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2018-07-15
L’uomo del crac Etruria gestisce la villa per dive del cinema e popstar
A Roma non ci sono solo le ville dei Casamonica a distinguersi per il fasto kitsch. Anzi ce n'è una che le batte tutte, per grandezza e pure per pacchianeria, e si trova nella zona di Grotta rossa, a Nord della Capitale. Appartiene o almeno è in uso alla famiglia di Mario La Via, chiacchieratissimo imprenditore andato a fondo con il suo cantiere nautico Privilege yard di Civitavecchia. A settembre lui, la figlia Maria, e altri presunti complici dovranno affrontare l'udienza preliminare nel processo per bancarotta che i pm civitavecchiesi hanno chiesto per loro. Tra i beni che La Via avrebbe sottratto alla società che gestiva e che avrebbe dovuto costruire yacht hollywoodiani (ma non ne ha varato nemmeno uno) c'erano anche i 100 milioni di euro che un pool di banche, capitanato da Banca Etruria, gli erogò. Anche per quel buco da circa 30 milioni, l'istituto un tempo guidato da Pier Luigi Boschi & c. è colato a picco.
Ma i La Via, nonostante le vicissitudini giudiziarie, non si sono persi d'animo e si sono riciclati, trasformando la magione di 79,5 vani, con laghetto, piscina coperta e scoperta e un parco di 13 ettari, nella location quasi perfetta per eventi, sedute di «team building», film e video musicali. La società (che risulta inattiva) a cui è affidata l'organizzazione di tutto si chiama Villa Veientana srl (il nome della magione) ed è intestata ai commercialisti Pasquale Iaquinta e Mario Furfaro. Ma sul sito i numeri di telefono di riferimento sono quelli di Maria e Guglielmo La Via, i figli di Mario. La prima resta imputata nel procedimento per il fallimento della Privilege, per il secondo è stata chiesta l'archiviazione. La villa in passato è stata sequestrata, ma secondo Maria La Via non lo sarebbe più: «Se fosse sequestrata non potremmo fare eventi. Ne facciamo uno al giorno, compreso stasera. Noi siamo la società di eventi che opera sulla villa, in passato forse c'è stato qualche problema, ma adesso assolutamente no».
In questo cottage prima si incontravano politici di tutti i partiti, generali e porporati. Si potevano incrociare anche il sultano del Brunei o l'ex segretario dell'Onu Perez de Cuellar, citati da La Via come partner delle sue imprese. Ora la casa è un set in grado di competere con il castello napoletano del Boss delle cerimonie.
Tanto che qui è stata girata la commedia Uno di famiglia, in uscita a novembre, in cui Nino Frassica, diretto dalla regista Maria Federici, interpreta il capocosca calabrese don Peppino Serranò. Durante le riprese ha fatto capolino sul set anche Maria Grazia Cucinotta. Pure Netflix ha individuato Villa Veientana come palcoscenico per un suo progetto. Il gruppo Thegiornalisti, certamente affascinato dall'aria cafona e anni '80 del luogo, vi ha realizzato il video di uno dei tormentoni dell'estate, Felicità puttana (5,5 milioni di visualizzazioni in un mese). Nel cortometraggio il frontman Tommaso Paradiso e l'attrice Matilda De Angelis si dimenano nelle stanze del villone lasciando intravedere arredi rosa shocking e tessuti multicolor. Il ritornello, «questa felicità che dura un minuto, ma che botta ci dà» sembra perfetto per lo choc che subisce chi entra in questo museo dell'esagerazione: giganteschi vasi in stile cinese, soprammobili di ogni genere, stampe (oppure originali?) di pittori eccellenti come Giorgio De Chirico; notevoli anche il gigantesco acquario e la discoteca psichedelica. Paradiso canta «ma che bello sudare l'estate ai matrimoni» ed è questo il core business della casa.
Maria La Via propone all'aspirante sposino di turno la location a 3.500 euro per il banchetto. A questa si possono aggiungere diversi pacchetti di catering, con tre diversi menù, che vanno da un minimo di 70 euro a persona a 140. «Quello da 77-80 euro è ottimo», assicura la padrona di casa, «un antipasto molto vasto» con varie «isole» (del casaro, dei salumi, del pesce), due primi e un secondo, gran buffet di dolci, torta nuziale e bollicine. Se gli invitati sono molti, la giovane propone uno sconto di 3 euro a testa. Il padiglione per le cene di gala dispone di 200 posti a sedere. Dj e fotografo non sono inclusi nel prezzo e anche gli allestimenti «particolari» sono extra. Ma nella villa si possono organizzare tutti i tipi di eventi, dalle feste per i diciott'anni («pacchetto per 50 persone, dj compreso e cena a buffet: 2.000 euro») alle sfilate di moda. La villa è pubblicizzata anche sui siti che offrono pernottamenti. Su Airbnb si può affittare per 1.100 euro a notte (9 persone, 4 camere da letto), mentre su Booking il soggiorno ha prezzi che oscillano da 1400 a 1.780 per due notti a seconda del numero degli ospiti (da 1 a 14).
I pm Allegra Migliorini e Mirko Piloni contestano a La Via e ai suoi coimputati (meno che alla figlia Maria) la distrazione di circa 80.000.000 di euro di aumento di capitale, «richiesto dagli istituti di credito per la concessione di finanziamenti per oltre 100.000.000». All'imprenditore è contestato anche il ricorso abusivo al credito per il mutuo erogato da Etruria e dagli altri istituti, ottenuto «dissimulando il dissesto dell'impresa e lo stato d'insolvenza dell'impresa».
Mario La Via è inoltre accusato di ricettazione e riciclaggio per l'intestazione di denaro e immobili a società terze, in realtà sotto il suo controllo. Per esempio la villa di Grotta rossa era schermata dalla Criba agricola srl, controllata interamente da una società anonima del Liechtenstein.
L'imprenditore è finito alla sbarra anche per aver devoluto 700.000 euro della Privilege in offerte ad associazioni italiane ed estere «su richiesta e indicazione (e, in mancanza, su sollecitazione) di Tarcisio Bertone, direttamente o tramite la sua segretaria». Il cardinale era solito dire messa nella cappella della villa, consacrata da un altro principe della Chiesa, Camillo Ruini. Oggi l'altare viene utilizzato per matrimoni, battesimi e comunioni a pagamento.
Giacomo Amadori
Il renziano Mazzoncini si arrocca alle Fs
Nell'afa di luglio, dentro quel gioiello architettonico che è Villa Patrizi a Roma, c'è un uomo in trincea. Resistere, resistere, resistere è la parola d'ordine di Renato Mazzoncini, amministratore delegato super renziano delle Ferrovie, in bilico dopo la fatwa del ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, che non lo vuole vedere neppure dipinto sul muro. E per colmo di bizzarria ha l'ufficio qualche centinaio di metri più in là. È lo spoil system, soprattutto è l'effetto di due blitz del governo di Paolo Gentiloni, che negli ultimi mesi di mandato ha dato via libera alla contestata fusione Fs-Anas (con il Movimento 5 stelle storicamente contrario) e ha rinnovato per tre anni il contratto al manager bresciano che l'ha attuata.
Ora siamo arrivati al dunque, perché anche se Ferrovie dipende dal ministero dell'Economia, il niet di Toninelli (con parere negativo scritto, inviato al Mef) pesa come un macigno. Il cda del 26 luglio dovrebbe essere decisivo e Mazzoncini si è ben guardato dal chiedere al vecchio board di decadere, primo passo per azzerare tutto. Il gesto non è piaciuto nelle stanze governative ed è stato interpretato come una sfida; un atteggiamento controproducente che esula dal protocollo dei rapporti fra management e azionista.
Nel quartier generale si vivono giorni difficili, la tensione è palpabile e il clima è da Fort Alamo con i renziani assediati e il nuovo potere politico fuori, pronto a impallinarli. Con Mazzoncini, i vertici in trincea sono Gioia Ghezzi (presidente) e Mauro Ghilardi (direttore risorse umane e organizzazione), che negli ultimi tempi hanno diradato molto le uscite ufficiali; in qualche caso la loro assenza è stata notata con fragore ad eventi organizzati dall'azienda stessa. Come spesso accade in questo primo periodo del governo M5s-Lega, l'ultima speranza è riposta in una presa di posizione super partes a forma di salvagente da parte del capo dello Stato, Sergio Mattarella. In attesa dello showdown le voci si susseguono e si sovrappongono, soprattutto quella che attribuisce alla Lega la volontà di cambiare i conduttori dei treni italiani. In realtà così non è e Giancarlo Giorgetti, che segue da vicino le operazioni di ricambio sulle poltrone che scottano (oltre a Fs, Rai e Cassa Depositi e Prestiti), sembra molto laico al riguardo. Ha pronti due nomi per il futuro: Beppe Bonomi, l'ideale per far da cerniera tra Ferrovie dello Stato e Trenord, e Flavio Cattaneo. Ma i posti chiave nelle altre due corazzate sono considerati più interessanti e per gli uomini di Matteo Salvini la conquista di Villa Patrizi non è prioritaria, o almeno non è perseguita con la stessa determinazione messa in campo dai 5 stelle.
Mazzoncini è ritenuto un manager capace, probabilmente in grado di interpretare i cambi di strategia politica, anche se l'ortodossia renziana e quel rinnovo a tradimento operato dal governo Gentiloni (in sfregio al galateo istituzionale) non depongono a suo favore. Più frontale la posizione dei grillini, che vorrebbero riaprire la pratica della discussa fusione con Anas. Non a caso il ministro Toninelli, appena insediato e con l'urgenza che si riserva a un mal di denti, ha detto: «Bisogna valutare in tutti i dettagli e vedere se ha un senso oppure no».
Sul futuro del manager si allunga anche l'ombra giudiziaria del rinvio a giudizio a Perugia per una vicenda di contributi pubblici alla società regionale di trasporto locale, la ex Umbria Mobilità assorbita da Busitalia (a sua volta controllata delle Fs) di cui Mazzoncini era presidente. L'accusa è di truffa per aver alterato le comunicazioni sui ricavi da traffico. L'ad di Ferrovie si è sempre ritenuto sereno ed estraneo ai fatti, ma una clausola etica dello statuto di Fs stabilisce che in caso di rinvio a giudizio per certi reati contro la pubblica amministrazione non si può essere eletti nei cda delle partecipate. Un grimaldello che Toninelli potrebbe utilizzare per scardinare la porta di ferro di Fort Alamo.
Giorgio Gandola
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Il cantiere di Mario La Via non ha mai costruito yacht, nonostante i finanziamenti della banca. Ora i figli mandano avanti una mega tenuta da 3.500 euro al giorno dove girano i Thegiornalisti.Il renziano Renato Mazzoncini si arrocca alle Fs. Appena prima del voto, il governo Gentiloni ha piazzato una pattuglia di manager che ora sono nel mirino dei grillini. Su tutti, l'ad fortissimamente voluto da Matteo Renzi.Lo speciale contiene due articoliA Roma non ci sono solo le ville dei Casamonica a distinguersi per il fasto kitsch. Anzi ce n'è una che le batte tutte, per grandezza e pure per pacchianeria, e si trova nella zona di Grotta rossa, a Nord della Capitale. Appartiene o almeno è in uso alla famiglia di Mario La Via, chiacchieratissimo imprenditore andato a fondo con il suo cantiere nautico Privilege yard di Civitavecchia. A settembre lui, la figlia Maria, e altri presunti complici dovranno affrontare l'udienza preliminare nel processo per bancarotta che i pm civitavecchiesi hanno chiesto per loro. Tra i beni che La Via avrebbe sottratto alla società che gestiva e che avrebbe dovuto costruire yacht hollywoodiani (ma non ne ha varato nemmeno uno) c'erano anche i 100 milioni di euro che un pool di banche, capitanato da Banca Etruria, gli erogò. Anche per quel buco da circa 30 milioni, l'istituto un tempo guidato da Pier Luigi Boschi & c. è colato a picco.Ma i La Via, nonostante le vicissitudini giudiziarie, non si sono persi d'animo e si sono riciclati, trasformando la magione di 79,5 vani, con laghetto, piscina coperta e scoperta e un parco di 13 ettari, nella location quasi perfetta per eventi, sedute di «team building», film e video musicali. La società (che risulta inattiva) a cui è affidata l'organizzazione di tutto si chiama Villa Veientana srl (il nome della magione) ed è intestata ai commercialisti Pasquale Iaquinta e Mario Furfaro. Ma sul sito i numeri di telefono di riferimento sono quelli di Maria e Guglielmo La Via, i figli di Mario. La prima resta imputata nel procedimento per il fallimento della Privilege, per il secondo è stata chiesta l'archiviazione. La villa in passato è stata sequestrata, ma secondo Maria La Via non lo sarebbe più: «Se fosse sequestrata non potremmo fare eventi. Ne facciamo uno al giorno, compreso stasera. Noi siamo la società di eventi che opera sulla villa, in passato forse c'è stato qualche problema, ma adesso assolutamente no». In questo cottage prima si incontravano politici di tutti i partiti, generali e porporati. Si potevano incrociare anche il sultano del Brunei o l'ex segretario dell'Onu Perez de Cuellar, citati da La Via come partner delle sue imprese. Ora la casa è un set in grado di competere con il castello napoletano del Boss delle cerimonie. Tanto che qui è stata girata la commedia Uno di famiglia, in uscita a novembre, in cui Nino Frassica, diretto dalla regista Maria Federici, interpreta il capocosca calabrese don Peppino Serranò. Durante le riprese ha fatto capolino sul set anche Maria Grazia Cucinotta. Pure Netflix ha individuato Villa Veientana come palcoscenico per un suo progetto. Il gruppo Thegiornalisti, certamente affascinato dall'aria cafona e anni '80 del luogo, vi ha realizzato il video di uno dei tormentoni dell'estate, Felicità puttana (5,5 milioni di visualizzazioni in un mese). Nel cortometraggio il frontman Tommaso Paradiso e l'attrice Matilda De Angelis si dimenano nelle stanze del villone lasciando intravedere arredi rosa shocking e tessuti multicolor. Il ritornello, «questa felicità che dura un minuto, ma che botta ci dà» sembra perfetto per lo choc che subisce chi entra in questo museo dell'esagerazione: giganteschi vasi in stile cinese, soprammobili di ogni genere, stampe (oppure originali?) di pittori eccellenti come Giorgio De Chirico; notevoli anche il gigantesco acquario e la discoteca psichedelica. Paradiso canta «ma che bello sudare l'estate ai matrimoni» ed è questo il core business della casa.Maria La Via propone all'aspirante sposino di turno la location a 3.500 euro per il banchetto. A questa si possono aggiungere diversi pacchetti di catering, con tre diversi menù, che vanno da un minimo di 70 euro a persona a 140. «Quello da 77-80 euro è ottimo», assicura la padrona di casa, «un antipasto molto vasto» con varie «isole» (del casaro, dei salumi, del pesce), due primi e un secondo, gran buffet di dolci, torta nuziale e bollicine. Se gli invitati sono molti, la giovane propone uno sconto di 3 euro a testa. Il padiglione per le cene di gala dispone di 200 posti a sedere. Dj e fotografo non sono inclusi nel prezzo e anche gli allestimenti «particolari» sono extra. Ma nella villa si possono organizzare tutti i tipi di eventi, dalle feste per i diciott'anni («pacchetto per 50 persone, dj compreso e cena a buffet: 2.000 euro») alle sfilate di moda. La villa è pubblicizzata anche sui siti che offrono pernottamenti. Su Airbnb si può affittare per 1.100 euro a notte (9 persone, 4 camere da letto), mentre su Booking il soggiorno ha prezzi che oscillano da 1400 a 1.780 per due notti a seconda del numero degli ospiti (da 1 a 14). I pm Allegra Migliorini e Mirko Piloni contestano a La Via e ai suoi coimputati (meno che alla figlia Maria) la distrazione di circa 80.000.000 di euro di aumento di capitale, «richiesto dagli istituti di credito per la concessione di finanziamenti per oltre 100.000.000». All'imprenditore è contestato anche il ricorso abusivo al credito per il mutuo erogato da Etruria e dagli altri istituti, ottenuto «dissimulando il dissesto dell'impresa e lo stato d'insolvenza dell'impresa». Mario La Via è inoltre accusato di ricettazione e riciclaggio per l'intestazione di denaro e immobili a società terze, in realtà sotto il suo controllo. Per esempio la villa di Grotta rossa era schermata dalla Criba agricola srl, controllata interamente da una società anonima del Liechtenstein.L'imprenditore è finito alla sbarra anche per aver devoluto 700.000 euro della Privilege in offerte ad associazioni italiane ed estere «su richiesta e indicazione (e, in mancanza, su sollecitazione) di Tarcisio Bertone, direttamente o tramite la sua segretaria». Il cardinale era solito dire messa nella cappella della villa, consacrata da un altro principe della Chiesa, Camillo Ruini. Oggi l'altare viene utilizzato per matrimoni, battesimi e comunioni a pagamento. Giacomo Amadori<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/luomo-del-crac-etruria-gestisce-la-villa-per-dive-del-cinema-e-popstar-2586722228.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-renziano-mazzoncini-si-arrocca-alle-fs" data-post-id="2586722228" data-published-at="1770625602" data-use-pagination="False"> Il renziano Mazzoncini si arrocca alle Fs Nell'afa di luglio, dentro quel gioiello architettonico che è Villa Patrizi a Roma, c'è un uomo in trincea. Resistere, resistere, resistere è la parola d'ordine di Renato Mazzoncini, amministratore delegato super renziano delle Ferrovie, in bilico dopo la fatwa del ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, che non lo vuole vedere neppure dipinto sul muro. E per colmo di bizzarria ha l'ufficio qualche centinaio di metri più in là. È lo spoil system, soprattutto è l'effetto di due blitz del governo di Paolo Gentiloni, che negli ultimi mesi di mandato ha dato via libera alla contestata fusione Fs-Anas (con il Movimento 5 stelle storicamente contrario) e ha rinnovato per tre anni il contratto al manager bresciano che l'ha attuata. Ora siamo arrivati al dunque, perché anche se Ferrovie dipende dal ministero dell'Economia, il niet di Toninelli (con parere negativo scritto, inviato al Mef) pesa come un macigno. Il cda del 26 luglio dovrebbe essere decisivo e Mazzoncini si è ben guardato dal chiedere al vecchio board di decadere, primo passo per azzerare tutto. Il gesto non è piaciuto nelle stanze governative ed è stato interpretato come una sfida; un atteggiamento controproducente che esula dal protocollo dei rapporti fra management e azionista. Nel quartier generale si vivono giorni difficili, la tensione è palpabile e il clima è da Fort Alamo con i renziani assediati e il nuovo potere politico fuori, pronto a impallinarli. Con Mazzoncini, i vertici in trincea sono Gioia Ghezzi (presidente) e Mauro Ghilardi (direttore risorse umane e organizzazione), che negli ultimi tempi hanno diradato molto le uscite ufficiali; in qualche caso la loro assenza è stata notata con fragore ad eventi organizzati dall'azienda stessa. Come spesso accade in questo primo periodo del governo M5s-Lega, l'ultima speranza è riposta in una presa di posizione super partes a forma di salvagente da parte del capo dello Stato, Sergio Mattarella. In attesa dello showdown le voci si susseguono e si sovrappongono, soprattutto quella che attribuisce alla Lega la volontà di cambiare i conduttori dei treni italiani. In realtà così non è e Giancarlo Giorgetti, che segue da vicino le operazioni di ricambio sulle poltrone che scottano (oltre a Fs, Rai e Cassa Depositi e Prestiti), sembra molto laico al riguardo. Ha pronti due nomi per il futuro: Beppe Bonomi, l'ideale per far da cerniera tra Ferrovie dello Stato e Trenord, e Flavio Cattaneo. Ma i posti chiave nelle altre due corazzate sono considerati più interessanti e per gli uomini di Matteo Salvini la conquista di Villa Patrizi non è prioritaria, o almeno non è perseguita con la stessa determinazione messa in campo dai 5 stelle. Mazzoncini è ritenuto un manager capace, probabilmente in grado di interpretare i cambi di strategia politica, anche se l'ortodossia renziana e quel rinnovo a tradimento operato dal governo Gentiloni (in sfregio al galateo istituzionale) non depongono a suo favore. Più frontale la posizione dei grillini, che vorrebbero riaprire la pratica della discussa fusione con Anas. Non a caso il ministro Toninelli, appena insediato e con l'urgenza che si riserva a un mal di denti, ha detto: «Bisogna valutare in tutti i dettagli e vedere se ha un senso oppure no». Sul futuro del manager si allunga anche l'ombra giudiziaria del rinvio a giudizio a Perugia per una vicenda di contributi pubblici alla società regionale di trasporto locale, la ex Umbria Mobilità assorbita da Busitalia (a sua volta controllata delle Fs) di cui Mazzoncini era presidente. L'accusa è di truffa per aver alterato le comunicazioni sui ricavi da traffico. L'ad di Ferrovie si è sempre ritenuto sereno ed estraneo ai fatti, ma una clausola etica dello statuto di Fs stabilisce che in caso di rinvio a giudizio per certi reati contro la pubblica amministrazione non si può essere eletti nei cda delle partecipate. Un grimaldello che Toninelli potrebbe utilizzare per scardinare la porta di ferro di Fort Alamo. Giorgio Gandola
(Ansa)
Il caso Askatasuna, a Torino, rappresenta oggi uno degli esempi più chiari di come l’antagonismo italiano abbia superato la dimensione della protesta radicale per assumere tratti strutturalmente violenti e insurrezionali. Gli scontri che hanno investito il capoluogo piemontese, con 108 feriti tra le forze dell’ordine (96 poliziotti, cinque carabinieri e sette finanzieri) e una città paralizzata, non sono il risultato di una degenerazione improvvisa, ma l’esito coerente di una cultura dello scontro coltivata nel tempo, fondata sulla delegittimazione sistematica delle istituzioni e sull’uso della violenza come strumento politico ordinario. L’antagonismo che ruota attorno ad Askatasuna non agisce in isolamento. Al contrario, si inserisce in una rete nazionale ed europea che comprende centri sociali strutturati, collettivi antagonisti e gruppi informali capaci di mobilitarsi rapidamente, spostare militanti da una città all’altra e convergere su obiettivi ritenuti simbolici. Torino, Roma, Milano e il Nord-Est costituiscono snodi italiani di un circuito che dialoga stabilmente con ambienti analoghi in tutta Europa. In questo quadro, Askatasuna ha svolto nel tempo una funzione di hub ideologico e operativo, in grado di attrarre militanti esterni e di fungere da punto di coagulo per azioni ad alto tasso di conflittualità.
Il punto non è soltanto chi scende in piazza, ma come: catene di comando informali, gruppi di copertura, servizi d’ordine paralleli, staffette e un apparato comunicativo che spesso si muove su canali chiusi e messaggistica cifrata. Durante le azioni, hanno documentato gli investigatori della Digos, sono stati usati addirittura i disturbatori di frequenza elettronica (jammer), per rendere più complicate le comunicazioni tra gli operatori delle forze dell’ordine. L’attenzione di Digos e carabinieri del Ros è tutta concentrata sull’area antagonista e anarco-insurrezionalista. Una materia calda, che ribolle. Perché alcuni gruppi provano a compattare il fronte contro quella che chiamano «deriva securitaria» del governo. È una parola che gira, torna e rimbalza sui canali social monitorati. Dentro c’è di tutto. Una massa di attivisti che sa muoversi. Che ha già incendiato diverse piazze: più volte a Torino, ma anche a Roma e a Milano. Sempre grandi manifestazioni, sempre lo stesso copione. Con specialisti della guerriglia urbana, non improvvisati, come protagonisti. Con rinforzi che arrivano anche da oltre confine: Francia, Spagna e perfino Turchia e Grecia. A loro si sono saldati anche minorenni, ragazzi di seconda generazione. I cosiddetti «maranza».
Il modello operativo di riferimento è quello dei Black Bloc, non come organizzazione formalizzata ma come tattica militante condivisa. Piccoli gruppi vestiti di nero, con volto coperto, si muovono all’interno di manifestazioni formalmente legali con l’obiettivo di trasformarle in episodi di guerriglia urbana. La violenza non è reattiva né casuale, ma preordinata: sopralluoghi preventivi, studio dei dispositivi di contenimento, comunicazioni criptate, accumulo di materiali offensivi, definizione di ruoli e vie di fuga. Questo schema, emerso in modo plastico durante il G20 di Amburgo nel 2017, è diventato patrimonio comune dell’antagonismo europeo ed è oggi replicato, con adattamenti locali, anche nel contesto italiano. A renderlo più efficace è l’esistenza di una logistica leggera ma capillare: spostamenti organizzati, ospitalità in spazi occupati, raccolta fondi attraverso iniziative formalmente lecite e una condivisione diffusa di tecniche di scontro.
In questo quadro si inserisce un ulteriore fattore di radicalizzazione: la galassia dei gruppi pro Palestina che opera in prossimità dell’area antagonista. In numerosi contesti italiani ed europei, la causa palestinese viene progressivamente utilizzata non come piattaforma politica o umanitaria, ma come cornice mobilitante per la conflittualità violenta. Cortei formalmente dedicati a Gaza o al cessate il fuoco diventano spazi di convergenza per militanti antagonisti, Black Bloc e anarchici insurrezionalisti, che sfruttano l’emotività del conflitto per legittimare lo scontro con lo Stato. In questo processo, slogan e simbologie pro Pal finiscono spesso per sovrapporsi a narrazioni di giustificazione della violenza, con uno slittamento dalla solidarietà politica alla normalizzazione dell’azione fisica contro forze dell’ordine e istituzioni. Non si tratta, nella maggior parte dei casi, di strutture direttamente riconducibili a organizzazioni terroristiche, ma di ambienti di contiguità, nei quali il confine tra attivismo radicale ed estremismo si fa sempre più labile. L’antagonismo italiano si inserisce in un ecosistema transnazionale di violenza politica, dove in Europa convivono estrema sinistra, aree autonome storiche e ultradestra radicale: mondi ideologicamente opposti ma uniti da pratiche simili, da una logica di conflitto permanente e da una crescente legittimazione della violenza contro lo Stato.
In Francia l’anarchismo violento si manifesta soprattutto attraverso la tattica dei Black Bloc, protagonisti delle grandi mobilitazioni sociali e responsabili di azioni di guerriglia urbana, incendi e attacchi a obiettivi simbolici. A questa galassia si affiancano le Zad (Zones à Défendre), territori occupati che hanno rappresentato vere aree di conflitto strutturale con le istituzioni, come nel caso di Notre-Dame-des-Landes. In Germania il fenomeno appare più radicato e organizzato. I gruppi degli Autonomen, attivi dagli anni Ottanta soprattutto ad Amburgo, Berlino e Lipsia, mostrano una forte continuità organizzativa e un ricorso sistematico alla violenza contro polizia e infrastrutture. Nel Regno Unito Londra è uno dei principali epicentri europei della polarizzazione violenta, dove manifestazioni e contro-manifestazioni degenerano frequentemente in scontri. Sul fronte dell’ultradestra, Combat 18 rappresenta un nodo storico del neonazismo europeo, ispirato alla dottrina della «resistenza senza leader», mentre movimenti come l’English Defence League hanno contribuito a radicalizzare lo spazio pubblico, alimentando una dinamica simmetrica di escalation. Nei Paesi Bassi l’antagonismo è meno strutturato ma altrettanto insidioso: reti fluide e temporanee emergono su temi come immigrazione e ambiente, con Amsterdam e L’Aia divenute piattaforme logistiche dell’estremismo europeo. Nel Nord Europa il baricentro della minaccia è invece l’estremismo neonazista organizzato, con il Nordic Resistance Movement attivo tra Svezia e Danimarca. Copenaghen resta infine uno storico crocevia dell’antagonismo continentale, grazie a spazi autonomi che hanno svolto nel tempo una funzione di hub culturale e logistico transnazionale.
Il dato centrale che emerge, partendo dal caso Askatasuna, è che non ci si trova di fronte a episodi locali o spontanei. L’antagonismo europeo funziona ormai come una rete integrata, caratterizzata da mobilità dei militanti, scambio di competenze, mimetismo organizzativo e una narrazione che giustifica la violenza come risposta necessaria a uno Stato percepito come illegittimo.
Ai «ribelli» il solo auto finanziamento non basta
Per comprendere la capacità di tenuta, mobilitazione e conflitto dell’area antagonista non basta fermarsi alla dimensione ideologica. Il vero fattore strutturale è economico. Dietro cortei, occupazioni, campagne mediatiche e – nei casi più estremi – violenza organizzata, esiste infatti un sistema di finanziamento articolato, frammentato e resiliente, capace di adattarsi alle pressioni giudiziarie e politiche. La prima fonte, rivendicata apertamente, è l’autofinanziamento militante. Concerti, cene sociali, feste politiche e sottoscrizioni pubbliche costituiscono il cuore visibile della raccolta fondi. A queste iniziative si affianca la vendita di gadget – magliette, bandiere, adesivi – che svolgono una doppia funzione: economica e identitaria.
Un secondo pilastro, meno dichiarato ma centrale, è rappresentato dalle occupazioni. L’uso stabile di immobili sottratti al mercato consente un abbattimento drastico dei costi: niente affitti, spese ridotte o assenti per le utenze, disponibilità permanente di spazi per eventi a pagamento. È un finanziamento indiretto, ma strutturale, che garantisce continuità organizzativa e logistica anche in assenza di grandi flussi di cassa.
Esiste poi una vasta area grigia composta da associazioni culturali, circoli ricreativi e progetti sociali formalmente legali. Queste strutture raccolgono fondi attraverso tesseramenti, eventi pubblici e talvolta contributi esterni, fungendo da cerniera tra militanza antagonista e società civile. Non sempre si tratta di attività illecite, ma la destinazione finale delle risorse risulta spesso opaca e difficilmente tracciabile. Negli ultimi anni si è affermato anche il ricorso agli strumenti digitali. Crowdfunding online, appelli social e donazioni elettroniche vengono attivati soprattutto in occasione di arresti, sgomberi o procedimenti giudiziari. Piattaforme di pagamento diffuse consentono di raccogliere rapidamente somme significative, mentre in alcuni casi emergono anche canali in criptovalute, usati per ridurre la tracciabilità dei flussi. Un ruolo non marginale è giocato dalla solidarietà politica. Casse di resistenza, eventi pubblici promossi da ambienti contigui e forme di legittimazione istituzionale contribuiscono a rafforzare l’ecosistema antagonista. Anche se non si configurano come finanziamenti diretti, queste dinamiche moltiplicano risorse, visibilità e capacità di mobilitazione.
Infine, le indagini giudiziarie segnalano l’esistenza di segmenti minoritari ma radicalizzati che ricorrono ad attività illegali o borderline. Spaccio, furti, ricettazione e danneggiamenti non rappresentano l’intero movimento, ma costituiscono un canale di finanziamento e pressione che attira l’attenzione di Procure e forze dell’ordine, soprattutto nei contesti urbani più tesi.
Il quadro è quello di un sistema economico composito, capace di rigenerarsi. Quando un canale è colpito altri subentrano e l’auto finanziamento «puro» non è sufficiente a spiegare la persistenza dell’area antagonista nel tempo.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 9 febbraio con Carlo Cambi
Andrea Pucci (Ansa)
Fuori un altro. Il cretino prevalente progressista è riuscito nell’ennesima grande impresa di boicottaggio e censura. Questa volta a venire colpito e affondato è Andrea Pucci, comico di grande successo contattato da Carlo Conti per partecipare a Sanremo. Non appena è uscito il suo nome, i social network sono esplosi e a Pucci sono arrivate minacce, insulti e intimidazioni di ogni genere: razzista, fascista, omofobo. Ragion per cui il cabarettista ha deciso di mollare il colpo, spiegando le sue motivazioni in una nota accorata: «Il mio lavoro è quello di far ridere la gente, da 35 anni, ma potrei dire da sempre», ha scritto. «E da sempre ho portato sul palco usi e costumi del mio Paese, beffeggiando gli aspetti caratteriali dell’uomo e della donna. Attraverso il mio lavoro ho raggiunto obiettivi e traguardi con l’intenzione di regalare sorrisi e portare leggerezza a chi è sempre venuto a vedere i miei spettacoli. Gli insulti, le minacce, gli epiteti e quant’altro ancora, ricevuti da me e dalla mia famiglia in questi giorni sono incomprensibili e inaccettabili. Quest’onda mediatica negativa che mi ha coinvolto in occasione dell’annunciata partecipazione a Sanremo, una manifestazione così importante che appartiene al cuore del Paese, altera il patto fondamentale che c’è tra me ed il pubblico, motivo per il quale ho deciso di fare un passo indietro in quanto i presupposti per esercitare la mia professione sono venuti a mancare».
Pucci non ha voluto spingere troppo sulla polemica, ma ha usato argomentazioni interessanti. «A 61 anni, dopo quello che mi è accaduto fisicamente, non sento di dovermi confrontare in una lotta intellettualmente impari che non mi appartiene», ha spiegato. «Nel 2026 il termine fascista non dovrebbe esistere più, esiste l’uomo di destra e l’uomo di sinistra che la pensano in modo differente ma che si confrontano in un ordinamento democratico che per fortuna governa il nostro amato Paese. Omofobia e razzismo sono termini che evidenziano odio del genere umano e io non ho mai odiato nessuno. Rimando quindi tutti gli in bocca al lupo a Carlo Conti augurandogli un’edizione di successo e vi aspetto a teatro».
Una uscita di scena elegante, su cui si è espressa anche Giorgia Meloni: «Fa riflettere che nel 2026 un artista debba sentirsi costretto a rinunciare a fare il suo lavoro a causa del clima di intimidazione e di odio che si è creato attorno a lui. Esprimo solidarietà ad Andrea Pucci, che ha deciso di rinunciare a Sanremo a causa delle offese e delle minacce rivolte a lui e alla sua famiglia. È inaccettabile che la pressione ideologica arrivi al punto da spingere qualcuno a rinunciare a salire su un palco», ha detto il presidente del consiglio. «Questo racconta il doppiopesismo della sinistra, che considera sacra la satira (insulti compresi) quando è rivolta verso i propri avversari, ma invoca la censura contro coloro che dicono cose che la sinistra stessa non condivide. La deriva illiberale della sinistra in Italia sta diventando spaventosa».
Qualcuno potrebbe pensare che Pucci si sia fatto intimidire troppo facilmente, dopo tutto questo è il meccanismo dei social: basta un sospiro per essere travolti da una ondata di sterco e cattiveria. Il punto, però, è che in questo caso le piattaforme sono state accuratamente stimolate da politica e media di sinistra. Quando qualche settimana fa il comico annunciò che avrebbe partecipato a Sanremo (lo fece pubblicando una foto che lo ritraeva a chiappe scoperte), immediatamente il Pd si scatenò in vigilanza Rai: «Anche Sanremo come tutta la Rai è diventato TeleMeloni? I vertici Rai spieghino la scelta del comico Pucci, palesemente di destra, fascista e omofobo», scrissero gli esponenti dem. I giornali si mobilitarono di conseguenza, dal Corriere della Sera a Repubblica passando per Il Manifesto. Sul quotidiano di via Solferino Renato Franco ha scritto che «il suo forte sono i monologhi in cui prova a far ridere sulle dinamiche di coppia, pescando in un repertorio che appartiene al secolo scorso. Comicità da maschio bianco eterosessuale, da boomer che fatica a tenere la frizione (boia chi la molla)». Fanpage ha ribadito che «Andrea Pucci a Sanremo è una scelta non da Carlo Conti: no vax, battute omofobe, schierato apertamente a destra». Altri hanno ricordato una sua battuta sulla Schlein (definita un incrocio tra Alvaro Vitali e Pippo Franco).
Vero: Pucci è di destra (ma non certo fascista). A volte è volgare, ma per lo più nei suoi monologhi si tiene lontanissimo dalla politica. A differenza della grandissima parte dei comici che nel corso degli anni sono stati invitati all’Ariston, e ne hanno approfittato per attaccare questo e quel politico, oltre che alcune categorie realmente discriminate, tra cui i famigerati no vax. E allora è inutile girarci intorno: il fine umorista Zerocalcare sponsor dei martellatori da centro sociale può essere applaudito e riverito, il comico destrorso non è gradito. Cambiano i governi ma non il vizio. E per l’ennesima volta tocca prendere atto del risultato ottenuto dal partito del bavaglio, l’unico che vince a sinistra. A meno che Pucci, con un gran colpo di teatro, non ci ripensi come suggerisce perfino Ignazio La Russa. Speriamo che prenda in considerazione l’invito: veder rosicare i censori sarebbe in effetti divertentissimo.
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