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2021-02-03
Milano sfida Roma: lombardi immuni in 5 mesi
Guido Bertolaso (Ansa)
La Lombardia affida la regia del piano vaccini a Guido Bertolaso e raccoglie la sfida logistica delle prossime fasi - cruciali - della campagna di somministrazione. Con un salto in avanti che non riceve l'appoggio del governo ancora senza bussola sul fronte della programmazione, ma è stato addirittura interpretato come una mossa politica da contrastare. Allungando le distanze tra Milano e Roma e avviando una sorta di federalismo sanitario d'emergenza.
L'ex capo della Protezione civile, che ha già collaborato in primavera con il Pirellone per realizzare l'ospedale Covid in Fiera, è stato assoldato dalla giunta di Attilio Fontana come nuovo consulente per la campagna vaccinale lombarda. Per il suo incarico, Bertolaso non percepirà compensi: «Non voglio soldi, faccio il volontario», ha spiegato ieri durante una conferenza stampa al fianco dello stesso Fontana e della sua vice, Letizia Moratti. L'obiettivo è ambizioso: vaccinare tutta la Regione (circa 10 milioni di persone) «entro giugno» con quella che «sarà la più importante operazione di Protezione civile mai realizzata in Italia». Di certo, i vaccini ci sono. «Avremo un febbraio e un mese di marzo critici per quanto riguarda l'approvvigionamento, ma da aprile in poi saremo inondati di dosi» ha spiegato. Nel piano verranno subito coinvolte l'Areu (l'Agenzia regionale per l'emergenza), i servizi territoriali Asst e tutte le strutture sanitarie e sociosanitarie il cui intervento verrà integrato con il sistema nazionale di Protezione civile, le grandi organizzazioni di volontariato, la Croce rossa Italiana, gli alpini e i carabinieri in congedo. Un contributo arriverà, inoltre, dai medici di famiglia, «ma chiederemo anche ai medici pensionati di darci una mano», ha aggiunto. Lanciando anche un messaggio al governo: «Con tutte queste criticità un decreto legge sulle linee guida per l'attuazione del piano vaccinale nazionale non sarebbe una cattiva idea. In questo modo risolveremmo diversi problemi come l'impiego di specializzandi, medici in pensione e stoccaggio, e anche quello dei volontari di Protezione civile. La cosa incredibile è che con le attuali norme vigenti i volontari di Protezione civile non possono essere utilizzati», ha sottolineato. Raccontando che, appena ricevuta la chiamata di Fontana, ha chiamato alcuni suoi ex colleghi: «Parlo di direttori generali della presidenza del Consiglio ai quali ho detto che mi sarebbero serviti due o tre ragazzi della mia vecchia squadra che mi vengano a dare una mano perché l'età avanza e bisogna essere supportati. Mi sono raggelato quando le risposte che ho ricevuto sono state tutte identiche: «Guido, non ci mettere in difficoltà, tu sei in contrapposizione con il governo nazionale e quindi se ti diamo Tizio o Caio magari ci cacciano e se la prendono con noi», ha spiegato il medico. Replicando che il Covid «è democratico e non fa distinzioni di colori e partiti. Io non sono venuto qui per vaccinare il presidente della Lombardia o la vicepresidente Moratti. Sono venuto per dare una mano a vaccinare 10 milioni di italiani».
Ma la caciara politica è già partita dai ranghi del Pd e dei 5 stelle per i quali la nomina di Bertolaso «arriva al momento giusto per coprire le ennesime inefficienze della giunta Fontana-Moratti». La strategia lombarda viene vista come una spina nel fianco, alla luce dell'impasse in cui si trova la struttura commissariale per l'emergenza. Anche perché punta a ricalibrare gli interventi: «Abbiamo dei punti da chiarire con il governo. Nella prima fase i criteri di distribuzione erano sulla base dei target, a seguito delle richieste di alcune Regioni, non tutte, si è passati a quello della popolazione. Questo criterio non ci soddisfa», ha spiegato ieri la vicepresidente e assessore al Welfare, Letizia Moratti, che ha chiesto di avere anche la definizione centralizzata e condivisa delle priorità all'interno di ciascuna fase del piano, nelle relative categorie individuate» per non trovarci «a lottare una Regione contro l'altra in maniera non corretta».
Bertolaso arriva, intanto, a fare da regista sulla base di un copione in parte già scritto dal responsabile della campagna vaccinale per la Lombardia, Giacomo Lucchini, che ieri mattina a Sky ha annunciato la tabella di marcia per le vaccinazioni ai 700.000 lombardi over 80: «Per loro la vaccinazione partirà entro fine mese. La prima fase terminerà il 22-23 febbraio» (l'inizio per gli ultraottantenni è dunque previsto per il 24 febbraio). Per prenotarsi, ha aggiunto, «abbiamo in funzione il canale dei medici di base, che conoscono meglio questa popolazione, e abbiamo dei sistemi di prenotazione, sia con chiamata che con invito». Entro due settimane ci sarà l'accesso al portale delle vaccinazioni con priorità alle categorie indicate. Lucchini ha infine precisato che «l'arrivo di Astrazeneca, che ha la restrizione per gli under 55 (confermata ieri dall'Aifa, ndr), ci richiede di partire con la fase tre in contemporanea con la fase due. Inizieremo quindi in contemporanea anche la fase del personale scolastico e dei servizi essenziali e la vaccinazione di massa». Anche su questo, battendo sul tempo il governo. Che da una parte ostacola ma dall'altro si ispira alle mosse lombarde: il ministro della Salute, Roberto Speranza, con il presidente della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini, e il commissario Domenico Arcuri, ieri hanno incontrato le rappresentanze dei medici di medicina per lavorare a un protocollo quadro nazionale da portare poi su tutti i territori.
«Sputnik ha un’efficacia del 91,6%». E Burioni fa un’altra inversione a U
Per Sputnik V sembra arrivato il momento della rivincita. Il vaccino russo, che prende il nome dal primo satellite artificiale mandato in orbita attorno alla Terra, con cui nel 1957 l'Unione sovietica fece impazzire gli Stati Uniti, è efficace al 91,6% nella lotta al coronavirus (e anche contro i nuovi ceppi). A rispondere alle critiche preventive sulla mancanza di trasparenza e sulle tempistiche troppe strette che avevano fatto alzare le sopracciglia alla comunità scientifica internazionale ci ha pensato la prestigiosa rivista medica (britannica) The Lancet, che ha pubblicato i dati di sperimentazione della fase 3 relativi a circa 20.000 partecipanti (sottoposti per tre quarti a profilassi e per un quarto a placebo).
Il Gam-Covid-Vac, sviluppato dall'Istituto di ricerca Gamaleya, insieme al ministero della Salute di Mosca, e basato sulla tecnica del vettore virale non replicante (come nel caso di Astrazeneca, Johnson & Johnson e Cansino), prevede due dosi con due vettori virali diversi (Ad26 per la prima dose e Ad5 per la seconda), somministrate a distanza di 21 giorni. Ha un alto profilo di sicurezza e il suo effetto protettivo non è statisticamente diverso negli over 60 e nella fascia 18-60 anni (il prossimo step sarà dedicato alla valutazione dei risultati sui bambini).
Rari gli eventi avversi, che nella maggior parte dei casi (94 per cento) si sono presentati in forma lieve. Il ricovero si è reso necessario sia nel gruppo placebo (23 su 5.435) sia nel gruppo che ha ricevuto lo Sputnik (45 su 16.427), ma senza alcun legame con la somministrazione del vaccino. E lo stesso vale per i quattro decessi riportati nello studio. «I risultati sono chiari e il principio scientifico di questa vaccinazione è dimostrato», hanno dichiarato due esperti britannici coinvolti nello studio, Ian Jones e Polly Roy. «Questo significa che un vaccino aggiuntivo ora può unirsi alla lotta per ridurre l'incidenza del Covid-19».
Evidenze che hanno fatto esultare anche Roberto Burioni, virologo dell'università San Raffaele, famoso per le sue comparsate in tv e per il suo approccio dogmatico alla scienza. «Ottima notizia, il vaccino russo ha un'efficacia superiore al 90%», ha twittato, «un altro vaccino dall'efficacia eccezionale con un meccanismo simile ad Astrazeneca, ma con una differenza fondamentale di cui parleremo». Peccato che alla vigilia di Natale sostenesse esattamente il contrario: «Non mi vaccinerei con il vaccino russo o cinese», scriveva convinto sul suo Medicalfacts. «Prima di tutto non ci sono dati disponibili riguardo all'efficacia e alla sicurezza di questi due vaccini. E anche quando ci saranno, io li voglio vedere provenienti da Paesi dove un ricercatore è libero di scrivere quello che vuole senza passare guai, come posso fare io in questo momento in Italia». Ma l'inversione a U di Burioni non stupisce, visto che a febbraio 2020 aveva dichiarato in tv, con tono da profeta: «In questo momento la possibilità di contrarre il coronavirus è zero. Ci si può preoccupare dei fulmini, delle alluvioni, non di quel virus». E poi sappiamo come è andata a finire.
Ad ogni modo, da quando la Cancelliera tedesca, Angela Merkel, si è dichiarata interessata a Sputnik V, l'entusiasmo ha contagiato tutta l'Europa. «Lo studio dell'autorevole rivista Lancet conferma la validità e l'efficacia del vaccino russo», ha dichiarato pure l'assessore alla Sanità della Regione Lazio, Alessio D'Amato. «L'Italia acquisisca il vaccino Sputnik». Ma per farlo tocca aspettare il verdetto dell'Ema. E per adesso siamo solo ai contatti preliminari tra Amsterdam e Mosca.
Sui contratti l’Ue dà la colpa agli Stati
Puzzano tanto di scaricabarile le parole di Sandra Gallina, direttore generale del dipartimento Salute della Commissione europea, intervenuta lunedì di fronte ai membri della commissione Bilancio del Parlamento europeo. D'altronde l'unica carta rimasta da giocare a Bruxelles, messa all'angolo dalle case farmaceutiche sui contratti dei vaccini, rimane proprio quella del voltafaccia. Pressata dalle domande degli eurodeputati, la Gallina ha precisato che il contratto firmato dalla Commissione con Astrazeneca - pubblicato negli scorsi giorni a seguito delle polemiche legate all'annuncio del taglio delle dosi - è stato «ereditato da quello già siglato dall'alleanza dei vaccini composta da Francia, Germania, Italia e Paesi Bassi». Un ragionamento sibillino, teso a scaricare le responsabilità della situazione attuale sui quattro Paesi che nella scorsa primavera avevano preso contatti con Astrazeneca per la fornitura del vaccino.
E in effetti, la «alleanza per un vaccino inclusivo» era nata ai primi di giugno proprio allo scopo di garantire quantità sufficienti di vaccino non solo per tutta l'Unione europea, ma anche per i Paesi più poveri come quelli africani. Iniziativa resasi necessaria anche a seguito dell'immobilismo della Commissione, e dal conseguente rischio di arrivare in forte ritardo nella corsa agli approvvigionamenti, specie alla luce dei finanziamenti elargiti dal governo di Londra in favore di Astrazeneca. Uno sforzo che aveva portato alla firma di un accordo per la fornitura di 400 milioni di dosi da parte dell'azienda britannico-svedese. Piccata dalla fuga in avanti, pochi giorni più tardi la Commissione avocò a sé la gestione totale dei negoziati, vietando di fatto agli Stati membri la possibilità di condurre negoziati paralleli.
Curiosamente, quando il 27 agosto Bruxelles annunciò di aver firmato il «vero» contratto con Astrazeneca, il commissario alla Salute, Stella Kyriakides, ebbe parole di elogio per i quattro Paesi: «La firma di oggi, resa possibile dall'importante lavoro preparatorio intrapreso da Francia, Germania, Italia e Paesi Bassi, garantirà che dosi di questo vaccino, una volta dimostrate la sua efficacia e sicurezza, saranno fornite a tutti gli Stati membri». Forse a Bruxelles dovrebbero fare pace con il cervello. Quando la scorsa estate le cose sembravano filare per il verso giusto, dunque, la Commissione tesseva le lodi di Italia, Germania, Francia e Paesi Bassi. Oggi invece, almeno stando alle parole della Gallina, parte della colpa del contenzioso con Astrazeneca sarebbe da attribuire proprio a questi Paesi.
E dalla ricostruzione di quei concitati giorni emergono dettagli che fanno riflettere. Lo scorso 12 giugno i ministri della Salute dell'Ue discussero in videoconferenza in tema di vaccini. In quell'occasione, la Commissione propose la strategia basata su un approccio centralizzato. «Sono stata molto chiara con i ministri oggi, lavorare insieme moltiplicherà le nostre chance di assicurarci un vaccino sicuro ed efficace nelle quantità della quali abbiamo bisogno e il più velocemente possibile», dichiarò a margine della riunione Stella Kyriakides, «sono felice di annunciare che la Commissione ha ricevuto oggi dal Consiglio un chiaro mandato politico a procedere con la nostra strategia». A rappresentare l'Italia in quella sede, il segretario generale del ministero della Salute, Giuseppe Ruocco. Proprio in quelle stesse ore, infatti, il ministro Roberto Speranza stava firmando l'accordo con Astrazeneca sul quale oggi la Commissione punta il dito.
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Il Pirellone annuncia: «A giugno tutti i nostri cittadini saranno vaccinati». Letizia Moratti cambia i criteri: «Dobbiamo distribuire in base ai target». E Guido Bertolaso denuncia: «Per il governo siamo nemici politici». Primo obiettivo: 700.000 over 80 entro febbraio.Per la rivista «Lancet» l'antidoto russo Sputnik funziona negli anziani e contro i nuovi ceppi.La commissaria alla Salute della Commissione europea, Sandra Gallina: «L'intesa con Astrazeneca? Negoziata dai Paesi membri». Che, a esecutivo europeo immobile, avevano agito prima di essere esautorati.Lo speciale contiene tre articoli.La Lombardia affida la regia del piano vaccini a Guido Bertolaso e raccoglie la sfida logistica delle prossime fasi - cruciali - della campagna di somministrazione. Con un salto in avanti che non riceve l'appoggio del governo ancora senza bussola sul fronte della programmazione, ma è stato addirittura interpretato come una mossa politica da contrastare. Allungando le distanze tra Milano e Roma e avviando una sorta di federalismo sanitario d'emergenza. L'ex capo della Protezione civile, che ha già collaborato in primavera con il Pirellone per realizzare l'ospedale Covid in Fiera, è stato assoldato dalla giunta di Attilio Fontana come nuovo consulente per la campagna vaccinale lombarda. Per il suo incarico, Bertolaso non percepirà compensi: «Non voglio soldi, faccio il volontario», ha spiegato ieri durante una conferenza stampa al fianco dello stesso Fontana e della sua vice, Letizia Moratti. L'obiettivo è ambizioso: vaccinare tutta la Regione (circa 10 milioni di persone) «entro giugno» con quella che «sarà la più importante operazione di Protezione civile mai realizzata in Italia». Di certo, i vaccini ci sono. «Avremo un febbraio e un mese di marzo critici per quanto riguarda l'approvvigionamento, ma da aprile in poi saremo inondati di dosi» ha spiegato. Nel piano verranno subito coinvolte l'Areu (l'Agenzia regionale per l'emergenza), i servizi territoriali Asst e tutte le strutture sanitarie e sociosanitarie il cui intervento verrà integrato con il sistema nazionale di Protezione civile, le grandi organizzazioni di volontariato, la Croce rossa Italiana, gli alpini e i carabinieri in congedo. Un contributo arriverà, inoltre, dai medici di famiglia, «ma chiederemo anche ai medici pensionati di darci una mano», ha aggiunto. Lanciando anche un messaggio al governo: «Con tutte queste criticità un decreto legge sulle linee guida per l'attuazione del piano vaccinale nazionale non sarebbe una cattiva idea. In questo modo risolveremmo diversi problemi come l'impiego di specializzandi, medici in pensione e stoccaggio, e anche quello dei volontari di Protezione civile. La cosa incredibile è che con le attuali norme vigenti i volontari di Protezione civile non possono essere utilizzati», ha sottolineato. Raccontando che, appena ricevuta la chiamata di Fontana, ha chiamato alcuni suoi ex colleghi: «Parlo di direttori generali della presidenza del Consiglio ai quali ho detto che mi sarebbero serviti due o tre ragazzi della mia vecchia squadra che mi vengano a dare una mano perché l'età avanza e bisogna essere supportati. Mi sono raggelato quando le risposte che ho ricevuto sono state tutte identiche: «Guido, non ci mettere in difficoltà, tu sei in contrapposizione con il governo nazionale e quindi se ti diamo Tizio o Caio magari ci cacciano e se la prendono con noi», ha spiegato il medico. Replicando che il Covid «è democratico e non fa distinzioni di colori e partiti. Io non sono venuto qui per vaccinare il presidente della Lombardia o la vicepresidente Moratti. Sono venuto per dare una mano a vaccinare 10 milioni di italiani». Ma la caciara politica è già partita dai ranghi del Pd e dei 5 stelle per i quali la nomina di Bertolaso «arriva al momento giusto per coprire le ennesime inefficienze della giunta Fontana-Moratti». La strategia lombarda viene vista come una spina nel fianco, alla luce dell'impasse in cui si trova la struttura commissariale per l'emergenza. Anche perché punta a ricalibrare gli interventi: «Abbiamo dei punti da chiarire con il governo. Nella prima fase i criteri di distribuzione erano sulla base dei target, a seguito delle richieste di alcune Regioni, non tutte, si è passati a quello della popolazione. Questo criterio non ci soddisfa», ha spiegato ieri la vicepresidente e assessore al Welfare, Letizia Moratti, che ha chiesto di avere anche la definizione centralizzata e condivisa delle priorità all'interno di ciascuna fase del piano, nelle relative categorie individuate» per non trovarci «a lottare una Regione contro l'altra in maniera non corretta». Bertolaso arriva, intanto, a fare da regista sulla base di un copione in parte già scritto dal responsabile della campagna vaccinale per la Lombardia, Giacomo Lucchini, che ieri mattina a Sky ha annunciato la tabella di marcia per le vaccinazioni ai 700.000 lombardi over 80: «Per loro la vaccinazione partirà entro fine mese. La prima fase terminerà il 22-23 febbraio» (l'inizio per gli ultraottantenni è dunque previsto per il 24 febbraio). Per prenotarsi, ha aggiunto, «abbiamo in funzione il canale dei medici di base, che conoscono meglio questa popolazione, e abbiamo dei sistemi di prenotazione, sia con chiamata che con invito». Entro due settimane ci sarà l'accesso al portale delle vaccinazioni con priorità alle categorie indicate. Lucchini ha infine precisato che «l'arrivo di Astrazeneca, che ha la restrizione per gli under 55 (confermata ieri dall'Aifa, ndr), ci richiede di partire con la fase tre in contemporanea con la fase due. Inizieremo quindi in contemporanea anche la fase del personale scolastico e dei servizi essenziali e la vaccinazione di massa». Anche su questo, battendo sul tempo il governo. Che da una parte ostacola ma dall'altro si ispira alle mosse lombarde: il ministro della Salute, Roberto Speranza, con il presidente della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini, e il commissario Domenico Arcuri, ieri hanno incontrato le rappresentanze dei medici di medicina per lavorare a un protocollo quadro nazionale da portare poi su tutti i territori. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lombardia-arcuri-immuni-5-mesi-2650262144.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sputnik-ha-unefficacia-del-916-e-burioni-fa-unaltra-inversione-a-u" data-post-id="2650262144" data-published-at="1612317277" data-use-pagination="False"> «Sputnik ha un’efficacia del 91,6%». E Burioni fa un’altra inversione a U Per Sputnik V sembra arrivato il momento della rivincita. Il vaccino russo, che prende il nome dal primo satellite artificiale mandato in orbita attorno alla Terra, con cui nel 1957 l'Unione sovietica fece impazzire gli Stati Uniti, è efficace al 91,6% nella lotta al coronavirus (e anche contro i nuovi ceppi). A rispondere alle critiche preventive sulla mancanza di trasparenza e sulle tempistiche troppe strette che avevano fatto alzare le sopracciglia alla comunità scientifica internazionale ci ha pensato la prestigiosa rivista medica (britannica) The Lancet, che ha pubblicato i dati di sperimentazione della fase 3 relativi a circa 20.000 partecipanti (sottoposti per tre quarti a profilassi e per un quarto a placebo). Il Gam-Covid-Vac, sviluppato dall'Istituto di ricerca Gamaleya, insieme al ministero della Salute di Mosca, e basato sulla tecnica del vettore virale non replicante (come nel caso di Astrazeneca, Johnson & Johnson e Cansino), prevede due dosi con due vettori virali diversi (Ad26 per la prima dose e Ad5 per la seconda), somministrate a distanza di 21 giorni. Ha un alto profilo di sicurezza e il suo effetto protettivo non è statisticamente diverso negli over 60 e nella fascia 18-60 anni (il prossimo step sarà dedicato alla valutazione dei risultati sui bambini). Rari gli eventi avversi, che nella maggior parte dei casi (94 per cento) si sono presentati in forma lieve. Il ricovero si è reso necessario sia nel gruppo placebo (23 su 5.435) sia nel gruppo che ha ricevuto lo Sputnik (45 su 16.427), ma senza alcun legame con la somministrazione del vaccino. E lo stesso vale per i quattro decessi riportati nello studio. «I risultati sono chiari e il principio scientifico di questa vaccinazione è dimostrato», hanno dichiarato due esperti britannici coinvolti nello studio, Ian Jones e Polly Roy. «Questo significa che un vaccino aggiuntivo ora può unirsi alla lotta per ridurre l'incidenza del Covid-19». Evidenze che hanno fatto esultare anche Roberto Burioni, virologo dell'università San Raffaele, famoso per le sue comparsate in tv e per il suo approccio dogmatico alla scienza. «Ottima notizia, il vaccino russo ha un'efficacia superiore al 90%», ha twittato, «un altro vaccino dall'efficacia eccezionale con un meccanismo simile ad Astrazeneca, ma con una differenza fondamentale di cui parleremo». Peccato che alla vigilia di Natale sostenesse esattamente il contrario: «Non mi vaccinerei con il vaccino russo o cinese», scriveva convinto sul suo Medicalfacts. «Prima di tutto non ci sono dati disponibili riguardo all'efficacia e alla sicurezza di questi due vaccini. E anche quando ci saranno, io li voglio vedere provenienti da Paesi dove un ricercatore è libero di scrivere quello che vuole senza passare guai, come posso fare io in questo momento in Italia». Ma l'inversione a U di Burioni non stupisce, visto che a febbraio 2020 aveva dichiarato in tv, con tono da profeta: «In questo momento la possibilità di contrarre il coronavirus è zero. Ci si può preoccupare dei fulmini, delle alluvioni, non di quel virus». E poi sappiamo come è andata a finire. Ad ogni modo, da quando la Cancelliera tedesca, Angela Merkel, si è dichiarata interessata a Sputnik V, l'entusiasmo ha contagiato tutta l'Europa. «Lo studio dell'autorevole rivista Lancet conferma la validità e l'efficacia del vaccino russo», ha dichiarato pure l'assessore alla Sanità della Regione Lazio, Alessio D'Amato. «L'Italia acquisisca il vaccino Sputnik». Ma per farlo tocca aspettare il verdetto dell'Ema. E per adesso siamo solo ai contatti preliminari tra Amsterdam e Mosca. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lombardia-arcuri-immuni-5-mesi-2650262144.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="sui-contratti-lue-da-la-colpa-agli-stati" data-post-id="2650262144" data-published-at="1612317277" data-use-pagination="False"> Sui contratti l’Ue dà la colpa agli Stati Puzzano tanto di scaricabarile le parole di Sandra Gallina, direttore generale del dipartimento Salute della Commissione europea, intervenuta lunedì di fronte ai membri della commissione Bilancio del Parlamento europeo. D'altronde l'unica carta rimasta da giocare a Bruxelles, messa all'angolo dalle case farmaceutiche sui contratti dei vaccini, rimane proprio quella del voltafaccia. Pressata dalle domande degli eurodeputati, la Gallina ha precisato che il contratto firmato dalla Commissione con Astrazeneca - pubblicato negli scorsi giorni a seguito delle polemiche legate all'annuncio del taglio delle dosi - è stato «ereditato da quello già siglato dall'alleanza dei vaccini composta da Francia, Germania, Italia e Paesi Bassi». Un ragionamento sibillino, teso a scaricare le responsabilità della situazione attuale sui quattro Paesi che nella scorsa primavera avevano preso contatti con Astrazeneca per la fornitura del vaccino. E in effetti, la «alleanza per un vaccino inclusivo» era nata ai primi di giugno proprio allo scopo di garantire quantità sufficienti di vaccino non solo per tutta l'Unione europea, ma anche per i Paesi più poveri come quelli africani. Iniziativa resasi necessaria anche a seguito dell'immobilismo della Commissione, e dal conseguente rischio di arrivare in forte ritardo nella corsa agli approvvigionamenti, specie alla luce dei finanziamenti elargiti dal governo di Londra in favore di Astrazeneca. Uno sforzo che aveva portato alla firma di un accordo per la fornitura di 400 milioni di dosi da parte dell'azienda britannico-svedese. Piccata dalla fuga in avanti, pochi giorni più tardi la Commissione avocò a sé la gestione totale dei negoziati, vietando di fatto agli Stati membri la possibilità di condurre negoziati paralleli. Curiosamente, quando il 27 agosto Bruxelles annunciò di aver firmato il «vero» contratto con Astrazeneca, il commissario alla Salute, Stella Kyriakides, ebbe parole di elogio per i quattro Paesi: «La firma di oggi, resa possibile dall'importante lavoro preparatorio intrapreso da Francia, Germania, Italia e Paesi Bassi, garantirà che dosi di questo vaccino, una volta dimostrate la sua efficacia e sicurezza, saranno fornite a tutti gli Stati membri». Forse a Bruxelles dovrebbero fare pace con il cervello. Quando la scorsa estate le cose sembravano filare per il verso giusto, dunque, la Commissione tesseva le lodi di Italia, Germania, Francia e Paesi Bassi. Oggi invece, almeno stando alle parole della Gallina, parte della colpa del contenzioso con Astrazeneca sarebbe da attribuire proprio a questi Paesi. E dalla ricostruzione di quei concitati giorni emergono dettagli che fanno riflettere. Lo scorso 12 giugno i ministri della Salute dell'Ue discussero in videoconferenza in tema di vaccini. In quell'occasione, la Commissione propose la strategia basata su un approccio centralizzato. «Sono stata molto chiara con i ministri oggi, lavorare insieme moltiplicherà le nostre chance di assicurarci un vaccino sicuro ed efficace nelle quantità della quali abbiamo bisogno e il più velocemente possibile», dichiarò a margine della riunione Stella Kyriakides, «sono felice di annunciare che la Commissione ha ricevuto oggi dal Consiglio un chiaro mandato politico a procedere con la nostra strategia». A rappresentare l'Italia in quella sede, il segretario generale del ministero della Salute, Giuseppe Ruocco. Proprio in quelle stesse ore, infatti, il ministro Roberto Speranza stava firmando l'accordo con Astrazeneca sul quale oggi la Commissione punta il dito.
Chalet Franz Kraler - Club Moritzino di Cortina d’Ampezzo. Nel riquadro, la famiglia Kraler
Oggi, in un momento storico segnato dall’attesa per le Olimpiadi Milano-Cortina 2026, Franz Kraler si trova al centro di una nuova fase evolutiva: tra il fermento del periodo pre olimpico, il dialogo costante con le grandi maison e l’apertura a nuovi linguaggi del lusso contemporaneo, come dimostra l’esperienza dello Chalet Franz Kraler. Un racconto fatto di intuizioni, relazioni e visione, che continua a guardare al futuro grazie a Franz, alla moglie Daniela e al figlio Alexander senza dimenticare mai le proprie radici. Ne parliamo con Daniela Kraler.
Quando è nata la vostra storia?
«Nel 1984 a Dobbiaco, tra un incontro fortuito che ha segnato il nostro amore e ha dato vita alla nostra avventura imprenditoriale. Franz era già nel mondo dell’abbigliamento e articoli sportivi con la sua famiglia; dopo il nostro matrimonio e il mio trasferimento da Verona a Dobbiaco, abbiamo aperto la prima boutique di fianco alle scuderie di Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria, che proprio a Dobbiaco aveva una delle sue residenze. È da quell’incontro, tra moda, territorio e sogno imprenditoriale, che è germogliata l’idea di un luogo in cui eleganza e relazione potessero convivere armoniosamente».
Come si è evoluta l’azienda dopo la prima apertura?
«Dopo Dobbiaco, la nostra crescita è stata guidata da strategia, visione e un pizzico di casualità. Nel 2004 siamo arrivati a Cortina d’Ampezzo con il primo negozio di proprietà in Corso Italia 107, oggi sede Dior. La posizione era perfetta: nel cuore della via pedonale, con una piazzetta antistante che è stata teatro di eventi e installazioni culturali, consolidando la nostra presenza nel cuore della città. Successivamente abbiamo acquisito gli spazi sotto l’Hotel Cortina, così come il palazzo accanto all’hotel, ancora oggi sede di Louis Vuitton. Il nostro quartier generale si trova ora nel building affacciato sulla piazzetta di Dior, che si articola ai civici 119, 127 e 111, quest’ultimo dedicato all’uomo. Questi spazi sono diventati il cuore pulsante dei nostri eventi, happening e installazioni, unendo retail, cultura e spettacolo».
Che ruolo ha Cortina nella storia dei Kraler?
«Cortina, la perla delle Dolomiti e luogo di villeggiatura della nobiltà e dell’alta borghesia dagli anni Cinquanta, è stata una tappa fondamentale nel nostro percorso. Dal 2004, con la prima boutique e la piazzetta centrale, è diventata un laboratorio di sperimentazione, dialogo culturale e visione internazionale, permettendoci di raccontare il lusso in chiave scenografica, teatrale e profondamente radicata nel territorio alpino».
Perché Cortina è strategica per un luxury retailer come Franz Kraler?
«Perché unisce natura, storia e un pubblico internazionale sensibile al lusso esperienziale. È una piazza che ascolta e risponde alle aspirazioni estetiche contemporanee, un palcoscenico naturale dove accogliere clienti che cercano qualità, cultura e senso di appartenenza. Qui il nostro progetto diventa molto più di una boutique: è un hub culturale e relazionale, integrato con il territorio e la comunità».
Come si sta preparando Franz Kraler per il periodo olimpico?
«Stiamo trasformando la presenza a Cortina in un ecosistema che va oltre il retail tradizionale. La boutique è stata ripensata come un’esperienza immersiva, mentre lo Chalet Franz Kraler - Club Moritzino assume una dimensione culturale e sociale, intrecciando moda, ospitalità, performance e relazioni. Questo modello ci permette di dialogare con il mondo in modo contemporaneo, festoso e relazionale, anticipando l’energia e l’entusiasmo delle Olimpiadi».
Che opportunità rappresenta questo periodo per la maison?
«I Giochi sono una straordinaria occasione per condividere la nostra visione di lusso esperienziale con un pubblico internazionale, rafforzare alleanze con brand globali, e trasformare ogni incontro in un momento memorabile. È un’opportunità per mostrare come una boutique possa essere teatro di cultura, design e comunità».
Qual è il rapporto con le maison internazionali più prestigiose?
«Di collaborazione e rispetto. Le partnership non sono meri accordi commerciali, ma dialoghi creativi: insieme progettiamo capsule esclusive, scenografie e installazioni che valorizzano tanto i prodotti quanto l’ecosistema spaziale in cui sono presentati. Questo ci consente di raccontare ogni Maison in modo unico, contestualizzato e memorabile».
E ora anche lo Chalet Franz Kraler - Club Moritzino.
«È un progetto di ospitalità totale, nato in collaborazione con il leggendario Club Moritzino. Non è solo un ristorante o uno ski-bar: è un palcoscenico di esperienze - eventi, performance, mostre, relazioni - dove moda, arte, gastronomia e territorio si fondono, trasformando la montagna in teatro contemporaneo».
Nel futuro?
«Il consolidamento della nostra presenza a Bolzano, sviluppando collaborazioni con brand ancora non presenti nel capoluogo. L’intento è continuare a raccontare il lusso come un’esperienza totale e immersiva, dove territorio, estetica e relazioni si intrecciano in modalità sempre nuove, sorprendenti e autenticamente emozionali».
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Grazie alle star di Hollywood e ai turisti americani che facevano a gara quando arrivavano a Roma per andare a mangiare le fettuccine da lui, il mito di Alfredo che si va sempre più opacizzando in Italia, non è mai tramontato in America. È vero che laggiù il piatto con cui è diventato celeberrimo, le fettuccine all’uovo tirate e tagliate a mano, condite solo con burro e parmigiano reggiano, non ha più niente a che vedere con la ricetta originale, ma il mito di Alfredo è perpetuato in milioni e milioni di menu.
Per i mangiatori a stelle e strisce, infatti, basta il nome per avere una garanzia del made in Italy. Basta il nome Alfredo per far chioccolare l’acquolina in bocca ai golosi amanti dei (pseudo)piatti all’italiana. L’oste romano e le fettuccine sono un simbolo legato al cinema, ai dialoghi muti, fatti di soli sguardi tra Douglas Fairbanks e Mary Pickford, di Vacanze Romane, di Gregory Peck in Vespa con Audrey Hepburn, di Dolce vita. Basta che nella lista dei piatti si nomini Alfredo per assolvere la pasta scotta e il relativo condimento. Un esempio? Recentemente abbiamo sfogliato il menu del ristorante Dave and Buster’s sulla 42nd Street a Times Square, New York City. Chiamare ristorante il Dave eccetera eccetera, è riduttivo. Dave è il classico locale all’americana, consigliato a chi ama i grassi gusti all’americana e l’abbondanza dei piatti, ma sconsigliato ai palati esigenti e a chi cerca tranquillità o intimità. Offre un servizio completo: food, drink, fun, entertainment. Oltre a mangiare in una delle grandi sale piatti ciclopici per quantità e calorie (food); oltre al bere straripanti aperitivi e cocktail (drink); grandi e piccoli possono andare a digerire nella vasta sala giochi affollata di videogame e macchinette varie (fun); sulle pareti giganteschi schermi proiettano per 18 ore al giorno gli eventi sportivi più gettonati: basket, football, baseball (entertainment).
Il locale newyorchese fa parte di una catena di 178 restaurant, stesso nome, stesso food, stessa filosofia, presenti in 43 Stati Usa. Tornando al chilometrico menu, nella sezione Perfect Pastas si celebra Alfredo, re incontrastato della pasta lunga, sia pure farlocca come le borse Gucci o Louis Vuitton distese che i vu’ cumprà della Grande mela vendono lungo i marciapiedi intorno al Rockefeller center.
Sono quattro i piatti che fanno riferimento ad Alfredo. Il Bistro steak & shrimp Alfredo linguine consiste in un controfiletto di manzo alla griglia su un letto di linguine, con gamberi, funghi, pomodorini, prezzemolo, parmigiano e salsa Alfredo all’astice. Un guazzabuglio di mare, monti, orto e stalla. Costa 27,99 dollari, circa 24 euro e dà una bella botta di calorie: 1.480. Il secondo piatto, Blackened Chicken Alfredo, prevede pezzi di pollo arrostito, condito con funghi, pomodorini a cubetti e salsa Alfredo su un letto di linguine. Costa 20,49 dollari. C’è poi il Chicken Parmesan Alfredo: petto di pollo in crosta di parmigiano servito su linguine in salsa Alfredo, condito con marinara rustica, un mix di 5 formaggi, pomodorini ciliegini, basilico fresco e parmigiano grattugiato: 1.660 calorie a 21,49 dollari. Il quarto piatto è il Cajun Shrimp Pasta: gamberi scottati, salsiccia formaggio cheddar con peperoncino jalapeño, rigatoni, peperoni in Alfredo sauce con parmigiano grattugiato, 24,99 dollari. Sia pure americanizzato, in Yankeelandia Alfredo è un mito come Joe Petrosino e Frank Sinatra. La leggenda del suo ristorante e delle fettuccine, raccontate dalle star di Hollywood al ritorno da Roma, ha tuttora un successo incredibile negli States, popolarità testimoniata dagli oltre 800 libri di cucina americani pubblicati negli ultimi cent’anni.
Alfredo Di Lelio nasce nel cuore di Roma, a Trastevere, nel 1883. È il primo di 11 figli. Inizia l’attività di ristoratore nel localino di famiglia in piazza Rosa, ora piazza Colonna, demolito per far posto alla galleria commerciale ora intitolata ad Alberto Sordi. Mamma Angelina era ai fornelli e lui girava per i tavoli, giovanissimo cameriere pronto al saluto, alla battuta e pronto soprattutto a rincorrere i clienti che cercavano di sgattaiolare via senza pagare il conto. Croccanti supplì e vino dei Castelli erano le specialità della minuscola trattoria. Alfredo scriverà nella sua biografia: «Mi piaceva il lavoro. Potevo incontrare molte persone, come giornalisti, facchini, operai e artisti di varietà. E quando i tavoli erano pieni fuori, ero solito servire il cibo sulle sedie, senza tovaglie o formalità, ma sempre con un sorriso e pronto a ridere e scherzare con chiunque».
La chiusura della taverna in via Rosa, il matrimonio con Ines Ferratini («La ragazza più bella di Trastevere»), l’apertura di un nuovo ristorante in via della Scrofa, che prenderà il nome da lui, Ristorante Alfredo, a pochi passi da piazza Navona e da Castel Sant’Angelo, sono le tappe che porteranno il «re» nell’olimpo della cucina italiana. Il mito di Di Lelio e delle fettuccine nasce con la nascita di Armando, il primogenito. Ines ha un complicato dopo parto: è sfinita e ha perso l’appetito. Alfredo è preoccupato e convinto che la moglie si rimetterà in forma solo se riprende a mangiare. «Un giorno decisi di prendere il toro per le corna e risolvere il problema una volta per tutte», racconta nella biografia. «Andai in cucina a preparare un piatto che avrebbe tentato Ines. Doveva essere qualcosa di appetitoso e nutriente allo stesso tempo, ma essere semplice, perché non le piacevano i sughi troppo elaborati. Pensai alle fettuccine alla romana, fatte in casa con le uova e farina extrafine, tagliate a mano e condite solo con burro. Anzi, condite due volte con burro e con il miglior Parmigiano reggiano. Scolata la pasta, condita e dopo aver recitato un’Ave Maria per Sant’Anna, patrona dei parti, portai le fettuccine a mia moglie». Le fettuccine piacquero talmente a Ines che, ripresasi, suggerì al marito di metterle in menu. È così che le fettuccine al doppio burro in via della Scrofa diventarono la carta vincente di Alfredo.
Una carta che, dopo aver conquistato i palati romani, conquistò quelli americani grazie a due star del cinema muto. Accadde nel 1927. Racconta Alfredo: «La porta del ristorante si aprì ed entrarono due stranieri. Lui alto e forte, con un sorriso aperto e amichevole; lei bionda, bellissima ed elegantissima. Li guardai mentre li conducevo al tavolo migliore della sala. Sapevo di averli già visti, ma dove? Andai da Ines che disse: “Li abbiamo visti al cinema. Sono Mary Pickford e Douglas Fairbanks“».
Erano proprio loro, la felice coppia dei film internazionali di passaggio per Roma, al loro primo viaggio in Europa. Doug e Mary mangiarono con appetito le fettuccine, Alla fine pagarono il conto e si congratularono con Alfredo. Tornarono la sera accompagnati da una folla di giornalisti e fotografi. Si sedettero allo stesso tavolo del pranzo e chiesero ad Alfredo le fettuccine. «Li ebbi a pranzo e a cena durante tutto il loro soggiorno. Alla loro partenza da Roma, mi lasciarono il ricordo diventato il simbolo e l’insegna del ristorante: la forchetta e il cucchiaio d’oro con la dedica di Mary e Doug incisa: To Alfredo, the king of the noodles».
La leggenda di Alfredo re delle fettuccine iniziò in quel giorno del 1927. La stampa mondiale parlava di Mary Pickford e Douglas Fairbanks e di Alfredo, «re delle fettuccine». Da quel giorno altre star del cinema, re, capi di Stato, premi Nobel, campioni dello sport e una marea di personaggi famosissimi si sono seduti ai tavoli di via della Scrofa conquistati dalle fettuccine e dalla simpatia di Alfredo. Ma questa è una storia da riprendere.
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Papa Leone XIV (Getty Images)
Con quali conseguenze nel presente? Leone XIV passa all’attualità: «La guerra è tornata di moda», nota, «si ricerca la pace mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto». E mina il «diritto umanitario internazionale, il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici». Quindi entra nella parte forse più interessante della sua riflessione (il cui testo integrale è disponibile qui: shorturl.at/kXrLE). «Riscoprire il significato delle parole», spiega, «è forse una delle prime sfide del nostro tempo. Quando le parole perdono la loro aderenza alla realtà e la realtà stessa diventa opinabile e in ultima istanza incomunicabile, si diventa come quei due, di cui parla Sant’Agostino, che sono costretti a rimanere insieme senza che nessuno di loro conosca la lingua dell’altro». «Nei nostri giorni», prosegue, «il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari. Abbiamo bisogno che le parole tornino a esprimere in modo inequivoco realtà certe».
Secondo Prevost, questo indebolimento del nesso tra parola e realtà avviene paradossalmente in nome della libertà di espressione. Occorre la forza di ribaltare tale dinamica fallace: «La libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità. Duole, invece, constatare come, specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano».
obiezione di coscienza
Raramente si era udita dal soglio pontificio una critica così radicale all’eterogenesi dei fini della mentalità contemporanea. Ma è solo l’inizio: «Da questa deriva ne conseguono altre che finiscono per comprimere i diritti fondamentali della persona, a partire dalla libertà di coscienza». Dall’opposizione all’aborto a quella all’eutanasia, Leone difende l’obiezione di coscienza - «non ribellione, ma atto di fedeltà a sé stessi» - che «sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia e i diritti umani». E sul tema dell’attacco alla libertà religiosa operata da regimi liberali, dalle democrazie occidentali, insomma a casa nostra, è nettissimo: «Rischia di essere compressa la libertà religiosa, che - come ricordava Benedetto XVI - è il primo dei diritti umani perché esprime la realtà più fondamentale della persona». Nel difenderla, per i cristiani «ma anche per tutte le altre comunità religiose», distingue due tipi di aggressione: prima, ovviamente, quella più esplicita. Dice: «La persecuzione dei cristiani rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi, che colpisce oltre 380 milioni di credenti in tutto il mondo, i quali subiscono livelli elevati o estremi di discriminazione, violenza e oppressione a causa della loro fede. Il fenomeno interessa circa un cristiano su sette a livello globale», e cita senza perifrasi anche la «violenza jihadista» che uccide i fedeli di Cristo. Poi è altrettanto esplicito a proposito della «sottile forma di discriminazione religiosa nei confronti dei cristiani, che si sta diffondendo anche in Paesi dove essi sono numericamente maggioritari, come in Europa o nelle Americhe, dove talvolta si vedono limitare la possibilità di annunciare le verità evangeliche per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono la dignità dei più deboli, dei nascituri o dei rifugiati e dei migranti o promuovono la famiglia».
E sulla famiglia declina la prima delle limitazioni pratiche alla concezione cristiana dell’esistenza: «Nonostante la sua centralità, l’istituzione familiare si trova oggi di fronte a due sfide cruciali. Da un lato, si assiste a una tendenza preoccupante nel sistema internazionale a trascurare e sottovalutare il suo fondamentale ruolo sociale. Dall’altro, non si può nascondere la crescente e dolorosa realtà di famiglie fragili, disgregate e sofferenti, afflitte da difficoltà interne e da fenomeni inquietanti, inclusa la violenza domestica. La vocazione all’amore e alla vita, che si manifesta in modo eminente nell’unione esclusiva e indissolubile tra la donna e l’uomo, impone un imperativo etico fondamentale: mettere le famiglie nelle condizioni di accogliere e prendersi cura pienamente della vita nascente».
famiglia, aborto, fine vita
Inevitabili in bocca a un Papa, ma particolarmente decisi, sono gli affondi sull’aborto («la Santa Sede esprime profonda preoccupazione in merito ai progetti volti a finanziare la mobilità transfrontaliera finalizzata all’accesso al cosiddetto “diritto all’aborto sicuro” e ritiene deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita»), sulla maternità surrogata (che, «trasformando la gestazione in un servizio negoziabile, vìola la dignità sia del bambino ridotto a “prodotto”, sia della madre, strumentalizzandone il corpo e il processo generativo e alterando il progetto di relazionalità originaria della famiglia») e sull’eutanasia («È compito anche della società civile e degli Stati rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia»).
Ma è sul «corto circuito» dei diritti che Prevost offre forse il contributo più alto e dissonante rispetto al modo comune di pensare il mondo: «Si sta verificando un vero e proprio “corto circuito” dei diritti umani. Il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione. Ciò avviene quando ciascun diritto diventa autoreferenziale e soprattutto quando perde la sua connessione con la realtà delle cose, la loro natura e la verità».
la città di dio
Nel ragionamento del Papa, con evidenti echi ratzingeriani anti-relativistici, Dio è quasi uno sbocco «laico» della ragione umana e della sua ricerca di felicità: «Ricercare solo beni immanenti mina quella “tranquillità dell’ordine” che per Agostino costituisce l’essenza stessa della pace. Mancando un fondamento trascendente e oggettivo, prevale solo l’amor di sé fino all’indifferenza per Dio che governa la città terrena». Tuttavia, come nota Agostino, «è grande l’insensatezza dell’orgoglio in questi individui che pongono nella vita presente il fine del bene e che pensano di rendersi felici da sé stessi».
Astrazione? Mica tanto: Leone si tuffa con sintesi giornalistica su tutti gli scenari devastati del mondo. Ucraina: «La Santa Sede riafferma con decisione l’urgenza di un cessate il fuoco immediato e di un dialogo animato dalla ricerca sincera di vie capaci di condurre alla pace». Terra Santa: «La Santa Sede guarda con particolare attenzione ad ogni iniziativa diplomatica che provveda a garantire ai palestinesi della Striscia di Gaza un futuro di pace e di giustizia durature, così come all’intero popolo palestinese e all’intero popolo israeliano. [...] Si rileva, purtroppo, l’aumento delle violenze in Cisgiordania, perpetrate contro la popolazione civile palestinese, che ha il diritto a vivere in pace nella propria terra», e qui lo sguardo pare calibrato sulle azioni dei coloni coperte dal governo Netanyahu. E poi Venezuela, dove non si notano particolari rimpianti per il blitz trumpiano: «In seguito ai recenti sviluppi, rinnovo l’appello a rispettare la volontà del popolo venezuelano e a impegnarsi per la tutela dei diritti umani e civili di ognuno e per l’edificazione di un futuro di stabilità e di concordia [...] e così risollevarsi dalla grave crisi che affligge il Paese da molti anni».
Il manifesto del Papa è scritto.
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Getty Images
La vicenda ha sollevato un polverone tra i democratici Usa, che addebitano a Donald Trump anche questa responsabilità, equiparandolo a un dittatore sanguinario a capo di una «moderna Gestapo», come già l’anno scorso il governatore democratico del Minnesota Tim Walz aveva definito l’Ice. «Il sangue è nelle mani di chi all’interno dell’amministrazione ha spinto verso una politica estrema» contro l’immigrazione clandestina, ha puntato il dito il leader della minoranza democratica alla Camera, Hakeem Jeffries, mentre Chris Murphy, senatore dem del Connecticut, ha contestato esplicitamente l’«illegalità» dell’agenzia Ice (ma non quella dei clandestini). Ma la stampa americana, anche quella progressista, sembra non seguirli su questa strada: nella sua ricostruzione, perfino il Nyt descrive la scena di Minneapolis spiegando, in buona sostanza, che il terzo agente avrebbe sparato vedendo che la donna, dopo che non si era fermata all’alt dei due colleghi, gli stava puntando contro con la macchina. È stato lo stesso New York Times a rivelare che l’agente, Jonathan Ross, era stato recentemente vittima di un incidente simile con un clandestino guatemalteco condannato per abusi sessuali, che gli era andato contro con la macchina e lo aveva trascinato per 100 metri, provocandogli uno squarcio sull’avambraccio e venti punti di sutura.
Come sempre accade negli Usa, dove le forze dell’ordine di default, che abbiano torto o ragione, sono tutelate dalle istituzioni, ieri il vicepresidente americano J.D. Vance ha promesso «immunità assoluta all’agente Ice». Ma a scandalizzare la stampa è più la frettolosa lettura dei fatti che non la presunta «istigazione a delinquere» che certi politici dem attribuiscono a Trump: «Dal presidente fino al sindaco (democratico) di Minneapolis, Jacob Frey, le presunte autorità hanno mostrato poco interesse nell’apprendere cosa sia successo realmente a Minneapolis», hanno contestato gli editor del giornale Free Press, «il segretario alla Sicurezza nazionale, Kristi Noem, ha fatto peggio, descrivendo l’incidente come un “atto di terrorismo interno”. Gli americani meritano di meglio», è la chiosa.
Sarà che gli yankees sono ormai abituati al grilletto facile della polizia («Questo tipo di sparatoria accade spesso», ha scritto il giornalista Wesley Lowery su X), fatto sta che neanche la stampa Usa ha superato le vette raggiunte ieri da Repubblica, che ha dedicato alla tragica vicenda diversi articoli: e così la sparatoria è diventata una «esecuzione», gli agenti Ice che svolgono l’ingrato compito di dare la caccia ai clandestini sono stati qualificati come «pretoriani di Trump», mentre un’intervista a Jonathan Safran Foer ha illuminato i lettori sul «potere americano che normalizza la crudeltà».
Nel frattempo gli attacchi contro l’Ice (che non è una creatura di Trump essendo stata istituita nel 2003) in Europa sono diventati mainstream: Dominick Skinner, trentenne residente in Olanda, ha aperto un sito che si chiama Ice List in cui, «per combattere il fascismo», pubblica nomi, foto e profili social degli agenti, promettendo che «non rimarranno nascosti a lungo!».
Ciliegina sulla torta sfuggita a Repubblica e alla stampa italiana: Indivisible twin cities, che ha guidato le proteste contro l’Ice e si autodefinisce «gruppo di volontari di base», come se fossero cani sciolti, è in realtà una propaggine dell’Indivisible project di Washington, movimento per «sconfiggere l’agenda di Trump» che, secondo i registri pubblici, ha ricevuto 7.850.000 dollari dalla Open society foundations (Osf) di George Soros. Sarà forse per questo che la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act perché, secondo l’amministrazione Trump, finanzia «antifa» e soggetti coinvolti in scontri, danni alla proprietà privata e, appunto, attacchi alle operazioni contro l’immigrazione clandestina.
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