
Il momento è tribolato.
«Ogni maratoneta sa che una corsa è lunga quarantadue chilometri».
Dunque?
«Nei primi trentacinque va tutto magnificamente: hai energie, sei fresco, gara bellissima».
E poi?
«Gli ultimi sette chilometri, quando arriva la crisi, sono i più difficili».
Maurizio Lupi, infaticabile runner e leader di Noi Moderati, esorta a non mollare.
«Quattro anni fa abbiamo ricevuto un mandato dagli elettori. Ci siamo impegnati a garantire stabilità e autorevolezza, dando risposte concrete: come i 21 miliardi investiti per diminuire le tasse e aumentare gli stipendi».
Manca un anno al traguardo.
«Ho corso per sedici volte la maratona di New York. Bisogna aver chiaro l’obiettivo: cambiare il Paese. Per questo credevamo e crediamo ancora nella riforma della giustizia»
Peggio di così non poteva andare.
«I contrari hanno vinto nettamente. Ma questo referendum ha dimostrato che in Italia trionfa sempre la democrazia. C’è ancora chi pensa: se i cittadini ci votano, sono i migliori; se sono contro, diventano brutti e cattivi».
Se l’aspettava?
«Nelle ultime settimane i toni si erano alzati. Questo normalmente allontana i moderati dal voto. Poi, la situazione internazionale ha certamente impaurito molti: la fiducia dei consumatori in Europa è scesa del 16% negli ultimi due anni. Tanti non scelgono il cambiamento, ma cercano rifugio nella conservazione».
Serviva la pacatezza centrista?
«Ricordo lo slogan con cui il grande Mitterrand vinse le presidenziali francesi: “La forza tranquilla”».
Cosa avete sbagliato?
«A me piacciono tutti gli sport, non solo la maratona. Uso allora un’altra metafora: spesso ci hanno fatto falli da espulsione, a volte abbiamo risposto con falli di reazione. È stato un errore».
Tanti magistrati hanno festeggiato a Napoli cantando Bella ciao.
«Questo preoccupa sia noi che i nostri elettori. Adesso però si depongano le armi. Sulla giustizia serve dialogo».
Il sottosegretario Fazzolari, braccio destro e sinistro della premier, teme la vendetta delle toghe.
«Farebbe male innanzitutto alla magistratura».
È già deflagrata l'inchiesta sulle partecipate di Stato.
«Spero di non dover arrivare a citare uno dei miei maestri: Giulio Andreotti».
«A pensar male si fa peccato, ma molto spesso ci si azzecca».
«Adesso però evitiamo di immaginare complotti. Confido nella collaborazione tra politica e magistratura».
Il morale è basso.
«Usciamo da questo sconfittismo. Abbiamo combattuto con passione e abbiamo preso una botta. Ma il campo largo si illude: i contrari alla separazione delle carriere non sono una maggioranza politica».
La batosta ha innescato illustri dimissioni: Delmastro, Bartolozzi e Santanchè.
«Hanno lasciato dopo grande travaglio, con senso di responsabilità».
È stata Meloni a chiedere quei passi indietro.
«Resta un anno di governo. Credo che Giorgia non voglia dare ulteriori spunti all’opposizione per polemiche strumentali e ideologiche».
Persino l’inossidabile Gasparri non è più capogruppo di Forza Italia al Senato.
«Se il mio amico Maurizio lascia, va a fare qualcosa di più importante: infatti diventerà presidente della commissione Esteri».
Quattro addii: un terremoto.
«Ma perché un terremoto? Piuttosto, la sconfitta valga da insegnamento per il futuro: prima di fare un referendum sulle riforme costituzionali, occorre adoperarsi per trovare un accordo. Altrimenti, il voto diventerà sempre politico».
L’opposizione evoca elezioni anticipate.
«Dimettersi sarebbe da irresponsabili, soprattutto in un momento difficile come questo. Nessuno di noi l’ha mai minimamente pensato».
Dopo la giustizia, toccherebbe alla «madre delle riforme»: il premierato. Non sembra aria, però.
«Il responso è stato chiaro: per adesso la Costituzione non si può toccare. E comunque ora dobbiamo concentrarci su altro: decreto fiscale, politica economica, piano casa».
Bisognerà anche approvare la nuova legge elettorale. Lo Stabilicum non convincerebbe però tutta la maggioranza.
«Il testo che abbiamo presentato è una base di discussione e confronto. Mi auguro che non si faccia muro contro muro. Avere una buona legge è anche nell’interesse dell’opposizione».
Ridiscuterete delle preferenze?
«Su questo dovremo confrontarci ancora, ma rimane il modo migliore per far riavvicinare i cittadini alla politica. Noi presenteremo un emendamento».
Si dibatte sul generoso premio di maggioranza.
«Se per la sinistra deve essere più basso, ne possiamo discutere. Pongo però una domanda: perché il modello con cui votano nelle regioni, apprezzato da tutti, non andrebbe bene per il Parlamento?».
Pure gli avversari vorranno evitare lo stallo?
«Immagino di sì. Per questo credo nella collaborazione. Possiamo approvare la legge elettorale da soli, ma sarebbe insensato decidere di non discuterne».
La vittoria referendaria ha galvanizzato le truppe. Preparano già la lista dei ministri.
«È giusto che anche loro, ogni tanto, si prendano qualche soddisfazione. Non si può sempre fare cappotto».
Stavolta promettono di non litigare.
«Un conto è unirsi per dire no. Un altro è condividere i programmi. Qual è la politica estera? E cosa farebbero per l’economia? Grazie a Dio, però, sono problemi che non ci riguardano. Noi stiamo benissimo così. Dobbiamo ringraziare Silvio Berlusconi, Umberto Bossi e Gianfranco Fini che nel 2001 hanno fatto un capolavoro: la Casa delle libertà».
Conte e Schlein scalpitano per le primarie.
«Assisteremo con fiducia a questa sfida meravigliosa, organizzata dal mio amico Matteo Renzi».
I primi sondaggi incoronano il leader dei 5 stelle.
«Possiamo solo preparare i popcorn. Da trent’anni noi fortunatamente abbiamo una regola condivisa: la coalizione presenta un programma, poi il leader lo scelgono gli elettori votando i partiti».
Le politiche del 2027 sembravano una formalità.
«Fino a oggi abbiamo dimostrato grande responsabilità, superando periodi difficilissimi. Agli smemorati ricordo: pochi mesi dopo la nascita del governo, scoppiò la guerra in Ucraina».
Il prezzo del gas aumentò di dieci volte.
«Dicevano che era impossibile farcela, invece ne siamo usciti. Sono seguiti anni di crescita».
E adesso?
«Nell’ultima riunione con i leader ci siamo dati una priorità: aiutare famiglie e imprese, dopo i timori di recessione causati dalla guerra nel Golfo. Vista la situazione, sarà decisivo anche accelerare sul disegno di legge per tornare al nucleare. Il piano energetico sembrava una parolaccia. Ora sappiamo che, senza autonomia nell’approvvigionamento, perfino il pane costa di più».
Al Sud la sconfitta è stata schiacciante.
«Un voto di protesta e paura. Pensare che vogliano tutti il reddito di cittadinanza è un cliché che non dà dignità a quelle regioni. Significherebbe seguire il ragionamento di Gratteri, per cui solo le persone per bene avrebbero votato No».
I contrari hanno trionfato pure nelle regioni meridionali guidate da voi.
«È stata anche colpa nostra: avremmo dovuto mobilitare di più».
Le prossime elezioni si vinceranno al centro o sobillando i pro Pal?
«Mi auguro che il campo largo rifletta sul pastrocchio che sta costruendo. Pur di spuntarla, provano a metter insieme tutto e il contrario di tutto».
Si voterà anche per scegliere il sindaco di Milano, la sua città.
«Il centrodestra non vince da quindici anni. Più che andare alla ricerca del civico giusto, forse dovremmo elaborare una proposta credibile per amministrare questa città, meravigliosa ma piena di contraddizioni: gli affitti insostenibili, i giovani che scappano, le periferie dimenticate, l’allarme sicurezza».
La Russa è sicuro di avere individuato il candidato giusto: lei.
«Definiamo il programma entro l’estate, poi si penserà al resto».
Urge un nome.
«Pensare che il civico di turno risolva i problemi è un errore madornale. Anche perché in giro non si vedono Mandrake o Superman».
Quelli che cerca Forza Italia?
«Serve una persona che porti realismo, concretezza e moderazione».
Lupi, praticamente.
«Questo lo dice Ignazio».






