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2019-01-16
L’ex Pac ora fa la vittima, Sofri il suo difensore, Napolitano sale sul carro
Ansa
«Posso tenerla, questa?», e ha allungato il dito sulla foto di uno dei figli. In galera, accerchiato dagli agenti della polizia penitenziaria e con due ergastoli a ingombrargli tutto il resto della vita da sessantaquattrenne, Cesare Battisti scopre la tenerezza paterna. «Posso tenerla, questa?», ha ripetuto un'altra volta prima che il responsabile dell'ufficio «matricola» del carcere di massima sicurezza di Massama (Oristano) gli rifiutasse la richiesta. Un uomo sconfitto, dicono quelli che gli sono stati vicino. «Mi dite in quale parte del mondo mi trovo? Ormai è tutto finito: ho 64 anni sono malato, sono cambiato», avrebbe sussurrato, secondo la ricostruzione dell'ex deputato sardo Mauro Pili che lo ha visitato.
Il terrorista del Proletari armati per il comunismo avrebbe aggiunto: «Non mi dichiaro innocente ma nemmeno mi accollo tutto ciò di cui mi accusano». Una versione che ha accompagnato i quasi quattro lustri di latitanza, trascorsi tra la Francia e il Sudamerica. Battisti è stato sottoposto per due volte a controlli medici, e nella tarda mattinata di ieri ha potuto incontrare il suo legale, Davide Steccanella. È stato confinato nel blocco AS2, il settore di secondo livello dell'area ad alta e altissima sorveglianza dove sono ospitati mafiosi e terroristi islamici. Per Battisti, è stato disposto un trattamento di isolamento diurno per i primi sei mesi. È in una camera singola, con un fornelletto, il bagno, dietro un divisorio di un muro a secco, e i normali arredi compresi una televisione e un quaderno e una penna.
Nel viaggio dalla Bolivia in Italia è stato appena un po' più loquace, raccontano gli uomini che lo hanno scortato. «Non sono mai stato al Maracanà», avrebbe detto il terrorista guardando il cielo attraverso l'oblò dell'aereo. Per i poliziotti sarebbe stato importantissimo se Battisti si fosse abbandonato ai ricordi, magari accennando alla rete di complici che lo ha aiutato in questi anni a evitare le manette. Malgrado la stanchezza e la tensione, l'ex fuggitivo non ha ceduto e si è limitato a svelare di non essere mai stato nello stadio simbolo del calcio brasiliano e mondiale, e di non essere particolarmente interessato al pallone. Ha alternato qualche ora di sonno alla lettura di pagine di un libro. All'arrivo a Ciampino - hanno riferito Emilio Russo, primo dirigente di polizia in forza allo Scip, e Giuseppe Codispoti, vice questore, i due che lo hanno materialmente individuato sabato in Bolivia - per l'assassino dei Pac niente manette. Gli investigatori lo hanno tenuto un braccio per parte, e neanche in maniera così evidente e forte, come da procedura di polizia giudiziaria in caso di persona presa in consegna. Lui non ha opposto resistenza, e ha dovuto ricevere solo qualche cenno sulla direzione da prendere («era disorientato») verso gli uffici dello scalo militare.
Poche parole anche durante il viaggio da Pratica di Mare verso la Sardegna. «Durante tutte queste fasi», rivela un ispettore del Gom, «ha firmato con tranquillità il verbale, ma è apparso molto stanco e spaesato». «Non ha parlato se non per chiedere più volte “dove mi state portando?"».
Non era però disorientato, Battisti, durante la latitanza. Gli inquirenti che lo hanno braccato a Santa Cruz de la Sierra col vecchio metodo (mostrando la foto del latitante porta a porta in alberghi, locali pubblici e anche abitazioni prossime all'area dove si riteneva che Battisti, «tracciato» a dicembre attraverso un telefonino che aveva in uso, fosse nascosto, tra il Barrio Urbarì e Santa Rosita) lo hanno riconosciuto da un sopracciglio e dall'ultima connessione ai social network. Ma non hanno partecipato al fermo. Era troppo alto, infatti, il rischio che il ricercato potesse reagire alla vista di volti europei (e addirittura per la stampa brasiliana, durante il controllo sul marciapiedi, gli agenti boliviani avrebbero sparato in aria per costringere il terrorista a fermarsi).
In caserma, Battisti ha esibito il regolare documento d'identità di cui era in possesso, con le sue vere generalità. Quando i poliziotti italiani si sono qualificati, si è accasciato sulla sedia. «L'arresto è stata per lui quasi una liberazione, ci ha detto che siamo stati bravi e che percepiva il nostro fiato sul collo».
Non di «liberazione» ma di «ignobiltà» parla, invece, Adriano Sofri, condannato a 22 anni di carcere come mandante dell'omicidio del commissario Luigi Calabresi, in una lettera al Foglio in cui, di fatto, riduce la cattura di Battisti a una «vendetta». «Il carcere è il luogo più disadatto al vero pentimento», ha scritto. «Il carcere è così disumano e cattivo e assurdo da attenuare fino a cancellare la stessa differenza fra innocenza e colpevolezza, da insinuare nel detenuto una sensazione di umiliazione e di offesa che prevale sulla ragione che ce l'ha portato. In carcere si può “pentirsi" solo maledicendo l'accidente che vi ci ha portati: una lezione a delinquere meglio, la volta che ne sarete usciti». Su Repubblica, invece, Francesco Merlo ha avuto l'ardire di paragonato il «ghigno» di Battisti a quello di Salvini.
Sul terrorista ha speso qualche (sorprendente) parola anche l'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che, alla Stampa, ha confessato di essere (politicamente) sulle tracce di Battisti già dal «1988», in occasione «di una mia visita politica in America Latina» quando poté incontrare il futuro presidente brasiliano Lula «con il quale ebbi iniziative di protesta e di sollecitazione». Il quale Lula avrebbe assicurato, tra il 2008 e il 2009, «un netto impegno», per l'estradizione del ricercato, impegno che «tuttavia non mantenne, cedendo alle pressioni della componente estremista della sua maggioranza e del suo governo». Il resto, è storia.
La linea dura paga: saranno estradati altri rifugiati
La Visa per pagare, l'agenda per parlare. Le indagini sulla rete di complici che, in questi anni, hanno offerto copertura e rifugi sicuri a Cesare Battisti tra l'Italia, la Francia e il Sud America, ripartono da una carta di credito e da un libello contenente foglietti e annotazioni. Oggetti che il terrorista aveva con sé al momento dell'arresto insieme a telefono cellulare, patente, carta d'identità, tessera sanitaria e codice fiscale brasiliani, e una foto dei figli.
Non aveva invece né soldi né chiavi di casa. E quando gli è stato chiesto se volesse andare a prelevare altri effetti Battisti si è rifiutato: una scelta, ipotizzano gli investigatori, fatta per non rivelare il suo ultimo nascondiglio e proteggere chi vi era all'interno. Si sa, invece, come si è comportato Battisti al momento di arrivare in Bolivia dal Brasile. «Alla reception della mia pensione lasciò i dati di una persona boliviana che lo aveva accompagnato. E dopo aver comprato una mappa della Bolivia, mi chiese informazioni geografiche sul Paese», ha detto - intervenendo a Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, - il signor Peralta, proprietario della pensione Casona Azul di Santa Cruz de la Sierra (Bolivia), dove il killer dei Proletari armati per il comunismo ha trascorso una parte del suo ultimo periodo di libertà. «Un giorno», ha ricordato Peralta, «è andato a comprare degli ingredienti per cucinare per le persone che c'erano e ha fatto della pasta in salsa rossa, alla bolognese». Peralta ha ricordato che Battisti «è arrivato a novembre ed è rimasto fino al 4 di dicembre», per dormire ha pagato «un po' meno di 20 dollari». «In camera non ha mai ricevuto nessuno, ha incontrato delle persone ma fuori dall'hotel, erano boliviani. Venivano a cercarlo e lui usciva a parlare con loro». Battisti ha anche ricevuto telefonate, «il primo giorno». «Gli ho lasciato io il numero telefonico del mio cellulare», ha continuato a spiegare l'albergatore, «per farsi chiamare». «Successivamente Battisti ha comprato un telefono».
C'è però addirittura chi lo credeva morto. «Cesare è mio fratello e non c'è cosa più importante di lui. Era un delinquente da quattro soldi e l'hanno fatto diventare un personaggio del cavolo», ha detto il fratello Domenico Battisti. «Non lo sentivo da un mese, pensavo lo avessero ammazzato», ha aggiunto. Ha specificato però di averlo incontrato «in Brasile l'ultima volta». «Siamo stati dieci giorni là, gli ho portato dei soldi per costruire una casetta perché il comune gli aveva dato un pezzo di terra. Nessuno l'ha abbandonato, siamo tutti con lui». Battisti, in carcere a Oristano, ieri ha incontrato per la prima volta il suo difensore Davide Steccanella. «Non lo conoscevo, l'ho visto oggi per la prima volta», ha commentato il legale. Il colloquio è durato circa un'ora. Il penalista si è limitato a spiegare che Battisti lunedì ha avuto «una giornata pesantina», e che per «giudicarlo umanamente» un'ora non basta.
Intanto, dalla Francia arriva una presa di posizione che rischia di creare un cortocircuito con la «dottrina Mitterand», che tutela i terroristi italiani Oltralpe. La portavoce della ministra della Giustizia francese, Nicole Belloubet, ha infatti dichiarato che future domande di estradizione di rifugiati in Francia, «che saranno ricevute prossimamente da parte delle autorità italiane» verranno analizzate «in modo approfondito, caso per caso, come abbiamo fatto negli ultimi 15 anni». «Il ministero della Giustizia verifica in particolare, prima della trasmissione della richiesta di estradizione alle autorità giudiziarie francesi per l'esecuzione, la regolarità della richiesta, in particolare riguardo alla prescrizione dei fatti e al carattere politico del reato». «Al momento», ha precisato il portavoce, «non abbiamo liste di persone coinvolte».
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Cesare Battisti in cella: «Sono malato e cambiato». L'ex Lotta Continua grottesco: «Il carcere è sbagliato». Giorgio Napolitano si intesta la cattura e molla il compagno Lula.Il ministero della Giustizia francese: «Valuteremo le domande, se arriveranno». Proseguono le indagini sulla rete di aiuti in Bolivia.Lo speciale contiene due articoli.«Posso tenerla, questa?», e ha allungato il dito sulla foto di uno dei figli. In galera, accerchiato dagli agenti della polizia penitenziaria e con due ergastoli a ingombrargli tutto il resto della vita da sessantaquattrenne, Cesare Battisti scopre la tenerezza paterna. «Posso tenerla, questa?», ha ripetuto un'altra volta prima che il responsabile dell'ufficio «matricola» del carcere di massima sicurezza di Massama (Oristano) gli rifiutasse la richiesta. Un uomo sconfitto, dicono quelli che gli sono stati vicino. «Mi dite in quale parte del mondo mi trovo? Ormai è tutto finito: ho 64 anni sono malato, sono cambiato», avrebbe sussurrato, secondo la ricostruzione dell'ex deputato sardo Mauro Pili che lo ha visitato.Il terrorista del Proletari armati per il comunismo avrebbe aggiunto: «Non mi dichiaro innocente ma nemmeno mi accollo tutto ciò di cui mi accusano». Una versione che ha accompagnato i quasi quattro lustri di latitanza, trascorsi tra la Francia e il Sudamerica. Battisti è stato sottoposto per due volte a controlli medici, e nella tarda mattinata di ieri ha potuto incontrare il suo legale, Davide Steccanella. È stato confinato nel blocco AS2, il settore di secondo livello dell'area ad alta e altissima sorveglianza dove sono ospitati mafiosi e terroristi islamici. Per Battisti, è stato disposto un trattamento di isolamento diurno per i primi sei mesi. È in una camera singola, con un fornelletto, il bagno, dietro un divisorio di un muro a secco, e i normali arredi compresi una televisione e un quaderno e una penna.Nel viaggio dalla Bolivia in Italia è stato appena un po' più loquace, raccontano gli uomini che lo hanno scortato. «Non sono mai stato al Maracanà», avrebbe detto il terrorista guardando il cielo attraverso l'oblò dell'aereo. Per i poliziotti sarebbe stato importantissimo se Battisti si fosse abbandonato ai ricordi, magari accennando alla rete di complici che lo ha aiutato in questi anni a evitare le manette. Malgrado la stanchezza e la tensione, l'ex fuggitivo non ha ceduto e si è limitato a svelare di non essere mai stato nello stadio simbolo del calcio brasiliano e mondiale, e di non essere particolarmente interessato al pallone. Ha alternato qualche ora di sonno alla lettura di pagine di un libro. All'arrivo a Ciampino - hanno riferito Emilio Russo, primo dirigente di polizia in forza allo Scip, e Giuseppe Codispoti, vice questore, i due che lo hanno materialmente individuato sabato in Bolivia - per l'assassino dei Pac niente manette. Gli investigatori lo hanno tenuto un braccio per parte, e neanche in maniera così evidente e forte, come da procedura di polizia giudiziaria in caso di persona presa in consegna. Lui non ha opposto resistenza, e ha dovuto ricevere solo qualche cenno sulla direzione da prendere («era disorientato») verso gli uffici dello scalo militare. Poche parole anche durante il viaggio da Pratica di Mare verso la Sardegna. «Durante tutte queste fasi», rivela un ispettore del Gom, «ha firmato con tranquillità il verbale, ma è apparso molto stanco e spaesato». «Non ha parlato se non per chiedere più volte “dove mi state portando?"».Non era però disorientato, Battisti, durante la latitanza. Gli inquirenti che lo hanno braccato a Santa Cruz de la Sierra col vecchio metodo (mostrando la foto del latitante porta a porta in alberghi, locali pubblici e anche abitazioni prossime all'area dove si riteneva che Battisti, «tracciato» a dicembre attraverso un telefonino che aveva in uso, fosse nascosto, tra il Barrio Urbarì e Santa Rosita) lo hanno riconosciuto da un sopracciglio e dall'ultima connessione ai social network. Ma non hanno partecipato al fermo. Era troppo alto, infatti, il rischio che il ricercato potesse reagire alla vista di volti europei (e addirittura per la stampa brasiliana, durante il controllo sul marciapiedi, gli agenti boliviani avrebbero sparato in aria per costringere il terrorista a fermarsi). In caserma, Battisti ha esibito il regolare documento d'identità di cui era in possesso, con le sue vere generalità. Quando i poliziotti italiani si sono qualificati, si è accasciato sulla sedia. «L'arresto è stata per lui quasi una liberazione, ci ha detto che siamo stati bravi e che percepiva il nostro fiato sul collo».Non di «liberazione» ma di «ignobiltà» parla, invece, Adriano Sofri, condannato a 22 anni di carcere come mandante dell'omicidio del commissario Luigi Calabresi, in una lettera al Foglio in cui, di fatto, riduce la cattura di Battisti a una «vendetta». «Il carcere è il luogo più disadatto al vero pentimento», ha scritto. «Il carcere è così disumano e cattivo e assurdo da attenuare fino a cancellare la stessa differenza fra innocenza e colpevolezza, da insinuare nel detenuto una sensazione di umiliazione e di offesa che prevale sulla ragione che ce l'ha portato. In carcere si può “pentirsi" solo maledicendo l'accidente che vi ci ha portati: una lezione a delinquere meglio, la volta che ne sarete usciti». Su Repubblica, invece, Francesco Merlo ha avuto l'ardire di paragonato il «ghigno» di Battisti a quello di Salvini.Sul terrorista ha speso qualche (sorprendente) parola anche l'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che, alla Stampa, ha confessato di essere (politicamente) sulle tracce di Battisti già dal «1988», in occasione «di una mia visita politica in America Latina» quando poté incontrare il futuro presidente brasiliano Lula «con il quale ebbi iniziative di protesta e di sollecitazione». Il quale Lula avrebbe assicurato, tra il 2008 e il 2009, «un netto impegno», per l'estradizione del ricercato, impegno che «tuttavia non mantenne, cedendo alle pressioni della componente estremista della sua maggioranza e del suo governo». Il resto, è storia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lex-pac-ora-fa-la-vittima-sofri-il-suo-difensore-napolitano-sale-sul-carro-2626090721.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-linea-dura-paga-saranno-estradati-altri-rifugiati" data-post-id="2626090721" data-published-at="1767867095" data-use-pagination="False"> La linea dura paga: saranno estradati altri rifugiati La Visa per pagare, l'agenda per parlare. Le indagini sulla rete di complici che, in questi anni, hanno offerto copertura e rifugi sicuri a Cesare Battisti tra l'Italia, la Francia e il Sud America, ripartono da una carta di credito e da un libello contenente foglietti e annotazioni. Oggetti che il terrorista aveva con sé al momento dell'arresto insieme a telefono cellulare, patente, carta d'identità, tessera sanitaria e codice fiscale brasiliani, e una foto dei figli. Non aveva invece né soldi né chiavi di casa. E quando gli è stato chiesto se volesse andare a prelevare altri effetti Battisti si è rifiutato: una scelta, ipotizzano gli investigatori, fatta per non rivelare il suo ultimo nascondiglio e proteggere chi vi era all'interno. Si sa, invece, come si è comportato Battisti al momento di arrivare in Bolivia dal Brasile. «Alla reception della mia pensione lasciò i dati di una persona boliviana che lo aveva accompagnato. E dopo aver comprato una mappa della Bolivia, mi chiese informazioni geografiche sul Paese», ha detto - intervenendo a Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, - il signor Peralta, proprietario della pensione Casona Azul di Santa Cruz de la Sierra (Bolivia), dove il killer dei Proletari armati per il comunismo ha trascorso una parte del suo ultimo periodo di libertà. «Un giorno», ha ricordato Peralta, «è andato a comprare degli ingredienti per cucinare per le persone che c'erano e ha fatto della pasta in salsa rossa, alla bolognese». Peralta ha ricordato che Battisti «è arrivato a novembre ed è rimasto fino al 4 di dicembre», per dormire ha pagato «un po' meno di 20 dollari». «In camera non ha mai ricevuto nessuno, ha incontrato delle persone ma fuori dall'hotel, erano boliviani. Venivano a cercarlo e lui usciva a parlare con loro». Battisti ha anche ricevuto telefonate, «il primo giorno». «Gli ho lasciato io il numero telefonico del mio cellulare», ha continuato a spiegare l'albergatore, «per farsi chiamare». «Successivamente Battisti ha comprato un telefono». C'è però addirittura chi lo credeva morto. «Cesare è mio fratello e non c'è cosa più importante di lui. Era un delinquente da quattro soldi e l'hanno fatto diventare un personaggio del cavolo», ha detto il fratello Domenico Battisti. «Non lo sentivo da un mese, pensavo lo avessero ammazzato», ha aggiunto. Ha specificato però di averlo incontrato «in Brasile l'ultima volta». «Siamo stati dieci giorni là, gli ho portato dei soldi per costruire una casetta perché il comune gli aveva dato un pezzo di terra. Nessuno l'ha abbandonato, siamo tutti con lui». Battisti, in carcere a Oristano, ieri ha incontrato per la prima volta il suo difensore Davide Steccanella. «Non lo conoscevo, l'ho visto oggi per la prima volta», ha commentato il legale. Il colloquio è durato circa un'ora. Il penalista si è limitato a spiegare che Battisti lunedì ha avuto «una giornata pesantina», e che per «giudicarlo umanamente» un'ora non basta. Intanto, dalla Francia arriva una presa di posizione che rischia di creare un cortocircuito con la «dottrina Mitterand», che tutela i terroristi italiani Oltralpe. La portavoce della ministra della Giustizia francese, Nicole Belloubet, ha infatti dichiarato che future domande di estradizione di rifugiati in Francia, «che saranno ricevute prossimamente da parte delle autorità italiane» verranno analizzate «in modo approfondito, caso per caso, come abbiamo fatto negli ultimi 15 anni». «Il ministero della Giustizia verifica in particolare, prima della trasmissione della richiesta di estradizione alle autorità giudiziarie francesi per l'esecuzione, la regolarità della richiesta, in particolare riguardo alla prescrizione dei fatti e al carattere politico del reato». «Al momento», ha precisato il portavoce, «non abbiamo liste di persone coinvolte».
Antonio Decaro e Roberto Fico (Ansa)
Roberto Fico ha nominato dieci assessori e si è tenuto molte deleghe, tra cui quelle al Bilancio e alla Sanità. E poi si è tenuto tutti i poteri sulla sicurezza, la legalità e l’immigrazione, che probabilmente non saranno ceduti neppure in un secondo tempo. Chi gli ha parlato in queste ore, ha visto l’ex presidente della Camera molto determinato a giocarsi in prima persona anche la carta del governatore «anticamorra». Il vicepresidente della giunta sarà il piddino Mario Casillo, che è anche assessore ai Tasporti e alla mobilità, mentre le deleghe strategiche a Territorio e patrimonio andranno all’ex sindaco di Portici, Vincenzo Cuomo. Che, però, dovrà attendere 15 giorni perché devono passarne 20 dalle dimissioni dalla carica di primo cittadino. Per aggirare la faccenda, non senza polemiche, Fico ha spiegato che Cuomo entrerà nel pieno delle sue funzioni il 21 gennaio, nonostante il decreto di nomina della giunta sia già stato firmato. Del resto, senza questo ex funzionario Asl democristiano non si può davvero partire perché è stato senatore ed è stato sindaco più volte, sempre con percentuali bulgare. Sulle altre deleghe e, soprattutto, sugli incarichi da assegnare, il fuoco brucia sotto le ceneri. In giunta hanno ottenuto un assessore ciascuno Clemente Mastella, i renziani, la lista A testa alta di Vincenzo De Luca e Avs. Stanno già meditando come rifarsi. Ma soprattutto, fatto incredibile, si parla già di rimpasto e ampliamento a 12 assessori nel 2027, quando ci saranno le politiche e alcuni assessori potrebbero tentare lo sbarco a Roma.
I conti con il passato non si chiuderanno facilmente neppure in Puglia, dove l’ex presidente Emiliano va verso un posto nella giunta di Antonio Decaro come assessore alle Crisi industriali. Il tutto in attesa di un posto a Montecitorio e con la possibilità di tenere sotto controllo l’infinito dossier Iva e le varie inchieste. Per farlo felice, Decaro scorporerà la delega dall’Ambiente. La composizione della giunta sarà ufficializzata la prossima settimana e le trattative nel centrosinistra sono complicate anche dal fatto che lo statuto della Puglia prevede che gli esterni al Consiglio non possano essere più di due (su 12). Emiliano non è stato ricandidato per il veto dell’ex sindaco di Bari Decaro e, se non fosse nominato assessore, gli toccherebbe tornare a vestire la toga da magistrato. Visto che è stato eletto per l’ultima volta nel 2020, non gli si applica la riforma Cartabia del 2022 che vieta le cosiddette «porte girevoli» tra magistratura e politica. In attesa, via libera al rientro dalla finestra.
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La vittoria di Giorgia Meloni che non ha rivendicato il femminismo ha mandato in crisi il paradigma dominante. Il saggio «Belle Ciao! Come Giorgia Meloni e la destra hanno mandato in tilt il femminismo» di Barbara Saltamartini critica i dogmi del femminismo progressista, contesta l’idea di un’unica voce legittimata a parlare per le donne e rilegge Giorgia Meloni come espressione di una tradizione femminile di destra rimossa dal racconto ufficiale. Il libro denuncia un’ideologia che ha mercificato la libertà e cancellato la differenza sessuale, rilanciando identità, maternità e comunità come valori politici. Un testo provocatorio che segna una rottura culturale.
Beppe Sala (Getty Images)
Ed è ovviamente molto difficile dare torto al primo cittadino milanese o non condividere il suo sdegno. Chi sta da clandestino sul territorio italiano deve essere riaccompagnato alla frontiera il più velocemente possibile, soprattutto se ha commesso dei reati. Non è, questa, una visione particolarmente destrorsa della realtà: è semplice utilizzo del buonsenso, condiviso dalla stragrande maggioranza degli italiani. Da qualche giorno sembra che perfino gli esponenti del Pd e della sinistra italica si siano collocati su questa posizione, tanto da pretendere più sicurezza, più controllo del territorio e più espulsioni.
Ad esempio Mattia Palazzi, sindaco pd di Mantova, spiega al Corriere della Sera che urge rispedire indietro gli stranieri delinquenti. «È chiaro che gli accordi per i rimpatri verso alcuni Paesi non funzionano», dice. «Intanto, cittadini e forze dell’ordine hanno spesso a che fare con persone soggette a ordini di espulsione per precedenti penali, con il risultato che i medesimi reati vengono reiterati. La situazione sta peggiorando, la sicurezza non può essere motivo di propaganda. Serve un patto politico bipartisan per garantire i rimpatri e più agenti a controllo delle città. L’esperimento Albania è fallito, non risolve i nodi aperti. Serve realismo, non propaganda».
Anche queste parole sono molto condivisibili: serve realismo non propaganda. Serve realismo sul tema dei rimpatri e su quello della protezione dei cittadini. Argomento su cui si sta scatenando il Pd dell’Emilia Romagna. Luigi Tosiani, segretario regionale dem, usa toni forti: «Agitare il tema della sicurezza come una clava può, forse, portare qualche punto in più nei sondaggi, poi però si va al governo e i problemi restano tutti lì, peggiorano, senza soluzioni concrete».
L’esponente pd si riferisce al fatto che a Bologna un povero capotreno di 34 anni è stato massacrato a coltellate nei pressi della stazione. Per il feroce assassinio è sospettato un altro straniero, Marin Jelenic, un croato di 36 anni con una lunga serie di precedenti. Tra maggio e settembre, Jelenic è stato identificato dalle forze dell’ordine numerose volte sempre a Milano, nelle stazioni Centrale e Lambrate. Era stato fermato pure il 22 dicembre, e come sempre aveva in tasca un coltello. Proprio in virtù di quel controllo di polizia si era visto appioppare un decreto di allontanamento dall’Italia. Non si trattava di una espulsione, ma di un provvedimento che riguarda i cittadini comunitari: Jelenic avrebbe dovuto lasciare il nostro territorio entro 10 giorni, cioè ai primi di gennaio. Come tragicamente noto, si è ben guardato dal farlo.
A quanto pare, dunque, non riusciamo ad allontanare dall’Italia nemmeno gli europei. E dunque è giusto indignarsi e protestare, e persino chiamare in causa il governo di destra, il quale ha ridotto il numero di stranieri in ingresso ma fatica, come tutti, sugli allontanamenti.
Detto questo, suona un po’ ridicolo il sussiego con cui ora la sinistra italica brama espulsioni e regole ferree. Che rimpatriare gli stranieri sia difficile è noto da molto tempo, motivo per cui sarebbe consigliabile farne entrare il meno possibile. Tema su cui però i nostri progressisti sono stati di opinione decisamente contraria per anni e anni (e continuano ad esserlo, ci risulta). Non solo. La sinistra è sempre in prima fila a protestare quando qualcuno osa parlare di espulsioni. Tanto che si è messa, pervertendo il termine inglese, a chiamarle deportazioni, giusto per evocare ancora una volta il nazismo. Tanto per non fare nomi, il sindaco Sala che adesso strepita per le espulsioni mai fatte è lo stesso che qualche mese fa fece di tutto per impedire che nella sua città si tenesse un convegno (un convegno!) sulla remigrazione. Di rimandare indietro gli stranieri non voleva nemmeno sentir parlare.
Ancora ieri, su Repubblica, Annalisa Cuzzocrea spiegava quanto sia inutile insistere sull’approccio securitario. A suo dire il problema sta solo nel fatto che non si spendono abbastanza soldi per l’integrazione, come se la violenza di soggetti tipo Velazco potesse essere attribuita al disagio sociale e alla povertà invece che alla propensione al crimine individuale.
Si punzecchi allora il governo, per carità, ma con un minimo di decenza se possibile. Chi si oppone ai rimpatri e contemporaneamente insiste per spalancare le frontiere, dovrebbe evitare di blaterare di sicurezza e di lamentarsi se in giro ci sono criminali stranieri. La sinistra, in sostanza, farebbe meglio a tacere.
Anzi, dovrebbe congratularsi con sé stessa per aver ottenuto ciò che ha richiesto.
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