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2023-04-16
Lula ha scelto la Cina e azzanna gli Usa del suo sponsor Biden
Lula e Xi Jinping (Ansa)
Luiz Inacio Lula da Silva ha rafforzato i legami con Pechino. Durante il suo viaggio nella Repubblica popolare, il presidente brasiliano ha incontrato l’omologo cinese, Xi Jinping, e ha firmato 15 accordi, alcuni dei quali relativi al delicato settore della tecnologia. Secondo Reuters, sono state raggiunte delle intese nel comparto dei semiconduttori e del 5G. «Ieri abbiamo visitato Huawei, a dimostrazione della nostra volontà di dire al mondo che non abbiamo pregiudizi nel nostro rapporto con i cinesi», ha dichiarato venerdì Lula. «Nessuno vieterà al Brasile di approfondire le sue relazioni con la Cina», ha aggiunto. Il presidente brasiliano è inoltre andato all’attacco del dollaro e del Fondo monetario internazionale. «Perché ogni Paese dovrebbe essere legato al dollaro per il commercio? Chi ha deciso che il dollaro sarebbe stato la valuta mondiale?», ha dichiarato, per poi proseguire: «Nessuna banca dovrebbe asfissiare le economie dei Paesi nel modo in cui il Fmi sta facendo ora con l’Argentina, o come ha fatto con il Brasile per molto tempo e con tutti i Paesi del terzo mondo». Non solo. La New Development Bank, istituto con sede a Shanghai e che sostiene lo sviluppo dei Brics, ha recentemente annunciato come suo nuovo presidente l’ex capo di Stato brasiliano, Dilma Rousseff: una nomina che, secondo la testata The Diplomat, riflette lo «stretto rapporto» che intercorre tra Lula e il governo cinese. La Rousseff, che fa parte del Partito dei lavoratori insieme all’attuale presidente brasiliano, contribuì a fondare la New Development Bank nel 2014.
Insomma, Lula sta imprimendo al Brasile una svolta energicamente pro Pechino. Certo, è pur vero che, da presidente, Jair Bolsonaro si trovò alla fine ad attenuare alcune delle posizioni più duramente anticinesi che aveva espresso durante la campagna elettorale del 2018. Tuttavia non aveva mai assunto una linea così amichevole nei confronti del Dragone: una linea che mette adesso Brasilia in rotta di collisione con Washington. Ricordiamo infatti che, a novembre, negli Usa la Federal Communications Commission ha emesso un divieto alla vendita e all’importazione di nuovi dispositivi realizzati da Huawei e Zte. Era invece marzo, quando lo Us Southern Command ha lanciato l’allarme sull’espansione aggressiva di Pechino in America Latina.
Le mosse filocinesi di Lula stanno quindi spingendo sempre più la stessa America latina tra le braccia della Cina. D’altronde, quanto sta accadendo è anche il frutto della fallimentare politica estera di Joe Biden. Per quanto non lo abbia sostenuto esplicitamente, l’attuale presidente americano ha di fatto spalleggiato Lula alle elezioni brasiliane dello scorso ottobre. Il giornale O Globo riferì infatti che Lula incontrò a settembre l’incaricato d’affari degli Usa in Brasile, Douglas Koneff. Del resto, Biden non voleva irritare il Partito democratico americano, che ha sempre detestato Bolsonaro a causa della sua nota amicizia con Donald Trump. Per una questione di politica interna, l’inquilino della Casa Bianca ha quindi de facto puntato su un candidato brasiliano che coltiva interessi geopolitici opposti a quelli di Washington. Non solo è apertamente filocinese ma, il 4 maggio scorso, aveva anche detto al Time che la crisi ucraina fosse responsabilità tanto di Vladimir Putin quanto di Volodymyr Zelensky. Lula ha inoltre accusato poche ore fa gli Usa di «incoraggiare» la guerra in corso e ha anche storicamente espresso posizioni filocubane e filopalestinesi, non rinunciando a prendere le distanze da Washington, quando Trump ordinò di uccidere il generale iraniano Qasem Soleimani. Infine, due settimane fa, il Cremlino ha invitato Lula a visitare la Russia.
Non è d’altronde un mistero che gli Usa abbiano perso influenza sull’America latina negli ultimi due anni. A giugno, Reuters riportò che Pechino ha notevolmente consolidato la propria longa manus commerciale sull’area, da quando Biden è entrato in carica. Si tratta di una leva che i cinesi usano poi anche sul piano geopolitico. A dicembre 2021, il Nicaragua ha rotto i rapporti diplomatici con Taiwan per riconoscere formalmente la Repubblica popolare cinese. Un esempio, seguito appena poche settimane fa dall’Honduras. È evidente che Pechino punta all’America Latina per mettere sotto pressione Washington e soprattutto per mettere le mani sul litio, che le occorre per dominare il mercato mondiale dell’auto elettrica.
E poi c’è la Russia. A giugno, il Nicaragua ha acconsentito a schierare alcuni militari di Mosca sul proprio territorio. Dall’altra parte, sono noti gli stretti rapporti che intercorrono tra il Cremlino e il regime venezuelano di Nicolas Maduro. Era marzo scorso, quando lo stesso Maduro ha ricevuto il consigliere speciale di Lula, Celso Amorim, con l’intento di «stringere legami di fratellanza e solidarietà tra i popoli». Anche in questo caso, Biden ha le sue colpe. L’anno scorso, pur di far fronte alla crisi energetica, l’attuale presidente americano ha allentato le sanzioni su Caracas, dando così un assist indiretto tanto alla Russia quanto all’Iran (che intrattiene a sua volta legami con il Venezuela). Tutto questo, per non parlare del fatto che, sempre l’anno scorso, l’inquilino della Casa Bianca ha revocato le restrizioni imposte da Trump su Cuba. Avrebbe dovuto rilanciare il ruolo internazionale degli Stati Uniti. E invece, con i suoi miopi cortocircuiti, Biden in America Latina si è messo all’angolo da solo.
E il Pd sposa il «modello carioca»
Che la sinistra italiana consideri Lula una sorta di mito, non è mai stato un mistero. Ma adesso la situazione sta un po’ sfuggendo di mano. Il nuovo responsabile esteri del Pd, Giuseppe Provenzano, è un tenace ammiratore del presidente brasiliano. Il 31 ottobre, celebrò la sua vittoria elettorale su Twitter, dicendo che avrebbe riaperto «il cammino della democrazia, dei diritti umani, della giustizia sociale e ambientale nell’America latina». Non solo. A inizio maggio, Provenzano, allora vicesegretario del Pd, si recò in Brasile, dove incontrò Lula ed esaltò l’evento su Facebook, scrivendo: «Oggi a San Paolo ho incontrato Lula, e non c’era modo migliore per iniziare questa missione in Sud America. Quest’uomo ha rappresentato il riscatto di un popolo, ha tirato fuori dalla miseria milioni di brasiliani, ha garantito l’istruzione ai figli dei poveri, ha guidato il suo sterminato Paese tenendo insieme sviluppo e giustizia sociale. Lula è stato fonte d’ispirazione per una generazione intera di progressisti». Il 25 giugno, Provenzano rilasciò un’intervista al Domani, in cui sostenne che Jair Bolsonaro era un «vero amico di Vladimir Putin».
Ora, questo amore politico così pronunciato per Lula rischia di dirci molto sulla politica estera del «nuovo» Pd, guidato da Elly Schlein. A maggio, Lula disse al Time di considerare Putin e Volodymyr Zelensky egualmente responsabili della crisi ucraina, mentre poche ore fa ha accusato Washington di «incoraggiare» la guerra in corso. Tutto questo, senza trascurare il deciso rafforzamento dei rapporti tra Brasilia e Pechino, avvenuto negli ultimissimi giorni. Insomma, sembra proprio che Lula non si limiti al classico antiamericanismo, ma che voglia diventare parte attiva e integrante del nuovo ordine internazionale che la Cina sta cercando di costruire.
Sia chiaro: che i dem nostrani portino avanti una linea controversa su America latina e Cina non è una novità. A maggio, fu ricevuta nella sede del Pd l’ambasciatrice cubana in Italia, Mirta Granda Averhoff. Inoltre, ad avvicinare l’Italia alla Repubblica popolare non è stato solo Giuseppe Conte (nel cui secondo governo Provenzano è stato ministro) ma anche l’allora premier dem, Paolo Gentiloni, che nel 2017, unico leader del G7, prese parte al Forum sulla Nuova via della Seta a Pechino. Adesso però si rischia il «salto di qualità». La Schlein ha ricevuto aperture di credito da figure note per essere favorevoli alla linea soft con Pechino (da Romano Prodi a Goffredo Bettini), mentre gli elogi di Provenzano a Lula acquisiscono un sapore un po’ inquietante, alla luce della visita appena effettuata da quest’ultimo in Cina. E intanto sorgono domande su quale sarà la posizione del neosegretario dem in relazione all’eventuale rinnovo del controverso memorandum d’intesa sulla Nuova via della Seta.
Tutto lascia intendere un ulteriore spostamento a sinistra nella politica estera del Pd. Un fattore che, in sede europea, porterà il Nazareno a consolidare la sua appartenenza al Pse (a sua volta noto per posizioni storicamente filorusse e filocinesi). Ciò apre indirettamente ulteriori possibilità per la nascita di un’inedita alleanza tra Ppe ed Ecr in vista delle prossime elezioni europee: un blocco saldamente atlantista che, con la benedizione di Washington, assumerebbe un atteggiamento guardingo nei confronti del Partito comunista cinese e dei suoi accoliti in giro per il mondo (a partire proprio da Lula). Sembra proprio che, nella sua politica estera, il «nuovo» Pd guardi poco a Occidente.
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In missione a Pechino, il presidente brasiliano si scaglia contro il dollaro e il Fmi. La fedelissima Dilma Rousseff alla banca dei Brics.Giuseppe Provenzano, ministro degli Esteri ombra di Elly Schlein, esalta il leader sudamericano. E svela l’ambiguità dei dem sul Dragone e pure nei confronti di Washington e Kiev.Lo speciale contiene due articoli.Luiz Inacio Lula da Silva ha rafforzato i legami con Pechino. Durante il suo viaggio nella Repubblica popolare, il presidente brasiliano ha incontrato l’omologo cinese, Xi Jinping, e ha firmato 15 accordi, alcuni dei quali relativi al delicato settore della tecnologia. Secondo Reuters, sono state raggiunte delle intese nel comparto dei semiconduttori e del 5G. «Ieri abbiamo visitato Huawei, a dimostrazione della nostra volontà di dire al mondo che non abbiamo pregiudizi nel nostro rapporto con i cinesi», ha dichiarato venerdì Lula. «Nessuno vieterà al Brasile di approfondire le sue relazioni con la Cina», ha aggiunto. Il presidente brasiliano è inoltre andato all’attacco del dollaro e del Fondo monetario internazionale. «Perché ogni Paese dovrebbe essere legato al dollaro per il commercio? Chi ha deciso che il dollaro sarebbe stato la valuta mondiale?», ha dichiarato, per poi proseguire: «Nessuna banca dovrebbe asfissiare le economie dei Paesi nel modo in cui il Fmi sta facendo ora con l’Argentina, o come ha fatto con il Brasile per molto tempo e con tutti i Paesi del terzo mondo». Non solo. La New Development Bank, istituto con sede a Shanghai e che sostiene lo sviluppo dei Brics, ha recentemente annunciato come suo nuovo presidente l’ex capo di Stato brasiliano, Dilma Rousseff: una nomina che, secondo la testata The Diplomat, riflette lo «stretto rapporto» che intercorre tra Lula e il governo cinese. La Rousseff, che fa parte del Partito dei lavoratori insieme all’attuale presidente brasiliano, contribuì a fondare la New Development Bank nel 2014. Insomma, Lula sta imprimendo al Brasile una svolta energicamente pro Pechino. Certo, è pur vero che, da presidente, Jair Bolsonaro si trovò alla fine ad attenuare alcune delle posizioni più duramente anticinesi che aveva espresso durante la campagna elettorale del 2018. Tuttavia non aveva mai assunto una linea così amichevole nei confronti del Dragone: una linea che mette adesso Brasilia in rotta di collisione con Washington. Ricordiamo infatti che, a novembre, negli Usa la Federal Communications Commission ha emesso un divieto alla vendita e all’importazione di nuovi dispositivi realizzati da Huawei e Zte. Era invece marzo, quando lo Us Southern Command ha lanciato l’allarme sull’espansione aggressiva di Pechino in America Latina. Le mosse filocinesi di Lula stanno quindi spingendo sempre più la stessa America latina tra le braccia della Cina. D’altronde, quanto sta accadendo è anche il frutto della fallimentare politica estera di Joe Biden. Per quanto non lo abbia sostenuto esplicitamente, l’attuale presidente americano ha di fatto spalleggiato Lula alle elezioni brasiliane dello scorso ottobre. Il giornale O Globo riferì infatti che Lula incontrò a settembre l’incaricato d’affari degli Usa in Brasile, Douglas Koneff. Del resto, Biden non voleva irritare il Partito democratico americano, che ha sempre detestato Bolsonaro a causa della sua nota amicizia con Donald Trump. Per una questione di politica interna, l’inquilino della Casa Bianca ha quindi de facto puntato su un candidato brasiliano che coltiva interessi geopolitici opposti a quelli di Washington. Non solo è apertamente filocinese ma, il 4 maggio scorso, aveva anche detto al Time che la crisi ucraina fosse responsabilità tanto di Vladimir Putin quanto di Volodymyr Zelensky. Lula ha inoltre accusato poche ore fa gli Usa di «incoraggiare» la guerra in corso e ha anche storicamente espresso posizioni filocubane e filopalestinesi, non rinunciando a prendere le distanze da Washington, quando Trump ordinò di uccidere il generale iraniano Qasem Soleimani. Infine, due settimane fa, il Cremlino ha invitato Lula a visitare la Russia. Non è d’altronde un mistero che gli Usa abbiano perso influenza sull’America latina negli ultimi due anni. A giugno, Reuters riportò che Pechino ha notevolmente consolidato la propria longa manus commerciale sull’area, da quando Biden è entrato in carica. Si tratta di una leva che i cinesi usano poi anche sul piano geopolitico. A dicembre 2021, il Nicaragua ha rotto i rapporti diplomatici con Taiwan per riconoscere formalmente la Repubblica popolare cinese. Un esempio, seguito appena poche settimane fa dall’Honduras. È evidente che Pechino punta all’America Latina per mettere sotto pressione Washington e soprattutto per mettere le mani sul litio, che le occorre per dominare il mercato mondiale dell’auto elettrica. E poi c’è la Russia. A giugno, il Nicaragua ha acconsentito a schierare alcuni militari di Mosca sul proprio territorio. Dall’altra parte, sono noti gli stretti rapporti che intercorrono tra il Cremlino e il regime venezuelano di Nicolas Maduro. Era marzo scorso, quando lo stesso Maduro ha ricevuto il consigliere speciale di Lula, Celso Amorim, con l’intento di «stringere legami di fratellanza e solidarietà tra i popoli». Anche in questo caso, Biden ha le sue colpe. L’anno scorso, pur di far fronte alla crisi energetica, l’attuale presidente americano ha allentato le sanzioni su Caracas, dando così un assist indiretto tanto alla Russia quanto all’Iran (che intrattiene a sua volta legami con il Venezuela). Tutto questo, per non parlare del fatto che, sempre l’anno scorso, l’inquilino della Casa Bianca ha revocato le restrizioni imposte da Trump su Cuba. Avrebbe dovuto rilanciare il ruolo internazionale degli Stati Uniti. E invece, con i suoi miopi cortocircuiti, Biden in America Latina si è messo all’angolo da solo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lula-scelto-cina-azzanna-usa-2659862297.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-il-pd-sposa-il-modello-carioca" data-post-id="2659862297" data-published-at="1681636983" data-use-pagination="False"> E il Pd sposa il «modello carioca» Che la sinistra italiana consideri Lula una sorta di mito, non è mai stato un mistero. Ma adesso la situazione sta un po’ sfuggendo di mano. Il nuovo responsabile esteri del Pd, Giuseppe Provenzano, è un tenace ammiratore del presidente brasiliano. Il 31 ottobre, celebrò la sua vittoria elettorale su Twitter, dicendo che avrebbe riaperto «il cammino della democrazia, dei diritti umani, della giustizia sociale e ambientale nell’America latina». Non solo. A inizio maggio, Provenzano, allora vicesegretario del Pd, si recò in Brasile, dove incontrò Lula ed esaltò l’evento su Facebook, scrivendo: «Oggi a San Paolo ho incontrato Lula, e non c’era modo migliore per iniziare questa missione in Sud America. Quest’uomo ha rappresentato il riscatto di un popolo, ha tirato fuori dalla miseria milioni di brasiliani, ha garantito l’istruzione ai figli dei poveri, ha guidato il suo sterminato Paese tenendo insieme sviluppo e giustizia sociale. Lula è stato fonte d’ispirazione per una generazione intera di progressisti». Il 25 giugno, Provenzano rilasciò un’intervista al Domani, in cui sostenne che Jair Bolsonaro era un «vero amico di Vladimir Putin». Ora, questo amore politico così pronunciato per Lula rischia di dirci molto sulla politica estera del «nuovo» Pd, guidato da Elly Schlein. A maggio, Lula disse al Time di considerare Putin e Volodymyr Zelensky egualmente responsabili della crisi ucraina, mentre poche ore fa ha accusato Washington di «incoraggiare» la guerra in corso. Tutto questo, senza trascurare il deciso rafforzamento dei rapporti tra Brasilia e Pechino, avvenuto negli ultimissimi giorni. Insomma, sembra proprio che Lula non si limiti al classico antiamericanismo, ma che voglia diventare parte attiva e integrante del nuovo ordine internazionale che la Cina sta cercando di costruire. Sia chiaro: che i dem nostrani portino avanti una linea controversa su America latina e Cina non è una novità. A maggio, fu ricevuta nella sede del Pd l’ambasciatrice cubana in Italia, Mirta Granda Averhoff. Inoltre, ad avvicinare l’Italia alla Repubblica popolare non è stato solo Giuseppe Conte (nel cui secondo governo Provenzano è stato ministro) ma anche l’allora premier dem, Paolo Gentiloni, che nel 2017, unico leader del G7, prese parte al Forum sulla Nuova via della Seta a Pechino. Adesso però si rischia il «salto di qualità». La Schlein ha ricevuto aperture di credito da figure note per essere favorevoli alla linea soft con Pechino (da Romano Prodi a Goffredo Bettini), mentre gli elogi di Provenzano a Lula acquisiscono un sapore un po’ inquietante, alla luce della visita appena effettuata da quest’ultimo in Cina. E intanto sorgono domande su quale sarà la posizione del neosegretario dem in relazione all’eventuale rinnovo del controverso memorandum d’intesa sulla Nuova via della Seta. Tutto lascia intendere un ulteriore spostamento a sinistra nella politica estera del Pd. Un fattore che, in sede europea, porterà il Nazareno a consolidare la sua appartenenza al Pse (a sua volta noto per posizioni storicamente filorusse e filocinesi). Ciò apre indirettamente ulteriori possibilità per la nascita di un’inedita alleanza tra Ppe ed Ecr in vista delle prossime elezioni europee: un blocco saldamente atlantista che, con la benedizione di Washington, assumerebbe un atteggiamento guardingo nei confronti del Partito comunista cinese e dei suoi accoliti in giro per il mondo (a partire proprio da Lula). Sembra proprio che, nella sua politica estera, il «nuovo» Pd guardi poco a Occidente.
Bernardo Lodispoto (Imagoecoenomica)
Secondo l’ipotesi investigativa, il presunto corruttore sarebbe un imprenditore della zona, piuttosto conosciuto, nonché quasi omonimo di un altro imprenditore già coinvolto in un’altra indagine che riguarda la Provincia. I due sarebbero legati da un rapporto di parentela. Le Fiamme gialle che hanno eseguito un decreto firmato dai pm della Procura di Trani, Marco Gambardella e Francesco Tosto, che coordinano un fascicolo aperto lo scorso anno e che si fonda su una serie di intercettazioni, cercavano in particolare una cartellina gialla, convinte, probabilmente dal contenuto delle conversazioni captate, che all’interno ci fosse il denaro, ovvero il corrispettivo di una possibile mazzetta.
Secondo le indiscrezioni riportate dal quotidiano locale, il contenitore sarebbe effettivamente stato trovato dai finanzieri che hanno effettuato la perquisizione, ma all’interno non ci sarebbero stati i contanti.
Proprio le intercettazioni avrebbero fatto emergere gli indizi di un presunto patto corruttivo che coinvolgerebbe Lodispoto, Marchio Rossi e il consigliere Sgarra, ai quali a vario titolo l’imprenditore si sarebbe rivolto per aggiudicarsi un appalto relativo a una strada sul territorio provinciale. Secondo quanto risulta a La Verità, alcuni degli indagati potrebbero aver presentato ricorso al tribunale del Riesame. E forse gli atti che verranno depositati in quella sede potranno rendere più chiare le singole responsabilità che i pm attribuiscono agli indagati. Lodispoto, che nella vita svolge la professione di avvocato, è alla guida della Provincia Bat dal 26 settembre 2019, con il sostegno anche di una parte del centrodestra, ed è una delle colonne della politica del territorio. Sindaco di Santa Margherita di Savoia per la prima volta dal 1987 al 1990, è stato poi eletto due volte, nel 1994 e nel 1998, consigliere della Provincia di Foggia. Incarico lasciato nel 1999 per andare a ricoprire la carica di assessore provinciale alle Risorse economiche e finanziarie. Nel 2008, racconta il suo curriculum, viene di nuovo eletto consigliere provinciale a Foggia, ruolo che ricopre contestualmente, tra il 2009 e il 2014, nella neonata Provincia Bat. Nel 2018 viene di nuovo eletto sindaco a Santa Margherita di Savoia e poi confermato nel 2023, in entrambi casi sostenuto da una coalizione civica.
Nel 2019, come detto, viene eletto presidente della Provincia Bat. Non senza tensioni, almeno nell’ultimo anno, visto che nel luglio scorso gli esponenti del Pd della giunta provinciale hanno rimesso le deleghe, chiedendo discontinuità su ambiente e rifiuti. Insomma, una carriera politica quasi quarantennale, finora senza inciampi giudiziari. Tanto che la notizia dell’indagine su di lui, filtrata un mese dopo le perquisizioni, ha colto molti di sorpresa. Nel 2020, però, Lodispoto era scivolato su una buccia di banana comunicativa, che aveva scatenato una polemica a livello nazionale.
In un video promozionale sulle iniziative della notte di San Silvestro, si vedeva Lodispoto che, imitando il dialetto siciliano con panama in testa e occhiali da sole specchiati, prometteva di lavorare bene per tutti. Una mossa che, in virtù del fatto che la che manifestazione era prevista in piazza Carlo Alberto Dalla Chiesa, generale ucciso dalla mafia, aveva scatenato le ire dei parlamentari di Fratelli d’Italia, Marcello Gemmato e Fabio Rampelli, che avevano anche presentato un’interrogazione parlamentare. Lodispoto si era difeso sostenendo di essere stato inserito nello spot a sua insaputa, ma la vicenda aveva portato a una polemica tra l’allora governatore della Puglia Michele Emiliano, che accusava i due deputati di Fdi di aver «inventato» un suo «coinvolgimento su una vicenda che non solo non mi riguarda ma di cui tutti ignoravano l’esistenza, me compreso, sino a poche ore fa. Io non ho problemi a dire che con la mafia non si scherza e che quel video non mi piace».
L’ormai ex presidente della Puglia aveva anche annunciato un’azione legale nei confronti di Gemmato e Rampelli: «Ci vediamo in tribunale». I due parlamentari si erano detti stupiti «della mancata reazione a questa vergogna del governatore Emiliano, magistrato in aspettativa che ha combattuto la mafia pugliese nella sua carriera togata forse perché sostenuto nelle elezioni primarie per la presidenza della Regione dallo stesso Lodispoto».
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Ecco #DimmiLaVerità del 7 gennaio 2026. Il nostro Alessandro Rico commenta l'emergenza sicurezza: omicidi e delitti in serie ma non si riesce a mettere un argine.
In questa puntata di Segreti smontiamo uno dei miti più duri a morire sul delitto di Garlasco: il presunto movente legato al computer di Alberto Stasi. Le nuove analisi chiariscono cosa fece davvero Chiara Poggi in quei minuti chiave e fanno crollare una narrazione che per anni ha orientato opinione pubblica e processo.
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Oltre 13 milioni di euro assegnati alle federazioni del tiro nel riparto 2026 di Sport e Salute fotografano una disciplina spesso invisibile nel dibattito pubblico. Tra tesserati ufficiali, praticanti non censiti e risultati internazionali continui, il tiro sportivo italiano si conferma un movimento strutturato, attivo tutto l’anno e non legato solo all’appuntamento olimpico.
Il tiro sportivo in Italia è un movimento in crescita più di quanto raccontino i numeri. Non perché manchino risultati o strutture, ma perché si tratta di una disciplina che sfugge per sua natura alle rilevazioni immediate e alla visibilità ciclica dei grandi eventi. Stimare con precisione le dimensioni del tiro sportivo nel nostro Paese non è semplice: i dati sono frammentati tra più federazioni e specialità, e una parte consistente dei praticanti non rientra nei circuiti ufficiali.
Le stime più attendibili parlano comunque di oltre 100.000 tesserati, distribuiti tra tiro a volo, tiro a segno, tiro dinamico e altre discipline affini. A questa base va aggiunta una platea informale di appassionati che frequentano poligoni e campi di tiro senza un tesseramento stabile: una fascia difficilmente quantificabile, ma che secondo alcune valutazioni potrebbe arrivare a diverse centinaia di migliaia di persone. Numeri che non collocano il tiro tra gli sport di massa, ma che ne confermano la solidità all’interno del sistema sportivo nazionale. Questo quadro trova una prima conferma nel riparto dei contributi pubblici per il 2026 deliberato da Sport e Salute. Su un totale di 344,4 milioni di euro destinati agli organismi sportivi, il comparto del tiro – escludendo il tiro con l’arco – riceve complessivamente oltre 13 milioni di euro. Una cifra che riflette risultati internazionali continui e una capacità organizzativa valutata positivamente dal Modello algoritmico dei contributi (MaC), lo strumento adottato per misurare performance, crescita e utilizzo efficiente delle risorse pubbliche.
Nel dettaglio, la Federazione italiana Tiro a volo supera i 7,19 milioni di euro, collocandosi attorno alla quindicesima posizione nel ranking generale dei contributi. L’Unione italiana Tiro a segno riceve poco più di 4 milioni, mentre la Federazione italiana Discipline con Armi sportive da caccia si attesta sopra 1,55 milioni. Più contenuta in valore assoluto, ma significativa sul piano percentuale, la quota assegnata alla Federazione italiana Tiro dinamico sportivo, che registra l’incremento massimo consentito dal sistema, pari al 15%. I finanziamenti si inseriscono in un contesto più ampio di crescita del sistema sportivo italiano, sostenuto da un meccanismo di autofinanziamento attivo dal 2019 e da una politica pubblica orientata a premiare non solo il merito agonistico, ma anche l’impatto sociale e la sostenibilità gestionale. Le risorse complessive destinate allo sport, alimentate in larga parte dal prelievo fiscale generato dal calcio professionistico, hanno continuato ad aumentare nonostante la crisi pandemica, con effetti visibili sull’ampliamento della base dei praticanti.
Al di là dei numeri, il tiro sportivo resta una disciplina che vive soprattutto nella quotidianità dei poligoni e dei campi di tiro. È uno sport strutturato su percorsi formativi graduali, che possono iniziare in giovane età con le armi ad aria compressa e proseguire, nel tempo, verso specialità più complesse. La progressione è scandita da livelli tecnici precisi e da un sistema di controlli che pone la sicurezza come requisito imprescindibile. Allenatori, istruttori e ufficiali di gara garantiscono il rispetto delle regole e accompagnano i tiratori, soprattutto quelli alle prime armi, in un contesto rigidamente regolamentato.
Dal punto di vista della prestazione, il tiro sportivo richiede un equilibrio specifico tra precisione tecnica, forza mentale e condizione fisica. La stabilità del gesto, la capacità di concentrazione e la gestione della pressione sono fattori determinanti, tanto quanto l’allenamento muscolare. È una combinazione che spiega perché i percorsi agonistici siano spesso lunghi e perché i risultati arrivino dopo anni di lavoro lontano dall’attenzione mediatica. Il legame con le Olimpiadi contribuisce a dare visibilità alla disciplina, ma ne rappresenta solo una parte. Il tiro sportivo è presente quasi ininterrottamente nel programma dei Giochi moderni e oggi comprende sei specialità olimpiche, tra bersagli fissi e mobili. Tuttavia, la sua struttura non si esaurisce nel quadriennio olimpico: vive di attività federale costante, di competizioni nazionali e internazionali e di un movimento che, pur restando lontano dalle prime pagine, continua a produrre risultati e praticanti.
Lo stanziamento per il 2026 conferma questa continuità. Più che un’attenzione episodica, i fondi destinati al tiro sportivo certificano l’esistenza di un settore che funziona, cresce in modo misurato e contribuisce, nel suo perimetro, alla tenuta complessiva dello sport italiano. Un mondo che emerge raramente nel dibattito pubblico, ma che esiste ben oltre la vetrina olimpica.
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