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2019-01-16
L’ex Pac ora fa la vittima, Sofri il suo difensore, Napolitano sale sul carro
Ansa
«Posso tenerla, questa?», e ha allungato il dito sulla foto di uno dei figli. In galera, accerchiato dagli agenti della polizia penitenziaria e con due ergastoli a ingombrargli tutto il resto della vita da sessantaquattrenne, Cesare Battisti scopre la tenerezza paterna. «Posso tenerla, questa?», ha ripetuto un'altra volta prima che il responsabile dell'ufficio «matricola» del carcere di massima sicurezza di Massama (Oristano) gli rifiutasse la richiesta. Un uomo sconfitto, dicono quelli che gli sono stati vicino. «Mi dite in quale parte del mondo mi trovo? Ormai è tutto finito: ho 64 anni sono malato, sono cambiato», avrebbe sussurrato, secondo la ricostruzione dell'ex deputato sardo Mauro Pili che lo ha visitato.
Il terrorista del Proletari armati per il comunismo avrebbe aggiunto: «Non mi dichiaro innocente ma nemmeno mi accollo tutto ciò di cui mi accusano». Una versione che ha accompagnato i quasi quattro lustri di latitanza, trascorsi tra la Francia e il Sudamerica. Battisti è stato sottoposto per due volte a controlli medici, e nella tarda mattinata di ieri ha potuto incontrare il suo legale, Davide Steccanella. È stato confinato nel blocco AS2, il settore di secondo livello dell'area ad alta e altissima sorveglianza dove sono ospitati mafiosi e terroristi islamici. Per Battisti, è stato disposto un trattamento di isolamento diurno per i primi sei mesi. È in una camera singola, con un fornelletto, il bagno, dietro un divisorio di un muro a secco, e i normali arredi compresi una televisione e un quaderno e una penna.
Nel viaggio dalla Bolivia in Italia è stato appena un po' più loquace, raccontano gli uomini che lo hanno scortato. «Non sono mai stato al Maracanà», avrebbe detto il terrorista guardando il cielo attraverso l'oblò dell'aereo. Per i poliziotti sarebbe stato importantissimo se Battisti si fosse abbandonato ai ricordi, magari accennando alla rete di complici che lo ha aiutato in questi anni a evitare le manette. Malgrado la stanchezza e la tensione, l'ex fuggitivo non ha ceduto e si è limitato a svelare di non essere mai stato nello stadio simbolo del calcio brasiliano e mondiale, e di non essere particolarmente interessato al pallone. Ha alternato qualche ora di sonno alla lettura di pagine di un libro. All'arrivo a Ciampino - hanno riferito Emilio Russo, primo dirigente di polizia in forza allo Scip, e Giuseppe Codispoti, vice questore, i due che lo hanno materialmente individuato sabato in Bolivia - per l'assassino dei Pac niente manette. Gli investigatori lo hanno tenuto un braccio per parte, e neanche in maniera così evidente e forte, come da procedura di polizia giudiziaria in caso di persona presa in consegna. Lui non ha opposto resistenza, e ha dovuto ricevere solo qualche cenno sulla direzione da prendere («era disorientato») verso gli uffici dello scalo militare.
Poche parole anche durante il viaggio da Pratica di Mare verso la Sardegna. «Durante tutte queste fasi», rivela un ispettore del Gom, «ha firmato con tranquillità il verbale, ma è apparso molto stanco e spaesato». «Non ha parlato se non per chiedere più volte “dove mi state portando?"».
Non era però disorientato, Battisti, durante la latitanza. Gli inquirenti che lo hanno braccato a Santa Cruz de la Sierra col vecchio metodo (mostrando la foto del latitante porta a porta in alberghi, locali pubblici e anche abitazioni prossime all'area dove si riteneva che Battisti, «tracciato» a dicembre attraverso un telefonino che aveva in uso, fosse nascosto, tra il Barrio Urbarì e Santa Rosita) lo hanno riconosciuto da un sopracciglio e dall'ultima connessione ai social network. Ma non hanno partecipato al fermo. Era troppo alto, infatti, il rischio che il ricercato potesse reagire alla vista di volti europei (e addirittura per la stampa brasiliana, durante il controllo sul marciapiedi, gli agenti boliviani avrebbero sparato in aria per costringere il terrorista a fermarsi).
In caserma, Battisti ha esibito il regolare documento d'identità di cui era in possesso, con le sue vere generalità. Quando i poliziotti italiani si sono qualificati, si è accasciato sulla sedia. «L'arresto è stata per lui quasi una liberazione, ci ha detto che siamo stati bravi e che percepiva il nostro fiato sul collo».
Non di «liberazione» ma di «ignobiltà» parla, invece, Adriano Sofri, condannato a 22 anni di carcere come mandante dell'omicidio del commissario Luigi Calabresi, in una lettera al Foglio in cui, di fatto, riduce la cattura di Battisti a una «vendetta». «Il carcere è il luogo più disadatto al vero pentimento», ha scritto. «Il carcere è così disumano e cattivo e assurdo da attenuare fino a cancellare la stessa differenza fra innocenza e colpevolezza, da insinuare nel detenuto una sensazione di umiliazione e di offesa che prevale sulla ragione che ce l'ha portato. In carcere si può “pentirsi" solo maledicendo l'accidente che vi ci ha portati: una lezione a delinquere meglio, la volta che ne sarete usciti». Su Repubblica, invece, Francesco Merlo ha avuto l'ardire di paragonato il «ghigno» di Battisti a quello di Salvini.
Sul terrorista ha speso qualche (sorprendente) parola anche l'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che, alla Stampa, ha confessato di essere (politicamente) sulle tracce di Battisti già dal «1988», in occasione «di una mia visita politica in America Latina» quando poté incontrare il futuro presidente brasiliano Lula «con il quale ebbi iniziative di protesta e di sollecitazione». Il quale Lula avrebbe assicurato, tra il 2008 e il 2009, «un netto impegno», per l'estradizione del ricercato, impegno che «tuttavia non mantenne, cedendo alle pressioni della componente estremista della sua maggioranza e del suo governo». Il resto, è storia.
La linea dura paga: saranno estradati altri rifugiati
La Visa per pagare, l'agenda per parlare. Le indagini sulla rete di complici che, in questi anni, hanno offerto copertura e rifugi sicuri a Cesare Battisti tra l'Italia, la Francia e il Sud America, ripartono da una carta di credito e da un libello contenente foglietti e annotazioni. Oggetti che il terrorista aveva con sé al momento dell'arresto insieme a telefono cellulare, patente, carta d'identità, tessera sanitaria e codice fiscale brasiliani, e una foto dei figli.
Non aveva invece né soldi né chiavi di casa. E quando gli è stato chiesto se volesse andare a prelevare altri effetti Battisti si è rifiutato: una scelta, ipotizzano gli investigatori, fatta per non rivelare il suo ultimo nascondiglio e proteggere chi vi era all'interno. Si sa, invece, come si è comportato Battisti al momento di arrivare in Bolivia dal Brasile. «Alla reception della mia pensione lasciò i dati di una persona boliviana che lo aveva accompagnato. E dopo aver comprato una mappa della Bolivia, mi chiese informazioni geografiche sul Paese», ha detto - intervenendo a Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, - il signor Peralta, proprietario della pensione Casona Azul di Santa Cruz de la Sierra (Bolivia), dove il killer dei Proletari armati per il comunismo ha trascorso una parte del suo ultimo periodo di libertà. «Un giorno», ha ricordato Peralta, «è andato a comprare degli ingredienti per cucinare per le persone che c'erano e ha fatto della pasta in salsa rossa, alla bolognese». Peralta ha ricordato che Battisti «è arrivato a novembre ed è rimasto fino al 4 di dicembre», per dormire ha pagato «un po' meno di 20 dollari». «In camera non ha mai ricevuto nessuno, ha incontrato delle persone ma fuori dall'hotel, erano boliviani. Venivano a cercarlo e lui usciva a parlare con loro». Battisti ha anche ricevuto telefonate, «il primo giorno». «Gli ho lasciato io il numero telefonico del mio cellulare», ha continuato a spiegare l'albergatore, «per farsi chiamare». «Successivamente Battisti ha comprato un telefono».
C'è però addirittura chi lo credeva morto. «Cesare è mio fratello e non c'è cosa più importante di lui. Era un delinquente da quattro soldi e l'hanno fatto diventare un personaggio del cavolo», ha detto il fratello Domenico Battisti. «Non lo sentivo da un mese, pensavo lo avessero ammazzato», ha aggiunto. Ha specificato però di averlo incontrato «in Brasile l'ultima volta». «Siamo stati dieci giorni là, gli ho portato dei soldi per costruire una casetta perché il comune gli aveva dato un pezzo di terra. Nessuno l'ha abbandonato, siamo tutti con lui». Battisti, in carcere a Oristano, ieri ha incontrato per la prima volta il suo difensore Davide Steccanella. «Non lo conoscevo, l'ho visto oggi per la prima volta», ha commentato il legale. Il colloquio è durato circa un'ora. Il penalista si è limitato a spiegare che Battisti lunedì ha avuto «una giornata pesantina», e che per «giudicarlo umanamente» un'ora non basta.
Intanto, dalla Francia arriva una presa di posizione che rischia di creare un cortocircuito con la «dottrina Mitterand», che tutela i terroristi italiani Oltralpe. La portavoce della ministra della Giustizia francese, Nicole Belloubet, ha infatti dichiarato che future domande di estradizione di rifugiati in Francia, «che saranno ricevute prossimamente da parte delle autorità italiane» verranno analizzate «in modo approfondito, caso per caso, come abbiamo fatto negli ultimi 15 anni». «Il ministero della Giustizia verifica in particolare, prima della trasmissione della richiesta di estradizione alle autorità giudiziarie francesi per l'esecuzione, la regolarità della richiesta, in particolare riguardo alla prescrizione dei fatti e al carattere politico del reato». «Al momento», ha precisato il portavoce, «non abbiamo liste di persone coinvolte».
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Cesare Battisti in cella: «Sono malato e cambiato». L'ex Lotta Continua grottesco: «Il carcere è sbagliato». Giorgio Napolitano si intesta la cattura e molla il compagno Lula.Il ministero della Giustizia francese: «Valuteremo le domande, se arriveranno». Proseguono le indagini sulla rete di aiuti in Bolivia.Lo speciale contiene due articoli.«Posso tenerla, questa?», e ha allungato il dito sulla foto di uno dei figli. In galera, accerchiato dagli agenti della polizia penitenziaria e con due ergastoli a ingombrargli tutto il resto della vita da sessantaquattrenne, Cesare Battisti scopre la tenerezza paterna. «Posso tenerla, questa?», ha ripetuto un'altra volta prima che il responsabile dell'ufficio «matricola» del carcere di massima sicurezza di Massama (Oristano) gli rifiutasse la richiesta. Un uomo sconfitto, dicono quelli che gli sono stati vicino. «Mi dite in quale parte del mondo mi trovo? Ormai è tutto finito: ho 64 anni sono malato, sono cambiato», avrebbe sussurrato, secondo la ricostruzione dell'ex deputato sardo Mauro Pili che lo ha visitato.Il terrorista del Proletari armati per il comunismo avrebbe aggiunto: «Non mi dichiaro innocente ma nemmeno mi accollo tutto ciò di cui mi accusano». Una versione che ha accompagnato i quasi quattro lustri di latitanza, trascorsi tra la Francia e il Sudamerica. Battisti è stato sottoposto per due volte a controlli medici, e nella tarda mattinata di ieri ha potuto incontrare il suo legale, Davide Steccanella. È stato confinato nel blocco AS2, il settore di secondo livello dell'area ad alta e altissima sorveglianza dove sono ospitati mafiosi e terroristi islamici. Per Battisti, è stato disposto un trattamento di isolamento diurno per i primi sei mesi. È in una camera singola, con un fornelletto, il bagno, dietro un divisorio di un muro a secco, e i normali arredi compresi una televisione e un quaderno e una penna.Nel viaggio dalla Bolivia in Italia è stato appena un po' più loquace, raccontano gli uomini che lo hanno scortato. «Non sono mai stato al Maracanà», avrebbe detto il terrorista guardando il cielo attraverso l'oblò dell'aereo. Per i poliziotti sarebbe stato importantissimo se Battisti si fosse abbandonato ai ricordi, magari accennando alla rete di complici che lo ha aiutato in questi anni a evitare le manette. Malgrado la stanchezza e la tensione, l'ex fuggitivo non ha ceduto e si è limitato a svelare di non essere mai stato nello stadio simbolo del calcio brasiliano e mondiale, e di non essere particolarmente interessato al pallone. Ha alternato qualche ora di sonno alla lettura di pagine di un libro. All'arrivo a Ciampino - hanno riferito Emilio Russo, primo dirigente di polizia in forza allo Scip, e Giuseppe Codispoti, vice questore, i due che lo hanno materialmente individuato sabato in Bolivia - per l'assassino dei Pac niente manette. Gli investigatori lo hanno tenuto un braccio per parte, e neanche in maniera così evidente e forte, come da procedura di polizia giudiziaria in caso di persona presa in consegna. Lui non ha opposto resistenza, e ha dovuto ricevere solo qualche cenno sulla direzione da prendere («era disorientato») verso gli uffici dello scalo militare. Poche parole anche durante il viaggio da Pratica di Mare verso la Sardegna. «Durante tutte queste fasi», rivela un ispettore del Gom, «ha firmato con tranquillità il verbale, ma è apparso molto stanco e spaesato». «Non ha parlato se non per chiedere più volte “dove mi state portando?"».Non era però disorientato, Battisti, durante la latitanza. Gli inquirenti che lo hanno braccato a Santa Cruz de la Sierra col vecchio metodo (mostrando la foto del latitante porta a porta in alberghi, locali pubblici e anche abitazioni prossime all'area dove si riteneva che Battisti, «tracciato» a dicembre attraverso un telefonino che aveva in uso, fosse nascosto, tra il Barrio Urbarì e Santa Rosita) lo hanno riconosciuto da un sopracciglio e dall'ultima connessione ai social network. Ma non hanno partecipato al fermo. Era troppo alto, infatti, il rischio che il ricercato potesse reagire alla vista di volti europei (e addirittura per la stampa brasiliana, durante il controllo sul marciapiedi, gli agenti boliviani avrebbero sparato in aria per costringere il terrorista a fermarsi). In caserma, Battisti ha esibito il regolare documento d'identità di cui era in possesso, con le sue vere generalità. Quando i poliziotti italiani si sono qualificati, si è accasciato sulla sedia. «L'arresto è stata per lui quasi una liberazione, ci ha detto che siamo stati bravi e che percepiva il nostro fiato sul collo».Non di «liberazione» ma di «ignobiltà» parla, invece, Adriano Sofri, condannato a 22 anni di carcere come mandante dell'omicidio del commissario Luigi Calabresi, in una lettera al Foglio in cui, di fatto, riduce la cattura di Battisti a una «vendetta». «Il carcere è il luogo più disadatto al vero pentimento», ha scritto. «Il carcere è così disumano e cattivo e assurdo da attenuare fino a cancellare la stessa differenza fra innocenza e colpevolezza, da insinuare nel detenuto una sensazione di umiliazione e di offesa che prevale sulla ragione che ce l'ha portato. In carcere si può “pentirsi" solo maledicendo l'accidente che vi ci ha portati: una lezione a delinquere meglio, la volta che ne sarete usciti». Su Repubblica, invece, Francesco Merlo ha avuto l'ardire di paragonato il «ghigno» di Battisti a quello di Salvini.Sul terrorista ha speso qualche (sorprendente) parola anche l'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che, alla Stampa, ha confessato di essere (politicamente) sulle tracce di Battisti già dal «1988», in occasione «di una mia visita politica in America Latina» quando poté incontrare il futuro presidente brasiliano Lula «con il quale ebbi iniziative di protesta e di sollecitazione». Il quale Lula avrebbe assicurato, tra il 2008 e il 2009, «un netto impegno», per l'estradizione del ricercato, impegno che «tuttavia non mantenne, cedendo alle pressioni della componente estremista della sua maggioranza e del suo governo». Il resto, è storia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lex-pac-ora-fa-la-vittima-sofri-il-suo-difensore-napolitano-sale-sul-carro-2626090721.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-linea-dura-paga-saranno-estradati-altri-rifugiati" data-post-id="2626090721" data-published-at="1779101025" data-use-pagination="False"> La linea dura paga: saranno estradati altri rifugiati La Visa per pagare, l'agenda per parlare. Le indagini sulla rete di complici che, in questi anni, hanno offerto copertura e rifugi sicuri a Cesare Battisti tra l'Italia, la Francia e il Sud America, ripartono da una carta di credito e da un libello contenente foglietti e annotazioni. Oggetti che il terrorista aveva con sé al momento dell'arresto insieme a telefono cellulare, patente, carta d'identità, tessera sanitaria e codice fiscale brasiliani, e una foto dei figli. Non aveva invece né soldi né chiavi di casa. E quando gli è stato chiesto se volesse andare a prelevare altri effetti Battisti si è rifiutato: una scelta, ipotizzano gli investigatori, fatta per non rivelare il suo ultimo nascondiglio e proteggere chi vi era all'interno. Si sa, invece, come si è comportato Battisti al momento di arrivare in Bolivia dal Brasile. «Alla reception della mia pensione lasciò i dati di una persona boliviana che lo aveva accompagnato. E dopo aver comprato una mappa della Bolivia, mi chiese informazioni geografiche sul Paese», ha detto - intervenendo a Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, - il signor Peralta, proprietario della pensione Casona Azul di Santa Cruz de la Sierra (Bolivia), dove il killer dei Proletari armati per il comunismo ha trascorso una parte del suo ultimo periodo di libertà. «Un giorno», ha ricordato Peralta, «è andato a comprare degli ingredienti per cucinare per le persone che c'erano e ha fatto della pasta in salsa rossa, alla bolognese». Peralta ha ricordato che Battisti «è arrivato a novembre ed è rimasto fino al 4 di dicembre», per dormire ha pagato «un po' meno di 20 dollari». «In camera non ha mai ricevuto nessuno, ha incontrato delle persone ma fuori dall'hotel, erano boliviani. Venivano a cercarlo e lui usciva a parlare con loro». Battisti ha anche ricevuto telefonate, «il primo giorno». «Gli ho lasciato io il numero telefonico del mio cellulare», ha continuato a spiegare l'albergatore, «per farsi chiamare». «Successivamente Battisti ha comprato un telefono». C'è però addirittura chi lo credeva morto. «Cesare è mio fratello e non c'è cosa più importante di lui. Era un delinquente da quattro soldi e l'hanno fatto diventare un personaggio del cavolo», ha detto il fratello Domenico Battisti. «Non lo sentivo da un mese, pensavo lo avessero ammazzato», ha aggiunto. Ha specificato però di averlo incontrato «in Brasile l'ultima volta». «Siamo stati dieci giorni là, gli ho portato dei soldi per costruire una casetta perché il comune gli aveva dato un pezzo di terra. Nessuno l'ha abbandonato, siamo tutti con lui». Battisti, in carcere a Oristano, ieri ha incontrato per la prima volta il suo difensore Davide Steccanella. «Non lo conoscevo, l'ho visto oggi per la prima volta», ha commentato il legale. Il colloquio è durato circa un'ora. Il penalista si è limitato a spiegare che Battisti lunedì ha avuto «una giornata pesantina», e che per «giudicarlo umanamente» un'ora non basta. Intanto, dalla Francia arriva una presa di posizione che rischia di creare un cortocircuito con la «dottrina Mitterand», che tutela i terroristi italiani Oltralpe. La portavoce della ministra della Giustizia francese, Nicole Belloubet, ha infatti dichiarato che future domande di estradizione di rifugiati in Francia, «che saranno ricevute prossimamente da parte delle autorità italiane» verranno analizzate «in modo approfondito, caso per caso, come abbiamo fatto negli ultimi 15 anni». «Il ministero della Giustizia verifica in particolare, prima della trasmissione della richiesta di estradizione alle autorità giudiziarie francesi per l'esecuzione, la regolarità della richiesta, in particolare riguardo alla prescrizione dei fatti e al carattere politico del reato». «Al momento», ha precisato il portavoce, «non abbiamo liste di persone coinvolte».
Donald Trump
«Questa sera, su mio ordine, le coraggiose forze americane e le forze armate nigeriane hanno portato a termine in modo impeccabile una missione meticolosamente pianificata e molto complessa», ha dichiarato il presidente americano, venerdì sera, su Truth. «Abu-Bilal al-Minuki, numero due dell'Isis a livello globale, pensava di potersi nascondere in Africa, ma non sapeva che avevamo fonti che ci tenevano informati sulle sue attività. Non potrà più terrorizzare la popolazione africana né contribuire a pianificare operazioni contro gli americani. Con la sua eliminazione, l'operazione globale dell'Isis è notevolmente ridimensionata», ha aggiunto, per poi concludere: «Grazie al governo della Nigeria per la collaborazione in questa operazione».
«Per mesi abbiamo dato la caccia a questo importante leader dell'Isis in Nigeria che uccideva i cristiani, e lo abbiamo ucciso, insieme a tutta la sua banda», ha affermato il capo del Pentagono, Pete Hegseth. «Daremo la caccia a chiunque voglia fare del male agli americani o ai cristiani innocenti, ovunque si trovino», ha proseguito. Dal canto suo, il presidente nigeriano, Bola Tinubu, ha reso noto che al-Minuki è stato ucciso insieme a «diversi suoi luogotenenti, durante un attacco al suo complesso nel bacino del lago Ciad». «La Nigeria apprezza questa collaborazione con gli Stati Uniti per il raggiungimento dei nostri obiettivi di sicurezza comuni», ha anche affermato.
Era lo scorso Natale, quando Trump ordinò un attacco contro l’Isis in Nigeria. Un’operazione, quella dello scorso dicembre, che gli Stati Uniti effettuarono in coordinamento con il governo Abuja. Il che segnò una distensione con la Nigeria. A novembre, Trump aveva infatti designato quest’ultima come «Paese di particolare preoccupazione» a causa della situazione in cui versa la locale comunità cristiana. In quell’occasione, aveva anche ventilato l’ipotesi di mobilitare le forze statunitensi in loco, irritando non poco il governo di Abuja. Tuttavia, da dicembre, sembra che Stati Uniti e Nigeria abbiano inaugurato una proficua collaborazione nel contrasto al jihadismo. Il che, per Trump, ha un triplice significato.
Innanzitutto, l’obiettivo primario è quello di aumentare la sicurezza internazionale arginando il terrorismo islamista. In secondo luogo, sul fronte geopolitico, la Casa Bianca punta a rafforzare l’influenza statunitense sul continente africano, per fronteggiare la competizione di Cina e Russia. Infine, sul piano interno, la lotta all’islamismo e la difesa dei cristiani rappresentano notoriamente due dei capisaldi del movimento Maga.
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L'immagine IA postata da Trump
Le dichiarazioni arrivano dopo il ritorno del presidente americano Donald Trump da Pechino. Il leader statunitense ha spiegato che eventuali nuove vendite di armi a Taipei «dipendono dalla Cina e costituiscono una buona carta negoziale». Mentre cresce la tensione tra Washington e Pechino sul dossier taiwanese, il Medio Oriente continua a vivere ore estremamente delicate. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver intercettato tre droni penetrati nel proprio spazio aereo. Secondo quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, due velivoli senza pilota sono stati abbattuti, mentre un terzo ha colpito un generatore elettrico situato all’esterno del perimetro interno della centrale nucleare di Barakah, nella regione di Al Dhafra. Le autorità emiratine hanno precisato che sono in corso indagini per stabilire l’origine dei droni e identificare i responsabili dell’operazione.
Nel frattempo emergono nuovi dettagli sui negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto regionale. Secondo l’agenzia iraniana Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, Washington avrebbe presentato cinque condizioni per arrivare a un accordo con Teheran. Tra le richieste figurerebbero il trasferimento agli Stati Uniti di 400 chilogrammi di uranio arricchito iraniano, il mantenimento operativo di un solo sito nucleare e il mancato pagamento di risarcimenti o lo sblocco dei beni congelati appartenenti all’Iran. Sempre secondo Fars, gli Stati Uniti avrebbero inoltre subordinato la sospensione delle operazioni militari all’avvio ufficiale dei negoziati. L’Iran avrebbe risposto avanzando a sua volta cinque condizioni: la fine della guerra su tutti i fronti, soprattutto in Libano, la revoca delle sanzioni economiche, lo sblocco dei fondi congelati, il pagamento di risarcimenti per i danni subiti durante il conflitto e il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Posizioni di fatto inconciliabili.
Intanto Israele starebbe già preparando nuovi possibili raid contro obiettivi iraniani. Lo hanno riferito ad Associated Press due fonti informate, tra cui un ufficiale dell’esercito israeliano, precisando che i preparativi militari sarebbero coordinati con gli Stati Uniti. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, intervenendo davanti al proprio Gabinetto, ha dichiarato: «Siamo preparati a qualsiasi scenario». Poi ha aggiunto: «Donald Trump deve prendere una decisione. Se decidesse di riprendere le ostilità con l’Iran, è probabile che Israele verrà chiamato a partecipare». Quest’ultima dichiarazione fa riferimento a una telefonata, durata più di mezz’ora, avvenuta ieri tra Netanyahu e Trump e conclusasi a ridosso dell’inizio della riunione di gabinetto israeliano.
Nelle stesse ore Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran, questa volta utilizzando un’immagine generata con l’intelligenza artificiale pubblicata sulla piattaforma Truth. La foto mostra il presidente americano con il tradizionale cappellino Maga mentre punta il dito verso la telecamera, circondato da navi da guerra in mezzo a un mare agitato. Su diverse imbarcazioni compaiono bandiere iraniane, mentre sullo sfondo si addensano nuvole scure. Ad accompagnare l’immagine la frase: «La calma prima della tempesta». Poi in un altro post ha aggiunto: « Non rimarrà nulla dell’Iran se non accetterà un accordo».
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Un palazzo colpito dall'attacco dei droni ucraini su Mosca (Ansa)
La rappresaglia segue il massiccio raid russo sulla capitale ucraina giovedì, in cui sono state uccise 24 persone. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che già giovedì aveva promesso una reazione, ieri ha commentato: «Le nostre risposte al prolungamento della guerra da parte della Russia e agli attacchi contro le nostre città e comunità sono del tutto giustificate». E con «i droni che hanno raggiunto la regione di Mosca», il messaggio lanciato alla Russia è che «il Paese deve porre fine alla guerra». Il leader di Kiev, ringraziando «l’Sbu (Servizio di sicurezza ucraino, ndr) e tutte le forze di Difesa per la loro precisione», ha anche ricordato la serie di attacchi subiti dall’Ucraina. «Questa settimana (la scorsa settimana, ndr) i russi hanno lanciato contro l’Ucraina oltre 3.170 droni d’attacco, più di 1.300 bombe aeree guidate e 74 missili di vario tipo. Molti edifici residenziali e altre infrastrutture civili sono stati colpiti. Purtroppo, 52 persone sono rimaste uccise a seguito degli attacchi».
I numeri degli attacchi di ieri sulla Russia sono stati invece resi noti dal ministero della Difesa russo: sono stati abbattuti 556 velivoli senza pilota nella notte, tra le 22 e le 7; mentre altri 30 sono stati intercettati nella mattinata, le 7 e le 9. Oltre alla Crimea annessa, al Mar Nero e al Mar d’Azov, sono state 14 le regioni russe coinvolte dai raid. Particolarmente bersagliata è stata Mosca, con gli attacchi che hanno danneggiato diverse abitazioni e infrastrutture. Il sindaco Sergey Sobyanin, stando a quanto riferito dalla Tass, ha comunicato che la difesa aerea ha distrutto oltre 120 droni diretti nella capitale. Il bilancio è di quattro morti: tre nella periferia di Mosca e una nella regione di Belgorod. E con gli allarmi in corso, le prime restrizioni hanno coinvolto gli aeroporti e i voli diretti nella capitale russa: 51 aerei sono stati dirottati verso altre destinazioni, mentre 32 voli in partenza sono stati rimandati. Anche una linea ferroviaria sarebbe stata danneggiata in un sobborgo di Mosca.
Sono diversi i video che testimoniano gli attacchi: in uno si vede un velivolo senza pilota schiantarsi contro un edificio; un altro mostra un drone colpire un condominio a Krasnogorsk, un sobborgo di Mosca. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha invece condiviso su X un filmato che conferma l’attacco alla raffineria di Kapotnya, nella regione di Mosca. Ed è qui che, secondo Sobyanin, sono state ferite 12 persone, «per lo più operai».
Nel rendere noti i principali target, il ministero della Difesa ucraino ha dichiarato che «la guerra sta tornando da dove è venuta». A fare l’elenco dei bersagli è stato il Servizio di sicurezza ucraino: «Nella regione di Mosca sono stati colpiti lo stabilimento Angstrom, che fornisce semiconduttori al complesso militare-industriale della Federazione Russa ed è soggetto a sanzioni statunitensi; la raffineria di Mosca; la stazione di pompaggio petrolifera Sonechnogorskaya; la stazione di pompaggio del petrolio Volodarskoe». Invece «nella Crimea temporaneamente occupata» sono state attaccate «le infrastrutture e i sistemi di difesa aerea della base aerea militare di «Belbek», in particolare: il sistema antiaereo Pantsir-S2; l’hangar con radar per il sistema S-400; il sistema di controllo droni Orion e la stazione di controllo droni a terra Forpost; una stazione di trasmissione dati terra-aria; la torre di controllo e l’hangar presso l’aeroporto Belbek».
Dall’altra parte, nella notte, le difese ucraine, su 287 droni lanciati dalla Russia, ne hanno intercettati 279. A seguito dei raid sono scoppiati alcuni incendi a Dnipro, mentre a Kharkiv a essere stati danneggiati sono stati alcuni edifici residenziali, le automobili e l’illuminazione pubblica.
Un elemento che aggiunge ulteriore tensione è la minaccia che intravede Zelensky all’orizzonte. Ha infatti confermato che «i russi hanno semplificato l’accesso alla cittadinanza per le persone originarie» della Transnistria, la regione separatista filorussa della Moldavia. Lo scopo sarebbe «non solo di cercare nuovi soldati» visto che «la cittadinanza comporta anche l’obbligo militare», ma pure «il modo della Russia di rivendicare il territorio della Transnistria».
Il leader di Kiev ha continuato intanto ad avanzare richieste all’Europa. Su X ha scritto infatti che serve «una maggiore protezione», dunque «l’iniziativa Purl e gli ulteriori contributi per i missili antibalistici sono fondamentali. Ed è altrettanto importante lavorare in Europa per una protezione congiunta contro i missili balistici». Dall’altra parte invece Mosca ha commentato positivamente l’eventuale apertura del dialogo tra la Russia e l’Ue. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov ha affermato che tale iniziativa è «negli interessi della Russia», specificando però che Mosca «non ha avviato la fine del dialogo con l’Europa». Ha però aggiunto che se i leader europei vogliono sul serio parlare con il presidente russo, Vladimir Putin, «possono telefonargli». Peskov ha poi confermato che l’Alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, non può svolgere un ruolo da mediatore sulla fine del conflitto: «Non è nell’interesse di Kallas, fare la negoziatrice». Anche perché «non sarà facile per lei» visto che «Putin ha detto che potrebbe essere chiunque non abbia detto cose negative».
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