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2018-06-14
L’Italia ha un Mondiale di scorta: il mercato
ANSA
La sindrome Joao Mario ce l'hanno solo gli interisti. Ed è comprensibile, avendo pagato 40 milioni più bonus un giocatore con i tacchi a spillo, autentico fenomeno agli Europei che hanno laureato campione il Portogallo nel 2016, per vederlo camminare sperduto nell'immensità di San Siro nell'anno e mezzo successivo. Mai protagonista, mai decisivo in nessun ruolo. Mancava che Luciano Spalletti lo provasse portiere per la disperazione, fino alla cessione in prestito, liberatoria per la piazza e per il giocatore, al West Ham dove è (molto) parzialmente rinato. Per lui il mondiale che parte giovedì con Russia-Arabia Saudita sarà decisivo: prima fascia o saldo? Soldi che rientrano in parte nelle tasche di Suning o flop definitivo?
Le domande riguardano un intero mondo, quello dei calciatori in libera uscita dall'Italia, che al mondiale in Russia ci vanno, a differenza dei nostri lacrimevoli eroi di novembre gelati dalla Svezia. Quelli che negli ultimi mesi hanno dato tutto (Kalidou Koulibaly e Federico Fazio) o tirato indietro la gamba (Ivan Perisic e Lucas Biglia), mostrato doti cristalline (Lucas Torreira e Douglas Costa) o fragilità caratteriali da rivedere (Mehdi Benatia e Nikola Kalinic).
È l'armata degli italiani di complemento, gli stranieri che vestono maglie amate e che in questo mese di partite sostituiranno nei cuori dei tifosi - per quanto sarà possibile -, gli azzurri dispersi sulle spiagge del nostro scontento. Partono con un nome, un cognome e una valutazione. Torneranno vincenti e col valore raddoppiato? Imbrocchiti e depressi o semplicemente comparse da panchina non più inavvicinabili? Un mondiale cambia il destino, consolida sensazioni, ne ribalta altre. Proviamo a osservarli da vicino, questi guerrieri con l'Italia sotto la pelle anche se nati e cresciuti altrove. In mancanza dell'inno e del tricolore dovremo accontentarci dei riflessi condizionati.
Girone A
La squadra più italiana è l'Uruguay, terra amica e matrigna, che sforna mazzolatori in difesa e fenomenali punteros davanti. Abbiamo finito con l'urlo di Matias Vecino all'Olimpico, ricominciamo da lui e da altri quattro: Martin Caceres, Diego Laxalt, Rodrigo Bentancur e il Torreira doriano che tutti vorrebbero. Ci aggiungiamo vecchie conoscenze come Edinson Cavani e quel Luis Suarez che lasciò gli incisivi sul collo di Giorgio Chiellini. Che squadra, col vecchio maestro Oscar Tabarez in panchina. Nell'Egitto, da verificare le condizioni della rockstar Mohamed Salah, che a Roma conoscono bene, e la predisposizione alla sconfitta del tenero Hector Cuper, che ha portato i faraoni al mondiale. Nella Russia tutti gli occhi sono puntati su Aleksandr Golovin, fenomenale trequartista nel mirino anche della Juventus.
Girone B
Il Portogallo va pesato e seguito con attenzione. Oltre a Joao Mario, altri due incompiuti alla ricerca di un baricentro (quello economico si chiama plusvalenza): André Silva, fantasma milanista, e Mario Rui (foto), che a Napoli piace a metà. Lasciato a casa Joao Cancelo, due vecchie conoscenze potrebbero suonare nell'orchestra di Cristiano Ronaldo: il centrale Rolando e l'eterno Ricardo Quaresma, trivela vivente che riuscì a vincere una Champions con l'Inter senza mai giocarla (34 minuti totali). Nella Spagna niente italiani: Suso, Josè Maria Callejon e Alvaro Morata (che tanto vorrebbe tornare alla Juventus) sono rimasti a casa. Il mondiale sarà il passo d'addio per gente come Sergio Busquets, Gerard Piquè, Andres Iniesta e la consacrazione possibile per Isco (vestirebbe bene il bianconero) e Marco Asensio. Il pilastro difensivo del Marocco è Mehdi Benatia, che Beppe Marotta vorrebbe vendere dopo i buchi contro il Real Madrid e il Napoli. L'amministratore delegato della Juventus è il suo primo tifoso: un mondiale da protagonista per un incasso da Joao Mario. Il terzino Achraf Hakimi (sbocciato nella cantera del Real Madrid tricampione europeo) è nel mirino di Carlo Ancelotti, vedremo quanto vale.
Girone C
La Francia ci riguarda poco perché Antoine Griezmann è fuori portata (Manchester United favorito), Paul Pogba ha già dato in Italia e Blaise Matuidi è un pilastro della Juventus. Più interessante verificare se l'Udinese ha investito bene su Jens Larsen e l'Atalanta su Andreas Cornelius, danesi dal passo lungo, possibili protagonisti in una squadra che per il calcio mondiale è sempre sinonimo di mina vagante.
Girone D
La colonia argentina è come sempre un'incognita: può uscire al primo turno o andare in finale. Questione di feeling con il compagno di fianco. Lingotti sui quali le squadre italiane hanno investito: Federico Fazio (Roma), Christian Ansaldi (Torino, in prestito dall'Inter), Paulo Dybala, chiamato a diventare mister 100 milioni accanto a Leo Messi. Lucas Biglia può tornare a Milano col valore raddoppiato, Gonzalo Higuain può confermarsi una sontuosa pedina di scambio. Dipende tutto dal prossimo mese, quella è gente che fa la differenza. Anche l'Islanda ha il suo italiano di maglia: Emil Hallfredsson (Udinese). E la Nigeria può aiutare il centravanti Nwankwo Simy (Crotone) a tornare in Italia da uomo mercato.
Nel girone D un discorso a parte merita la pattuglia croata: il Milan ha già fatto un investimento a parametro zero su Ivan Strinic e conta sul rilancio di Kalinic, la Juventus si aspetta un grande mondiale da Marko Pjaca per usarlo come superscambio, l'Inter prega perché Ivan Perisic e Marcelo Brozovic tornino con 50 milioni di valore a testa sulla fronte. C'è più calciomercato qui che in tutte le altre nazionali.
Girone E
Difendendo la porta del Brasile, Alisson può dimostrare di valere più di Gigio Donnarumma (per noi è già più forte). Douglas Costa può consolidare il suo genio, Joao Miranda meritarsi una maglia da titolare nell'Inter accanto a Milan Skriniar e Stefan De Vrij, con conseguente difesa a tre. La Svizzera può rilanciare un depresso Ricardo Rodriguez (Milan) e dare contorni sontuosi all'eclettico Remo Freuler (Atalanta). La Serbia propone un fenomeno come Sergej Milinkovic-Savic, un martello come Aleksandar Kolarov e quel Nikola Milenkovic (Fiorentina) destinato a dominare in difesa come Skriniar.
Girone F
La Germania è lontana, nel senso che andare a comprare giocatori lassù è molto difficile: il Bayern ha sempre in mano i migliori. Timo Werner e Leon Goretzka sono sogni proibiti, Jonas Hector potrebbe invece essere un ottimo acquisto per la Juventus, che rischia di perdere Alex Sandro (non convocato dai brasiliani). Incuriosiscono due svedesi: Markus Rohden del Crotone ed Emil Krafth del Bologna. Ma potrebbe tornare con una plusvalenza incorporata anche il coreano Seung Woo, unica buona notizia per il Verona in questa disgraziata stagione.
Girone G
Il Napoli fa il tifo per Dries Mertens nel Belgio che ha lasciato a casa un crack come Radja Nainggolan. Altri due giocatori sono sotto gli occhi degli osservatori italiani: Axel Witsel, finito per denaro in Cina e pronto a rientrare nel calcio che conta. E l'eterno incompiuto Marouane Fellaini.
Girone H
Il Milan ha l'ultima possibilità di vendere bene i colombiani Cristian Zapata e Carlos Bacca per arrivare a Radamel Falcao (colombiano pure lui), l'Inter spera che Yuto Nagatomo si trasformi in Marcelo per un mese (improbabile). E il presidente della Samp, Massimo Ferrero, farà tifo sfrenato per la sua pattuglia polacca piena di consonanti: Bartos Bereszinski, David Kownacki e Karol Linetty (foto). Accanto a Robert Lewandowski, il napoletano Arkadius Milik potrebbe diventare un babà. Il mondiale dà, il mondiale toglie: Aurelio De Laurentiis potrebbe ritrovarsi in casa, dopo un mese in mondovisione, l'erede di Higuain.
Anziani, dopati, ciccioni e un inquisito: il Mondiale ha la sua sporca dozzina
È la sporca dozzina. La squadra impossibile, quella che si raccatta nei pub di periferia, lungo le banchine del porto per l'ultima missione dopo il tramonto. È più facile metterla insieme che farla giocare ai mondiali, è composta da uomini prima che da atleti, da gente con la pelle dura che ha saputo scendere dal paradiso del calcio, vivere le gioie e le delusioni della quotidianità e capire che lassù è tutto finto. Dodici storie semplici per un mondiale con la faccia sporca, quella della vita.
1) Essam El Hadary (il nonno). È uscito dal sarcofago durante una spedizione di Indiana Jones, è il portiere che fa sembrare giovane Gianluigi Buffon: a 45 anni si gode l'ultima avventura, faraone tra i faraoni d'Egitto. Quattro Coppe d'Africa e un soprannome, la Diga. La sua foto di fianco a quella di Assuan è il poster più venduto al Cairo. Nel 2008 finisce al centro di un braccio di ferro giudiziario: la federazione egiziana lo dichiara patrimonio del Paese, quindi incedibile, ma lui si appella al tribunale internazionale per andare a giocare in Svizzera, al Sion. Due anni al freddo gli bastano, e quando torna viene squalificato, costretto a emigrare in Sudan. Lì vince la Champions League africana, para tre rigori in finale; l'Egitto lo riaccoglie e gli regala le chiavi della sua porta. Finché vorrà.
2) Sergei Ignashevich (l'ultimo comunista). Cominciò a giocare nell'Orechovo, città a 90 km da Mosca, e ricorda che sullo stemma c'erano la falce e il martello. L'Unione Sovietica si stava sgretolando, ma il piccolo Sergei non se ne accorgeva, impegnato a far quadrare i tempi fra scuola e allenamenti. Ruolo: terzino, come il suo idolo Roberto Carlos, del quale non ha nulla, roccia quasi quarantenne di una nazionale che ha ancora bisogno di un fabbro con i polmoni grandi. Una vita da comprimario al Cska Mosca, con un rimpianto: una decina d'anni fa Inter e Juve iniziarono un'asta sul suo nome. Lui visse un'estate nel sogno, poi i due club si svegliarono e non se ne fece niente.
3) Achraf Hakimi (il bambino). Non ha ancora 20 anni, è il ragazzino della banda, quello che porta i caffè e li rovescia sulla camicia a chi non ringrazia. Terzino marocchino cresciuto nella cantera del Real Madrid, un giorno provava le punizioni accanto a Cristiano Ronaldo. Ad osservarlo, rapito mentre infilava l'incrocio dei pali con la stessa continuità del fenomeno, c'era Carlo Ancelotti. Il suo è il primo nome che l'allenatore del Napoli ha consegnato ad Aurelio De Laurentiis. Dopo la Champions vinta dalla panchina, arriva un mondiale da vivere, da correre, da soffrire con una piccola squadra (il Marocco) capace di sorprese all'incrocio dei pali.
4) Roman Torres (il buttafuori). L'enorme Roman a Panama è una leggenda: a due minuti dalla fine della partita contro il Costarica ha segnato il gol del 2-1 e ha fatto esplodere di gioia lo stretto. Tre giorni di follie per il primo biglietto mondiale della storia. Prima di quella rete Roman Torres, centrale di difesa, era semplicemente un ciccione sovrappeso. Classico armadio a tre ante con i trucioli tinti di biondo, movimenti da bradipo, non sembrava un calciatore che fa la differenza. «Mai io intuisco le mosse degli avversari non prima che le facciano, prima che le pensino». Al resto della leggenda hanno contribuito un passato da buttafuori di discoteca e una nonna esperta di riti voodoo. Ora mister Torres è intoccabile, fa il modello per abiti extrasize e dispensa consigli per rimanere in forma. Senza ridere.
5) Andreas Granqvist (il sognatore). C'è chi ha un mare di soldi come orizzonte e chi i tramonti di ghiaccio sul mar Baltico. Come Granqvist, capitano della Svezia, roccioso difensore centrale che ballò per due stagioni non indimenticabili anche al Genoa. Nato e cresciuto nell'Helsingborg - città incubo dei tifosi dell'Inter per una sanguinosa eliminazione europea - ha vissuto con la valigia sotto il letto prima di approdare in Russia, al Krasnodar, e diventarne il leader. Un mese fa, davanti a un contratto da 4 milioni a stagione, ha risposto così: «No grazie, rimango per il mondiale, ma poi torno a casa mia». Nel frattempo l'Helsingborg è finito in serie B. Ma Andreas il Sognatore non ha cambiato idea: nella vita non c'è niente di più eccitante che ripartire.
6) Granit Xhaka (il muro). I suoi genitori scapparono dalle bombe di Slobodan Milosevic negli anni '90, mentre Pristina diventava una città dilaniata dalla guerra civile. Indipendentisti kosovari, papà e mamma furono arrestati, fuggirono e riuscirono ad approdare a Basilea con due figli piccoli, uno dei quali sarà protagonista al mondiale con la maglia della Svizzera (l'altro gioca nell'Albania). Granit il Muro, il centrocampista tuttofare dell'Arsenal, un mediano che non ha paura di nulla. Glielo ha insegnato papà in quei giorni senza luce né cibo. Granit, nome perfetto per un muro, oggi vale 50 milioni e guadagna una montagna di soldi. Ma ogni mese, l'80% lo consegna ai genitori. «Gli dobbiamo tutto, ci hanno dato la libertà e la speranza nel futuro».
7) Tim Cahill (il furbetto). Un altro vecchione, 39 anni e 50 gol nella nazionale australiana, lui samoano per parte di madre, orgoglioso di essere diverso dentro il rude mondo anglosassone del continente più nuovo. Timothy a 18 anni lasciò Sydney per approdare al Millwall, Inghilterra, rigorosamente a costo zero. Era una scommessa, la vinse portando quella squadra alla finale di Fa Cup nel 2004 per poi passare all'Everton non certo gratis: 1,5 milioni di sterline. È famoso perché dopo ogni gol esulta prendendo a pugni la bandierina del calcio d'angolo. E anche per una furbata stile Maradona: al mondiale 2010, contro la Serbia, parò con una mano un colpo di testa da rete di Nemanja Vidic. Senza farsi vedere dall'arbitro, perché non era il portiere.
8) Luka Modric (l'accusato).The dark side of the moon, il lato oscuro del fenomeno croato che illumina col suo genio il Real Madrid e la nazionale a scacchi, con il numero 14 di Johann Crujiff sulla schiena. I giudici di Zagabria lo hanno accusato di falsa testimonianza nel processo al padre padrone del calcio croato, Zdravko Mamic, imputato per appropriazione indebita di 15 milioni di euro nel trasferimento di calciatori dalla Dinamo Zagabria all'estero. Modric lo avrebbe coperto cambiando versione in aula. Per ora la faccenda è in sospeso: bisogna lasciare in pace il fenomeno durante i mondiali. Poi arriverà l'avviso di garanzia con il rischio di una condanna fino a 5 anni di carcere.
9) Harry Kane (l'uragano). Piomba sul mondiale come un falco, con quel nome da caccia della seconda guerra mondiale che evoca un uragano, con la faccia da tenente della Raf e con 41 gol in 45 partite segnati nel Tottenham (più 8 nelle ultime 7 in nazionale). Dopo 20 anni l'Inghilterra ha di nuovo un centravanti vero, letale come Gary Lineker, come Alan Shearer, decisivo in campo e inesistente fuori. A partita finita lui è lo spot dell'uomo tranquillo, che si fa fotografare con la mamma al supermercato o divanato con un libro in mano. L'uragano è timido. Unico eccesso: la richiesta di matrimonio sulla spiaggia alla storica fidanzata Katie, postata su Twitter. Ha avuto più condivisioni della doppietta al Chelsea.
10) Masoud Shojaei (il radiato). Convocato dalla Fifa più che dall'Iran, Masoud arriva in Russia da un pianeta lontano sul quale abitano diseredati. Nessuna colpa, se non quella di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. L'anno scorso il fantasista del Panionios (poi passato all'Aek Atene) è stato radiato per un gesto banale: prima di una partita contro il Maccabi Tel Aviv ha stretto la mano ai giocatori di Israele, nazione non riconosciuta da Teheran. Poiché in un'intervista aveva chiesto che anche le donne potessero entrare negli stadi del suo Paese, è stato emarginato. Fino a quando la federazione mondiale non ha minacciato di escludere tutti gli iraniani dal mondiale. Riabilitato in silenzio, anche lui avrà il suo mese di libertà.
11) Paolo Guerrero (il dopato). Lo chiamano il Barbaro, è un guerriero peruviano con le emozioni più forti di lui. Un toro con i piedi di velluto, scuola Bayern Monaco, contratti con le più forti squadre sudamericane (Corinthians, Flamengo) e due difetti: la mira che gli fece scagliare una bottiglietta piena d'acqua in faccia a un tifoso troppo critico e la debolezza nei confronti del tè potenziato alla cocaina, causa di squalifica per doping. Avrebbe dovuto stare fermo un anno, ma il mese scorso i capitani delle squadre rivali del girone mondiale (Francia, Australia e Danimarca) hanno firmato una richiesta di grazia sotto l'ombrello del torneo. La Fifa ha sospeso la pena sino al giorno della finale. In Perù lo hanno preso come un segno di stima.
Allenatore: Hervé Renard (il legionario). Per guidare una simile squadra un allenatore non basta, serve un pazzo visionario capace di spostare una nave nella giungla, come Fitzcarraldo. C'è, si chiama Hervé Renard, è un francese che allena il Marocco e che lascia credere di essere scappato da un fortino della legione straniera nel Sahara. È nato 50 anni fa sulle Alpi, ma c'è l'Africa nella sua cultura. Ha portato lo Zambia a vincere la coppa d'Africa, poi la Costa d'Avorio a compiere uno storico replay. «Quando torno a casa divento triste». E infatti fallisce a Sochaux, poi a Lille, prima di partire per Rabat. Con un completo di lino bianco nella valigia.
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Il torno al via oggi in Russia. Bidoni in cerca di riscossa o sconosciuti che potrebbero fare il botto: il Milan spera di rivalutare André Silva, la Roma sogna Alisson campione. Chi vuol comprare, come la Juve, incrocia le dita per non veder salire i prezzi. Gli affari migliori? Croazia e le africane. Anziani, dopati, ciccioni e un inquisito: la Coppa ha la sua sporca dozzina. Panama in difesa schiera un buttafuori, il portiere egiziano ha 45 anni suonati. L'Iran ha reintegrato il mediano che diede la mano agli israeliani e il croato Luka Modric del Real Madrid dovrà andare a processo. LA GUIDA A RUSSIA 2018 !function(e,t,n,s){var i="InfogramEmbeds",o=e.getElementsByTagName(t)[0],d=/^http:/.test(e.location)?"http:":"https:";if(/^\/{2}/.test(s)&&(s=d+s),window[i]&&window[i].initialized)window[i].process&&window[i].process();else if(!e.getElementById(n)){var a=e.createElement(t);a.async=1,a.id=n,a.src=s,o.parentNode.insertBefore(a,o)}}(document,"script","infogram-async","https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js"); La sindrome Joao Mario ce l'hanno solo gli interisti. Ed è comprensibile, avendo pagato 40 milioni più bonus un giocatore con i tacchi a spillo, autentico fenomeno agli Europei che hanno laureato campione il Portogallo nel 2016, per vederlo camminare sperduto nell'immensità di San Siro nell'anno e mezzo successivo. Mai protagonista, mai decisivo in nessun ruolo. Mancava che Luciano Spalletti lo provasse portiere per la disperazione, fino alla cessione in prestito, liberatoria per la piazza e per il giocatore, al West Ham dove è (molto) parzialmente rinato. Per lui il mondiale che parte giovedì con Russia-Arabia Saudita sarà decisivo: prima fascia o saldo? Soldi che rientrano in parte nelle tasche di Suning o flop definitivo? Le domande riguardano un intero mondo, quello dei calciatori in libera uscita dall'Italia, che al mondiale in Russia ci vanno, a differenza dei nostri lacrimevoli eroi di novembre gelati dalla Svezia. Quelli che negli ultimi mesi hanno dato tutto (Kalidou Koulibaly e Federico Fazio) o tirato indietro la gamba (Ivan Perisic e Lucas Biglia), mostrato doti cristalline (Lucas Torreira e Douglas Costa) o fragilità caratteriali da rivedere (Mehdi Benatia e Nikola Kalinic). È l'armata degli italiani di complemento, gli stranieri che vestono maglie amate e che in questo mese di partite sostituiranno nei cuori dei tifosi - per quanto sarà possibile -, gli azzurri dispersi sulle spiagge del nostro scontento. Partono con un nome, un cognome e una valutazione. Torneranno vincenti e col valore raddoppiato? Imbrocchiti e depressi o semplicemente comparse da panchina non più inavvicinabili? Un mondiale cambia il destino, consolida sensazioni, ne ribalta altre. Proviamo a osservarli da vicino, questi guerrieri con l'Italia sotto la pelle anche se nati e cresciuti altrove. In mancanza dell'inno e del tricolore dovremo accontentarci dei riflessi condizionati. Girone A La squadra più italiana è l'Uruguay, terra amica e matrigna, che sforna mazzolatori in difesa e fenomenali punteros davanti. Abbiamo finito con l'urlo di Matias Vecino all'Olimpico, ricominciamo da lui e da altri quattro: Martin Caceres, Diego Laxalt, Rodrigo Bentancur e il Torreira doriano che tutti vorrebbero. Ci aggiungiamo vecchie conoscenze come Edinson Cavani e quel Luis Suarez che lasciò gli incisivi sul collo di Giorgio Chiellini. Che squadra, col vecchio maestro Oscar Tabarez in panchina. Nell'Egitto, da verificare le condizioni della rockstar Mohamed Salah, che a Roma conoscono bene, e la predisposizione alla sconfitta del tenero Hector Cuper, che ha portato i faraoni al mondiale. Nella Russia tutti gli occhi sono puntati su Aleksandr Golovin, fenomenale trequartista nel mirino anche della Juventus. Girone B Il Portogallo va pesato e seguito con attenzione. Oltre a Joao Mario, altri due incompiuti alla ricerca di un baricentro (quello economico si chiama plusvalenza): André Silva, fantasma milanista, e Mario Rui (foto), che a Napoli piace a metà. Lasciato a casa Joao Cancelo, due vecchie conoscenze potrebbero suonare nell'orchestra di Cristiano Ronaldo: il centrale Rolando e l'eterno Ricardo Quaresma, trivela vivente che riuscì a vincere una Champions con l'Inter senza mai giocarla (34 minuti totali). Nella Spagna niente italiani: Suso, Josè Maria Callejon e Alvaro Morata (che tanto vorrebbe tornare alla Juventus) sono rimasti a casa. Il mondiale sarà il passo d'addio per gente come Sergio Busquets, Gerard Piquè, Andres Iniesta e la consacrazione possibile per Isco (vestirebbe bene il bianconero) e Marco Asensio. Il pilastro difensivo del Marocco è Mehdi Benatia, che Beppe Marotta vorrebbe vendere dopo i buchi contro il Real Madrid e il Napoli. L'amministratore delegato della Juventus è il suo primo tifoso: un mondiale da protagonista per un incasso da Joao Mario. Il terzino Achraf Hakimi (sbocciato nella cantera del Real Madrid tricampione europeo) è nel mirino di Carlo Ancelotti, vedremo quanto vale. Girone C La Francia ci riguarda poco perché Antoine Griezmann è fuori portata (Manchester United favorito), Paul Pogba ha già dato in Italia e Blaise Matuidi è un pilastro della Juventus. Più interessante verificare se l'Udinese ha investito bene su Jens Larsen e l'Atalanta su Andreas Cornelius, danesi dal passo lungo, possibili protagonisti in una squadra che per il calcio mondiale è sempre sinonimo di mina vagante. Girone D La colonia argentina è come sempre un'incognita: può uscire al primo turno o andare in finale. Questione di feeling con il compagno di fianco. Lingotti sui quali le squadre italiane hanno investito: Federico Fazio (Roma), Christian Ansaldi (Torino, in prestito dall'Inter), Paulo Dybala, chiamato a diventare mister 100 milioni accanto a Leo Messi. Lucas Biglia può tornare a Milano col valore raddoppiato, Gonzalo Higuain può confermarsi una sontuosa pedina di scambio. Dipende tutto dal prossimo mese, quella è gente che fa la differenza. Anche l'Islanda ha il suo italiano di maglia: Emil Hallfredsson (Udinese). E la Nigeria può aiutare il centravanti Nwankwo Simy (Crotone) a tornare in Italia da uomo mercato. Nel girone D un discorso a parte merita la pattuglia croata: il Milan ha già fatto un investimento a parametro zero su Ivan Strinic e conta sul rilancio di Kalinic, la Juventus si aspetta un grande mondiale da Marko Pjaca per usarlo come superscambio, l'Inter prega perché Ivan Perisic e Marcelo Brozovic tornino con 50 milioni di valore a testa sulla fronte. C'è più calciomercato qui che in tutte le altre nazionali. Girone E Difendendo la porta del Brasile, Alisson può dimostrare di valere più di Gigio Donnarumma (per noi è già più forte). Douglas Costa può consolidare il suo genio, Joao Miranda meritarsi una maglia da titolare nell'Inter accanto a Milan Skriniar e Stefan De Vrij, con conseguente difesa a tre. La Svizzera può rilanciare un depresso Ricardo Rodriguez (Milan) e dare contorni sontuosi all'eclettico Remo Freuler (Atalanta). La Serbia propone un fenomeno come Sergej Milinkovic-Savic, un martello come Aleksandar Kolarov e quel Nikola Milenkovic (Fiorentina) destinato a dominare in difesa come Skriniar. Girone F La Germania è lontana, nel senso che andare a comprare giocatori lassù è molto difficile: il Bayern ha sempre in mano i migliori. Timo Werner e Leon Goretzka sono sogni proibiti, Jonas Hector potrebbe invece essere un ottimo acquisto per la Juventus, che rischia di perdere Alex Sandro (non convocato dai brasiliani). Incuriosiscono due svedesi: Markus Rohden del Crotone ed Emil Krafth del Bologna. Ma potrebbe tornare con una plusvalenza incorporata anche il coreano Seung Woo, unica buona notizia per il Verona in questa disgraziata stagione. Girone G Il Napoli fa il tifo per Dries Mertens nel Belgio che ha lasciato a casa un crack come Radja Nainggolan. Altri due giocatori sono sotto gli occhi degli osservatori italiani: Axel Witsel, finito per denaro in Cina e pronto a rientrare nel calcio che conta. E l'eterno incompiuto Marouane Fellaini. Girone H Il Milan ha l'ultima possibilità di vendere bene i colombiani Cristian Zapata e Carlos Bacca per arrivare a Radamel Falcao (colombiano pure lui), l'Inter spera che Yuto Nagatomo si trasformi in Marcelo per un mese (improbabile). E il presidente della Samp, Massimo Ferrero, farà tifo sfrenato per la sua pattuglia polacca piena di consonanti: Bartos Bereszinski, David Kownacki e Karol Linetty (foto). Accanto a Robert Lewandowski, il napoletano Arkadius Milik potrebbe diventare un babà. Il mondiale dà, il mondiale toglie: Aurelio De Laurentiis potrebbe ritrovarsi in casa, dopo un mese in mondovisione, l'erede di Higuain. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/litalia-ha-un-mondiale-di-scorta-il-mercato-2577697051.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anziani-dopati-ciccioni-e-un-inquisito-il-mondiale-ha-la-sua-sporca-dozzina" data-post-id="2577697051" data-published-at="1780003519" data-use-pagination="False"> Anziani, dopati, ciccioni e un inquisito: il Mondiale ha la sua sporca dozzina È la sporca dozzina. La squadra impossibile, quella che si raccatta nei pub di periferia, lungo le banchine del porto per l'ultima missione dopo il tramonto. È più facile metterla insieme che farla giocare ai mondiali, è composta da uomini prima che da atleti, da gente con la pelle dura che ha saputo scendere dal paradiso del calcio, vivere le gioie e le delusioni della quotidianità e capire che lassù è tutto finto. Dodici storie semplici per un mondiale con la faccia sporca, quella della vita. 1) Essam El Hadary (il nonno). È uscito dal sarcofago durante una spedizione di Indiana Jones, è il portiere che fa sembrare giovane Gianluigi Buffon: a 45 anni si gode l'ultima avventura, faraone tra i faraoni d'Egitto. Quattro Coppe d'Africa e un soprannome, la Diga. La sua foto di fianco a quella di Assuan è il poster più venduto al Cairo. Nel 2008 finisce al centro di un braccio di ferro giudiziario: la federazione egiziana lo dichiara patrimonio del Paese, quindi incedibile, ma lui si appella al tribunale internazionale per andare a giocare in Svizzera, al Sion. Due anni al freddo gli bastano, e quando torna viene squalificato, costretto a emigrare in Sudan. Lì vince la Champions League africana, para tre rigori in finale; l'Egitto lo riaccoglie e gli regala le chiavi della sua porta. Finché vorrà. 2) Sergei Ignashevich (l'ultimo comunista). Cominciò a giocare nell'Orechovo, città a 90 km da Mosca, e ricorda che sullo stemma c'erano la falce e il martello. L'Unione Sovietica si stava sgretolando, ma il piccolo Sergei non se ne accorgeva, impegnato a far quadrare i tempi fra scuola e allenamenti. Ruolo: terzino, come il suo idolo Roberto Carlos, del quale non ha nulla, roccia quasi quarantenne di una nazionale che ha ancora bisogno di un fabbro con i polmoni grandi. Una vita da comprimario al Cska Mosca, con un rimpianto: una decina d'anni fa Inter e Juve iniziarono un'asta sul suo nome. Lui visse un'estate nel sogno, poi i due club si svegliarono e non se ne fece niente. 3) Achraf Hakimi (il bambino). Non ha ancora 20 anni, è il ragazzino della banda, quello che porta i caffè e li rovescia sulla camicia a chi non ringrazia. Terzino marocchino cresciuto nella cantera del Real Madrid, un giorno provava le punizioni accanto a Cristiano Ronaldo. Ad osservarlo, rapito mentre infilava l'incrocio dei pali con la stessa continuità del fenomeno, c'era Carlo Ancelotti. Il suo è il primo nome che l'allenatore del Napoli ha consegnato ad Aurelio De Laurentiis. Dopo la Champions vinta dalla panchina, arriva un mondiale da vivere, da correre, da soffrire con una piccola squadra (il Marocco) capace di sorprese all'incrocio dei pali. 4) Roman Torres (il buttafuori). L'enorme Roman a Panama è una leggenda: a due minuti dalla fine della partita contro il Costarica ha segnato il gol del 2-1 e ha fatto esplodere di gioia lo stretto. Tre giorni di follie per il primo biglietto mondiale della storia. Prima di quella rete Roman Torres, centrale di difesa, era semplicemente un ciccione sovrappeso. Classico armadio a tre ante con i trucioli tinti di biondo, movimenti da bradipo, non sembrava un calciatore che fa la differenza. «Mai io intuisco le mosse degli avversari non prima che le facciano, prima che le pensino». Al resto della leggenda hanno contribuito un passato da buttafuori di discoteca e una nonna esperta di riti voodoo. Ora mister Torres è intoccabile, fa il modello per abiti extrasize e dispensa consigli per rimanere in forma. Senza ridere. 5) Andreas Granqvist (il sognatore). C'è chi ha un mare di soldi come orizzonte e chi i tramonti di ghiaccio sul mar Baltico. Come Granqvist, capitano della Svezia, roccioso difensore centrale che ballò per due stagioni non indimenticabili anche al Genoa. Nato e cresciuto nell'Helsingborg - città incubo dei tifosi dell'Inter per una sanguinosa eliminazione europea - ha vissuto con la valigia sotto il letto prima di approdare in Russia, al Krasnodar, e diventarne il leader. Un mese fa, davanti a un contratto da 4 milioni a stagione, ha risposto così: «No grazie, rimango per il mondiale, ma poi torno a casa mia». Nel frattempo l'Helsingborg è finito in serie B. Ma Andreas il Sognatore non ha cambiato idea: nella vita non c'è niente di più eccitante che ripartire. 6) Granit Xhaka (il muro). I suoi genitori scapparono dalle bombe di Slobodan Milosevic negli anni '90, mentre Pristina diventava una città dilaniata dalla guerra civile. Indipendentisti kosovari, papà e mamma furono arrestati, fuggirono e riuscirono ad approdare a Basilea con due figli piccoli, uno dei quali sarà protagonista al mondiale con la maglia della Svizzera (l'altro gioca nell'Albania). Granit il Muro, il centrocampista tuttofare dell'Arsenal, un mediano che non ha paura di nulla. Glielo ha insegnato papà in quei giorni senza luce né cibo. Granit, nome perfetto per un muro, oggi vale 50 milioni e guadagna una montagna di soldi. Ma ogni mese, l'80% lo consegna ai genitori. «Gli dobbiamo tutto, ci hanno dato la libertà e la speranza nel futuro». 7) Tim Cahill (il furbetto). Un altro vecchione, 39 anni e 50 gol nella nazionale australiana, lui samoano per parte di madre, orgoglioso di essere diverso dentro il rude mondo anglosassone del continente più nuovo. Timothy a 18 anni lasciò Sydney per approdare al Millwall, Inghilterra, rigorosamente a costo zero. Era una scommessa, la vinse portando quella squadra alla finale di Fa Cup nel 2004 per poi passare all'Everton non certo gratis: 1,5 milioni di sterline. È famoso perché dopo ogni gol esulta prendendo a pugni la bandierina del calcio d'angolo. E anche per una furbata stile Maradona: al mondiale 2010, contro la Serbia, parò con una mano un colpo di testa da rete di Nemanja Vidic. Senza farsi vedere dall'arbitro, perché non era il portiere. 8) Luka Modric (l'accusato).The dark side of the moon, il lato oscuro del fenomeno croato che illumina col suo genio il Real Madrid e la nazionale a scacchi, con il numero 14 di Johann Crujiff sulla schiena. I giudici di Zagabria lo hanno accusato di falsa testimonianza nel processo al padre padrone del calcio croato, Zdravko Mamic, imputato per appropriazione indebita di 15 milioni di euro nel trasferimento di calciatori dalla Dinamo Zagabria all'estero. Modric lo avrebbe coperto cambiando versione in aula. Per ora la faccenda è in sospeso: bisogna lasciare in pace il fenomeno durante i mondiali. Poi arriverà l'avviso di garanzia con il rischio di una condanna fino a 5 anni di carcere. 9) Harry Kane (l'uragano). Piomba sul mondiale come un falco, con quel nome da caccia della seconda guerra mondiale che evoca un uragano, con la faccia da tenente della Raf e con 41 gol in 45 partite segnati nel Tottenham (più 8 nelle ultime 7 in nazionale). Dopo 20 anni l'Inghilterra ha di nuovo un centravanti vero, letale come Gary Lineker, come Alan Shearer, decisivo in campo e inesistente fuori. A partita finita lui è lo spot dell'uomo tranquillo, che si fa fotografare con la mamma al supermercato o divanato con un libro in mano. L'uragano è timido. Unico eccesso: la richiesta di matrimonio sulla spiaggia alla storica fidanzata Katie, postata su Twitter. Ha avuto più condivisioni della doppietta al Chelsea. 10) Masoud Shojaei (il radiato). Convocato dalla Fifa più che dall'Iran, Masoud arriva in Russia da un pianeta lontano sul quale abitano diseredati. Nessuna colpa, se non quella di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. L'anno scorso il fantasista del Panionios (poi passato all'Aek Atene) è stato radiato per un gesto banale: prima di una partita contro il Maccabi Tel Aviv ha stretto la mano ai giocatori di Israele, nazione non riconosciuta da Teheran. Poiché in un'intervista aveva chiesto che anche le donne potessero entrare negli stadi del suo Paese, è stato emarginato. Fino a quando la federazione mondiale non ha minacciato di escludere tutti gli iraniani dal mondiale. Riabilitato in silenzio, anche lui avrà il suo mese di libertà. 11) Paolo Guerrero (il dopato). Lo chiamano il Barbaro, è un guerriero peruviano con le emozioni più forti di lui. Un toro con i piedi di velluto, scuola Bayern Monaco, contratti con le più forti squadre sudamericane (Corinthians, Flamengo) e due difetti: la mira che gli fece scagliare una bottiglietta piena d'acqua in faccia a un tifoso troppo critico e la debolezza nei confronti del tè potenziato alla cocaina, causa di squalifica per doping. Avrebbe dovuto stare fermo un anno, ma il mese scorso i capitani delle squadre rivali del girone mondiale (Francia, Australia e Danimarca) hanno firmato una richiesta di grazia sotto l'ombrello del torneo. La Fifa ha sospeso la pena sino al giorno della finale. In Perù lo hanno preso come un segno di stima. Allenatore: Hervé Renard (il legionario). Per guidare una simile squadra un allenatore non basta, serve un pazzo visionario capace di spostare una nave nella giungla, come Fitzcarraldo. C'è, si chiama Hervé Renard, è un francese che allena il Marocco e che lascia credere di essere scappato da un fortino della legione straniera nel Sahara. È nato 50 anni fa sulle Alpi, ma c'è l'Africa nella sua cultura. Ha portato lo Zambia a vincere la coppa d'Africa, poi la Costa d'Avorio a compiere uno storico replay. «Quando torno a casa divento triste». E infatti fallisce a Sochaux, poi a Lille, prima di partire per Rabat. Con un completo di lino bianco nella valigia.
@Alpine Cars
Anche per questo, il rapporto d’affari tra Gucci e la scuderia francese Alpine-Renault, reso noto ieri, non dovrebbe stupire. Il demiurgo dell’intesa attiva dalla stagione 2027, il manager milanese di origini pugliesi Luca De Meo, a capo del gruppo Kering che include Gucci, ha un passato fruttuoso da dirigente nel mondo delle automobili (è stato ceo di Alpine) e ha studiato l’ingresso del marchio di moda nella Formula 1 non lesinando sui dettagli.
Gucci, di Alpine, diventa «title partner»: non soltanto uno sponsor, ma parte attiva della scuderia nata nel 1955, il cui nome diventerà Gucci Racing Alpine Formula One Team. Cambieranno pure i colori delle monoposto. Invece della combinazione di rosa e blu, è stato scelto un mix nero-oro per far risaltare l’emblematica «G» a corredo delle livree dei piloti e di un insieme di prodotti pensati ad hoc. Se per Francesca Bellettini, presidente e amministratore delegato di Gucci, l’accordo sarebbe «un riflesso della nostra ambizione e del ruolo che vogliamo, una convergenza unica di performance, cultura e portata globale, e Alpine è il partner giusto per dare vita a questa visione», è impossibile non pensare pure all’ingresso di Lmvh (nella fattispecie Louis Vuitton) come sponsor ufficiale del Mondiale in corso. Lo scopo di Liberty media, a capo della gestione commerciale del circus dei motori, era ben chiaro fin dai tempi in cui raccontò il mondo delle monoposto, dei box e dei piloti promuovendo la docuserie Netflix Drive to survive, che forgiò un immaginario accessibile a milioni di spettatori, tutti utenti di Instagram e TikTok, e ovviamente tutti consumatori spendenti: trasformare le corse in un red carpet costante.
Tra i fan potenziali, è lievitata la componente femminile sotto i 35 anni, per statistica tra le più stimolate agli acquisti nella moda. Quasi a dire: maschi sui motori, donne su ciò che li abbellisce, o magari viceversa. Non scordando un aspetto essenziale, la fascinazione degli sceicchi arabi per il mondo delle gare, indizio di per sé gravido di sottintesi danarosi. Già dai tempi di Benetton - il cui team manager era Flavio Briatore, oggi consigliere esecutivo di Alpine - si puntò su analoghe convergenze. Canonizzate poi dal ferrarista Lewis Hamilton, pilota leggendario, icona dandy, presunto fidanzato dell’influencer Kim Kardashian, appassionato di alta moda al punto da diventare volto della campagna Pink PP per Valentino DI.Vas e co-produttore di F1 - Il film, con Brad Pitt. Luca De Meo rimarca il bacino gargantuesco a cui Gucci vorrebbe mirare: nel 2024 la Formula 1 avrebbe registrato 6,5 milioni di spettatori presenti ai Gran Premi, 1,6 miliardi di spettatori televisivi cumulati e 97 milioni di seguaci sui social media, a cui è bene aggiungere l’analisi dell’agenzia Karla Otto e della piattaforma Lefty, secondo cui sarebbe il secondo sport da tenere in considerazione per contributo all’Earned media value (Emv) del settore moda. L’Emv è la metrica che stima il valore della visibilità ottenuta gratis, senza investimenti. Una pesca a strascico con reti dorate. Forse è il destino di tutti gli sport popolari, e però inarrivabili: affiancare alla componente agonistica la sensazione dell’evento glamour, all’etica, l’estetica, insomma il caravanserraglio diveniente del presente permanente.
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Ma la finanza, si sa, ha bisogno di battezzare continuamente nuove tendenze. Così, dai Faang siamo passati ai «Magnifici 7» (Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla), fino all’ultimo arrivato dei circoli finanziari: i Batmmaan. In questa nuova sigla, il mantello del supereroe è indossato da Broadcom, unendosi ai soliti noti (Apple, Tesla, Microsoft, Meta, Amazon, Alphabet e Nvidia) per cavalcare l’onda dei chip e dell’Intelligenza artificiale. Tuttavia, dietro questa girandola di lettere si nasconde un’insidia che il risparmiatore non dovrebbe mai sottovalutare. «Bisogna prendere sempre con le pinze l’approccio basato su ricette facili e acronimi da replicare», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «perché ogni epoca ha i suoi campioni, ma la gloria è spesso effimera. Molte società cadono in disgrazia o escono dai favori degli investitori non appena i temi sottostanti cambiano. Investire scegliendo “sic et simpliciter”, i migliori titoli del passato, è una trappola: investire non è come giocare la schedina sapendo i risultati il lunedì successivo».
Nel maggio 2026, la compattezza di questi gruppi sta venendo meno. Se la capitalizzazione complessiva dei Magnifici 7 ha raggiunto la cifra astronomica di 20.000 miliardi di euro, le performance iniziano a divaricarsi. Mentre Alphabet segna un +117% annuo, titoli come Microsoft (-10,18%) e Meta (-6,9%) mostrano in alcuni casi segnali di stanchezza.
«Il problema è che il mercato seleziona i nomi quando sono già sulla bocca di tutti», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente, «ma oggi i criteri devono essere più sofisticati. La capacità di trasformare l’IA in flussi di cassa reali è l’unico driver che conta davvero, e non tutti i componenti di questi acronimi ci stanno riuscendo allo stesso modo». E un portafoglio di investimenti deve essere diversificato e profilato per ciascun investitore in base alla sua propensione al rischio e alla capacità di sostenere perdite che, riguardo i titoli «tech», possono arrivare anche a un’escursione avversa del -70%. Ha certo senso avere in portafoglio diversi di questi titoli, ma è bene conoscere le regole del «gioco» e non proiettare mai i rendimenti passati nel futuro.
Peraltro, secondo alcuni analisti il dominio tecnologico Usa non è più un dogma. L’ascesa di realtà cinesi come DeepSeek nel campo dell’IA ha dimostrato che la supremazia dei semiconduttori americani è attaccabile, provocando ondate di volatilità che colpiscono i portafogli troppo concentrati.
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Giacomo Biffi (Imagoeconomica)
C’è stato l’11 settembre, siamo in pieno scontro di civiltà e la minaccia della jihad si espande sull’Occidente. L’immigrazione, soprattutto da Sud a Nord, sta diventando ingestibile. In America c’è George W. Bush, in Cina Hu Jintao, in Russia comanda già Vladimir Putin. Nel 2001, dopo la strage delle Torri gemelle, la Nato invade l’Afghanistan nel tentativo di smantellare Al Qaeda di Osama Bin Laden. Nel 2003 inizia la seconda Guerra del golfo. E Giacomo Biffi, cardinale e arcivescovo di Bologna dal 1984, pubblica con Piemme questo Piccolo dizionario del cristianesimo. Quando si vivono momenti di crisi si è soliti cercare conforto nei grandi classici. Ma nella fattispecie non vale perché alla sua prima edizione questo testo prezioso ebbe un’accoglienza tiepida. Ora, grazie a Cantagalli che meritoriamente lo riedita con una nuova veste grafica e la cura della carmelitana scalza Emanuela Ghini, che nelle 80 voci, da Aborto a Vuotezza, ha inserito sottotitoli che ne aiutano la lettura, un saggio dimenticato svela tutta la sua forza e attualità.
In ordine alfabetico, la prima voce è «Aborto». Scrive Biffi, citando un ministro che per promuovere un provvedimento ha detto che non è «un’istigazione al matrimonio», «riteniamo iniqua la legge 194 - ipocritamente intitolata “per la tutela della maternità” - che autorizza e addirittura finanzia la soppressione delle creature umane prima della nascita. Questa sì che è una “istigazione”: è una istigazione a commettere quello che il Concilio Vaticano II chiama l’“abominevole delitto dell’aborto”».
Trattandosi, però, di un dizionario del cristianesimo è da questa voce che conviene iniziare. Biffi muove dalla consapevolezza di quale tesoro contenga la fede e, geloso delle sue peculiarità fuori da ogni catalogo, ne canta la potenza e la carica eversiva rispetto alla «mentalità di questo secolo» (San Paolo). Non piega il cristianesimo a pretesto per militanze politiche, a spunto per posizioni che non abbiano a cuore il destino ultimo dell’uomo e la preoccupazione esclusiva per il suo bene. È «inconfrontabile» con le altre religioni «perché nella sua realtà più autentica è una persona, la persona di Cristo, il Verbo che si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Si può anche dire «che tutte le religioni hanno del buono […] purché non si dimentichi che […] il cristianesimo è un fatto, e i fatti non si scelgono, “sono”. Include ovviamente delle idee circa la divinità, delle norme etiche, dei riti, come tutte le religioni; ma primariamente è un avvenimento, e come tale è unico e imparagonabile».
In alcuni passaggi si avverte l’eco della predicazione di monsignor Luigi Giussani, con il quale Biffi ha condiviso la formazione nel seminario di Venegono. Fede e ragione sono sorelle. La ragione cerca la fede. Si apre all’avvento della fede, la contempla come possibilità reale. Invece, a un certo punto si è cominciato a dire «che sono suocera e nuora», incompatibili. E l’uomo, pensando di diventare padrone autosufficiente, in realtà, si è perso. Ha cancellato Dio Padre. Ha cominciato a teorizzarne la morte. Trasformando il mondo in un gigantesco e «malinconico orfanotrofio», abitato da gente che ha come prospettiva quella di essere «figlia del caso». «Anche oggi», continua l’arcivescovo, «la questione prima e più decisiva per l’umanità è riscoprire la paternità di Dio». Non c’è scampo, scrive Biffi osservando la presa nell’opinione pubblica dei vari socialismi e solidarismi: «Se vogliamo vivere da fratelli e salvarci, dobbiamo ripartire dal Padre». Ma per far questo occorre rispondere all’imperativo che ci pone Cristo. O è il Figlio di Dio fatto uomo, e allora non resta che seguirlo, o è un impostore. Nessuno, «per quanto faccia l’indifferente o il disinteressato», può sfuggire a questo interrogativo. «Non è possibile rimanere neutrali [...], Gesù non è uno che mette d’accordo tutti… Non è un ansiolitico, è una sfida». Per aiutarci a raccoglierla il Padreterno ci ha lasciato la Chiesa, il «capolavoro compiuto da Dio con i deludenti materiali umani». Ecco l’ironia di Biffi. La sua lezione di umiltà, l’invito a non tirarcela, a non attribuirci troppi meriti, ma a riconoscere la benevolenza divina.
Il cardinale si rivolge allora alla Chiesa, esortandola a prendere il largo se vuole che «la pesca di uomini non riesca infruttuosa. Una Chiesa assimilata a quella che san Paolo chiama “la mentalità di questo secolo” non converte nessuno». «Non dare ascolto a chi, nell’intento di avvicinarti alle realtà della terra, in definitiva ti conduce a insabbiarti. Se ti insabbi diventi superflua, anzi inutile nella vicenda umana, perché sei fatta per navigare». In altre parti usa la metafora del sale «dolcificato». È l’urgenza dell’identità. «Nessun doveroso rispetto di chi ha opinioni diverse dalle nostre deve portarci a poco a poco allo stemperamento della fedeltà a colui che è il solo Maestro». Sbagliano i cattolici che, desiderosi di essere accolti, si assimilano alle ideologie prevalenti. Il sale, «che ha un sapore pungente», dolcificato non serve se non a essere gettato.
Oltre ai cristiani tiepidi, bersaglio dell’autore di Contro maestro Ciliegia (Jaca Book, 1977) è l’enfasi del progresso. Il mondo contemporaneo vive un’«angoscia» causata all’uomo «dalle sue stesse bravure». Il Novecento «era iniziato con una immensa speranza che il mito del progresso, i trionfi della scienza, l’affermazione della libertà individuale e della socialità […] garantissero un’epoca illimitata di pace e di serena fraternità tra i popoli». Ma invece è diventato il «secolo più insanguinato e più crudele della storia». Le guerre sono sempre state orrende ma, «prima che un culto enfatizzato e irrazionale della ragione spegnesse il senso cristiano dei nostri popoli», riguardavano i soldati di mestiere. Oggi «“le guerre totali” - dove non vengono risparmiati né le donne né i bambini né gli anziani - sono un apporto del così detto progresso. Davvero c’è da augurarsi che l’umanità non “progredisca” più in modo così perverso e insipiente».
Questo mito alimenta il proliferare di «troppe cattedre senza autorevolezza» protese più all’apparire che all’essere. «La “scena di questo mondo” sembra essere ciò che più di tutto viene ricercato e apprezzato», osserva Biffi. «L’immagine di un uomo, che occupi frequentemente gli schermi televisivi, diventa più importante dell’originalità dei suoi pensieri, della saggezza delle sue parole, della qualità morale del suo comportamento […]. Il messaggio è buono a misura non della positività del suo contenuto, ma del suo successo e dell’ampiezza della sua risonanza». E pazienza se genera «confusione» promuovendo relativismo e scetticismo. Più che mai affilato lo sguardo con cui il cardinale descrive la società contemporanea, priva di speranza. «Il nostro tempo ha saputo dare all’uomo tanti ritrovati mirabili: per esempio, la velocità negli spostamenti, la diffusione domiciliare delle notizie, i prodigi dell’informatica, nuove sorgenti di suoni e di frastuoni, nuove inesauste fabbriche di chimere e di sogni», comprese, potremmo aggiungere oggi, le mirabilie dell’Intelligenza artificiale. «La sola cosa che non ha saputo dare all’uomo è proprio la speranza, la quale anzi è andata nel mondo sempre più affievolendosi».
Gesù è venuto per salvare i peccatori. Questo è il contenuto dell’«evangelizzazione». Poi certo, i cristiani esorteranno alla solidarietà e si preoccuperanno della giustizia, ma senza dimenticare che lo scopo della missione in terra di Cristo è «la salvezza integrale e trascendente degli sventurati figli di Adamo». Non bastano, dunque, un solidarismo sentimentale o un amore delegato alle istituzioni. «Il Samaritano non è andato a interessare l’Unità sanitaria locale, si è piegato lui sul ferito». Perciò, «non è più possibile amare Dio senza amare il fratello; e non è più possibile amare il fratello senza amare Dio». Quando la testimonianza dei battezzati sbiadisce, «compaiono manifestazioni di razzismo e di sopraffazione di un gruppo sull’altro», ma non di rado, osserva Biffi, ci si imbatte in «qualche forma di razzismo culturale e ideologico, in cui capita che particolarmente si distinguano proprio coloro che a gran voce si conclamano antirazzisti».
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Il Crystal Palace festeggia la Conference League dopo la vittoria per 1-0 in finale contro il Rayo Vallecano (Ansa)
Gli inglesi battono 1-0 il Rayo Vallecano nella finale di Lipsia e conquistano il primo trofeo europeo della loro storia. Decide Mateta nella ripresa. Terzo titolo in un anno per la squadra di Glasner dopo FA Cup e Community Shield.
La chiusura del cerchio perfetto nel calcio esiste. Chiedere al Crystal Palace, uno dei 17 club professionistici di Londra e uno dei 7 che militano in Premier League, da questa notte sul tetto d’Europa, per la prima volta nella sua storia lunga 121 anni.
Le Eagles, alla loro prima partecipazione in una competizione europea, hanno fatto subito centro battendo nella finale di Lipsia il Rayo Vallecano e aggiungendo in bacheca la Conference League. Una bacheca fino a poco meno di un anno fa praticamente vuota e che sotto la gestione di Oliver Glasner, tecnico austriaco classe 1974 che in Europa aveva già trionfato vincendo nel 2021 l’Europa League alla guida dell’Eintracht Francoforte, ha improvvisamente iniziato a riempirsi. Il 17 maggio 2025 la vittoria in FA Cup, battendo in finale il Manchester City di Pep Guardiola. Qualche mese più tardi, il 10 agosto, il successo ai rigori contro il Liverpool nel Community Shield. E ora la consacrazione europea. Tre trofei nel giro di 12 mesi a chiusura di un cerchio, appunto, dove nulla è stato scontato, anzi. La stagione del Palace aveva tutti i presupposti per non essere all’altezza della precedente, con le cessioni eccellenti di Eze all’Arsenal e Guehi al City che ne hanno compromesso l’andamento in campionato, tanto da chiudere la Premier con un modestissimo 15° posto. Motivo per cui, a un certo punto della stagione, Glasner ha deciso di puntare tutto sulla Conference. La vittoria in coppa dà al club del Sud di Londra in un colpo solo lustro internazionale e la qualificazione alla prossima Europa League. Competizione che di fatto aveva già conquistato il diritto a parteciparvi lo scorso anno grazie alla vittoria della FA Cup, ma dalla quale è stata esclusa per la concomitante presenza dell’Olympique Lione, club francese con cui il Palace condivide il proprietario, John Textor.
Dall’altra parte, però, il Rayo Vallecano esce sconfitto ma non ridimensionato. Per il club di Vallecas, quartiere popolare e storicamente operaio della periferia madrilena, quella di Lipsia era la prima finale europea della propria storia. Un traguardo che conferma la crescita di una squadra diventata negli anni simbolo identitario del suo quartiere e riferimento per una tifoseria che ha sempre rivendicato un’idea diversa di calcio, lontana dalle logiche dei grandi club della capitale. Il ko contro il Palace non cancella il percorso europeo del Rayo, capace di eliminare Samsunspor, Aek Atene e Strasburgo dopo avere chiuso al quinto posto la fase campionato. E forse il senso della serata lo hanno raccontato proprio i tifosi spagnoli al triplice fischio, quando nel settore occupato dai sostenitori biancorossi è comparso uno striscione con scritto: «No conocí mayor victoria, que contigo en una derrota» («Non ho conosciuto vittoria più grande di quella ottenuta con te nella sconfitta»).
In campo, del resto, la finale è stata a lungo bloccata, quasi condizionata dal peso della posta in palio e dall’inesperienza europea di entrambe. Il Crystal Palace ha provato subito a prendere in mano il possesso, affidandosi soprattutto alle accelerazioni di Sarr e Pino sugli esterni, mentre il Rayo ha scelto un atteggiamento più prudente, compatto e attento a non concedere spazi. Il risultato è stato un primo tempo con poche occasioni e ritmi bassi. Gli spagnoli si sono fatti vedere per primi al 25’, quando Alemao ha girato fuori da buona posizione un cross di Chavarria, mentre poco prima dell’intervallo Unai Lopez ha mancato lo specchio con un destro dal limite. La chance più grande dei primi 45 minuti, però, l’ha costruita il Palace nel recupero: Wharton ha pescato Mitchell con un pallone morbido dalla trequarti, ma il colpo di testa in tuffo dell’esterno inglese è terminato di pochissimo a lato. La partita è cambiata all’inizio della ripresa. Al 50’ Wharton - eletto a fine gara «man of the match» - ha trovato spazio centralmente e ha calciato dal limite costringendo Batalla a una respinta corta: sul pallone si è avventato Mateta, il più rapido di tutti a ribadire in rete il gol dell’1-0. Una rete pesantissima per il centravanti francese, vicino a lasciare Londra già nel mercato di gennaio e decisivo invece nella notte più importante della storia del club. Il vantaggio ha acceso improvvisamente la finale. Cinque minuti dopo il Palace è andato a centimetri dal raddoppio in una delle azioni più incredibili della partita: punizione di Pino sul doppio palo, pallone che torna in mezzo e nuovo legno colpito involontariamente da Valentin nel tentativo di anticipare Mateta. Il Rayo ha accusato il colpo e per alcuni minuti ha rischiato di crollare, salvato ancora da Batalla su Mateta e da una difesa che, pur soffrendo, è riuscita a restare dentro la partita fino alla fine.
Nel finale la squadra di Perez ha provato ad alzare il baricentro senza però creare vere occasioni pulite. L’ultima possibilità è capitata ancora sui piedi di Alemao al 95’, ma il destro al volo dal limite è terminato fuori. Poco dopo è arrivato il triplice fischio di Mariani - unica nota italiana nella serata di Lipsia - e la festa del Palace, accompagnata dagli oltre 39.000 spettatori della Red Bull Arena.
Con questo successo il Crystal Palace diventa la terza squadra inglese - e la terza londinese - a vincere la Conference League dopo West Ham e Chelsea. Un altro segnale della supremazia recente del calcio inglese nelle competizioni Uefa. E adesso l’Inghilterra sogna addirittura il pieno europeo: dopo il trionfo dell’Aston Villa in Europa League e quello del Palace in Conference, sabato a Budapest toccherà all’Arsenal nella finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain. Un possibile treble continentale che confermerebbe ulteriormente il dominio della Premier sul calcio europeo.
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