2024-11-19
Agricoltura, Lollobrigida (FdI): «Proteine vegetali sì, ma no alla carne sintetica»
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Si sta sviluppando un interessante ed indicativo dibattito a proposito della resa cinematografica dell’Odissea operata da Christopher Nolan, in uscita per luglio a ridosso delle celebrazioni per il duecentocinquantesimo anniversario dell’Indipendenza americana.
Il dibattito inerente il film travalica il significato puramente cinematografico e si pone come vera e propria questione culturale. L’Odissea di Nolan appare come la grande epopea che avrebbe dovuto celebrare l’instaurazione del potere woke se avesse vinto Kamala Harris. Un’epopea il cui significato non consiste semplicemente nella «resa Netflix» di un racconto per come siamo stati abituati negli ultimi anni, con i promemoria gender e la cancel culture che sbucano in ogni vicenda storica, ma un’impresa ben più ideologicamente ambiziosa, un’impresa che consiste nel prendere uno dei testi fondanti la cultura occidentale e riscriverlo secondo i criteri dettati dal sistema dei «nuovi diritti».
L’Odissea di Nolan prevede che la parte di Elena di Troia, uno dei pochissimi personaggi descritti fisicamente da Omero e definita dall’appellativo «leukolenos» (dalle bianche braccia), più volte tratteggiata come «bionda», sia impersonata da Lupita Nyong’o, sconosciuta attrice keniana che oltre al ruolo di Elena fa anche quello di sua sorella Clitemnestra - altra forzatura di Nolan in quanto non vi è nessuna sovrapponibilità tra le due figure ma non scendiamo troppo in dettagli omerici. Il ruolo di Achille, l’eroe virile e guerriero, simbolo della forza e dell’eccellenza fisica, il semidio vulnerabile solo nel tallone, è stato affidato ad Ellen Page, l’attrice già utilizzata da Nolan in Inception che nel frattempo ha intrapreso un percorso di transizione sessuale chimica e chirurgica ed ora si presenta al pubblico come Elliot Page. Si tratta di una figura esilissima e dall’aspetto particolarmente fragile la cui scelta nel ruolo di Achille non può non essere apertamente provocatoria. Nella parte del bardo Demodoco, il cantore omerico che recita poesie epiche alla corte dei Feaci, è stato scelto il rapper afroamericano Travis Scott, unica scelta sulla quale lo stesso Nolan si è già pronunciato affermando che «il rap è l’equivalente moderno della poesia orale antica» con buona pace di tutte le considerazioni sull’«appropriazione culturale» che ci siamo sorbiti negli ultimi anni. La traduzione sulla quale Nolan si è basato per la resa cinematografica è quella di Emily Wilson, una sorta di Michela Murgia inglese che nel fornire una versione già ampiamente stroncata dai grecisti per palesi errori di traduzione, ha rivendicato l’uso militante dell’epica antica in chiave di «riscrittura dei ruoli sessuali e lotta al patriarcato».
Stabilito dunque che non andremo a vedere questo film, veniamo ora alla questione veramente interessante: perché un regista del peso di Christopher Nolan si assume un rischio economico e di carriera così alto dopo i fallimenti di The Marvels, Biancaneve, Lightyear, Strange World, Ghostbusters 2, Eternals, Charlie’s Angels e delle serie televisive The Acolyte (Star Wars), She-Hulk, Rings of Power, Velma, Willow, Batwoman, Cowboy Bebop, Santa Inc. e molti altri, per perdite stimate complessive delle «versioni woke», considerando tutto l’indotto, che si aggirano attorno ai dieci miliardi di dollari. La risposta immediata si trova nelle regole «inclusive» imposte dall’amministrazione Biden per chiunque voglia partecipare alla competizione per gli Oscar: a partire dal 2020, infatti, l’Academy ha lanciato gli «Standard di Rappresentanza e Inclusione» i quali richiedono che i film soddisfino almeno due di quattro criteri di diversità riguardanti razza, etnia, genere, orientamento sessuale e disabilità nei ruoli sullo schermo e nella squadra creativa. Un kolossal come l’Odissea non può certo pensare di essere escluso dalla corsa agli Oscar, seppure ormai l’effetto sia molto ridimensionato, e qualsiasi produzione pone come condizione la partecipazione alla gara per erogare i fondi. Ma questa ragione, sicuramente fondata, non è sufficiente per spiegare le quasi sicure perdite che potranno oscillare dall’ingente al catastrofico. Ancora una volta siamo di fronte all’enigma di Dylan Mulvaney, il trans che fu scelto come testimonial dalla birra Bud per portarla praticamente sull’orlo del fallimento.
Per comprendere queste dinamiche apparentemente assurde occorre ricordare il concetto leninista di «potenzialità rivoluzionaria dei conflitti» attorno al quale si fonda tutto il sistema di narrazione woke. Come stiamo assistendo in questi giorni il dibattito generato dall’Odissea di Nolan non è finalizzato a semplice «ragebait» o a strategie di marketing, in quanto le profondissime polarizzazioni di pubblico prodotte sono nemiche delle vendite; le evidenti e marcate provocazioni producono, invece, quell’insieme di scandalo, vittime e «discriminazioni» che giustificano l’esistenza di un apparato burocratico-ideologico il cui fine è estrarre dal corpo sociale la materia prima del risentimento e della spaccatura per alimentarsi e fornire servizi.
In pratica non esistono differenze sostanziali tra lo strame fatto dell’Odissea di Omero e le Ong di sinistra che finanziano o sostengono di nascosto gruppi come il Ku Klux Klan: entrambi creano o amplificano artificialmente il nemico necessario per giustificare la propria funzione, i propri finanziamenti e il proprio potere. Non si persegue la risoluzione ma la perpetuazione del conflitto senza il quale il Parastato gramsciano perderebbe la propria giustificazione esistenziale. Appare dunque chiaro che ogni forza produttiva, in questo caso l’industria cinematografica, può essere subordinata ai supremi interessi del Parastato. Dopodiché le perdite verranno accollate agli azionisti preservando così quell’assetto politico complessivo che ha scelto e collocato le figure apicali di quelle stesse aziende.
Cognome e nome: Panatta Adriano. Roma, 1950. «Il nostro più grande campione di tennis... dell’altro secolo».
Lo presentai così, a Niente di personale su La7, il 16 marzo 2009.
Sapendo che è sempre stato un po’ permalosetto, lo presi in contropiede con una «veronica» verbale.
Come in una baruffa tra fratelli.
Panatta ne ha tre.
Il primo, di sangue: Claudio (senza dimenticare Laura, la sorella, che «conserva più di noi le chiavi della nostra famiglia, lei per noi sarà sempre il calore della casa», così Panatta nel suo libro Più dritti che rovesci, Rizzoli 2009).
Il secondo, di sport: Paolo Bertolucci, con cui duetta su racchette e tennisti ne La telefonata, un podcast prodotto dalla Fandango di Domenico Procacci, e in Tennis Heroes su Sky. I due divertono e si divertono, anche se talvolta non se la raccontano giusta.
Vedi alla voce John McEnroe, che incontrano in doppio nel 1977.
Panatta garantisce che a prenderlo sotto gamba sia stato Bertolucci, lui replica: «Fu Adriano a uscirsene con un “Sarà il solito americano brufoloso e antipatico, un adolescente str...”. McEnroe tira una ottima "prima", io a malapena la tocco. Adriano mi guarda imbufalito, e va a rispondere a sua volta, pronto a spaccare il mondo. Solo che McEnroe gli piazza un ace. Lo giuro: mi sono buttato a terra dal ridere». E Adriano? «Mi guarda e mi fa: “Str…., è str… Però serve bene”» (così a Stefano Semeraro per La Stampa del 18 aprile 2020. Per la la cronaca: la partita fu vinta dai nostri eroi, e comunque io credo a Panatta).
Il terzo fratello, di tv, sono io: insieme, tanto per dirne una, abbiamo animato 426 puntate quotidiane (in due anni) di AhiPiroso, con Fulvio Abbate su La7.
Ma riavvolgiamo il nastro al 1976.
L’anno del magico triplete: vince gli Internazionali d’Italia, di Francia e la Coppa Davis.
Diventa numero 4 al mondo.
Nella docuserie Una squadra, regia e produzione sempre di Procacci, ha sostenuto che «il talento ha bisogno di tempo»: «Se il Papa avesse rotto i co... tutti i giorni a Michelangelo, non credo che questo grande artista avrebbe prodotto qualcosa di buono».
Lui comunque ne aveva da vendere, fin da subito.
«Ma nessuno rammenta mai che ho vinto un mondiale anche in motonautica, nell’offshore categoria Evolution», ha finto di rammaricarsi ospite del podcast Il fienile di Luca Zaia, l’ex governatore del Veneto.
Di Zaia Panatta è un estimatore, come di Mario Conte, sindaco di Treviso, città in cui si è trasferito 10 anni fa per amore dell’avvocatessa Anna Bonamigo, sposata nell’ottobre 2020, e dove ha aperto il suo circolo insieme al ceo di Generali Philippe Donnet.
Ha anche un legame profondo con il trevigiano ministro della Giustizia Carlo Nordio, amico d’infanzia di sua moglie: «La politica occupa il 10% dei discorsi con Adriano, il resto sono racconti di vita», così Nordio al Corriere della Sera il 21 agosto 2025.
Ma Panatta non era di sinistra?
Non fu lui a sfidare l’ira del regime fascista di Augusto Pinochet indossando, con Bertolucci, una fiammeggiante maglietta rossa alla finale di Coppa Davis?
Non era lui l’atleta pronto a indispettire il suo allenatore Mario Belardinelli, che si vantava di aver insegnato il tennis al Duce, presentandosi con l’Unità o il Manifesto sotto braccio?
Vero.
Ma non è mai stato un «militante» con il paraocchi.
Panatta, ipse dixit «un progressista liberale di ispirazione socialista», tendenza Pietro Nenni come da tradizione familiare (il nonno, il papà Ascenzio), è sempre stato un uomo libero di testa, autonomo e indipendente, onesto intellettualmente.
Capace di andare alla festa de La Verità come a quella del Fatto quotidiano, settembre 2024, essendo e rimanendo se stesso, senza cerchiobottismi.
A Bruno Di Marino del Manifesto il 4 giugno 2022 ha spiegato: «Belardinelli era un nostalgico di destra, però è stata la persona più onesta e perbene che abbia mai conosciuto. E io giudico il mio prossimo umanamente, senza farmi condizionare dalle sue idee politiche».
Specificando: «Mai stato comunista. Mi ha sempre fatto schifo qualsiasi forma di dittatura. Sono stato in quegli anni anche in Argentina e in Sudafrica. Dove trovai gli italiani emigrati lì più razzisti dei bianchi afrikaner. Tremendo. Dissi al capitano della squadra juniores: questi qui non li voglio più vedere, la prossima volta che mi ci porti mi salta la mosca al naso e ci litigo di brutto».
Oggi, 17 maggio, rivedremo Panatta sul campo centrale del Foro italico, invitato dalla Federtennis a premiare il vincitore della finale maschile degli Internazionali.
Il 7 giugno, poi, identica cerimonia si svolgerà a Parigi.
Anche lì Panatta consegnerà il trofeo, chiamato dalla Federazione francese: «Il suo nome, Mr. Panatta, è forever engraved, scolpito per sempre nella storia del nostro torneo».
Oggi Adrianone sa come farsi scivolare le cose addosso, e non certo per menefreghismo o per indolenza: «Ancora adesso ho un carattere impulsivo, ma con l’età credo di essere migliorato».
Il suo è un disincanto melanconico.
«Leggenda vuole che tu fossi pigro», lo sfruculiano, «avresti vinto molto di più se ti fossi applicato».
Lui ribatte: «È una leggenda, appunto. Ma comunque: sarei stato più felice? Io non ero disposto a sacrificare tutti i santi giorni della mia vita sull’altare del tennis».
Di più: «Io sono incapace di invidia e risentimento, di tennis parlo solo quando mi chiedono. Le grandi imprese dello sport non danno l’immortalità. Tutto finisce e passa. Ed è giusto che sia così» (al Corriere della Sera, 3 settembre 2023).
«La felicità dura dieci secondi, forse meno. È come una folata all’improvviso, quando non c’è vento. Pensi: bellissimo, ed è già finita. La magia non dura. Me la sono fatta bastare».
«In fondo ero solo uno che in mutande, con una “cosa” in mano, avevo rincorso una palletta. Non avevo mica inventato la penicillina».
Ecco il tratto tipico della sua indole, cemento della nostra amicizia: l’understatement, il non prendersi troppo sul serio, ma sempre impegnandosi per fare le cose seriamente.
E quindi: smontare, sminuire, sottrarre, dissacrare, demitizzare se stessi ancor prima degli altri, avendo in uggia «quelli che se la tirano». O che vogliono apparire a tutti i costi.
Panatta come il Jep Gambardella de La grande bellezza, quando alla proposta dell'ennesima intervista sbotta: «Oh Madonna mia, ormai siamo un popolo di intervistati, ma non li senti? “Come dico sempre...”, ma come dico sempre a chi?!?».
La storia di ieri ci restituisce però una fotografia meno edulcorata.
La storia di ieri ci restituisce però una fotografia meno edulcorata.
Per via di alcuni tratti caratteriali che con il tempo sono scomparsi, o che ha imparato a gestire.
Panatta come «il campione del Grillo».
Sicuro di sé al limite della spavalderia.
Piacione. Impunito. Strafottente.
Pure pronto a passare alle vie di fatto, all’epoca.
1977, Coppa Davis, finale europea a Barcellona.
Italia avanti 3 a 0.
Quarta partita: inutile e superflua.
Tra gli italiani nessuno voleva o poteva giocare, così scese in campo di nuovo lui, il numero uno.
Gli spagnoli la giudicarono una mancanza di rispetto, insultandolo. «Ah sì?», s'imbufalì il campione. «Allora adesso vi faccio contenti», cominciando a tirare colpi a tutto braccio per perdere il più velocemente possibile, regalando in mezz’ora i due set all’avversario.
Risultato? Campo e tribuna diventarono una bolgia, e mentre Panatta rientrava negli spogliatoi, un energumeno lo centrò con un cazzotto.
Panatta non ci vide più, saltò il muretto per farsi giustizia a suon di pugni in tribuna.
Stendendo perfino un italiano che era corso a dargli manforte.
Il tutto mentre il mitico Guido Oddo ai microfoni Rai commentava serafico: «Vedo Panatta spiegare il suo punto di vista ai tifosi spagnoli».
1996. Nantes, semifinale di Davis. Italiani in vantaggio 2 a 0. Ma i francesi rimontano.
Nel match decisivo l’arbitro chiama «fuori» per cinque volte consecutive altrettante palle buone per noi.
Panatta, capitano non giocatore, vede rosso: si alza e va a scuotere violentemente il seggiolone dell’arbitro. Incontro compromesso, sconfitta.
Pare che anche nei corridoi dello spogliatoio, a incontro terminato, Panatta non abbia rinunciato a scuotere l’arbitro ancora un po’ (comunque poi si è scusato).
Il suo colpo migliore rimane il sarcasmo.
Infiocina i tennisti che, iniziata la partita da due minuti, vanno subito ad asciugarsi il sudore.
O che a ogni fine set chiedono di poter andare in bagno: «Sono giovani, non dovrebbero avere problemi di prostata, chiederò una consulenza a Ciccio Graziani», tiè.
Detesta l’innovazione del dj set, la musica che parte «a palla» tra un gioco e un altro.
Così quando è a Malaga per la Davis nel novembre 2024, lo incalzo in tv: «C’è la disco-music?».
«Peggio: ci sono trombette, maracas e tamburi. Vorrei prenderli tutti, accatastarli in un angolo e poi dargli fuoco».
«Con quello che costano gli strumenti».
«Parlavo di quelli che li suonano».
Odia perfino il culto di se stesso: «Se qualcuno avesse messo in una vetrinetta in salotto le mie coppe, medaglie e targhe, l’avrei sbriciolata con una mazza ferrata».
Game. Set. Match.
Di un hombre vertical.
Il numero uno del mondo conquista gli Internazionali battendo Ruud in due set davanti al Centrale in festa e al presidente Mattarella. Nono Masters 1000 in carriera, sesto consecutivo e 34ª vittoria di fila: ora Jannik si presenta al Roland Garros da favorito anche sulla terra rossa.
Mezzo secolo dopo l’ultimo sussulto azzurro sulla terra rossa di Roma un tennista italiano torna a conquistare gli Internazionali. Nel 1976 fu Adriano Panatta. Oggi è stato Jannik Sinner a vincere il Masters 1000 di casa e lo ha fatto dominando la finale contro Casper Ruud. Una vittoria con vista su Parigi. Sei Masters 1000 consecutivi, il nono in carriera, la trentaquattresima vittoria di fila: numeri che raccontano solo in parte la superiorità mostrata dal numero uno del mondo anche sulla terra battuta, superficie che fino a poco tempo fa sembrava la meno adatta al suo tennis. Ora invece Sinner arriva al Roland Garros da uomo da battere.
Sul Centrale del Foro Italico, davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e a un pubblico interamente schierato dalla sua parte, l’altoatesino ha chiuso la pratica in due set, 6-4 6-4, dopo un’ora e quarantacinque minuti. Un successo mai realmente in discussione, nonostante un avvio complicato.
Ruud, specialista della terra e due volte finalista al Roland Garros nel 2022 e nel 2023, era partito meglio. Il norvegese aveva strappato subito il servizio a Sinner approfittando di qualche esitazione iniziale dell’azzurro, ancora contratto nei primi game. Ma la sensazione è stata immediata: appena alzato il livello, il match avrebbe preso una direzione precisa. E infatti il controbreak è arrivato subito, accompagnato da una crescita costante nelle percentuali al servizio e nella qualità degli scambi da fondo. Dal 2-0 Ruud del primo set si è passati rapidamente a un’altra partita. Sinner ha iniziato a comandare con il rovescio, ha trovato profondità con il dritto e soprattutto ha tolto ritmo al norvegese con palle corte continue, quasi una sfida tecnica oltre che tattica. Sul 4-4 è arrivato il break decisivo del primo parziale, chiuso poi a zero al servizio con la sicurezza dei più forti. Il secondo set è stato ancora più eloquente. Sinner ha strappato subito la battuta a Ruud e da quel momento ha gestito il vantaggio senza concedere quasi nulla. Il norvegese ha avuto una sola vera chance per rientrare, sul 4-3, quando si è procurato una palla break. Lì però il numero uno del mondo ha risposto come fanno i campioni: prima pesante, aggressione immediata dello scambio e occasione cancellata. Da quel momento il Centrale ha iniziato ad assaporare il momento storico. Sul 5-4 Sinner è andato a servire per il titolo e lo ha fatto senza tremare: quattro punti rapidi, braccia al cielo e festa romana. Cinquant’anni dopo Panatta, l’Italia ritrova un campione capace di vincere gli Internazionali da favorito e non da sorpresa.
La sensazione, più ancora del titolo, è che il dominio di Sinner stia diventando trasversale a ogni superficie. Ruud arrivava da un torneo eccellente, con vittorie importanti contro giocatori solidi sulla terra, ma in finale è sembrato quasi soffocato dal ritmo imposto dall’azzurro. Ogni volta che il norvegese provava ad allungare lo scambio, Sinner trovava un’accelerazione. Ogni tentativo di variazione veniva neutralizzato. L'altoatesino adesso guarda già a Parigi. Perché se negli ultimi anni il Roland Garros sembrava il territorio più difficile per il tennis di Sinner, oggi lo scenario è cambiato. Complice anche l'assenza già annunciata di Carlos Alcaraz, l’azzurro arriva allo Slam francese da numero uno del mondo, da dominatore del circuito e soprattutto con la sensazione di avere ormai aggiunto anche la terra al proprio repertorio.
Due Procure della Repubblica, di Treviso e di Belluno, hanno avviato dei processi per il mancato utilizzo di mascherine in epoca Covid, sapendo già che i fatti non erano previsti dalla legge come reato.
Erano solo illeciti amministrativi, bastava un’ammenda disposta ad esempio dal prefetto e notificata attraverso un verbale. Ha dovuto intervenire la Cassazione, e a Belluno un giudice che conosce il Codice penale, annullando i capi di imputazione perché «per la legge il fatto non è reato».
Intanto, due cittadini sono stati sotto procedimento penale quattro anni prima di essere assolti, spendendo soldi in avvocati e rovinandosi la vita. «I procedimenti non dovevano nemmeno essere avviati, i miei assistiti non dovevano neppure essere iscritti nel registro degli indagati», commenta l’avvocato Alberto Poli, che adesso chiederà allo Stato il pagamento di quanto hanno dovuto ingiustamente sborsare.
La Cassazione è intervenuta nel ricorso presentato contro la condanna alla pena pecuniaria di 150 euro, inflitta il 21 marzo 2025 dal giudice di Treviso Laura Contini a un professore di storia e di latino di Rovigo, Moreno Ferrari, per il reato dell’articolo 650 del Codice penale, che punisce l’inosservanza dei provvedimenti dell’autorità. Il professore, il 19 giugno 2021, in qualità di organizzatore di una manifestazione sulle politiche per il contenimento dell’emergenza sanitaria, non avrebbe osservato le prescrizioni imposte dal questore della provincia di Treviso.
«Ometteva di avvisare i partecipanti con ogni mezzo a propria disposizione del divieto di assembramento e dell’obbligo dell’uso dei dispositivi di protezione delle vie respiratorie». Ferrari aveva fatto appello, convertito in ricorso in Cassazione. Gli Ermellini l’hanno ritenuto fondato, disponendo l’annullamento «senza rinvio» della sentenza impugnata «perché il fatto non è previsto dalla legge come reato».
I giudici della Suprema Corte ricordano, infatti, che la disposizione dell’art. 3, comma 4, del decreto legge 23 febbraio 2020 che qualificava reato punibile ai sensi dell’art. 650 c.p. il mancato rispetto delle misure di contenimento emanate per fronteggiare lo stato di emergenza dovuto alla diffusione del Covid-19 «è stata sostituita dall’art. 4, comma 1, del d.l. 25 marzo 2020, n.19, in vigore dal giorno successivo e convertito con modificazioni dalla legge 22 maggio 2020, n.35, che ha depenalizzato, trasformandola in illecito amministrativo, la condotta di mancato rispetto delle citate misure di contenimento».
Ma il pm di Treviso, Daniela Brunetti, e il giudice Contini non sapevano che non è reato? Perché hanno avviato un processo, con diverse udienze e perché si è arrivati a una sentenza di condanna? Se la legge del 2020 stabiliva che «le disposizioni del presente articolo che sostituiscono sanzioni penali con sanzioni amministrative si applicano anche alle violazioni commesse anteriormente alla data di entrata in vigore del presente decreto», figuriamoci se non andava depenalizzato quanto sarebbe stato commesso un anno dopo, a giugno 2021.
La Cassazione non si limita a sottolineare che Procura e tribunale hanno preso un abbaglio, ma aggiunge che «è, peraltro, consolidato l’orientamento di questa Corte, al di là dell’esplicita previsione normativa ora illustrata, che la contravvenzione di cui all’art. 650 cod. penale, anche per l’espressa clausola di sussidiarietà, può ritenersi integrata solo qualora la condotta contestata sia relativa alla violazione di provvedimenti emessi per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica o d’ordine pubblico o di igiene legittimamente adottati rispetto a situazioni non previste da una norma specifica, mentre va esclusa la sua applicazione per l’inottemperanza ad ordinanze applicative di leggi o regolamenti considerato che in queste ipotesi l’omissione è sanzionata, come il caso in esame, in via amministrativa».
Giudice e pm bocciati in pieno, ma intanto un cittadino ha dovuto subire un processo e presentare ricorso contro una sentenza assurda, che nemmeno riconosceva le attenuanti generiche. Senza contare che non era compito del professore far rispettare ai partecipanti l’utilizzo della mascherina (li aveva comunque avvertiti) e che egli godeva di un’esenzione terapeutica.
Per fortuna, a Belluno, il giudice Domenico Riposati è arrivato alle stesse conclusioni della Cassazione, ritenendo in primo grado che ciò di cui era imputata una mamma «non è reato». Patrizia Baldovin, il 14 febbraio 2022 aveva chiesto di non far indossare la mascherina al bimbo più piccolo che allora frequentava la terza elementare. Davanti al rifiuto della scuola, li aveva riportati a casa ma anche alla signora è stata imputata la violazione dell’art. 650 c.p.
La condotta penalmente perseguibile sarebbe consistita nell’aver accompagnato i figli minorenni presso un istituto scolastico senza dispositivi di protezione delle vie respiratorie, in violazione dell’ordinanza ministeriale dell’8 febbraio 2022 emanata per ragioni di igiene e sanità pubblica. Ma sempre la legge 35 del 2020 riportata dalla Cassazione, «escludeva l’applicazione dell’art. 650 per le violazioni delle misure di contenimento Covid-19, prevedendo, invece, una sanzione amministrativa pecuniaria», ribadisce l’avvocato Poli.
Si trattava di un illecito amministrativo, il giudice di Belluno ad aprile di quest’anno ha assolto la mamma ma la domanda rimane la stessa: perché si è messo in piedi un processo penale sapendo che non si trattava di un reato?

