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2018-07-15
L’uomo del crac Etruria gestisce la villa per dive del cinema e popstar
A Roma non ci sono solo le ville dei Casamonica a distinguersi per il fasto kitsch. Anzi ce n'è una che le batte tutte, per grandezza e pure per pacchianeria, e si trova nella zona di Grotta rossa, a Nord della Capitale. Appartiene o almeno è in uso alla famiglia di Mario La Via, chiacchieratissimo imprenditore andato a fondo con il suo cantiere nautico Privilege yard di Civitavecchia. A settembre lui, la figlia Maria, e altri presunti complici dovranno affrontare l'udienza preliminare nel processo per bancarotta che i pm civitavecchiesi hanno chiesto per loro. Tra i beni che La Via avrebbe sottratto alla società che gestiva e che avrebbe dovuto costruire yacht hollywoodiani (ma non ne ha varato nemmeno uno) c'erano anche i 100 milioni di euro che un pool di banche, capitanato da Banca Etruria, gli erogò. Anche per quel buco da circa 30 milioni, l'istituto un tempo guidato da Pier Luigi Boschi & c. è colato a picco.
Ma i La Via, nonostante le vicissitudini giudiziarie, non si sono persi d'animo e si sono riciclati, trasformando la magione di 79,5 vani, con laghetto, piscina coperta e scoperta e un parco di 13 ettari, nella location quasi perfetta per eventi, sedute di «team building», film e video musicali. La società (che risulta inattiva) a cui è affidata l'organizzazione di tutto si chiama Villa Veientana srl (il nome della magione) ed è intestata ai commercialisti Pasquale Iaquinta e Mario Furfaro. Ma sul sito i numeri di telefono di riferimento sono quelli di Maria e Guglielmo La Via, i figli di Mario. La prima resta imputata nel procedimento per il fallimento della Privilege, per il secondo è stata chiesta l'archiviazione. La villa in passato è stata sequestrata, ma secondo Maria La Via non lo sarebbe più: «Se fosse sequestrata non potremmo fare eventi. Ne facciamo uno al giorno, compreso stasera. Noi siamo la società di eventi che opera sulla villa, in passato forse c'è stato qualche problema, ma adesso assolutamente no».
In questo cottage prima si incontravano politici di tutti i partiti, generali e porporati. Si potevano incrociare anche il sultano del Brunei o l'ex segretario dell'Onu Perez de Cuellar, citati da La Via come partner delle sue imprese. Ora la casa è un set in grado di competere con il castello napoletano del Boss delle cerimonie.
Tanto che qui è stata girata la commedia Uno di famiglia, in uscita a novembre, in cui Nino Frassica, diretto dalla regista Maria Federici, interpreta il capocosca calabrese don Peppino Serranò. Durante le riprese ha fatto capolino sul set anche Maria Grazia Cucinotta. Pure Netflix ha individuato Villa Veientana come palcoscenico per un suo progetto. Il gruppo Thegiornalisti, certamente affascinato dall'aria cafona e anni '80 del luogo, vi ha realizzato il video di uno dei tormentoni dell'estate, Felicità puttana (5,5 milioni di visualizzazioni in un mese). Nel cortometraggio il frontman Tommaso Paradiso e l'attrice Matilda De Angelis si dimenano nelle stanze del villone lasciando intravedere arredi rosa shocking e tessuti multicolor. Il ritornello, «questa felicità che dura un minuto, ma che botta ci dà» sembra perfetto per lo choc che subisce chi entra in questo museo dell'esagerazione: giganteschi vasi in stile cinese, soprammobili di ogni genere, stampe (oppure originali?) di pittori eccellenti come Giorgio De Chirico; notevoli anche il gigantesco acquario e la discoteca psichedelica. Paradiso canta «ma che bello sudare l'estate ai matrimoni» ed è questo il core business della casa.
Maria La Via propone all'aspirante sposino di turno la location a 3.500 euro per il banchetto. A questa si possono aggiungere diversi pacchetti di catering, con tre diversi menù, che vanno da un minimo di 70 euro a persona a 140. «Quello da 77-80 euro è ottimo», assicura la padrona di casa, «un antipasto molto vasto» con varie «isole» (del casaro, dei salumi, del pesce), due primi e un secondo, gran buffet di dolci, torta nuziale e bollicine. Se gli invitati sono molti, la giovane propone uno sconto di 3 euro a testa. Il padiglione per le cene di gala dispone di 200 posti a sedere. Dj e fotografo non sono inclusi nel prezzo e anche gli allestimenti «particolari» sono extra. Ma nella villa si possono organizzare tutti i tipi di eventi, dalle feste per i diciott'anni («pacchetto per 50 persone, dj compreso e cena a buffet: 2.000 euro») alle sfilate di moda. La villa è pubblicizzata anche sui siti che offrono pernottamenti. Su Airbnb si può affittare per 1.100 euro a notte (9 persone, 4 camere da letto), mentre su Booking il soggiorno ha prezzi che oscillano da 1400 a 1.780 per due notti a seconda del numero degli ospiti (da 1 a 14).
I pm Allegra Migliorini e Mirko Piloni contestano a La Via e ai suoi coimputati (meno che alla figlia Maria) la distrazione di circa 80.000.000 di euro di aumento di capitale, «richiesto dagli istituti di credito per la concessione di finanziamenti per oltre 100.000.000». All'imprenditore è contestato anche il ricorso abusivo al credito per il mutuo erogato da Etruria e dagli altri istituti, ottenuto «dissimulando il dissesto dell'impresa e lo stato d'insolvenza dell'impresa».
Mario La Via è inoltre accusato di ricettazione e riciclaggio per l'intestazione di denaro e immobili a società terze, in realtà sotto il suo controllo. Per esempio la villa di Grotta rossa era schermata dalla Criba agricola srl, controllata interamente da una società anonima del Liechtenstein.
L'imprenditore è finito alla sbarra anche per aver devoluto 700.000 euro della Privilege in offerte ad associazioni italiane ed estere «su richiesta e indicazione (e, in mancanza, su sollecitazione) di Tarcisio Bertone, direttamente o tramite la sua segretaria». Il cardinale era solito dire messa nella cappella della villa, consacrata da un altro principe della Chiesa, Camillo Ruini. Oggi l'altare viene utilizzato per matrimoni, battesimi e comunioni a pagamento.
Giacomo Amadori
Il renziano Mazzoncini si arrocca alle Fs
Nell'afa di luglio, dentro quel gioiello architettonico che è Villa Patrizi a Roma, c'è un uomo in trincea. Resistere, resistere, resistere è la parola d'ordine di Renato Mazzoncini, amministratore delegato super renziano delle Ferrovie, in bilico dopo la fatwa del ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, che non lo vuole vedere neppure dipinto sul muro. E per colmo di bizzarria ha l'ufficio qualche centinaio di metri più in là. È lo spoil system, soprattutto è l'effetto di due blitz del governo di Paolo Gentiloni, che negli ultimi mesi di mandato ha dato via libera alla contestata fusione Fs-Anas (con il Movimento 5 stelle storicamente contrario) e ha rinnovato per tre anni il contratto al manager bresciano che l'ha attuata.
Ora siamo arrivati al dunque, perché anche se Ferrovie dipende dal ministero dell'Economia, il niet di Toninelli (con parere negativo scritto, inviato al Mef) pesa come un macigno. Il cda del 26 luglio dovrebbe essere decisivo e Mazzoncini si è ben guardato dal chiedere al vecchio board di decadere, primo passo per azzerare tutto. Il gesto non è piaciuto nelle stanze governative ed è stato interpretato come una sfida; un atteggiamento controproducente che esula dal protocollo dei rapporti fra management e azionista.
Nel quartier generale si vivono giorni difficili, la tensione è palpabile e il clima è da Fort Alamo con i renziani assediati e il nuovo potere politico fuori, pronto a impallinarli. Con Mazzoncini, i vertici in trincea sono Gioia Ghezzi (presidente) e Mauro Ghilardi (direttore risorse umane e organizzazione), che negli ultimi tempi hanno diradato molto le uscite ufficiali; in qualche caso la loro assenza è stata notata con fragore ad eventi organizzati dall'azienda stessa. Come spesso accade in questo primo periodo del governo M5s-Lega, l'ultima speranza è riposta in una presa di posizione super partes a forma di salvagente da parte del capo dello Stato, Sergio Mattarella. In attesa dello showdown le voci si susseguono e si sovrappongono, soprattutto quella che attribuisce alla Lega la volontà di cambiare i conduttori dei treni italiani. In realtà così non è e Giancarlo Giorgetti, che segue da vicino le operazioni di ricambio sulle poltrone che scottano (oltre a Fs, Rai e Cassa Depositi e Prestiti), sembra molto laico al riguardo. Ha pronti due nomi per il futuro: Beppe Bonomi, l'ideale per far da cerniera tra Ferrovie dello Stato e Trenord, e Flavio Cattaneo. Ma i posti chiave nelle altre due corazzate sono considerati più interessanti e per gli uomini di Matteo Salvini la conquista di Villa Patrizi non è prioritaria, o almeno non è perseguita con la stessa determinazione messa in campo dai 5 stelle.
Mazzoncini è ritenuto un manager capace, probabilmente in grado di interpretare i cambi di strategia politica, anche se l'ortodossia renziana e quel rinnovo a tradimento operato dal governo Gentiloni (in sfregio al galateo istituzionale) non depongono a suo favore. Più frontale la posizione dei grillini, che vorrebbero riaprire la pratica della discussa fusione con Anas. Non a caso il ministro Toninelli, appena insediato e con l'urgenza che si riserva a un mal di denti, ha detto: «Bisogna valutare in tutti i dettagli e vedere se ha un senso oppure no».
Sul futuro del manager si allunga anche l'ombra giudiziaria del rinvio a giudizio a Perugia per una vicenda di contributi pubblici alla società regionale di trasporto locale, la ex Umbria Mobilità assorbita da Busitalia (a sua volta controllata delle Fs) di cui Mazzoncini era presidente. L'accusa è di truffa per aver alterato le comunicazioni sui ricavi da traffico. L'ad di Ferrovie si è sempre ritenuto sereno ed estraneo ai fatti, ma una clausola etica dello statuto di Fs stabilisce che in caso di rinvio a giudizio per certi reati contro la pubblica amministrazione non si può essere eletti nei cda delle partecipate. Un grimaldello che Toninelli potrebbe utilizzare per scardinare la porta di ferro di Fort Alamo.
Giorgio Gandola
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Il cantiere di Mario La Via non ha mai costruito yacht, nonostante i finanziamenti della banca. Ora i figli mandano avanti una mega tenuta da 3.500 euro al giorno dove girano i Thegiornalisti.Il renziano Renato Mazzoncini si arrocca alle Fs. Appena prima del voto, il governo Gentiloni ha piazzato una pattuglia di manager che ora sono nel mirino dei grillini. Su tutti, l'ad fortissimamente voluto da Matteo Renzi.Lo speciale contiene due articoliA Roma non ci sono solo le ville dei Casamonica a distinguersi per il fasto kitsch. Anzi ce n'è una che le batte tutte, per grandezza e pure per pacchianeria, e si trova nella zona di Grotta rossa, a Nord della Capitale. Appartiene o almeno è in uso alla famiglia di Mario La Via, chiacchieratissimo imprenditore andato a fondo con il suo cantiere nautico Privilege yard di Civitavecchia. A settembre lui, la figlia Maria, e altri presunti complici dovranno affrontare l'udienza preliminare nel processo per bancarotta che i pm civitavecchiesi hanno chiesto per loro. Tra i beni che La Via avrebbe sottratto alla società che gestiva e che avrebbe dovuto costruire yacht hollywoodiani (ma non ne ha varato nemmeno uno) c'erano anche i 100 milioni di euro che un pool di banche, capitanato da Banca Etruria, gli erogò. Anche per quel buco da circa 30 milioni, l'istituto un tempo guidato da Pier Luigi Boschi & c. è colato a picco.Ma i La Via, nonostante le vicissitudini giudiziarie, non si sono persi d'animo e si sono riciclati, trasformando la magione di 79,5 vani, con laghetto, piscina coperta e scoperta e un parco di 13 ettari, nella location quasi perfetta per eventi, sedute di «team building», film e video musicali. La società (che risulta inattiva) a cui è affidata l'organizzazione di tutto si chiama Villa Veientana srl (il nome della magione) ed è intestata ai commercialisti Pasquale Iaquinta e Mario Furfaro. Ma sul sito i numeri di telefono di riferimento sono quelli di Maria e Guglielmo La Via, i figli di Mario. La prima resta imputata nel procedimento per il fallimento della Privilege, per il secondo è stata chiesta l'archiviazione. La villa in passato è stata sequestrata, ma secondo Maria La Via non lo sarebbe più: «Se fosse sequestrata non potremmo fare eventi. Ne facciamo uno al giorno, compreso stasera. Noi siamo la società di eventi che opera sulla villa, in passato forse c'è stato qualche problema, ma adesso assolutamente no». In questo cottage prima si incontravano politici di tutti i partiti, generali e porporati. Si potevano incrociare anche il sultano del Brunei o l'ex segretario dell'Onu Perez de Cuellar, citati da La Via come partner delle sue imprese. Ora la casa è un set in grado di competere con il castello napoletano del Boss delle cerimonie. Tanto che qui è stata girata la commedia Uno di famiglia, in uscita a novembre, in cui Nino Frassica, diretto dalla regista Maria Federici, interpreta il capocosca calabrese don Peppino Serranò. Durante le riprese ha fatto capolino sul set anche Maria Grazia Cucinotta. Pure Netflix ha individuato Villa Veientana come palcoscenico per un suo progetto. Il gruppo Thegiornalisti, certamente affascinato dall'aria cafona e anni '80 del luogo, vi ha realizzato il video di uno dei tormentoni dell'estate, Felicità puttana (5,5 milioni di visualizzazioni in un mese). Nel cortometraggio il frontman Tommaso Paradiso e l'attrice Matilda De Angelis si dimenano nelle stanze del villone lasciando intravedere arredi rosa shocking e tessuti multicolor. Il ritornello, «questa felicità che dura un minuto, ma che botta ci dà» sembra perfetto per lo choc che subisce chi entra in questo museo dell'esagerazione: giganteschi vasi in stile cinese, soprammobili di ogni genere, stampe (oppure originali?) di pittori eccellenti come Giorgio De Chirico; notevoli anche il gigantesco acquario e la discoteca psichedelica. Paradiso canta «ma che bello sudare l'estate ai matrimoni» ed è questo il core business della casa.Maria La Via propone all'aspirante sposino di turno la location a 3.500 euro per il banchetto. A questa si possono aggiungere diversi pacchetti di catering, con tre diversi menù, che vanno da un minimo di 70 euro a persona a 140. «Quello da 77-80 euro è ottimo», assicura la padrona di casa, «un antipasto molto vasto» con varie «isole» (del casaro, dei salumi, del pesce), due primi e un secondo, gran buffet di dolci, torta nuziale e bollicine. Se gli invitati sono molti, la giovane propone uno sconto di 3 euro a testa. Il padiglione per le cene di gala dispone di 200 posti a sedere. Dj e fotografo non sono inclusi nel prezzo e anche gli allestimenti «particolari» sono extra. Ma nella villa si possono organizzare tutti i tipi di eventi, dalle feste per i diciott'anni («pacchetto per 50 persone, dj compreso e cena a buffet: 2.000 euro») alle sfilate di moda. La villa è pubblicizzata anche sui siti che offrono pernottamenti. Su Airbnb si può affittare per 1.100 euro a notte (9 persone, 4 camere da letto), mentre su Booking il soggiorno ha prezzi che oscillano da 1400 a 1.780 per due notti a seconda del numero degli ospiti (da 1 a 14). I pm Allegra Migliorini e Mirko Piloni contestano a La Via e ai suoi coimputati (meno che alla figlia Maria) la distrazione di circa 80.000.000 di euro di aumento di capitale, «richiesto dagli istituti di credito per la concessione di finanziamenti per oltre 100.000.000». All'imprenditore è contestato anche il ricorso abusivo al credito per il mutuo erogato da Etruria e dagli altri istituti, ottenuto «dissimulando il dissesto dell'impresa e lo stato d'insolvenza dell'impresa». Mario La Via è inoltre accusato di ricettazione e riciclaggio per l'intestazione di denaro e immobili a società terze, in realtà sotto il suo controllo. Per esempio la villa di Grotta rossa era schermata dalla Criba agricola srl, controllata interamente da una società anonima del Liechtenstein.L'imprenditore è finito alla sbarra anche per aver devoluto 700.000 euro della Privilege in offerte ad associazioni italiane ed estere «su richiesta e indicazione (e, in mancanza, su sollecitazione) di Tarcisio Bertone, direttamente o tramite la sua segretaria». Il cardinale era solito dire messa nella cappella della villa, consacrata da un altro principe della Chiesa, Camillo Ruini. Oggi l'altare viene utilizzato per matrimoni, battesimi e comunioni a pagamento. Giacomo Amadori<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/luomo-del-crac-etruria-gestisce-la-villa-per-dive-del-cinema-e-popstar-2586722228.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-renziano-mazzoncini-si-arrocca-alle-fs" data-post-id="2586722228" data-published-at="1774146102" data-use-pagination="False"> Il renziano Mazzoncini si arrocca alle Fs Nell'afa di luglio, dentro quel gioiello architettonico che è Villa Patrizi a Roma, c'è un uomo in trincea. Resistere, resistere, resistere è la parola d'ordine di Renato Mazzoncini, amministratore delegato super renziano delle Ferrovie, in bilico dopo la fatwa del ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, che non lo vuole vedere neppure dipinto sul muro. E per colmo di bizzarria ha l'ufficio qualche centinaio di metri più in là. È lo spoil system, soprattutto è l'effetto di due blitz del governo di Paolo Gentiloni, che negli ultimi mesi di mandato ha dato via libera alla contestata fusione Fs-Anas (con il Movimento 5 stelle storicamente contrario) e ha rinnovato per tre anni il contratto al manager bresciano che l'ha attuata. Ora siamo arrivati al dunque, perché anche se Ferrovie dipende dal ministero dell'Economia, il niet di Toninelli (con parere negativo scritto, inviato al Mef) pesa come un macigno. Il cda del 26 luglio dovrebbe essere decisivo e Mazzoncini si è ben guardato dal chiedere al vecchio board di decadere, primo passo per azzerare tutto. Il gesto non è piaciuto nelle stanze governative ed è stato interpretato come una sfida; un atteggiamento controproducente che esula dal protocollo dei rapporti fra management e azionista. Nel quartier generale si vivono giorni difficili, la tensione è palpabile e il clima è da Fort Alamo con i renziani assediati e il nuovo potere politico fuori, pronto a impallinarli. Con Mazzoncini, i vertici in trincea sono Gioia Ghezzi (presidente) e Mauro Ghilardi (direttore risorse umane e organizzazione), che negli ultimi tempi hanno diradato molto le uscite ufficiali; in qualche caso la loro assenza è stata notata con fragore ad eventi organizzati dall'azienda stessa. Come spesso accade in questo primo periodo del governo M5s-Lega, l'ultima speranza è riposta in una presa di posizione super partes a forma di salvagente da parte del capo dello Stato, Sergio Mattarella. In attesa dello showdown le voci si susseguono e si sovrappongono, soprattutto quella che attribuisce alla Lega la volontà di cambiare i conduttori dei treni italiani. In realtà così non è e Giancarlo Giorgetti, che segue da vicino le operazioni di ricambio sulle poltrone che scottano (oltre a Fs, Rai e Cassa Depositi e Prestiti), sembra molto laico al riguardo. Ha pronti due nomi per il futuro: Beppe Bonomi, l'ideale per far da cerniera tra Ferrovie dello Stato e Trenord, e Flavio Cattaneo. Ma i posti chiave nelle altre due corazzate sono considerati più interessanti e per gli uomini di Matteo Salvini la conquista di Villa Patrizi non è prioritaria, o almeno non è perseguita con la stessa determinazione messa in campo dai 5 stelle. Mazzoncini è ritenuto un manager capace, probabilmente in grado di interpretare i cambi di strategia politica, anche se l'ortodossia renziana e quel rinnovo a tradimento operato dal governo Gentiloni (in sfregio al galateo istituzionale) non depongono a suo favore. Più frontale la posizione dei grillini, che vorrebbero riaprire la pratica della discussa fusione con Anas. Non a caso il ministro Toninelli, appena insediato e con l'urgenza che si riserva a un mal di denti, ha detto: «Bisogna valutare in tutti i dettagli e vedere se ha un senso oppure no». Sul futuro del manager si allunga anche l'ombra giudiziaria del rinvio a giudizio a Perugia per una vicenda di contributi pubblici alla società regionale di trasporto locale, la ex Umbria Mobilità assorbita da Busitalia (a sua volta controllata delle Fs) di cui Mazzoncini era presidente. L'accusa è di truffa per aver alterato le comunicazioni sui ricavi da traffico. L'ad di Ferrovie si è sempre ritenuto sereno ed estraneo ai fatti, ma una clausola etica dello statuto di Fs stabilisce che in caso di rinvio a giudizio per certi reati contro la pubblica amministrazione non si può essere eletti nei cda delle partecipate. Un grimaldello che Toninelli potrebbe utilizzare per scardinare la porta di ferro di Fort Alamo. Giorgio Gandola
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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