Il pride ligure contro gli alpini. Alle penne nere preferiamo le piume

Le penne nere hanno lasciato Genova. L’adunata è finita, andate in pace. O quasi. Perché c’è chi, sfruttando la presenza degli alpini, ha deciso di farsi, per l’ennesima volta, un po’ di pubblicità.
Mentre gli ex militari si preparavano a fare la loro sfilata conclusiva, infatti, il Liguria pride, che si terrà dal 6 al 13 giugno (il doppio rispetto all’adunata e vedremo se qualcuno si lamenterà di questo) ha pensato bene di pubblicare un carosello di immagini su Instagram con le seguenti parole: «Anche oggi siamo fuori dal coro e a gran voce diciamo Not all alpini gne gne gne». Fuori dal coro mica tanto, visto che una certa parte politica non ha fatto altro che rompere i cabbasisi montando assurde polemiche sulla presenza delle penne nere. Il carosello prosegue poi con la slide: «Al machismo e al militarismo, alle penne in erezione che occupano la nostra città preferiremo sempre delle favolose piume». Ora, i gusti sono gusti. Ma, nonostante i questionari di Non una di meno, in questi tre giorni di adunata non c’è stata alcuna molestia. Nessuna parola fuori posto. Se non quella segnalata da Alice Salvatore, ex consigliere regionale ligure ed ex candidata presidente della Regione con il Movimento 5 stelle, che ha annunciato sui social (senza però fare alcuna denuncia formale) di esser stata vittima di sguardi insistenti e penetranti da parte di un gruppo di attempati alpini.
Per diversi anni, il presidente del Liguria pride è stata Ilaria Gibelli. Un nome non nuovo, visto che solamente poche settimane fa, commentando un sondaggio di YouTrend sulle posizioni etiche degli elettori italiani, aveva scritto sui social: «Non fa una piega. I partiti più cattolici sono quelli più: omofobi, transfobici, razzisti, islamofobi, maschilisti, si può continuare». Com’è ovvio che sia, ne è nato un caso politico, visto che la Gibelli ricopre l’incarico di consulente del Comune di Genova per la tutela dei diritti della comunità Lgbtqia+ e, almeno teoricamente, dovrebbe avere una posizione neutrale. Così ovviamente non è. Il suo curriculum, infatti, è quello di una militante (e ci mancherebbe altro): «Sono socia di Rete Lenford (avvocatura per i diritti LGBTQIA+) da più di dieci anni, e da qualche anno faccio parte del gruppo legale di Famiglie Arcobaleno, associazioni nelle quali ho maturato una esperienza della tutela delle persone queer». Sul suo sito, poi, si legge ancora: «Attualmente offro consulenza legale nella sede del Liguria Pride odv, per le tematiche relative alle persone trans, e per tutte le questioni legali legate alle persone Lgbtqia+». Chissà se il sito dell’avvocato Gibelli non è stato aggiornato o se continua a fornire consulenza all’interno della sede del Liguria pride che, guarda caso, quest’anno tornerà a Genova con la Coloratacena, a cui l’ex sindaco Bucci aveva tolto il patrocinio.
Ora, è singolare che una figura come quella della Gibelli, così vicina al sindaco Silvia Salis, faccia parte di un’associazione che si fa gioco di un altro evento, l’adunata degli alpini, supportato istituzionalmente dal comune di Genova. Si tratta di una fluidità difficile da sostenere, pur provando a leggere la realtà con gli occhi Lgbtqia+. Anche perché proprio ieri, salutandoli, la stessa Salis ha detto: «In città abbiamo respirato un senso autentico di comunità: un’ulteriore dimostrazione di come gli alpini rappresentino una parte profonda dell’anima del nostro Paese, fatta di servizio, disciplina, memoria e presenza». Non proprio la descrizione fatta dal social media manager del Liguria pride. E, soprattutto, una realtà molto diversa da quella che è stata dipinta per giorni e giorni da Non una di meno (e in parte difesa dallo stesso sindaco). Su Genova non è mai stata in programma una calata di barbari molestatori. Era, quella, e saranno quelle del futuro, semplici adunate di penne nere. Uomini, ma pure donne, che hanno servito il Paese e che continuano a farlo, anche quando hanno qualche acciacco e, forse, preferirebbero fare altro. Ma che scelgono comunque di fare il proprio dovere. Una lezione di cui essere orgogliosi. Pride, quindi. Ma per davvero.





















