L’ultima fregatura del governo. Slittano gli aumenti per gli statali

Ci auguriamo che gli aumenti di stipendio promessi agli statali dal governo di Paolo Gentiloni diventino una realtà. Si tratterebbe di 85 euro in più in busta paga a cui vanno aggiunti circa 490 euro di media per gli arretrati (attesi da nove anni). Ma il condizionale è d'obbligo. Perchè a ricevere uno stipendio più ricco il primo di aprile saranno soltanto i ministeriali e le forze dell'ordine. Si tratta di circa 700.00 persone. Per gli altri 2,5 milioni, nonostante le promesse pre elettorali e gli show davanti alla telecamere (condivisi con i vertici delle principali sigle sindacali) non ci sono certezze. Al momento nessuno al governo uscente né tra le sigle è in grado di sapere se e quando arriveranno i bonifici aggiuntivi. Mancano i fondi e il parere della Corte dei conti. «Da indiscrezioni», spiega alla Verità il segretario generale dell'Ugl, Paolo Capone, «per avere il parere dei magistrati contabili serviranno almeno 20 giorni e il documento va a rilento perché le poste economiche da parte del governo uscente sono state gestite in maniera troppo allegra. In pratica ancora non si trovano le coperture». Il che apre la strada a un grande problema: quanti di questi milioni di dipendenti pubblici si sono visti fare promesse giusto in vista delle elezioni, ma hanno in mano assegni in bianco? Al momento il governo Gentiloni ha tradito anche loro. Non solo quegli elettori che hanno sperato fino in fondo che si smarcasse di più dal suo precedessore Matteo Renzi.
Invece anche Gentiloni ha gestito la partita degli statali secondo il più classico degli stili renziani, ovvero quello dello storytelling. Il suo predecessore esattamente una settimana prima del referendum costituzionale aveva riunito Cgil & C. davanti a un tavolo per una stretta di mano con una promessa: «Dopo sette anni e mezzo chiuderemo la questione degli aumenti agli statali», era stato detto a reti unificate. «C'è voluto un altro anno e mezzo», continua Capone, «per arrivare a un vero tavolo di trattative. E guarda caso la spinta è avvenuta esattamente a due settimane dal voto. Ma sbandierare promesse senza coperture effettive non porta bene a un governo che si ricandida».
Così arriviamo ormai ad aprile e al di là della scuola, il comparto che rischia di essere maggiormente beffato è quello della sanità. Pochi giorni prima del voto hanno ricevuto le rassicurazioni del caso nonostante i fondi stanziati nella manovra di ottobre scorso fossero soltanto 900 milioni scarsi.
«Anche i lavoratori della sanità», ha detto al momento della firma del contratto a fine febbraio, Massimo Garavaglia, presidente del comitato di settore tra Regioni e sanità (e assessore della Lombardia), «avranno un incremento delle retribuzioni, mediamente 85 euro al mese. Un risultato non scontato. Abbiamo agito con grande senso di responsabilità, nonostante il mancato incremento di risorse del fondo sanitario di quest'anno per questo scopo. Adesso andiamo avanti anche per la medicina convenzionata e la dirigenza sanitaria. Noi gli atti integrativi li abbiamo già sbloccati e inviati». Parlando con La Verità, Garavaglia aveva poi criticato il gioco del governo che ha costretto le Regioni a fare una scelta drastica. Pur sapendo che l'intero costo per gli aumenti salariali non era coperto, hanno dovuto accettare la chiusura della trattativa in vista del miliardo aggiuntivo previsto per il primo gennaio 2019. Come dire, meglio portare a casa subito il risultato e stringere i denti per qualche mese. «Per i prossimi dieci mesi», ha poi aggiunto Garavaglia, «le Regioni saranno costrette a usare circa 600 milioni del fondo sanitario nazionale per coprire gli aumenti, una cifra che non potrà essere destinata ad altri scopi sanitari». Come dire che quanto di questi 600 milioni dovrà essere destinato alle buste paga finirà per essere sottratto alle prestazioni assistenziali. Dall'anno prossimo il fondo Ssn riceverà gli adeguati aumenti.
Ma a quel punto per altri 300.000 dipendenti pubblici scatterà una nuova fregatura. Nel caso questo gruppo con redditi intorno ai 26.000 euro all'anno portasse a casa l'aumento, allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre 2018 svanirebbe in un solo colpo. La sorpresa si chiama elemento perequativo ed è nelle pieghe dell'accordo per il rinnovo del contratto degli statali, siglato dopo otto anni di blocco e diversi mesi di trattative. E in base al quale i vari comparti, dai lavoratori dei ministeri a quelli della sanità, hanno siglato intese subito prima delle elezioni. «Nella fretta», ha spiegato il Sole 24 Ore, «si era stabilito di dare a tutti un aumento pari al 3,48%. Ma quella quota, si è scoperto poi, avrebbe garantito i promessi 85 euro lordi mensili in più solo ai ministeriali, che hanno buste paga mediamente più pesanti. Di lì la decisione di ricorrere a incrementi temporanei. Destinati a sparire nel 2019, a meno che non si trovino le risorse per stabilizzarli». Insomma un aumento a elastico pieno di sorprese. Tanto i problemi si porranno per il prossimo governo. Ieri Gentiloni si è dimesso. C'è da augurarsi per gli statali che con lui non se ne vadano tutte le sue promesse.






