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2018-06-14
L’Italia ha un Mondiale di scorta: il mercato
ANSA
La sindrome Joao Mario ce l'hanno solo gli interisti. Ed è comprensibile, avendo pagato 40 milioni più bonus un giocatore con i tacchi a spillo, autentico fenomeno agli Europei che hanno laureato campione il Portogallo nel 2016, per vederlo camminare sperduto nell'immensità di San Siro nell'anno e mezzo successivo. Mai protagonista, mai decisivo in nessun ruolo. Mancava che Luciano Spalletti lo provasse portiere per la disperazione, fino alla cessione in prestito, liberatoria per la piazza e per il giocatore, al West Ham dove è (molto) parzialmente rinato. Per lui il mondiale che parte giovedì con Russia-Arabia Saudita sarà decisivo: prima fascia o saldo? Soldi che rientrano in parte nelle tasche di Suning o flop definitivo?
Le domande riguardano un intero mondo, quello dei calciatori in libera uscita dall'Italia, che al mondiale in Russia ci vanno, a differenza dei nostri lacrimevoli eroi di novembre gelati dalla Svezia. Quelli che negli ultimi mesi hanno dato tutto (Kalidou Koulibaly e Federico Fazio) o tirato indietro la gamba (Ivan Perisic e Lucas Biglia), mostrato doti cristalline (Lucas Torreira e Douglas Costa) o fragilità caratteriali da rivedere (Mehdi Benatia e Nikola Kalinic).
È l'armata degli italiani di complemento, gli stranieri che vestono maglie amate e che in questo mese di partite sostituiranno nei cuori dei tifosi - per quanto sarà possibile -, gli azzurri dispersi sulle spiagge del nostro scontento. Partono con un nome, un cognome e una valutazione. Torneranno vincenti e col valore raddoppiato? Imbrocchiti e depressi o semplicemente comparse da panchina non più inavvicinabili? Un mondiale cambia il destino, consolida sensazioni, ne ribalta altre. Proviamo a osservarli da vicino, questi guerrieri con l'Italia sotto la pelle anche se nati e cresciuti altrove. In mancanza dell'inno e del tricolore dovremo accontentarci dei riflessi condizionati.
Girone A
La squadra più italiana è l'Uruguay, terra amica e matrigna, che sforna mazzolatori in difesa e fenomenali punteros davanti. Abbiamo finito con l'urlo di Matias Vecino all'Olimpico, ricominciamo da lui e da altri quattro: Martin Caceres, Diego Laxalt, Rodrigo Bentancur e il Torreira doriano che tutti vorrebbero. Ci aggiungiamo vecchie conoscenze come Edinson Cavani e quel Luis Suarez che lasciò gli incisivi sul collo di Giorgio Chiellini. Che squadra, col vecchio maestro Oscar Tabarez in panchina. Nell'Egitto, da verificare le condizioni della rockstar Mohamed Salah, che a Roma conoscono bene, e la predisposizione alla sconfitta del tenero Hector Cuper, che ha portato i faraoni al mondiale. Nella Russia tutti gli occhi sono puntati su Aleksandr Golovin, fenomenale trequartista nel mirino anche della Juventus.
Girone B
Il Portogallo va pesato e seguito con attenzione. Oltre a Joao Mario, altri due incompiuti alla ricerca di un baricentro (quello economico si chiama plusvalenza): André Silva, fantasma milanista, e Mario Rui (foto), che a Napoli piace a metà. Lasciato a casa Joao Cancelo, due vecchie conoscenze potrebbero suonare nell'orchestra di Cristiano Ronaldo: il centrale Rolando e l'eterno Ricardo Quaresma, trivela vivente che riuscì a vincere una Champions con l'Inter senza mai giocarla (34 minuti totali). Nella Spagna niente italiani: Suso, Josè Maria Callejon e Alvaro Morata (che tanto vorrebbe tornare alla Juventus) sono rimasti a casa. Il mondiale sarà il passo d'addio per gente come Sergio Busquets, Gerard Piquè, Andres Iniesta e la consacrazione possibile per Isco (vestirebbe bene il bianconero) e Marco Asensio. Il pilastro difensivo del Marocco è Mehdi Benatia, che Beppe Marotta vorrebbe vendere dopo i buchi contro il Real Madrid e il Napoli. L'amministratore delegato della Juventus è il suo primo tifoso: un mondiale da protagonista per un incasso da Joao Mario. Il terzino Achraf Hakimi (sbocciato nella cantera del Real Madrid tricampione europeo) è nel mirino di Carlo Ancelotti, vedremo quanto vale.
Girone C
La Francia ci riguarda poco perché Antoine Griezmann è fuori portata (Manchester United favorito), Paul Pogba ha già dato in Italia e Blaise Matuidi è un pilastro della Juventus. Più interessante verificare se l'Udinese ha investito bene su Jens Larsen e l'Atalanta su Andreas Cornelius, danesi dal passo lungo, possibili protagonisti in una squadra che per il calcio mondiale è sempre sinonimo di mina vagante.
Girone D
La colonia argentina è come sempre un'incognita: può uscire al primo turno o andare in finale. Questione di feeling con il compagno di fianco. Lingotti sui quali le squadre italiane hanno investito: Federico Fazio (Roma), Christian Ansaldi (Torino, in prestito dall'Inter), Paulo Dybala, chiamato a diventare mister 100 milioni accanto a Leo Messi. Lucas Biglia può tornare a Milano col valore raddoppiato, Gonzalo Higuain può confermarsi una sontuosa pedina di scambio. Dipende tutto dal prossimo mese, quella è gente che fa la differenza. Anche l'Islanda ha il suo italiano di maglia: Emil Hallfredsson (Udinese). E la Nigeria può aiutare il centravanti Nwankwo Simy (Crotone) a tornare in Italia da uomo mercato.
Nel girone D un discorso a parte merita la pattuglia croata: il Milan ha già fatto un investimento a parametro zero su Ivan Strinic e conta sul rilancio di Kalinic, la Juventus si aspetta un grande mondiale da Marko Pjaca per usarlo come superscambio, l'Inter prega perché Ivan Perisic e Marcelo Brozovic tornino con 50 milioni di valore a testa sulla fronte. C'è più calciomercato qui che in tutte le altre nazionali.
Girone E
Difendendo la porta del Brasile, Alisson può dimostrare di valere più di Gigio Donnarumma (per noi è già più forte). Douglas Costa può consolidare il suo genio, Joao Miranda meritarsi una maglia da titolare nell'Inter accanto a Milan Skriniar e Stefan De Vrij, con conseguente difesa a tre. La Svizzera può rilanciare un depresso Ricardo Rodriguez (Milan) e dare contorni sontuosi all'eclettico Remo Freuler (Atalanta). La Serbia propone un fenomeno come Sergej Milinkovic-Savic, un martello come Aleksandar Kolarov e quel Nikola Milenkovic (Fiorentina) destinato a dominare in difesa come Skriniar.
Girone F
La Germania è lontana, nel senso che andare a comprare giocatori lassù è molto difficile: il Bayern ha sempre in mano i migliori. Timo Werner e Leon Goretzka sono sogni proibiti, Jonas Hector potrebbe invece essere un ottimo acquisto per la Juventus, che rischia di perdere Alex Sandro (non convocato dai brasiliani). Incuriosiscono due svedesi: Markus Rohden del Crotone ed Emil Krafth del Bologna. Ma potrebbe tornare con una plusvalenza incorporata anche il coreano Seung Woo, unica buona notizia per il Verona in questa disgraziata stagione.
Girone G
Il Napoli fa il tifo per Dries Mertens nel Belgio che ha lasciato a casa un crack come Radja Nainggolan. Altri due giocatori sono sotto gli occhi degli osservatori italiani: Axel Witsel, finito per denaro in Cina e pronto a rientrare nel calcio che conta. E l'eterno incompiuto Marouane Fellaini.
Girone H
Il Milan ha l'ultima possibilità di vendere bene i colombiani Cristian Zapata e Carlos Bacca per arrivare a Radamel Falcao (colombiano pure lui), l'Inter spera che Yuto Nagatomo si trasformi in Marcelo per un mese (improbabile). E il presidente della Samp, Massimo Ferrero, farà tifo sfrenato per la sua pattuglia polacca piena di consonanti: Bartos Bereszinski, David Kownacki e Karol Linetty (foto). Accanto a Robert Lewandowski, il napoletano Arkadius Milik potrebbe diventare un babà. Il mondiale dà, il mondiale toglie: Aurelio De Laurentiis potrebbe ritrovarsi in casa, dopo un mese in mondovisione, l'erede di Higuain.
Anziani, dopati, ciccioni e un inquisito: il Mondiale ha la sua sporca dozzina
È la sporca dozzina. La squadra impossibile, quella che si raccatta nei pub di periferia, lungo le banchine del porto per l'ultima missione dopo il tramonto. È più facile metterla insieme che farla giocare ai mondiali, è composta da uomini prima che da atleti, da gente con la pelle dura che ha saputo scendere dal paradiso del calcio, vivere le gioie e le delusioni della quotidianità e capire che lassù è tutto finto. Dodici storie semplici per un mondiale con la faccia sporca, quella della vita.
1) Essam El Hadary (il nonno). È uscito dal sarcofago durante una spedizione di Indiana Jones, è il portiere che fa sembrare giovane Gianluigi Buffon: a 45 anni si gode l'ultima avventura, faraone tra i faraoni d'Egitto. Quattro Coppe d'Africa e un soprannome, la Diga. La sua foto di fianco a quella di Assuan è il poster più venduto al Cairo. Nel 2008 finisce al centro di un braccio di ferro giudiziario: la federazione egiziana lo dichiara patrimonio del Paese, quindi incedibile, ma lui si appella al tribunale internazionale per andare a giocare in Svizzera, al Sion. Due anni al freddo gli bastano, e quando torna viene squalificato, costretto a emigrare in Sudan. Lì vince la Champions League africana, para tre rigori in finale; l'Egitto lo riaccoglie e gli regala le chiavi della sua porta. Finché vorrà.
2) Sergei Ignashevich (l'ultimo comunista). Cominciò a giocare nell'Orechovo, città a 90 km da Mosca, e ricorda che sullo stemma c'erano la falce e il martello. L'Unione Sovietica si stava sgretolando, ma il piccolo Sergei non se ne accorgeva, impegnato a far quadrare i tempi fra scuola e allenamenti. Ruolo: terzino, come il suo idolo Roberto Carlos, del quale non ha nulla, roccia quasi quarantenne di una nazionale che ha ancora bisogno di un fabbro con i polmoni grandi. Una vita da comprimario al Cska Mosca, con un rimpianto: una decina d'anni fa Inter e Juve iniziarono un'asta sul suo nome. Lui visse un'estate nel sogno, poi i due club si svegliarono e non se ne fece niente.
3) Achraf Hakimi (il bambino). Non ha ancora 20 anni, è il ragazzino della banda, quello che porta i caffè e li rovescia sulla camicia a chi non ringrazia. Terzino marocchino cresciuto nella cantera del Real Madrid, un giorno provava le punizioni accanto a Cristiano Ronaldo. Ad osservarlo, rapito mentre infilava l'incrocio dei pali con la stessa continuità del fenomeno, c'era Carlo Ancelotti. Il suo è il primo nome che l'allenatore del Napoli ha consegnato ad Aurelio De Laurentiis. Dopo la Champions vinta dalla panchina, arriva un mondiale da vivere, da correre, da soffrire con una piccola squadra (il Marocco) capace di sorprese all'incrocio dei pali.
4) Roman Torres (il buttafuori). L'enorme Roman a Panama è una leggenda: a due minuti dalla fine della partita contro il Costarica ha segnato il gol del 2-1 e ha fatto esplodere di gioia lo stretto. Tre giorni di follie per il primo biglietto mondiale della storia. Prima di quella rete Roman Torres, centrale di difesa, era semplicemente un ciccione sovrappeso. Classico armadio a tre ante con i trucioli tinti di biondo, movimenti da bradipo, non sembrava un calciatore che fa la differenza. «Mai io intuisco le mosse degli avversari non prima che le facciano, prima che le pensino». Al resto della leggenda hanno contribuito un passato da buttafuori di discoteca e una nonna esperta di riti voodoo. Ora mister Torres è intoccabile, fa il modello per abiti extrasize e dispensa consigli per rimanere in forma. Senza ridere.
5) Andreas Granqvist (il sognatore). C'è chi ha un mare di soldi come orizzonte e chi i tramonti di ghiaccio sul mar Baltico. Come Granqvist, capitano della Svezia, roccioso difensore centrale che ballò per due stagioni non indimenticabili anche al Genoa. Nato e cresciuto nell'Helsingborg - città incubo dei tifosi dell'Inter per una sanguinosa eliminazione europea - ha vissuto con la valigia sotto il letto prima di approdare in Russia, al Krasnodar, e diventarne il leader. Un mese fa, davanti a un contratto da 4 milioni a stagione, ha risposto così: «No grazie, rimango per il mondiale, ma poi torno a casa mia». Nel frattempo l'Helsingborg è finito in serie B. Ma Andreas il Sognatore non ha cambiato idea: nella vita non c'è niente di più eccitante che ripartire.
6) Granit Xhaka (il muro). I suoi genitori scapparono dalle bombe di Slobodan Milosevic negli anni '90, mentre Pristina diventava una città dilaniata dalla guerra civile. Indipendentisti kosovari, papà e mamma furono arrestati, fuggirono e riuscirono ad approdare a Basilea con due figli piccoli, uno dei quali sarà protagonista al mondiale con la maglia della Svizzera (l'altro gioca nell'Albania). Granit il Muro, il centrocampista tuttofare dell'Arsenal, un mediano che non ha paura di nulla. Glielo ha insegnato papà in quei giorni senza luce né cibo. Granit, nome perfetto per un muro, oggi vale 50 milioni e guadagna una montagna di soldi. Ma ogni mese, l'80% lo consegna ai genitori. «Gli dobbiamo tutto, ci hanno dato la libertà e la speranza nel futuro».
7) Tim Cahill (il furbetto). Un altro vecchione, 39 anni e 50 gol nella nazionale australiana, lui samoano per parte di madre, orgoglioso di essere diverso dentro il rude mondo anglosassone del continente più nuovo. Timothy a 18 anni lasciò Sydney per approdare al Millwall, Inghilterra, rigorosamente a costo zero. Era una scommessa, la vinse portando quella squadra alla finale di Fa Cup nel 2004 per poi passare all'Everton non certo gratis: 1,5 milioni di sterline. È famoso perché dopo ogni gol esulta prendendo a pugni la bandierina del calcio d'angolo. E anche per una furbata stile Maradona: al mondiale 2010, contro la Serbia, parò con una mano un colpo di testa da rete di Nemanja Vidic. Senza farsi vedere dall'arbitro, perché non era il portiere.
8) Luka Modric (l'accusato).The dark side of the moon, il lato oscuro del fenomeno croato che illumina col suo genio il Real Madrid e la nazionale a scacchi, con il numero 14 di Johann Crujiff sulla schiena. I giudici di Zagabria lo hanno accusato di falsa testimonianza nel processo al padre padrone del calcio croato, Zdravko Mamic, imputato per appropriazione indebita di 15 milioni di euro nel trasferimento di calciatori dalla Dinamo Zagabria all'estero. Modric lo avrebbe coperto cambiando versione in aula. Per ora la faccenda è in sospeso: bisogna lasciare in pace il fenomeno durante i mondiali. Poi arriverà l'avviso di garanzia con il rischio di una condanna fino a 5 anni di carcere.
9) Harry Kane (l'uragano). Piomba sul mondiale come un falco, con quel nome da caccia della seconda guerra mondiale che evoca un uragano, con la faccia da tenente della Raf e con 41 gol in 45 partite segnati nel Tottenham (più 8 nelle ultime 7 in nazionale). Dopo 20 anni l'Inghilterra ha di nuovo un centravanti vero, letale come Gary Lineker, come Alan Shearer, decisivo in campo e inesistente fuori. A partita finita lui è lo spot dell'uomo tranquillo, che si fa fotografare con la mamma al supermercato o divanato con un libro in mano. L'uragano è timido. Unico eccesso: la richiesta di matrimonio sulla spiaggia alla storica fidanzata Katie, postata su Twitter. Ha avuto più condivisioni della doppietta al Chelsea.
10) Masoud Shojaei (il radiato). Convocato dalla Fifa più che dall'Iran, Masoud arriva in Russia da un pianeta lontano sul quale abitano diseredati. Nessuna colpa, se non quella di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. L'anno scorso il fantasista del Panionios (poi passato all'Aek Atene) è stato radiato per un gesto banale: prima di una partita contro il Maccabi Tel Aviv ha stretto la mano ai giocatori di Israele, nazione non riconosciuta da Teheran. Poiché in un'intervista aveva chiesto che anche le donne potessero entrare negli stadi del suo Paese, è stato emarginato. Fino a quando la federazione mondiale non ha minacciato di escludere tutti gli iraniani dal mondiale. Riabilitato in silenzio, anche lui avrà il suo mese di libertà.
11) Paolo Guerrero (il dopato). Lo chiamano il Barbaro, è un guerriero peruviano con le emozioni più forti di lui. Un toro con i piedi di velluto, scuola Bayern Monaco, contratti con le più forti squadre sudamericane (Corinthians, Flamengo) e due difetti: la mira che gli fece scagliare una bottiglietta piena d'acqua in faccia a un tifoso troppo critico e la debolezza nei confronti del tè potenziato alla cocaina, causa di squalifica per doping. Avrebbe dovuto stare fermo un anno, ma il mese scorso i capitani delle squadre rivali del girone mondiale (Francia, Australia e Danimarca) hanno firmato una richiesta di grazia sotto l'ombrello del torneo. La Fifa ha sospeso la pena sino al giorno della finale. In Perù lo hanno preso come un segno di stima.
Allenatore: Hervé Renard (il legionario). Per guidare una simile squadra un allenatore non basta, serve un pazzo visionario capace di spostare una nave nella giungla, come Fitzcarraldo. C'è, si chiama Hervé Renard, è un francese che allena il Marocco e che lascia credere di essere scappato da un fortino della legione straniera nel Sahara. È nato 50 anni fa sulle Alpi, ma c'è l'Africa nella sua cultura. Ha portato lo Zambia a vincere la coppa d'Africa, poi la Costa d'Avorio a compiere uno storico replay. «Quando torno a casa divento triste». E infatti fallisce a Sochaux, poi a Lille, prima di partire per Rabat. Con un completo di lino bianco nella valigia.
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Il torno al via oggi in Russia. Bidoni in cerca di riscossa o sconosciuti che potrebbero fare il botto: il Milan spera di rivalutare André Silva, la Roma sogna Alisson campione. Chi vuol comprare, come la Juve, incrocia le dita per non veder salire i prezzi. Gli affari migliori? Croazia e le africane. Anziani, dopati, ciccioni e un inquisito: la Coppa ha la sua sporca dozzina. Panama in difesa schiera un buttafuori, il portiere egiziano ha 45 anni suonati. L'Iran ha reintegrato il mediano che diede la mano agli israeliani e il croato Luka Modric del Real Madrid dovrà andare a processo. LA GUIDA A RUSSIA 2018 !function(e,t,n,s){var i="InfogramEmbeds",o=e.getElementsByTagName(t)[0],d=/^http:/.test(e.location)?"http:":"https:";if(/^\/{2}/.test(s)&&(s=d+s),window[i]&&window[i].initialized)window[i].process&&window[i].process();else if(!e.getElementById(n)){var a=e.createElement(t);a.async=1,a.id=n,a.src=s,o.parentNode.insertBefore(a,o)}}(document,"script","infogram-async","https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js"); La sindrome Joao Mario ce l'hanno solo gli interisti. Ed è comprensibile, avendo pagato 40 milioni più bonus un giocatore con i tacchi a spillo, autentico fenomeno agli Europei che hanno laureato campione il Portogallo nel 2016, per vederlo camminare sperduto nell'immensità di San Siro nell'anno e mezzo successivo. Mai protagonista, mai decisivo in nessun ruolo. Mancava che Luciano Spalletti lo provasse portiere per la disperazione, fino alla cessione in prestito, liberatoria per la piazza e per il giocatore, al West Ham dove è (molto) parzialmente rinato. Per lui il mondiale che parte giovedì con Russia-Arabia Saudita sarà decisivo: prima fascia o saldo? Soldi che rientrano in parte nelle tasche di Suning o flop definitivo? Le domande riguardano un intero mondo, quello dei calciatori in libera uscita dall'Italia, che al mondiale in Russia ci vanno, a differenza dei nostri lacrimevoli eroi di novembre gelati dalla Svezia. Quelli che negli ultimi mesi hanno dato tutto (Kalidou Koulibaly e Federico Fazio) o tirato indietro la gamba (Ivan Perisic e Lucas Biglia), mostrato doti cristalline (Lucas Torreira e Douglas Costa) o fragilità caratteriali da rivedere (Mehdi Benatia e Nikola Kalinic). È l'armata degli italiani di complemento, gli stranieri che vestono maglie amate e che in questo mese di partite sostituiranno nei cuori dei tifosi - per quanto sarà possibile -, gli azzurri dispersi sulle spiagge del nostro scontento. Partono con un nome, un cognome e una valutazione. Torneranno vincenti e col valore raddoppiato? Imbrocchiti e depressi o semplicemente comparse da panchina non più inavvicinabili? Un mondiale cambia il destino, consolida sensazioni, ne ribalta altre. Proviamo a osservarli da vicino, questi guerrieri con l'Italia sotto la pelle anche se nati e cresciuti altrove. In mancanza dell'inno e del tricolore dovremo accontentarci dei riflessi condizionati. Girone A La squadra più italiana è l'Uruguay, terra amica e matrigna, che sforna mazzolatori in difesa e fenomenali punteros davanti. Abbiamo finito con l'urlo di Matias Vecino all'Olimpico, ricominciamo da lui e da altri quattro: Martin Caceres, Diego Laxalt, Rodrigo Bentancur e il Torreira doriano che tutti vorrebbero. Ci aggiungiamo vecchie conoscenze come Edinson Cavani e quel Luis Suarez che lasciò gli incisivi sul collo di Giorgio Chiellini. Che squadra, col vecchio maestro Oscar Tabarez in panchina. Nell'Egitto, da verificare le condizioni della rockstar Mohamed Salah, che a Roma conoscono bene, e la predisposizione alla sconfitta del tenero Hector Cuper, che ha portato i faraoni al mondiale. Nella Russia tutti gli occhi sono puntati su Aleksandr Golovin, fenomenale trequartista nel mirino anche della Juventus. Girone B Il Portogallo va pesato e seguito con attenzione. Oltre a Joao Mario, altri due incompiuti alla ricerca di un baricentro (quello economico si chiama plusvalenza): André Silva, fantasma milanista, e Mario Rui (foto), che a Napoli piace a metà. Lasciato a casa Joao Cancelo, due vecchie conoscenze potrebbero suonare nell'orchestra di Cristiano Ronaldo: il centrale Rolando e l'eterno Ricardo Quaresma, trivela vivente che riuscì a vincere una Champions con l'Inter senza mai giocarla (34 minuti totali). Nella Spagna niente italiani: Suso, Josè Maria Callejon e Alvaro Morata (che tanto vorrebbe tornare alla Juventus) sono rimasti a casa. Il mondiale sarà il passo d'addio per gente come Sergio Busquets, Gerard Piquè, Andres Iniesta e la consacrazione possibile per Isco (vestirebbe bene il bianconero) e Marco Asensio. Il pilastro difensivo del Marocco è Mehdi Benatia, che Beppe Marotta vorrebbe vendere dopo i buchi contro il Real Madrid e il Napoli. L'amministratore delegato della Juventus è il suo primo tifoso: un mondiale da protagonista per un incasso da Joao Mario. Il terzino Achraf Hakimi (sbocciato nella cantera del Real Madrid tricampione europeo) è nel mirino di Carlo Ancelotti, vedremo quanto vale. Girone C La Francia ci riguarda poco perché Antoine Griezmann è fuori portata (Manchester United favorito), Paul Pogba ha già dato in Italia e Blaise Matuidi è un pilastro della Juventus. Più interessante verificare se l'Udinese ha investito bene su Jens Larsen e l'Atalanta su Andreas Cornelius, danesi dal passo lungo, possibili protagonisti in una squadra che per il calcio mondiale è sempre sinonimo di mina vagante. Girone D La colonia argentina è come sempre un'incognita: può uscire al primo turno o andare in finale. Questione di feeling con il compagno di fianco. Lingotti sui quali le squadre italiane hanno investito: Federico Fazio (Roma), Christian Ansaldi (Torino, in prestito dall'Inter), Paulo Dybala, chiamato a diventare mister 100 milioni accanto a Leo Messi. Lucas Biglia può tornare a Milano col valore raddoppiato, Gonzalo Higuain può confermarsi una sontuosa pedina di scambio. Dipende tutto dal prossimo mese, quella è gente che fa la differenza. Anche l'Islanda ha il suo italiano di maglia: Emil Hallfredsson (Udinese). E la Nigeria può aiutare il centravanti Nwankwo Simy (Crotone) a tornare in Italia da uomo mercato. Nel girone D un discorso a parte merita la pattuglia croata: il Milan ha già fatto un investimento a parametro zero su Ivan Strinic e conta sul rilancio di Kalinic, la Juventus si aspetta un grande mondiale da Marko Pjaca per usarlo come superscambio, l'Inter prega perché Ivan Perisic e Marcelo Brozovic tornino con 50 milioni di valore a testa sulla fronte. C'è più calciomercato qui che in tutte le altre nazionali. Girone E Difendendo la porta del Brasile, Alisson può dimostrare di valere più di Gigio Donnarumma (per noi è già più forte). Douglas Costa può consolidare il suo genio, Joao Miranda meritarsi una maglia da titolare nell'Inter accanto a Milan Skriniar e Stefan De Vrij, con conseguente difesa a tre. La Svizzera può rilanciare un depresso Ricardo Rodriguez (Milan) e dare contorni sontuosi all'eclettico Remo Freuler (Atalanta). La Serbia propone un fenomeno come Sergej Milinkovic-Savic, un martello come Aleksandar Kolarov e quel Nikola Milenkovic (Fiorentina) destinato a dominare in difesa come Skriniar. Girone F La Germania è lontana, nel senso che andare a comprare giocatori lassù è molto difficile: il Bayern ha sempre in mano i migliori. Timo Werner e Leon Goretzka sono sogni proibiti, Jonas Hector potrebbe invece essere un ottimo acquisto per la Juventus, che rischia di perdere Alex Sandro (non convocato dai brasiliani). Incuriosiscono due svedesi: Markus Rohden del Crotone ed Emil Krafth del Bologna. Ma potrebbe tornare con una plusvalenza incorporata anche il coreano Seung Woo, unica buona notizia per il Verona in questa disgraziata stagione. Girone G Il Napoli fa il tifo per Dries Mertens nel Belgio che ha lasciato a casa un crack come Radja Nainggolan. Altri due giocatori sono sotto gli occhi degli osservatori italiani: Axel Witsel, finito per denaro in Cina e pronto a rientrare nel calcio che conta. E l'eterno incompiuto Marouane Fellaini. Girone H Il Milan ha l'ultima possibilità di vendere bene i colombiani Cristian Zapata e Carlos Bacca per arrivare a Radamel Falcao (colombiano pure lui), l'Inter spera che Yuto Nagatomo si trasformi in Marcelo per un mese (improbabile). E il presidente della Samp, Massimo Ferrero, farà tifo sfrenato per la sua pattuglia polacca piena di consonanti: Bartos Bereszinski, David Kownacki e Karol Linetty (foto). Accanto a Robert Lewandowski, il napoletano Arkadius Milik potrebbe diventare un babà. Il mondiale dà, il mondiale toglie: Aurelio De Laurentiis potrebbe ritrovarsi in casa, dopo un mese in mondovisione, l'erede di Higuain. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/litalia-ha-un-mondiale-di-scorta-il-mercato-2577697051.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anziani-dopati-ciccioni-e-un-inquisito-il-mondiale-ha-la-sua-sporca-dozzina" data-post-id="2577697051" data-published-at="1778113422" data-use-pagination="False"> Anziani, dopati, ciccioni e un inquisito: il Mondiale ha la sua sporca dozzina È la sporca dozzina. La squadra impossibile, quella che si raccatta nei pub di periferia, lungo le banchine del porto per l'ultima missione dopo il tramonto. È più facile metterla insieme che farla giocare ai mondiali, è composta da uomini prima che da atleti, da gente con la pelle dura che ha saputo scendere dal paradiso del calcio, vivere le gioie e le delusioni della quotidianità e capire che lassù è tutto finto. Dodici storie semplici per un mondiale con la faccia sporca, quella della vita. 1) Essam El Hadary (il nonno). È uscito dal sarcofago durante una spedizione di Indiana Jones, è il portiere che fa sembrare giovane Gianluigi Buffon: a 45 anni si gode l'ultima avventura, faraone tra i faraoni d'Egitto. Quattro Coppe d'Africa e un soprannome, la Diga. La sua foto di fianco a quella di Assuan è il poster più venduto al Cairo. Nel 2008 finisce al centro di un braccio di ferro giudiziario: la federazione egiziana lo dichiara patrimonio del Paese, quindi incedibile, ma lui si appella al tribunale internazionale per andare a giocare in Svizzera, al Sion. Due anni al freddo gli bastano, e quando torna viene squalificato, costretto a emigrare in Sudan. Lì vince la Champions League africana, para tre rigori in finale; l'Egitto lo riaccoglie e gli regala le chiavi della sua porta. Finché vorrà. 2) Sergei Ignashevich (l'ultimo comunista). Cominciò a giocare nell'Orechovo, città a 90 km da Mosca, e ricorda che sullo stemma c'erano la falce e il martello. L'Unione Sovietica si stava sgretolando, ma il piccolo Sergei non se ne accorgeva, impegnato a far quadrare i tempi fra scuola e allenamenti. Ruolo: terzino, come il suo idolo Roberto Carlos, del quale non ha nulla, roccia quasi quarantenne di una nazionale che ha ancora bisogno di un fabbro con i polmoni grandi. Una vita da comprimario al Cska Mosca, con un rimpianto: una decina d'anni fa Inter e Juve iniziarono un'asta sul suo nome. Lui visse un'estate nel sogno, poi i due club si svegliarono e non se ne fece niente. 3) Achraf Hakimi (il bambino). Non ha ancora 20 anni, è il ragazzino della banda, quello che porta i caffè e li rovescia sulla camicia a chi non ringrazia. Terzino marocchino cresciuto nella cantera del Real Madrid, un giorno provava le punizioni accanto a Cristiano Ronaldo. Ad osservarlo, rapito mentre infilava l'incrocio dei pali con la stessa continuità del fenomeno, c'era Carlo Ancelotti. Il suo è il primo nome che l'allenatore del Napoli ha consegnato ad Aurelio De Laurentiis. Dopo la Champions vinta dalla panchina, arriva un mondiale da vivere, da correre, da soffrire con una piccola squadra (il Marocco) capace di sorprese all'incrocio dei pali. 4) Roman Torres (il buttafuori). L'enorme Roman a Panama è una leggenda: a due minuti dalla fine della partita contro il Costarica ha segnato il gol del 2-1 e ha fatto esplodere di gioia lo stretto. Tre giorni di follie per il primo biglietto mondiale della storia. Prima di quella rete Roman Torres, centrale di difesa, era semplicemente un ciccione sovrappeso. Classico armadio a tre ante con i trucioli tinti di biondo, movimenti da bradipo, non sembrava un calciatore che fa la differenza. «Mai io intuisco le mosse degli avversari non prima che le facciano, prima che le pensino». Al resto della leggenda hanno contribuito un passato da buttafuori di discoteca e una nonna esperta di riti voodoo. Ora mister Torres è intoccabile, fa il modello per abiti extrasize e dispensa consigli per rimanere in forma. Senza ridere. 5) Andreas Granqvist (il sognatore). C'è chi ha un mare di soldi come orizzonte e chi i tramonti di ghiaccio sul mar Baltico. Come Granqvist, capitano della Svezia, roccioso difensore centrale che ballò per due stagioni non indimenticabili anche al Genoa. Nato e cresciuto nell'Helsingborg - città incubo dei tifosi dell'Inter per una sanguinosa eliminazione europea - ha vissuto con la valigia sotto il letto prima di approdare in Russia, al Krasnodar, e diventarne il leader. Un mese fa, davanti a un contratto da 4 milioni a stagione, ha risposto così: «No grazie, rimango per il mondiale, ma poi torno a casa mia». Nel frattempo l'Helsingborg è finito in serie B. Ma Andreas il Sognatore non ha cambiato idea: nella vita non c'è niente di più eccitante che ripartire. 6) Granit Xhaka (il muro). I suoi genitori scapparono dalle bombe di Slobodan Milosevic negli anni '90, mentre Pristina diventava una città dilaniata dalla guerra civile. Indipendentisti kosovari, papà e mamma furono arrestati, fuggirono e riuscirono ad approdare a Basilea con due figli piccoli, uno dei quali sarà protagonista al mondiale con la maglia della Svizzera (l'altro gioca nell'Albania). Granit il Muro, il centrocampista tuttofare dell'Arsenal, un mediano che non ha paura di nulla. Glielo ha insegnato papà in quei giorni senza luce né cibo. Granit, nome perfetto per un muro, oggi vale 50 milioni e guadagna una montagna di soldi. Ma ogni mese, l'80% lo consegna ai genitori. «Gli dobbiamo tutto, ci hanno dato la libertà e la speranza nel futuro». 7) Tim Cahill (il furbetto). Un altro vecchione, 39 anni e 50 gol nella nazionale australiana, lui samoano per parte di madre, orgoglioso di essere diverso dentro il rude mondo anglosassone del continente più nuovo. Timothy a 18 anni lasciò Sydney per approdare al Millwall, Inghilterra, rigorosamente a costo zero. Era una scommessa, la vinse portando quella squadra alla finale di Fa Cup nel 2004 per poi passare all'Everton non certo gratis: 1,5 milioni di sterline. È famoso perché dopo ogni gol esulta prendendo a pugni la bandierina del calcio d'angolo. E anche per una furbata stile Maradona: al mondiale 2010, contro la Serbia, parò con una mano un colpo di testa da rete di Nemanja Vidic. Senza farsi vedere dall'arbitro, perché non era il portiere. 8) Luka Modric (l'accusato).The dark side of the moon, il lato oscuro del fenomeno croato che illumina col suo genio il Real Madrid e la nazionale a scacchi, con il numero 14 di Johann Crujiff sulla schiena. I giudici di Zagabria lo hanno accusato di falsa testimonianza nel processo al padre padrone del calcio croato, Zdravko Mamic, imputato per appropriazione indebita di 15 milioni di euro nel trasferimento di calciatori dalla Dinamo Zagabria all'estero. Modric lo avrebbe coperto cambiando versione in aula. Per ora la faccenda è in sospeso: bisogna lasciare in pace il fenomeno durante i mondiali. Poi arriverà l'avviso di garanzia con il rischio di una condanna fino a 5 anni di carcere. 9) Harry Kane (l'uragano). Piomba sul mondiale come un falco, con quel nome da caccia della seconda guerra mondiale che evoca un uragano, con la faccia da tenente della Raf e con 41 gol in 45 partite segnati nel Tottenham (più 8 nelle ultime 7 in nazionale). Dopo 20 anni l'Inghilterra ha di nuovo un centravanti vero, letale come Gary Lineker, come Alan Shearer, decisivo in campo e inesistente fuori. A partita finita lui è lo spot dell'uomo tranquillo, che si fa fotografare con la mamma al supermercato o divanato con un libro in mano. L'uragano è timido. Unico eccesso: la richiesta di matrimonio sulla spiaggia alla storica fidanzata Katie, postata su Twitter. Ha avuto più condivisioni della doppietta al Chelsea. 10) Masoud Shojaei (il radiato). Convocato dalla Fifa più che dall'Iran, Masoud arriva in Russia da un pianeta lontano sul quale abitano diseredati. Nessuna colpa, se non quella di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. L'anno scorso il fantasista del Panionios (poi passato all'Aek Atene) è stato radiato per un gesto banale: prima di una partita contro il Maccabi Tel Aviv ha stretto la mano ai giocatori di Israele, nazione non riconosciuta da Teheran. Poiché in un'intervista aveva chiesto che anche le donne potessero entrare negli stadi del suo Paese, è stato emarginato. Fino a quando la federazione mondiale non ha minacciato di escludere tutti gli iraniani dal mondiale. Riabilitato in silenzio, anche lui avrà il suo mese di libertà. 11) Paolo Guerrero (il dopato). Lo chiamano il Barbaro, è un guerriero peruviano con le emozioni più forti di lui. Un toro con i piedi di velluto, scuola Bayern Monaco, contratti con le più forti squadre sudamericane (Corinthians, Flamengo) e due difetti: la mira che gli fece scagliare una bottiglietta piena d'acqua in faccia a un tifoso troppo critico e la debolezza nei confronti del tè potenziato alla cocaina, causa di squalifica per doping. Avrebbe dovuto stare fermo un anno, ma il mese scorso i capitani delle squadre rivali del girone mondiale (Francia, Australia e Danimarca) hanno firmato una richiesta di grazia sotto l'ombrello del torneo. La Fifa ha sospeso la pena sino al giorno della finale. In Perù lo hanno preso come un segno di stima. Allenatore: Hervé Renard (il legionario). Per guidare una simile squadra un allenatore non basta, serve un pazzo visionario capace di spostare una nave nella giungla, come Fitzcarraldo. C'è, si chiama Hervé Renard, è un francese che allena il Marocco e che lascia credere di essere scappato da un fortino della legione straniera nel Sahara. È nato 50 anni fa sulle Alpi, ma c'è l'Africa nella sua cultura. Ha portato lo Zambia a vincere la coppa d'Africa, poi la Costa d'Avorio a compiere uno storico replay. «Quando torno a casa divento triste». E infatti fallisce a Sochaux, poi a Lille, prima di partire per Rabat. Con un completo di lino bianco nella valigia.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara