
La sindrome della rana bollita è una metafora, di Noam Chomsky che spiega l’adattamento al disastro quando questo è basato su cambiamenti che arrivano in modo lento e graduale. Se una rana viene immersa in acqua bollente, salta via, ma se viene messa in acqua fredda riscaldata, poi, lentamente, si abitua fino a morire, incapace di percepire il pericolo e reagire.
Il tema è l’adattamento a situazioni negative purché avvengano poco alla volta: la perdita di energia, cioè di potere. La rana si indebolisce col calore crescente, perdendo la capacità di saltare fuori quando la situazione diventa insopportabile. La rana bollita siamo noi, quando accettiamo piccoli peggioramenti quotidiani senza fare una piega: qualcuno che accoltella un altro su un treno urlando che Allah è grande, per esempio, ma era un isolato squilibrato, non bisogna generalizzare. Le aggressioni attribuite ai cosiddetti maranza segnano ogni giorno di ferimenti, rapine stupri e, soprattutto, umiliazioni: una giovanissima donna che subisce uno stupro di gruppo davanti al fidanzato, un quindicenne che torna a casa seminudo dopo essere stato rapinato e pestato, sono segnati per sempre. I maranza esercitano, sulle donne bianche e cristiane, una tecnica precisa di jihad che si chiama taharrush gamea.
I giornali «perbene» ci spiegano che queste cose rappresentano un sintomo preoccupante di un disagio sociale più profondo. Queste persone, i maranza, sono «il prodotto di decenni di marginalizzazione, degrado urbano e inefficienza istituzionale». La soluzione è ovvia: dobbiamo diventare più buoni, più tolleranti, soprattutto più pacifici e più inclusivi.
Un bel gesto di tolleranza e inclusività è stato scegliere il maranza che canta, anzi rappa, tale Ghali, come simbolo dell’Italia. Da anni non guardo la televisione. Non conosco e non ascolto la musica leggera contemporanea che, con poche eccezioni, trovo insopportabile. Non avevo idea di chi fosse Ghali, la persona scelta come artista volto simbolo dell’Italia in un contesto globale, le Olimpiadi invernali. La designazione del personaggio con questo ruolo non è certo un gesto neutro. Per prima cosa ho cercato di farmi una cultura sul valore artistico del tizio, cercando qualche video che ho valorosamente guardato fino alla fine benché trovassi penoso il testo e insopportabile la roba che l’accompagna, non so se nel rap la roba che accompagna le parole si possa chiamare musica.
Mi dicono che c’è gente che lo apprezza. Non metto in dubbio: al mondo c’è di tutto. Testi insulsi sul fastidioso ritmo del rap: non avevamo niente di meglio dal punto di vista artistico? Perché la nazione di Vivaldi, Verdi, Puccini, Rossini e tutti gli altri deve essere rappresentata da questo tizio? Dal punto di vista strettamente musicale, il rap può essere considerato un genere oggettivamente «mediocre», per la sua povertà strutturale rispetto alla complessità musicale tradizionale. La maggior parte dei brani si sviluppa su loop ripetitivi, pochi accordi e una linea ritmica costante: elementi che privilegiano il messaggio anziché l’evoluzione musicale. Se confrontato con generi come il jazz, il rock o la musica classica, emerge una mancanza di dinamiche, modulazioni tonali e variazioni ritmiche. Una noia abissale. Possiamo affermare, quindi, che il rap è divisivo, e che scegliere un rapper per rappresentare tutti, inclusi quelli che trovano il rap fastidiosamente banale e insulso (tra questi la scrivente) è una violenza e un arbitrio.
Poi c’è il secondo punto: la scelta del rapper. A questo punto il dubbio che mi è venuto è che il baldo giovane non sia stato scelto per le sue capacità artistiche, sicuramente non riconosciute come valore universale da tutta la popolazione italiana e forse nemmeno dalla maggioranza. Quindi la sua presenza veicola un qualche messaggio che non può che essere culturale e politico: una precisa opzione ideologica. In questa prospettiva, la scelta non può che essere interpretata come parte di un più ampio processo di ridefinizione identitaria dell’Europa, che alcuni osservatori (tra cui la scrivente) descrivono come una progressiva islamizzazione favorita dall’alleanza, sempre più esplicita, tra ambienti progressisti occidentali e movimenti riconducibili all’islam politico.
In questa narrazione di pace e inclusione, organizzazioni «pacifiche e inclusive» come i Fratelli musulmani, notoriamente specializzati in attività pacifiche e inclusive, vengono indicate come attori che, nel corso degli anni, avrebbero trovato uno spazio pacifico e inclusivo all’interno di associazioni culturali e istituzioni, agendo con pazienti strategie graduali.
Sono nata a Santa Maria Capua Vetere, in passato Capua. Non siamo nemmeno sul mare. Il paese è stato assaltato due volte dai pirati saraceni, hanno ammazzato i vecchi e i bambini e trascinato in catene verso la schiavitù tutti gli altri. Sono innumerevoli, e mai contati, i cristiani massacrati e quelli rapiti sulle nostre coste, punteggiate di torri di avvistamento, che erano l’unica difesa. Abbiamo abbandonato le coste, i porti si sono insabbiati, è arrivata la malaria. Poi abbiamo vinto a Lepanto, un secolo dopo a Vienna e l’Europa è stata salvata.
I saraceni sono diventati più astuti. Hanno usato l’oro non per costruire galee, tanto mai avrebbero potuto battere quelle di Genova e Venezia, o comunque i loro corrispettivi attuali, ma per corrompere i burocrati di Bruxelles, e anche quelli di molte nazioni. Un gran numero di personaggi politici e del clero profondamente corrotti proteggono un’invasione che, per il fatto di essere demilitarizzata, non è meno micidiale. Nell’islam è corretto sposare una bambina, chi critica questo matrimonio sta criticando il profeta Maometto, ma si preferisce dimenticarlo. Predicazioni o prese di posizione di sempre più numerosi imam entrano in conflitto con i valori giuridici e morali occidentali, soprattutto quando riguardano temi estremamente sensibili come l’infanzia e i diritti dei minori.
I cosiddetti maranza che accoltellano, rapinano e stuprano non sono solo delinquenti, ma più o meno consapevoli soldati del jihad che eseguono l’ordine coranico di terrorizzare e umiliare i nemici di Allah. In tale contesto, la rappresentazione simbolica di un artista identificato come musulmano assume un significato inequivocabile. Ghali ha lanciato l’accusa di genocidio a Israele nonostante i crimini atroci di cui il 7 ottobre molti, e non solo i miliziani di Hamas, si sono resi responsabili. Il vittimismo palestinese è la chiave di volta dell’islamizzazione dell’Europa. L’argomento centrale è che presentare al mondo un determinato volto culturale come «biglietto da visita» della nazione, legittima, neanche tanto indirettamente, visioni del mondo incompatibili con l’impianto valoriale della civiltà europea, dando un’aura di normalità e di irreversibilità a un fenomeno di invasione che, per il fatto di essere demilitarizzata, non è meno tragica. La pace, l’inclusione, la rimozione del conflitto sono le nuove armi. Ce l’abbiamo fatta a Poiter, Lepanto e Vienna, possiamo ancora farcela, ma dobbiamo imparare a diventare sporchi, brutti e cattivi. E di corsa. Perché un mediocre rapper fradicio di odio contro Israele deve rappresentarmi? Per inciso: il mondo è pieno di folli, e qualcuno ha fatto veramente l’esperimento della rana bollita. La rana è stata messa nell’acqua fredda e, quando l’acqua è diventata fastidiosamente calda, la rana è saltata via. Come la quasi totalità delle affermazioni di Noam Chomsky la teoria della rana bollita sembra geniale ma è una fesseria. C’è un momento in cui la corda si spezza. C’è un momento in cui la rana riscopre la sua collera. Auguri ai maranza e ai loro protettori






