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2018-03-20
Ecco il pezzo che ha fatto dimettere monsignor Viganò
Storia, passioni e gaffe di monsignor Dario Viganò, il prefetto della comunicazione che aveva taroccato la lettera di Benedetto XVI. Più che per filosofi, filantropi, teologi o visionari, monsignor Dario Viganò coltiva una sfegatata ammirazione per i prìncipi del cinema, i registi blasonati della celluloide, e ai fratelli belgi Jean Pierre e Luc Dardenne rivolge la sua palma d'oro d'ammirazione. Se non fosse per l'incidente della lettera di Benedetto XVI censurata a metà, monsignor Viganò sarebbe rimasto poco conosciuto al grande pubblico, fuori dai perimetri del Vaticano e degli addetti ai lavori. Eppure questo presbitero, don Dario per ammiratori e amici, dal 2015 ricopre lo strategico ruolo di prefetto della segreteria per la comunicazione della Santa Sede. Tradotto a noi mortali, significa che è il capo assoluto del comunicare vaticano nel pontificato di Francesco. Un ruolo di grande responsabilità, soprattutto in un pontificato come questo, dove ogni immagine di Francesco diventa narrazione, il simbolismo cade a favore della spontaneità, la parola supera di gran lunga i fatti, arrivando a rimpiazzarli. E proprio partendo dai fratelli Dardenne, Viganò coglie e declina il carattere del loro cinema, riflettendo nella sua quotidianità un crudo realismo nell'affrontare le questioni che poi è la cifra essenziale sia di quelle pellicole ma anche dell'agire di Viganò. L'esempio viene proprio dalla lettera mozzata: di fronte alle critiche degli ambienti dottrinali che contano sul basso contenuto teologico di questo pontificato, ecco che il prefetto scodella l'idea di affidare a dei teologi l'edizione di un volume di considerazioni dotte sul nuovo Papa. L'ambizione, in realtà, partorisce un topolino. Ne escono dei «volumetti» per dirla con le parole di Joseph Ratzinger. Al che, si cerca il colpo eclatante: incorniciare l'uscita delle opere proprio con una presentazione di Ratzinger. Si voleva raggiungere l'obiettivo, strattonando il vecchio Pontefice: cosa c'è di più grosso che abbellire papa Francesco con un endorsement del Papa emerito? È il rinnovo del sigillo tra i due pontefici, sancito sin dal primo loro incontro con il passaggio della famosa cassetta bianca contenente il dossier sulle pecche di curia che Benedetto XVI aveva chiesto alla commissione Vatileaks e che lasciò in eredità al successore per il cambiamento della Chiesa. Ma il risultato è un pasticcio con plurime conseguenze. Senza dimenticare che i media internazionali sono rimasti inorriditi. Anche se adesso in Vaticano tenderanno a far passare la buriana. Se torniamo ai Dardenne, Viganò non coglie certo la filosofia dei bassi costi di produzione del loro cinema. Non sfugge certo ai suoi critici quell'apparente opulenza nel comunicare. Si pensi alla proiezione sulla facciata di San Pietro degli animali, scimmie comprese, al recente megashow di settimana scorsa con la riproduzione della Cappella Sistina. Insomma una grandeur che mal si concilia con la Chiesa povera di Francesco. Eppure la telecamera era diventata la nuova scialuppa evangelica. Il primo ad accorgersene era stato proprio Bergoglio quando si affacciò da Pontefice su piazza San Pietro, una telecamera lo riprendeva in controcampo dall'interno della loggia delle benedizioni. L'effetto fu immediato: in mondovisione la gente vide il Papa guardare la piazza, quasi una soggettiva. Scolpiva l'unione, l'incontro del pastore nuovo con il mondo. È un nuovo modo di offrire l'immagine del Papa appena eletto che elettrizza, amplifica la rinuncia agli orpelli di Bergoglio, quel suo «buonasera» che entra nei cuori. È esattamente quanto cerca il pastore argentino. Il gesuita Francesco è consapevole di quanto comunicare peserà nel pontificato dell'annuncio e del confronto. Decide così di riorganizzare subito la comunicazione del piccolo Stato, soffocata da conti in rosso, bizantinismi e ritualità arcaiche, accentrando i poteri in una nuova struttura verticistica che vada a raccogliere e coordinare e amplificare ogni verbo: da Radio vaticana al centro produttivo, dall'Osservatore Romano all'ufficio stampa. Serve però uno stratega, regista non timoroso, ma audace, non burocrate dei formalismi, servitore curiale, ma creativo. E chi se non don Dario? Nato a Rio de Janeiro seppur brianzolo di famiglia, s'innamora del suggestivo gioco, tra finzione e realtà, nel cinematografo dell'oratorio di Vedano al Lambro, per crescere a cinema e rosario in seminario sotto la guida di monsignor Gianfranco Poma, negli anni del cardinale Carlo Maria Martini. L'idea del cinema cristologico è ancora embrionale, ma il giovane seminarista sorprende i superiori. Sopravvive alle pellicole di Akira Kurosawa e così alle esordienti esperienze in parrocchia trasforma il teatro Oscar della sua chiesa in un punto di richiamo per i fedeli di mezza città. Il Papa è incuriosito dal realismo di don Dario: «La comunicazione», ripete, «è un grande agone, è luogo della tenerezza, ma anche dell'uccisione, della carezza ma anche del pugnale». Ma è anche la capacità di muoversi, come quella espressa quando don Dario dovette gestire la comunicazione della rinuncia di Benedetto XVI. Era l'11 febbraio del 2013, gli uffici dei sacri palazzi erano deserti, essendo in Vaticano giorno festivo. Don Dario era però lì e si trovò a coordinare le tivù di tutto il mondo che senza fiato volevano immagini, retroscena di quel gesto clamoroso. Sempre di don Dario l'intuizione di mediare la rinuncia con la scelta cinematografica dell'elicottero che si alza e lascia il Vaticano, portando l'emerito Ratzinger verso Castel Gandolfo. Di contro, don Dario alle spalle conta decenni d'insegnamento in università anche prestigiose, ma non ha mai fatto un giorno in redazione, di scuola sul campo. È l'uomo giusto? I mal di pancia non mancano. Alcuni sono in arrivo per il suo progetto di unificare in un'unica redazione i media vaticani, chiudendo l'edizione cartacea dell'Osservatore Romano, lasciando solo la storica testata via Web. Con un'ingenuità di fondo: non puoi chiedere a ogni giornalista di carta stampata di essere immediatamente esperto di radio e di televisione. Altri mal di pancia non sono passati da quando ha interrotto le onde corte in Africa: la radio è in rosso, si può ascoltare via Web. Alcuni prelati del Continente nero hanno sommessamente fatto notare che non tutti gli africani possiedono un computer e la classica radiolina è più semplice per sentire le parole del Papa. Ma la riflessione non ha fatto breccia. Più che la voce alla radio, sono importanti le immagini. Andassero a rivedersi i video degli animali, scimmie comprese, proiettati su San Pietro. O un film dei fratelli Dardenne. Sul Web ovviamente. Leggi la lettera di dimissioni di monsignor Viganò e quella di papa Francesco, che ha accettato le dimissioni
John Elkann (Ansa)
Tale normativa, che sarà presentata il 25 febbraio a Bruxelles dal Commissario europeo per l’Industria Stéphane Séjourné, costituirà una barriera protezionistica, imponendo dei requisiti minimi di produzione europea nelle auto immatricolate in Europa. Lo scopo dovrebbe essere quello di mantenere vivo quello che resta della manifattura industriale europea nel settore automobilistico, contrastando lo strapotere cinese nel settore.
L’idea insomma è di lanciare un «Buy Europe» simile al «Buy America» di Joe Biden, una forma protezionistica mascherata (nemmeno troppo). Dopo essersi deindustrializzata cavalcando la globalizzazione, ora l’Ue dunque si accorge che qualcosa è andato storto. Beninteso, senza mai prendersi la minima responsabilità politica.
Non si conoscono ancora i reali contenuti della normativa, dunque proprio per questo le due maggiori case europee si portano avanti e dettano la linea.
Ma non solo. Blume e Filosa chiedono soprattutto incentivi finanziari per mantenere la produzione in Europa e un bonus sulle emissioni di CO2 delle flotte, che vada ad evitare le multe previste dalla normativa attuale nel caso di scarse vendite di auto elettriche.
Secondo la lettera, le auto elettriche dovrebbero avere quattro criteri di origine made in Europe, in quote da stabilire: 1) produzione di veicoli, compresa la fabbricazione e l’assemblaggio, nonché la ricerca e lo sviluppo; 2) il gruppo propulsore elettrico; 3) le celle della batteria; 4) alcuni componenti elettronici importanti.
Ogni veicolo che soddisfa i criteri «Made in Europe» dovrebbe ricevere un’etichetta e avere diritto a diversi vantaggi, come premi d’acquisto nazionali o preferenza negli appalti pubblici. I due ad si dicono preoccupati per la tenuta dell’Europa come polo industriale, ma temono soprattutto di essere spazzati via dalla concorrenza cinese. «Stiamo investendo miliardi nella produzione europea di celle per batterie», scrivono i due dirigenti, e «dobbiamo controllare e produrre noi stessi questa tecnologia fondamentale». Ma, prosegue la lettera, «i nostri clienti europei si aspettano giustamente che offriamo veicoli elettrici il più possibile convenienti. Questo è un prerequisito fondamentale per il successo dell’elettromobilità. Tuttavia, più basso è il prezzo di un’auto, maggiore è la pressione a importare le batterie più economiche disponibili». Tradotto: i cinesi hanno costi più bassi e le case europee sono fuori mercato.
Il conflitto tra le pressioni sui costi e la dipendenza dai paesi terzi può essere risolto con una strategia Made in Europe, cioè imponendo dei criteri minimi di fabbricazione in Europa. «Gli obiettivi per tutte queste categorie devono essere ambiziosi ma realistici», dicono Vw e Stellantis, avvisando l’Ue di non chiedere l’impossibile.
Poi arriva il pezzo forte della lettera: «Ogni veicolo che soddisfa i criteri Made in Europe dovrebbe ricevere un’etichetta e avere diritto a diversi vantaggi, come premi d’acquisto nazionali o appalti pubblici». Infine, Blume e Filosa chiedono che vengano concessi dei bonus sulle emissioni per ogni auto elettrica Made in Europe, in modo che questi possano compensare le emissioni della restante flotta con motori tradizionali.
Fino a poco tempo fa, le due case automobilistiche erano scettiche sull’idea di proteggere la produzione europea con il Made in Europe, e non hanno cambiato idea. Ma visto che l’Ue introdurrà quei criteri, le due case automobilistiche cercano di orientare le decisioni e soprattutto si mettono in prima fila per ottenere sussidi. Poiché alla fine è di questo che si tratta.
Al di là dei tecnicismi, il passaggio chiave della lettera è questo: «Il denaro dei contribuenti europei dovrebbe essere utilizzato specificamente per promuovere la produzione europea e attrarre investimenti nell’Ue». Certo la lettera non si nasconde dietro le metafore e va dritta al sodo, chiedendo appunto il denaro dei contribuenti europei. Se mettiamo questa frase insieme a «avere diritto a vantaggi come premi d’acquisto o appalti pubblici» e «bonus sulle emissioni» il quadro delle richieste è completo.
Pochi giorni fa Stella Li, che guida Byd, il marchio cinese primo costruttore mondiale di auto elettriche, ha detto che la sua azienda non fa solo auto: «Lavoriamo su intelligenza artificiale, guida autonoma, robotica. Abbiamo un ecosistema completo e siamo anche tra i grandi player nello storage di batterie». Parole che danno ragione, postuma, a Sergio Marchionne, che anni fa disse che i maggiori concorrenti dei costruttori di auto sarebbero stati i nuovi entranti e i giganti tecnologici, a partire dal software per la guida autonoma. Peccato non avere dato ascolto al manager già allora, quando avvertiva che ogni auto 500 elettrica venduta rappresentava una perdita. Oggi John Elkann manda una lettera con cui chiede, ancora una volta, sussidi pubblici. Ma di garanzie che il denaro dei contribuenti non sarà, per l’ennesima volta, gettato al vento, nella lettera non c’è traccia.
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Getty Images
Dopo la storia e la descrizione delle sedi della «prima cerimonia diffusa della storia» (lo stadio milanese di San Siro e Cortina d’Ampezzo), il documento entra nei dettagli (come i lettori possono verificare consultando l’allegato). Il «concept creativo» è quello dell’Armonia e il direttore creativo è Marco Balich, già ideatore di 16 cerimonie d’apertura olimpiche. Nel file è svelato l’allestimento scenico e sono citati tutti i numeri della cerimonia.Quindi è descritto lo spettacolo, scena per scena.Si esalteranno la bellezza e la fantasia italiane. L’attrice Matilde De Angelis in versione direttrice d’orchestra guiderà un medley musicale che raggruppa brani dei grandi della musica classica italiana (Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini, Gioachino Rossini, Antonio Vivaldi) e anche il pop di Raffaella Carrà. In un caleidoscopio di luci spunterà Mariah Carey che intonerà Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno e Nothing is impossible. Quindi verrà trasmesso il video (registrato) dell'arrivo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella su un tram storico guidato dall’ex campione del Mondo di moto Gp Valentino Rossi. Un siparietto che è costato il posto di telecronista della serata ad Auro Bulbarelli, punito per avere parlato di «una sorpresa». Un’anticipazione che ha fatto infuriare il Quirinale (che ha protestato direttamente con il Comitato olimpico internazionale) e che è stata ritenuta imperdonabile.
A questo incidente La Verità ha dedicato oggi un articolo esclusivo nell’edizione in edicola. Mattarella del documento viene così descritto: «Una delle figure più autorevoli del Paese» che «rappresenta il garante della Costituzione dell’unità nazionale e dei valori democratici». Quindi c’è un’altra sviolinata: «Nel corso della sua lunga carriera ha ricoperto incarichi di primo piano nelle istituzioni italiane, distinguendosi per rigore, equilibrio e rispetto delle regole, qualità che ne hanno fatto un punto di riferimento nel panorama istituzionale europeo». A questo punto lo stadio si accenderà con le tinte del Tricolore in un momento dedicato alla moda italiana. Avrà l’onore di portare sul prato la bandiera la modella Vittoria Ceretti. L’inno nazionale, come già ampiamente emerso, sarà cantato da Laura Pausini. Pierfrancesco Favino leggerà, invece, L’Infinito di Giacomo Leopardi, mentre Sabrina Impacciatore sarà protagonista di un video animato sulla storia delle Olimpiadi invernali. Segue la parata degli atleti.
Ci sarà, quindi, un viaggio nel tempo e una parentesi scherzosa sul modo di gesticolare degli italiani, con protagonista l’attrice Brenda Lodigiani. A questo punto, dalla Tribuna d’onore Mattarella dichiarerà aperti i Giochi. Si parlerà di pace e di tregua olimpica e il cantante Ghali leggerà i versi della poesia «Promemoria» di Gianni Rodari che recita: «Ci sono cose da non fare mai, né di giorno né di notte, né per mare né per terra: per esempio la guerra». I versi della poesia, contrariamente a quanto polemicamente affermato da Ghali (che ha sostenuto che non gli sarebbe stato consentito di esprimersi in arabo), è previsto che siano recitati «in italiano, inglese, cinese, arabo, francese, spagnolo». A questo punto Charlize Theron, sudafricana ambasciatrice di pace, prenderà la parola «con un messaggio di speranza ispirato a Nelson Mandela che attraversa confini e generazioni». Il programma si chiuderà con l’ingresso della bandiera olimpica, dei suoi «messaggeri di pace» e con l’accensione del braciere olimpico. Tutto bello, retorico e un po’ scontato.
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«Cerchiamo, con un’attività di prevenzione, di evitare che quei tristi momenti si ripetano». Così il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, nella conferenza stampa al termine del Cdm, riferendosi alle norme introdotte con il decreto sicurezza e al fenomeno delle Brigate rosse.
Nordio ha definito il fenomeno delle Br come «nato per una insufficiente attenzione, anche da parte dello Stato, verso queste forme di aggressività odiosa nei confronti delle forze dell’ordine. Ricordiamo le espressioni “compagni che sbagliano” e “sedicenti Brigate rosse”». La nuova norma introdotta dal decreto sicurezza «non è uno scudo penale, che invece vuol dire impunità: qui l’impunità non c’è per nessuno, quindi è una parola impropria», ha aggiunto in merito al nuovo provvedimento contenuto nel decreto, che istituisce un registro separato per i reati commessi con «causa di giustificazione».