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2020-03-17
L’infezione avanza meno spedita ma la fine del tunnel resta lontana
Ansa
L'avanzata del coronavirus sembra rallentare: con i nuovi 2.470 contagiati di ieri il numero dei malati di Covid-19 è salito a 23.073. Domenica, però, l'aumento era stato di 2.853 unità. Ora il numero complessivo di contagiati, comprese le vittime e i guariti, ha raggiunto i 27.980. Ci sono infatti 2.749 pazienti guariti dopo aver contratto il coronavirus, 414 in più in 24 ore. Domenica i guariti erano 369. In sostanza: scende il numero di contagiati e sale quello dei guariti. «Mancano i numeri della Puglia e della provincia di Trento», spiega il capo della Protezione civile Angelo Borrelli, «ma il trend complessivo è in ribasso». Lo confermano anche i dati della Lombardia. A Milano il coronavirus frena, anche se Brescia sorpassa Bergamo per numero di nuovi contagiati. A Brescia ieri sono stati registrati 445 tamponi positivi in più rispetto a domenica. A Bergamo, invece, si contano 344 contagiati in più in 24 ore. Solo 42 nuovi casi, invece, a Lodi. «A conferma», ha detto l'assessore lombardo al Welfare, Giulio Gallera, «che la strada intrapresa per contenere il virus è stata giusta». In Lombardia ora ci sono 14.649 positivi al coronavirus. I positivi di ieri: 1.377, «un dato inferiore a quello di domenica», sostiene Gallera, «in linea con quello degli altri giorni». Il dato dei ricoverati, però, cresce: 1.273 pazienti sono entrati ieri in un ospedale lombardo. I decessi invece sono arrivati a 1.420, ossia 202 in più rispetto a domenica. Nelle terapie intensive della Lombardia sono ricoverate 823 persone, 66 in più rispetto a domenica. A Milano città i contagiati sono 813 (domenica erano 711).
All'appello per avere in fretta altro personale sanitario hanno risposto 27 medici e quattro infermieri militari, che da ieri sono al lavoro nel Papa Giovanni XXIII di Bergamo. «A oggi», conferma Gallera, «sono arrivate 2.200 domande e ne sono state selezionate 1.020». L'appello è stato esteso anche ai medici pensionati. E se per l'ospedale alla Fiera di Milano il governatore Attilio Fontana è ottimista e annuncia che sul personale «presto ci saranno novità», ma Borrelli smorza: «Mancano le attrezzature».
Nel frattempo la Sicilia si blinda: stop ai collegamenti con il continente. Da tempo il governatore Nello Musumeci aveva chiesto l'adozione di questa misura ed era stato criticato. Nella notte di domenica, però, il ministro delle infrastrutture e dei Trasporti, Paola De Micheli, ha firmato il decreto che prevede la sospensione dei collegamenti. In Sicilia i casi positivi sono 213 e rappresentano lo 0,0043% cento del totale degli abitanti nell'isola, pari a 4.999.891 persone. La media nazionale è intorno allo 0,05%. L'isola si trova in basso nella classifica delle regioni, dietro ci sono Molise, Calabria e Basilicata. In quest'ultima regione il governatore di centrodestra, Vito Bardi, ha assunto provvedimenti più stringenti per chi arriva da fuori: 14 giorni di quarantena per chiunque entri nei confini lucani. Crescono in Campania, invece, i comuni chiusi come Codogno: Nel Vallo di Diano, territorio campano della provincia di Salerno, dalla tarda serata di domenica ci sono quattro interi comuni in quarantena. Così ha disposto il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, dopo l'accertamento di 16 casi di positività in un giorno solo a Sala Consilina, Caggiano, Polla e Atena Lucana. La diffusione del contagio, confermano le autorità, è partita dallo svolgimento, tra la fine di febbraio e l'inizio di marzo, di due ritiri spirituali in una chiesa di neocatecumenali. Al primo incontro, svolto in un hotel di Atena Lucana a fine febbraio, hanno partecipato circa 20 persone, tra le quali tre parroci. Uno dei sacerdoti è risultato positivo. All'incontro ha partecipato un anziano di Bellizzi, sempre in provincia di Salerno, morto la settimana scorsa e contagiato dal Covid-19. Ora sono cinque, quindi, i comuni campani in isolamento. Ariano Irpino, il primo paese isolato da De Luca, è chiuso con dei posti di blocco che impediscono ingressi e uscite. Tamponi a tappeto sulla popolazione di Castiglione Messer Raimondo, paesino abruzzese di 2.000 abitanti. Si contano già nove contagiati e il sindaco ha chiesto una misura simile a quella adottata da De Luca in Campania. Anche in Liguria provvedimenti più stringenti: troppe persone a passeggio lungo le scalinate storiche e i sentieri collinari a La Spezia lo scorso weekend. Per questo il sindaco Pierluigi Peracchini ha vietato l'accesso con un'ordinanza in vigore fino al 3 aprile. A Lecce è polemica per un provvedimento, firmato dal governatore pugliese Michele Emiliano, che ha fermato un pezzo del polo d'eccellenza destinato alla gestione delle emergenze proprio poco prima della diffusione dell'epidemia. Conta 40 posti letto, pronti dal 21 dicembre, ma non parte perché è stato bloccato il rifornimento del serbatoio per l'ossigeno. In Piemonte, invece, la Regione ha annunciato l'apertura in pochi giorni del nuovo ospedale di Verduno, nel Cuneese: sarà il centro di riferimento regionale per il Covid-19.
«Un farmaco può evitare l’intensiva»

Paolo Ascierto (Ansa)
Usato tempestivamente, il tocilizumab, farmaco immunoterapico indicato per la cura dell'artrite e degli effetti collaterali di alcuni trattamenti oncologici (Car-T), potrebbe evitare l'intubazione in terapia intensiva per Covid-19. A una settimana dai primi trattamenti all'ospedale dei Colli (Napoli), si accende la speranza di poter ridurre la percentuale - oggi intorno al 10% - di pazienti che finiscono in letti di rianimazione. La battaglia contro il coronavirus potrebbe quindi spostarsi nei reparti di terapia subintensiva dove, accanto ai caschi respiratori - ordinati a migliaia in Lombardia e Veneto - si potrebbe ottimizzare una cura farmacologica innovativa. Anche perché ci vorranno parecchi mesi per testare efficacia e sicurezza del primo farmaco specifico per il coronavirus di Wuhan, sviluppato in questi giorni dall'Università olandese di Utrecht per bloccare in modo specifico una proteina fondamentale del virus Sars-Cov2. Tocilizumab «è stato somministrato in sette pazienti intubati», spiega alla Verità Paolo Ascierto, oncologo dell'Istituto Pascale di Napoli. «Tre hanno avuto un miglioramento, di cui uno importante: la tac ha mostrato un'importante riduzione della polmonite e potrebbe essere presto estubato. Degli altri quattro, tre sono stabili, mentre purtroppo uno è morto dopo poche ore dalla somministrazione del farmaco per un peggioramento del distress respiratorio. Venerdì abbiamo trattato altri tre pazienti non intubati. Erano in reparto con condizioni respiratorie critiche. Due di questi, sabato hanno avuto miglioramenti importanti: uno ha anche tolto l'ossigeno, l'altro è stazionario e ripete il trattamento».
Quanti sono i pazienti trattati?
«Attualmente ne risultano 600. L'azienda produttrice (Roche, rdr) sta fornendo il farmaco gratuitamente per questo impiego, è distribuito praticamente su tutto il territorio nazionale».
Ha già dei dati dagli altri centri?
«Tra i dati molto interessanti ci sono quelli di Fano-Pesaro, ove su 11 pazienti trattati otto hanno avuto un miglioramento. All'ospedale di Padova Sud (quello di Schiavonia, dove è stato scoperto il focolaio di Vo', ndr), su sei pazienti trattati, i primi dati di due mostrano un miglioramento importante dopo 24 ore».
Su quali presupposti avete iniziato l'uso di tocilizumab nella Covid-19?
«Quando abbiamo fatto un brain storming in istituto (al Pascale di Napoli, ndr) e c'è venuta questa idea, abbiamo contattato i nostri colleghi cinesi, dato che c'è una partnership tra l'istituto e la Cina. Ci hanno detto che era un'ottima idea: l'avevano usato su 21 pazienti e 20 di loro avevano avuto miglioramenti in 24-48 ore. Questo è stato lo studio che ci ha aperto la strada. Poche ore dopo eravamo all'azienda dei Colli per decidere sui primi due pazienti da trattare».
Quando partirà lo studio?
«A giorni, grazie a un protocollo già presentato ad Aifa. A fianco della sperimentazione continua l'impiego off label, cioè fuori indicazione, visto i risultati promettenti che abbiamo avuto. I dati dei pazienti trattati off label verranno messi insieme a quelli della sperimentazione, per capire quali sono i soggetti che hanno avuto un beneficio maggiore e le tempistiche per la somministrazione».
Alcuni usano il farmaco in terapia subintensiva per evitare l'aggravamento.
«Quello che ci dicevano i cinesi, e che stiamo vedendo anche noi, è che un trattamento fatto prima evita, praticamente, al paziente di andare in terapia intensiva. Dei nostri sette soggetti, tre hanno avuto miglioramento. Fra i pazienti critici in reparto, ma non intubati, che abbiamo trattato, tre hanno avuto miglioramento e l'altro tutto sommato era stazionario, ma siamo fiduciosi che possa rispondere al ritrattamento. Tutte le informazioni che abbiamo dagli altri centri vanno in questa direzione. I pazienti in terapia subintensiva sono quelli che potrebbero avere vantaggi maggiori ed evitare l'intensiva».
Dei medici osservano che ridurre l'attività del sistema immunitario potrebbe favorire l'aggressione del virus. Cosa ne pensa?
«Bisogna conoscere l'immunologia e l'immunoterapia dei tumori, dove usiamo strategie che danno a volte effetti collaterali dovuti all'iperattivazione del sistema immunitario. Quello che avviene nel polmone in seguito a infezione da Covid-19 è una iperattivazione del sistema immunitario che diventa deleteria. L'immunosoppressore serve a ridurre questa iperattivazione e, utilizzato come facciamo noi, e come ci hanno suggerito i cinesi, one shot, cioè un solo trattamento ripetibile la seconda volta dopo 12 ore e non più, non dà questi problemi».
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Bollettino sempre durissimo: 28.000 contagiati, decessi a quota 2.158. I nuovi positivi in 24 ore sono stati 2.470. La crescita mostra flessioni sparse, però il virus rimane dirompente. La Lombardia è ancora nel dramma.Il farmaco per l'artrite può evitare l'intensiva, lo spiega Paolo Ascierto, oncologo dell'Istituto Pascale di Napoli: «Nei pazienti seri ma non gravissimi, può stabilizzare il decorso».Lo speciale contiene due articoli. L'avanzata del coronavirus sembra rallentare: con i nuovi 2.470 contagiati di ieri il numero dei malati di Covid-19 è salito a 23.073. Domenica, però, l'aumento era stato di 2.853 unità. Ora il numero complessivo di contagiati, comprese le vittime e i guariti, ha raggiunto i 27.980. Ci sono infatti 2.749 pazienti guariti dopo aver contratto il coronavirus, 414 in più in 24 ore. Domenica i guariti erano 369. In sostanza: scende il numero di contagiati e sale quello dei guariti. «Mancano i numeri della Puglia e della provincia di Trento», spiega il capo della Protezione civile Angelo Borrelli, «ma il trend complessivo è in ribasso». Lo confermano anche i dati della Lombardia. A Milano il coronavirus frena, anche se Brescia sorpassa Bergamo per numero di nuovi contagiati. A Brescia ieri sono stati registrati 445 tamponi positivi in più rispetto a domenica. A Bergamo, invece, si contano 344 contagiati in più in 24 ore. Solo 42 nuovi casi, invece, a Lodi. «A conferma», ha detto l'assessore lombardo al Welfare, Giulio Gallera, «che la strada intrapresa per contenere il virus è stata giusta». In Lombardia ora ci sono 14.649 positivi al coronavirus. I positivi di ieri: 1.377, «un dato inferiore a quello di domenica», sostiene Gallera, «in linea con quello degli altri giorni». Il dato dei ricoverati, però, cresce: 1.273 pazienti sono entrati ieri in un ospedale lombardo. I decessi invece sono arrivati a 1.420, ossia 202 in più rispetto a domenica. Nelle terapie intensive della Lombardia sono ricoverate 823 persone, 66 in più rispetto a domenica. A Milano città i contagiati sono 813 (domenica erano 711).All'appello per avere in fretta altro personale sanitario hanno risposto 27 medici e quattro infermieri militari, che da ieri sono al lavoro nel Papa Giovanni XXIII di Bergamo. «A oggi», conferma Gallera, «sono arrivate 2.200 domande e ne sono state selezionate 1.020». L'appello è stato esteso anche ai medici pensionati. E se per l'ospedale alla Fiera di Milano il governatore Attilio Fontana è ottimista e annuncia che sul personale «presto ci saranno novità», ma Borrelli smorza: «Mancano le attrezzature». Nel frattempo la Sicilia si blinda: stop ai collegamenti con il continente. Da tempo il governatore Nello Musumeci aveva chiesto l'adozione di questa misura ed era stato criticato. Nella notte di domenica, però, il ministro delle infrastrutture e dei Trasporti, Paola De Micheli, ha firmato il decreto che prevede la sospensione dei collegamenti. In Sicilia i casi positivi sono 213 e rappresentano lo 0,0043% cento del totale degli abitanti nell'isola, pari a 4.999.891 persone. La media nazionale è intorno allo 0,05%. L'isola si trova in basso nella classifica delle regioni, dietro ci sono Molise, Calabria e Basilicata. In quest'ultima regione il governatore di centrodestra, Vito Bardi, ha assunto provvedimenti più stringenti per chi arriva da fuori: 14 giorni di quarantena per chiunque entri nei confini lucani. Crescono in Campania, invece, i comuni chiusi come Codogno: Nel Vallo di Diano, territorio campano della provincia di Salerno, dalla tarda serata di domenica ci sono quattro interi comuni in quarantena. Così ha disposto il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, dopo l'accertamento di 16 casi di positività in un giorno solo a Sala Consilina, Caggiano, Polla e Atena Lucana. La diffusione del contagio, confermano le autorità, è partita dallo svolgimento, tra la fine di febbraio e l'inizio di marzo, di due ritiri spirituali in una chiesa di neocatecumenali. Al primo incontro, svolto in un hotel di Atena Lucana a fine febbraio, hanno partecipato circa 20 persone, tra le quali tre parroci. Uno dei sacerdoti è risultato positivo. All'incontro ha partecipato un anziano di Bellizzi, sempre in provincia di Salerno, morto la settimana scorsa e contagiato dal Covid-19. Ora sono cinque, quindi, i comuni campani in isolamento. Ariano Irpino, il primo paese isolato da De Luca, è chiuso con dei posti di blocco che impediscono ingressi e uscite. Tamponi a tappeto sulla popolazione di Castiglione Messer Raimondo, paesino abruzzese di 2.000 abitanti. Si contano già nove contagiati e il sindaco ha chiesto una misura simile a quella adottata da De Luca in Campania. Anche in Liguria provvedimenti più stringenti: troppe persone a passeggio lungo le scalinate storiche e i sentieri collinari a La Spezia lo scorso weekend. Per questo il sindaco Pierluigi Peracchini ha vietato l'accesso con un'ordinanza in vigore fino al 3 aprile. A Lecce è polemica per un provvedimento, firmato dal governatore pugliese Michele Emiliano, che ha fermato un pezzo del polo d'eccellenza destinato alla gestione delle emergenze proprio poco prima della diffusione dell'epidemia. Conta 40 posti letto, pronti dal 21 dicembre, ma non parte perché è stato bloccato il rifornimento del serbatoio per l'ossigeno. In Piemonte, invece, la Regione ha annunciato l'apertura in pochi giorni del nuovo ospedale di Verduno, nel Cuneese: sarà il centro di riferimento regionale per il Covid-19.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/linfezione-avanza-meno-spedita-ma-la-fine-del-tunnel-resta-lontana-2645503961.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-farmaco-puo-evitare-lintensiva" data-post-id="2645503961" data-published-at="1781009779" data-use-pagination="False"> «Un farmaco può evitare l’intensiva» Paolo Ascierto (Ansa) Usato tempestivamente, il tocilizumab, farmaco immunoterapico indicato per la cura dell'artrite e degli effetti collaterali di alcuni trattamenti oncologici (Car-T), potrebbe evitare l'intubazione in terapia intensiva per Covid-19. A una settimana dai primi trattamenti all'ospedale dei Colli (Napoli), si accende la speranza di poter ridurre la percentuale - oggi intorno al 10% - di pazienti che finiscono in letti di rianimazione. La battaglia contro il coronavirus potrebbe quindi spostarsi nei reparti di terapia subintensiva dove, accanto ai caschi respiratori - ordinati a migliaia in Lombardia e Veneto - si potrebbe ottimizzare una cura farmacologica innovativa. Anche perché ci vorranno parecchi mesi per testare efficacia e sicurezza del primo farmaco specifico per il coronavirus di Wuhan, sviluppato in questi giorni dall'Università olandese di Utrecht per bloccare in modo specifico una proteina fondamentale del virus Sars-Cov2. Tocilizumab «è stato somministrato in sette pazienti intubati», spiega alla Verità Paolo Ascierto, oncologo dell'Istituto Pascale di Napoli. «Tre hanno avuto un miglioramento, di cui uno importante: la tac ha mostrato un'importante riduzione della polmonite e potrebbe essere presto estubato. Degli altri quattro, tre sono stabili, mentre purtroppo uno è morto dopo poche ore dalla somministrazione del farmaco per un peggioramento del distress respiratorio. Venerdì abbiamo trattato altri tre pazienti non intubati. Erano in reparto con condizioni respiratorie critiche. Due di questi, sabato hanno avuto miglioramenti importanti: uno ha anche tolto l'ossigeno, l'altro è stazionario e ripete il trattamento». Quanti sono i pazienti trattati? «Attualmente ne risultano 600. L'azienda produttrice (Roche, rdr) sta fornendo il farmaco gratuitamente per questo impiego, è distribuito praticamente su tutto il territorio nazionale». Ha già dei dati dagli altri centri? «Tra i dati molto interessanti ci sono quelli di Fano-Pesaro, ove su 11 pazienti trattati otto hanno avuto un miglioramento. All'ospedale di Padova Sud (quello di Schiavonia, dove è stato scoperto il focolaio di Vo', ndr), su sei pazienti trattati, i primi dati di due mostrano un miglioramento importante dopo 24 ore». Su quali presupposti avete iniziato l'uso di tocilizumab nella Covid-19? «Quando abbiamo fatto un brain storming in istituto (al Pascale di Napoli, ndr) e c'è venuta questa idea, abbiamo contattato i nostri colleghi cinesi, dato che c'è una partnership tra l'istituto e la Cina. Ci hanno detto che era un'ottima idea: l'avevano usato su 21 pazienti e 20 di loro avevano avuto miglioramenti in 24-48 ore. Questo è stato lo studio che ci ha aperto la strada. Poche ore dopo eravamo all'azienda dei Colli per decidere sui primi due pazienti da trattare». Quando partirà lo studio? «A giorni, grazie a un protocollo già presentato ad Aifa. A fianco della sperimentazione continua l'impiego off label, cioè fuori indicazione, visto i risultati promettenti che abbiamo avuto. I dati dei pazienti trattati off label verranno messi insieme a quelli della sperimentazione, per capire quali sono i soggetti che hanno avuto un beneficio maggiore e le tempistiche per la somministrazione». Alcuni usano il farmaco in terapia subintensiva per evitare l'aggravamento. «Quello che ci dicevano i cinesi, e che stiamo vedendo anche noi, è che un trattamento fatto prima evita, praticamente, al paziente di andare in terapia intensiva. Dei nostri sette soggetti, tre hanno avuto miglioramento. Fra i pazienti critici in reparto, ma non intubati, che abbiamo trattato, tre hanno avuto miglioramento e l'altro tutto sommato era stazionario, ma siamo fiduciosi che possa rispondere al ritrattamento. Tutte le informazioni che abbiamo dagli altri centri vanno in questa direzione. I pazienti in terapia subintensiva sono quelli che potrebbero avere vantaggi maggiori ed evitare l'intensiva». Dei medici osservano che ridurre l'attività del sistema immunitario potrebbe favorire l'aggressione del virus. Cosa ne pensa? «Bisogna conoscere l'immunologia e l'immunoterapia dei tumori, dove usiamo strategie che danno a volte effetti collaterali dovuti all'iperattivazione del sistema immunitario. Quello che avviene nel polmone in seguito a infezione da Covid-19 è una iperattivazione del sistema immunitario che diventa deleteria. L'immunosoppressore serve a ridurre questa iperattivazione e, utilizzato come facciamo noi, e come ci hanno suggerito i cinesi, one shot, cioè un solo trattamento ripetibile la seconda volta dopo 12 ore e non più, non dà questi problemi».
Secondo Messina, l’offerta, sostenuta anche da una componente in cassa, rappresenta un elemento rilevante per scoraggiare eventuali rilanci da parte di altri operatori. Il manager ha inoltre evidenziato il ruolo della partnership con Unipol per affrontare gli aspetti legati all’antitrust e rafforzare i coefficienti patrimoniali.
L’operazione, ha aggiunto, consentirebbe di creare valore per gli azionisti e di «stabilizzare il sistema bancario italiano», mantenendo il controllo del risparmio all’interno di grandi gruppi nazionali.
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Giuseppe Conte e Luca Di Donna (Ansa)
La testimonianza resa ieri dall’imprenditore Marco Spadaccioli, general manager della Adaltis Srl, alimenta nuovi dubbi sull’attività degli avvocati Luca Di Donna (legale vicino a Giuseppe Conte - lavorava nello stesso studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier) e Valerio De Luca, sospettati di aver messo in piedi un sistema di «facilitazioni» di finanziamenti pubblici e affari con Invitalia e la struttura commissariale di Domenico Arcuri per l’ottenimento di ricche commesse statali sui dispositivi medici. In virtù di cosa? Le informative dei carabinieri e gli stessi articoli della Verità, che segue la vicenda delle presunte provvigioni sin dal 2021, sono precise. E altrettanto preciso è stato ieri Spadaccioli, che ha raccontato che la Adaltis, nel periodo dell’emergenza pandemica, ha versato a Di Donna e De Luca ben 454.000 euro per la loro «consulenza»: «Un compenso estremamente importante», ha riconosciuto l’imprenditore, non ascoltato dalle opposizioni che sono uscite dall’Aula prima della sua testimonianza.
I fatti: tra giugno e dicembre 2020 la società aveva effettuato due forniture alla struttura commissariale di Domenico Arcuri. Oggetto delle forniture erano i kit molecolari. Un colpo straordinario per la Adaltis, che non aveva mai ricevuto altre commesse dalla struttura commissariale di Arcuri e non aveva neanche mai partecipato a nessuna gara pubblica. Come riuscì ad aggiudicarsi l’appalto? «Avevamo un kit che era stato molto gradito dagli operatori», ha dichiarato l’imprenditore. Prima di presentare le offerte, però, l’azienda si era premurata di blindare l’operazione siglando due accordi di consulenza (uno a maggio e uno a dicembre 2020) con Di Donna e il suo socio, incaricati di «predisporre e presentare tutta la documentazione necessaria per la partecipazione alla gara pubblica indetta dalla protezione civile presso la Presidenza del Consiglio, commissario straordinario dottor Domenico Arcuri». I due contratti stabilivano all’articolo 5 che il compenso dei due avvocati dovesse essere «pari al 10 per cento dell’importo del prezzo effettivamente incassato dalla società Adaltis».
Era un «compenso a successo», o «success free», ha spiegato Spadaccioli: «Noi ci preoccupavamo di incassare quanto dovevamo incassare, loro ci seguivano nell’incasso e sarebbero stati pagati a incasso avvenuto». Fatto sta, però, che nel corso dell’audizione il manager della Adaltis ha ammesso che i due professionisti non si occuparono affatto della predisposizione o del caricamento dei documenti per la prima gara da 800.000 euro, procedure gestite interamente dagli uffici interni di Adaltis. Di Donna e De Luca si sarebbero limitati a verificare la corretta iscrizione sulla piattaforma telematica e la sussistenza dei requisiti richiesti. «Altre cose non ne ricordo. Anche perché i documenti li abbiamo caricati noi, fisicamente». Per questo controllo durato appena tre giorni (dal giorno della stipula, 15 maggio, alla scadenza della gara, 18 maggio 2020) i legali hanno incassato ben 93.288 euro». Per quale attività? «Avranno controllato i documenti che c’erano da predisporre e che le nostre caratteristiche fossero coerenti e condivisibili».
Lo schema si è ripetuto quasi identico a dicembre dello stesso anno per una seconda commessa da oltre 2,4 milioni di euro, con il paradosso che il nuovo contratto di consulenza con i due avvocati fu firmato addirittura una settimana dopo l’invio dell’offerta di Adaltis, subito dopo un incontro in cui l’imprenditore riceveva ampie rassicurazioni sul buon esito della pratica. «Sono andato allo studio dell’avvocato Di Donna», ha raccontato Spadaccioli, «e mi ha detto: “Sì, potete partecipare tranquillamente, vi aiuteremo, vi supporteremo nel seguire le pratiche di incasso di questa fornitura, state tranquilli”». Dopo le rassicurazioni di Di Donna, la Adaltis si è aggiudicata l’appalto.
A chiudere il cerchio delle tensioni in commissione Covid è stata l’audizione dell’avvocato Nicoletta Spaziani, all’epoca praticante nello studio di Di Donna, che davanti alle domande incalzanti dei commissari ha opposto un muro invalicabile di «non ricordo», liquidando la vicenda come una serie di questioni strettamente personali.
«Durante la pandemia», ha spiegato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, «sarebbe esistito un sistema di affari che ruotava attorno alle commesse affidate dalla struttura commissariale di Arcuri, nominato da Conte. Oggi abbiamo audito un altro imprenditore che ha pagato 454.000 euro agli avvocati Di Donna e De Luca e ha ottenuto le commesse relative a dispositivi sanitari. Questi fatti sono in correlazione? Se lo fossero, emergerebbe allora che, se gli imprenditori pagavano questi consulenti, ottenevano le commesse con la struttura commissariale di Arcuri, altrimenti restavano con un pugno di mosche in mano. Si trattava quindi di un sistema di affari consolidato che ha coinvolto la struttura commissariale di Arcuri e il governo Conte? Gli italiani devono sapere. Conte venga a riferire in commissione Covid anziché continuare a fuggire».
Non si è fatta attendere la replica del leader del Movimento 5 Stelle. L’ex premier, nel rivendicare la trasparenza del proprio operato, ha cercato di incrinare l’unità della coalizione di governo, elogiando la «maggiore dignità politica» di Forza Italia e il parziale distacco della Lega, accusando invece il partito di Giorgia Meloni di «indagare sul nulla». «Non perdete tempo, perché non troverete mai una mia attività illecita», ha detto Conte.
Uno scontro istituzionale durissimo che, al di là dei risvolti politici parlamentari, attende ora eventuali e definitivi chiarimenti da parte della magistratura.
Tegola sugli obblighi vaccinali Covid
Quattro anni ci sono voluti, per sentirsi dire che non doveva essere sospeso dall’Azienda sanitaria locale nella quale lavorava come amministrativo. Si è conclusa bene, ma con un rilevante costo psicologico e materiale, la tormentata vicenda di un dipendente romagnolo tenuto a casa senza stipendio perché non voleva vaccinarsi contro il Covid. Una sentenza della Cassazione gli ha finalmente dato ragione e ora in molti sperano che altri giudizi di primo grado sfavorevoli vengano rivisti in appello.
Siamo a metà 2026 e ancora ci sono tante persone che scontano scelte fatte durante la pandemia, contro diktat privi di logica. «Otto amministrativi di aziende sanitarie a Reggio Emilia, otto a Brescia solo di miei assistiti si sono visti respingere tutti i ricorsi e aspettano l’appello. I giudici non vogliono sentire ragioni», fa sapere l’avvocato Paola Soragni. Immaginiamoci i numeri in tutta Italia, e quanti avranno rinunciato a procedere in giudizio per non accollarsi altre spese dopo aver perso fino a un anno di retribuzione.
Speriamo che la Cassazione, intervenuta nel caso di Francesco (nome di fantasia), possa segnare un percorso diverso. In servizio presso la Gestione giuridica risorse umane dell’Ausl della Romagna, il lavoratore venne sospeso dal 1° gennaio al 1° novembre 2022 per inosservanza dell’obbligo vaccinale.
Francesco presentò ricorso, ma il 18 ottobre 2022 il Tribunale di Forlì lo respinse. Un anno dopo, il 16 ottobre 2023, la Corte d’Appello di Bologna rigettava il suo ricorso e l’avvocato Giorgio Contratti, che difende l’amministrativo assieme al collega Riccardo Luzi, si rivolse alla Cassazione.
A fine dicembre 2025, gli ermellini hanno ritenuto quella sentenza di secondo grado «non conforme» ai principi di diritto, rimandando gli atti al tribunale di ordine inferiore. Così, la scorsa settimana, praticamente in quarto grado, la sezione Lavoro della Corte d’Appello di Bologna è stata «costretta» a rivedere la sua precedente sentenza e a dichiarare «illegittimo il provvedimento di sospensione adottato» nei confronti dell’amministrativo. Potete immaginare il tempo e i soldi inutilmente spesi?
Interessante è come la sezione Lavoro della suprema Corte di Cassazione, presieduta da Caterina Marotta, bacchetta i giudici di merito per le conclusioni a cui erano giunti nel rigettare i vari ricorsi, «andando contro la legge pur di salvare i provvedimenti delle Ausl», osserva Contratti. L’articolo 4 ter del decreto legge 44 del 2021, dal titolo «Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da Covid-19, in materia di vaccinazioni anti Sars-Cov-2, di giustizia e di concorsi pubblici», non intendeva «estendere l’obbligo vaccinale a tutti i dipendenti delle aziende operanti in campo sanitario e sociosanitario, a prescindere dalla qualifica posseduta e dalla natura dell’attività lavorativa espletata», dichiarano gli ermellini.
L’obbligo era per coloro che lavoravano in strutture quali ospedali, ambulatori, centri riabilitativi dove i servizi venivano svolti «a contatto con persone in situazioni di fragilità», con ciò «escludendo il personale non sanitario per qualifica operante in “luoghi non destinati all’erogazione delle prestazioni sanitarie o socio sanitarie”». Il dipendente sospeso era in una sede dell’Ausl Romagna puramente amministrativa, dove non c’erano pazienti o degenti, eppure gli venne tolto il diritto al lavoro.
Tribunale e appello, poi, rigettarono il suo ricorso, ma per la Cassazione era «fondato» ed è significativa la tirata d’orecchi che gli ermellini fanno ai giudici di Bologna: «La Corte territoriale ha dato un’interpretazione che mortifica il tenore letterale della legge, la quale si riferisce con chiarezza, non all’attività sanitaria o socio sanitaria svolta in generale dal datore di lavoro, bensì alla natura delle prestazioni erogate dalle singole strutture delle quali il soggetto, pubblico o privato operante nel campo sanitario, si avvale».
La sentenza impugnata «non risulta conforme a tale principio di diritto e va pertanto cassata con rinvio alla Corte di Appello di Bologna», scrivono i supremi giudici. La scorsa settimana, i magistrati del capoluogo emiliano presieduti da Susanna Mantovani hanno dovuto mettere la parola fine a questo assurdo iter giudiziario, dichiarando finalmente illegittima la sospensione dell’amministrativo.
La nuova sentenza, diametralmente opposta a quella emessa nel 2023 dalla stessa sezione (ma con giudici diversi), «condanna l’Ausl della Romagna a pagare» la retribuzione che il lavoratore avrebbe percepito negli undici mesi «anche ai fini della tredicesima, delle ferie e della progressione in carriera», oltre a rivalutazione e interessi legali.
Ultima amarezza, o beffa finale. Dei 13.200 euro di spese legali conteggiati dai giudici d’Appello, l’Ausl Romagna dovrà pagare solo il 60%. I rimanenti 5.200 euro sono a carico del lavoratore, oltre a quello che ha dovuto sborsare in questi anni per quattro gradi di giudizio. «Abbiamo dovuto lottare, perché non gli fossero accollate tutte le spese», precisa l’avvocato Contratti. «I giudici di Bologna, infatti, riconoscevano la buona fede dell’Ausl Romagna nell’interpretare la legge, interpretazione confermata da due giudici di merito».
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