True
2026-05-11
Città vietate ai bambini
Getty Images
Dalle città senza auto alle città senza figli? Può apparire una provocazione, ma in realtà lo scenario che va prospettandosi in Occidente potrebbe davvero essere questo. Soprattutto perché le cosiddette child-free zones, le aree senza bambini, stanno davvero iniziando a dilagare. Tutto ha avuto inizio – come molte altre tendenze – negli Stati Uniti circa 25 anni fa. Era in effetti il luglio del 2000 quando la giornalista Lisa Belkin firmava sul New York Times Magazine un pezzo intitolato «I tuoi figli sono il loro problema». In quell’articolo, dove peraltro venivano elencati nomignoli assai dispregiativi verso i bambini, si raccontava di un uomo che espressamente cercava di vivere in un quartiere che non ne fosse «infestato». Quello stesso anno uscì The Baby Boon: how family-friendly America cheats the childless (Free Press), un libro di Elinor Burkett dove si documentava un vero e proprio risentimento che gli adulti senza figli avevano iniziato a sviluppare verso i sussidi pubblici e la flessibilità lavorativa concessi ai genitori; una persona interpellata in quel testo paragonò i bambini in ufficio a uno «zoo da accarezzare» e descrisse l’avere figli come «sputare uova».
A loro modo la Belkin e la Burkett sono state delle profetesse, cui si è accodata anche la francese e «mamma pentita» Corinne Maier con un altro libro di successo, No Kid, Quarante raisons de ne pas avoir d’enfant (Éditions Michalon, 2007). Tutto questo scrivere – e in buona parte auspicare – «spazi tranquilli» e privi di bambini ha fatto sì che, nel giro di poco, si siano effettivamente diffusi un po’ ovunque settori riservati ai soli adulti in compagnie aeree, ristoranti, aree residenziali e località balneari. Già nell’estate del 2007 a Lake Forest, nell’Illinois, era stata fissata una quota di almeno il 25% della spiaggia vietata ai bambini e riservata agli adulti desiderosi di prendere il sole in tranquillità. Secondo l’American Community Survey, nel 2016 in una grande metropoli come San Francisco i minorenni ammontavano a circa 115.000, superati in numero dai cani – stimati essere dal San Francisco Animal Care and Control dai 120.000 ai 150.000. Più quadrupedi che bambini, quindi.
Dagli Stati Uniti le child-free zones sono presto divenute tendenza globale, radicandosi per esempio anche in Asia. Poco meno di dieci anni fa la compagnia aerea low cost indiana IndiGo annunciava l’istituzione sui suoi aerei di «zone silenziose» – precluse ai bambini con meno di 12 anni – destinate ai «viaggiatori d’affari che preferiscono sfruttare i momenti di tranquillità per svolgere il loro lavoro». Quando comunicava questa decisione, IndiGo era già stata anticipata da Malaysia Airlines, AirAsia X e dalla compagnia aerea singaporiana Scoot. Cotanto impegno e creare «zone silenziose» sui voli pare sia stato il riflesso di un’esigenza di mercato. Secondo quanto scriveva Peter Woodman sull’Irish Independent nel maggio 2014, infatti, un sondaggio aveva rilevato come ben il 35% dei passeggeri aerei – oltre un terzo – non solo volesse volare senza piccoli attorno, ma fosse disposto a pagare per questo perfino un supplemento. Così le compagnie aeree, sempre attente a fiutare i desiderata dei clienti, hanno preso ad organizzarsi di conseguenza.
Dalle piste di decollo ai binari ferroviari il passo è stato breve. Lo prova la recente iniziativa della compagnia ferroviaria nazionale francese Sncf, che ha deciso di introdurre sui treni ad alta velocità – principalmente sulla tratta Parigi-Lione – delle carrozze Optimum Plus, che hanno queste caratteristiche: 39 posti a sedere, ambiente tranquillo e adatto al lavoro e divieto di accesso ai bambini sotto i 12 anni. «Questa non è la Francia a misura di famiglia che conosco», ha commentato sul Guardian la corrispondente Helen Massy-Beresford. Ma quello ferroviario non è il solo segnale antinatalista che arriva da Oltralpe. Si pensi alla controversia sorta sulla scuola internazionale Montessori di Maisons-Laffitte, un ricco sobborgo di Parigi, dove i residenti si sono rivolti al tribunale per far chiudere il cortile, sostenendo che il rumore delle risate e delle grida dei bambini causava un «disturbo».
I ricorrenti dicevano di non poter più sedersi nei loro giardini o sulle loro terrazze e di sentirsi «prigionieri». Ebbene, il tribunale ha dato loro ragione. Gli insegnanti, ha fatto presente Lauren Smith raccontando la vicenda su The european conservative, ora devono scegliere se tenere i bambini nel cortile antistante la scuola, confinarli in classe o portarli in un parco vicino. A detta del sindaco locale, Jacques Myard, tutta questa storia altro non è stata che una battaglia per «borghesi che non vogliono figli». Difficile dargli torto. Però non è un caso isolato. Basti pensare alle child-free zones in un Paese come la Corea del Sud dove – tra caffè, ristoranti e aree varie – ne sono state censite oltre 400.
Domanda: è un caso, in tutto questo, che la citata Francia, un tempo eccezione demografica europea, oggi sia anch’essa scesa sotto la soglia decisiva dei 2,1 figli per donna mentre Seul sia la capitale di un Paese che, nel 2023, ha toccato la soglia raggelante di 0,72 figli per donna? Forse no.
In Italia la tendenza delle child-free zones è ancora agli albori e non gradita, come provano le polemiche che la scorsa estate hanno travolto il ristorante di un noto stabilimento balneare di Milano Marittima «vietato» ai bambini sotto i 10 anni. Ma questo non deve far sottovalutare il problema, perché queste aree, apparentemente a tutela della quiete, di fatto sono spie se non incentivi per l’abisso della denatalità. La pensa così Timothy P. Carney senior fellow presso l’American Enterprise Institute ed editorialista del Washington Examiner, secondo cui «il vero problema è che la nostra cultura viene danneggiata dall’eccessivo numero di zone “senza bambini”».
«Oggi ci sono sempre meno bambini», fa presente Carney, «quindi sempre più gente trascorre la giornata senza vedere bambini. Significa che sempre più persone trascorrono la giornata senza pensare ai bambini». Il ragionamento ha una sua logica. Anche perché, pure là dove non espressamente previste, le child-free zones si stanno di fatto già diffondendo, inverando la denuncia che nel 2013 fecero Ali Modarres – specialista in pianificazione urbana e politiche pubbliche – e Joel Kotkin – esperto di tendenze globali – i quali, in un articolo su City-journal.org, parlarono d’un «esperimento per liberare le nostre città dai bambini». I due osservarono che «le nostre grandi città americane, da New York e Chicago a Los Angeles e Seattle, si stanno trasformando in parchi giochi per i ricchi, trappole per i poveri e stazioni di transito per i giovani ambiziosi diretti verso luoghi meno congestionati».
«La famiglia della classe media», concludevano, «è stata spinta ai margini, rompendo drasticamente con la storia urbana. Questo sviluppo solleva almeno due importanti domande: le città senza bambini sono sostenibili? E sono desiderabili?». Ora, pur riferendosi alle metropoli statunitensi, Modarres e Kotkin sollevarono un tema che oggi, nel 2026, interessa anche le più ristrette città italiane, dove le abitazioni sono sempre più costose, i centri storici luogo di studio o di lavoro e le chiese grandi templi desertificati. C’è insomma spazio per tutto, fuorché per la fede e per il futuro, cioè per i figli. È bene rifletterci, tenendo bene a mente che le child-free zones per eccellenza sono i cimiteri. Non resta allora che sperare che, prima che sia troppo tardi, l’Occidente si ispiri ad altri modelli urbani.
«È una estinzione programmata contro l’Occidente»
Oggi il tema demografico è al centro del dibattito. Pochi lo affrontano con tesi forti e controcorrente come Gianluca Pietrosante. Classe 1992, napoletano di nascita e veneto di adozione, vive a Bassano del Grappa, dov’è consigliere comunale da due mandati. Una laurea magistrale in storia e una in filosofia e scienze umane, insegna materie umanistiche negli istituti secondari di I e II grado e ha da poco dato alle stampe il libro Estinzione programmata (Maniero del Mirto, 2026).
Pietrosante, prima che autore di un testo sulla denatalità lei è marito e padre di due bambini. Che cosa ne pensa allora delle child-free zones?
«Più che una semplice ricerca di tranquillità, le cosiddette child-free zones rappresentano un segnale culturale più profondo. Non è il bambino a essere cambiato, ma lo sguardo dell’adulto: ciò che un tempo era percepito come una gioia oggi viene talvolta vissuto come un disturbo».
Possiamo considerare queste «aree», più che la risposta a una ricerca di tranquillità individuale, l’ennesimo segnale di un rifiuto collettivo del futuro?
«Mi sembra evidente. Una società che esclude i bambini dagli spazi pubblici per quiete è una società che non comprende più che sono un bene da custodire per la continuità di un popolo. D’altronde, dati alla mano, l’Occidente preferisce gli animali ai bambini».
Il suo libro sulla tragedia demografica del nostro Paese si chiama Estinzione programmata. Ma da chi?
«San Tommaso d’Aquino e la retta filosofia affermano che la conoscenza delle cose avviene attraverso la ricerca delle loro cause. Siamo arrivati a questo punto perché c’è un mutamento spirituale e antropologico degli italiani rispetto a ciò che eravamo prima del Concilio Vaticano II e del ‘68: oggi l’età media per sposarsi per gli uomini è attorno ai 38 anni, per le donne a 33. Siamo passati da una società che considerava la famiglia il centro della vita sociale a una in cui prevale una maggiore centralità dell’individuo rispetto alla dimensione comunitaria. Questo cambiamento incide inevitabilmente anche sulla propensione a generare futuro. A questo si aggiunge uno smarrimento dell’identità: processi culturali, ideologici e normativi hanno ridefinito il concetto di famiglia e genitorialità. E poi vi è la perdita del rispetto di ogni autorità, a partire dalla stessa famiglia: onora il padre e la madre non è solo una legge naturale, ma il fondamento di ogni civiltà. Estinzione programmata perché tutto ciò è l’esito prevedibile di trasformazioni culturali e sociali consolidate che stanno incidendo tragicamente nella demografia».
Il suo testo è molto critico verso l’immigrazione. Ma essa non potrebbe contribuire ad arginare l’inverno demografico italiano?
«Non come un tempo. L’immigrazione oggi è più mobile e meno stabile rispetto al passato, e questo ne riduce l’impatto demografico nel lungo periodo. Inoltre, l’arricchimento culturale viene meno: sul totale dei reati compiuti in Italia quasi la metà sono fatti da stranieri regolari a cui si sommano i reati dei clandestini. Questi dati sono consultabili presso il sito del ministero della Giustizia, citati puntualmente nel mio libro, senza parlare del problema delle nostre carceri. È evidente che sul piano sociale e culturale emergono criticità legate ai processi di integrazione, che rendono più complesso valutare l’impatto complessivo dell’immigrazione nel lungo periodo. Sul piano della fecondità anche gli immigrati fanno ormai meno figli. L’immigrazione non può dunque essere la soluzione, può incidere nel breve periodo, ma non risolve il problema di fondo, ovvero che siamo una società che non fa e non vuole più figli. È chiaro che la società aperta e senza confini idealizzata e professata dalla sinistra e anche da una parte della gerarchia ecclesiastica ha fallito, perché la mancata integrazione ha creato nuove fragilità sociali. Se una comunità perde la propria capacità generativa, nessun fattore esterno può sostituirla davvero».
L’impressione è che le culle vuote non siano un tema ancora ben compreso. Cosa della denatalità sfugge alla cultura progressista e cosa, invece, a quella conservatrice?
«I progressisti tendono a leggere la denatalità solo in termini di diritti individuali: assecondano i presunti diritti e desideri di una persona anziché far prevalere il bene comune, visto che la sinistra idealizza un modello di società ideologica fondata sull’egualitarismo, quindi non reale. I conservatori si limitano a risposte parziali e addirittura compiacenti ai progressisti: nessuno analizza le cause. Anzi, il conservatore oggi si limita a dire che la legge 194 sull’aborto va rispettata e attuata nella sua interezza, oppure vota in giunta regionale del Veneto lo stanziamento di milioni di euro per l’apertura di un centro gender a Padova, spacciandola come “conquista di civiltà”. L'Msi denunciava senza paura che l’aborto è un crimine contro la vita e che incide sul calo demografico, ad esempio. Quando si parla di famiglia e vita bisogna ragionare e agire secondo natura, al di là delle ideologie».
Come e quando ci risolleveremo dall’inverno demografico?
«Non esistono soluzioni immediate. Gli interventi economici grazie all’attuale governo ci sono, ma non sono sufficienti se manca la “battaglia delle idee”: serve una restaurazione culturale che restituisca valore e stabilità alla famiglia e alla vita, con l’aiuto della Chiesa: i matrimoni religiosi sono crollati dopo il Concilio. Solo quando tornerà a essere percepito come naturale e positivo sposarsi e avere figli si potrà invertire la tendenza».
Quel «profetico» piano anti nascite
La denatalità può essere un programma politico? Apparentemente no. Chiunque oggi la proponesse verrebbe, nella migliore delle ipotesi, guardato come un marziano. Eppure non è sempre stato così, anzi c’è stato un tempo – neppure così remoto, in realtà – in cui si redigevano a tavolino quelle che erano potenziali linee guida per svuotare le culle. L’esempio più lampante è probabilmente il cosiddetto «Jaffe Memo», dal nome del suo estensore, Frederick Jaffe (1925-1978), primo presidente del Guttmacher Institute e vicepresidente della International Planned Parenthood – enti statunitensi per la promozione di campagne abortiste e contraccettive.
Datato 11 marzo 1969, il «Jaffe Memo» è un testo di nove pagine che il suo autore scrisse rispondendo a Bernard Berelson (1912-1979) all’epoca capo del Population Council. Quindi non si tratta di un manifesto politico in senso stretto, bensì di un documento interno che pure – per ciò che contiene – del manifesto politico, o meglio demografico ha, lo vedremo subito, la struttura. Tuttavia, repetita iuvant, il «Jaffe Memo» è un testo riservato, come prova anche il suo incipit. «Questo memorandum», scrive infatti Jaffe rivolgendosi a Berelson, «risponde alla sua lettera del 24 gennaio, in cui si richiedevano idee su attività necessarie e utili relative alla formazione di una politica demografica definita come «misure legislative, programmi amministrativi e altre azioni governative (a) che sono progettate per alterare le tendenze demografiche... o (b) che effettivamente le alterano».
Quindi siamo dinnanzi al rapporto epistolare tra due signori in cui uno chiede all’altro consigli su come «alterare le tendenze demografiche». Già questo appare interessante. Ma lo è ancor di più il contenuto del memorandum, che all’ultima pagina si chiude con una tabella contenente i seguenti consigli su come, appunto, «alterare le tendenze demografiche». Ebbene, questa tabella presenta quattro colonne, la prima delle quali elenca i «vincoli sociali» che dovrebbero avere «un impatto universale». Tra queste misure la prima riguarda la famiglia, da «ristrutturare» in due modi: «a) posticipare o evitare il matrimonio; b) modificare l’immagine della dimensione ideale della famiglia». A seguire, Jaffe consigliava nell’ordine: «Istruzione obbligatoria dei figli; incoraggiare l’omosessualità; educazione alla pianificazione familiare; incoraggiare il lavoro femminile».
Ora la gravità di questi sconvolgenti «consigli» ha portato molti – non potendo negare l’esistenza del «Jaffe Memo» - a ridimensionare la portata del testo, liquidandolo come mera parte d’un epistolario in cui due esperti ragionavano innocuamente tra loro su come «alterare le tendenze demografiche». Il che può benissimo essere. Sta di fatto che a Berelson quel documento non deve essere dispiaciuto dato che di lì a poco si è ritrovato a collaborare nuovamente con Jaffe nella redazione del Rapporto della Commissione Rockefeller del 1972, nel quale peraltro diversi spunti del «Jaffe Memo» sono stati poi ripresi. Ma soprattutto impressiona osservare come i punti delineati in quel vecchio documento interno del marzo 1969, decenni dopo, si siano trasformati a seconda dei casi in: battaglie culturali, propagande, punti di programmi politici progressisti o incontestabili dati di fatto. Tutto ciò, beninteso, non dimostra che Frederick Jaffe sia stato l’oscuro burattinaio di nulla. Ma certo quelle sue singolarissime idee, ecco il punto, sono senza dubbio piaciute.
Continua a leggereRiduci
Ristoranti, spiagge, aerei, vagoni ferroviari, aree residenziali... Si moltiplicano gli spazi urbani nei quali è proibito l’accesso ai più piccoli. È il segnale di una insofferenza preoccupante nei confronti di chi si ostina a mettere al mondo figli.Il saggista Gianluca Pietrosante: «Dietro la crisi demografica c’è un mutamento antropologico. I conservatori danno risposte troppo timide».In un «memo» del 1969, Frederick Jaffe (Planned Parenthood) mostrava i modi con cui «alterare la demografia». Tra i punti, incentivare l’omosessualità e posticipare o evitare le nozze.Lo speciale contiene tre articoli.Dalle città senza auto alle città senza figli? Può apparire una provocazione, ma in realtà lo scenario che va prospettandosi in Occidente potrebbe davvero essere questo. Soprattutto perché le cosiddette child-free zones, le aree senza bambini, stanno davvero iniziando a dilagare. Tutto ha avuto inizio – come molte altre tendenze – negli Stati Uniti circa 25 anni fa. Era in effetti il luglio del 2000 quando la giornalista Lisa Belkin firmava sul New York Times Magazine un pezzo intitolato «I tuoi figli sono il loro problema». In quell’articolo, dove peraltro venivano elencati nomignoli assai dispregiativi verso i bambini, si raccontava di un uomo che espressamente cercava di vivere in un quartiere che non ne fosse «infestato». Quello stesso anno uscì The Baby Boon: how family-friendly America cheats the childless (Free Press), un libro di Elinor Burkett dove si documentava un vero e proprio risentimento che gli adulti senza figli avevano iniziato a sviluppare verso i sussidi pubblici e la flessibilità lavorativa concessi ai genitori; una persona interpellata in quel testo paragonò i bambini in ufficio a uno «zoo da accarezzare» e descrisse l’avere figli come «sputare uova».A loro modo la Belkin e la Burkett sono state delle profetesse, cui si è accodata anche la francese e «mamma pentita» Corinne Maier con un altro libro di successo, No Kid, Quarante raisons de ne pas avoir d’enfant (Éditions Michalon, 2007). Tutto questo scrivere – e in buona parte auspicare – «spazi tranquilli» e privi di bambini ha fatto sì che, nel giro di poco, si siano effettivamente diffusi un po’ ovunque settori riservati ai soli adulti in compagnie aeree, ristoranti, aree residenziali e località balneari. Già nell’estate del 2007 a Lake Forest, nell’Illinois, era stata fissata una quota di almeno il 25% della spiaggia vietata ai bambini e riservata agli adulti desiderosi di prendere il sole in tranquillità. Secondo l’American Community Survey, nel 2016 in una grande metropoli come San Francisco i minorenni ammontavano a circa 115.000, superati in numero dai cani – stimati essere dal San Francisco Animal Care and Control dai 120.000 ai 150.000. Più quadrupedi che bambini, quindi.Dagli Stati Uniti le child-free zones sono presto divenute tendenza globale, radicandosi per esempio anche in Asia. Poco meno di dieci anni fa la compagnia aerea low cost indiana IndiGo annunciava l’istituzione sui suoi aerei di «zone silenziose» – precluse ai bambini con meno di 12 anni – destinate ai «viaggiatori d’affari che preferiscono sfruttare i momenti di tranquillità per svolgere il loro lavoro». Quando comunicava questa decisione, IndiGo era già stata anticipata da Malaysia Airlines, AirAsia X e dalla compagnia aerea singaporiana Scoot. Cotanto impegno e creare «zone silenziose» sui voli pare sia stato il riflesso di un’esigenza di mercato. Secondo quanto scriveva Peter Woodman sull’Irish Independent nel maggio 2014, infatti, un sondaggio aveva rilevato come ben il 35% dei passeggeri aerei – oltre un terzo – non solo volesse volare senza piccoli attorno, ma fosse disposto a pagare per questo perfino un supplemento. Così le compagnie aeree, sempre attente a fiutare i desiderata dei clienti, hanno preso ad organizzarsi di conseguenza.Dalle piste di decollo ai binari ferroviari il passo è stato breve. Lo prova la recente iniziativa della compagnia ferroviaria nazionale francese Sncf, che ha deciso di introdurre sui treni ad alta velocità – principalmente sulla tratta Parigi-Lione – delle carrozze Optimum Plus, che hanno queste caratteristiche: 39 posti a sedere, ambiente tranquillo e adatto al lavoro e divieto di accesso ai bambini sotto i 12 anni. «Questa non è la Francia a misura di famiglia che conosco», ha commentato sul Guardian la corrispondente Helen Massy-Beresford. Ma quello ferroviario non è il solo segnale antinatalista che arriva da Oltralpe. Si pensi alla controversia sorta sulla scuola internazionale Montessori di Maisons-Laffitte, un ricco sobborgo di Parigi, dove i residenti si sono rivolti al tribunale per far chiudere il cortile, sostenendo che il rumore delle risate e delle grida dei bambini causava un «disturbo». I ricorrenti dicevano di non poter più sedersi nei loro giardini o sulle loro terrazze e di sentirsi «prigionieri». Ebbene, il tribunale ha dato loro ragione. Gli insegnanti, ha fatto presente Lauren Smith raccontando la vicenda su The european conservative, ora devono scegliere se tenere i bambini nel cortile antistante la scuola, confinarli in classe o portarli in un parco vicino. A detta del sindaco locale, Jacques Myard, tutta questa storia altro non è stata che una battaglia per «borghesi che non vogliono figli». Difficile dargli torto. Però non è un caso isolato. Basti pensare alle child-free zones in un Paese come la Corea del Sud dove – tra caffè, ristoranti e aree varie – ne sono state censite oltre 400.Domanda: è un caso, in tutto questo, che la citata Francia, un tempo eccezione demografica europea, oggi sia anch’essa scesa sotto la soglia decisiva dei 2,1 figli per donna mentre Seul sia la capitale di un Paese che, nel 2023, ha toccato la soglia raggelante di 0,72 figli per donna? Forse no. In Italia la tendenza delle child-free zones è ancora agli albori e non gradita, come provano le polemiche che la scorsa estate hanno travolto il ristorante di un noto stabilimento balneare di Milano Marittima «vietato» ai bambini sotto i 10 anni. Ma questo non deve far sottovalutare il problema, perché queste aree, apparentemente a tutela della quiete, di fatto sono spie se non incentivi per l’abisso della denatalità. La pensa così Timothy P. Carney senior fellow presso l’American Enterprise Institute ed editorialista del Washington Examiner, secondo cui «il vero problema è che la nostra cultura viene danneggiata dall’eccessivo numero di zone “senza bambini”».«Oggi ci sono sempre meno bambini», fa presente Carney, «quindi sempre più gente trascorre la giornata senza vedere bambini. Significa che sempre più persone trascorrono la giornata senza pensare ai bambini». Il ragionamento ha una sua logica. Anche perché, pure là dove non espressamente previste, le child-free zones si stanno di fatto già diffondendo, inverando la denuncia che nel 2013 fecero Ali Modarres – specialista in pianificazione urbana e politiche pubbliche – e Joel Kotkin – esperto di tendenze globali – i quali, in un articolo su City-journal.org, parlarono d’un «esperimento per liberare le nostre città dai bambini». I due osservarono che «le nostre grandi città americane, da New York e Chicago a Los Angeles e Seattle, si stanno trasformando in parchi giochi per i ricchi, trappole per i poveri e stazioni di transito per i giovani ambiziosi diretti verso luoghi meno congestionati».«La famiglia della classe media», concludevano, «è stata spinta ai margini, rompendo drasticamente con la storia urbana. Questo sviluppo solleva almeno due importanti domande: le città senza bambini sono sostenibili? E sono desiderabili?». Ora, pur riferendosi alle metropoli statunitensi, Modarres e Kotkin sollevarono un tema che oggi, nel 2026, interessa anche le più ristrette città italiane, dove le abitazioni sono sempre più costose, i centri storici luogo di studio o di lavoro e le chiese grandi templi desertificati. C’è insomma spazio per tutto, fuorché per la fede e per il futuro, cioè per i figli. È bene rifletterci, tenendo bene a mente che le child-free zones per eccellenza sono i cimiteri. Non resta allora che sperare che, prima che sia troppo tardi, l’Occidente si ispiri ad altri modelli urbani.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/child-free-zones-crisi-demografica-2676876515.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-una-estinzione-programmata-contro-loccidente" data-post-id="2676876515" data-published-at="1778507280" data-use-pagination="False"> «È una estinzione programmata contro l’Occidente» Oggi il tema demografico è al centro del dibattito. Pochi lo affrontano con tesi forti e controcorrente come Gianluca Pietrosante. Classe 1992, napoletano di nascita e veneto di adozione, vive a Bassano del Grappa, dov’è consigliere comunale da due mandati. Una laurea magistrale in storia e una in filosofia e scienze umane, insegna materie umanistiche negli istituti secondari di I e II grado e ha da poco dato alle stampe il libro Estinzione programmata (Maniero del Mirto, 2026).Pietrosante, prima che autore di un testo sulla denatalità lei è marito e padre di due bambini. Che cosa ne pensa allora delle child-free zones?«Più che una semplice ricerca di tranquillità, le cosiddette child-free zones rappresentano un segnale culturale più profondo. Non è il bambino a essere cambiato, ma lo sguardo dell’adulto: ciò che un tempo era percepito come una gioia oggi viene talvolta vissuto come un disturbo».Possiamo considerare queste «aree», più che la risposta a una ricerca di tranquillità individuale, l’ennesimo segnale di un rifiuto collettivo del futuro?«Mi sembra evidente. Una società che esclude i bambini dagli spazi pubblici per quiete è una società che non comprende più che sono un bene da custodire per la continuità di un popolo. D’altronde, dati alla mano, l’Occidente preferisce gli animali ai bambini».Il suo libro sulla tragedia demografica del nostro Paese si chiama Estinzione programmata. Ma da chi?«San Tommaso d’Aquino e la retta filosofia affermano che la conoscenza delle cose avviene attraverso la ricerca delle loro cause. Siamo arrivati a questo punto perché c’è un mutamento spirituale e antropologico degli italiani rispetto a ciò che eravamo prima del Concilio Vaticano II e del ‘68: oggi l’età media per sposarsi per gli uomini è attorno ai 38 anni, per le donne a 33. Siamo passati da una società che considerava la famiglia il centro della vita sociale a una in cui prevale una maggiore centralità dell’individuo rispetto alla dimensione comunitaria. Questo cambiamento incide inevitabilmente anche sulla propensione a generare futuro. A questo si aggiunge uno smarrimento dell’identità: processi culturali, ideologici e normativi hanno ridefinito il concetto di famiglia e genitorialità. E poi vi è la perdita del rispetto di ogni autorità, a partire dalla stessa famiglia: onora il padre e la madre non è solo una legge naturale, ma il fondamento di ogni civiltà. Estinzione programmata perché tutto ciò è l’esito prevedibile di trasformazioni culturali e sociali consolidate che stanno incidendo tragicamente nella demografia».Il suo testo è molto critico verso l’immigrazione. Ma essa non potrebbe contribuire ad arginare l’inverno demografico italiano?«Non come un tempo. L’immigrazione oggi è più mobile e meno stabile rispetto al passato, e questo ne riduce l’impatto demografico nel lungo periodo. Inoltre, l’arricchimento culturale viene meno: sul totale dei reati compiuti in Italia quasi la metà sono fatti da stranieri regolari a cui si sommano i reati dei clandestini. Questi dati sono consultabili presso il sito del ministero della Giustizia, citati puntualmente nel mio libro, senza parlare del problema delle nostre carceri. È evidente che sul piano sociale e culturale emergono criticità legate ai processi di integrazione, che rendono più complesso valutare l’impatto complessivo dell’immigrazione nel lungo periodo. Sul piano della fecondità anche gli immigrati fanno ormai meno figli. L’immigrazione non può dunque essere la soluzione, può incidere nel breve periodo, ma non risolve il problema di fondo, ovvero che siamo una società che non fa e non vuole più figli. È chiaro che la società aperta e senza confini idealizzata e professata dalla sinistra e anche da una parte della gerarchia ecclesiastica ha fallito, perché la mancata integrazione ha creato nuove fragilità sociali. Se una comunità perde la propria capacità generativa, nessun fattore esterno può sostituirla davvero».L’impressione è che le culle vuote non siano un tema ancora ben compreso. Cosa della denatalità sfugge alla cultura progressista e cosa, invece, a quella conservatrice?«I progressisti tendono a leggere la denatalità solo in termini di diritti individuali: assecondano i presunti diritti e desideri di una persona anziché far prevalere il bene comune, visto che la sinistra idealizza un modello di società ideologica fondata sull’egualitarismo, quindi non reale. I conservatori si limitano a risposte parziali e addirittura compiacenti ai progressisti: nessuno analizza le cause. Anzi, il conservatore oggi si limita a dire che la legge 194 sull’aborto va rispettata e attuata nella sua interezza, oppure vota in giunta regionale del Veneto lo stanziamento di milioni di euro per l’apertura di un centro gender a Padova, spacciandola come “conquista di civiltà”. L'Msi denunciava senza paura che l’aborto è un crimine contro la vita e che incide sul calo demografico, ad esempio. Quando si parla di famiglia e vita bisogna ragionare e agire secondo natura, al di là delle ideologie».Come e quando ci risolleveremo dall’inverno demografico?«Non esistono soluzioni immediate. Gli interventi economici grazie all’attuale governo ci sono, ma non sono sufficienti se manca la “battaglia delle idee”: serve una restaurazione culturale che restituisca valore e stabilità alla famiglia e alla vita, con l’aiuto della Chiesa: i matrimoni religiosi sono crollati dopo il Concilio. Solo quando tornerà a essere percepito come naturale e positivo sposarsi e avere figli si potrà invertire la tendenza». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/child-free-zones-crisi-demografica-2676876515.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="quel-profetico-piano-anti-nascite" data-post-id="2676876515" data-published-at="1778507280" data-use-pagination="False"> Quel «profetico» piano anti nascite La denatalità può essere un programma politico? Apparentemente no. Chiunque oggi la proponesse verrebbe, nella migliore delle ipotesi, guardato come un marziano. Eppure non è sempre stato così, anzi c’è stato un tempo – neppure così remoto, in realtà – in cui si redigevano a tavolino quelle che erano potenziali linee guida per svuotare le culle. L’esempio più lampante è probabilmente il cosiddetto «Jaffe Memo», dal nome del suo estensore, Frederick Jaffe (1925-1978), primo presidente del Guttmacher Institute e vicepresidente della International Planned Parenthood – enti statunitensi per la promozione di campagne abortiste e contraccettive.Datato 11 marzo 1969, il «Jaffe Memo» è un testo di nove pagine che il suo autore scrisse rispondendo a Bernard Berelson (1912-1979) all’epoca capo del Population Council. Quindi non si tratta di un manifesto politico in senso stretto, bensì di un documento interno che pure – per ciò che contiene – del manifesto politico, o meglio demografico ha, lo vedremo subito, la struttura. Tuttavia, repetita iuvant, il «Jaffe Memo» è un testo riservato, come prova anche il suo incipit. «Questo memorandum», scrive infatti Jaffe rivolgendosi a Berelson, «risponde alla sua lettera del 24 gennaio, in cui si richiedevano idee su attività necessarie e utili relative alla formazione di una politica demografica definita come «misure legislative, programmi amministrativi e altre azioni governative (a) che sono progettate per alterare le tendenze demografiche... o (b) che effettivamente le alterano».Quindi siamo dinnanzi al rapporto epistolare tra due signori in cui uno chiede all’altro consigli su come «alterare le tendenze demografiche». Già questo appare interessante. Ma lo è ancor di più il contenuto del memorandum, che all’ultima pagina si chiude con una tabella contenente i seguenti consigli su come, appunto, «alterare le tendenze demografiche». Ebbene, questa tabella presenta quattro colonne, la prima delle quali elenca i «vincoli sociali» che dovrebbero avere «un impatto universale». Tra queste misure la prima riguarda la famiglia, da «ristrutturare» in due modi: «a) posticipare o evitare il matrimonio; b) modificare l’immagine della dimensione ideale della famiglia». A seguire, Jaffe consigliava nell’ordine: «Istruzione obbligatoria dei figli; incoraggiare l’omosessualità; educazione alla pianificazione familiare; incoraggiare il lavoro femminile».Ora la gravità di questi sconvolgenti «consigli» ha portato molti – non potendo negare l’esistenza del «Jaffe Memo» - a ridimensionare la portata del testo, liquidandolo come mera parte d’un epistolario in cui due esperti ragionavano innocuamente tra loro su come «alterare le tendenze demografiche». Il che può benissimo essere. Sta di fatto che a Berelson quel documento non deve essere dispiaciuto dato che di lì a poco si è ritrovato a collaborare nuovamente con Jaffe nella redazione del Rapporto della Commissione Rockefeller del 1972, nel quale peraltro diversi spunti del «Jaffe Memo» sono stati poi ripresi. Ma soprattutto impressiona osservare come i punti delineati in quel vecchio documento interno del marzo 1969, decenni dopo, si siano trasformati a seconda dei casi in: battaglie culturali, propagande, punti di programmi politici progressisti o incontestabili dati di fatto. Tutto ciò, beninteso, non dimostra che Frederick Jaffe sia stato l’oscuro burattinaio di nulla. Ma certo quelle sue singolarissime idee, ecco il punto, sono senza dubbio piaciute.
Vladimir Putin (Ansa)
Fatto sta che ieri, nelle sue comunicazioni alla Camera in vista del Consiglio Ue del 18 e 19 giugno, il presidente del Consiglio, reduce dall’irritante esclusione dal vertice E3 con Volodymyr Zelensky, ha espresso chiaramente la sua preferenza per un’iniziativa diplomatica comune nei confronti di Mosca: «L’Unione europea», ha detto il premier, «deve essere pronta a guidare questo dialogo, mentre farebbe un errore a subirlo». Sia se a guidare le danze fossero gli Stati Uniti da soli, sia se, per le manie di protagonismo di certi leader nazionali, si procedesse «a tentoni, con formati variabili» che producono «frammentazione, confusione, debolezza». «Ma per farlo», ha aggiunto l’inquilina di Palazzo Chigi, «una volta stabilito quale sia, dal nostro punto di vista, l’obiettivo finale del negoziato, occorre individuare chi possa rappresentare gli interessi europei nel tavolo negoziale». È un aspetto su cui si registra una convergenza più rara che unica con Sergio Mattarella, secondo il quale è «molto opportuno che l’Unione europea, nei confronti dell’Ucraina e della Russia, si presenti con una voce sola». Opinione che, non a caso, il presidente ha espresso al pranzo di ieri con il premier. Ma ora che pure Francia, Germania e Regno Unito si sono decisi a intavolare una trattativa, tanto che, ieri, hanno spedito i loro ambasciatori al ministero degli Esteri russo, la sfida complicata è proprio quella di scegliere una figura adatta, che metta d’accordo tutti gli Stati membri dell’Ue e magari pure Londra.
È escluso che l’incarico possa essere ricoperto dall’Alto rappresentante di Bruxelles, Kaja Kallas. Oltranzista nei confronti del Cremlino, nonostante il passato sovietico della sua famiglia, adesso è ulteriormente delegittimata da chi briga per liquidarla, prendendo atto della sua irrilevanza. Il Financial Times ha infatti svelato che Parigi e Berlino, stizzite per l’«inefficacia» del servizio diplomatico Ue, sarebbero pronte a ritrasferire il grosso delle sue competenze alla Commissione, o in capo agli Stati membri. E, soprattutto, a sottrargli un budget da oltre un miliardo di euro. L’autorevolezza per andare da Vladimir Putin, la Kallas non ce l’ha affatto; anzi, la sua parabola certifica che l’Unione europea rimane priva di una politica estera. E questo è un ostacolo serio, se l’obiettivo è raggiungere un accordo ampio, superando le coalizioni ristrette.
A fine maggio, il quotidiano britannico aveva messo in cima alla lista dei potenziali mediatori il sempreverde «nonno» della Repubblica italiana: Mario Draghi. Affidargli un ruolo del genere potrebbe avere un qualche impatto anche sulla successione al Colle, nel 2029. L’ex banchiere potrebbe trovarsi impelagato in un lungo e difficile processo politico, che finirebbe per tenerlo lontano dal Quirinale. Il che lascerebbe campo più libero a un’alternativa più organica al centrodestra - ammettendo che il centrodestra si trovi, fra due anni e mezzo, nella posizione di dare le carte. Addirittura, un eventuale fallimento della mediazione potrebbe bruciare per la seconda volta l’ascesa di Draghi; la prima, era bastata la ricandidatura di Sergio Mattarella. Viceversa, un successo storico lo renderebbe la scelta naturale per subentrare all’attuale capo dello Stato. E la Meloni potrebbe intestarselo, facendo valere i buoni rapporti che ha intrattenuto con il suo predecessore.
Al di là dei risvolti e dei calcoli di politica interna, il limite alla missione di Draghi sarebbero le sue scarse credenziali nei confronti dello zar. La Federazione russa ha mandato segnali contraddittori. Ha biasimato l’Europa per la rinuncia al dialogo, ma poi ha bocciato ogni papabile interlocutore, a eccezione dell’ex cancelliere tedesco socialdemocratico, Gerhard Schröder, che ha il problema opposto: è troppo compromesso con Mosca per avere la fiducia dell’Ue.
Fermo restando che le intenzioni di Putin, come da tradizioni di Oltrecortina, non sono cristalline, e che la Russia potrebbe semplicemente considerare Bruxelles troppo ininfluente per sedersi a un tavolo che verrebbe gestito solo dalle grandi potenze imperiali, un altro ex capo del governo proveniente dalla Germania è stato più volte tirato in ballo: si tratta di Angela Merkel, la principale artefice del vecchio asse Berlino-Mosca, fondato sulle forniture energetiche a basso costo, ma anche responsabile e rea confessa del matrimonio infelice con un «nemico dell’Europa», come lei stessa definì lo zar nel 2024. La Russia, per di più, le rimprovera di aver propiziato gli accordi di Minsk, con cui si pose fine alla prima guerra nel Donbass, dodici anni fa: lungi dall’aver posto le basi per una pace duratura, quei patti, secondo Putin, consentirono a Kiev di beneficiare di una tregua tattica, che l’Ucraina ha utilizzato per prepararsi al successivo scontro con Mosca. Inoltre, meno di un mese fa, la stessa Merkel, pur dicendosi rammaricata perché l’Europa non stava «facendo sufficiente uso del suo potenziale diplomatico», aveva escluso di poter intervenire in prima persona: riferendosi al precedente negoziato, aveva precisato che esso era stato possibile «solo perché avevamo il potere politico, perché eravamo capi di governo. C’è bisogno di quel potere». Lei, ora, è fuori dai giochi.
Gli altri nomi circolati nelle ultime settimane sembrano di secondo piano. E se ciò, da un lato, li libera da eredità pesanti, dall’altro li rende poco credibili al cospetto di Putin: l’ex presidente finlandese, Sauli Niinistö, o il premier in carica, Alexander Stubb. L’inviato europeo, ha concluso ieri Antonio Tajani, «non lo decide né Putin né i Paesi da soli, ma tutta l’Unione europea».
Ci sarebbe, in effetti, da scongiurare l’ipotesi forse più indigeribile: che Emmanuel Macron, in uscita dall’Eliseo, ai giardinetti preferisca una dacia, pur di continuare a nutrire il suo ego.
Per il momento, se l’Ue non ha avuto il coraggio di dissociarsi dai volenterosi («In effetti i negoziati stanno avvenendo in diversi formati, in diversi luoghi, anche a diversi livelli», si è limitata a confermare ieri una portavoce della Commissione), la Russia li ha ricevuti per umiliarli: i membri dell’E3, ha tuonato Maria Zakharova, «stanno perseguendo una linea d’azione volta a impedire la creazione delle condizioni per i negoziati su una pace veramente globale, giusta e duratura». Sicuri ci si debba rammaricare che la Meloni sia uscita dal gruppo?
Continua a leggereRiduci
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Poiché il nodo della difesa aerea è fra i più importanti, l’Unione europea ha aperto al finanziamento dell’acquisto di missili antiaerei e antimissile americani Patriot, stando al portavoce della Commissione europea, Balazs Ujvari: «Se c’è interesse per attrezzature che vanno oltre i droni, siano sistemi antimissile o da difesa aerea, è una possibilità da mettere sul tavolo». A monte, i ripetuti appelli del presidente Volodymir Zelensky per aiuti in difesa aerea.
Fa pensare che, dopo i 6 miliardi di euro per i droni, l’Ue si prepari a pagare nuovi costosi Patriot, sebbene scarsi essendo dirottati nel Golfo Persico per contrastare i missili iraniani. Ma Kiev guarda anche a missili europei, come l’Aster 30 di fabbricazione franco-italiana, coprodotto da industrie fra cui Mbda e la nostra Avio. Un missile con raggio d’azione di 120 km e quota massima di 22 km, imbarcato anche su navi della Marina italiana.
Ne hanno parlato ieri il ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov e la ministra francese delle Forze armate, Catherine Vautrin. L’Ucraina, dalla notte all’alba, ha affrontato incursioni di 221 droni e due missili balistici Iskander lanciati dai russi. La difesa avrebbe «abbattuto 195 droni», ma molti dei velivoli telecomandati russi non erano Shahed d’attacco, ma tipi usati come esca, dunque per distrarre le difese, come Parodia e Italmas. Inoltre non sono stati intercettati i missili Iskander, che essendo balistici ipersonici sono ardui da fermare. Fra i bersagli, un deposito di locomotive nella regione di Sumy, dove il bombardamento ha ucciso una ferroviera e ha ferito quattro suoi colleghi. I russi affermano di aver conquistato due villaggi, Okhrimivka, nella regione di Kharkiv, e Rozkishne, in quella del Donetsk già per la maggior parte annessa alla Russia. Il sito di mappatura ucraino Deep State non ha finora confermato queste avanzate russe ed è difficile discriminare fra la vera occupazione integrale di un territorio e l’infiltrazione di avanguardie.
L’Ucraina ha colpito con droni l’ennesima raffineria russa, ad Afipsky, dove è scoppiato un incendio. Altri droni hanno ucciso due persone nella parte occupata dai russi della regione di Zaporizhzhia. Altro obiettivo è stato un convoglio di 50 camion militari russi carichi di carburante e munizioni ad Armyansk, in Crimea, dove le forze di Mosca hanno gettato ponti galleggianti. Kiev ha celebrato ieri per la prima volta una festa istituita da Zelensky, la Giornata delle Forze dei Sistemi a pilotaggio remoto. Per l’occasione il presidente ucraino ha affermato che «il 90% delle perdite russe sul campo di battaglia è dovuto ai droni».
E secondo il comandante della Forza droni ucraina, Robert Brovdi, detto «Madyar» («magiaro») perché d’origine ungherese, «dall’inizio del 2026 la forza droni ha ucciso 50.900 militari russi e colpito 176.500 obbiettivi». Brovdi ha spiegato alla Reuters che si sta bombardando l’autostrada Novorossiya per isolare la Crimea dalla Russia: «La campagna ha ridotto di due terzi, nell’ultimo mese, il traffico sull’autostrada Novorossiya, via di rifornimento russa che traversa l’Ucraina meridionale occupata fino alla Crimea. Entro un mese, l’Ucraina avrà il controllo della strada. Isoleremo la Crimea. Colpire i veicoli è facile come sparare alle pernici in un campo aperto». Se i droni sono l’ultimo grido, i vecchi razzi Grad di origine sovietica vengono ancora usati dai soldati di Zelensky, come ieri sul villaggio russo di Belaya Berezka, nella regione di Bryansk, dove è stato ucciso un civile. Installazioni della Marina Russa a Sebastopoli sono stati invece colpiti con missili Neptune di fabbricazione ucraina.
Continua a leggereRiduci
Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
Continua a leggereRiduci
Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
Continua a leggereRiduci