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2021-02-03
Milano sfida Roma: lombardi immuni in 5 mesi
Guido Bertolaso (Ansa)
La Lombardia affida la regia del piano vaccini a Guido Bertolaso e raccoglie la sfida logistica delle prossime fasi - cruciali - della campagna di somministrazione. Con un salto in avanti che non riceve l'appoggio del governo ancora senza bussola sul fronte della programmazione, ma è stato addirittura interpretato come una mossa politica da contrastare. Allungando le distanze tra Milano e Roma e avviando una sorta di federalismo sanitario d'emergenza.
L'ex capo della Protezione civile, che ha già collaborato in primavera con il Pirellone per realizzare l'ospedale Covid in Fiera, è stato assoldato dalla giunta di Attilio Fontana come nuovo consulente per la campagna vaccinale lombarda. Per il suo incarico, Bertolaso non percepirà compensi: «Non voglio soldi, faccio il volontario», ha spiegato ieri durante una conferenza stampa al fianco dello stesso Fontana e della sua vice, Letizia Moratti. L'obiettivo è ambizioso: vaccinare tutta la Regione (circa 10 milioni di persone) «entro giugno» con quella che «sarà la più importante operazione di Protezione civile mai realizzata in Italia». Di certo, i vaccini ci sono. «Avremo un febbraio e un mese di marzo critici per quanto riguarda l'approvvigionamento, ma da aprile in poi saremo inondati di dosi» ha spiegato. Nel piano verranno subito coinvolte l'Areu (l'Agenzia regionale per l'emergenza), i servizi territoriali Asst e tutte le strutture sanitarie e sociosanitarie il cui intervento verrà integrato con il sistema nazionale di Protezione civile, le grandi organizzazioni di volontariato, la Croce rossa Italiana, gli alpini e i carabinieri in congedo. Un contributo arriverà, inoltre, dai medici di famiglia, «ma chiederemo anche ai medici pensionati di darci una mano», ha aggiunto. Lanciando anche un messaggio al governo: «Con tutte queste criticità un decreto legge sulle linee guida per l'attuazione del piano vaccinale nazionale non sarebbe una cattiva idea. In questo modo risolveremmo diversi problemi come l'impiego di specializzandi, medici in pensione e stoccaggio, e anche quello dei volontari di Protezione civile. La cosa incredibile è che con le attuali norme vigenti i volontari di Protezione civile non possono essere utilizzati», ha sottolineato. Raccontando che, appena ricevuta la chiamata di Fontana, ha chiamato alcuni suoi ex colleghi: «Parlo di direttori generali della presidenza del Consiglio ai quali ho detto che mi sarebbero serviti due o tre ragazzi della mia vecchia squadra che mi vengano a dare una mano perché l'età avanza e bisogna essere supportati. Mi sono raggelato quando le risposte che ho ricevuto sono state tutte identiche: «Guido, non ci mettere in difficoltà, tu sei in contrapposizione con il governo nazionale e quindi se ti diamo Tizio o Caio magari ci cacciano e se la prendono con noi», ha spiegato il medico. Replicando che il Covid «è democratico e non fa distinzioni di colori e partiti. Io non sono venuto qui per vaccinare il presidente della Lombardia o la vicepresidente Moratti. Sono venuto per dare una mano a vaccinare 10 milioni di italiani».
Ma la caciara politica è già partita dai ranghi del Pd e dei 5 stelle per i quali la nomina di Bertolaso «arriva al momento giusto per coprire le ennesime inefficienze della giunta Fontana-Moratti». La strategia lombarda viene vista come una spina nel fianco, alla luce dell'impasse in cui si trova la struttura commissariale per l'emergenza. Anche perché punta a ricalibrare gli interventi: «Abbiamo dei punti da chiarire con il governo. Nella prima fase i criteri di distribuzione erano sulla base dei target, a seguito delle richieste di alcune Regioni, non tutte, si è passati a quello della popolazione. Questo criterio non ci soddisfa», ha spiegato ieri la vicepresidente e assessore al Welfare, Letizia Moratti, che ha chiesto di avere anche la definizione centralizzata e condivisa delle priorità all'interno di ciascuna fase del piano, nelle relative categorie individuate» per non trovarci «a lottare una Regione contro l'altra in maniera non corretta».
Bertolaso arriva, intanto, a fare da regista sulla base di un copione in parte già scritto dal responsabile della campagna vaccinale per la Lombardia, Giacomo Lucchini, che ieri mattina a Sky ha annunciato la tabella di marcia per le vaccinazioni ai 700.000 lombardi over 80: «Per loro la vaccinazione partirà entro fine mese. La prima fase terminerà il 22-23 febbraio» (l'inizio per gli ultraottantenni è dunque previsto per il 24 febbraio). Per prenotarsi, ha aggiunto, «abbiamo in funzione il canale dei medici di base, che conoscono meglio questa popolazione, e abbiamo dei sistemi di prenotazione, sia con chiamata che con invito». Entro due settimane ci sarà l'accesso al portale delle vaccinazioni con priorità alle categorie indicate. Lucchini ha infine precisato che «l'arrivo di Astrazeneca, che ha la restrizione per gli under 55 (confermata ieri dall'Aifa, ndr), ci richiede di partire con la fase tre in contemporanea con la fase due. Inizieremo quindi in contemporanea anche la fase del personale scolastico e dei servizi essenziali e la vaccinazione di massa». Anche su questo, battendo sul tempo il governo. Che da una parte ostacola ma dall'altro si ispira alle mosse lombarde: il ministro della Salute, Roberto Speranza, con il presidente della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini, e il commissario Domenico Arcuri, ieri hanno incontrato le rappresentanze dei medici di medicina per lavorare a un protocollo quadro nazionale da portare poi su tutti i territori.
«Sputnik ha un’efficacia del 91,6%». E Burioni fa un’altra inversione a U
Per Sputnik V sembra arrivato il momento della rivincita. Il vaccino russo, che prende il nome dal primo satellite artificiale mandato in orbita attorno alla Terra, con cui nel 1957 l'Unione sovietica fece impazzire gli Stati Uniti, è efficace al 91,6% nella lotta al coronavirus (e anche contro i nuovi ceppi). A rispondere alle critiche preventive sulla mancanza di trasparenza e sulle tempistiche troppe strette che avevano fatto alzare le sopracciglia alla comunità scientifica internazionale ci ha pensato la prestigiosa rivista medica (britannica) The Lancet, che ha pubblicato i dati di sperimentazione della fase 3 relativi a circa 20.000 partecipanti (sottoposti per tre quarti a profilassi e per un quarto a placebo).
Il Gam-Covid-Vac, sviluppato dall'Istituto di ricerca Gamaleya, insieme al ministero della Salute di Mosca, e basato sulla tecnica del vettore virale non replicante (come nel caso di Astrazeneca, Johnson & Johnson e Cansino), prevede due dosi con due vettori virali diversi (Ad26 per la prima dose e Ad5 per la seconda), somministrate a distanza di 21 giorni. Ha un alto profilo di sicurezza e il suo effetto protettivo non è statisticamente diverso negli over 60 e nella fascia 18-60 anni (il prossimo step sarà dedicato alla valutazione dei risultati sui bambini).
Rari gli eventi avversi, che nella maggior parte dei casi (94 per cento) si sono presentati in forma lieve. Il ricovero si è reso necessario sia nel gruppo placebo (23 su 5.435) sia nel gruppo che ha ricevuto lo Sputnik (45 su 16.427), ma senza alcun legame con la somministrazione del vaccino. E lo stesso vale per i quattro decessi riportati nello studio. «I risultati sono chiari e il principio scientifico di questa vaccinazione è dimostrato», hanno dichiarato due esperti britannici coinvolti nello studio, Ian Jones e Polly Roy. «Questo significa che un vaccino aggiuntivo ora può unirsi alla lotta per ridurre l'incidenza del Covid-19».
Evidenze che hanno fatto esultare anche Roberto Burioni, virologo dell'università San Raffaele, famoso per le sue comparsate in tv e per il suo approccio dogmatico alla scienza. «Ottima notizia, il vaccino russo ha un'efficacia superiore al 90%», ha twittato, «un altro vaccino dall'efficacia eccezionale con un meccanismo simile ad Astrazeneca, ma con una differenza fondamentale di cui parleremo». Peccato che alla vigilia di Natale sostenesse esattamente il contrario: «Non mi vaccinerei con il vaccino russo o cinese», scriveva convinto sul suo Medicalfacts. «Prima di tutto non ci sono dati disponibili riguardo all'efficacia e alla sicurezza di questi due vaccini. E anche quando ci saranno, io li voglio vedere provenienti da Paesi dove un ricercatore è libero di scrivere quello che vuole senza passare guai, come posso fare io in questo momento in Italia». Ma l'inversione a U di Burioni non stupisce, visto che a febbraio 2020 aveva dichiarato in tv, con tono da profeta: «In questo momento la possibilità di contrarre il coronavirus è zero. Ci si può preoccupare dei fulmini, delle alluvioni, non di quel virus». E poi sappiamo come è andata a finire.
Ad ogni modo, da quando la Cancelliera tedesca, Angela Merkel, si è dichiarata interessata a Sputnik V, l'entusiasmo ha contagiato tutta l'Europa. «Lo studio dell'autorevole rivista Lancet conferma la validità e l'efficacia del vaccino russo», ha dichiarato pure l'assessore alla Sanità della Regione Lazio, Alessio D'Amato. «L'Italia acquisisca il vaccino Sputnik». Ma per farlo tocca aspettare il verdetto dell'Ema. E per adesso siamo solo ai contatti preliminari tra Amsterdam e Mosca.
Sui contratti l’Ue dà la colpa agli Stati
Puzzano tanto di scaricabarile le parole di Sandra Gallina, direttore generale del dipartimento Salute della Commissione europea, intervenuta lunedì di fronte ai membri della commissione Bilancio del Parlamento europeo. D'altronde l'unica carta rimasta da giocare a Bruxelles, messa all'angolo dalle case farmaceutiche sui contratti dei vaccini, rimane proprio quella del voltafaccia. Pressata dalle domande degli eurodeputati, la Gallina ha precisato che il contratto firmato dalla Commissione con Astrazeneca - pubblicato negli scorsi giorni a seguito delle polemiche legate all'annuncio del taglio delle dosi - è stato «ereditato da quello già siglato dall'alleanza dei vaccini composta da Francia, Germania, Italia e Paesi Bassi». Un ragionamento sibillino, teso a scaricare le responsabilità della situazione attuale sui quattro Paesi che nella scorsa primavera avevano preso contatti con Astrazeneca per la fornitura del vaccino.
E in effetti, la «alleanza per un vaccino inclusivo» era nata ai primi di giugno proprio allo scopo di garantire quantità sufficienti di vaccino non solo per tutta l'Unione europea, ma anche per i Paesi più poveri come quelli africani. Iniziativa resasi necessaria anche a seguito dell'immobilismo della Commissione, e dal conseguente rischio di arrivare in forte ritardo nella corsa agli approvvigionamenti, specie alla luce dei finanziamenti elargiti dal governo di Londra in favore di Astrazeneca. Uno sforzo che aveva portato alla firma di un accordo per la fornitura di 400 milioni di dosi da parte dell'azienda britannico-svedese. Piccata dalla fuga in avanti, pochi giorni più tardi la Commissione avocò a sé la gestione totale dei negoziati, vietando di fatto agli Stati membri la possibilità di condurre negoziati paralleli.
Curiosamente, quando il 27 agosto Bruxelles annunciò di aver firmato il «vero» contratto con Astrazeneca, il commissario alla Salute, Stella Kyriakides, ebbe parole di elogio per i quattro Paesi: «La firma di oggi, resa possibile dall'importante lavoro preparatorio intrapreso da Francia, Germania, Italia e Paesi Bassi, garantirà che dosi di questo vaccino, una volta dimostrate la sua efficacia e sicurezza, saranno fornite a tutti gli Stati membri». Forse a Bruxelles dovrebbero fare pace con il cervello. Quando la scorsa estate le cose sembravano filare per il verso giusto, dunque, la Commissione tesseva le lodi di Italia, Germania, Francia e Paesi Bassi. Oggi invece, almeno stando alle parole della Gallina, parte della colpa del contenzioso con Astrazeneca sarebbe da attribuire proprio a questi Paesi.
E dalla ricostruzione di quei concitati giorni emergono dettagli che fanno riflettere. Lo scorso 12 giugno i ministri della Salute dell'Ue discussero in videoconferenza in tema di vaccini. In quell'occasione, la Commissione propose la strategia basata su un approccio centralizzato. «Sono stata molto chiara con i ministri oggi, lavorare insieme moltiplicherà le nostre chance di assicurarci un vaccino sicuro ed efficace nelle quantità della quali abbiamo bisogno e il più velocemente possibile», dichiarò a margine della riunione Stella Kyriakides, «sono felice di annunciare che la Commissione ha ricevuto oggi dal Consiglio un chiaro mandato politico a procedere con la nostra strategia». A rappresentare l'Italia in quella sede, il segretario generale del ministero della Salute, Giuseppe Ruocco. Proprio in quelle stesse ore, infatti, il ministro Roberto Speranza stava firmando l'accordo con Astrazeneca sul quale oggi la Commissione punta il dito.
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Il Pirellone annuncia: «A giugno tutti i nostri cittadini saranno vaccinati». Letizia Moratti cambia i criteri: «Dobbiamo distribuire in base ai target». E Guido Bertolaso denuncia: «Per il governo siamo nemici politici». Primo obiettivo: 700.000 over 80 entro febbraio.Per la rivista «Lancet» l'antidoto russo Sputnik funziona negli anziani e contro i nuovi ceppi.La commissaria alla Salute della Commissione europea, Sandra Gallina: «L'intesa con Astrazeneca? Negoziata dai Paesi membri». Che, a esecutivo europeo immobile, avevano agito prima di essere esautorati.Lo speciale contiene tre articoli.La Lombardia affida la regia del piano vaccini a Guido Bertolaso e raccoglie la sfida logistica delle prossime fasi - cruciali - della campagna di somministrazione. Con un salto in avanti che non riceve l'appoggio del governo ancora senza bussola sul fronte della programmazione, ma è stato addirittura interpretato come una mossa politica da contrastare. Allungando le distanze tra Milano e Roma e avviando una sorta di federalismo sanitario d'emergenza. L'ex capo della Protezione civile, che ha già collaborato in primavera con il Pirellone per realizzare l'ospedale Covid in Fiera, è stato assoldato dalla giunta di Attilio Fontana come nuovo consulente per la campagna vaccinale lombarda. Per il suo incarico, Bertolaso non percepirà compensi: «Non voglio soldi, faccio il volontario», ha spiegato ieri durante una conferenza stampa al fianco dello stesso Fontana e della sua vice, Letizia Moratti. L'obiettivo è ambizioso: vaccinare tutta la Regione (circa 10 milioni di persone) «entro giugno» con quella che «sarà la più importante operazione di Protezione civile mai realizzata in Italia». Di certo, i vaccini ci sono. «Avremo un febbraio e un mese di marzo critici per quanto riguarda l'approvvigionamento, ma da aprile in poi saremo inondati di dosi» ha spiegato. Nel piano verranno subito coinvolte l'Areu (l'Agenzia regionale per l'emergenza), i servizi territoriali Asst e tutte le strutture sanitarie e sociosanitarie il cui intervento verrà integrato con il sistema nazionale di Protezione civile, le grandi organizzazioni di volontariato, la Croce rossa Italiana, gli alpini e i carabinieri in congedo. Un contributo arriverà, inoltre, dai medici di famiglia, «ma chiederemo anche ai medici pensionati di darci una mano», ha aggiunto. Lanciando anche un messaggio al governo: «Con tutte queste criticità un decreto legge sulle linee guida per l'attuazione del piano vaccinale nazionale non sarebbe una cattiva idea. In questo modo risolveremmo diversi problemi come l'impiego di specializzandi, medici in pensione e stoccaggio, e anche quello dei volontari di Protezione civile. La cosa incredibile è che con le attuali norme vigenti i volontari di Protezione civile non possono essere utilizzati», ha sottolineato. Raccontando che, appena ricevuta la chiamata di Fontana, ha chiamato alcuni suoi ex colleghi: «Parlo di direttori generali della presidenza del Consiglio ai quali ho detto che mi sarebbero serviti due o tre ragazzi della mia vecchia squadra che mi vengano a dare una mano perché l'età avanza e bisogna essere supportati. Mi sono raggelato quando le risposte che ho ricevuto sono state tutte identiche: «Guido, non ci mettere in difficoltà, tu sei in contrapposizione con il governo nazionale e quindi se ti diamo Tizio o Caio magari ci cacciano e se la prendono con noi», ha spiegato il medico. Replicando che il Covid «è democratico e non fa distinzioni di colori e partiti. Io non sono venuto qui per vaccinare il presidente della Lombardia o la vicepresidente Moratti. Sono venuto per dare una mano a vaccinare 10 milioni di italiani». Ma la caciara politica è già partita dai ranghi del Pd e dei 5 stelle per i quali la nomina di Bertolaso «arriva al momento giusto per coprire le ennesime inefficienze della giunta Fontana-Moratti». La strategia lombarda viene vista come una spina nel fianco, alla luce dell'impasse in cui si trova la struttura commissariale per l'emergenza. Anche perché punta a ricalibrare gli interventi: «Abbiamo dei punti da chiarire con il governo. Nella prima fase i criteri di distribuzione erano sulla base dei target, a seguito delle richieste di alcune Regioni, non tutte, si è passati a quello della popolazione. Questo criterio non ci soddisfa», ha spiegato ieri la vicepresidente e assessore al Welfare, Letizia Moratti, che ha chiesto di avere anche la definizione centralizzata e condivisa delle priorità all'interno di ciascuna fase del piano, nelle relative categorie individuate» per non trovarci «a lottare una Regione contro l'altra in maniera non corretta». Bertolaso arriva, intanto, a fare da regista sulla base di un copione in parte già scritto dal responsabile della campagna vaccinale per la Lombardia, Giacomo Lucchini, che ieri mattina a Sky ha annunciato la tabella di marcia per le vaccinazioni ai 700.000 lombardi over 80: «Per loro la vaccinazione partirà entro fine mese. La prima fase terminerà il 22-23 febbraio» (l'inizio per gli ultraottantenni è dunque previsto per il 24 febbraio). Per prenotarsi, ha aggiunto, «abbiamo in funzione il canale dei medici di base, che conoscono meglio questa popolazione, e abbiamo dei sistemi di prenotazione, sia con chiamata che con invito». Entro due settimane ci sarà l'accesso al portale delle vaccinazioni con priorità alle categorie indicate. Lucchini ha infine precisato che «l'arrivo di Astrazeneca, che ha la restrizione per gli under 55 (confermata ieri dall'Aifa, ndr), ci richiede di partire con la fase tre in contemporanea con la fase due. Inizieremo quindi in contemporanea anche la fase del personale scolastico e dei servizi essenziali e la vaccinazione di massa». Anche su questo, battendo sul tempo il governo. Che da una parte ostacola ma dall'altro si ispira alle mosse lombarde: il ministro della Salute, Roberto Speranza, con il presidente della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini, e il commissario Domenico Arcuri, ieri hanno incontrato le rappresentanze dei medici di medicina per lavorare a un protocollo quadro nazionale da portare poi su tutti i territori. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lombardia-arcuri-immuni-5-mesi-2650262144.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sputnik-ha-unefficacia-del-916-e-burioni-fa-unaltra-inversione-a-u" data-post-id="2650262144" data-published-at="1612317277" data-use-pagination="False"> «Sputnik ha un’efficacia del 91,6%». E Burioni fa un’altra inversione a U Per Sputnik V sembra arrivato il momento della rivincita. Il vaccino russo, che prende il nome dal primo satellite artificiale mandato in orbita attorno alla Terra, con cui nel 1957 l'Unione sovietica fece impazzire gli Stati Uniti, è efficace al 91,6% nella lotta al coronavirus (e anche contro i nuovi ceppi). A rispondere alle critiche preventive sulla mancanza di trasparenza e sulle tempistiche troppe strette che avevano fatto alzare le sopracciglia alla comunità scientifica internazionale ci ha pensato la prestigiosa rivista medica (britannica) The Lancet, che ha pubblicato i dati di sperimentazione della fase 3 relativi a circa 20.000 partecipanti (sottoposti per tre quarti a profilassi e per un quarto a placebo). Il Gam-Covid-Vac, sviluppato dall'Istituto di ricerca Gamaleya, insieme al ministero della Salute di Mosca, e basato sulla tecnica del vettore virale non replicante (come nel caso di Astrazeneca, Johnson & Johnson e Cansino), prevede due dosi con due vettori virali diversi (Ad26 per la prima dose e Ad5 per la seconda), somministrate a distanza di 21 giorni. Ha un alto profilo di sicurezza e il suo effetto protettivo non è statisticamente diverso negli over 60 e nella fascia 18-60 anni (il prossimo step sarà dedicato alla valutazione dei risultati sui bambini). Rari gli eventi avversi, che nella maggior parte dei casi (94 per cento) si sono presentati in forma lieve. Il ricovero si è reso necessario sia nel gruppo placebo (23 su 5.435) sia nel gruppo che ha ricevuto lo Sputnik (45 su 16.427), ma senza alcun legame con la somministrazione del vaccino. E lo stesso vale per i quattro decessi riportati nello studio. «I risultati sono chiari e il principio scientifico di questa vaccinazione è dimostrato», hanno dichiarato due esperti britannici coinvolti nello studio, Ian Jones e Polly Roy. «Questo significa che un vaccino aggiuntivo ora può unirsi alla lotta per ridurre l'incidenza del Covid-19». Evidenze che hanno fatto esultare anche Roberto Burioni, virologo dell'università San Raffaele, famoso per le sue comparsate in tv e per il suo approccio dogmatico alla scienza. «Ottima notizia, il vaccino russo ha un'efficacia superiore al 90%», ha twittato, «un altro vaccino dall'efficacia eccezionale con un meccanismo simile ad Astrazeneca, ma con una differenza fondamentale di cui parleremo». Peccato che alla vigilia di Natale sostenesse esattamente il contrario: «Non mi vaccinerei con il vaccino russo o cinese», scriveva convinto sul suo Medicalfacts. «Prima di tutto non ci sono dati disponibili riguardo all'efficacia e alla sicurezza di questi due vaccini. E anche quando ci saranno, io li voglio vedere provenienti da Paesi dove un ricercatore è libero di scrivere quello che vuole senza passare guai, come posso fare io in questo momento in Italia». Ma l'inversione a U di Burioni non stupisce, visto che a febbraio 2020 aveva dichiarato in tv, con tono da profeta: «In questo momento la possibilità di contrarre il coronavirus è zero. Ci si può preoccupare dei fulmini, delle alluvioni, non di quel virus». E poi sappiamo come è andata a finire. Ad ogni modo, da quando la Cancelliera tedesca, Angela Merkel, si è dichiarata interessata a Sputnik V, l'entusiasmo ha contagiato tutta l'Europa. «Lo studio dell'autorevole rivista Lancet conferma la validità e l'efficacia del vaccino russo», ha dichiarato pure l'assessore alla Sanità della Regione Lazio, Alessio D'Amato. «L'Italia acquisisca il vaccino Sputnik». Ma per farlo tocca aspettare il verdetto dell'Ema. E per adesso siamo solo ai contatti preliminari tra Amsterdam e Mosca. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lombardia-arcuri-immuni-5-mesi-2650262144.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="sui-contratti-lue-da-la-colpa-agli-stati" data-post-id="2650262144" data-published-at="1612317277" data-use-pagination="False"> Sui contratti l’Ue dà la colpa agli Stati Puzzano tanto di scaricabarile le parole di Sandra Gallina, direttore generale del dipartimento Salute della Commissione europea, intervenuta lunedì di fronte ai membri della commissione Bilancio del Parlamento europeo. D'altronde l'unica carta rimasta da giocare a Bruxelles, messa all'angolo dalle case farmaceutiche sui contratti dei vaccini, rimane proprio quella del voltafaccia. Pressata dalle domande degli eurodeputati, la Gallina ha precisato che il contratto firmato dalla Commissione con Astrazeneca - pubblicato negli scorsi giorni a seguito delle polemiche legate all'annuncio del taglio delle dosi - è stato «ereditato da quello già siglato dall'alleanza dei vaccini composta da Francia, Germania, Italia e Paesi Bassi». Un ragionamento sibillino, teso a scaricare le responsabilità della situazione attuale sui quattro Paesi che nella scorsa primavera avevano preso contatti con Astrazeneca per la fornitura del vaccino. E in effetti, la «alleanza per un vaccino inclusivo» era nata ai primi di giugno proprio allo scopo di garantire quantità sufficienti di vaccino non solo per tutta l'Unione europea, ma anche per i Paesi più poveri come quelli africani. Iniziativa resasi necessaria anche a seguito dell'immobilismo della Commissione, e dal conseguente rischio di arrivare in forte ritardo nella corsa agli approvvigionamenti, specie alla luce dei finanziamenti elargiti dal governo di Londra in favore di Astrazeneca. Uno sforzo che aveva portato alla firma di un accordo per la fornitura di 400 milioni di dosi da parte dell'azienda britannico-svedese. Piccata dalla fuga in avanti, pochi giorni più tardi la Commissione avocò a sé la gestione totale dei negoziati, vietando di fatto agli Stati membri la possibilità di condurre negoziati paralleli. Curiosamente, quando il 27 agosto Bruxelles annunciò di aver firmato il «vero» contratto con Astrazeneca, il commissario alla Salute, Stella Kyriakides, ebbe parole di elogio per i quattro Paesi: «La firma di oggi, resa possibile dall'importante lavoro preparatorio intrapreso da Francia, Germania, Italia e Paesi Bassi, garantirà che dosi di questo vaccino, una volta dimostrate la sua efficacia e sicurezza, saranno fornite a tutti gli Stati membri». Forse a Bruxelles dovrebbero fare pace con il cervello. Quando la scorsa estate le cose sembravano filare per il verso giusto, dunque, la Commissione tesseva le lodi di Italia, Germania, Francia e Paesi Bassi. Oggi invece, almeno stando alle parole della Gallina, parte della colpa del contenzioso con Astrazeneca sarebbe da attribuire proprio a questi Paesi. E dalla ricostruzione di quei concitati giorni emergono dettagli che fanno riflettere. Lo scorso 12 giugno i ministri della Salute dell'Ue discussero in videoconferenza in tema di vaccini. In quell'occasione, la Commissione propose la strategia basata su un approccio centralizzato. «Sono stata molto chiara con i ministri oggi, lavorare insieme moltiplicherà le nostre chance di assicurarci un vaccino sicuro ed efficace nelle quantità della quali abbiamo bisogno e il più velocemente possibile», dichiarò a margine della riunione Stella Kyriakides, «sono felice di annunciare che la Commissione ha ricevuto oggi dal Consiglio un chiaro mandato politico a procedere con la nostra strategia». A rappresentare l'Italia in quella sede, il segretario generale del ministero della Salute, Giuseppe Ruocco. Proprio in quelle stesse ore, infatti, il ministro Roberto Speranza stava firmando l'accordo con Astrazeneca sul quale oggi la Commissione punta il dito.
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
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Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
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Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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