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2018-06-14
L’Italia ha un Mondiale di scorta: il mercato
ANSA
La sindrome Joao Mario ce l'hanno solo gli interisti. Ed è comprensibile, avendo pagato 40 milioni più bonus un giocatore con i tacchi a spillo, autentico fenomeno agli Europei che hanno laureato campione il Portogallo nel 2016, per vederlo camminare sperduto nell'immensità di San Siro nell'anno e mezzo successivo. Mai protagonista, mai decisivo in nessun ruolo. Mancava che Luciano Spalletti lo provasse portiere per la disperazione, fino alla cessione in prestito, liberatoria per la piazza e per il giocatore, al West Ham dove è (molto) parzialmente rinato. Per lui il mondiale che parte giovedì con Russia-Arabia Saudita sarà decisivo: prima fascia o saldo? Soldi che rientrano in parte nelle tasche di Suning o flop definitivo?
Le domande riguardano un intero mondo, quello dei calciatori in libera uscita dall'Italia, che al mondiale in Russia ci vanno, a differenza dei nostri lacrimevoli eroi di novembre gelati dalla Svezia. Quelli che negli ultimi mesi hanno dato tutto (Kalidou Koulibaly e Federico Fazio) o tirato indietro la gamba (Ivan Perisic e Lucas Biglia), mostrato doti cristalline (Lucas Torreira e Douglas Costa) o fragilità caratteriali da rivedere (Mehdi Benatia e Nikola Kalinic).
È l'armata degli italiani di complemento, gli stranieri che vestono maglie amate e che in questo mese di partite sostituiranno nei cuori dei tifosi - per quanto sarà possibile -, gli azzurri dispersi sulle spiagge del nostro scontento. Partono con un nome, un cognome e una valutazione. Torneranno vincenti e col valore raddoppiato? Imbrocchiti e depressi o semplicemente comparse da panchina non più inavvicinabili? Un mondiale cambia il destino, consolida sensazioni, ne ribalta altre. Proviamo a osservarli da vicino, questi guerrieri con l'Italia sotto la pelle anche se nati e cresciuti altrove. In mancanza dell'inno e del tricolore dovremo accontentarci dei riflessi condizionati.
Girone A
La squadra più italiana è l'Uruguay, terra amica e matrigna, che sforna mazzolatori in difesa e fenomenali punteros davanti. Abbiamo finito con l'urlo di Matias Vecino all'Olimpico, ricominciamo da lui e da altri quattro: Martin Caceres, Diego Laxalt, Rodrigo Bentancur e il Torreira doriano che tutti vorrebbero. Ci aggiungiamo vecchie conoscenze come Edinson Cavani e quel Luis Suarez che lasciò gli incisivi sul collo di Giorgio Chiellini. Che squadra, col vecchio maestro Oscar Tabarez in panchina. Nell'Egitto, da verificare le condizioni della rockstar Mohamed Salah, che a Roma conoscono bene, e la predisposizione alla sconfitta del tenero Hector Cuper, che ha portato i faraoni al mondiale. Nella Russia tutti gli occhi sono puntati su Aleksandr Golovin, fenomenale trequartista nel mirino anche della Juventus.
Girone B
Il Portogallo va pesato e seguito con attenzione. Oltre a Joao Mario, altri due incompiuti alla ricerca di un baricentro (quello economico si chiama plusvalenza): André Silva, fantasma milanista, e Mario Rui (foto), che a Napoli piace a metà. Lasciato a casa Joao Cancelo, due vecchie conoscenze potrebbero suonare nell'orchestra di Cristiano Ronaldo: il centrale Rolando e l'eterno Ricardo Quaresma, trivela vivente che riuscì a vincere una Champions con l'Inter senza mai giocarla (34 minuti totali). Nella Spagna niente italiani: Suso, Josè Maria Callejon e Alvaro Morata (che tanto vorrebbe tornare alla Juventus) sono rimasti a casa. Il mondiale sarà il passo d'addio per gente come Sergio Busquets, Gerard Piquè, Andres Iniesta e la consacrazione possibile per Isco (vestirebbe bene il bianconero) e Marco Asensio. Il pilastro difensivo del Marocco è Mehdi Benatia, che Beppe Marotta vorrebbe vendere dopo i buchi contro il Real Madrid e il Napoli. L'amministratore delegato della Juventus è il suo primo tifoso: un mondiale da protagonista per un incasso da Joao Mario. Il terzino Achraf Hakimi (sbocciato nella cantera del Real Madrid tricampione europeo) è nel mirino di Carlo Ancelotti, vedremo quanto vale.
Girone C
La Francia ci riguarda poco perché Antoine Griezmann è fuori portata (Manchester United favorito), Paul Pogba ha già dato in Italia e Blaise Matuidi è un pilastro della Juventus. Più interessante verificare se l'Udinese ha investito bene su Jens Larsen e l'Atalanta su Andreas Cornelius, danesi dal passo lungo, possibili protagonisti in una squadra che per il calcio mondiale è sempre sinonimo di mina vagante.
Girone D
La colonia argentina è come sempre un'incognita: può uscire al primo turno o andare in finale. Questione di feeling con il compagno di fianco. Lingotti sui quali le squadre italiane hanno investito: Federico Fazio (Roma), Christian Ansaldi (Torino, in prestito dall'Inter), Paulo Dybala, chiamato a diventare mister 100 milioni accanto a Leo Messi. Lucas Biglia può tornare a Milano col valore raddoppiato, Gonzalo Higuain può confermarsi una sontuosa pedina di scambio. Dipende tutto dal prossimo mese, quella è gente che fa la differenza. Anche l'Islanda ha il suo italiano di maglia: Emil Hallfredsson (Udinese). E la Nigeria può aiutare il centravanti Nwankwo Simy (Crotone) a tornare in Italia da uomo mercato.
Nel girone D un discorso a parte merita la pattuglia croata: il Milan ha già fatto un investimento a parametro zero su Ivan Strinic e conta sul rilancio di Kalinic, la Juventus si aspetta un grande mondiale da Marko Pjaca per usarlo come superscambio, l'Inter prega perché Ivan Perisic e Marcelo Brozovic tornino con 50 milioni di valore a testa sulla fronte. C'è più calciomercato qui che in tutte le altre nazionali.
Girone E
Difendendo la porta del Brasile, Alisson può dimostrare di valere più di Gigio Donnarumma (per noi è già più forte). Douglas Costa può consolidare il suo genio, Joao Miranda meritarsi una maglia da titolare nell'Inter accanto a Milan Skriniar e Stefan De Vrij, con conseguente difesa a tre. La Svizzera può rilanciare un depresso Ricardo Rodriguez (Milan) e dare contorni sontuosi all'eclettico Remo Freuler (Atalanta). La Serbia propone un fenomeno come Sergej Milinkovic-Savic, un martello come Aleksandar Kolarov e quel Nikola Milenkovic (Fiorentina) destinato a dominare in difesa come Skriniar.
Girone F
La Germania è lontana, nel senso che andare a comprare giocatori lassù è molto difficile: il Bayern ha sempre in mano i migliori. Timo Werner e Leon Goretzka sono sogni proibiti, Jonas Hector potrebbe invece essere un ottimo acquisto per la Juventus, che rischia di perdere Alex Sandro (non convocato dai brasiliani). Incuriosiscono due svedesi: Markus Rohden del Crotone ed Emil Krafth del Bologna. Ma potrebbe tornare con una plusvalenza incorporata anche il coreano Seung Woo, unica buona notizia per il Verona in questa disgraziata stagione.
Girone G
Il Napoli fa il tifo per Dries Mertens nel Belgio che ha lasciato a casa un crack come Radja Nainggolan. Altri due giocatori sono sotto gli occhi degli osservatori italiani: Axel Witsel, finito per denaro in Cina e pronto a rientrare nel calcio che conta. E l'eterno incompiuto Marouane Fellaini.
Girone H
Il Milan ha l'ultima possibilità di vendere bene i colombiani Cristian Zapata e Carlos Bacca per arrivare a Radamel Falcao (colombiano pure lui), l'Inter spera che Yuto Nagatomo si trasformi in Marcelo per un mese (improbabile). E il presidente della Samp, Massimo Ferrero, farà tifo sfrenato per la sua pattuglia polacca piena di consonanti: Bartos Bereszinski, David Kownacki e Karol Linetty (foto). Accanto a Robert Lewandowski, il napoletano Arkadius Milik potrebbe diventare un babà. Il mondiale dà, il mondiale toglie: Aurelio De Laurentiis potrebbe ritrovarsi in casa, dopo un mese in mondovisione, l'erede di Higuain.
Anziani, dopati, ciccioni e un inquisito: il Mondiale ha la sua sporca dozzina
È la sporca dozzina. La squadra impossibile, quella che si raccatta nei pub di periferia, lungo le banchine del porto per l'ultima missione dopo il tramonto. È più facile metterla insieme che farla giocare ai mondiali, è composta da uomini prima che da atleti, da gente con la pelle dura che ha saputo scendere dal paradiso del calcio, vivere le gioie e le delusioni della quotidianità e capire che lassù è tutto finto. Dodici storie semplici per un mondiale con la faccia sporca, quella della vita.
1) Essam El Hadary (il nonno). È uscito dal sarcofago durante una spedizione di Indiana Jones, è il portiere che fa sembrare giovane Gianluigi Buffon: a 45 anni si gode l'ultima avventura, faraone tra i faraoni d'Egitto. Quattro Coppe d'Africa e un soprannome, la Diga. La sua foto di fianco a quella di Assuan è il poster più venduto al Cairo. Nel 2008 finisce al centro di un braccio di ferro giudiziario: la federazione egiziana lo dichiara patrimonio del Paese, quindi incedibile, ma lui si appella al tribunale internazionale per andare a giocare in Svizzera, al Sion. Due anni al freddo gli bastano, e quando torna viene squalificato, costretto a emigrare in Sudan. Lì vince la Champions League africana, para tre rigori in finale; l'Egitto lo riaccoglie e gli regala le chiavi della sua porta. Finché vorrà.
2) Sergei Ignashevich (l'ultimo comunista). Cominciò a giocare nell'Orechovo, città a 90 km da Mosca, e ricorda che sullo stemma c'erano la falce e il martello. L'Unione Sovietica si stava sgretolando, ma il piccolo Sergei non se ne accorgeva, impegnato a far quadrare i tempi fra scuola e allenamenti. Ruolo: terzino, come il suo idolo Roberto Carlos, del quale non ha nulla, roccia quasi quarantenne di una nazionale che ha ancora bisogno di un fabbro con i polmoni grandi. Una vita da comprimario al Cska Mosca, con un rimpianto: una decina d'anni fa Inter e Juve iniziarono un'asta sul suo nome. Lui visse un'estate nel sogno, poi i due club si svegliarono e non se ne fece niente.
3) Achraf Hakimi (il bambino). Non ha ancora 20 anni, è il ragazzino della banda, quello che porta i caffè e li rovescia sulla camicia a chi non ringrazia. Terzino marocchino cresciuto nella cantera del Real Madrid, un giorno provava le punizioni accanto a Cristiano Ronaldo. Ad osservarlo, rapito mentre infilava l'incrocio dei pali con la stessa continuità del fenomeno, c'era Carlo Ancelotti. Il suo è il primo nome che l'allenatore del Napoli ha consegnato ad Aurelio De Laurentiis. Dopo la Champions vinta dalla panchina, arriva un mondiale da vivere, da correre, da soffrire con una piccola squadra (il Marocco) capace di sorprese all'incrocio dei pali.
4) Roman Torres (il buttafuori). L'enorme Roman a Panama è una leggenda: a due minuti dalla fine della partita contro il Costarica ha segnato il gol del 2-1 e ha fatto esplodere di gioia lo stretto. Tre giorni di follie per il primo biglietto mondiale della storia. Prima di quella rete Roman Torres, centrale di difesa, era semplicemente un ciccione sovrappeso. Classico armadio a tre ante con i trucioli tinti di biondo, movimenti da bradipo, non sembrava un calciatore che fa la differenza. «Mai io intuisco le mosse degli avversari non prima che le facciano, prima che le pensino». Al resto della leggenda hanno contribuito un passato da buttafuori di discoteca e una nonna esperta di riti voodoo. Ora mister Torres è intoccabile, fa il modello per abiti extrasize e dispensa consigli per rimanere in forma. Senza ridere.
5) Andreas Granqvist (il sognatore). C'è chi ha un mare di soldi come orizzonte e chi i tramonti di ghiaccio sul mar Baltico. Come Granqvist, capitano della Svezia, roccioso difensore centrale che ballò per due stagioni non indimenticabili anche al Genoa. Nato e cresciuto nell'Helsingborg - città incubo dei tifosi dell'Inter per una sanguinosa eliminazione europea - ha vissuto con la valigia sotto il letto prima di approdare in Russia, al Krasnodar, e diventarne il leader. Un mese fa, davanti a un contratto da 4 milioni a stagione, ha risposto così: «No grazie, rimango per il mondiale, ma poi torno a casa mia». Nel frattempo l'Helsingborg è finito in serie B. Ma Andreas il Sognatore non ha cambiato idea: nella vita non c'è niente di più eccitante che ripartire.
6) Granit Xhaka (il muro). I suoi genitori scapparono dalle bombe di Slobodan Milosevic negli anni '90, mentre Pristina diventava una città dilaniata dalla guerra civile. Indipendentisti kosovari, papà e mamma furono arrestati, fuggirono e riuscirono ad approdare a Basilea con due figli piccoli, uno dei quali sarà protagonista al mondiale con la maglia della Svizzera (l'altro gioca nell'Albania). Granit il Muro, il centrocampista tuttofare dell'Arsenal, un mediano che non ha paura di nulla. Glielo ha insegnato papà in quei giorni senza luce né cibo. Granit, nome perfetto per un muro, oggi vale 50 milioni e guadagna una montagna di soldi. Ma ogni mese, l'80% lo consegna ai genitori. «Gli dobbiamo tutto, ci hanno dato la libertà e la speranza nel futuro».
7) Tim Cahill (il furbetto). Un altro vecchione, 39 anni e 50 gol nella nazionale australiana, lui samoano per parte di madre, orgoglioso di essere diverso dentro il rude mondo anglosassone del continente più nuovo. Timothy a 18 anni lasciò Sydney per approdare al Millwall, Inghilterra, rigorosamente a costo zero. Era una scommessa, la vinse portando quella squadra alla finale di Fa Cup nel 2004 per poi passare all'Everton non certo gratis: 1,5 milioni di sterline. È famoso perché dopo ogni gol esulta prendendo a pugni la bandierina del calcio d'angolo. E anche per una furbata stile Maradona: al mondiale 2010, contro la Serbia, parò con una mano un colpo di testa da rete di Nemanja Vidic. Senza farsi vedere dall'arbitro, perché non era il portiere.
8) Luka Modric (l'accusato).The dark side of the moon, il lato oscuro del fenomeno croato che illumina col suo genio il Real Madrid e la nazionale a scacchi, con il numero 14 di Johann Crujiff sulla schiena. I giudici di Zagabria lo hanno accusato di falsa testimonianza nel processo al padre padrone del calcio croato, Zdravko Mamic, imputato per appropriazione indebita di 15 milioni di euro nel trasferimento di calciatori dalla Dinamo Zagabria all'estero. Modric lo avrebbe coperto cambiando versione in aula. Per ora la faccenda è in sospeso: bisogna lasciare in pace il fenomeno durante i mondiali. Poi arriverà l'avviso di garanzia con il rischio di una condanna fino a 5 anni di carcere.
9) Harry Kane (l'uragano). Piomba sul mondiale come un falco, con quel nome da caccia della seconda guerra mondiale che evoca un uragano, con la faccia da tenente della Raf e con 41 gol in 45 partite segnati nel Tottenham (più 8 nelle ultime 7 in nazionale). Dopo 20 anni l'Inghilterra ha di nuovo un centravanti vero, letale come Gary Lineker, come Alan Shearer, decisivo in campo e inesistente fuori. A partita finita lui è lo spot dell'uomo tranquillo, che si fa fotografare con la mamma al supermercato o divanato con un libro in mano. L'uragano è timido. Unico eccesso: la richiesta di matrimonio sulla spiaggia alla storica fidanzata Katie, postata su Twitter. Ha avuto più condivisioni della doppietta al Chelsea.
10) Masoud Shojaei (il radiato). Convocato dalla Fifa più che dall'Iran, Masoud arriva in Russia da un pianeta lontano sul quale abitano diseredati. Nessuna colpa, se non quella di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. L'anno scorso il fantasista del Panionios (poi passato all'Aek Atene) è stato radiato per un gesto banale: prima di una partita contro il Maccabi Tel Aviv ha stretto la mano ai giocatori di Israele, nazione non riconosciuta da Teheran. Poiché in un'intervista aveva chiesto che anche le donne potessero entrare negli stadi del suo Paese, è stato emarginato. Fino a quando la federazione mondiale non ha minacciato di escludere tutti gli iraniani dal mondiale. Riabilitato in silenzio, anche lui avrà il suo mese di libertà.
11) Paolo Guerrero (il dopato). Lo chiamano il Barbaro, è un guerriero peruviano con le emozioni più forti di lui. Un toro con i piedi di velluto, scuola Bayern Monaco, contratti con le più forti squadre sudamericane (Corinthians, Flamengo) e due difetti: la mira che gli fece scagliare una bottiglietta piena d'acqua in faccia a un tifoso troppo critico e la debolezza nei confronti del tè potenziato alla cocaina, causa di squalifica per doping. Avrebbe dovuto stare fermo un anno, ma il mese scorso i capitani delle squadre rivali del girone mondiale (Francia, Australia e Danimarca) hanno firmato una richiesta di grazia sotto l'ombrello del torneo. La Fifa ha sospeso la pena sino al giorno della finale. In Perù lo hanno preso come un segno di stima.
Allenatore: Hervé Renard (il legionario). Per guidare una simile squadra un allenatore non basta, serve un pazzo visionario capace di spostare una nave nella giungla, come Fitzcarraldo. C'è, si chiama Hervé Renard, è un francese che allena il Marocco e che lascia credere di essere scappato da un fortino della legione straniera nel Sahara. È nato 50 anni fa sulle Alpi, ma c'è l'Africa nella sua cultura. Ha portato lo Zambia a vincere la coppa d'Africa, poi la Costa d'Avorio a compiere uno storico replay. «Quando torno a casa divento triste». E infatti fallisce a Sochaux, poi a Lille, prima di partire per Rabat. Con un completo di lino bianco nella valigia.
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Il torno al via oggi in Russia. Bidoni in cerca di riscossa o sconosciuti che potrebbero fare il botto: il Milan spera di rivalutare André Silva, la Roma sogna Alisson campione. Chi vuol comprare, come la Juve, incrocia le dita per non veder salire i prezzi. Gli affari migliori? Croazia e le africane. Anziani, dopati, ciccioni e un inquisito: la Coppa ha la sua sporca dozzina. Panama in difesa schiera un buttafuori, il portiere egiziano ha 45 anni suonati. L'Iran ha reintegrato il mediano che diede la mano agli israeliani e il croato Luka Modric del Real Madrid dovrà andare a processo. LA GUIDA A RUSSIA 2018 !function(e,t,n,s){var i="InfogramEmbeds",o=e.getElementsByTagName(t)[0],d=/^http:/.test(e.location)?"http:":"https:";if(/^\/{2}/.test(s)&&(s=d+s),window[i]&&window[i].initialized)window[i].process&&window[i].process();else if(!e.getElementById(n)){var a=e.createElement(t);a.async=1,a.id=n,a.src=s,o.parentNode.insertBefore(a,o)}}(document,"script","infogram-async","https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js"); La sindrome Joao Mario ce l'hanno solo gli interisti. Ed è comprensibile, avendo pagato 40 milioni più bonus un giocatore con i tacchi a spillo, autentico fenomeno agli Europei che hanno laureato campione il Portogallo nel 2016, per vederlo camminare sperduto nell'immensità di San Siro nell'anno e mezzo successivo. Mai protagonista, mai decisivo in nessun ruolo. Mancava che Luciano Spalletti lo provasse portiere per la disperazione, fino alla cessione in prestito, liberatoria per la piazza e per il giocatore, al West Ham dove è (molto) parzialmente rinato. Per lui il mondiale che parte giovedì con Russia-Arabia Saudita sarà decisivo: prima fascia o saldo? Soldi che rientrano in parte nelle tasche di Suning o flop definitivo? Le domande riguardano un intero mondo, quello dei calciatori in libera uscita dall'Italia, che al mondiale in Russia ci vanno, a differenza dei nostri lacrimevoli eroi di novembre gelati dalla Svezia. Quelli che negli ultimi mesi hanno dato tutto (Kalidou Koulibaly e Federico Fazio) o tirato indietro la gamba (Ivan Perisic e Lucas Biglia), mostrato doti cristalline (Lucas Torreira e Douglas Costa) o fragilità caratteriali da rivedere (Mehdi Benatia e Nikola Kalinic). È l'armata degli italiani di complemento, gli stranieri che vestono maglie amate e che in questo mese di partite sostituiranno nei cuori dei tifosi - per quanto sarà possibile -, gli azzurri dispersi sulle spiagge del nostro scontento. Partono con un nome, un cognome e una valutazione. Torneranno vincenti e col valore raddoppiato? Imbrocchiti e depressi o semplicemente comparse da panchina non più inavvicinabili? Un mondiale cambia il destino, consolida sensazioni, ne ribalta altre. Proviamo a osservarli da vicino, questi guerrieri con l'Italia sotto la pelle anche se nati e cresciuti altrove. In mancanza dell'inno e del tricolore dovremo accontentarci dei riflessi condizionati. Girone A La squadra più italiana è l'Uruguay, terra amica e matrigna, che sforna mazzolatori in difesa e fenomenali punteros davanti. Abbiamo finito con l'urlo di Matias Vecino all'Olimpico, ricominciamo da lui e da altri quattro: Martin Caceres, Diego Laxalt, Rodrigo Bentancur e il Torreira doriano che tutti vorrebbero. Ci aggiungiamo vecchie conoscenze come Edinson Cavani e quel Luis Suarez che lasciò gli incisivi sul collo di Giorgio Chiellini. Che squadra, col vecchio maestro Oscar Tabarez in panchina. Nell'Egitto, da verificare le condizioni della rockstar Mohamed Salah, che a Roma conoscono bene, e la predisposizione alla sconfitta del tenero Hector Cuper, che ha portato i faraoni al mondiale. Nella Russia tutti gli occhi sono puntati su Aleksandr Golovin, fenomenale trequartista nel mirino anche della Juventus. Girone B Il Portogallo va pesato e seguito con attenzione. Oltre a Joao Mario, altri due incompiuti alla ricerca di un baricentro (quello economico si chiama plusvalenza): André Silva, fantasma milanista, e Mario Rui (foto), che a Napoli piace a metà. Lasciato a casa Joao Cancelo, due vecchie conoscenze potrebbero suonare nell'orchestra di Cristiano Ronaldo: il centrale Rolando e l'eterno Ricardo Quaresma, trivela vivente che riuscì a vincere una Champions con l'Inter senza mai giocarla (34 minuti totali). Nella Spagna niente italiani: Suso, Josè Maria Callejon e Alvaro Morata (che tanto vorrebbe tornare alla Juventus) sono rimasti a casa. Il mondiale sarà il passo d'addio per gente come Sergio Busquets, Gerard Piquè, Andres Iniesta e la consacrazione possibile per Isco (vestirebbe bene il bianconero) e Marco Asensio. Il pilastro difensivo del Marocco è Mehdi Benatia, che Beppe Marotta vorrebbe vendere dopo i buchi contro il Real Madrid e il Napoli. L'amministratore delegato della Juventus è il suo primo tifoso: un mondiale da protagonista per un incasso da Joao Mario. Il terzino Achraf Hakimi (sbocciato nella cantera del Real Madrid tricampione europeo) è nel mirino di Carlo Ancelotti, vedremo quanto vale. Girone C La Francia ci riguarda poco perché Antoine Griezmann è fuori portata (Manchester United favorito), Paul Pogba ha già dato in Italia e Blaise Matuidi è un pilastro della Juventus. Più interessante verificare se l'Udinese ha investito bene su Jens Larsen e l'Atalanta su Andreas Cornelius, danesi dal passo lungo, possibili protagonisti in una squadra che per il calcio mondiale è sempre sinonimo di mina vagante. Girone D La colonia argentina è come sempre un'incognita: può uscire al primo turno o andare in finale. Questione di feeling con il compagno di fianco. Lingotti sui quali le squadre italiane hanno investito: Federico Fazio (Roma), Christian Ansaldi (Torino, in prestito dall'Inter), Paulo Dybala, chiamato a diventare mister 100 milioni accanto a Leo Messi. Lucas Biglia può tornare a Milano col valore raddoppiato, Gonzalo Higuain può confermarsi una sontuosa pedina di scambio. Dipende tutto dal prossimo mese, quella è gente che fa la differenza. Anche l'Islanda ha il suo italiano di maglia: Emil Hallfredsson (Udinese). E la Nigeria può aiutare il centravanti Nwankwo Simy (Crotone) a tornare in Italia da uomo mercato. Nel girone D un discorso a parte merita la pattuglia croata: il Milan ha già fatto un investimento a parametro zero su Ivan Strinic e conta sul rilancio di Kalinic, la Juventus si aspetta un grande mondiale da Marko Pjaca per usarlo come superscambio, l'Inter prega perché Ivan Perisic e Marcelo Brozovic tornino con 50 milioni di valore a testa sulla fronte. C'è più calciomercato qui che in tutte le altre nazionali. Girone E Difendendo la porta del Brasile, Alisson può dimostrare di valere più di Gigio Donnarumma (per noi è già più forte). Douglas Costa può consolidare il suo genio, Joao Miranda meritarsi una maglia da titolare nell'Inter accanto a Milan Skriniar e Stefan De Vrij, con conseguente difesa a tre. La Svizzera può rilanciare un depresso Ricardo Rodriguez (Milan) e dare contorni sontuosi all'eclettico Remo Freuler (Atalanta). La Serbia propone un fenomeno come Sergej Milinkovic-Savic, un martello come Aleksandar Kolarov e quel Nikola Milenkovic (Fiorentina) destinato a dominare in difesa come Skriniar. Girone F La Germania è lontana, nel senso che andare a comprare giocatori lassù è molto difficile: il Bayern ha sempre in mano i migliori. Timo Werner e Leon Goretzka sono sogni proibiti, Jonas Hector potrebbe invece essere un ottimo acquisto per la Juventus, che rischia di perdere Alex Sandro (non convocato dai brasiliani). Incuriosiscono due svedesi: Markus Rohden del Crotone ed Emil Krafth del Bologna. Ma potrebbe tornare con una plusvalenza incorporata anche il coreano Seung Woo, unica buona notizia per il Verona in questa disgraziata stagione. Girone G Il Napoli fa il tifo per Dries Mertens nel Belgio che ha lasciato a casa un crack come Radja Nainggolan. Altri due giocatori sono sotto gli occhi degli osservatori italiani: Axel Witsel, finito per denaro in Cina e pronto a rientrare nel calcio che conta. E l'eterno incompiuto Marouane Fellaini. Girone H Il Milan ha l'ultima possibilità di vendere bene i colombiani Cristian Zapata e Carlos Bacca per arrivare a Radamel Falcao (colombiano pure lui), l'Inter spera che Yuto Nagatomo si trasformi in Marcelo per un mese (improbabile). E il presidente della Samp, Massimo Ferrero, farà tifo sfrenato per la sua pattuglia polacca piena di consonanti: Bartos Bereszinski, David Kownacki e Karol Linetty (foto). Accanto a Robert Lewandowski, il napoletano Arkadius Milik potrebbe diventare un babà. Il mondiale dà, il mondiale toglie: Aurelio De Laurentiis potrebbe ritrovarsi in casa, dopo un mese in mondovisione, l'erede di Higuain. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/litalia-ha-un-mondiale-di-scorta-il-mercato-2577697051.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anziani-dopati-ciccioni-e-un-inquisito-il-mondiale-ha-la-sua-sporca-dozzina" data-post-id="2577697051" data-published-at="1768013990" data-use-pagination="False"> Anziani, dopati, ciccioni e un inquisito: il Mondiale ha la sua sporca dozzina È la sporca dozzina. La squadra impossibile, quella che si raccatta nei pub di periferia, lungo le banchine del porto per l'ultima missione dopo il tramonto. È più facile metterla insieme che farla giocare ai mondiali, è composta da uomini prima che da atleti, da gente con la pelle dura che ha saputo scendere dal paradiso del calcio, vivere le gioie e le delusioni della quotidianità e capire che lassù è tutto finto. Dodici storie semplici per un mondiale con la faccia sporca, quella della vita. 1) Essam El Hadary (il nonno). È uscito dal sarcofago durante una spedizione di Indiana Jones, è il portiere che fa sembrare giovane Gianluigi Buffon: a 45 anni si gode l'ultima avventura, faraone tra i faraoni d'Egitto. Quattro Coppe d'Africa e un soprannome, la Diga. La sua foto di fianco a quella di Assuan è il poster più venduto al Cairo. Nel 2008 finisce al centro di un braccio di ferro giudiziario: la federazione egiziana lo dichiara patrimonio del Paese, quindi incedibile, ma lui si appella al tribunale internazionale per andare a giocare in Svizzera, al Sion. Due anni al freddo gli bastano, e quando torna viene squalificato, costretto a emigrare in Sudan. Lì vince la Champions League africana, para tre rigori in finale; l'Egitto lo riaccoglie e gli regala le chiavi della sua porta. Finché vorrà. 2) Sergei Ignashevich (l'ultimo comunista). Cominciò a giocare nell'Orechovo, città a 90 km da Mosca, e ricorda che sullo stemma c'erano la falce e il martello. L'Unione Sovietica si stava sgretolando, ma il piccolo Sergei non se ne accorgeva, impegnato a far quadrare i tempi fra scuola e allenamenti. Ruolo: terzino, come il suo idolo Roberto Carlos, del quale non ha nulla, roccia quasi quarantenne di una nazionale che ha ancora bisogno di un fabbro con i polmoni grandi. Una vita da comprimario al Cska Mosca, con un rimpianto: una decina d'anni fa Inter e Juve iniziarono un'asta sul suo nome. Lui visse un'estate nel sogno, poi i due club si svegliarono e non se ne fece niente. 3) Achraf Hakimi (il bambino). Non ha ancora 20 anni, è il ragazzino della banda, quello che porta i caffè e li rovescia sulla camicia a chi non ringrazia. Terzino marocchino cresciuto nella cantera del Real Madrid, un giorno provava le punizioni accanto a Cristiano Ronaldo. Ad osservarlo, rapito mentre infilava l'incrocio dei pali con la stessa continuità del fenomeno, c'era Carlo Ancelotti. Il suo è il primo nome che l'allenatore del Napoli ha consegnato ad Aurelio De Laurentiis. Dopo la Champions vinta dalla panchina, arriva un mondiale da vivere, da correre, da soffrire con una piccola squadra (il Marocco) capace di sorprese all'incrocio dei pali. 4) Roman Torres (il buttafuori). L'enorme Roman a Panama è una leggenda: a due minuti dalla fine della partita contro il Costarica ha segnato il gol del 2-1 e ha fatto esplodere di gioia lo stretto. Tre giorni di follie per il primo biglietto mondiale della storia. Prima di quella rete Roman Torres, centrale di difesa, era semplicemente un ciccione sovrappeso. Classico armadio a tre ante con i trucioli tinti di biondo, movimenti da bradipo, non sembrava un calciatore che fa la differenza. «Mai io intuisco le mosse degli avversari non prima che le facciano, prima che le pensino». Al resto della leggenda hanno contribuito un passato da buttafuori di discoteca e una nonna esperta di riti voodoo. Ora mister Torres è intoccabile, fa il modello per abiti extrasize e dispensa consigli per rimanere in forma. Senza ridere. 5) Andreas Granqvist (il sognatore). C'è chi ha un mare di soldi come orizzonte e chi i tramonti di ghiaccio sul mar Baltico. Come Granqvist, capitano della Svezia, roccioso difensore centrale che ballò per due stagioni non indimenticabili anche al Genoa. Nato e cresciuto nell'Helsingborg - città incubo dei tifosi dell'Inter per una sanguinosa eliminazione europea - ha vissuto con la valigia sotto il letto prima di approdare in Russia, al Krasnodar, e diventarne il leader. Un mese fa, davanti a un contratto da 4 milioni a stagione, ha risposto così: «No grazie, rimango per il mondiale, ma poi torno a casa mia». Nel frattempo l'Helsingborg è finito in serie B. Ma Andreas il Sognatore non ha cambiato idea: nella vita non c'è niente di più eccitante che ripartire. 6) Granit Xhaka (il muro). I suoi genitori scapparono dalle bombe di Slobodan Milosevic negli anni '90, mentre Pristina diventava una città dilaniata dalla guerra civile. Indipendentisti kosovari, papà e mamma furono arrestati, fuggirono e riuscirono ad approdare a Basilea con due figli piccoli, uno dei quali sarà protagonista al mondiale con la maglia della Svizzera (l'altro gioca nell'Albania). Granit il Muro, il centrocampista tuttofare dell'Arsenal, un mediano che non ha paura di nulla. Glielo ha insegnato papà in quei giorni senza luce né cibo. Granit, nome perfetto per un muro, oggi vale 50 milioni e guadagna una montagna di soldi. Ma ogni mese, l'80% lo consegna ai genitori. «Gli dobbiamo tutto, ci hanno dato la libertà e la speranza nel futuro». 7) Tim Cahill (il furbetto). Un altro vecchione, 39 anni e 50 gol nella nazionale australiana, lui samoano per parte di madre, orgoglioso di essere diverso dentro il rude mondo anglosassone del continente più nuovo. Timothy a 18 anni lasciò Sydney per approdare al Millwall, Inghilterra, rigorosamente a costo zero. Era una scommessa, la vinse portando quella squadra alla finale di Fa Cup nel 2004 per poi passare all'Everton non certo gratis: 1,5 milioni di sterline. È famoso perché dopo ogni gol esulta prendendo a pugni la bandierina del calcio d'angolo. E anche per una furbata stile Maradona: al mondiale 2010, contro la Serbia, parò con una mano un colpo di testa da rete di Nemanja Vidic. Senza farsi vedere dall'arbitro, perché non era il portiere. 8) Luka Modric (l'accusato).The dark side of the moon, il lato oscuro del fenomeno croato che illumina col suo genio il Real Madrid e la nazionale a scacchi, con il numero 14 di Johann Crujiff sulla schiena. I giudici di Zagabria lo hanno accusato di falsa testimonianza nel processo al padre padrone del calcio croato, Zdravko Mamic, imputato per appropriazione indebita di 15 milioni di euro nel trasferimento di calciatori dalla Dinamo Zagabria all'estero. Modric lo avrebbe coperto cambiando versione in aula. Per ora la faccenda è in sospeso: bisogna lasciare in pace il fenomeno durante i mondiali. Poi arriverà l'avviso di garanzia con il rischio di una condanna fino a 5 anni di carcere. 9) Harry Kane (l'uragano). Piomba sul mondiale come un falco, con quel nome da caccia della seconda guerra mondiale che evoca un uragano, con la faccia da tenente della Raf e con 41 gol in 45 partite segnati nel Tottenham (più 8 nelle ultime 7 in nazionale). Dopo 20 anni l'Inghilterra ha di nuovo un centravanti vero, letale come Gary Lineker, come Alan Shearer, decisivo in campo e inesistente fuori. A partita finita lui è lo spot dell'uomo tranquillo, che si fa fotografare con la mamma al supermercato o divanato con un libro in mano. L'uragano è timido. Unico eccesso: la richiesta di matrimonio sulla spiaggia alla storica fidanzata Katie, postata su Twitter. Ha avuto più condivisioni della doppietta al Chelsea. 10) Masoud Shojaei (il radiato). Convocato dalla Fifa più che dall'Iran, Masoud arriva in Russia da un pianeta lontano sul quale abitano diseredati. Nessuna colpa, se non quella di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. L'anno scorso il fantasista del Panionios (poi passato all'Aek Atene) è stato radiato per un gesto banale: prima di una partita contro il Maccabi Tel Aviv ha stretto la mano ai giocatori di Israele, nazione non riconosciuta da Teheran. Poiché in un'intervista aveva chiesto che anche le donne potessero entrare negli stadi del suo Paese, è stato emarginato. Fino a quando la federazione mondiale non ha minacciato di escludere tutti gli iraniani dal mondiale. Riabilitato in silenzio, anche lui avrà il suo mese di libertà. 11) Paolo Guerrero (il dopato). Lo chiamano il Barbaro, è un guerriero peruviano con le emozioni più forti di lui. Un toro con i piedi di velluto, scuola Bayern Monaco, contratti con le più forti squadre sudamericane (Corinthians, Flamengo) e due difetti: la mira che gli fece scagliare una bottiglietta piena d'acqua in faccia a un tifoso troppo critico e la debolezza nei confronti del tè potenziato alla cocaina, causa di squalifica per doping. Avrebbe dovuto stare fermo un anno, ma il mese scorso i capitani delle squadre rivali del girone mondiale (Francia, Australia e Danimarca) hanno firmato una richiesta di grazia sotto l'ombrello del torneo. La Fifa ha sospeso la pena sino al giorno della finale. In Perù lo hanno preso come un segno di stima. Allenatore: Hervé Renard (il legionario). Per guidare una simile squadra un allenatore non basta, serve un pazzo visionario capace di spostare una nave nella giungla, come Fitzcarraldo. C'è, si chiama Hervé Renard, è un francese che allena il Marocco e che lascia credere di essere scappato da un fortino della legione straniera nel Sahara. È nato 50 anni fa sulle Alpi, ma c'è l'Africa nella sua cultura. Ha portato lo Zambia a vincere la coppa d'Africa, poi la Costa d'Avorio a compiere uno storico replay. «Quando torno a casa divento triste». E infatti fallisce a Sochaux, poi a Lille, prima di partire per Rabat. Con un completo di lino bianco nella valigia.
Jacques e Jessica Moretti con i loro avvocati (Ansa)
L’interrogatorio di oggi, a quanto risulta, ha riguardato i beni della coppia e le loro (sempre meno chiare) attività imprenditoriali, mentre un nuovo confronto sull’incendio si dovrebbe tenere domani. Ma questo è bastato per far prendere alle autorità svizzere, finalmente, la decisione di applicare per i due, accusati di omicidio colposo, lesioni e incendio colposo, le misure cautelari che i parenti delle vittime si aspettavano già da giorni. Per quanto riguarda Jaques, la procuratrice Catherine Seppey ha ritenuto che la sua nazionalità francese e le sue abitudini di spostarsi frequentemente da un luogo all’altro per affari fossero elementi sufficienti per ipotizzare che l’uomo potesse lasciare la Svizzera per tornare in patria. Soprattutto perché la Francia è un Paese che non estrada i suoi cittadini. L’uomo, al termine dell’incontro in Procura, è stato visto salire su un mezzo della polizia per essere tradotto in carcere.
La signora Moretti, invece, è uscita dagli uffici della polizia scortata dai suoi legali ed è stata mandata a casa, dove la Procura avrebbe chiesto per lei le misure domiciliari: dovrà indossare un braccialetto elettronico e presentarsi ogni tre giorni per la firma. Nell’immensa tragedia che ha stravolto la vita di tante famiglie, questo è il primo momento di riallineamento alla realtà dell’inchiesta svizzera, che fino ad oggi - anche a fronte di evidenze gravissime, dagli abusi dei gestori ai mancati controlli da parte degli enti pubblici - aveva tenuto un approccio ritenuto da molti troppo blando.
Nelle prossime 48 ore, comunque, la decisione dell’arresto e delle misure cautelari dovrà essere confermata dal giudice che si occupa, a livello cantonale, dei provvedimenti coercitivi.
Jessica, dunque, si sarebbe risparmiata il carcere in quanto - secondo alcuni media francesi - sarebbe madre di un bambino di 10 mesi (oltre a un primo figlio più grande, presente la sera dell’incendio come capo staff del locale andato a fuoco). La donna era arrivata oggi mattina a Sion, sede della procura generale del Canton Vallese, mano nella mano con Jaques, accompagnata dagli avvocati che seguono la coppia e scortata dalla polizia. I due erano entrati da una porta laterale degli uffici e lei - che la notte dell’incendio era presente a Le Constellation - con gli occhialoni scuri calati sulla faccia non aveva risposto ai giornalisti che la sollecitavano a porgere le scuse alle vittime.
Una volta uscita dall’interrogatorio, invece, trovatasi sola e con il marito in partenza per il carcere, Jessica ha parlato: «I miei pensieri costanti vanno alle vittime e alle persone che lottano tutt’oggi. È una tragedia inimmaginabile e mai avremmo pensato che potesse accadere. Si è verificata nella nostra struttura e ci tengo a chiedere scusa», ha detto, piangendo. Parole che, però, nella mente di chi vive un lutto così enorme, non riescono a cancellare l’idea che lei, quella notte davanti al fuoco che divampava, sia fuggita senza prestare soccorsi, se non addirittura con l’incasso della serata stretto tra le braccia.
Oggi, in Svizzera, era lutto nazionale e durante la cerimonia commemorativa dedicata alle vittime il consigliere di Stato del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, ha fatto una promessa: «Adesso arriva il tempo della giustizia», ha detto. «È chiaro che avremmo potuto evitare questo dramma. Avremmo dovuto evitarlo. Ma ora la giustizia agirà in maniera rigorosa e indipendente».
Sempre oggi, il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla usuale conferenza stampa di inizio anno, ha dichiarato: «Quello che è successo a Crans-Montana non è una disgrazia, è il risultato di troppe persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili. Ora le responsabilità devono essere individuate e perseguite». Ma torniamo, per un momento, a Jessica e al marito con due particolari che, se confermati, dicono molto della coppia, riportati dal quotidiano svizzero Inside Paradeplatz. Innanzitutto i domiciliari: la signora Moretti li passerà in un ambiente particolarmente confortevole, ossia la villa da 500 metri quadrati, di cui 147 di giardino, acquistata appena un anno fa dai due nel Comune di Lens per oltre 400.000 franchi. Per quanto riguarda Jaques, invece, sempre lo stesso quotidiano, scavando meglio sugli arresti che l’uomo in passato aveva scontato, ha scoperto che già avevano a che fare con la Svizzera. Secondo quanto riportato, infatti, Jaques, allora trentenne, abitava in un paesino francese ai confini con la Svizzera e da lì inviava giovani donne francesi a Ginevra per fare le «accompagnatrici» nelle località di lusso. Nel 2005 i francesi allertarono la polizia, ma poiché in Svizzera la prostituzione non è illegale, Jaques fu condannato in Francia a 12 mesi di carcere, dei quali ne scontò appena quattro. Intanto spuntano nuove accuse per la coppia: la notte della strage tolsero dai social video e foto del locale. A riferirlo uno dei legali delle vittime, l’avvocato Romain Jordan.
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«Gomorra. Le Origini» (Sky)
Non sarebbe stato il futuro, hanno deciso infine, ma il passato a permettere loro di continuare a vivere di Gomorra e dei suoi personaggi. Così, a cinque anni dall’ultima puntata della serie televisiva, dopo un film che ha approfondito verticalmente l’esistenza di uno fra i suoi protagonisti, gli sceneggiatori hanno scelto di confezionare un prequel di Gomorra. E di farlo insieme a Roberto Saviano. La storia, infatti, è frutto di un guizzo estemporaneo, calato, però, all'interno del romanzo originale: riavvolgere il nastro e spiegare (o provare a) come si sia arrivati laddove tutto è cominciato, a Secondigliano e alle lotte per il potere.
Pietro Savastano, allora, non boss, ma ragazzino. Gomorra: Le Origini, su Sky dalla prima serata di venerdì 9 gennaio, torna al 1977, all'anno in cui don Pietro Savastano è solo Pietro: un adolescente di strada, figlio di una famiglia indigente, di una Secondigliano povera e priva di mezzi. Sogna un futuro migliore, come gli amici che lo circondano. Ma questo futuro non sa come costruirlo, né con quali strumenti. Di lì, dunque, la scelta di accodarsi ad Angelo, detto 'a Sirena, reggente di quel pezzo di Napoli che per Savastano e i suoi amici è un tutto senza confini. Di qui, il fascino subito, l'invidia, la voglia di detenere un giorno quello stesso potere, quella stessa ricchezza.
Lo show, in sei episodi, racconta l'ascesa di don Pietro, quel don Pietro che sarebbe diventato padre di Gennaro Savastano e, dunque, motore della Gomorra vera e propria. Pare un romanzo di formazione al contrario, un romanzo di corruzione, la storia di un ragazzino che ha scelto di non scegliere, rimanendo dentro quelle storture che la prossimità gli ha insegnato a conoscere e riconoscere. Pietro Savastano, andando appresso ad Angelo, 'a Sirena, viene introdotto tra le fila della Camorra, al modus operandi della criminalità. Diventa quel che avrebbe dovuto evitare di essere. Ed è in questa sua metamorfosi che germina il seme di Gomorra, così come sette anni di messa in onda televisiva ce l'hanno raccontata.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.