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2023-09-03
Euro 5, pronto il decreto anti blocco, ma Firenze parte con altri divieti
Getty Images
I lavoratori del Torinese, che per portare il pane a casa sono costretti a usare la macchina, forse possono tirare un sospiro di sollievo. Stando a una nota dei vertici regionali di Fratelli d’Italia, citata dalla Tgr Rai, il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, insieme a Raffaele Fitto, responsabile degli Affari europei, «nel prossimo Consiglio dei ministri presenteranno un decreto» per rinviare di due anni «il blocco dei motori diesel Euro 5», che doveva scattare il 15 settembre nel capoluogo e in un’altra settantina di Comuni della zona metropolitana.
Dunque, dovrebbero aver portato i suoi frutti l’attività congiunta dei tre dicasteri interessati - incluso quello dei Trasporti, retto da Matteo Salvini, visto che la Lega, per prima, aveva storto il muso dinanzi alla prospettiva dell’eco-mannaia sulle vetture - e il confronto istituzionale con la Regione, guidata dal forzista Alberto Cirio.
Il provvedimento è atteso nel prossimo cdm, ancora da fissare, benché fonti dell’assessorato dichiarino di non avere in mano alcuna bozza. L’altro giorno, il titolare piemontese della Semplificazione, il meloniano Maurizio Marrone, aveva già salutato con soddisfazione le mosse dell’esecutivo, che ha ascoltato «la richiesta di Fdi di cercare una soluzione al blocco degli Euro 5». Agli annunci stanno seguendo i fatti.
La contestata norma era stata pensata sulla scorta di una sentenza della Corte Ue, che nel 2022 aveva condannato l’Italia per non aver rispettato, «in modo sistematico e continuato», dal 2010 al 2018, il valore limite annuale di biossido di azoto nelle aree urbane di Torino, Milano, Bergamo. Brescia, Genova, Firenze e Roma; e, per periodi più ridotti, a Catania e nelle zone industriali della provincia di Reggio Emilia. La Commissione aveva chiesto al tribunale di dichiarare che l’Italia non rispettava la direttiva del 2008 sulla qualità dell’aria, avendo essa consentito il superamento dei 40 microgrammi per metro cubo di gas, e che non aveva adottato, dall’11 giugno 2011, misure per mantenere le emissioni entro i valori consentiti.
Ora, l’intervento del governo dovrebbe salvare 650.000 macchine, con motori dall’Euro 5 in giù, nonché i motocicli Euro 1. In un territorio nel quale circa 300.000 veicoli erano già stati costretti a rimanere in garage da precedenti restrizioni, a fronte di 1,6 milioni di automobili che circolano nell’intera provincia di Torino. Il tipico effetto delle strette green: dovrebbero essere congegnate per salvare il pianeta e migliorare la qualità della vita delle persone; nel frattempo, finiscono per rovinarla ai lavoratori e ai ceti in difficoltà. A chi campa con stipendi modesti, eppure, dopo aver sborsato decine di migliaia di euro, solo pochi anni fa, per acquistare vetture all’avanguardia anche dal punto di vista ecologico, dovrebbe mettere di nuovo mano al portafoglio e svenarsi per un mezzo a batteria. Proprio mentre gli eurocrati prendono di mira le case, con la direttiva che impone gli adeguamenti energetici.
L’elettrificazione totale non solo è impraticabile, poiché le fonti pulite non basteranno mai a produrre abbastanza energia da soddisfare i futuri fabbisogni; non solo ci espone a pericolose dipendenze da un rivale strategico come la Cina, che sta monopolizzando la produzione dei sistemi di alimentazione delle macchine, dei pannelli solari e delle pale eoliche; essa viene snobbata persino dai consumatori. L’agenzia Bloomberg ha appena certificato che, nei Paesi europei, si sta assistendo a un’impennata nella domanda di carburanti tradizionali. E c’è una beffa ulteriore: stando alle rilevazioni, i proprietari dei mezzi ibridi, per alimentarli, stanno ricorrendo prevalentemente alla benzina, piuttosto che alla corrente.
Certo, per gli utenti del Torinese, l’arrivo della tagliola ambientale non è scongiurato; è solamente rimandato. E poi rimangono le preoccupazioni per il destino della privacy di chi si mette al volante.
Prima o poi, per attuare concretamente i blocchi, in Piemonte e altrove, occorrerà allestire una rete di telecamere e sensori. Intanto, la Regione invita i guidatori a installare scatole nere nell’abitacolo. Sarà come disseminare una serie di fauci elettroniche, pronte a un pantagruelico banchetto di dati, che con le regole più lasche sull’interoperabilità, varate da Mario Draghi, potrebbero essere utilizzati da altri settori della pubblica amministrazione, magari per controlli fiscali. O per valutare le «impronte ecologiche» individuali: sublimazione ambientalista del vecchio passaporto vaccinale.
Un tempo, il pericolo più grande, per citare Giulio Andreotti, era che i verdi si rivelassero identici ai cocomeri: rossi dentro. Ormai, i talebani del clima hanno fatto il salto di qualità. Se gratti la scorza, vedi spuntare la deindustrializzazione e il depauperamento delle classi medie. Se raschi ancora, ti ritrovi il Grande fratello.
A Firenze si tira dritto sui divieti. Fuori i diesel dalla circonvallazione
Mentre i riflettori erano tutti puntati su Torino, venerdì a Firenze il sindaco Dario Nardella ha fatto scattare il blocco per le auto e i furgoni diesel Euro 5, che coinvolge anche i veicoli di categoria immatricolati tra il 2012 e il 2014 (sono circa 1.400 auto, 800 di fiorentini e 600 di non fiorentini), oltre a quelli immatricolati dal 2009 al 2011 della prima fase, già partita nei mesi scorsi. Nel capoluogo toscano, i diesel Euro 5 sono 19.564 su un parco di 200.000 auto; in tutta la provincia, invece, come fa sapere l’Aci, sono 60.000 rispetto a quasi 800.000 vetture circolanti. Pochi, rispetto alle cifre relative ai Comuni della provincia di Torino. Ma ciò non significa che il provvedimento sia meno impattante, anzi. E per questo va rivisto. Il centro storico di Firenze è già a traffico limitato e ora si va ad allargare di fatto la ztl, limitando un tratto di circolazione sui viali che, per chi conosce la città, sono un nodo nevralgico della viabilità. Il divieto, in vigore dal lunedì al venerdì dalle 8.30 alle 18.30, interessa, infatti, le stesse direttrici dove si trovano le centraline Arpat per la rilevazione delle polveri sottili vietate dallo scorso giugno alle 6.000 auto del 2009-2011: i viali di circonvallazione dalla Fortezza a viale Giovane Italia (incrocio con via Ghibellina) e, nella direzione opposta, da viale Amendola (incrocio con via Fra’ Giovanni Angelico) fino a piazza della Libertà. A controllare il rispetto dell’ordinanza sono state inviate sul campo diverse pattuglie della municipale con posti di blocco e pronti a sanzionare i trasgressori. Chi ha un diesel Euro 5 immatricolato fino al 2014 deve, quindi, cambiare strada.L’opposizione ha già bocciato il provvedimento, definendolo «figlio di un approccio ideologico alle questioni ambientali», ha dichiarato il capogruppo di Fdi in Regione, Francesco Torselli, sottolineando che Comune e Regione hanno proseguito in questa direzione nonostante i livelli di biossido di azoto si siano ridotti sui viali fiorentini. «La Regione poteva avviare un confronto tecnico e costruttivo con il ministero delle Infrastrutture al fine di trovare soluzioni di altra natura che venissero incontro alle esigenze di cittadini e lavoratori. Questo è ciò che sta facendo, ad esempio, il Piemonte, ma la Toscana non ha pensato neanche per un minuto di lavorare in questo senso», aggiunge Torselli. Anche per il consigliere regionale della Lega, Giovanni Galli, prima di prendere provvedimenti restrittivi, «ci doveva essere una doverosa pianificazione. Invece, come al solito, l’amministrazione Nardella opera in modo dilettantesco, precludendo, ad esempio, l’accesso a chi, per lavoro, come i corrieri, deve necessariamente accedere in quell’area non avendo, magari, un mezzo autorizzato a farlo. Si obbligano, poi, i cittadini a dotarsi di auto nuove con naturali e cospicui esborsi che molti non si possono permettere. Riguardo agli autobus, sia in servizio urbano che extraurbano o quelli turistici, sono tutti davvero idonei? In pratica, dunque, si prendono iniziative, senza proporre, però, delle valide alternative a chi, dal primo settembre, dovrà utilizzare l’auto nell’area in questione», aggiunge l’esponente della Lega.Quasi in difesa della misura, sono invece scese in campo le associazioni di categoria. Per Confartigianato, «collaborando e dialogando in questi mesi, siamo riusciti ad ammortizzare i possibili effetti negativi del provvedimento, tenendo insieme le necessità delle imprese e gli obiettivi ambientali», ha detto il responsabile del settore Trasporto, Renzo Nibbi. Giacomo Cioni, presidente di Cna Firenze, si limita a parlare di ordinanza «non certo indolore, ma recepisce alcune misure che abbiamo richiesto», mentre Confesercenti si augura che nei prossimi mesi arrivino nuovi bandi che consentano di incentivare l’acquisto di mezzi meno inquinanti, usati e nuovi anche termici (Euro 6 benzina e diesel). Insomma, ci si accontenta del fatto che al provvedimento si accompagna l’estensione dei bandi per gli incentivi alla sostituzione del parco auto, che sono stati prorogati fino a fine ottobre 2023, con possibilità di rendicontazione delle spese sostenute fino all’ultimo giorno del 2024. E delle deroghe, che non cambiano con i nuovi blocchi, come per esempio quelle per residenti, invalidi o per aziende che effettuano interventi di urgenza. Quanto basta per tenere buone le associazioni locali. Meno, i fiorentini e chi risiede nei Comuni della «cintura» ma deve raggiungere il capoluogo per lavoro. Senza dimenticare che, tra pochi giorni, riapriranno le scuole. In questo modo si costringono economicamente centinaia di aziende e famiglie a dover cambiare auto e furgoncini, senza avere incentivi economici reali, in un momento difficile come quello attuale.
Col green i ricchi si fanno la riserva
Partendo dal presupposto che se una cosa non serve per quello che dice allora forse serve per quello che non dice, si può cercare di interpretare i reali motivi che spingono la «rivoluzione green» in tutto il mondo Occidentale. I paradossi sono molti e sotto gli occhi di tutti: la parte di mondo che produce meno emissioni deve deindustrializzare il proprio sistema produttivo mentre la parte che produce più emissioni le aumenta. Vengono richiesti alle persone sacrifici economici ingenti a fronte di risultati ipotetici e temporalmente non collocabili, appellandosi a principi etici e all’argomento delle «buone intenzioni». A ciò si aggiunga l’intrinseca impossibilità del raggiungimento degli obiettivi: se tutti gli europei acquistassero le macchine elettriche non ci sarebbe abbastanza energia per farle funzionare e in ogni caso verrebbe prodotta da centrali a combustibili fossili. Tutte queste considerazioni non sono ipotesi, sono meri dati di fatto. Veniamo ora alle ipotesi interpretative. E se l’obiettivo della «rivoluzione green» non fosse altro che creare le condizioni per far accettare la definitiva e netta differenziazione degli spazi urbani in zone per ricchi e zone per poveri, in città per ricchi e città per poveri? Criminalità diffusa, sfaldamento del tessuto sociale e peggioramento oggettivo delle condizioni di vita hanno ormai raggiunto livelli insostenibili in molte realtà urbane: dalle zombie zones di San Francisco alle banlieue di Parigi, dalle sharia courts a Londra alle no-go zones di Stoccolma, sino alle condizioni di pericolo diffuso a Milano o alla oggettiva e permanente ridestinazione territoriale di luoghi quali Lampedusa, a vacillare è il concetto stesso di vivibilità, oltre che di valore immobiliare. Da anni negli Stati Uniti esistono, in molte città, interi quartieri ad accesso limitato ai residenti, sorvegliati da servizi d’ordine privati e dotati delle più lussuose e innovative soluzioni abitative. Si tratta sempre dell’eterno concetto di «castello» e di difesa dalle minacce dei barbari o dei predoni, solo che non si può dire perché nel frattempo ci siamo messi a credere nel dio Progresso. Le attuali condizioni di vita urbana costringono i ricchi a differenziare sempre più le aree ma per farlo occorre utilizzare una narrazione già accettata e nota a tutti: la favola della ztl. Le zone a traffico limitato dei centri delle città creano, attraverso lo strumento reale della diminuzione del traffico e lo strumento fittizio del miglioramento della qualità dell’aria, una condizione di oggettiva divisione tra ricchi e poveri, tra zone più vivibili e zone meno vivibili, tra zone ad alto valore immobiliare e zone a mercato immobiliare praticamente assente. Una tale divisione di casta, inaccettabile per i canoni ideologici della sinistra ma oggettivamente necessaria per consentire all’elettorato della sinistra chic di mandare i figli a scuola senza guardie del corpo, non può essere imposta dicendo la verità, occorre una narrazione accettata da tutti e basata su obiettivi altamente etici, e quale migliore obiettivo esistenziale, per uno che può accettare il concetto di trascendenza solo se questo assume i connotati panteisti del «bene del pianeta» o da moralismo immanentista del «bene delle generazioni future», se non quello di «contrastare l’apocalisse climatica»? Gli indiscriminati espropri di Maui e le spregiudicate acquisizioni di Solano - la nuova città che dovrebbe sorgere in California, supertecnologica, supergreen e solo per ricchissimi - ci suggeriscono il vero obiettivo di tutta la narrazione green giustificando al contempo tutti i cortocircuiti logici basati sull’idea che per inquinare di meno bisogna produrre e vendere tantissime cose nuove, dalla produzione inquinante, costosissime e dall’utilità ipotetica. Un miliardario che vive nella sua città privata non avrà certo il problema di rifare il cappotto termico ogni anno o di aggiornare i pannelli solari ogni due anni se queste spese gli consentiranno di tenere lontani i poveri, gli immigrati e i criminali dal suo mondo di lusso domotico, un mondo nel quale l’aspetto green sarà solo l’ultimo dei vantaggi ed emergerà finalmente nella sua vera luce di accessorio di lusso.
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In una nota, i vertici piemontesi di Fdi annunciano che i ministri Gilberto Pichetto Fratin e Raffaele Fitto presenteranno, in cdm, una norma che sposta di due anni il blocco di 650.000 auto nel Torinese. Proprio mentre, nel continente, la domanda di carburanti tradizionali s’impenna. Il dem Dario Nardella conferma l’allargamento della zona a traffico limitato, che colpirà almeno 1.400 macchine. Insorge l’opposizione: «Approccio ideologico». Gli esercenti chiedono incentivi per l’acquisto di mezzi nuovi. Blindate le ztl, ora la rivoluzione ecologica, spacciata per dovere morale, serve a espellere i meno abbienti dalle città. Separando il centro privilegiato dai sobborghi. Lo speciale contiene tre articoli. I lavoratori del Torinese, che per portare il pane a casa sono costretti a usare la macchina, forse possono tirare un sospiro di sollievo. Stando a una nota dei vertici regionali di Fratelli d’Italia, citata dalla Tgr Rai, il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, insieme a Raffaele Fitto, responsabile degli Affari europei, «nel prossimo Consiglio dei ministri presenteranno un decreto» per rinviare di due anni «il blocco dei motori diesel Euro 5», che doveva scattare il 15 settembre nel capoluogo e in un’altra settantina di Comuni della zona metropolitana. Dunque, dovrebbero aver portato i suoi frutti l’attività congiunta dei tre dicasteri interessati - incluso quello dei Trasporti, retto da Matteo Salvini, visto che la Lega, per prima, aveva storto il muso dinanzi alla prospettiva dell’eco-mannaia sulle vetture - e il confronto istituzionale con la Regione, guidata dal forzista Alberto Cirio. Il provvedimento è atteso nel prossimo cdm, ancora da fissare, benché fonti dell’assessorato dichiarino di non avere in mano alcuna bozza. L’altro giorno, il titolare piemontese della Semplificazione, il meloniano Maurizio Marrone, aveva già salutato con soddisfazione le mosse dell’esecutivo, che ha ascoltato «la richiesta di Fdi di cercare una soluzione al blocco degli Euro 5». Agli annunci stanno seguendo i fatti. La contestata norma era stata pensata sulla scorta di una sentenza della Corte Ue, che nel 2022 aveva condannato l’Italia per non aver rispettato, «in modo sistematico e continuato», dal 2010 al 2018, il valore limite annuale di biossido di azoto nelle aree urbane di Torino, Milano, Bergamo. Brescia, Genova, Firenze e Roma; e, per periodi più ridotti, a Catania e nelle zone industriali della provincia di Reggio Emilia. La Commissione aveva chiesto al tribunale di dichiarare che l’Italia non rispettava la direttiva del 2008 sulla qualità dell’aria, avendo essa consentito il superamento dei 40 microgrammi per metro cubo di gas, e che non aveva adottato, dall’11 giugno 2011, misure per mantenere le emissioni entro i valori consentiti. Ora, l’intervento del governo dovrebbe salvare 650.000 macchine, con motori dall’Euro 5 in giù, nonché i motocicli Euro 1. In un territorio nel quale circa 300.000 veicoli erano già stati costretti a rimanere in garage da precedenti restrizioni, a fronte di 1,6 milioni di automobili che circolano nell’intera provincia di Torino. Il tipico effetto delle strette green: dovrebbero essere congegnate per salvare il pianeta e migliorare la qualità della vita delle persone; nel frattempo, finiscono per rovinarla ai lavoratori e ai ceti in difficoltà. A chi campa con stipendi modesti, eppure, dopo aver sborsato decine di migliaia di euro, solo pochi anni fa, per acquistare vetture all’avanguardia anche dal punto di vista ecologico, dovrebbe mettere di nuovo mano al portafoglio e svenarsi per un mezzo a batteria. Proprio mentre gli eurocrati prendono di mira le case, con la direttiva che impone gli adeguamenti energetici. L’elettrificazione totale non solo è impraticabile, poiché le fonti pulite non basteranno mai a produrre abbastanza energia da soddisfare i futuri fabbisogni; non solo ci espone a pericolose dipendenze da un rivale strategico come la Cina, che sta monopolizzando la produzione dei sistemi di alimentazione delle macchine, dei pannelli solari e delle pale eoliche; essa viene snobbata persino dai consumatori. L’agenzia Bloomberg ha appena certificato che, nei Paesi europei, si sta assistendo a un’impennata nella domanda di carburanti tradizionali. E c’è una beffa ulteriore: stando alle rilevazioni, i proprietari dei mezzi ibridi, per alimentarli, stanno ricorrendo prevalentemente alla benzina, piuttosto che alla corrente.Certo, per gli utenti del Torinese, l’arrivo della tagliola ambientale non è scongiurato; è solamente rimandato. E poi rimangono le preoccupazioni per il destino della privacy di chi si mette al volante. Prima o poi, per attuare concretamente i blocchi, in Piemonte e altrove, occorrerà allestire una rete di telecamere e sensori. Intanto, la Regione invita i guidatori a installare scatole nere nell’abitacolo. Sarà come disseminare una serie di fauci elettroniche, pronte a un pantagruelico banchetto di dati, che con le regole più lasche sull’interoperabilità, varate da Mario Draghi, potrebbero essere utilizzati da altri settori della pubblica amministrazione, magari per controlli fiscali. O per valutare le «impronte ecologiche» individuali: sublimazione ambientalista del vecchio passaporto vaccinale. Un tempo, il pericolo più grande, per citare Giulio Andreotti, era che i verdi si rivelassero identici ai cocomeri: rossi dentro. Ormai, i talebani del clima hanno fatto il salto di qualità. Se gratti la scorza, vedi spuntare la deindustrializzazione e il depauperamento delle classi medie. Se raschi ancora, ti ritrovi il Grande fratello.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lo-stop-agli-euro-5-2664842942.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-firenze-si-tira-dritto-sui-divieti-fuori-i-diesel-dalla-circonvallazione" data-post-id="2664842942" data-published-at="1693749536" data-use-pagination="False"> A Firenze si tira dritto sui divieti. 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Il centro storico di Firenze è già a traffico limitato e ora si va ad allargare di fatto la ztl, limitando un tratto di circolazione sui viali che, per chi conosce la città, sono un nodo nevralgico della viabilità. Il divieto, in vigore dal lunedì al venerdì dalle 8.30 alle 18.30, interessa, infatti, le stesse direttrici dove si trovano le centraline Arpat per la rilevazione delle polveri sottili vietate dallo scorso giugno alle 6.000 auto del 2009-2011: i viali di circonvallazione dalla Fortezza a viale Giovane Italia (incrocio con via Ghibellina) e, nella direzione opposta, da viale Amendola (incrocio con via Fra’ Giovanni Angelico) fino a piazza della Libertà. A controllare il rispetto dell’ordinanza sono state inviate sul campo diverse pattuglie della municipale con posti di blocco e pronti a sanzionare i trasgressori. Chi ha un diesel Euro 5 immatricolato fino al 2014 deve, quindi, cambiare strada.L’opposizione ha già bocciato il provvedimento, definendolo «figlio di un approccio ideologico alle questioni ambientali», ha dichiarato il capogruppo di Fdi in Regione, Francesco Torselli, sottolineando che Comune e Regione hanno proseguito in questa direzione nonostante i livelli di biossido di azoto si siano ridotti sui viali fiorentini. «La Regione poteva avviare un confronto tecnico e costruttivo con il ministero delle Infrastrutture al fine di trovare soluzioni di altra natura che venissero incontro alle esigenze di cittadini e lavoratori. Questo è ciò che sta facendo, ad esempio, il Piemonte, ma la Toscana non ha pensato neanche per un minuto di lavorare in questo senso», aggiunge Torselli. Anche per il consigliere regionale della Lega, Giovanni Galli, prima di prendere provvedimenti restrittivi, «ci doveva essere una doverosa pianificazione. Invece, come al solito, l’amministrazione Nardella opera in modo dilettantesco, precludendo, ad esempio, l’accesso a chi, per lavoro, come i corrieri, deve necessariamente accedere in quell’area non avendo, magari, un mezzo autorizzato a farlo. Si obbligano, poi, i cittadini a dotarsi di auto nuove con naturali e cospicui esborsi che molti non si possono permettere. Riguardo agli autobus, sia in servizio urbano che extraurbano o quelli turistici, sono tutti davvero idonei? In pratica, dunque, si prendono iniziative, senza proporre, però, delle valide alternative a chi, dal primo settembre, dovrà utilizzare l’auto nell’area in questione», aggiunge l’esponente della Lega.Quasi in difesa della misura, sono invece scese in campo le associazioni di categoria. Per Confartigianato, «collaborando e dialogando in questi mesi, siamo riusciti ad ammortizzare i possibili effetti negativi del provvedimento, tenendo insieme le necessità delle imprese e gli obiettivi ambientali», ha detto il responsabile del settore Trasporto, Renzo Nibbi. Giacomo Cioni, presidente di Cna Firenze, si limita a parlare di ordinanza «non certo indolore, ma recepisce alcune misure che abbiamo richiesto», mentre Confesercenti si augura che nei prossimi mesi arrivino nuovi bandi che consentano di incentivare l’acquisto di mezzi meno inquinanti, usati e nuovi anche termici (Euro 6 benzina e diesel). Insomma, ci si accontenta del fatto che al provvedimento si accompagna l’estensione dei bandi per gli incentivi alla sostituzione del parco auto, che sono stati prorogati fino a fine ottobre 2023, con possibilità di rendicontazione delle spese sostenute fino all’ultimo giorno del 2024. E delle deroghe, che non cambiano con i nuovi blocchi, come per esempio quelle per residenti, invalidi o per aziende che effettuano interventi di urgenza. Quanto basta per tenere buone le associazioni locali. Meno, i fiorentini e chi risiede nei Comuni della «cintura» ma deve raggiungere il capoluogo per lavoro. Senza dimenticare che, tra pochi giorni, riapriranno le scuole. In questo modo si costringono economicamente centinaia di aziende e famiglie a dover cambiare auto e furgoncini, senza avere incentivi economici reali, in un momento difficile come quello attuale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lo-stop-agli-euro-5-2664842942.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="col-green-i-ricchi-si-fanno-la-riserva" data-post-id="2664842942" data-published-at="1693749536" data-use-pagination="False"> Col green i ricchi si fanno la riserva Partendo dal presupposto che se una cosa non serve per quello che dice allora forse serve per quello che non dice, si può cercare di interpretare i reali motivi che spingono la «rivoluzione green» in tutto il mondo Occidentale. I paradossi sono molti e sotto gli occhi di tutti: la parte di mondo che produce meno emissioni deve deindustrializzare il proprio sistema produttivo mentre la parte che produce più emissioni le aumenta. Vengono richiesti alle persone sacrifici economici ingenti a fronte di risultati ipotetici e temporalmente non collocabili, appellandosi a principi etici e all’argomento delle «buone intenzioni». A ciò si aggiunga l’intrinseca impossibilità del raggiungimento degli obiettivi: se tutti gli europei acquistassero le macchine elettriche non ci sarebbe abbastanza energia per farle funzionare e in ogni caso verrebbe prodotta da centrali a combustibili fossili. Tutte queste considerazioni non sono ipotesi, sono meri dati di fatto. Veniamo ora alle ipotesi interpretative. E se l’obiettivo della «rivoluzione green» non fosse altro che creare le condizioni per far accettare la definitiva e netta differenziazione degli spazi urbani in zone per ricchi e zone per poveri, in città per ricchi e città per poveri? Criminalità diffusa, sfaldamento del tessuto sociale e peggioramento oggettivo delle condizioni di vita hanno ormai raggiunto livelli insostenibili in molte realtà urbane: dalle zombie zones di San Francisco alle banlieue di Parigi, dalle sharia courts a Londra alle no-go zones di Stoccolma, sino alle condizioni di pericolo diffuso a Milano o alla oggettiva e permanente ridestinazione territoriale di luoghi quali Lampedusa, a vacillare è il concetto stesso di vivibilità, oltre che di valore immobiliare. Da anni negli Stati Uniti esistono, in molte città, interi quartieri ad accesso limitato ai residenti, sorvegliati da servizi d’ordine privati e dotati delle più lussuose e innovative soluzioni abitative. Si tratta sempre dell’eterno concetto di «castello» e di difesa dalle minacce dei barbari o dei predoni, solo che non si può dire perché nel frattempo ci siamo messi a credere nel dio Progresso. Le attuali condizioni di vita urbana costringono i ricchi a differenziare sempre più le aree ma per farlo occorre utilizzare una narrazione già accettata e nota a tutti: la favola della ztl. Le zone a traffico limitato dei centri delle città creano, attraverso lo strumento reale della diminuzione del traffico e lo strumento fittizio del miglioramento della qualità dell’aria, una condizione di oggettiva divisione tra ricchi e poveri, tra zone più vivibili e zone meno vivibili, tra zone ad alto valore immobiliare e zone a mercato immobiliare praticamente assente. Una tale divisione di casta, inaccettabile per i canoni ideologici della sinistra ma oggettivamente necessaria per consentire all’elettorato della sinistra chic di mandare i figli a scuola senza guardie del corpo, non può essere imposta dicendo la verità, occorre una narrazione accettata da tutti e basata su obiettivi altamente etici, e quale migliore obiettivo esistenziale, per uno che può accettare il concetto di trascendenza solo se questo assume i connotati panteisti del «bene del pianeta» o da moralismo immanentista del «bene delle generazioni future», se non quello di «contrastare l’apocalisse climatica»? Gli indiscriminati espropri di Maui e le spregiudicate acquisizioni di Solano - la nuova città che dovrebbe sorgere in California, supertecnologica, supergreen e solo per ricchissimi - ci suggeriscono il vero obiettivo di tutta la narrazione green giustificando al contempo tutti i cortocircuiti logici basati sull’idea che per inquinare di meno bisogna produrre e vendere tantissime cose nuove, dalla produzione inquinante, costosissime e dall’utilità ipotetica. Un miliardario che vive nella sua città privata non avrà certo il problema di rifare il cappotto termico ogni anno o di aggiornare i pannelli solari ogni due anni se queste spese gli consentiranno di tenere lontani i poveri, gli immigrati e i criminali dal suo mondo di lusso domotico, un mondo nel quale l’aspetto green sarà solo l’ultimo dei vantaggi ed emergerà finalmente nella sua vera luce di accessorio di lusso.
Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
Da militare quando ha denunciato il pericolo di esporre i nostri soldati alla contaminazione dei proiettili in cui erano presenti particelle di uranio impoverito: siccome gli alti vertici non la seguirono nell’esposto, lei non ha avuto timore di scontrarsi con i superiori. E sempre indossando una divisa non ha tenuto la lingua a freno neppure quando le è venuto l’estro di scrivere un pamphlet che già nel titolo - Il mondo al contrario - prometteva di rovesciare la prospettiva con cui si guardano la politica e la società. Pochi avrebbero avuto il coraggio di scrivere un libro parlando in maniera schietta di immigrazione, di cancel culture, woke e lobby Lgbt. Per di più, da generale lei si è preso la libertà di mettere nero su bianco quel che pensava senza interpellare le alte sfere dell’esercito. Il che, considerando la sua formazione militare, è piuttosto sorprendente.
Io non so se lei avesse pianificato tutto, se cioè avesse progettato fin dall’inizio di scrivere un saggio per trasformarlo in un trampolino di lancio in politica. Né sono informato di un possibile aiuto esterno, come ogni tanto qualcuno lascia intendere.
Di certo c’è che quando uscì Il mondo al contrario nessuno ha pensato che fosse un manifesto e che preludesse a una sua discesa in campo. Ma lei, nonostante i tentativi di fermarla, ha tirato diritto, candidandosi al Parlamento europeo con la Lega.
Dopo le elezioni, ovviamente nessuno ha immaginato che lei potesse fare un partito. Molti hanno pensato che si sarebbe accontentato di quel che aveva conquistato, facendo man bassa di voti e strappando l’incarico di vicesegretario del partito di Matteo Salvini. Adesso però lei vuol fondare una sua formazione, anzi l’ha fatto e ieri è sceso da quello che ai tempi di Umberto Bossi era definito il Carroccio. D’ora in poi ballerà da solo. Anche questo si capisce: chi è abituato al comando non è certo intenzionato a dividerlo né a stare nelle retrovie. In fondo, lei è uscito dai ranghi quando la sistemarono in un bell’ufficio a Firenze a occuparsi di mappe geografiche e scartoffie. Dunque si figuri se io non comprendo che lei abbia voglia di combattere e di conquistare il potere come un tempo provava a espugnare certi avamposti. Però la politica non è un reggimento. E un partito non è un corpo di incursori che deve penetrare in territorio nemico. Probabilmente lei si sentiva isolato dentro la Lega, anche perché alcuni colonnelli avevano marcato il territorio, segnando la distanza che la separava dalla nomenclatura del partito. Si è sentito un corpo estraneo, un innesto rigettato, e dunque ha deciso di andare per la sua strada. Ribadisco: i motivi sono comprensibilissimi.
Tuttavia, mi preme dirle una cosa. Uscendo dalla Lega lei rischia di fare il gioco di quella sinistra che tanto detesta. Lo so che lei pensa di far crescere la sua nuova formazione ben oltre il 3 per cento che oggi i giornali le attribuiscono. Ho letto che mira addirittura al 20 per cento, cosa che io le auguro. Però, a prescindere da quanti voti lei potrebbe conquistare, il pericolo è che non vadano a unirsi a quelli raccolti dal centrodestra, ma si sottraggano all’attuale coalizione. Al che lei sarebbe libero di dire e fare ciò che vuole, senza più dover rendere conto a nessuno, ma a finire male sarebbe l’Italia se alle prossime elezioni si ritrovasse guidata da una maggioranza di sinistra o, peggio, da un governo tecnico. Nel passato, quando il risultato delle urne non è stato chiaro, il Quirinale ha affidato il mandato a un premier non eletto dal popolo e i risultati si sono visti. È per questo che a sinistra, pur non dichiarandolo, molti fanno il tifo per lei. Perché pensano che lei sarà un ottimo guastatore del campo avverso e immaginano che più spuntano formazioni diverse da mettere insieme e più sarà difficile tener unito il fronte. Insomma, sognano che lei faccia il Bertinotti di destra, che strappi e mandi a casa l’odiata Meloni.
Non so cosa ne pensi lei dell’attuale presidente del Consiglio. Può darsi che come altri elettori di centrodestra si aspettasse di più e che guardi ai risultati, sulla sicurezza, sull’immigrazione e pure sui rapporti con l’Europa con un po’ di delusione. Tuttavia, caro generale, non vorrei che per attaccare il fronte nemico lei aprisse un varco che consentisse alle forze avversarie di rompere l’accerchiamento. Di sicuro lei, in fatto di tattiche militari, è più bravo del sottoscritto, però se si parla di tattiche politiche, ovvero di voltafaccia e alleanze improbabili, credo di saperne più di lei. Basta pensare a Renzi, ovvero a colui che prima di pugnalare Letta alle spalle lanciò l’hastag #enricostaisereno. Prima ancora, il Bullo soffiò la poltrona di sindaco al suo mentore Lapo Pistelli, di cui era stato collaboratore, e poi, dopo aver dichiarato che avrebbe vigilato affinché il Pd non si alleasse con i 5 stelle, propugnò il patto che ci regalò un governo giallorosso, lo stesso che un anno e mezzo dopo liquidò per sostituire Conte con Draghi. Insomma, la politica è fatta di giochi di prestigio e, soprattutto, di giochi di potere, che hanno distrutto credibilità e fiducia. Ricorda quando sulla scena si affacciarono i 5 stelle, con il loro piano di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno? Beh, adesso gli stessi che minacciavano di usare l’apriscatole, nella lattina ci si sono infilati e non hanno più intenzione di lasciarla. Erano membri di un movimento anti Casta e sono diventati la Casta. Ecco, io le auguro di avere successo, di conquistare molti elettori, ma mi auguro che lei non si presti alle manovre di chi sogna di rimandare a casa il centrodestra. Su queste pagine abbiamo svelato le mire di certi consiglieri del Quirinale, che per far vincere le prossime elezioni al centrosinistra sognavano una scossa. Io spero che lei non sia quella scossa. Soprattutto, spero che la sua avanzata, non significhi l’arretramento della coalizione e il ritorno di un altro democristiano di sinistra sul Colle. La presidenza della Repubblica è il fortino dei compagni. E la sinistra farebbe qualsiasi cosa per impedire che sia espugnato da un esponente del centrodestra. Anche allearsi con una parte di destra o magari usarla.
Detto ciò, auguri.
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Giorgia Meloni (Ansa)
In cima al fascicolo aperto dalla Procura di Torino dopo gli scontri durante la manifestazione pro Askatasuna c’è il reato di devastazione. Il fascicolo è contro ignoti. Ma è da qui che parte l’indagine che ha assorbito una prima informativa della Digos, nella quale compaiono i nomi di 24 attivisti individuati come protagonisti degli scontri. Un dato che è destinato a crescere. Le indagini viaggiano su due binari: uno mira a individuare chi ha incendiato una camionetta della polizia e dato fuoco ai cassonetti, divelto campane di raccolta per il vetro, staccato dalle sedi pali dei segnali stradali e imbrattato muri; l’altro è concentrato sulle aggressioni agli operatori delle forze dell’ordine.
I pubblici ministeri Emilio Gatti e Chiara Molinari procedono per resistenza e violenza a pubblico ufficiale, porto di armi improprie e travisamento. In alcuni zaini sono stati trovati sassi, chiavi inglesi e coltelli. Gli indagati hanno tra i 19 e i 48 anni e fra loro ci sono quattro ragazze. Molti italiani, diversi stranieri. Nessun nome riconducibile ai vertici o a volti noti del centro sociale Askatasuna. E poi ci sono i tre arrestati. La Procura ha chiesto la convalida. Il primo è Angelo Francesco Simionato, 22 anni, di Grosseto (difeso dall’avvocato Elisabetta Montanari). È accusato di concorso in lesioni personali a pubblico ufficiale in servizio di ordine pubblico. Per la Procura avrebbe fatto parte del gruppo che ha accerchiato l’agente Alessandro Calista, preso anche a martellate. A suo carico ci sono pure le accuse di rapina e violenza a pubblico ufficiale. Gli altri due arrestati sono originari di Frosinone, poi emigrati al Nord: Pietro Desideri, 31 anni, e Matteo Campaner, 35. Sono accusati di resistenza e violenza a pubblico ufficiale. Sono incensurati, senza segnalazioni pregresse legate a manifestazioni o ambienti antagonisti. Ed è emerso che non si conoscevano tra loro. Ieri si è svolta l’udienza di convalida davanti al gip Giovanna Giani. La decisione è attesa per oggi. Davanti al giudice la linea difensiva è stata identica: presenti al corteo, ma non protagonisti degli scontri. Campaner, secondo quanto riferito dal suo difensore, l’avvocato Stefano Coppo, ha detto di aver preso parte al corteo per «manifestare pacificamente», con «jeans chiari, nessun travisamento». È accusato di aver colpito gli agenti mentre veniva bloccato. «Quando mi sono accorto che la manifestazione è diventata pericolosa», si è difeso, «ho cercato di allontanarmi ma ho sbagliato la direzione e mi sono ritrovato davanti gli agenti». E ha preso le distanze: «Sono rimasto inorridito dalla violenta aggressione al poliziotto, al quale esprimo la mia solidarietà». Desideri, difeso dall’avvocato Gianluca Vitale, vive a Torino, e ha dichiarato di essere lontano dal mondo antagonista. La vicenda, però, non resta confinata nelle aule giudiziarie. La seduta del Consiglio regionale del Piemonte è stata temporaneamente sospesa dopo che Carlo Riva Vercellotti (Fdi) e altri consiglieri dello stesso gruppo hanno mostrato cartelli con la scritta: «Ripetetelo insieme a noi, Askatasuna è un centro sociale abusivo violento». Sulle locandine compaiono i volti dei parlamentari di Avs Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni, Ilaria Cucchi e Marco Grimaldi. Dalle minoranze si levano proteste immediate. Mentre una consigliera comunale torinese, Flavia Gaudiano, ha ironizzato sulle dimissioni ospedaliere dei due agenti aggrediti: «Entri che ti hanno pestato a sangue e dopo qualche ora esci senza neanche un graffio». Una richiesta di scuse e di dimissioni è stata avanzata dal consigliere regionale leghista Andrea Cerutti. E non è l’unica uscita sopra le righe. «Come mai la presidente del Consiglio si è precipitata di corsa a richiamare l’attenzione anche mediatica su quest’episodio, sollecitando la magistratura, addirittura mettendola con le spalle al muro?», si è chiesto il leader pentastellato Giuseppe Conte. La premier Giorgia Meloni ieri è stata intervistata da Far West, la trasmissione Rai condotta da Salvo Sottile. «Presidente hanno colpito due pilastri della democrazia. Le forze dell’ordine e i giornalisti (una troupe di Far West è stata aggredita dai manifestanti durante gli scontri, ndr) che raccontano quello che succede. Come risponde l’esecutivo?», le è stato chiesto. «Io penso», ha spiegato la Meloni, «che non si possa arretrare, penso che dobbiamo, e stiamo lavorando anche su questo, garantire con norme più efficaci che queste cose non accadano. Ma penso che sia anche un problema di humus culturale. Penso che, per esempio, tutte le forze politiche non sono d’accordo con fermezza nel condannare questi episodi». La Meloni segna il perimetro della vicenda: «Qui non stiamo parlando del diritto di manifestare ma si tratta di gente organizzata in modo criminale. I violenti di quella manifestazione hanno utilizzato dei jammer per impedire alle forze dell’ordine di comunicare, avevano le bombe carta con dentro i chiodi e le bottiglie molotov. Erano strutturati come un’organizzazione. Penso che su questo serva chiarezza». Infine, la lettura politica: «Serve un impegno comune, che è quello che io ho proposto, anche nel dibattito in Parlamento con il ministro Matteo Piantedosi, a tutti i partiti anche dell’opposizione. Ho ascoltato la segretaria del Partito democratico che diceva che le istituzioni devono essere unite, speriamo». Per ora Conte sembra essersi già sfilato.
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Massimo Doris (Imagoeconomica)
Massimo Doris presenta i conti di Banca Mediolanum. Il copione è quello di sempre: numeri positivi, dividendi generosi e un messaggio rassicurante che guarda al futuro.
La base è rappresentata dai conti 2025. L’utile netto sale a 1,24 miliardi di euro, in crescita dell’11%, e consente alla banca di distribuire 924 milioni di dividendi, pari a una cedola di 1,25 euro per azione, il 25% in più rispetto all’anno precedente. Una pioggia di cedole che nasce da una combinazione di risultati industriali e scelte strategiche. Dentro il dividendo ci sono infatti 20 centesimi che arrivano dalla vendita della quota in Mediobanca, realizzata nel pieno della battaglia che ha portato Piazzetta Cuccia sotto il controllo di Mps. Ma non c’è solo la plusvalenza straordinaria a sostenere la generosità verso gli azionisti. Altri 25 centesimi di dividendo speciale sono frutto dell’andamento favorevole dei mercati, che nel 2025 hanno continuato a premiare chi era ben posizionato. Mercati che Doris osserva con attenzione, senza entusiasmi eccessivi. «Potrebbe esserci una correzione», ammette, ma invita a non lasciarsi prendere dall’ansia: «Parliamo di uno storno del 15%, non del 50% che si avrebbe se fossimo davvero in una bolla». Prudenza, quindi, ma niente allarmismi. Sotto osservazione ci sono i titoli legati all’Intelligenza artificiale e alle tecnologie. Due categorie, che, nel bene o nel male, brillano per la loro assenza nel listino di Piazza Affari.
Del resto è anche su questa capacità di leggere i cicli che Mediolanum ha costruito negli anni la propria credibilità. La distribuzione dei dividendi farà particolarmente felici gli azionisti di riferimento. Circa 370 milioni finiranno alla famiglia Doris, che controlla il 40% del capitale, mentre oltre 277 milioni andranno a Fininvest, la holding degli eredi di Silvio Berlusconi, che detiene il 30%. E proprio da quell’area arriva una rassicurazione indiretta. Massimo Doris, pur dicendosi «lusingato», non ha alcuna intenzione di entrare in politica con Forza Italia. La sua agenda resta bancaria e il timone di Mediolanum non è in discussione: «Ho intenzione di restare alla guida del gruppo ancora per un po’ di anni».
A beneficiare dei buoni conti non sono, però, soltanto i soci. Anche dipendenti e 6.798 family banker vengono premiati con un bonus straordinario di 2.000 euro ciascuno, a conferma di una politica di condivisione dei risultati che, negli anni, è diventata parte integrante del modello Mediolanum. «Risultati di assoluto rilievo», li definisce il capo azienda rivendicando una crescita che poggia su basi industriali solide. Le masse amministrate hanno aggiornato il massimo storico a 155,8 miliardi di euro, in aumento del 12%, «grazie al favorevole andamento dei mercati e, soprattutto, agli eccellenti flussi di raccolta, con una dinamica particolarmente robusta nella componente gestita». La raccolta netta totale è stata positiva per 11,6 miliardi (+11%), mentre la raccolta gestita ha superato i 9 miliardi (+18%). Numeri che fanno del 2025 il miglior anno della storia della banca.
Lo sguardo si sposta ora sul 2026 che, secondo il management, è iniziato con il piede giusto già a gennaio. A mercati stabili, Mediolanum prevede una raccolta netta in risparmio gestito in linea con i 9 miliardi dell’anno scorso. Per il margine di interesse, dopo un 2025 sostanzialmente stabile a 812,1 milioni, è attesa una crescita di circa il 10%, segnale che anche la parte più tradizionale del business può tornare a dare soddisfazioni. Tanto più che le sofferenze ammontano appena allo 0,77% Positive, nel medio periodo, anche le prospettive per la Spagna, dove nel 2025 l’utile è sceso del 29% a 81,1 milioni a causa degli investimenti commerciali e dei costi sostenuti per il rinnovamento del sito e dell’app. Un calo messo in conto e letto come un investimento sul futuro più che come un arretramento strutturale.
E poi c’è il tema più caro agli investitori: il dividendo futuro. Massimo Doris non fa promesse, ma lascia intendere che la direzione è tracciata. L’anno prossimo Mediolanum punta a distribuire più degli 80 centesimi di dividendo base del 2025. Il resto, come sempre, dipenderà dai conti e dai mercati. Nessuna deviazione dalle linee di condotta sulla tesoreria: la banca non entrerà nel Fondo nazionale strategico italiano di Cdp. «Non perché non crediamo nell’operazione», chiarisce Doris, «ma perché il nostro mandato è investire in titoli di Stato». Conferma che non scenderà in politica e si dice piacevolmente sorpreso dalle dichiarazioni di Carlo Messina, ceo di Banca Intesa che, presentando il piano industriale, ha annunciato possibili acquisizioni di reti di promotori. «È la conferma che il settore del risparmio gestito è interessante», aggiunge il capo di Mediolanum, ricordando per altro che Intesa Sanpaolo già controlla Fideuram, la rete di promotori più grossa in Italia. Le dichiarazioni del capo della prima banca italiana, quindi, testimoniano che «il settore è destinato a espandersi», ha commentato ancora Doris, rammentando un’indagine di Prometeia che stima una crescita della raccolta da parte delle reti di promotori, a scapito delle banche tradizionali, di poste e assicurazioni.
Il messaggio è chiaro: finché i numeri lo consentiranno, la banca continuerà a fare quello che agli azionisti piace di più. Pagare bene oggi e, se possibile, promettere di pagare un po’ meglio domani.
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