
«Un giorno il sindaco di un paese della Norvegia artica mi disse: li vedi quei birdwatchers? Non saprebbero distinguere un gabbiano da una gazza. Sono tutte spie». «Nel 2007 una spedizione russa ha piantato una bandiera di titanio 4.000 sotto il pack del Polo Nord. Come dire: questa terra è nostra». Meglio fidarsi di chi i ghiacci li frequenta da 30 anni e ne ha sentito lo scricchiolio sotto le scarpe. E mentre improbabili troupe (anche italiane) inseguono funzionari danesi a Nuuk per farsi dire che «la Groenlandia preferisce l’Europa agli Stati Uniti», per cogliere il battito cardiaco del Grande Nord è più interessante rivolgersi a un Virgilio speciale, Marzio G. Mian, reporter e scrittore di lungo corso, uno dei primi giornalisti a intuire l’importanza strategica del mondo oltre la mitica Thule. La conferma in due libri: Artico, la battaglia del Grande Nord e La guerra bianca (Neri Pozza). Oggi rilanciati da un testimonial involontario d’eccezione, Donald Trump.
The Donald ha vinto o ha perso la partita per la Groenlandia?
«Premesso che all’ipotesi militare americana non ho mai creduto perché sarebbe un motivo di impeachment per il presidente, penso che la stia vincendo. Dicono che ha fatto retromarcia, ma aveva chiesto 100 e ha ottenuto 30 ancora prima di sedersi al tavolo, con Mark Rutte che gli ha dato via libera ad ampliare la presenza in Groenlandia a nome di tutti i Paesi Nato. Non lo chiamerei dietrofront. Sono convinto che prima o poi quella terra finirà sotto l’influenza americana».
Una base c’è già, ma Washington ritiene che sia troppo poco.
«Gli Usa sono enormemente indietro sull’Artico, in quell’area non sono una superpotenza ma solo una potenza. Hanno due rompighiaccio contro i 45 russi e i 15 cinesi; significa incapacità di operare. Le uniche superpotenze lassù sono Russia e Finlandia. I russi perché sono lì da secoli, i finlandesi perché hanno combattuto guerre impossibili. Durante le ultime manovre congiunte, il comando Nato ha dovuto pregare i finlandesi di non umiliare troppo i marines americani impacciati fra i ghiacci. Impensabile».
Da che parte stanno i 55.000 Inuit nativi della Groenlandia, gli unici legittimati a parlare per diritto naturale?
«Di sicuro non stanno con la Danimarca, nei confronti della quale nutrono un profondo rancore anche per colpa del piano di sterilizzazione degli anni Ottanta che rischiò di distruggere un intero popolo. Quella danese è stata un’assimilazione violenta, con massacri di ogni tipo. Gli Inuit sono stati radicati a forza. Il quartiere Christiania di Copenaghen, una volta fortino hippie, è diventato il rifugio di zombie Inuit devastati dall’alcol e dalla droga. Certo, se vai a Nuuk e intervisti funzionari danesi ti parlano bene dell’Europa. Ma è come intervistare gli inglesi in India al tempo di Gandhi».
Però i nativi guardano con diffidenza anche la protervia di Trump.
«La debolezza del progetto di Trump sta solo nella sua arroganza. Gli Inuit sono un popolo pacifico, di cacciatori e pescatori, ma sono anche molto orgogliosi. Per loro la comunità viene prima dell’individuo, si sentono parte di un tutto, in armonia con la natura. Li ho conosciuti, ho mangiato con loro. Per gli Inuit cacciare la foca significa rispettarla perché dà loro sostentamento vitale».
Il premier Jens-Frederik Nielsen ha detto che, dovendo scegliere, preferiscono l’Europa.
«Facile, lui è per metà danese. Ma nel suo governo la ministra degli Esteri, Vivian Motzfeldt, è in affari con gli americani per esportare l’acqua degli iceberg negli States. Quando il governo danese sfida l’America parlando di welfare per gli Inuit mi piacerebbe sapere a quale welfare si riferisca: li hanno considerati per anni dei miserabili, non gli fanno toccare palla. Tutti i posti chiave sono gestiti dall’establishment danese».
Gli Inuit sanno anche fare affari.
«Eccome. I loro cugini in Alaska sono diventati ricchissimi e loro lo sanno; oggi ci sono dieci compagnie petrolifere di Inuit quotate a Wall Street. Per questo dico che il rapporto con gli americani potrebbe essere vincente. E poi, la Groenlandia è stata la prima nazione ad andarsene dall’Europa».
Scusi, in che senso?
«La prima Exit l’hanno fatta loro, non gli inglesi. Nel 1985 hanno indetto un referendum e poi sono usciti dalla Cee. Me lo disse il sindaco di Narsaq: “A noi ci ha rovinato Brigitte Bardot”. L’attrice aveva promosso la campagna contro il massacro delle baby foche in Canada e per l’indignazione collettiva erano state bloccate ovunque le esportazioni delle pelli, fondamentali per l’economia Inuit. L’Europa ha chiuso quel commercio? Loro sono usciti. E hanno stretto accordi con i cinesi, ai quali non interessavano le pelli di foca ma le materie prime sotto il ghiaccio. Che geni a Bruxelles…».
Lei fu uno dei primi a testimoniare quello sbarco silenzioso di Pechino.
Nel 2016 avevo formato un gruppo di reporter - c’era anche il pulitzer Gerard O’Neill - e organizzato una spedizione giornalistica per un’inchiesta su quella terra sconosciuta ma molto ambita. Abbiamo rivelato l’esistenza del contratto siglato dagli Inuit con una società cino-australiana e poi tutta cinese, legata all’esercito, per lo sfruttamento della miniera di uranio e terre rare più grande del mondo».
Come avete intuito la trasformazione?
«Applicando la dimenticata regola degli inviati: per capire devi vedere. Abbiamo raccontato come villaggi di pescatori si trasformavano in villaggi di minatori. Agli Inuit non importava della Danimarca o dell’Europa, gli importava fare affari. E noi abbiamo raccontato le mani della Cina in Groenlandia. Cominciava la guerra bianca».
Com’è possibile che i danesi non si siano accorti di niente?
«Senza offesa, ma i danesi hanno inventato i buchi nel formaggio. Fino a un decennio fa erano desiderosi di lasciare al suo destino la colonia di nativi perché non era cool. Non volevano gli zombie Inuit alcolizzati in giro, non vedevano l’ora di chiudere il capitolo, peace and love, movimento antinucleare, greenwashing. Oggi hanno cambiato idea: un Paese che geopoliticamente era una comparsa si ritrova ad essere una piccola superpotenza proprio grazie agli zombie».
Ora a Copenaghen dicono: quella terra è di nostra proprietà.
«È curioso come i socialdemocratici nordici siano tornati a usare un linguaggio neocoloniale senza battere ciglio. Insultano anche la geografia nel sostenere che la Groenlandia è Europa. Quanto all’Unione europea, è arrivata ultima perché a Bruxelles l’agenda artica è ancora quella di Greta Thunberg. Anche se lei adesso si occupa di Gaza».
Però fra i ghiacci i cinesi sono stati fermati.
«Lo sa chi è stato efficace nel bloccarli senza parlare? L’amministrazione Biden. Perché gli americani sanno che il continente bianco è strategico; nell’ambasciata americana a Copenaghen c’era una task force di 15 persone per l’Artico. Anche la joint venture Russia-Cina formalizzata durante la guerra in Ucraina ha come base l’Artico».
Che posizione ha Vladimir Putin al riguardo?
«Basta guardare una cartina per capire che la Groenlandia non gli interessa. Mosca ha quasi tutto il resto e gioca la partita da protagonista. Tre anni fa lo zar è stato chiaro: “Spaccheremo i denti a chiunque pensi di sfidare la nostra sovranità. Non c’è Artico senza Russia, non c’è Russia senza Artico”. Mi pare definitivo».
Due libri in netto anticipo sulla canea di oggi. Marzio Mian, come nasce il suo amore per il Grande Nord?
«Negli anni Novanta andai nelle isole Lofoten a raccontare la caccia alle balene, allora nel mirino dell’ecologismo. Sotto attacco c’erano il Giappone e la Norvegia. Riuscii a salire su una baleniera e a testimoniare la crudeltà di quella caccia, con arpioni che contenevano granate. Uno scempio. È stata anche l’unica volta in cui ho percepito il razzismo vikingo nei confronti del piccolo italiano dai capelli scuri. Era il periodo dei grandi abbracci: a Kirkenes ho visto siglare un accordo di amicizia fra Norvegia e Russia con Sergej Lavrov e Dmitrij Medvedev».
In cosa consisteva?
«Interessi comuni, stesso mare da ripopolare perché il merluzzo stava scomparendo; i norvegesi dicevano “in cod we trust” e avevano già un’agenda artica. Oggi sono i re dell’ipocrisia, storici predatori dell’Artico: da due anni tutta la Norvegia è oil free, solo elettrico. Ma hanno aumentato le concessioni petrolifere lassù, sono gli Emirati del Nord. Ho capito che il Polo stava diventando decisivo nei primi anni 2000, quando in Islanda tutto era diventato Artic, anche i nomi delle carrozzerie. La parola Artic era sexy come Green o Euro da noi, una tendenza politica e culturale. Stava per succedere qualcosa, stava per affiorare un continente ricchissimo di materie prime. Ed è successo».
Che futuro ci aspetta nella nuova guerra fredda?
«La risposta non è in Groenlandia ma nell’Artico canadese, uno dei luoghi più ricchi e disabitati del mondo, con temperature a -60 come in Russia. Ci sono stato nel settembre scorso, ho visto compagnie immobiliari investire nell’immenso Nord, in paesini mai sentiti nominare. Logistica, basi militari, esplorazioni minerarie. Il capitalismo condannato a crescere per sopravvivere ha necessità di alimentare la bulimia con nuove risorse. Il punto cruciale sarà il passaggio a Nord-Ovest».
Torniamo al romanticismo di Amundsen e Nansen?
«Rotte navali per passare dall’Atlantico al Pacifico, altro che romanticismo. Per il Canada è un mare locale, per Usa e Cina sono acque internazionali che consentirebbero di evitare lo stretto di Panama. Lì si gioca la prossima partita. La prima mossa l’ha fatta il premier canadese Mark Carney andando a Pechino a stringere accordi per dare uno schiaffo a Trump. Aspettiamoci sorprese. E come sempre accade fra i ghiacci, non sarà una partita a scacchi ma a poker».






