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2019-01-16
L’ex Pac ora fa la vittima, Sofri il suo difensore, Napolitano sale sul carro
Ansa
«Posso tenerla, questa?», e ha allungato il dito sulla foto di uno dei figli. In galera, accerchiato dagli agenti della polizia penitenziaria e con due ergastoli a ingombrargli tutto il resto della vita da sessantaquattrenne, Cesare Battisti scopre la tenerezza paterna. «Posso tenerla, questa?», ha ripetuto un'altra volta prima che il responsabile dell'ufficio «matricola» del carcere di massima sicurezza di Massama (Oristano) gli rifiutasse la richiesta. Un uomo sconfitto, dicono quelli che gli sono stati vicino. «Mi dite in quale parte del mondo mi trovo? Ormai è tutto finito: ho 64 anni sono malato, sono cambiato», avrebbe sussurrato, secondo la ricostruzione dell'ex deputato sardo Mauro Pili che lo ha visitato.
Il terrorista del Proletari armati per il comunismo avrebbe aggiunto: «Non mi dichiaro innocente ma nemmeno mi accollo tutto ciò di cui mi accusano». Una versione che ha accompagnato i quasi quattro lustri di latitanza, trascorsi tra la Francia e il Sudamerica. Battisti è stato sottoposto per due volte a controlli medici, e nella tarda mattinata di ieri ha potuto incontrare il suo legale, Davide Steccanella. È stato confinato nel blocco AS2, il settore di secondo livello dell'area ad alta e altissima sorveglianza dove sono ospitati mafiosi e terroristi islamici. Per Battisti, è stato disposto un trattamento di isolamento diurno per i primi sei mesi. È in una camera singola, con un fornelletto, il bagno, dietro un divisorio di un muro a secco, e i normali arredi compresi una televisione e un quaderno e una penna.
Nel viaggio dalla Bolivia in Italia è stato appena un po' più loquace, raccontano gli uomini che lo hanno scortato. «Non sono mai stato al Maracanà», avrebbe detto il terrorista guardando il cielo attraverso l'oblò dell'aereo. Per i poliziotti sarebbe stato importantissimo se Battisti si fosse abbandonato ai ricordi, magari accennando alla rete di complici che lo ha aiutato in questi anni a evitare le manette. Malgrado la stanchezza e la tensione, l'ex fuggitivo non ha ceduto e si è limitato a svelare di non essere mai stato nello stadio simbolo del calcio brasiliano e mondiale, e di non essere particolarmente interessato al pallone. Ha alternato qualche ora di sonno alla lettura di pagine di un libro. All'arrivo a Ciampino - hanno riferito Emilio Russo, primo dirigente di polizia in forza allo Scip, e Giuseppe Codispoti, vice questore, i due che lo hanno materialmente individuato sabato in Bolivia - per l'assassino dei Pac niente manette. Gli investigatori lo hanno tenuto un braccio per parte, e neanche in maniera così evidente e forte, come da procedura di polizia giudiziaria in caso di persona presa in consegna. Lui non ha opposto resistenza, e ha dovuto ricevere solo qualche cenno sulla direzione da prendere («era disorientato») verso gli uffici dello scalo militare.
Poche parole anche durante il viaggio da Pratica di Mare verso la Sardegna. «Durante tutte queste fasi», rivela un ispettore del Gom, «ha firmato con tranquillità il verbale, ma è apparso molto stanco e spaesato». «Non ha parlato se non per chiedere più volte “dove mi state portando?"».
Non era però disorientato, Battisti, durante la latitanza. Gli inquirenti che lo hanno braccato a Santa Cruz de la Sierra col vecchio metodo (mostrando la foto del latitante porta a porta in alberghi, locali pubblici e anche abitazioni prossime all'area dove si riteneva che Battisti, «tracciato» a dicembre attraverso un telefonino che aveva in uso, fosse nascosto, tra il Barrio Urbarì e Santa Rosita) lo hanno riconosciuto da un sopracciglio e dall'ultima connessione ai social network. Ma non hanno partecipato al fermo. Era troppo alto, infatti, il rischio che il ricercato potesse reagire alla vista di volti europei (e addirittura per la stampa brasiliana, durante il controllo sul marciapiedi, gli agenti boliviani avrebbero sparato in aria per costringere il terrorista a fermarsi).
In caserma, Battisti ha esibito il regolare documento d'identità di cui era in possesso, con le sue vere generalità. Quando i poliziotti italiani si sono qualificati, si è accasciato sulla sedia. «L'arresto è stata per lui quasi una liberazione, ci ha detto che siamo stati bravi e che percepiva il nostro fiato sul collo».
Non di «liberazione» ma di «ignobiltà» parla, invece, Adriano Sofri, condannato a 22 anni di carcere come mandante dell'omicidio del commissario Luigi Calabresi, in una lettera al Foglio in cui, di fatto, riduce la cattura di Battisti a una «vendetta». «Il carcere è il luogo più disadatto al vero pentimento», ha scritto. «Il carcere è così disumano e cattivo e assurdo da attenuare fino a cancellare la stessa differenza fra innocenza e colpevolezza, da insinuare nel detenuto una sensazione di umiliazione e di offesa che prevale sulla ragione che ce l'ha portato. In carcere si può “pentirsi" solo maledicendo l'accidente che vi ci ha portati: una lezione a delinquere meglio, la volta che ne sarete usciti». Su Repubblica, invece, Francesco Merlo ha avuto l'ardire di paragonato il «ghigno» di Battisti a quello di Salvini.
Sul terrorista ha speso qualche (sorprendente) parola anche l'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che, alla Stampa, ha confessato di essere (politicamente) sulle tracce di Battisti già dal «1988», in occasione «di una mia visita politica in America Latina» quando poté incontrare il futuro presidente brasiliano Lula «con il quale ebbi iniziative di protesta e di sollecitazione». Il quale Lula avrebbe assicurato, tra il 2008 e il 2009, «un netto impegno», per l'estradizione del ricercato, impegno che «tuttavia non mantenne, cedendo alle pressioni della componente estremista della sua maggioranza e del suo governo». Il resto, è storia.
La linea dura paga: saranno estradati altri rifugiati
La Visa per pagare, l'agenda per parlare. Le indagini sulla rete di complici che, in questi anni, hanno offerto copertura e rifugi sicuri a Cesare Battisti tra l'Italia, la Francia e il Sud America, ripartono da una carta di credito e da un libello contenente foglietti e annotazioni. Oggetti che il terrorista aveva con sé al momento dell'arresto insieme a telefono cellulare, patente, carta d'identità, tessera sanitaria e codice fiscale brasiliani, e una foto dei figli.
Non aveva invece né soldi né chiavi di casa. E quando gli è stato chiesto se volesse andare a prelevare altri effetti Battisti si è rifiutato: una scelta, ipotizzano gli investigatori, fatta per non rivelare il suo ultimo nascondiglio e proteggere chi vi era all'interno. Si sa, invece, come si è comportato Battisti al momento di arrivare in Bolivia dal Brasile. «Alla reception della mia pensione lasciò i dati di una persona boliviana che lo aveva accompagnato. E dopo aver comprato una mappa della Bolivia, mi chiese informazioni geografiche sul Paese», ha detto - intervenendo a Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, - il signor Peralta, proprietario della pensione Casona Azul di Santa Cruz de la Sierra (Bolivia), dove il killer dei Proletari armati per il comunismo ha trascorso una parte del suo ultimo periodo di libertà. «Un giorno», ha ricordato Peralta, «è andato a comprare degli ingredienti per cucinare per le persone che c'erano e ha fatto della pasta in salsa rossa, alla bolognese». Peralta ha ricordato che Battisti «è arrivato a novembre ed è rimasto fino al 4 di dicembre», per dormire ha pagato «un po' meno di 20 dollari». «In camera non ha mai ricevuto nessuno, ha incontrato delle persone ma fuori dall'hotel, erano boliviani. Venivano a cercarlo e lui usciva a parlare con loro». Battisti ha anche ricevuto telefonate, «il primo giorno». «Gli ho lasciato io il numero telefonico del mio cellulare», ha continuato a spiegare l'albergatore, «per farsi chiamare». «Successivamente Battisti ha comprato un telefono».
C'è però addirittura chi lo credeva morto. «Cesare è mio fratello e non c'è cosa più importante di lui. Era un delinquente da quattro soldi e l'hanno fatto diventare un personaggio del cavolo», ha detto il fratello Domenico Battisti. «Non lo sentivo da un mese, pensavo lo avessero ammazzato», ha aggiunto. Ha specificato però di averlo incontrato «in Brasile l'ultima volta». «Siamo stati dieci giorni là, gli ho portato dei soldi per costruire una casetta perché il comune gli aveva dato un pezzo di terra. Nessuno l'ha abbandonato, siamo tutti con lui». Battisti, in carcere a Oristano, ieri ha incontrato per la prima volta il suo difensore Davide Steccanella. «Non lo conoscevo, l'ho visto oggi per la prima volta», ha commentato il legale. Il colloquio è durato circa un'ora. Il penalista si è limitato a spiegare che Battisti lunedì ha avuto «una giornata pesantina», e che per «giudicarlo umanamente» un'ora non basta.
Intanto, dalla Francia arriva una presa di posizione che rischia di creare un cortocircuito con la «dottrina Mitterand», che tutela i terroristi italiani Oltralpe. La portavoce della ministra della Giustizia francese, Nicole Belloubet, ha infatti dichiarato che future domande di estradizione di rifugiati in Francia, «che saranno ricevute prossimamente da parte delle autorità italiane» verranno analizzate «in modo approfondito, caso per caso, come abbiamo fatto negli ultimi 15 anni». «Il ministero della Giustizia verifica in particolare, prima della trasmissione della richiesta di estradizione alle autorità giudiziarie francesi per l'esecuzione, la regolarità della richiesta, in particolare riguardo alla prescrizione dei fatti e al carattere politico del reato». «Al momento», ha precisato il portavoce, «non abbiamo liste di persone coinvolte».
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Cesare Battisti in cella: «Sono malato e cambiato». L'ex Lotta Continua grottesco: «Il carcere è sbagliato». Giorgio Napolitano si intesta la cattura e molla il compagno Lula.Il ministero della Giustizia francese: «Valuteremo le domande, se arriveranno». Proseguono le indagini sulla rete di aiuti in Bolivia.Lo speciale contiene due articoli.«Posso tenerla, questa?», e ha allungato il dito sulla foto di uno dei figli. In galera, accerchiato dagli agenti della polizia penitenziaria e con due ergastoli a ingombrargli tutto il resto della vita da sessantaquattrenne, Cesare Battisti scopre la tenerezza paterna. «Posso tenerla, questa?», ha ripetuto un'altra volta prima che il responsabile dell'ufficio «matricola» del carcere di massima sicurezza di Massama (Oristano) gli rifiutasse la richiesta. Un uomo sconfitto, dicono quelli che gli sono stati vicino. «Mi dite in quale parte del mondo mi trovo? Ormai è tutto finito: ho 64 anni sono malato, sono cambiato», avrebbe sussurrato, secondo la ricostruzione dell'ex deputato sardo Mauro Pili che lo ha visitato.Il terrorista del Proletari armati per il comunismo avrebbe aggiunto: «Non mi dichiaro innocente ma nemmeno mi accollo tutto ciò di cui mi accusano». Una versione che ha accompagnato i quasi quattro lustri di latitanza, trascorsi tra la Francia e il Sudamerica. Battisti è stato sottoposto per due volte a controlli medici, e nella tarda mattinata di ieri ha potuto incontrare il suo legale, Davide Steccanella. È stato confinato nel blocco AS2, il settore di secondo livello dell'area ad alta e altissima sorveglianza dove sono ospitati mafiosi e terroristi islamici. Per Battisti, è stato disposto un trattamento di isolamento diurno per i primi sei mesi. È in una camera singola, con un fornelletto, il bagno, dietro un divisorio di un muro a secco, e i normali arredi compresi una televisione e un quaderno e una penna.Nel viaggio dalla Bolivia in Italia è stato appena un po' più loquace, raccontano gli uomini che lo hanno scortato. «Non sono mai stato al Maracanà», avrebbe detto il terrorista guardando il cielo attraverso l'oblò dell'aereo. Per i poliziotti sarebbe stato importantissimo se Battisti si fosse abbandonato ai ricordi, magari accennando alla rete di complici che lo ha aiutato in questi anni a evitare le manette. Malgrado la stanchezza e la tensione, l'ex fuggitivo non ha ceduto e si è limitato a svelare di non essere mai stato nello stadio simbolo del calcio brasiliano e mondiale, e di non essere particolarmente interessato al pallone. Ha alternato qualche ora di sonno alla lettura di pagine di un libro. All'arrivo a Ciampino - hanno riferito Emilio Russo, primo dirigente di polizia in forza allo Scip, e Giuseppe Codispoti, vice questore, i due che lo hanno materialmente individuato sabato in Bolivia - per l'assassino dei Pac niente manette. Gli investigatori lo hanno tenuto un braccio per parte, e neanche in maniera così evidente e forte, come da procedura di polizia giudiziaria in caso di persona presa in consegna. Lui non ha opposto resistenza, e ha dovuto ricevere solo qualche cenno sulla direzione da prendere («era disorientato») verso gli uffici dello scalo militare. Poche parole anche durante il viaggio da Pratica di Mare verso la Sardegna. «Durante tutte queste fasi», rivela un ispettore del Gom, «ha firmato con tranquillità il verbale, ma è apparso molto stanco e spaesato». «Non ha parlato se non per chiedere più volte “dove mi state portando?"».Non era però disorientato, Battisti, durante la latitanza. Gli inquirenti che lo hanno braccato a Santa Cruz de la Sierra col vecchio metodo (mostrando la foto del latitante porta a porta in alberghi, locali pubblici e anche abitazioni prossime all'area dove si riteneva che Battisti, «tracciato» a dicembre attraverso un telefonino che aveva in uso, fosse nascosto, tra il Barrio Urbarì e Santa Rosita) lo hanno riconosciuto da un sopracciglio e dall'ultima connessione ai social network. Ma non hanno partecipato al fermo. Era troppo alto, infatti, il rischio che il ricercato potesse reagire alla vista di volti europei (e addirittura per la stampa brasiliana, durante il controllo sul marciapiedi, gli agenti boliviani avrebbero sparato in aria per costringere il terrorista a fermarsi). In caserma, Battisti ha esibito il regolare documento d'identità di cui era in possesso, con le sue vere generalità. Quando i poliziotti italiani si sono qualificati, si è accasciato sulla sedia. «L'arresto è stata per lui quasi una liberazione, ci ha detto che siamo stati bravi e che percepiva il nostro fiato sul collo».Non di «liberazione» ma di «ignobiltà» parla, invece, Adriano Sofri, condannato a 22 anni di carcere come mandante dell'omicidio del commissario Luigi Calabresi, in una lettera al Foglio in cui, di fatto, riduce la cattura di Battisti a una «vendetta». «Il carcere è il luogo più disadatto al vero pentimento», ha scritto. «Il carcere è così disumano e cattivo e assurdo da attenuare fino a cancellare la stessa differenza fra innocenza e colpevolezza, da insinuare nel detenuto una sensazione di umiliazione e di offesa che prevale sulla ragione che ce l'ha portato. In carcere si può “pentirsi" solo maledicendo l'accidente che vi ci ha portati: una lezione a delinquere meglio, la volta che ne sarete usciti». Su Repubblica, invece, Francesco Merlo ha avuto l'ardire di paragonato il «ghigno» di Battisti a quello di Salvini.Sul terrorista ha speso qualche (sorprendente) parola anche l'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che, alla Stampa, ha confessato di essere (politicamente) sulle tracce di Battisti già dal «1988», in occasione «di una mia visita politica in America Latina» quando poté incontrare il futuro presidente brasiliano Lula «con il quale ebbi iniziative di protesta e di sollecitazione». Il quale Lula avrebbe assicurato, tra il 2008 e il 2009, «un netto impegno», per l'estradizione del ricercato, impegno che «tuttavia non mantenne, cedendo alle pressioni della componente estremista della sua maggioranza e del suo governo». 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Non aveva invece né soldi né chiavi di casa. E quando gli è stato chiesto se volesse andare a prelevare altri effetti Battisti si è rifiutato: una scelta, ipotizzano gli investigatori, fatta per non rivelare il suo ultimo nascondiglio e proteggere chi vi era all'interno. Si sa, invece, come si è comportato Battisti al momento di arrivare in Bolivia dal Brasile. «Alla reception della mia pensione lasciò i dati di una persona boliviana che lo aveva accompagnato. E dopo aver comprato una mappa della Bolivia, mi chiese informazioni geografiche sul Paese», ha detto - intervenendo a Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, - il signor Peralta, proprietario della pensione Casona Azul di Santa Cruz de la Sierra (Bolivia), dove il killer dei Proletari armati per il comunismo ha trascorso una parte del suo ultimo periodo di libertà. «Un giorno», ha ricordato Peralta, «è andato a comprare degli ingredienti per cucinare per le persone che c'erano e ha fatto della pasta in salsa rossa, alla bolognese». Peralta ha ricordato che Battisti «è arrivato a novembre ed è rimasto fino al 4 di dicembre», per dormire ha pagato «un po' meno di 20 dollari». «In camera non ha mai ricevuto nessuno, ha incontrato delle persone ma fuori dall'hotel, erano boliviani. Venivano a cercarlo e lui usciva a parlare con loro». Battisti ha anche ricevuto telefonate, «il primo giorno». «Gli ho lasciato io il numero telefonico del mio cellulare», ha continuato a spiegare l'albergatore, «per farsi chiamare». «Successivamente Battisti ha comprato un telefono». C'è però addirittura chi lo credeva morto. «Cesare è mio fratello e non c'è cosa più importante di lui. Era un delinquente da quattro soldi e l'hanno fatto diventare un personaggio del cavolo», ha detto il fratello Domenico Battisti. «Non lo sentivo da un mese, pensavo lo avessero ammazzato», ha aggiunto. Ha specificato però di averlo incontrato «in Brasile l'ultima volta». «Siamo stati dieci giorni là, gli ho portato dei soldi per costruire una casetta perché il comune gli aveva dato un pezzo di terra. Nessuno l'ha abbandonato, siamo tutti con lui». Battisti, in carcere a Oristano, ieri ha incontrato per la prima volta il suo difensore Davide Steccanella. «Non lo conoscevo, l'ho visto oggi per la prima volta», ha commentato il legale. Il colloquio è durato circa un'ora. Il penalista si è limitato a spiegare che Battisti lunedì ha avuto «una giornata pesantina», e che per «giudicarlo umanamente» un'ora non basta. Intanto, dalla Francia arriva una presa di posizione che rischia di creare un cortocircuito con la «dottrina Mitterand», che tutela i terroristi italiani Oltralpe. La portavoce della ministra della Giustizia francese, Nicole Belloubet, ha infatti dichiarato che future domande di estradizione di rifugiati in Francia, «che saranno ricevute prossimamente da parte delle autorità italiane» verranno analizzate «in modo approfondito, caso per caso, come abbiamo fatto negli ultimi 15 anni». «Il ministero della Giustizia verifica in particolare, prima della trasmissione della richiesta di estradizione alle autorità giudiziarie francesi per l'esecuzione, la regolarità della richiesta, in particolare riguardo alla prescrizione dei fatti e al carattere politico del reato». «Al momento», ha precisato il portavoce, «non abbiamo liste di persone coinvolte».
Ecco #DimmiLaVerità del 25 maggio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo i risultati elettorali e le ultime dichiarazioni di Vannacci.
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Dall’intelligenza artificiale ai microchip, fino alle restrizioni sui capitali americani: Pechino accelera verso l’autonomia tecnologica e risponde a Washington blindando startup e asset strategici.
Se si dovesse caratterizzare il confronto tra Stati Uniti e Cina in una frase, sarebbe senza dubbio una «corsa al primato tecnologico». Se fino a un decennio fa i ruoli delle due superpotenze erano ben delineati, con Washington leader dell’innovazione tecnologica e Pechino relegata al ruolo di inseguitrice, la situazione oggi è notevolmente cambiata. La corsa all’intelligenza artificiale, il quantum computing, le infrastrutture 6G, per finire con il settore dei microchip e delle terre rare, i campi di confronto tra Stati Uniti e Cina sono innumerevoli e il gap tra i due sempre più sottile; a rendere più ferrea la competizione c’è la convinzione, condivisa da entrambe le superpotenze, che il primato globale passi proprio dalla supremazia tecnologica.
Fino a qualche decennio fa non vi era dubbio che tale superiorità fosse saldamente nelle mani di Washington, la storia recente ci ha infatti abituato alle restrizioni di natura tecnologica imposte dagli Stati Uniti alla Cina; eppure gli ultimi tempi paiono aver segnato un radicale cambio di paradigma. A partire dallo scorso anno si sono fatti sempre più numerosi gli esempi in cui è stata Pechino ad agire per prima e a imporre divieti e restrizioni nel settore hi-tech. L’esempio più recente è quello relativo alla startup Manus AI, un’azienda di intelligenza artificiale fondata da ingegneri cinesi, che nel giugno 2025 aveva trasferito la propria sede legale a Singapore, pochi mesi dopo aver raccolto 75 milioni di dollari dal fondo americano Benchmark Capital.
L'obiettivo era presentarsi come un'azienda «pulita» agli occhi degli investitori americani, abbastanza distante da Pechino da poter essere acquisita da un colosso a stelle e strisce. Nel dicembre 2025, appena nove mesi dal suo lancio, Manus aveva infatti siglato un accordo di acquisizione con Meta (proprietaria di Whatsapp, Facebook e Instagram) per circa 2 miliardi di dollari. Un'operazione che sembrava il coronamento di una strategia brillante e che si è rivelata invece un boomerang. La Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma (NDRC), il massimo organo di pianificazione economica cinese, ha formalmente vietato l'acquisizione lo scorso aprile, ordinando alle parti di rescindere l'accordo. Il messaggio di Pechino era piuttosto chiaro: nessuna ricollocazione formale, per quanto ben orchestrata, avrebbe potuto sottrarre un'azienda strategica cinese al controllo dello Stato.
Le conseguenze del caso Manus non si sono limitate al solo blocco dell'acquisizione. Ad aprile 2026, i regolatori cinesi, tra cui la stessa NDRC, hanno ordinato ad alcune delle principali aziende IA del Paese (come Moonshot AI, StepFun e ByteDance) di rifiutare capitali di origine statunitense nei propri round di finanziamento, salvo esplicita approvazione governativa. Moonshot AI, impegnata in un possibile percorso verso la quotazione in borsa a Hong Kong, ha visto complicarsi drasticamente la propria pianificazione pre-IPO; mentre StepFun, sostenuta dal colosso tecnologico Tencent, ha ricevuto le stesse istruzioni.
Questo giro di vite sui capitali si inserisce però in una strategia più ampia di autonomia tecnologica, che Pechino sta costruendo sistematicamente da anni. Già a fine 2025, la Cyberspace Administration of China aveva emanato una direttiva con cui imponeva ai grandi gruppi tech nazionali di interrompere l'acquisto e l’implementazione dei chip Nvidia prodotti per il mercato cinese (ovvero depotenziati, come da restrizioni imposte dagli Stati Uniti), orientandosi verso soluzioni di produzione domestica. Il cerchio si è poi chiuso a dicembre, quando Pechino ha pubblicato la prima lista ufficiale di fornitori hardware IA approvati per il settore pubblico: un elenco che include esclusivamente giganti nazionali come Huawei, con la sua architettura di chip Ascend, e Cambricon, senza spazio alcuno per player stranieri.
Il risultato complessivo di questa escalation è la progressiva cristallizzazione di una nuova «cortina di ferro digitale». Il caso Manus rappresenta solo l'ultimo tassello di un mosaico fatto di veti incrociati, protezionismo tecnologico e nazionalizzazione degli asset strategici. Da un lato Washington restringe l'accesso ai chip avanzati e ai macchinari per costruirli; dall'altro Pechino risponde blindando le proprie startup e costruendo un ecosistema tecnologico autosufficiente e impermeabile. Il mercato globale della tecnologia si sta così frammentando in due blocchi contrapposti e sempre meno comunicanti.
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Domenica 24 maggio è stata una giornata particolare per gli artificieri del Genio dell’Esercito italiano. In tre diverse località italiane sono state fatte brillare tre bombe della Seconda guerra mondiale a Orbetello, Eboli e Livorno, tre centri pesantemente bersagliati a partire dai primi mesi del 1944, in quanto centri strategici situati lungo la linea difensiva Gustav.
Ad Orbetello, gli artificieri del reggimento Genio Ferrovieri di Castel Maggiore hanno disinnescato e brillato un ordigno di circa 215 kg, di cui 66 di tritolo, rinvenuto in un terreno nei pressi della strada statale Aurelia. Si trattava di una bomba largamente impiegata dagli Anglo-americani durante tutto il conflitto, denominata AN-M64 dall’Usaaf. Quell’ordigno, sganciato a poca distanza da quello che fu il quartier generale e «buen retiro» del maresciallo d’Italia Italo Balbo, fu verosimilmente sganciato nella tarda primavera del 1944 durante una serie di violente incursioni aeree sulla bassa Toscana, che avevano l’obiettivo di aprire la strada alle truppe di terra e di tagliare le comunicazioni ferroviarie e stradali ai tedeschi. I bombardamenti più violenti furono quelli del 28 aprile 1944 che causarono 40 vittime civili. Quel giorno i cacciabombardieri pesanti dell’82th Fighter Group dell’Usaf scortarono oltre 100 bombardieri pesanti decollati dalla Puglia ed appartenenti al 449th e 450th Bomb group che colpirono la zona di Orbetello fino a Porto Santo Stefano, tra cui la zona della strada Aurelia dove è stata ritrovata la bomba fatta brillare dagli specialisti del Reggimento Genio Ferrovieri di Castel Maggiore (Bologna). I militari hanno prima realizzato una struttura di protezione sul sito di ritrovamento, neutralizzando in seguito l'ordigno attraverso la rimozione del sistema di innesco con taglio idro-abrasivo a distanza di sicurezza, con la necessità di evacuare i residenti e interrompere il traffico sulla linea ferroviaria Roma-Pisa.
A Eboli, gli specialisti del 21° reggimento Genio Guastatori hanno distrutto in sicurezza una bomba d'aereo statunitense di tipo AN M30, rinvenuta all'interno di una cava. Si tratta di un ordigno di circa 45-50 Kg largamente utilizzato dagli Alleati. La Piana del Sele e l'area di Eboli sono state teatro di pesanti bombardamenti del 1943 durante l'Operazione «Avalanche», lo sbarco di Salerno. Durante i combattimenti dal 9 settembre al 1°ottobre 1943 nelle sole province di Salerno e Napoli furono sganciate più bombe dell’intera guerra d’Etiopia. Le bombe simili a quella ritrovata a Eboli erano spesso utilizzate da bombardieri medi, gli americani B-26 Marauder e B-25 Mitchell, che infierirono per tutta l’estate del 1943 sull’area del Sele, mentre il 4 e il 5 agosto un bombardamento notturno della Raf rase al suolo quasi l’80% dei fabbricati di Eboli. L’ordigno è stato trovato nei pressi del cimitero della confinante Battipaglia, lungo la statale 19.
Complicata l’operazione di bonifica di Livorno, dove gli artificieri del 2° reggimento Genio Pontieri di Piacenza hanno neutralizzato una granata d'artiglieria al fosforo del peso di circa 50 kg, trovata a circa 8 metri d'altezza su un macchinario di un impianto di recupero inerti e finita accidentalmente nel ciclo di lavorazione con il rischio elevato di contaminazione ed hanno così operato in quota per inertizzare la granata direttamente nella posizione in cui si trovava, collocandola in una cassa piena di terra imbevuta d'acqua, per poi calarla a terra mediante una piattaforma di lavoro elevabile e procedere alla combustione controllata del fosforo residuo. Le granate al fosforo ebbero largo impiego durante la Campagna d’Italia con scopi molteplici: per marcare un’obiettivo, per creare una cortina fumogena immediata o per bonificare aree nemiche tramite un’arma incendiaria con effetti devastanti sul corpo umano, date le temperature elevatissime raggiunte durante la combustione (tra gli 800 e i 1300°C).
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