la corsa in solitario gli chiede un autodafé ed è una grana enorme per il Pd. Se salta il campo largo nelle Marche torna in discussione l’accordo sulla Campania dove s’annuncia la candidatura di Roberto Fico, si blocca l’intesa in Puglia e in Toscana. Elly Schlein non se lo può permettere. Ha scommesso, per tenersi il partito, che le regionali finiscono 4 a 1 lasciando al centrodestra solo il Veneto e riconquistando Marche. Ma senza il campo larghissimo non ha alcuna possibilità. Ne ha ancora meno adesso nelle Marche dopo l’affaire Ricci. Che ha più di un problema ce l’ha. Pare che Franco Arceci - era il suo capo di gabinetto - inquisito pure lui non abbia per nulla gradito il video in cui l’eurodeputato scarica tutte le colpe sui funzionari. «Così non si fa», avrebbe confidato Arceci al suo avvocato, «mi sento offeso e ho qualcosa da dire». Anche lui sarà interrogato il 30 (altri dei 24 inquisiti hanno chiesto il rinvio) e potrebbe non essere proprio un asso nella manica per Ricci. L’esponente del Pd si è difeso affermando che gli sembra strano che la Procura gli imputi come utilità il vantaggio politico della notorietà. E ancora più strano - si è convertito alla giustizia a orologeria - gli è parso che «l’avviso di garanzia mi sia stato notificato il giorno dopo la fissazione della date delle elezioni». L’articolo 318 del codice penale - quello in base a cui la Procura lo accusa - però è chiaro: perché ci sia corruzione basta una qualsiasi utilità per sé o per altri. C’è da capire come la intende il professor Conte a cui Ricci, ma anche il Pd, deve spiegare un’altra cosa: quando ha saputo davvero di essere iscritto a modello 21? Lui è indagato in concorso col suo braccio destro Massimiliano Santini e con Stefano Esposto che sono stati i primi «avvisati» dal luglio 2024. C’è sin da quella data nel registro delle notizie di reato un «omissis». Una domanda che sicuramente i pentastellati faranno al Pd è: quando ci avete chiamato per sostenere Ricci sapevate che era indagato? Il futuro del campo largo ruota attorno a queste due domande. A cui Ricci, che stasera si prepara a Baia Flaminia di Pesaro alla «cena dei mille», dovrà rispondere. Da qui il timore dei pentastellati - nelle Marche nel 2018 ebbero il massimo exploit alle politiche: presero il 35,5 % pari a oltre 316.000 voti - d’essere stati ingannati. Alle scorse regionali i pentastellati erano scesi all’8,6%, ma già alle politiche del 2022 avevano recuperato fino al 13,6. Alle Europee di un anno fa hanno sfiorato il 10% (terzo partito) e il Pd che nelle Marche non è andato oltre il 25,5% - staccato di 8 punti da FdI - senza i contiani non ha nessuna possibilità di sfrattare Francesco Acquaroli dalla Regione. Nelle ultime ore sono scesi in campo i civici con «Marchigiani per Acquaroli» e «Base popolare»- quasi tutta Azione, parte di Italia viva e il gruppo dell’ex presidente Mario Spacca - sta col Centrodestra. L’Udc ha fatto della «battaglia di legalità» su Pesaro una bandiera. Candida al consiglio regionale l’avvocatessa Pia Perricci prima accusatrice di Ricci - l’ha querelata - che ha inviato gli atti all’autorità anticorruzione che si avvia a sanzionare il Comune di Pesaro. Il campo largo ora è quello del centrodestra. A Ricci oltre alla sperticata solidarietà del Pd - difficile cambiare cavallo, anche se azzoppato, a due mesi dal voto - resta l’appoggio di Avs che «confida nella magistratura» e di Più Europa. In teoria a sostenerlo ci sarebbero 19 liste, ma per ora, dato che Pesaro è città della lirica, sembrano il coro a bocca chiusa della Butterfly.
La cura dell’ambiente collegata alla famiglia fondata sul matrimonio e alla difesa della vita. È uno sguardo controcorrente, quello delle 79 pagine de L’ecologia integrale nella vita della famiglia, il nuovo documento pubblicato ieri dal dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale e dal dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e, appunto, pensato per educare alla cura del Creato.
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
Era il 10 dicembre del 2015 e la cucina italiana otteneva il riconoscimento di patrimonio immateriale dell’umanità dall’Unesco. Il ministro dell’Agricoltura e per la sovranità alimentare Francesco Lollobrigida ha giustamente esultato: era il successo del made in Italy agro-enogastronomico che vale 700 miliardi di euro di cui 73 dall’export.
Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
«È una violenza istituzionale che da genitore, veramente, mi fa rabbrividire. Loro scelgono l’Italia e l’Italia risponde così? Mi vergogno». Così il vicepremier Matteo Salvini ieri a Palmoli per incontrare i coniugi Nathan Trevallion e Catherine Birmingham. Una visita in primis per ascoltare e mettersi a disposizione, ha spiegato, perché la politica non può fare molto data la vicenda giudiziaria in corso. «Invito però tutti a mettersi la mano sulla coscienza. Certo, questa famiglia ha un modello educativo diverso da quello solito: questo è un reato? No. C’è violenza, droga, abuso? No. Quindi? Non vengono tolti i bambini che vivono nella cacca, con i genitori che rubano, se va bene, e quindi? So per certo che i bimbi, dopo cinque mesi di reclusione, stanno peggio di quanto non stessero cinque mesi fa».
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.






