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2018-06-14
L’Italia ha un Mondiale di scorta: il mercato
ANSA
La sindrome Joao Mario ce l'hanno solo gli interisti. Ed è comprensibile, avendo pagato 40 milioni più bonus un giocatore con i tacchi a spillo, autentico fenomeno agli Europei che hanno laureato campione il Portogallo nel 2016, per vederlo camminare sperduto nell'immensità di San Siro nell'anno e mezzo successivo. Mai protagonista, mai decisivo in nessun ruolo. Mancava che Luciano Spalletti lo provasse portiere per la disperazione, fino alla cessione in prestito, liberatoria per la piazza e per il giocatore, al West Ham dove è (molto) parzialmente rinato. Per lui il mondiale che parte giovedì con Russia-Arabia Saudita sarà decisivo: prima fascia o saldo? Soldi che rientrano in parte nelle tasche di Suning o flop definitivo?
Le domande riguardano un intero mondo, quello dei calciatori in libera uscita dall'Italia, che al mondiale in Russia ci vanno, a differenza dei nostri lacrimevoli eroi di novembre gelati dalla Svezia. Quelli che negli ultimi mesi hanno dato tutto (Kalidou Koulibaly e Federico Fazio) o tirato indietro la gamba (Ivan Perisic e Lucas Biglia), mostrato doti cristalline (Lucas Torreira e Douglas Costa) o fragilità caratteriali da rivedere (Mehdi Benatia e Nikola Kalinic).
È l'armata degli italiani di complemento, gli stranieri che vestono maglie amate e che in questo mese di partite sostituiranno nei cuori dei tifosi - per quanto sarà possibile -, gli azzurri dispersi sulle spiagge del nostro scontento. Partono con un nome, un cognome e una valutazione. Torneranno vincenti e col valore raddoppiato? Imbrocchiti e depressi o semplicemente comparse da panchina non più inavvicinabili? Un mondiale cambia il destino, consolida sensazioni, ne ribalta altre. Proviamo a osservarli da vicino, questi guerrieri con l'Italia sotto la pelle anche se nati e cresciuti altrove. In mancanza dell'inno e del tricolore dovremo accontentarci dei riflessi condizionati.
Girone A
La squadra più italiana è l'Uruguay, terra amica e matrigna, che sforna mazzolatori in difesa e fenomenali punteros davanti. Abbiamo finito con l'urlo di Matias Vecino all'Olimpico, ricominciamo da lui e da altri quattro: Martin Caceres, Diego Laxalt, Rodrigo Bentancur e il Torreira doriano che tutti vorrebbero. Ci aggiungiamo vecchie conoscenze come Edinson Cavani e quel Luis Suarez che lasciò gli incisivi sul collo di Giorgio Chiellini. Che squadra, col vecchio maestro Oscar Tabarez in panchina. Nell'Egitto, da verificare le condizioni della rockstar Mohamed Salah, che a Roma conoscono bene, e la predisposizione alla sconfitta del tenero Hector Cuper, che ha portato i faraoni al mondiale. Nella Russia tutti gli occhi sono puntati su Aleksandr Golovin, fenomenale trequartista nel mirino anche della Juventus.
Girone B
Il Portogallo va pesato e seguito con attenzione. Oltre a Joao Mario, altri due incompiuti alla ricerca di un baricentro (quello economico si chiama plusvalenza): André Silva, fantasma milanista, e Mario Rui (foto), che a Napoli piace a metà. Lasciato a casa Joao Cancelo, due vecchie conoscenze potrebbero suonare nell'orchestra di Cristiano Ronaldo: il centrale Rolando e l'eterno Ricardo Quaresma, trivela vivente che riuscì a vincere una Champions con l'Inter senza mai giocarla (34 minuti totali). Nella Spagna niente italiani: Suso, Josè Maria Callejon e Alvaro Morata (che tanto vorrebbe tornare alla Juventus) sono rimasti a casa. Il mondiale sarà il passo d'addio per gente come Sergio Busquets, Gerard Piquè, Andres Iniesta e la consacrazione possibile per Isco (vestirebbe bene il bianconero) e Marco Asensio. Il pilastro difensivo del Marocco è Mehdi Benatia, che Beppe Marotta vorrebbe vendere dopo i buchi contro il Real Madrid e il Napoli. L'amministratore delegato della Juventus è il suo primo tifoso: un mondiale da protagonista per un incasso da Joao Mario. Il terzino Achraf Hakimi (sbocciato nella cantera del Real Madrid tricampione europeo) è nel mirino di Carlo Ancelotti, vedremo quanto vale.
Girone C
La Francia ci riguarda poco perché Antoine Griezmann è fuori portata (Manchester United favorito), Paul Pogba ha già dato in Italia e Blaise Matuidi è un pilastro della Juventus. Più interessante verificare se l'Udinese ha investito bene su Jens Larsen e l'Atalanta su Andreas Cornelius, danesi dal passo lungo, possibili protagonisti in una squadra che per il calcio mondiale è sempre sinonimo di mina vagante.
Girone D
La colonia argentina è come sempre un'incognita: può uscire al primo turno o andare in finale. Questione di feeling con il compagno di fianco. Lingotti sui quali le squadre italiane hanno investito: Federico Fazio (Roma), Christian Ansaldi (Torino, in prestito dall'Inter), Paulo Dybala, chiamato a diventare mister 100 milioni accanto a Leo Messi. Lucas Biglia può tornare a Milano col valore raddoppiato, Gonzalo Higuain può confermarsi una sontuosa pedina di scambio. Dipende tutto dal prossimo mese, quella è gente che fa la differenza. Anche l'Islanda ha il suo italiano di maglia: Emil Hallfredsson (Udinese). E la Nigeria può aiutare il centravanti Nwankwo Simy (Crotone) a tornare in Italia da uomo mercato.
Nel girone D un discorso a parte merita la pattuglia croata: il Milan ha già fatto un investimento a parametro zero su Ivan Strinic e conta sul rilancio di Kalinic, la Juventus si aspetta un grande mondiale da Marko Pjaca per usarlo come superscambio, l'Inter prega perché Ivan Perisic e Marcelo Brozovic tornino con 50 milioni di valore a testa sulla fronte. C'è più calciomercato qui che in tutte le altre nazionali.
Girone E
Difendendo la porta del Brasile, Alisson può dimostrare di valere più di Gigio Donnarumma (per noi è già più forte). Douglas Costa può consolidare il suo genio, Joao Miranda meritarsi una maglia da titolare nell'Inter accanto a Milan Skriniar e Stefan De Vrij, con conseguente difesa a tre. La Svizzera può rilanciare un depresso Ricardo Rodriguez (Milan) e dare contorni sontuosi all'eclettico Remo Freuler (Atalanta). La Serbia propone un fenomeno come Sergej Milinkovic-Savic, un martello come Aleksandar Kolarov e quel Nikola Milenkovic (Fiorentina) destinato a dominare in difesa come Skriniar.
Girone F
La Germania è lontana, nel senso che andare a comprare giocatori lassù è molto difficile: il Bayern ha sempre in mano i migliori. Timo Werner e Leon Goretzka sono sogni proibiti, Jonas Hector potrebbe invece essere un ottimo acquisto per la Juventus, che rischia di perdere Alex Sandro (non convocato dai brasiliani). Incuriosiscono due svedesi: Markus Rohden del Crotone ed Emil Krafth del Bologna. Ma potrebbe tornare con una plusvalenza incorporata anche il coreano Seung Woo, unica buona notizia per il Verona in questa disgraziata stagione.
Girone G
Il Napoli fa il tifo per Dries Mertens nel Belgio che ha lasciato a casa un crack come Radja Nainggolan. Altri due giocatori sono sotto gli occhi degli osservatori italiani: Axel Witsel, finito per denaro in Cina e pronto a rientrare nel calcio che conta. E l'eterno incompiuto Marouane Fellaini.
Girone H
Il Milan ha l'ultima possibilità di vendere bene i colombiani Cristian Zapata e Carlos Bacca per arrivare a Radamel Falcao (colombiano pure lui), l'Inter spera che Yuto Nagatomo si trasformi in Marcelo per un mese (improbabile). E il presidente della Samp, Massimo Ferrero, farà tifo sfrenato per la sua pattuglia polacca piena di consonanti: Bartos Bereszinski, David Kownacki e Karol Linetty (foto). Accanto a Robert Lewandowski, il napoletano Arkadius Milik potrebbe diventare un babà. Il mondiale dà, il mondiale toglie: Aurelio De Laurentiis potrebbe ritrovarsi in casa, dopo un mese in mondovisione, l'erede di Higuain.
Anziani, dopati, ciccioni e un inquisito: il Mondiale ha la sua sporca dozzina
È la sporca dozzina. La squadra impossibile, quella che si raccatta nei pub di periferia, lungo le banchine del porto per l'ultima missione dopo il tramonto. È più facile metterla insieme che farla giocare ai mondiali, è composta da uomini prima che da atleti, da gente con la pelle dura che ha saputo scendere dal paradiso del calcio, vivere le gioie e le delusioni della quotidianità e capire che lassù è tutto finto. Dodici storie semplici per un mondiale con la faccia sporca, quella della vita.
1) Essam El Hadary (il nonno). È uscito dal sarcofago durante una spedizione di Indiana Jones, è il portiere che fa sembrare giovane Gianluigi Buffon: a 45 anni si gode l'ultima avventura, faraone tra i faraoni d'Egitto. Quattro Coppe d'Africa e un soprannome, la Diga. La sua foto di fianco a quella di Assuan è il poster più venduto al Cairo. Nel 2008 finisce al centro di un braccio di ferro giudiziario: la federazione egiziana lo dichiara patrimonio del Paese, quindi incedibile, ma lui si appella al tribunale internazionale per andare a giocare in Svizzera, al Sion. Due anni al freddo gli bastano, e quando torna viene squalificato, costretto a emigrare in Sudan. Lì vince la Champions League africana, para tre rigori in finale; l'Egitto lo riaccoglie e gli regala le chiavi della sua porta. Finché vorrà.
2) Sergei Ignashevich (l'ultimo comunista). Cominciò a giocare nell'Orechovo, città a 90 km da Mosca, e ricorda che sullo stemma c'erano la falce e il martello. L'Unione Sovietica si stava sgretolando, ma il piccolo Sergei non se ne accorgeva, impegnato a far quadrare i tempi fra scuola e allenamenti. Ruolo: terzino, come il suo idolo Roberto Carlos, del quale non ha nulla, roccia quasi quarantenne di una nazionale che ha ancora bisogno di un fabbro con i polmoni grandi. Una vita da comprimario al Cska Mosca, con un rimpianto: una decina d'anni fa Inter e Juve iniziarono un'asta sul suo nome. Lui visse un'estate nel sogno, poi i due club si svegliarono e non se ne fece niente.
3) Achraf Hakimi (il bambino). Non ha ancora 20 anni, è il ragazzino della banda, quello che porta i caffè e li rovescia sulla camicia a chi non ringrazia. Terzino marocchino cresciuto nella cantera del Real Madrid, un giorno provava le punizioni accanto a Cristiano Ronaldo. Ad osservarlo, rapito mentre infilava l'incrocio dei pali con la stessa continuità del fenomeno, c'era Carlo Ancelotti. Il suo è il primo nome che l'allenatore del Napoli ha consegnato ad Aurelio De Laurentiis. Dopo la Champions vinta dalla panchina, arriva un mondiale da vivere, da correre, da soffrire con una piccola squadra (il Marocco) capace di sorprese all'incrocio dei pali.
4) Roman Torres (il buttafuori). L'enorme Roman a Panama è una leggenda: a due minuti dalla fine della partita contro il Costarica ha segnato il gol del 2-1 e ha fatto esplodere di gioia lo stretto. Tre giorni di follie per il primo biglietto mondiale della storia. Prima di quella rete Roman Torres, centrale di difesa, era semplicemente un ciccione sovrappeso. Classico armadio a tre ante con i trucioli tinti di biondo, movimenti da bradipo, non sembrava un calciatore che fa la differenza. «Mai io intuisco le mosse degli avversari non prima che le facciano, prima che le pensino». Al resto della leggenda hanno contribuito un passato da buttafuori di discoteca e una nonna esperta di riti voodoo. Ora mister Torres è intoccabile, fa il modello per abiti extrasize e dispensa consigli per rimanere in forma. Senza ridere.
5) Andreas Granqvist (il sognatore). C'è chi ha un mare di soldi come orizzonte e chi i tramonti di ghiaccio sul mar Baltico. Come Granqvist, capitano della Svezia, roccioso difensore centrale che ballò per due stagioni non indimenticabili anche al Genoa. Nato e cresciuto nell'Helsingborg - città incubo dei tifosi dell'Inter per una sanguinosa eliminazione europea - ha vissuto con la valigia sotto il letto prima di approdare in Russia, al Krasnodar, e diventarne il leader. Un mese fa, davanti a un contratto da 4 milioni a stagione, ha risposto così: «No grazie, rimango per il mondiale, ma poi torno a casa mia». Nel frattempo l'Helsingborg è finito in serie B. Ma Andreas il Sognatore non ha cambiato idea: nella vita non c'è niente di più eccitante che ripartire.
6) Granit Xhaka (il muro). I suoi genitori scapparono dalle bombe di Slobodan Milosevic negli anni '90, mentre Pristina diventava una città dilaniata dalla guerra civile. Indipendentisti kosovari, papà e mamma furono arrestati, fuggirono e riuscirono ad approdare a Basilea con due figli piccoli, uno dei quali sarà protagonista al mondiale con la maglia della Svizzera (l'altro gioca nell'Albania). Granit il Muro, il centrocampista tuttofare dell'Arsenal, un mediano che non ha paura di nulla. Glielo ha insegnato papà in quei giorni senza luce né cibo. Granit, nome perfetto per un muro, oggi vale 50 milioni e guadagna una montagna di soldi. Ma ogni mese, l'80% lo consegna ai genitori. «Gli dobbiamo tutto, ci hanno dato la libertà e la speranza nel futuro».
7) Tim Cahill (il furbetto). Un altro vecchione, 39 anni e 50 gol nella nazionale australiana, lui samoano per parte di madre, orgoglioso di essere diverso dentro il rude mondo anglosassone del continente più nuovo. Timothy a 18 anni lasciò Sydney per approdare al Millwall, Inghilterra, rigorosamente a costo zero. Era una scommessa, la vinse portando quella squadra alla finale di Fa Cup nel 2004 per poi passare all'Everton non certo gratis: 1,5 milioni di sterline. È famoso perché dopo ogni gol esulta prendendo a pugni la bandierina del calcio d'angolo. E anche per una furbata stile Maradona: al mondiale 2010, contro la Serbia, parò con una mano un colpo di testa da rete di Nemanja Vidic. Senza farsi vedere dall'arbitro, perché non era il portiere.
8) Luka Modric (l'accusato).The dark side of the moon, il lato oscuro del fenomeno croato che illumina col suo genio il Real Madrid e la nazionale a scacchi, con il numero 14 di Johann Crujiff sulla schiena. I giudici di Zagabria lo hanno accusato di falsa testimonianza nel processo al padre padrone del calcio croato, Zdravko Mamic, imputato per appropriazione indebita di 15 milioni di euro nel trasferimento di calciatori dalla Dinamo Zagabria all'estero. Modric lo avrebbe coperto cambiando versione in aula. Per ora la faccenda è in sospeso: bisogna lasciare in pace il fenomeno durante i mondiali. Poi arriverà l'avviso di garanzia con il rischio di una condanna fino a 5 anni di carcere.
9) Harry Kane (l'uragano). Piomba sul mondiale come un falco, con quel nome da caccia della seconda guerra mondiale che evoca un uragano, con la faccia da tenente della Raf e con 41 gol in 45 partite segnati nel Tottenham (più 8 nelle ultime 7 in nazionale). Dopo 20 anni l'Inghilterra ha di nuovo un centravanti vero, letale come Gary Lineker, come Alan Shearer, decisivo in campo e inesistente fuori. A partita finita lui è lo spot dell'uomo tranquillo, che si fa fotografare con la mamma al supermercato o divanato con un libro in mano. L'uragano è timido. Unico eccesso: la richiesta di matrimonio sulla spiaggia alla storica fidanzata Katie, postata su Twitter. Ha avuto più condivisioni della doppietta al Chelsea.
10) Masoud Shojaei (il radiato). Convocato dalla Fifa più che dall'Iran, Masoud arriva in Russia da un pianeta lontano sul quale abitano diseredati. Nessuna colpa, se non quella di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. L'anno scorso il fantasista del Panionios (poi passato all'Aek Atene) è stato radiato per un gesto banale: prima di una partita contro il Maccabi Tel Aviv ha stretto la mano ai giocatori di Israele, nazione non riconosciuta da Teheran. Poiché in un'intervista aveva chiesto che anche le donne potessero entrare negli stadi del suo Paese, è stato emarginato. Fino a quando la federazione mondiale non ha minacciato di escludere tutti gli iraniani dal mondiale. Riabilitato in silenzio, anche lui avrà il suo mese di libertà.
11) Paolo Guerrero (il dopato). Lo chiamano il Barbaro, è un guerriero peruviano con le emozioni più forti di lui. Un toro con i piedi di velluto, scuola Bayern Monaco, contratti con le più forti squadre sudamericane (Corinthians, Flamengo) e due difetti: la mira che gli fece scagliare una bottiglietta piena d'acqua in faccia a un tifoso troppo critico e la debolezza nei confronti del tè potenziato alla cocaina, causa di squalifica per doping. Avrebbe dovuto stare fermo un anno, ma il mese scorso i capitani delle squadre rivali del girone mondiale (Francia, Australia e Danimarca) hanno firmato una richiesta di grazia sotto l'ombrello del torneo. La Fifa ha sospeso la pena sino al giorno della finale. In Perù lo hanno preso come un segno di stima.
Allenatore: Hervé Renard (il legionario). Per guidare una simile squadra un allenatore non basta, serve un pazzo visionario capace di spostare una nave nella giungla, come Fitzcarraldo. C'è, si chiama Hervé Renard, è un francese che allena il Marocco e che lascia credere di essere scappato da un fortino della legione straniera nel Sahara. È nato 50 anni fa sulle Alpi, ma c'è l'Africa nella sua cultura. Ha portato lo Zambia a vincere la coppa d'Africa, poi la Costa d'Avorio a compiere uno storico replay. «Quando torno a casa divento triste». E infatti fallisce a Sochaux, poi a Lille, prima di partire per Rabat. Con un completo di lino bianco nella valigia.
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Il torno al via oggi in Russia. Bidoni in cerca di riscossa o sconosciuti che potrebbero fare il botto: il Milan spera di rivalutare André Silva, la Roma sogna Alisson campione. Chi vuol comprare, come la Juve, incrocia le dita per non veder salire i prezzi. Gli affari migliori? Croazia e le africane. Anziani, dopati, ciccioni e un inquisito: la Coppa ha la sua sporca dozzina. Panama in difesa schiera un buttafuori, il portiere egiziano ha 45 anni suonati. L'Iran ha reintegrato il mediano che diede la mano agli israeliani e il croato Luka Modric del Real Madrid dovrà andare a processo. LA GUIDA A RUSSIA 2018 !function(e,t,n,s){var i="InfogramEmbeds",o=e.getElementsByTagName(t)[0],d=/^http:/.test(e.location)?"http:":"https:";if(/^\/{2}/.test(s)&&(s=d+s),window[i]&&window[i].initialized)window[i].process&&window[i].process();else if(!e.getElementById(n)){var a=e.createElement(t);a.async=1,a.id=n,a.src=s,o.parentNode.insertBefore(a,o)}}(document,"script","infogram-async","https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js"); La sindrome Joao Mario ce l'hanno solo gli interisti. Ed è comprensibile, avendo pagato 40 milioni più bonus un giocatore con i tacchi a spillo, autentico fenomeno agli Europei che hanno laureato campione il Portogallo nel 2016, per vederlo camminare sperduto nell'immensità di San Siro nell'anno e mezzo successivo. Mai protagonista, mai decisivo in nessun ruolo. Mancava che Luciano Spalletti lo provasse portiere per la disperazione, fino alla cessione in prestito, liberatoria per la piazza e per il giocatore, al West Ham dove è (molto) parzialmente rinato. Per lui il mondiale che parte giovedì con Russia-Arabia Saudita sarà decisivo: prima fascia o saldo? Soldi che rientrano in parte nelle tasche di Suning o flop definitivo? Le domande riguardano un intero mondo, quello dei calciatori in libera uscita dall'Italia, che al mondiale in Russia ci vanno, a differenza dei nostri lacrimevoli eroi di novembre gelati dalla Svezia. Quelli che negli ultimi mesi hanno dato tutto (Kalidou Koulibaly e Federico Fazio) o tirato indietro la gamba (Ivan Perisic e Lucas Biglia), mostrato doti cristalline (Lucas Torreira e Douglas Costa) o fragilità caratteriali da rivedere (Mehdi Benatia e Nikola Kalinic). È l'armata degli italiani di complemento, gli stranieri che vestono maglie amate e che in questo mese di partite sostituiranno nei cuori dei tifosi - per quanto sarà possibile -, gli azzurri dispersi sulle spiagge del nostro scontento. Partono con un nome, un cognome e una valutazione. Torneranno vincenti e col valore raddoppiato? Imbrocchiti e depressi o semplicemente comparse da panchina non più inavvicinabili? Un mondiale cambia il destino, consolida sensazioni, ne ribalta altre. Proviamo a osservarli da vicino, questi guerrieri con l'Italia sotto la pelle anche se nati e cresciuti altrove. In mancanza dell'inno e del tricolore dovremo accontentarci dei riflessi condizionati. Girone A La squadra più italiana è l'Uruguay, terra amica e matrigna, che sforna mazzolatori in difesa e fenomenali punteros davanti. Abbiamo finito con l'urlo di Matias Vecino all'Olimpico, ricominciamo da lui e da altri quattro: Martin Caceres, Diego Laxalt, Rodrigo Bentancur e il Torreira doriano che tutti vorrebbero. Ci aggiungiamo vecchie conoscenze come Edinson Cavani e quel Luis Suarez che lasciò gli incisivi sul collo di Giorgio Chiellini. Che squadra, col vecchio maestro Oscar Tabarez in panchina. Nell'Egitto, da verificare le condizioni della rockstar Mohamed Salah, che a Roma conoscono bene, e la predisposizione alla sconfitta del tenero Hector Cuper, che ha portato i faraoni al mondiale. Nella Russia tutti gli occhi sono puntati su Aleksandr Golovin, fenomenale trequartista nel mirino anche della Juventus. Girone B Il Portogallo va pesato e seguito con attenzione. Oltre a Joao Mario, altri due incompiuti alla ricerca di un baricentro (quello economico si chiama plusvalenza): André Silva, fantasma milanista, e Mario Rui (foto), che a Napoli piace a metà. Lasciato a casa Joao Cancelo, due vecchie conoscenze potrebbero suonare nell'orchestra di Cristiano Ronaldo: il centrale Rolando e l'eterno Ricardo Quaresma, trivela vivente che riuscì a vincere una Champions con l'Inter senza mai giocarla (34 minuti totali). Nella Spagna niente italiani: Suso, Josè Maria Callejon e Alvaro Morata (che tanto vorrebbe tornare alla Juventus) sono rimasti a casa. Il mondiale sarà il passo d'addio per gente come Sergio Busquets, Gerard Piquè, Andres Iniesta e la consacrazione possibile per Isco (vestirebbe bene il bianconero) e Marco Asensio. Il pilastro difensivo del Marocco è Mehdi Benatia, che Beppe Marotta vorrebbe vendere dopo i buchi contro il Real Madrid e il Napoli. L'amministratore delegato della Juventus è il suo primo tifoso: un mondiale da protagonista per un incasso da Joao Mario. Il terzino Achraf Hakimi (sbocciato nella cantera del Real Madrid tricampione europeo) è nel mirino di Carlo Ancelotti, vedremo quanto vale. Girone C La Francia ci riguarda poco perché Antoine Griezmann è fuori portata (Manchester United favorito), Paul Pogba ha già dato in Italia e Blaise Matuidi è un pilastro della Juventus. Più interessante verificare se l'Udinese ha investito bene su Jens Larsen e l'Atalanta su Andreas Cornelius, danesi dal passo lungo, possibili protagonisti in una squadra che per il calcio mondiale è sempre sinonimo di mina vagante. Girone D La colonia argentina è come sempre un'incognita: può uscire al primo turno o andare in finale. Questione di feeling con il compagno di fianco. Lingotti sui quali le squadre italiane hanno investito: Federico Fazio (Roma), Christian Ansaldi (Torino, in prestito dall'Inter), Paulo Dybala, chiamato a diventare mister 100 milioni accanto a Leo Messi. Lucas Biglia può tornare a Milano col valore raddoppiato, Gonzalo Higuain può confermarsi una sontuosa pedina di scambio. Dipende tutto dal prossimo mese, quella è gente che fa la differenza. Anche l'Islanda ha il suo italiano di maglia: Emil Hallfredsson (Udinese). E la Nigeria può aiutare il centravanti Nwankwo Simy (Crotone) a tornare in Italia da uomo mercato. Nel girone D un discorso a parte merita la pattuglia croata: il Milan ha già fatto un investimento a parametro zero su Ivan Strinic e conta sul rilancio di Kalinic, la Juventus si aspetta un grande mondiale da Marko Pjaca per usarlo come superscambio, l'Inter prega perché Ivan Perisic e Marcelo Brozovic tornino con 50 milioni di valore a testa sulla fronte. C'è più calciomercato qui che in tutte le altre nazionali. Girone E Difendendo la porta del Brasile, Alisson può dimostrare di valere più di Gigio Donnarumma (per noi è già più forte). Douglas Costa può consolidare il suo genio, Joao Miranda meritarsi una maglia da titolare nell'Inter accanto a Milan Skriniar e Stefan De Vrij, con conseguente difesa a tre. La Svizzera può rilanciare un depresso Ricardo Rodriguez (Milan) e dare contorni sontuosi all'eclettico Remo Freuler (Atalanta). La Serbia propone un fenomeno come Sergej Milinkovic-Savic, un martello come Aleksandar Kolarov e quel Nikola Milenkovic (Fiorentina) destinato a dominare in difesa come Skriniar. Girone F La Germania è lontana, nel senso che andare a comprare giocatori lassù è molto difficile: il Bayern ha sempre in mano i migliori. Timo Werner e Leon Goretzka sono sogni proibiti, Jonas Hector potrebbe invece essere un ottimo acquisto per la Juventus, che rischia di perdere Alex Sandro (non convocato dai brasiliani). Incuriosiscono due svedesi: Markus Rohden del Crotone ed Emil Krafth del Bologna. Ma potrebbe tornare con una plusvalenza incorporata anche il coreano Seung Woo, unica buona notizia per il Verona in questa disgraziata stagione. Girone G Il Napoli fa il tifo per Dries Mertens nel Belgio che ha lasciato a casa un crack come Radja Nainggolan. Altri due giocatori sono sotto gli occhi degli osservatori italiani: Axel Witsel, finito per denaro in Cina e pronto a rientrare nel calcio che conta. E l'eterno incompiuto Marouane Fellaini. Girone H Il Milan ha l'ultima possibilità di vendere bene i colombiani Cristian Zapata e Carlos Bacca per arrivare a Radamel Falcao (colombiano pure lui), l'Inter spera che Yuto Nagatomo si trasformi in Marcelo per un mese (improbabile). E il presidente della Samp, Massimo Ferrero, farà tifo sfrenato per la sua pattuglia polacca piena di consonanti: Bartos Bereszinski, David Kownacki e Karol Linetty (foto). Accanto a Robert Lewandowski, il napoletano Arkadius Milik potrebbe diventare un babà. Il mondiale dà, il mondiale toglie: Aurelio De Laurentiis potrebbe ritrovarsi in casa, dopo un mese in mondovisione, l'erede di Higuain. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/litalia-ha-un-mondiale-di-scorta-il-mercato-2577697051.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anziani-dopati-ciccioni-e-un-inquisito-il-mondiale-ha-la-sua-sporca-dozzina" data-post-id="2577697051" data-published-at="1778702903" data-use-pagination="False"> Anziani, dopati, ciccioni e un inquisito: il Mondiale ha la sua sporca dozzina È la sporca dozzina. La squadra impossibile, quella che si raccatta nei pub di periferia, lungo le banchine del porto per l'ultima missione dopo il tramonto. È più facile metterla insieme che farla giocare ai mondiali, è composta da uomini prima che da atleti, da gente con la pelle dura che ha saputo scendere dal paradiso del calcio, vivere le gioie e le delusioni della quotidianità e capire che lassù è tutto finto. Dodici storie semplici per un mondiale con la faccia sporca, quella della vita. 1) Essam El Hadary (il nonno). È uscito dal sarcofago durante una spedizione di Indiana Jones, è il portiere che fa sembrare giovane Gianluigi Buffon: a 45 anni si gode l'ultima avventura, faraone tra i faraoni d'Egitto. Quattro Coppe d'Africa e un soprannome, la Diga. La sua foto di fianco a quella di Assuan è il poster più venduto al Cairo. Nel 2008 finisce al centro di un braccio di ferro giudiziario: la federazione egiziana lo dichiara patrimonio del Paese, quindi incedibile, ma lui si appella al tribunale internazionale per andare a giocare in Svizzera, al Sion. Due anni al freddo gli bastano, e quando torna viene squalificato, costretto a emigrare in Sudan. Lì vince la Champions League africana, para tre rigori in finale; l'Egitto lo riaccoglie e gli regala le chiavi della sua porta. Finché vorrà. 2) Sergei Ignashevich (l'ultimo comunista). Cominciò a giocare nell'Orechovo, città a 90 km da Mosca, e ricorda che sullo stemma c'erano la falce e il martello. L'Unione Sovietica si stava sgretolando, ma il piccolo Sergei non se ne accorgeva, impegnato a far quadrare i tempi fra scuola e allenamenti. Ruolo: terzino, come il suo idolo Roberto Carlos, del quale non ha nulla, roccia quasi quarantenne di una nazionale che ha ancora bisogno di un fabbro con i polmoni grandi. Una vita da comprimario al Cska Mosca, con un rimpianto: una decina d'anni fa Inter e Juve iniziarono un'asta sul suo nome. Lui visse un'estate nel sogno, poi i due club si svegliarono e non se ne fece niente. 3) Achraf Hakimi (il bambino). Non ha ancora 20 anni, è il ragazzino della banda, quello che porta i caffè e li rovescia sulla camicia a chi non ringrazia. Terzino marocchino cresciuto nella cantera del Real Madrid, un giorno provava le punizioni accanto a Cristiano Ronaldo. Ad osservarlo, rapito mentre infilava l'incrocio dei pali con la stessa continuità del fenomeno, c'era Carlo Ancelotti. Il suo è il primo nome che l'allenatore del Napoli ha consegnato ad Aurelio De Laurentiis. Dopo la Champions vinta dalla panchina, arriva un mondiale da vivere, da correre, da soffrire con una piccola squadra (il Marocco) capace di sorprese all'incrocio dei pali. 4) Roman Torres (il buttafuori). L'enorme Roman a Panama è una leggenda: a due minuti dalla fine della partita contro il Costarica ha segnato il gol del 2-1 e ha fatto esplodere di gioia lo stretto. Tre giorni di follie per il primo biglietto mondiale della storia. Prima di quella rete Roman Torres, centrale di difesa, era semplicemente un ciccione sovrappeso. Classico armadio a tre ante con i trucioli tinti di biondo, movimenti da bradipo, non sembrava un calciatore che fa la differenza. «Mai io intuisco le mosse degli avversari non prima che le facciano, prima che le pensino». Al resto della leggenda hanno contribuito un passato da buttafuori di discoteca e una nonna esperta di riti voodoo. Ora mister Torres è intoccabile, fa il modello per abiti extrasize e dispensa consigli per rimanere in forma. Senza ridere. 5) Andreas Granqvist (il sognatore). C'è chi ha un mare di soldi come orizzonte e chi i tramonti di ghiaccio sul mar Baltico. Come Granqvist, capitano della Svezia, roccioso difensore centrale che ballò per due stagioni non indimenticabili anche al Genoa. Nato e cresciuto nell'Helsingborg - città incubo dei tifosi dell'Inter per una sanguinosa eliminazione europea - ha vissuto con la valigia sotto il letto prima di approdare in Russia, al Krasnodar, e diventarne il leader. Un mese fa, davanti a un contratto da 4 milioni a stagione, ha risposto così: «No grazie, rimango per il mondiale, ma poi torno a casa mia». Nel frattempo l'Helsingborg è finito in serie B. Ma Andreas il Sognatore non ha cambiato idea: nella vita non c'è niente di più eccitante che ripartire. 6) Granit Xhaka (il muro). I suoi genitori scapparono dalle bombe di Slobodan Milosevic negli anni '90, mentre Pristina diventava una città dilaniata dalla guerra civile. Indipendentisti kosovari, papà e mamma furono arrestati, fuggirono e riuscirono ad approdare a Basilea con due figli piccoli, uno dei quali sarà protagonista al mondiale con la maglia della Svizzera (l'altro gioca nell'Albania). Granit il Muro, il centrocampista tuttofare dell'Arsenal, un mediano che non ha paura di nulla. Glielo ha insegnato papà in quei giorni senza luce né cibo. Granit, nome perfetto per un muro, oggi vale 50 milioni e guadagna una montagna di soldi. Ma ogni mese, l'80% lo consegna ai genitori. «Gli dobbiamo tutto, ci hanno dato la libertà e la speranza nel futuro». 7) Tim Cahill (il furbetto). Un altro vecchione, 39 anni e 50 gol nella nazionale australiana, lui samoano per parte di madre, orgoglioso di essere diverso dentro il rude mondo anglosassone del continente più nuovo. Timothy a 18 anni lasciò Sydney per approdare al Millwall, Inghilterra, rigorosamente a costo zero. Era una scommessa, la vinse portando quella squadra alla finale di Fa Cup nel 2004 per poi passare all'Everton non certo gratis: 1,5 milioni di sterline. È famoso perché dopo ogni gol esulta prendendo a pugni la bandierina del calcio d'angolo. E anche per una furbata stile Maradona: al mondiale 2010, contro la Serbia, parò con una mano un colpo di testa da rete di Nemanja Vidic. Senza farsi vedere dall'arbitro, perché non era il portiere. 8) Luka Modric (l'accusato).The dark side of the moon, il lato oscuro del fenomeno croato che illumina col suo genio il Real Madrid e la nazionale a scacchi, con il numero 14 di Johann Crujiff sulla schiena. I giudici di Zagabria lo hanno accusato di falsa testimonianza nel processo al padre padrone del calcio croato, Zdravko Mamic, imputato per appropriazione indebita di 15 milioni di euro nel trasferimento di calciatori dalla Dinamo Zagabria all'estero. Modric lo avrebbe coperto cambiando versione in aula. Per ora la faccenda è in sospeso: bisogna lasciare in pace il fenomeno durante i mondiali. Poi arriverà l'avviso di garanzia con il rischio di una condanna fino a 5 anni di carcere. 9) Harry Kane (l'uragano). Piomba sul mondiale come un falco, con quel nome da caccia della seconda guerra mondiale che evoca un uragano, con la faccia da tenente della Raf e con 41 gol in 45 partite segnati nel Tottenham (più 8 nelle ultime 7 in nazionale). Dopo 20 anni l'Inghilterra ha di nuovo un centravanti vero, letale come Gary Lineker, come Alan Shearer, decisivo in campo e inesistente fuori. A partita finita lui è lo spot dell'uomo tranquillo, che si fa fotografare con la mamma al supermercato o divanato con un libro in mano. L'uragano è timido. Unico eccesso: la richiesta di matrimonio sulla spiaggia alla storica fidanzata Katie, postata su Twitter. Ha avuto più condivisioni della doppietta al Chelsea. 10) Masoud Shojaei (il radiato). Convocato dalla Fifa più che dall'Iran, Masoud arriva in Russia da un pianeta lontano sul quale abitano diseredati. Nessuna colpa, se non quella di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. L'anno scorso il fantasista del Panionios (poi passato all'Aek Atene) è stato radiato per un gesto banale: prima di una partita contro il Maccabi Tel Aviv ha stretto la mano ai giocatori di Israele, nazione non riconosciuta da Teheran. Poiché in un'intervista aveva chiesto che anche le donne potessero entrare negli stadi del suo Paese, è stato emarginato. Fino a quando la federazione mondiale non ha minacciato di escludere tutti gli iraniani dal mondiale. Riabilitato in silenzio, anche lui avrà il suo mese di libertà. 11) Paolo Guerrero (il dopato). Lo chiamano il Barbaro, è un guerriero peruviano con le emozioni più forti di lui. Un toro con i piedi di velluto, scuola Bayern Monaco, contratti con le più forti squadre sudamericane (Corinthians, Flamengo) e due difetti: la mira che gli fece scagliare una bottiglietta piena d'acqua in faccia a un tifoso troppo critico e la debolezza nei confronti del tè potenziato alla cocaina, causa di squalifica per doping. Avrebbe dovuto stare fermo un anno, ma il mese scorso i capitani delle squadre rivali del girone mondiale (Francia, Australia e Danimarca) hanno firmato una richiesta di grazia sotto l'ombrello del torneo. La Fifa ha sospeso la pena sino al giorno della finale. In Perù lo hanno preso come un segno di stima. Allenatore: Hervé Renard (il legionario). Per guidare una simile squadra un allenatore non basta, serve un pazzo visionario capace di spostare una nave nella giungla, come Fitzcarraldo. C'è, si chiama Hervé Renard, è un francese che allena il Marocco e che lascia credere di essere scappato da un fortino della legione straniera nel Sahara. È nato 50 anni fa sulle Alpi, ma c'è l'Africa nella sua cultura. Ha portato lo Zambia a vincere la coppa d'Africa, poi la Costa d'Avorio a compiere uno storico replay. «Quando torno a casa divento triste». E infatti fallisce a Sochaux, poi a Lille, prima di partire per Rabat. Con un completo di lino bianco nella valigia.
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Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
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Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
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