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Ecco il pezzo che ha fatto dimettere monsignor Viganò

Ecco il pezzo che ha fatto dimettere monsignor Viganò
ANSA
Storia, passioni e gaffe di monsignor Dario Viganò, il prefetto della comunicazione che aveva taroccato la lettera di Benedetto XVI.

L'esempio viene proprio dalla lettera mozzata: di fronte alle critiche degli ambienti dottrinali che contano sul basso contenuto teologico di questo pontificato, ecco che il prefetto scodella l'idea di affidare a dei teologi l'edizione di un volume di considerazioni dotte sul nuovo Papa. L'ambizione, in realtà, partorisce un topolino. Ne escono dei «volumetti» per dirla con le parole di Joseph Ratzinger. Al che, si cerca il colpo eclatante: incorniciare l'uscita delle opere proprio con una presentazione di Ratzinger. Si voleva raggiungere l'obiettivo, strattonando il vecchio Pontefice: cosa c'è di più grosso che abbellire papa Francesco con un endorsement del Papa emerito? È il rinnovo del sigillo tra i due pontefici, sancito sin dal primo loro incontro con il passaggio della famosa cassetta bianca contenente il dossier sulle pecche di curia che Benedetto XVI aveva chiesto alla commissione Vatileaks e che lasciò in eredità al successore per il cambiamento della Chiesa. Ma il risultato è un pasticcio con plurime conseguenze. Senza dimenticare che i media internazionali sono rimasti inorriditi. Anche se adesso in Vaticano tenderanno a far passare la buriana.

Se torniamo ai Dardenne, Viganò non coglie certo la filosofia dei bassi costi di produzione del loro cinema. Non sfugge certo ai suoi critici quell'apparente opulenza nel comunicare. Si pensi alla proiezione sulla facciata di San Pietro degli animali, scimmie comprese, al recente megashow di settimana scorsa con la riproduzione della Cappella Sistina. Insomma una grandeur che mal si concilia con la Chiesa povera di Francesco. Eppure la telecamera era diventata la nuova scialuppa evangelica. Il primo ad accorgersene era stato proprio Bergoglio quando si affacciò da Pontefice su piazza San Pietro, una telecamera lo riprendeva in controcampo dall'interno della loggia delle benedizioni. L'effetto fu immediato: in mondovisione la gente vide il Papa guardare la piazza, quasi una soggettiva. Scolpiva l'unione, l'incontro del pastore nuovo con il mondo. È un nuovo modo di offrire l'immagine del Papa appena eletto che elettrizza, amplifica la rinuncia agli orpelli di Bergoglio, quel suo «buonasera» che entra nei cuori. È esattamente quanto cerca il pastore argentino. Il gesuita Francesco è consapevole di quanto comunicare peserà nel pontificato dell'annuncio e del confronto. Decide così di riorganizzare subito la comunicazione del piccolo Stato, soffocata da conti in rosso, bizantinismi e ritualità arcaiche, accentrando i poteri in una nuova struttura verticistica che vada a raccogliere e coordinare e amplificare ogni verbo: da Radio vaticana al centro produttivo, dall'Osservatore Romano all'ufficio stampa. Serve però uno stratega, regista non timoroso, ma audace, non burocrate dei formalismi, servitore curiale, ma creativo. E chi se non don Dario?

Nato a Rio de Janeiro seppur brianzolo di famiglia, s'innamora del suggestivo gioco, tra finzione e realtà, nel cinematografo dell'oratorio di Vedano al Lambro, per crescere a cinema e rosario in seminario sotto la guida di monsignor Gianfranco Poma, negli anni del cardinale Carlo Maria Martini. L'idea del cinema cristologico è ancora embrionale, ma il giovane seminarista sorprende i superiori. Sopravvive alle pellicole di Akira Kurosawa e così alle esordienti esperienze in parrocchia trasforma il teatro Oscar della sua chiesa in un punto di richiamo per i fedeli di mezza città. Il Papa è incuriosito dal realismo di don Dario: «La comunicazione», ripete, «è un grande agone, è luogo della tenerezza, ma anche dell'uccisione, della carezza ma anche del pugnale». Ma è anche la capacità di muoversi, come quella espressa quando don Dario dovette gestire la comunicazione della rinuncia di Benedetto XVI. Era l'11 febbraio del 2013, gli uffici dei sacri palazzi erano deserti, essendo in Vaticano giorno festivo. Don Dario era però lì e si trovò a coordinare le tivù di tutto il mondo che senza fiato volevano immagini, retroscena di quel gesto clamoroso. Sempre di don Dario l'intuizione di mediare la rinuncia con la scelta cinematografica dell'elicottero che si alza e lascia il Vaticano, portando l'emerito Ratzinger verso Castel Gandolfo. Di contro, don Dario alle spalle conta decenni d'insegnamento in università anche prestigiose, ma non ha mai fatto un giorno in redazione, di scuola sul campo. È l'uomo giusto? I mal di pancia non mancano. Alcuni sono in arrivo per il suo progetto di unificare in un'unica redazione i media vaticani, chiudendo l'edizione cartacea dell'Osservatore Romano, lasciando solo la storica testata via Web. Con un'ingenuità di fondo: non puoi chiedere a ogni giornalista di carta stampata di essere immediatamente esperto di radio e di televisione.

Altri mal di pancia non sono passati da quando ha interrotto le onde corte in Africa: la radio è in rosso, si può ascoltare via Web. Alcuni prelati del Continente nero hanno sommessamente fatto notare che non tutti gli africani possiedono un computer e la classica radiolina è più semplice per sentire le parole del Papa. Ma la riflessione non ha fatto breccia. Più che la voce alla radio, sono importanti le immagini. Andassero a rivedersi i video degli animali, scimmie comprese, proiettati su San Pietro. O un film dei fratelli Dardenne. Sul Web ovviamente.

Leggi la lettera di dimissioni di monsignor Viganò e quella di papa Francesco, che ha accettato le dimissioni

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