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2020-04-17
Linea Cgil-Bellanova sull’agricoltura Vogliono i clandestini ma non i voucher
Teresa Bellanova (Ansa)
In Germania mancano circa 300.000 lavoratori stagionali nel settore agricolo. Le autorità tedesche hanno reagito creando una serie di piattaforme digitali che mettano in contatto i disoccupati con le aziende che hanno bisogno di personale. Chi ha perso il posto nei bar, nei ristoranti e in altre attività di questo genere viene invitato a trovare un impiego nell'agricoltura o nell'allevamento. Nel Regno Unito, invece, la National Federation of Young Farmers'Clubs sta cercando braccia fra gli studenti, invitandoli a rivolgersi alle fattorie per rimediare qualche soldo.
In Italia, secondo la Coldiretti, mancano più o meno 370.000 braccianti, ma la soluzione proposta dal governo è sempre la stessa: sanatoria per gli immigrati clandestini. Teresa Bellanova, ministro delle Politiche agricole, da settimane non fa che ripetere il mantra: braccia spalancate agli stranieri. Ieri, in Senato, ha rimbombato la medesima solfa: «Sono 600.000, secondo le stime, gli irregolari stagionali nell'agricoltura che vengono spesso sfruttati e lavorano in Italia per quella criminalità che chiamiamo caporalato, che per me significa mafia», ha detto la Bellanova. «O è lo Stato a farsi carico della vita di queste persone o è la criminalità organizzata». Dunque sanatoria e dentro tutti. Quando il governo si è insediato, il ministro dell'Agricoltura si è presentato con uno sgargiante vestito blu. Forse per questo ora si crede una Fata Turchina capace, con un colpetto di bacchetta magica, di trasformare i clandestini in cittadini.
A darle manforte ci si è messa pure la Cgil, che ieri ha lanciato una campagna su Twitter con l'hashtag #regolarizzateli. «Per loro chiediamo subito la regolarizzazione, così da avere manodopera che possa lavorare nei campi con rapporti di lavoro che rispettino i contratti, non con i voucher, chiediamo tutele, diritti a partire da quello alla salute, a un lavoro dignitoso, a un alloggio», ha detto Giovanni Mininni, segretario generale della Flai Cgil.
Curioso: regolarizzare i clandestini si può anzi si deve, ma utilizzare i voucher è proibito. Secondo i sindacati, infatti, i «buoni lavoro» consentirebbero alle aziende di sfruttare la manodopera. Beh, diamo un'informazione alla Triplice: lo sfruttamento esiste già. Proprio nelle scorse ore un'inchiesta contro il caporalato in Romagna della squadra mobile di Forlì ha portato all'arresto di quattro pakistani che sfruttavano 45 richiedenti asilo (loro connazionali e afghani), costringendoli a lavorare nei campi fino a 80 ore alla settimana, pagandoli 50 euro al mese. Questi poveretti venivano in condizioni pietose, con poco cibo, niente acqua calda, costretti a dormire su materassi gettati a terra. Ad avvalersi dei loro servizi sottopagati erano i titolari di alcune aziende agricole di Rimini, Forlì e Ravenna, che sono stati denunciati.
Questa vicenda, per altro, dimostra che una regolarizzazione dei clandestini non condurrebbe automaticamente alla fine del lavoro nero, anzi. Gli sfruttati di cui sopra erano richiedenti asilo. La legge italiana consente a chi ha fatto regolare richiesta di accoglienza di lavorare, non per nulla molti ospiti dei centri di accoglienza anche in questi giorni continuano a muoversi liberamente proprio perché hanno un impiego. Tradotto: il fatto di avere un permesso di soggiorno non conduce necessariamente a maggiore legalità. I voucher, invece consentirebbe di pagare gli stagionali senza ricorrere al nero. Secondo Dino Scanavino, presidente della Cia, essi sono «uno strumento flessibile idoneo a reclutare chi è in cassa d'integrazione o percepisce il reddito di cittadinanza ma che non rinuncerebbe al suo ammortizzatore sociale per venire a lavorare nei campi. Con il voucher, invece, il lavoratore può integrare le sue entrate attraverso queste prestazioni occasionali, il cui compenso è esente ai fini Irpef».
Oppure, appunto, si potrebbe impiegare in agricoltura chi è sprovvisto di un lavoro o campa con il reddito di cittadinanza. Sarebbe sensato, e lo fanno anche all'estero.
Però la Bellanova si oppone, e la Cgil di nuovo la sostiene. Del resto la signora ha iniziato la sua carriera politica proprio nel sindacato rosso. Ed è grazie al sindacato che ha conosciuto il suo attuale marito, Abdellah El Motassime. Si sono incontrati in Marocco: lei era in visita istituzionale, lui le faceva da interprete. Sarà, forse, anche per queste ragioni sentimentali che il ministro è così attento alle esigenze degli stranieri. Non a caso ieri i giornali marocchini hanno dato grande risalto alla sua proposta di sanatoria: un bel messaggio a chi fosse intenzionato a lasciare l'Africa per venire qui.
A quanto pare il governo teme il nero ma non ha paura di fare un favore ai trafficanti di uomini.
Le Ong alzano ancora la pressione: «Un migrante ha tentato il suicidio»
Oggi i 146 migranti della Alan Kurdi che si trova al largo delle coste di Termini Imerese, in prossimità del porto di Palermo, saranno trasferiti su una nave della Compagnia italiana di navigazione (e non della Gnv come sembrava inizialmente), con cui esiste una convenzione dal 2012. Il provvedimento è stato firmato ieri dal capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, su richiesta del ministro dei Trasporti, Paola De Micheli, per contrastare la diffusione del contagio da coronavirus e «nella non possibilità di indicare il “place of safety", un luogo sicuro». Le persone a bordo della nave che batte bandiera tedesca faranno dunque la quarantena su un traghetto italiano, a nostre spese. A occuparsi del carico umano, anche sotto l'aspetto sanitario, sarà la nostra Croce Rossa.
Mercoledì notte, tre migranti erano state fatti scendere dalla nave della Ong tedesca Sea Eye (che per il maltempo si era spostata dalle coste trapanesi verso quelle palermitane) e portati a terra, in quanto in condizioni sanitarie definite preoccupanti. Tra questi, un giovane che aveva tentato il suicidio: «Il paziente è un pericolo per sé stesso e per gli altri. Siamo certi che la condizione peggiorerà ulteriormente», aveva dichiarato il medico a bordo, l'italiana Caterina Ciufegni, nella sua relazione alla guardia costiera.
Evacuato anche un altro migrante che avrebbe più volto compiuto gesti di autolesionismo. «Ciò che ho vissuto con il mio equipaggio negli ultimi giorni mi lascia triste», si lamentava in un Twitter il capitano della imbarcazione, Bärbel Beuse. Aggiungeva: «Da dieci giorni l'equipaggio ha aspettato un'azione invece di parole». Perché la signora non protesta con la Germania, visto che la nave batte bandiera tedesca?
Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch, altra Ong tedesca, ha attaccato il nostro Paese e Malta perché l'unico modo per raggiungere le coste europee «è solo in presenza di condizioni mediche sufficientemente gravi». La Linardi ci accusa di aver rimandato in Libia una cinquantina di naufraghi «respinti illegalmente nel Paese da cui hanno tentato disperatamente di fuggire», lasciando morire 12 migranti «sotto gli occhi dei bambini». Altre Ong «sono ancora in mare senza un porto sicuro», denuncia la portavoce. Di certo, però, trovata una soluzione italiana per l'Alan Kurdi, ci aspettiamo che anche i 37 clandestini al largo di Lampedusa, sulla Aita Mari della Ong spagnola Salvamento Marítimo Humanitario, vengano sistemati su una nostra nave. La Ong sta lanciando i soliti allarmi di difficoltà nel gestire i migranti a bordo, due giorni fa tre persone, tra le quali una donna al sesto mese di gravidanza, sono stati trasferiti al centro di prima accoglienza di Contrada Imbriacola, a Lampedusa.
Adesso che c'è una motonave italiana designata per la quarantena dei migranti, chi fermerà più gli arrivi sulle nostre coste? «Dalla Alan Kurdi alla Aita Mari, le Ong - spesso tedesche - insistono per far sbarcare gli immigrati sempre e solo nel nostro Paese. Italiani chiusi in casa e immigrati liberi di arrivare in Sicilia, e magari da lì in Sardegna, nonostante la finta chiusura dei porti: è tornato il business dell'immigrazione a 30 euro al giorno a testa, anche a costo di mettere in pericolo la salute delle persone», non ha mancato di commentare il leader della Lega, Matteo Salvini. A rivelare il giochino delle Ong è proprio il presidente di Sea-Eye, Gorden Isler, che ieri in un'intervista alla Süddeutsche Zeitung osservava come migranti siano sull'Alan Kurdi «da undici giorni, quindi il periodo di quarantena di 14 giorni è quasi terminato e nessuno mostra sintomi. Non abbiamo più bisogno di una nave da quarantena», ma che «queste persone siano distribuite tra i Paesi Ue». Il capo della Ong ha aggiunto: «Se necessario, la Germania deve essere pronta ad accettare tutte le 146 persone a bordo. Non è chiedere troppo». Lo diciamo anche noi, senza doverci accollare il costo di una motonave adibita a ospedale per migranti.
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Il ministro insiste: «600.000 stranieri da regolarizzare subito». E il sindacato applaude. Ma le aziende hanno bisogno di altro.La nave Alan Kurdi attende in mare da giorni: «A bordo situazione fuori controllo».Lo speciale contiene due articoli.In Germania mancano circa 300.000 lavoratori stagionali nel settore agricolo. Le autorità tedesche hanno reagito creando una serie di piattaforme digitali che mettano in contatto i disoccupati con le aziende che hanno bisogno di personale. Chi ha perso il posto nei bar, nei ristoranti e in altre attività di questo genere viene invitato a trovare un impiego nell'agricoltura o nell'allevamento. Nel Regno Unito, invece, la National Federation of Young Farmers'Clubs sta cercando braccia fra gli studenti, invitandoli a rivolgersi alle fattorie per rimediare qualche soldo. In Italia, secondo la Coldiretti, mancano più o meno 370.000 braccianti, ma la soluzione proposta dal governo è sempre la stessa: sanatoria per gli immigrati clandestini. Teresa Bellanova, ministro delle Politiche agricole, da settimane non fa che ripetere il mantra: braccia spalancate agli stranieri. Ieri, in Senato, ha rimbombato la medesima solfa: «Sono 600.000, secondo le stime, gli irregolari stagionali nell'agricoltura che vengono spesso sfruttati e lavorano in Italia per quella criminalità che chiamiamo caporalato, che per me significa mafia», ha detto la Bellanova. «O è lo Stato a farsi carico della vita di queste persone o è la criminalità organizzata». Dunque sanatoria e dentro tutti. Quando il governo si è insediato, il ministro dell'Agricoltura si è presentato con uno sgargiante vestito blu. Forse per questo ora si crede una Fata Turchina capace, con un colpetto di bacchetta magica, di trasformare i clandestini in cittadini.A darle manforte ci si è messa pure la Cgil, che ieri ha lanciato una campagna su Twitter con l'hashtag #regolarizzateli. «Per loro chiediamo subito la regolarizzazione, così da avere manodopera che possa lavorare nei campi con rapporti di lavoro che rispettino i contratti, non con i voucher, chiediamo tutele, diritti a partire da quello alla salute, a un lavoro dignitoso, a un alloggio», ha detto Giovanni Mininni, segretario generale della Flai Cgil. Curioso: regolarizzare i clandestini si può anzi si deve, ma utilizzare i voucher è proibito. Secondo i sindacati, infatti, i «buoni lavoro» consentirebbero alle aziende di sfruttare la manodopera. Beh, diamo un'informazione alla Triplice: lo sfruttamento esiste già. Proprio nelle scorse ore un'inchiesta contro il caporalato in Romagna della squadra mobile di Forlì ha portato all'arresto di quattro pakistani che sfruttavano 45 richiedenti asilo (loro connazionali e afghani), costringendoli a lavorare nei campi fino a 80 ore alla settimana, pagandoli 50 euro al mese. Questi poveretti venivano in condizioni pietose, con poco cibo, niente acqua calda, costretti a dormire su materassi gettati a terra. Ad avvalersi dei loro servizi sottopagati erano i titolari di alcune aziende agricole di Rimini, Forlì e Ravenna, che sono stati denunciati. Questa vicenda, per altro, dimostra che una regolarizzazione dei clandestini non condurrebbe automaticamente alla fine del lavoro nero, anzi. Gli sfruttati di cui sopra erano richiedenti asilo. La legge italiana consente a chi ha fatto regolare richiesta di accoglienza di lavorare, non per nulla molti ospiti dei centri di accoglienza anche in questi giorni continuano a muoversi liberamente proprio perché hanno un impiego. Tradotto: il fatto di avere un permesso di soggiorno non conduce necessariamente a maggiore legalità. I voucher, invece consentirebbe di pagare gli stagionali senza ricorrere al nero. Secondo Dino Scanavino, presidente della Cia, essi sono «uno strumento flessibile idoneo a reclutare chi è in cassa d'integrazione o percepisce il reddito di cittadinanza ma che non rinuncerebbe al suo ammortizzatore sociale per venire a lavorare nei campi. Con il voucher, invece, il lavoratore può integrare le sue entrate attraverso queste prestazioni occasionali, il cui compenso è esente ai fini Irpef». Oppure, appunto, si potrebbe impiegare in agricoltura chi è sprovvisto di un lavoro o campa con il reddito di cittadinanza. Sarebbe sensato, e lo fanno anche all'estero. Però la Bellanova si oppone, e la Cgil di nuovo la sostiene. Del resto la signora ha iniziato la sua carriera politica proprio nel sindacato rosso. Ed è grazie al sindacato che ha conosciuto il suo attuale marito, Abdellah El Motassime. Si sono incontrati in Marocco: lei era in visita istituzionale, lui le faceva da interprete. Sarà, forse, anche per queste ragioni sentimentali che il ministro è così attento alle esigenze degli stranieri. Non a caso ieri i giornali marocchini hanno dato grande risalto alla sua proposta di sanatoria: un bel messaggio a chi fosse intenzionato a lasciare l'Africa per venire qui. 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Il provvedimento è stato firmato ieri dal capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, su richiesta del ministro dei Trasporti, Paola De Micheli, per contrastare la diffusione del contagio da coronavirus e «nella non possibilità di indicare il “place of safety", un luogo sicuro». Le persone a bordo della nave che batte bandiera tedesca faranno dunque la quarantena su un traghetto italiano, a nostre spese. A occuparsi del carico umano, anche sotto l'aspetto sanitario, sarà la nostra Croce Rossa. Mercoledì notte, tre migranti erano state fatti scendere dalla nave della Ong tedesca Sea Eye (che per il maltempo si era spostata dalle coste trapanesi verso quelle palermitane) e portati a terra, in quanto in condizioni sanitarie definite preoccupanti. Tra questi, un giovane che aveva tentato il suicidio: «Il paziente è un pericolo per sé stesso e per gli altri. Siamo certi che la condizione peggiorerà ulteriormente», aveva dichiarato il medico a bordo, l'italiana Caterina Ciufegni, nella sua relazione alla guardia costiera. Evacuato anche un altro migrante che avrebbe più volto compiuto gesti di autolesionismo. «Ciò che ho vissuto con il mio equipaggio negli ultimi giorni mi lascia triste», si lamentava in un Twitter il capitano della imbarcazione, Bärbel Beuse. Aggiungeva: «Da dieci giorni l'equipaggio ha aspettato un'azione invece di parole». Perché la signora non protesta con la Germania, visto che la nave batte bandiera tedesca? Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch, altra Ong tedesca, ha attaccato il nostro Paese e Malta perché l'unico modo per raggiungere le coste europee «è solo in presenza di condizioni mediche sufficientemente gravi». La Linardi ci accusa di aver rimandato in Libia una cinquantina di naufraghi «respinti illegalmente nel Paese da cui hanno tentato disperatamente di fuggire», lasciando morire 12 migranti «sotto gli occhi dei bambini». Altre Ong «sono ancora in mare senza un porto sicuro», denuncia la portavoce. Di certo, però, trovata una soluzione italiana per l'Alan Kurdi, ci aspettiamo che anche i 37 clandestini al largo di Lampedusa, sulla Aita Mari della Ong spagnola Salvamento Marítimo Humanitario, vengano sistemati su una nostra nave. La Ong sta lanciando i soliti allarmi di difficoltà nel gestire i migranti a bordo, due giorni fa tre persone, tra le quali una donna al sesto mese di gravidanza, sono stati trasferiti al centro di prima accoglienza di Contrada Imbriacola, a Lampedusa. Adesso che c'è una motonave italiana designata per la quarantena dei migranti, chi fermerà più gli arrivi sulle nostre coste? «Dalla Alan Kurdi alla Aita Mari, le Ong - spesso tedesche - insistono per far sbarcare gli immigrati sempre e solo nel nostro Paese. Italiani chiusi in casa e immigrati liberi di arrivare in Sicilia, e magari da lì in Sardegna, nonostante la finta chiusura dei porti: è tornato il business dell'immigrazione a 30 euro al giorno a testa, anche a costo di mettere in pericolo la salute delle persone», non ha mancato di commentare il leader della Lega, Matteo Salvini. A rivelare il giochino delle Ong è proprio il presidente di Sea-Eye, Gorden Isler, che ieri in un'intervista alla Süddeutsche Zeitung osservava come migranti siano sull'Alan Kurdi «da undici giorni, quindi il periodo di quarantena di 14 giorni è quasi terminato e nessuno mostra sintomi. Non abbiamo più bisogno di una nave da quarantena», ma che «queste persone siano distribuite tra i Paesi Ue». Il capo della Ong ha aggiunto: «Se necessario, la Germania deve essere pronta ad accettare tutte le 146 persone a bordo. Non è chiedere troppo». Lo diciamo anche noi, senza doverci accollare il costo di una motonave adibita a ospedale per migranti.
Getty Images
L’obiettivo è fare il punto sulle varie partite aperte nel Belpaese, partendo da un presupposto: l’intenzione della casa automobilistica francese a livello globale di fare una decisa retromarcia (il progetto «futuREady» si concentra sull’ibrido) rispetto agli obiettivi sull’elettrificazione della produzione che cozzano plasticamente con la realtà. Per carità, nulla che non sia in ballo anche tra gli altri grandi player dell’automotive. Perché la sbornia per le EV complice la spinta del Green deal europeo è stata collettiva e adesso un po’ tutti provano a metterci una pezza. Con una consapevolezza: far rientrare il dentifricio nel tubetto e assai più complicato che farlo uscire e quindi il riposizionamento per nessuno sarà indolore.
Torniamo quindi al Piano Italia, quello che il precedente ad, Luca de Meo, aveva disegnato su misura per il Belpaese. De Meo è un ex Marchionne boys (come Antonio Filosa, l’attuale ad di Stellantis, del resto) e aveva avuto un approccio meno «incauto» e più pragmatico sull’elettrico. Anzi, da presidente di Acea (l’associazione dei costruttori) era stato tra i primi a tirare il freno rispetto all’elettrificazione senza se e senza ma. Il suo mantra, purtroppo inascoltato, partiva dalla richiesta di una maggiore flessibilità normativa e arrivava fino all’idea che in mancanza di infrastrutture adeguate, la transizione sarebbe stata un bagno di sangue. E in effetti è andata proprio così. Questo per dire che i progetti di De Meo non erano una sorta di elenco utopistico di desiderata, ma obiettivi che a metà del 2022 sembravano realistici, e che poi con il reiterarsi degli errori politici di Bruxelles sono diventati complicati da raggiungere.
Ma cosa ha in ballo Renault in Italia? Da una parte c’era un rafforzamento significativo degli acquisti sulla filiera nazionale, soprattutto lato componentistica e siderurgia con volumi stimati per alcuni miliardi di euro in un arco temporale di 5 anni. Rafforzamento che aveva ben impressionato il governo. Il problema è che i riscontri, soprattutto lato industriale, parlano di un volume di commesse che sta disattendendo le attese. Non solo. Perché tra i dossier discussi con le istituzioni rientrava anche la possibilità di rafforzare le attività tecnologiche e le competenze sui software per l’automotive. E anche questa pratica è rimasta sulla carta, anzi, a dirla tutta, non è mai decollata.
Ma forse la partita più spinosa riguarda Free To X, la società strategica per la realizzazione di nuove colonnine di Autostrade per l’Italia. Le infrastrutture che De Meo considerava centrali e che contava di realizzare grazie alla collaborazione con Aspi, controllata da HRA (Holding Reti Autostradali), il veicolo che ha come socio di maggioranza Cdp Equity (51%) e come altri azionisti Blackstone Infrastructure Partners al 24,5% e i fondi gestiti da Macquarie Asset Management con il restante 24,5%. Insomma un mix pubblico-privato.
Renault ha una partecipazione praticamente paritaria con Aspi nel capitale di Free to X e il governo si aspetta che collabori attivamente al raggiungimento degli obiettivi originari che prevedevano la realizzazione di almeno 400 nuove stazioni di ricarica in tempi rapidi.
I numeri restano gli stessi? François Provost ha intenzione di garantire l’impegno di Renault nel progetto nonostante il ridimensionamento sull’elettrico? Sono questi alcuni degli interrogativi che dovrebbero trovare risposte adeguate dopo l’incontro con il ministro Urso. Questione di giorni e se ne saprà di più. Anche perché se i riscontri lato transalpino non dovessero essere convincenti, non è escluso che si vada alla ricerca di partner diverso sul mercato.
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Ecco #DimmiLaVerità del 12 maggio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino spiega le conseguenze nel medio e lungo periodo di quello che sta accadendo in Iran.
Alessandro Zan (Getty Images)
Il testo, ha riferito Alessandro Zan, sancirà «tutele speciali per chi è oggetto di stalking, violenza domestica, crimini d’odio». «Il giudice», ha aggiunto l’onorevole, «dovrà tenere conto delle motivazioni discriminatorie di un reato», il che rafforzerà la posizione di chi subisce abusi «dal momento della denuncia al risarcimento dei danni. I dati della vittima, come la residenza, non saranno disponibili all’imputato, salvo decisione del giudice. Verrà introdotta la possibilità di denuncia anche attraverso organizzazioni riconosciute», qualora la persona offesa abbia paura di procedere da sola; e nascerà «un numero unico europeo per le vittime. Ci sarà una formazione obbligatoria per gli operatori, dalla polizia al personale sanitario. Sostegno alla denuncia anche per migranti con status irregolare».
Vista in questa chiave, la direttiva Ue, cui Roma dovrebbe poi conformarsi, riporterebbe in vita soltanto la parte giuridicamente meno discussa del ddl Zan: l’idea originaria di estendere ad altre categorie protette le disposizioni della legge Mancino del 1993. In realtà, i motivi principali per cui quell’iniziativa normativa creò scompiglio erano più seri. Innanzitutto, l’articolo 1 del testo avrebbe introdotto la definizione legale di identità di genere, intesa come «autopercezione», a prescindere dal dato biologico. Zan, così, tentava un’operazione subdola: imporre e blindare l’ideologia Lgbt, sfruttando il potere di una maggioranza politica.
Ancora peggio era il combinato degli articoli 2 e 3, contenenti le modifiche al Codice penale che avrebbero creato fattispecie basate sull’omotransfobia, e dell’articolo 4, che avrebbe dovuto salvaguardare la libertà di espressione, ma si fondava su una formulazione vaga e insidiosa: garantendo la legittimità delle opinioni solo fintantoché non fossero state «idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti», il cavillo spalancava le porte all’arbitrio dei magistrati nel determinare un eventuale collegamento tra manifestazione delle idee e condotte delittuose altrui. Per intenderci: pubblico un libro in cui difendo la famiglia tradizionale; un invasato picchia un omosessuale dichiarando di essersi sentito ispirato da quel volume; potrei essere condannato, perché ciò che ho scritto si sarebbe rivelato «idoneo» a indurre un’altra persona a commettere un reato?
Era controverso anche l’articolo 7, che istituiva la Giornata nazionale contro omofobia, lesbofobia, bifobia e transfobia, con l’obbligo per le scuole di predisporre attività di sensibilizzazione. Il lavaggio del cervello tra i banchi.
A parte l’odore di incostituzionalità del ddl, contro quell’iniziativa si schierò apertamente la Chiesa, evocando addirittura potenziali violazioni del Concordato. Si spiega la freddezza con cui lo accolsero gli esponenti cattolici del Pd. Alla fine, il progetto sfumò in Aula, vittima della tagliola e di uno scrutinio segreto.
Ora, archiviata la delusione, il signor Pride, l’uomo la cui società era arrivata a incassare oltre un milione di euro l’anno grazie alla carnevalata sull’orgoglio gay che organizzava a Padova, torna alla carica. Riesumando il bavaglio e rilanciando la crociata per le nozze omosex, in occasione del decennale dall’approvazione delle unioni civili.
Ieri, anche Matteo Renzi, all’epoca presidente del Consiglio, sui social ha celebrato la ricorrenza, rivendicando di aver posto la fiducia sul provvedimento: «Era un azzardo politico, ma era anche un dovere morale», ha twittato. «Chi si ama non è mai un problema per la società». Oggi, però, quel traguardo - che non ha portato benissimo alla sua madrina, Monica Cirinnà, ormai sparita dai radar - viene considerato «insufficiente». Avs ha ricordato, ad esempio, che la maggioranza «non ebbe il coraggio di mettere nero su bianco che quelle stesse coppie potessero essere anche genitori». Per dirla con Zan, la battaglia del futuro dovrà essere quella «per il matrimonio egualitario». Un altro motivo per mobilitare le masse di attivisti e tenere aperto un circo redditizio.
Le unioni civili, dunque, non bastano più: «È importante andare oltre», ha proclamato l’onorevole dem. Bisogna «approvare il matrimonio egualitario e riformare il diritto di famiglia». Di più: «Serve garantire l’adozione alle persone single e alle coppie dello stesso sesso e consentire l’accesso alla procreazione medicalmente assistita. Su questo», ha insistito Zan, «esiste una proposta di legge a mia firma insieme a Elly Schlein».
Pure stavolta, ci sarebbe un ostacolo: una Costituzione che «riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». E non proprio sul matrimonio arcobaleno. Certo, i magistrati già stanno contribuendo a smontarla: la Corte d’Appello di Bari ha appena riconosciuto che un bimbo di 4 anni, nato in Germania da una donna e un uomo, è figlio anche del marito di costui. Genitore 1, genitore 2, genitore 3.
Schlein e compagni avevano arruolato la Carta «più bella del mondo» per fermare la riforma della giustizia; adesso, la fanno ridiventare carta straccia.
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