- In missione a Pechino, il presidente brasiliano si scaglia contro il dollaro e il Fmi. La fedelissima Dilma Rousseff alla banca dei Brics.
- Giuseppe Provenzano, ministro degli Esteri ombra di Elly Schlein, esalta il leader sudamericano. E svela l’ambiguità dei dem sul Dragone e pure nei confronti di Washington e Kiev.
Lo speciale contiene due articoli.
Luiz Inacio Lula da Silva ha rafforzato i legami con Pechino. Durante il suo viaggio nella Repubblica popolare, il presidente brasiliano ha incontrato l’omologo cinese, Xi Jinping, e ha firmato 15 accordi, alcuni dei quali relativi al delicato settore della tecnologia. Secondo Reuters, sono state raggiunte delle intese nel comparto dei semiconduttori e del 5G. «Ieri abbiamo visitato Huawei, a dimostrazione della nostra volontà di dire al mondo che non abbiamo pregiudizi nel nostro rapporto con i cinesi», ha dichiarato venerdì Lula. «Nessuno vieterà al Brasile di approfondire le sue relazioni con la Cina», ha aggiunto. Il presidente brasiliano è inoltre andato all’attacco del dollaro e del Fondo monetario internazionale. «Perché ogni Paese dovrebbe essere legato al dollaro per il commercio? Chi ha deciso che il dollaro sarebbe stato la valuta mondiale?», ha dichiarato, per poi proseguire: «Nessuna banca dovrebbe asfissiare le economie dei Paesi nel modo in cui il Fmi sta facendo ora con l’Argentina, o come ha fatto con il Brasile per molto tempo e con tutti i Paesi del terzo mondo». Non solo. La New Development Bank, istituto con sede a Shanghai e che sostiene lo sviluppo dei Brics, ha recentemente annunciato come suo nuovo presidente l’ex capo di Stato brasiliano, Dilma Rousseff: una nomina che, secondo la testata The Diplomat, riflette lo «stretto rapporto» che intercorre tra Lula e il governo cinese. La Rousseff, che fa parte del Partito dei lavoratori insieme all’attuale presidente brasiliano, contribuì a fondare la New Development Bank nel 2014.
Insomma, Lula sta imprimendo al Brasile una svolta energicamente pro Pechino. Certo, è pur vero che, da presidente, Jair Bolsonaro si trovò alla fine ad attenuare alcune delle posizioni più duramente anticinesi che aveva espresso durante la campagna elettorale del 2018. Tuttavia non aveva mai assunto una linea così amichevole nei confronti del Dragone: una linea che mette adesso Brasilia in rotta di collisione con Washington. Ricordiamo infatti che, a novembre, negli Usa la Federal Communications Commission ha emesso un divieto alla vendita e all’importazione di nuovi dispositivi realizzati da Huawei e Zte. Era invece marzo, quando lo Us Southern Command ha lanciato l’allarme sull’espansione aggressiva di Pechino in America Latina.
Le mosse filocinesi di Lula stanno quindi spingendo sempre più la stessa America latina tra le braccia della Cina. D’altronde, quanto sta accadendo è anche il frutto della fallimentare politica estera di Joe Biden. Per quanto non lo abbia sostenuto esplicitamente, l’attuale presidente americano ha di fatto spalleggiato Lula alle elezioni brasiliane dello scorso ottobre. Il giornale O Globo riferì infatti che Lula incontrò a settembre l’incaricato d’affari degli Usa in Brasile, Douglas Koneff. Del resto, Biden non voleva irritare il Partito democratico americano, che ha sempre detestato Bolsonaro a causa della sua nota amicizia con Donald Trump. Per una questione di politica interna, l’inquilino della Casa Bianca ha quindi de facto puntato su un candidato brasiliano che coltiva interessi geopolitici opposti a quelli di Washington. Non solo è apertamente filocinese ma, il 4 maggio scorso, aveva anche detto al Time che la crisi ucraina fosse responsabilità tanto di Vladimir Putin quanto di Volodymyr Zelensky. Lula ha inoltre accusato poche ore fa gli Usa di «incoraggiare» la guerra in corso e ha anche storicamente espresso posizioni filocubane e filopalestinesi, non rinunciando a prendere le distanze da Washington, quando Trump ordinò di uccidere il generale iraniano Qasem Soleimani. Infine, due settimane fa, il Cremlino ha invitato Lula a visitare la Russia.
Non è d’altronde un mistero che gli Usa abbiano perso influenza sull’America latina negli ultimi due anni. A giugno, Reuters riportò che Pechino ha notevolmente consolidato la propria longa manus commerciale sull’area, da quando Biden è entrato in carica. Si tratta di una leva che i cinesi usano poi anche sul piano geopolitico. A dicembre 2021, il Nicaragua ha rotto i rapporti diplomatici con Taiwan per riconoscere formalmente la Repubblica popolare cinese. Un esempio, seguito appena poche settimane fa dall’Honduras. È evidente che Pechino punta all’America Latina per mettere sotto pressione Washington e soprattutto per mettere le mani sul litio, che le occorre per dominare il mercato mondiale dell’auto elettrica.
E poi c’è la Russia. A giugno, il Nicaragua ha acconsentito a schierare alcuni militari di Mosca sul proprio territorio. Dall’altra parte, sono noti gli stretti rapporti che intercorrono tra il Cremlino e il regime venezuelano di Nicolas Maduro. Era marzo scorso, quando lo stesso Maduro ha ricevuto il consigliere speciale di Lula, Celso Amorim, con l’intento di «stringere legami di fratellanza e solidarietà tra i popoli». Anche in questo caso, Biden ha le sue colpe. L’anno scorso, pur di far fronte alla crisi energetica, l’attuale presidente americano ha allentato le sanzioni su Caracas, dando così un assist indiretto tanto alla Russia quanto all’Iran (che intrattiene a sua volta legami con il Venezuela). Tutto questo, per non parlare del fatto che, sempre l’anno scorso, l’inquilino della Casa Bianca ha revocato le restrizioni imposte da Trump su Cuba. Avrebbe dovuto rilanciare il ruolo internazionale degli Stati Uniti. E invece, con i suoi miopi cortocircuiti, Biden in America Latina si è messo all’angolo da solo.
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