- Nel campo di Al Hol sono passati i familiari dei combattenti delle bandiere nere. Dopo la caduta di Assad sono stati liberati. E ora potrebbero tornare a colpire l’Occidente.
- Nel suo ultimo libro, Il nuovo volto dello Stato islamico. Strategie, reti e risposte delle intelligence (Fallone editore), l’analista Fabrizio Guacci spiega come l’Isis sia stato capace di adattarsi nuovamente nell’ecosistema internazionale dopo la perdita territoriale e come l’intelligence stia affrontando questa sfida.
- I cristiani massacrati nel silenzio. L’esperto Luigi Trisolino: «Nel continente nero le maggiori persecuzioni, ma attenzione alla Cina. Xi costringe i fedeli a vivere celati per sfuggire a biosorveglianza e manipolazioni».
Lo speciale contiene tre articoli.
Era sempre la solita trafila. Sempre la solita storia. Gli uomini perdevano la battaglia e venivano lasciati lì dove avevano trovato la morte. Polvere erano e nella polvere del deserto sarebbero tornati. Le donne e i bambini, invece, venivano presi dai combattenti curdi e portati nel campo di Al Hol, nella parte orientale della Siria, al confine con l’Iraq. Avrebbero passato lì i loro giorni e le loro notti. In quella prigione fatta di sabbia fine e secca. E baracche, tante baracche. Quelle necessarie per ospitare, ammesso e non concesso che si possa utilizzare questo verbo, 24.000 persone.
A guerra finita, i curdi pensavano che le donne, le ex jihadiste, avrebbero assaporato la libertà, seppure tra quelle quattro mura. Ma non era così. Imperterrite, le spose del Califfato continuavano a vestirsi coprendosi il corpo completamente di nero. Non vivevano un lutto, ma una fede. Pensavano di rappresentare la vita quando invece incarnavano la morte. Per anni hanno vissuto nel campo di Al Hol insieme ai loro figli. I figli della guerra. Quelli che hanno emesso il loro primo vagito insieme al boato delle bombe e agli spari del kalashnikov. Li hanno abbracciati nel nero dei loro veli, cercando di fare ombra per coprirli dal sole cocente del Medio Oriente. Li hanno invece soffocati sotto il peso di stoffe troppe pesanti e di un credo asfissiante.
Le donne e i bambini di Al Hol sono stati qui fino a pochi mesi fa. Fino a quando, in seguito ad un accordo tra le forze curde e il governo di Ahmad al-Sharaa, sono stati liberati. «Abbiamo constatato che mancavano le condizioni essenziali per abitarvi e abbiamo quindi deciso d’urgenza di spostare la popolazione», ha detto il capo ad interim del campo, Fadi al-Qassem. Qualcuno, nel caos di quei giorni, è riuscito a scappare. I curdi hanno accusato il governo di Damasco, che però ha rispedito tutto al mittente. La verità forse sta nel mezzo. Forse per i Peshmerga quel campo era diventato ormai ingestibile. Dall’altra parte, probabilmente Al Sharaa sentiva il dovere di liberare i parenti di chi lo aveva aiutato, in un modo o nell’altro, ad arrivare al potere. Un mistero, uno dei tanti, di questa terra martoriata che ha contato oltre mezzo milione di morti in una guerra civile che di civile aveva ben poco.
E se da una parte ci sono delle donne che hanno giurato fedeltà al Califfato, dall’altra ce ne sono molte che lo hanno combattuto. Bisogna fare qualche chilometro in macchina verso Ovest e arrivare a Kobane.
Due mondi contrapposti, entrambi segnati dalla guerra. È qui che ci sono le madri, donne comuni, che girano con fucili in spalla. Non cercano la guerra, non sono soldatesse. Ancora oggi difendono ciò che resta della loro vita e della loro comunità. Lo Stato islamico, almeno formalmente, non esiste più. Esiste però un altro nemico, che si muove attorno alla città: le milizie turche. Sono loro oggi gli avversari. Sono loro che sono pronti a colpire Kobane con droni e raid, mentre le unità di autodifesa locali continuano a pattugliare la zona. Descrivere la vita della città non è facile. Anche perché di essa, ormai, non se ne parla più. Sono ormai lontani i tempi in cui i peshmerga, i combattenti votati alla morte, avevano fatto di Kobane il centro della guerriglia contro i terroristi. Ora, nelle vie della città, restano l’incertezza e la paura. Unite al coraggio. Sembra concretizzarsi, tra quelle semplici case, ciò che scriveva Alfred Tennyson nel suo Ulysses: «Molto perdemmo, ma molto ci resta: Noi non siamo ora quella forza che in giorni antichi / mosse terra e cieli, ciò che siamo, siamo; / un’eguale indole di eroici cuori, / fiaccati dal tempo e dal fato, ma forti nella volontà / di combattere, cercare, trovare, e di non cedere mai».
Da una parte Al Hol, dove vivono donne e bambini segnati dalla propaganda e dall’eredità dell’Isis. Il niqab che diventa una seconda pelle e il simbolo di un’identità imposta, così diversa da quella ricercata dalle donne curde, femminili anche quando nascondo i loro corpi nelle mimetiche. I bambini del campo di Al Hol crescono con l’etichetta di terrorista cucita addosso. È la loro lettera scarlatta. Non hanno colpe, ma molto spesso continuano a odiare. È come se avessero sorbito questo sentimento insieme al latte materno. Quelli di Kobane invece crescono con la consapevolezza di ciò che hanno fatto i loro genitori. Con quelle mamme così diverse, che non portavano la gonna ma i pantaloni. E che al posto della borsetta portavano sottobraccio un fucile. Nel campo di Al Hol anche i vivi sembrano morti. Sonia è una jihadista italiana che è arrivata in Siria nel 2015. È vedova di un uomo dell’Isis. Quando le si pone qualche domanda nega o minimizza il proprio coinvolgimento. Non si capisce se lo faccia per vergogna o perché ha qualcosa da nascondere (crediamo la seconda). Mostra però un lato di sé che ha a che fare con la sua radicalizzazione, che le permette di sopportare tutto, perfino il campo e la vita forzata. Ad Al Hol, come a Kobane, la guerra ha lasciato cicatrici profonde. Nei campi la sopravvivenza è legata a ideologie che cancellano l’essenza delle persone. Nella città curda, invece, la resistenza al male è nata dal desiderio di proteggere i propri cari e la propria terra. Lo stesso territorio, a pochi chilometri di distanza, mostra due volti: da una parte capacità di resistere al dolore, alla guerra e alla sofferenza; dall’altra coercizione e radicalizzazione.
In mezzo, sparsi tra deserto, profondità del mare e cime delle alture, oltre 500.000 morti. Uomini, donne e bambini finiti nella grande storia, anche se avrebbero preferito farne a meno. Persone che sono diventate numeri. Morti per un ideale crudele o per un po’ di libertà. Che, ora che il regime è crollato, pare non arrivare. E forse non arriverà mai. Anche da qualche parte, in quel martoriato Paese, qualcuno mormora tra sé e sé che non cederà mai. Proprio come in quella poesia di Tennyson.
Il terrore non è ancora scomparso. Così si nasconde tra Africa e Asia
Sembra ormai un ricordo passato. Uno di quelli che riesci a portare alla memoria solamente in bianco e nero. Le urla in strada, gli spari, le decapitazioni trasmesse insieme ai video dell’orrore. L’urlo «Allah akbar», Dio è grande, che diventa parola di morte. E l’idea, quello di uno Stato islamico, che pare scomparsa tra le sabbie in cui era nata, tra la Siria e l’Iraq. Ma non è così. L’Isis non è sparito. C’è ancora, in attesa di tempi migliori. Ogni tanto torna a farsi sentire, a rivendicare attacchi ad ogni latitudine. Come spiega Fabrizio Guacci nel suo Il nuovo volto dello Stato islamico. Strategie, reti e risposte delle intelligence (Fallone editore).
Nel 2019 cade la sua ultima capitale, Baghuz, in Siria. A partire da quel momento i comandanti dello Stato islamico cambiano la propria strategia. La guerra cede il passo alla guerriglia e tornano ad agire le cellule sparse ad ogni latitudine del mondo. Dal sogno di uno Stato si passa alla clandestinità. Le decisioni non sono più nelle mani di pochi. L’Isis diventa agile e capace, come aveva già fatto, di adattarsi alle circostanze. Compie attacchi mirati per provocare un terrore costante. La paura si diffonde, anche grazie alla propaganda che sfrutta pure l’intelligenza artificiale. Del resto, erano stati proprio i responsabili della comunicazione dello Stato islamico a comprendere l’importanza dei video per diffondere il messaggio jihadista.
Lo Stato islamico crea alleanze con chiunque condivida la stessa ideologia di morte. In Africa, spiega Guacci, trova sponde con Boko Haram ma anche con la Wilayat Sinai, lo Stato islamico nel Grande Sahara. Si muove in Mozambico e in Somalia. E crea propaggini anche in Asia, con la Jemaah Snsha rut Daulah (Jad), l’Isis-Khorasan, la Neo-Jama’at Mujahideen Bangladesh, l’IsisPhilippines e la Wilayah al-Hind.
A distanza di sei anni dalla caduta del Califfato non bisogna più guardare in Medio Oriente per cercare quello che fu il Califfato. È necessario guardare a Sud, in Africa, e a Est, in Asia. Sono i dati a parlare. Secondo il Global Terrorism Index, la zona subsahariana rappresenta l’epicentro globale del terrorismo. È proprio qui che lo Stato islamico, insieme alle sue affiliate, resta l’organizzazione terroristica più letale del 2025. In Africa subsahariana, infatti, gli attacchi attribuiti all’Isis sono quasi raddoppiati in un anno, passando da 111 nel 2024 a 221 nel 2025. In Nigeria si è passati da 20 a 92 mentre le morti da 166 a 384; in Niger da 12 attacchi si è arrivati a 33, mentre i morti da 108 sono diventati 416 morti; nella Repubblica democratica del Congo le vittime degli attacchi del Califfato sono passate da 360 a 467. Ma non c’è solamente l’Africa, c’è anche l’Asia. Nel 2025, le Nazioni Unite hanno definito l’Isis-Khorasan una delle minacce più serie per l’Asia centrale. Il Global Terrorism Index segnala inoltre che l’Iskp è riuscito a rimanere resiliente, ampliando reclutamento e capacità di proiezione. Come segnala Guacci, nel Sud-Est asiatico il problema resta vivo soprattutto nel digitale: radicalizzazione online in Malaysia e Indonesia, reclutamento giovanile ancora radicato nel sud delle Filippine. Ci sono però anche dati in controtendenza. Nel 2025 Bangladesh e India hanno mostrato un miglioramento nei dati sugli attacchi, ma il tema non è scomparso. Tra i gruppi affiliati, spicca certamente l’Isis-Khorasan, uno dei più potenti e strutturati, che sta dimostrando di essere una minaccia globale considerevole, come dimostra l’attacco condotto ai danni della Russia nel 2024. La capacità di colpire in modo così eclatante anche fuori dai confini continentali dimostra come l’Isis stia riuscendo a consolidare il proprio potere.
Che fare davanti a tutto questo? Sfruttare innanzitutto le capacità dell’intelligence. Bisogna prima di tutto conoscere ciò che sta accadendo per poi agire. Come ricorda Guacci nel suo libro, le agenzie hanno dovuto perfezionare le loro attività di contrasto del terrorismo islamico, rafforzando in particolar modo la già stretta cooperazione internazionale. In questi anni, le attività del Sistema d’informazione per la sicurezza della Repubblica italiana sono state estremamente efficienti grazie anche alla collaborazione interna con tutte le forze di polizia giudiziaria che si occupano di antiterrorismo, garantita dal Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo (Casa); un livello tale di cooperazione che, secondo l’opinione dell’ambasciatore Giampiero Massolo, non è così comune negli altri Paesi europei. Resta, tra i tanti, il pericolo del cyberterrorismo: il costante progresso tecnologico rende infatti questa minaccia sempre più accessibile anche a gruppi che, pur disponendo di risorse finanziarie limitate, dimostrano di avere competenze informatiche avanzate, come appunto nel caso dello Stato islamico. Questo era il passato dell’Isis. E questo potrebbe essere il suo futuro. Che non è mai dove immagineremmo che fosse.
«I cristiani massacrati nel silenzio»
Avvocato Luigi Trisolino, giurista della presidenza del Consiglio dei Ministri, giornalista, dottore di ricerca in Discipline giuridiche storico-filosofiche internazionali, fondatore e presidente dell’associazione «i RadicaTi dal diritto naturale alla legge»: aumentano le persecuzioni dei cristiani. Quali sono le aree in cui si registrano più violenze?
«L’Africa subsahariana e l’Asia orientale sono le fucine post contemporanee di anti cristianità armata, con un peggioramento della condizione cristiana in Medio Oriente. La vocazione imperialista del fondamentalismo jihadista si manifesta con troppi omicidi in Nigeria, dove c’è il più alto numero di cristiani uccisi per la fede. Anche in Somalia, Sudan ed Eritrea il livello di violenza è estremo, con connivenze tra gruppi jihadisti anti occidentali e regimi autoritari. Passando dall’Africa all’Asia mi viene in mente la Corea del Nord, considerata il Paese più pericoloso con tanti casi di internamento per chi professa il credo o possiede la Bibbia. Il comunismo cinese, poi, man mano che avanza nelle tecnologie avanza pure nei mezzi di spionaggio e repressione della libertà dei cristiani, con particolare odio verso i cattolici fedeli a Roma. Fonti missionarie mi hanno confermato il segreto internazionale di Pulcinella, ossia il fatto che la Cina passa sottobanco armi ai miliziani anticristiani in Myanmar per assestare il colpo di Stato. Il multiforme universo anti occidentale rappresenta l’atroce antitesi della cristianità».
Non ci sono però solo violenze fisiche. Esistono molti modi per mettere a disagio o discriminare una persona...
«Senza dubbio. La violenza contro i cristiani, oltre ad assumere forme fisiche, si manifesta pure con bossing o mobbing sul lavoro e censure su iniziative pro vita. Persino in Occidente la dittatura del massimalismo chic col politicamente corretto del centrosinistra, e la dittatura del massimalismo radical, tra cancel culture, woke e neo comunismi, occupano gli spazi accademici mainstream, emarginando o ridicolizzando le idee dei veri cattolici, che non sono i cattocomunisti. Per non parlare delle repressioni subdole che si consumano in Cina, dove malgrado l’istruzione ateista e l’indottrinamento socialista anche con l’IA, i divieti di catechizzazione cristiana sui minori, i controlli di massa attraverso biosorveglianze e riconoscimenti facciali, aumentano le conversioni. C’è bisogno di Cristo nella vita concreta».
La Cina rappresenta un’area molto difficile. Il Vaticano apre, Pechino pare invece di no.
«La Cina ha vissuto la sconfitta del socialismo reale di fine Novecento da revanscista globale, e corrompe l’opinione pubblica con narrative sinicamente corrette che la descriverebbero come più aperta alle religioni. Ma i religiosi cattolici per non avere problemi devono appartenere all’associazione patriottica del partito comunista unico. Chi ne è fuori aderisce alla Chiesa cattolica sotterranea o clandestina, che è martire. Ci eravamo illusi che il comunismo antireligioso fosse morto nel 1989 con la caduta del muro di Berlino, e invece mutatis mutandis vive ancora, e in Cina è più forte di prima. Nel 2018 sotto il papato di Francesco la Santa Sede con la Cina ha stretto accordi secretati, prorogati nel 2024 fino al 2028. Non vedo i risultati di tali accordi e ove vi fossero sono a favore della Cina, poiché le discriminazioni aumentano. Non posso comunicare liberamente con frati francescani che vivono lì facendo finta di essere studenti, i servizi cinesi sanno chi sono, ma al comunismo serve solo il silenzio, per me troppo assordante. Il martirio della pazienza fu il titolo del libro di memorie postume del card. Casaroli, che fu l’uomo della Ostpolitik vaticana nel 1963-89 con tentativi di dialogo tra Santa Sede e Paesi sovietici. Come allora il mondo cattolico si piegò al comunismo sovietico, così oggi con gli accordi del 2018 siamo di fronte a un altro martirio della pazienza davanti al comunismo cinese. Per l’Italia e l’Europa immagino invece accordi condizionati alla liberazione dei cristiani dai Laogai o campi di concentramento sinici, e alla libertà religiosa dei bambini provenienti da famiglie cattoliche della chiesa sotterranea. Questa mia idea l’ho chiamata “Piano Zen”, dal nome del card. Joseph Zen, simbolo della chiesa sotterranea. Solo la sua notorietà gli ha risparmiato decenni di prigioni e Laogai. Il “Piano Zen” aiuterebbe i cristiani e sosterrebbe il cardinale sul piano internazionale».
I numeri del Vecchio continente sono impietosi. Sempre meno fedeli, sempre più stranieri, specie di fede islamica. Il futuro è davvero così grigio?
«L’alleanza tra l’anti-occidentalismo woke e quello islamista si aggira per l’Europa, e i laicisti progressisti strizzano l’occhio a tale alleanza in funzione decristianizzante. Se sapremo convertirci alla conservazione delle radici dell’Europa potremo veder nascere più conversioni a Cristo. Oltre 388 milioni di cristiani nel mondo subiscono persecuzioni, ma l’Europa nei trattati Ue omette di menzionare le radici cristiane».
In Africa, accanto alle tante persecuzioni, si registrano pure segnali di speranza. L’evangelizzazione dell’Europa ripartirà da lì?
«Ottima notizia di speranza per la Chiesa e per l’Africa, ma aspettare cristiani da altri continenti significa rischiare sincretismi culturali diseuropei. Significa cancel culture ed eutanasia dell’Europa. Significa arrendersi alla fine dell’Europa in un suicidio ontologico-ambientale delle radici, col trionfo del flaccido nichilismo progressista, europeista ma anti europeo».



