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2019-01-16
L’ex Pac ora fa la vittima, Sofri il suo difensore, Napolitano sale sul carro
Ansa
«Posso tenerla, questa?», e ha allungato il dito sulla foto di uno dei figli. In galera, accerchiato dagli agenti della polizia penitenziaria e con due ergastoli a ingombrargli tutto il resto della vita da sessantaquattrenne, Cesare Battisti scopre la tenerezza paterna. «Posso tenerla, questa?», ha ripetuto un'altra volta prima che il responsabile dell'ufficio «matricola» del carcere di massima sicurezza di Massama (Oristano) gli rifiutasse la richiesta. Un uomo sconfitto, dicono quelli che gli sono stati vicino. «Mi dite in quale parte del mondo mi trovo? Ormai è tutto finito: ho 64 anni sono malato, sono cambiato», avrebbe sussurrato, secondo la ricostruzione dell'ex deputato sardo Mauro Pili che lo ha visitato.
Il terrorista del Proletari armati per il comunismo avrebbe aggiunto: «Non mi dichiaro innocente ma nemmeno mi accollo tutto ciò di cui mi accusano». Una versione che ha accompagnato i quasi quattro lustri di latitanza, trascorsi tra la Francia e il Sudamerica. Battisti è stato sottoposto per due volte a controlli medici, e nella tarda mattinata di ieri ha potuto incontrare il suo legale, Davide Steccanella. È stato confinato nel blocco AS2, il settore di secondo livello dell'area ad alta e altissima sorveglianza dove sono ospitati mafiosi e terroristi islamici. Per Battisti, è stato disposto un trattamento di isolamento diurno per i primi sei mesi. È in una camera singola, con un fornelletto, il bagno, dietro un divisorio di un muro a secco, e i normali arredi compresi una televisione e un quaderno e una penna.
Nel viaggio dalla Bolivia in Italia è stato appena un po' più loquace, raccontano gli uomini che lo hanno scortato. «Non sono mai stato al Maracanà», avrebbe detto il terrorista guardando il cielo attraverso l'oblò dell'aereo. Per i poliziotti sarebbe stato importantissimo se Battisti si fosse abbandonato ai ricordi, magari accennando alla rete di complici che lo ha aiutato in questi anni a evitare le manette. Malgrado la stanchezza e la tensione, l'ex fuggitivo non ha ceduto e si è limitato a svelare di non essere mai stato nello stadio simbolo del calcio brasiliano e mondiale, e di non essere particolarmente interessato al pallone. Ha alternato qualche ora di sonno alla lettura di pagine di un libro. All'arrivo a Ciampino - hanno riferito Emilio Russo, primo dirigente di polizia in forza allo Scip, e Giuseppe Codispoti, vice questore, i due che lo hanno materialmente individuato sabato in Bolivia - per l'assassino dei Pac niente manette. Gli investigatori lo hanno tenuto un braccio per parte, e neanche in maniera così evidente e forte, come da procedura di polizia giudiziaria in caso di persona presa in consegna. Lui non ha opposto resistenza, e ha dovuto ricevere solo qualche cenno sulla direzione da prendere («era disorientato») verso gli uffici dello scalo militare.
Poche parole anche durante il viaggio da Pratica di Mare verso la Sardegna. «Durante tutte queste fasi», rivela un ispettore del Gom, «ha firmato con tranquillità il verbale, ma è apparso molto stanco e spaesato». «Non ha parlato se non per chiedere più volte “dove mi state portando?"».
Non era però disorientato, Battisti, durante la latitanza. Gli inquirenti che lo hanno braccato a Santa Cruz de la Sierra col vecchio metodo (mostrando la foto del latitante porta a porta in alberghi, locali pubblici e anche abitazioni prossime all'area dove si riteneva che Battisti, «tracciato» a dicembre attraverso un telefonino che aveva in uso, fosse nascosto, tra il Barrio Urbarì e Santa Rosita) lo hanno riconosciuto da un sopracciglio e dall'ultima connessione ai social network. Ma non hanno partecipato al fermo. Era troppo alto, infatti, il rischio che il ricercato potesse reagire alla vista di volti europei (e addirittura per la stampa brasiliana, durante il controllo sul marciapiedi, gli agenti boliviani avrebbero sparato in aria per costringere il terrorista a fermarsi).
In caserma, Battisti ha esibito il regolare documento d'identità di cui era in possesso, con le sue vere generalità. Quando i poliziotti italiani si sono qualificati, si è accasciato sulla sedia. «L'arresto è stata per lui quasi una liberazione, ci ha detto che siamo stati bravi e che percepiva il nostro fiato sul collo».
Non di «liberazione» ma di «ignobiltà» parla, invece, Adriano Sofri, condannato a 22 anni di carcere come mandante dell'omicidio del commissario Luigi Calabresi, in una lettera al Foglio in cui, di fatto, riduce la cattura di Battisti a una «vendetta». «Il carcere è il luogo più disadatto al vero pentimento», ha scritto. «Il carcere è così disumano e cattivo e assurdo da attenuare fino a cancellare la stessa differenza fra innocenza e colpevolezza, da insinuare nel detenuto una sensazione di umiliazione e di offesa che prevale sulla ragione che ce l'ha portato. In carcere si può “pentirsi" solo maledicendo l'accidente che vi ci ha portati: una lezione a delinquere meglio, la volta che ne sarete usciti». Su Repubblica, invece, Francesco Merlo ha avuto l'ardire di paragonato il «ghigno» di Battisti a quello di Salvini.
Sul terrorista ha speso qualche (sorprendente) parola anche l'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che, alla Stampa, ha confessato di essere (politicamente) sulle tracce di Battisti già dal «1988», in occasione «di una mia visita politica in America Latina» quando poté incontrare il futuro presidente brasiliano Lula «con il quale ebbi iniziative di protesta e di sollecitazione». Il quale Lula avrebbe assicurato, tra il 2008 e il 2009, «un netto impegno», per l'estradizione del ricercato, impegno che «tuttavia non mantenne, cedendo alle pressioni della componente estremista della sua maggioranza e del suo governo». Il resto, è storia.
La linea dura paga: saranno estradati altri rifugiati
La Visa per pagare, l'agenda per parlare. Le indagini sulla rete di complici che, in questi anni, hanno offerto copertura e rifugi sicuri a Cesare Battisti tra l'Italia, la Francia e il Sud America, ripartono da una carta di credito e da un libello contenente foglietti e annotazioni. Oggetti che il terrorista aveva con sé al momento dell'arresto insieme a telefono cellulare, patente, carta d'identità, tessera sanitaria e codice fiscale brasiliani, e una foto dei figli.
Non aveva invece né soldi né chiavi di casa. E quando gli è stato chiesto se volesse andare a prelevare altri effetti Battisti si è rifiutato: una scelta, ipotizzano gli investigatori, fatta per non rivelare il suo ultimo nascondiglio e proteggere chi vi era all'interno. Si sa, invece, come si è comportato Battisti al momento di arrivare in Bolivia dal Brasile. «Alla reception della mia pensione lasciò i dati di una persona boliviana che lo aveva accompagnato. E dopo aver comprato una mappa della Bolivia, mi chiese informazioni geografiche sul Paese», ha detto - intervenendo a Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, - il signor Peralta, proprietario della pensione Casona Azul di Santa Cruz de la Sierra (Bolivia), dove il killer dei Proletari armati per il comunismo ha trascorso una parte del suo ultimo periodo di libertà. «Un giorno», ha ricordato Peralta, «è andato a comprare degli ingredienti per cucinare per le persone che c'erano e ha fatto della pasta in salsa rossa, alla bolognese». Peralta ha ricordato che Battisti «è arrivato a novembre ed è rimasto fino al 4 di dicembre», per dormire ha pagato «un po' meno di 20 dollari». «In camera non ha mai ricevuto nessuno, ha incontrato delle persone ma fuori dall'hotel, erano boliviani. Venivano a cercarlo e lui usciva a parlare con loro». Battisti ha anche ricevuto telefonate, «il primo giorno». «Gli ho lasciato io il numero telefonico del mio cellulare», ha continuato a spiegare l'albergatore, «per farsi chiamare». «Successivamente Battisti ha comprato un telefono».
C'è però addirittura chi lo credeva morto. «Cesare è mio fratello e non c'è cosa più importante di lui. Era un delinquente da quattro soldi e l'hanno fatto diventare un personaggio del cavolo», ha detto il fratello Domenico Battisti. «Non lo sentivo da un mese, pensavo lo avessero ammazzato», ha aggiunto. Ha specificato però di averlo incontrato «in Brasile l'ultima volta». «Siamo stati dieci giorni là, gli ho portato dei soldi per costruire una casetta perché il comune gli aveva dato un pezzo di terra. Nessuno l'ha abbandonato, siamo tutti con lui». Battisti, in carcere a Oristano, ieri ha incontrato per la prima volta il suo difensore Davide Steccanella. «Non lo conoscevo, l'ho visto oggi per la prima volta», ha commentato il legale. Il colloquio è durato circa un'ora. Il penalista si è limitato a spiegare che Battisti lunedì ha avuto «una giornata pesantina», e che per «giudicarlo umanamente» un'ora non basta.
Intanto, dalla Francia arriva una presa di posizione che rischia di creare un cortocircuito con la «dottrina Mitterand», che tutela i terroristi italiani Oltralpe. La portavoce della ministra della Giustizia francese, Nicole Belloubet, ha infatti dichiarato che future domande di estradizione di rifugiati in Francia, «che saranno ricevute prossimamente da parte delle autorità italiane» verranno analizzate «in modo approfondito, caso per caso, come abbiamo fatto negli ultimi 15 anni». «Il ministero della Giustizia verifica in particolare, prima della trasmissione della richiesta di estradizione alle autorità giudiziarie francesi per l'esecuzione, la regolarità della richiesta, in particolare riguardo alla prescrizione dei fatti e al carattere politico del reato». «Al momento», ha precisato il portavoce, «non abbiamo liste di persone coinvolte».
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Cesare Battisti in cella: «Sono malato e cambiato». L'ex Lotta Continua grottesco: «Il carcere è sbagliato». Giorgio Napolitano si intesta la cattura e molla il compagno Lula.Il ministero della Giustizia francese: «Valuteremo le domande, se arriveranno». Proseguono le indagini sulla rete di aiuti in Bolivia.Lo speciale contiene due articoli.«Posso tenerla, questa?», e ha allungato il dito sulla foto di uno dei figli. In galera, accerchiato dagli agenti della polizia penitenziaria e con due ergastoli a ingombrargli tutto il resto della vita da sessantaquattrenne, Cesare Battisti scopre la tenerezza paterna. «Posso tenerla, questa?», ha ripetuto un'altra volta prima che il responsabile dell'ufficio «matricola» del carcere di massima sicurezza di Massama (Oristano) gli rifiutasse la richiesta. Un uomo sconfitto, dicono quelli che gli sono stati vicino. «Mi dite in quale parte del mondo mi trovo? Ormai è tutto finito: ho 64 anni sono malato, sono cambiato», avrebbe sussurrato, secondo la ricostruzione dell'ex deputato sardo Mauro Pili che lo ha visitato.Il terrorista del Proletari armati per il comunismo avrebbe aggiunto: «Non mi dichiaro innocente ma nemmeno mi accollo tutto ciò di cui mi accusano». Una versione che ha accompagnato i quasi quattro lustri di latitanza, trascorsi tra la Francia e il Sudamerica. Battisti è stato sottoposto per due volte a controlli medici, e nella tarda mattinata di ieri ha potuto incontrare il suo legale, Davide Steccanella. È stato confinato nel blocco AS2, il settore di secondo livello dell'area ad alta e altissima sorveglianza dove sono ospitati mafiosi e terroristi islamici. Per Battisti, è stato disposto un trattamento di isolamento diurno per i primi sei mesi. È in una camera singola, con un fornelletto, il bagno, dietro un divisorio di un muro a secco, e i normali arredi compresi una televisione e un quaderno e una penna.Nel viaggio dalla Bolivia in Italia è stato appena un po' più loquace, raccontano gli uomini che lo hanno scortato. «Non sono mai stato al Maracanà», avrebbe detto il terrorista guardando il cielo attraverso l'oblò dell'aereo. Per i poliziotti sarebbe stato importantissimo se Battisti si fosse abbandonato ai ricordi, magari accennando alla rete di complici che lo ha aiutato in questi anni a evitare le manette. Malgrado la stanchezza e la tensione, l'ex fuggitivo non ha ceduto e si è limitato a svelare di non essere mai stato nello stadio simbolo del calcio brasiliano e mondiale, e di non essere particolarmente interessato al pallone. Ha alternato qualche ora di sonno alla lettura di pagine di un libro. All'arrivo a Ciampino - hanno riferito Emilio Russo, primo dirigente di polizia in forza allo Scip, e Giuseppe Codispoti, vice questore, i due che lo hanno materialmente individuato sabato in Bolivia - per l'assassino dei Pac niente manette. Gli investigatori lo hanno tenuto un braccio per parte, e neanche in maniera così evidente e forte, come da procedura di polizia giudiziaria in caso di persona presa in consegna. Lui non ha opposto resistenza, e ha dovuto ricevere solo qualche cenno sulla direzione da prendere («era disorientato») verso gli uffici dello scalo militare. Poche parole anche durante il viaggio da Pratica di Mare verso la Sardegna. «Durante tutte queste fasi», rivela un ispettore del Gom, «ha firmato con tranquillità il verbale, ma è apparso molto stanco e spaesato». «Non ha parlato se non per chiedere più volte “dove mi state portando?"».Non era però disorientato, Battisti, durante la latitanza. Gli inquirenti che lo hanno braccato a Santa Cruz de la Sierra col vecchio metodo (mostrando la foto del latitante porta a porta in alberghi, locali pubblici e anche abitazioni prossime all'area dove si riteneva che Battisti, «tracciato» a dicembre attraverso un telefonino che aveva in uso, fosse nascosto, tra il Barrio Urbarì e Santa Rosita) lo hanno riconosciuto da un sopracciglio e dall'ultima connessione ai social network. Ma non hanno partecipato al fermo. Era troppo alto, infatti, il rischio che il ricercato potesse reagire alla vista di volti europei (e addirittura per la stampa brasiliana, durante il controllo sul marciapiedi, gli agenti boliviani avrebbero sparato in aria per costringere il terrorista a fermarsi). In caserma, Battisti ha esibito il regolare documento d'identità di cui era in possesso, con le sue vere generalità. Quando i poliziotti italiani si sono qualificati, si è accasciato sulla sedia. «L'arresto è stata per lui quasi una liberazione, ci ha detto che siamo stati bravi e che percepiva il nostro fiato sul collo».Non di «liberazione» ma di «ignobiltà» parla, invece, Adriano Sofri, condannato a 22 anni di carcere come mandante dell'omicidio del commissario Luigi Calabresi, in una lettera al Foglio in cui, di fatto, riduce la cattura di Battisti a una «vendetta». «Il carcere è il luogo più disadatto al vero pentimento», ha scritto. «Il carcere è così disumano e cattivo e assurdo da attenuare fino a cancellare la stessa differenza fra innocenza e colpevolezza, da insinuare nel detenuto una sensazione di umiliazione e di offesa che prevale sulla ragione che ce l'ha portato. In carcere si può “pentirsi" solo maledicendo l'accidente che vi ci ha portati: una lezione a delinquere meglio, la volta che ne sarete usciti». Su Repubblica, invece, Francesco Merlo ha avuto l'ardire di paragonato il «ghigno» di Battisti a quello di Salvini.Sul terrorista ha speso qualche (sorprendente) parola anche l'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che, alla Stampa, ha confessato di essere (politicamente) sulle tracce di Battisti già dal «1988», in occasione «di una mia visita politica in America Latina» quando poté incontrare il futuro presidente brasiliano Lula «con il quale ebbi iniziative di protesta e di sollecitazione». Il quale Lula avrebbe assicurato, tra il 2008 e il 2009, «un netto impegno», per l'estradizione del ricercato, impegno che «tuttavia non mantenne, cedendo alle pressioni della componente estremista della sua maggioranza e del suo governo». Il resto, è storia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lex-pac-ora-fa-la-vittima-sofri-il-suo-difensore-napolitano-sale-sul-carro-2626090721.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-linea-dura-paga-saranno-estradati-altri-rifugiati" data-post-id="2626090721" data-published-at="1778726149" data-use-pagination="False"> La linea dura paga: saranno estradati altri rifugiati La Visa per pagare, l'agenda per parlare. Le indagini sulla rete di complici che, in questi anni, hanno offerto copertura e rifugi sicuri a Cesare Battisti tra l'Italia, la Francia e il Sud America, ripartono da una carta di credito e da un libello contenente foglietti e annotazioni. Oggetti che il terrorista aveva con sé al momento dell'arresto insieme a telefono cellulare, patente, carta d'identità, tessera sanitaria e codice fiscale brasiliani, e una foto dei figli. Non aveva invece né soldi né chiavi di casa. E quando gli è stato chiesto se volesse andare a prelevare altri effetti Battisti si è rifiutato: una scelta, ipotizzano gli investigatori, fatta per non rivelare il suo ultimo nascondiglio e proteggere chi vi era all'interno. Si sa, invece, come si è comportato Battisti al momento di arrivare in Bolivia dal Brasile. «Alla reception della mia pensione lasciò i dati di una persona boliviana che lo aveva accompagnato. E dopo aver comprato una mappa della Bolivia, mi chiese informazioni geografiche sul Paese», ha detto - intervenendo a Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, - il signor Peralta, proprietario della pensione Casona Azul di Santa Cruz de la Sierra (Bolivia), dove il killer dei Proletari armati per il comunismo ha trascorso una parte del suo ultimo periodo di libertà. «Un giorno», ha ricordato Peralta, «è andato a comprare degli ingredienti per cucinare per le persone che c'erano e ha fatto della pasta in salsa rossa, alla bolognese». Peralta ha ricordato che Battisti «è arrivato a novembre ed è rimasto fino al 4 di dicembre», per dormire ha pagato «un po' meno di 20 dollari». «In camera non ha mai ricevuto nessuno, ha incontrato delle persone ma fuori dall'hotel, erano boliviani. Venivano a cercarlo e lui usciva a parlare con loro». Battisti ha anche ricevuto telefonate, «il primo giorno». «Gli ho lasciato io il numero telefonico del mio cellulare», ha continuato a spiegare l'albergatore, «per farsi chiamare». «Successivamente Battisti ha comprato un telefono». C'è però addirittura chi lo credeva morto. «Cesare è mio fratello e non c'è cosa più importante di lui. Era un delinquente da quattro soldi e l'hanno fatto diventare un personaggio del cavolo», ha detto il fratello Domenico Battisti. «Non lo sentivo da un mese, pensavo lo avessero ammazzato», ha aggiunto. Ha specificato però di averlo incontrato «in Brasile l'ultima volta». «Siamo stati dieci giorni là, gli ho portato dei soldi per costruire una casetta perché il comune gli aveva dato un pezzo di terra. Nessuno l'ha abbandonato, siamo tutti con lui». Battisti, in carcere a Oristano, ieri ha incontrato per la prima volta il suo difensore Davide Steccanella. «Non lo conoscevo, l'ho visto oggi per la prima volta», ha commentato il legale. Il colloquio è durato circa un'ora. Il penalista si è limitato a spiegare che Battisti lunedì ha avuto «una giornata pesantina», e che per «giudicarlo umanamente» un'ora non basta. Intanto, dalla Francia arriva una presa di posizione che rischia di creare un cortocircuito con la «dottrina Mitterand», che tutela i terroristi italiani Oltralpe. La portavoce della ministra della Giustizia francese, Nicole Belloubet, ha infatti dichiarato che future domande di estradizione di rifugiati in Francia, «che saranno ricevute prossimamente da parte delle autorità italiane» verranno analizzate «in modo approfondito, caso per caso, come abbiamo fatto negli ultimi 15 anni». «Il ministero della Giustizia verifica in particolare, prima della trasmissione della richiesta di estradizione alle autorità giudiziarie francesi per l'esecuzione, la regolarità della richiesta, in particolare riguardo alla prescrizione dei fatti e al carattere politico del reato». «Al momento», ha precisato il portavoce, «non abbiamo liste di persone coinvolte».
Ansa
I nerazzurri completano la doppietta nazionale dopo lo Scudetto e conquistano la decima Coppa Italia della loro storia. All’Olimpico, contro la Lazio di Sarri, decisivi l’autogol di Marusic e il sigillo di Lautaro Martinez nel primo tempo. Chivu: «Non è mai scontato vincere Scudetto e Coppa Italia».
L’Inter chiude la stagione italiana con il secondo trofeo in bacheca. Dopo lo Scudetto, arriva anche la Coppa Italia: 2-0 alla Lazio nella finale dell’Olimpico e decimo successo nella competizione per i nerazzurri, che continuano così il proprio ciclo vincente. Per Cristian Chivu, arrivato in estate tra dubbi e inevitabili paragoni con il recente passato, il primo anno sulla panchina interista si chiude con una doppietta che pochi avrebbero pronosticato dodici mesi fa.
La finale è durata poco più di mezz’ora. L’Inter ha indirizzato la partita sfruttando due errori pesanti della Lazio e poi ha gestito senza particolari affanni. Il vantaggio è arrivato al 14’: corner di Dimarco, Thuram prolunga e Marusic, nel tentativo di anticipare tutti, devia nella propria porta. Un episodio che ha cambiato subito l’inerzia della gara e messo la squadra di Sarri nella condizione peggiore possibile, considerando quanto dichiarato dal tecnico biancoceleste al termine della partita in merito al fatto che aveva preparato una partita più lunga, con l'obiettivo di portarla ai tempi supplementari. Dopo lo svantaggio la Lazio ha provato a rimanere dentro la partita, ma ha faticato a costruire gioco e soprattutto perso troppi palloni in uscita. Ed è proprio da una disattenzione che è nato il raddoppio interista. Al 35’ Tavares si fa soffiare il pallone da Dumfries, che entra in area e serve Lautaro Martinez: il capitano deve soltanto spingere in rete il 2-0. Per l’argentino è il ventitreesimo gol stagionale, l’ennesimo sigillo in una finale. La squadra di Chivu non ha offerto una prestazione spettacolare, ma ha dato sempre la sensazione di avere il controllo della gara. Pressione alta, ritmi spezzati quando necessario e pochissimi rischi concessi alla Lazio. I biancocelesti hanno costruito poco: le occasioni migliori sono arrivate nella ripresa con un tiro insidioso di Noslin di poco a lato e una conclusione ravvicinata di Dia, salvata con il volto da Josep Martinez. Troppo poco per riaprire davvero la partita. Nel finale è cresciuto solo il nervosismo, culminato in un parapiglia dopo un duro intervento di Pedro su Dimarco.
Per l’Inter è una vittoria netta, costruita con organizzazione e solidità. Dopo la pesante delusione europea della passata stagione con la finale persa 5-0 a Monaco contro il Paris Saint-Germain, e la scottante eliminazione di quest'anno agli ottavi contro il Bodo/Glimt, il club nerazzurro ha ritrovato immediatamente equilibrio e continuità. E Chivu, alla sua prima esperienza ad altissimo livello, ha saputo tenere compatto un gruppo che conosce bene e che ha continuato a garantire rendimento anche dopo i cambiamenti estivi. «L’Inter ha vinto due trofei quest’anno, ce li siamo meritati», ha detto il tecnico romeno dopo la partita. «Non è mai scontato vincere Scudetto e Coppa Italia. Siamo felici per quello che abbiamo superato, per i tifosi e per la società». Chivu ha poi sottolineato il lavoro mentale fatto a inizio stagione: «Prima del Mondiale per Club mentalmente non stavano bene, ho cercato di stare vicino agli uomini oltre che ai calciatori». Soddisfatto anche Lautaro Martinez: «Non era semplice ripartire dopo l’anno scorso. Abbiamo fatto una stagione importante a livello di gioco, risultati e prestazioni». Il capitano ha poi difeso il gruppo dalle critiche ricevute durante l’anno: «Si parla sempre dell’Inter, ma noi dobbiamo continuare sulla nostra strada». Dall’altra parte resta la delusione della Lazio, che vede sfumare l’ultimo obiettivo stagionale. Maurizio Sarri, squalificato e assente in panchina, non cerca alibi tecnici: «Abbiamo fatto tutto da soli, gli abbiamo regalato due gol». Poi però il tecnico biancoceleste si scaglia contro la gestione del calendario e il possibile derby di campionato programmato a ridosso degli Internazionali di tennis: «Se fossi il presidente non presenterei nemmeno la squadra. Gli errori clamorosi li ha fatti la Lega Serie A».
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Luciano Darderi festeggia dopo aver vinto contro Rafael Jódar durante il quarto di finale degli Internazionali Bnl d'Italia 2026 al Foro Italico (Getty Images)
Cosa c’è di meglio di una vittoria in rimonta, quando tutti ti davano per spacciato, contro il numero 3 del mondo agli ottavi di un Masters 1000 di casa? Probabilmente solo ripetersi il giorno dopo, nei quarti, in una notte lunga e complicata, superando il nuovo talento spagnolo Rafael Jódar e conquistando la semifinale degli Internazionali d’Italia. Luciano Darderi, 24 anni, continua a spingersi oltre i propri limiti e tiene vivo il sogno di una possibile finale tutta azzurra sulla terra di Roma.
La notte del Foro Italico consegna al ragazzo italo-argentino la prima semifinale in carriera in un Masters 1000. Un traguardo che arriva al termine di una partita lunga, sporca, spezzata da interruzioni e ribaltamenti continui, chiusa dopo oltre tre ore contro il baby fenomeno spagnolo con il punteggio di 7-6, 5-7, 6-0. Un match iniziato in ritardo per la pioggia e poi ulteriormente complicato da un episodio singolare: la sospensione temporanea dovuta al fumo proveniente dai festeggiamenti allo Stadio Olimpico per la finale di Coppa Italia vinta dall'Inter, che ha reso l’aria irrespirabile e mandato in tilt alcune componenti del sistema elettronico di chiamata.
Dentro questa cornice anomala, Darderi ha dovuto prima reggere l’urto mentale e poi trovare le energie per venire fuori alla distanza. Il primo set si è deciso al tie-break, dopo una fase iniziale equilibrata e con continui cambi di inerzia. L’azzurro era anche andato avanti di un break, poi recuperato dallo spagnolo. Nel gioco decisivo, Darderi ha rimontato uno svantaggio importante, ribaltando il 2-5 fino al 7-5 finale. Nel secondo set l’andamento si è capovolto. Darderi ha avuto anche due palle match, ma non è riuscito a chiudere. Jódar ne ha approfittato, ha alzato il livello negli scambi lunghi e ha portato a casa il parziale 7-5, rimettendo tutto in equilibrio. La risposta dell’italiano, però, è stata netta. Nel terzo set non c’è stata partita: break immediato, pressione costante e Jódar progressivamente scarico, anche fisicamente. Il 6-0 finale fotografa una frazione in cui Darderi ha preso completamente il controllo, spinto anche da un Centrale rimasto fino a notte fonda.
Il dato più rilevante è la gestione dei momenti chiave. Dopo aver eliminato Alexander Zverev agli ottavi in rimonta, Darderi si è ripetuto contro un avversario diverso per caratteristiche ma altrettanto pericoloso, confermando una crescita anche sul piano della tenuta mentale nei passaggi decisivi. Con questo risultato, l’azzurro entra per la prima volta tra i migliori quattro di un Masters 1000 e diventa uno degli otto italiani dell’era Open a raggiungere la semifinale a Roma. Ora lo attende Casper Ruud, in una sfida che definirà il lato alto del tabellone. Dall’altra parte, infatti, continua a prendere forma il sogno di una finale tutta italiana che coinvolge anche Jannik Sinner, ancora in corsa nella parte opposta del draw e in campo oggi alle 13 contro Andrej Rublev. Ma per Darderi, per ora, il discorso resta più immediato: una semifinale conquistata nel modo più logorante possibile, in una notte in cui Roma ha chiesto tutto e lui ha risposto fino all’ultimo punto. Con tanto di dedica scritta con il pennarello sulla lente della telecamera: «Roma ti amo».
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Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
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