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2022-12-18
L’eurocrate che siglò i contratti segreti sui vaccini ora invoca la «trasparenza»
Ursula von der Leyen (Ansa)
Torna in mente un aforisma, erroneamente attribuito al Mahatma Gandhi: «Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci». E se non vinci, almeno ti danno ragione.
Vi ricordate Sandra Gallina? Era il capo negoziatore dell’Ue nelle trattative con Big pharma. L’eurocrate che doveva procurarci i vaccini anti Covid. E che mise il timbro sui contratti segreti con Pfizer & c. Contratti attorno ai quali permane ancora un alone di mistero, visto che persino gli stralci pubblicati erano pieni di omissis. Ecco, noi lo scriviamo da tempo immemore, che su quelle carte - e sulle trattative condotte con i produttori dei medicinali - occorrerebbe fare chiarezza. Venerdì sera, praticamente, l’ha ammesso pure lei. Folgorata sulla via di Bruxelles.
Ospite di Sky Tg24 - Live in Bergamo, la Gallina ha spiegato che lei è favorevole alla «trasparenza». Per essere precisi, ha sostenuto che «bisognerebbe veramente far la trasparenza sin dall’inizio». È l’unico errore che si rimprovera la donna alla quale Ursula von der Leyen aveva affidato un incarico tanto delicato, in una fase storica drammatica. Per il resto, un successo memorabile. L’esperta «laureata alla scuola interpreti» - così la schernì Roberto Burioni - ha dunque rivendicato «una cosa fantastica, segno di grande equità»: la Commissione stabilì di distribuire i vaccini «secondo la popolazione degli Stati membri» e non «secondo il reddito». Ne consegue che, tra i vertici europei, fosse balenata l’idea di far pagare di più le dosi ai Paesi con il Pil più elevato? Per averne la certezza, ci vorrebbe trasparenza sui processi decisionali in Europa...
Certo, la tirata di Gallina somiglia un po’ a quella di un marito che, dopo aver tradito la moglie, invoca una legge severa contro l’adulterio. O di un automobilista indisciplinato, che viaggia a 200 orari in autostrada e poi reclama multe salate per chi viola i limiti di velocità. Compiuta la marachella, sono tutti bravi a moraleggiare. Ergersi a paladini del controllo esercitato dall’opinione pubblica è facile, una volta che ogni possibilità di vigilanza esterna è stata già preclusa.
«Io», ha garantito Gallina, «non ho alcun dubbio» sul principio. Il problema è che «sono sottoposta a questo vincolo del segreto commerciale nei contratti». Suo malgrado, s’intende. Non possiamo mica fargliene una colpa: «Questo è stato un elemento che, nel momento del negoziato, dovete anche capire. Le case farmaceutiche non volevano parlare dei rispettivi contratti in modo aperto».
Dobbiamo capire: se cercavamo le dosi per salvarci la pelle, non potevamo pretendere di sottrarci alle condizioni imposte dalle aziende. Al che uno si domanda: ma a cosa serve l’Europa, con tutta la sua autorevolezza, con tutto il suo spirito solidale, se alla fine, a dettar legge, sono comunque le multinazionali? Bisognava scomodare Ursula e Gallina, per obbedire ai diktat delle compagnie?
Il passato è passato. Ma adesso, oltre a modificare gli accordi con Big pharma, alla luce della sovrabbondanza di fiale, si potrebbe svelare ciò che prima era coperto da clausole di riservatezza? Qualcuno ci dice quanto sono costati i vaccini? E per quale ragione abbiamo ordinato dieci dosi per cittadini Ue?
Ricevere risposte è arduo. La funzionaria Ue, incalzata sulla questione, ha alzato le mani: «Io non posso decidere, perché questa è una legge». Basta ci dica che è «sempre d’accordo per la trasparenza», affinché ci scordiamo delle eurobraghe calate al cospetto di giganti del farmaco, lontano dai riflettori? Se ci tiene sul serio alla limpidezza delle istituzioni, illustre Gallina, come mai non porta avanti tale nobile campagna? Una legge si può cambiare. E un conto è che, a insistere per la libera consultazione dei documenti, siano umili giornalisti; un conto è che si metta a tuonare il capo negoziatore dell’Europa. Anche se, a quanto pare, il contributo della signora Gallina è stato meno dirimente di quello dei messaggini della von der Leyen. A sbloccare le consegne delle fiale già promesse, nella primavera del 2021, intervenne difatti la numero uno della Commissione in persona. Prese in mano il telefono e tenne una fitta corrispondenza con l’amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla. Soltanto che - la vedete, la trasparenza? - quelle conversazioni sono sparite. Ciò è stato riferito al difensore civico europeo, che aveva chiesto di consultarle. Nessuno le ha messe agli atti e Ursula le ha perse. Succede. E siccome è successo, perché, anziché chiocciare in tv a proposito del suo amore per la trasparenza, la Gallina non dà battaglia? Non sarebbe un atto di trasparenza rivelare cosa si sono detti von der Leyen e Bourla?
Su quella vicenda, è in corso un’indagine dell’Europrocura. Nel frattempo, l’ex capo negoziatore, in nome della trasparenza, potrebbe sollecitare il Ceo di Pfizer a farsi vivo con la commissione d’inchiesta sulla pandemia, messa in piedi dal Parlamento Ue. I deputati lo hanno invitato due volte e per due volte lui ha dato buca. La trasparenza, magari, non s’è potuta fare «sin dall’inizio», come avrebbe desiderato Gallina. Almeno, possiamo farla alla fine?
Berlino: «Stop alle dosi in consegna»
La Germania non vuole altre dosi di vaccini anti Covid. Ne ha in eccesso. Handelsblatt, quotidiano tedesco di economia e finanza, sostiene di aver in mano il documento con il quale il ministero della Salute ha fissato l’obbligo di acquisto, da contratti europei, a 119 milioni di dosi per il solo 2023, con costi «dell’ordine di miliardi di euro», però c’è ancora troppo vaccino non somministrato.
Il governo federale, allora, sta cambiando strategia. «Sono in corso trattative per annullare o ridurre gli ordini aggiuntivi per il 2023 e il 2024 effettuati tramite la Commissione Ue» scrive il giornale. In tutto, si tratta di 160 milioni di ulteriori dosi.
Che nella nazione dove ha sede Biontech, produttrice assieme a Pfizer del primo vaccino anti Covid approvato per uso d’emergenza, si dica basta a nuove forniture, è una notizia ghiotta. E che fa ben sperare nel ravvedimento di altri governi, impegnati all’inverosimile in acquisti seguendo le decisioni della presidente Ursula von der Leyen.
La Germania si è stancata di buttare via dosi e, per le imponenti scorte accumulate, ora si ritrova con milioni di fialette che stanno per scadere, scrive Handelsblatt. Malgrado le insistenze del ministro della Salute, Karl Lauterbach, la campagna vaccinale per i doppi richiami fatica, infatti, a decollare.
Sugli approfondimenti di Heute, programma della televisione pubblica tedesca Zdf, due giorni fa sono stati pubblicati i dati relativi al numero dei vaccinati in Germania in base alle dosi fatte, forniti dal Robert Koch Institute (Rki). Al 17 dicembre, 64,8 milioni di tedeschi (77,9%) avevano fatto la prima dose; 63,5 milioni (76,3%) la seconda; 52,1 milioni (62,5%) la terza; e 12,1 milioni (14,6%) la quarta.
Escludendo i bimbi di età inferiore ai 5 anni, per i quali grazie al cielo in Europa non è ancora stato autorizzato l’inoculo, in Germania ci sono 14 milioni di persone non vaccinate (il 17% della popolazione). Gli over 60 ai quali è stato inoculato il secondo richiamo sono il 37,8%, mentre nella fascia 18-59 anni solo il 6,3% si è fatto convinto della quarta punturina.
A un ritmo così lento, milioni di dosi acquistate non saranno più utilizzabili nel giro di pochissimo tempo, per questo il governo federale tedesco «è in fase di negoziazione con la Commissione europea». Dal prossimo anno, inoltre, sarà modificato anche l’approvvigionamento. «Dall’acquisto, da parte della “sezione centrale crisi” attivata del governo federale, si passerà all’approvvigionamento regolare come per altri vaccini», ha fatto sapere il ministero della Salute, che comunque non riconosce eccessi di valutazione delle scorte necessarie, compiute da inizio vaccinazione. Sostiene che «la strategia perseguita dal precedente governo federale, di creare un portafoglio di diversi vaccini, era corretta».
Il ripensamento sul fronte nuovi acquisti, avviene in Germania nonostante il rialzo dei contagi (+ 7% la scorsa settimana, secondo il rapporto di giovedì sera del Rki), che si registra pure nei Länder. A settembre, Focus, sbugiardò la falsa comunicazione sul doppio richiamo del ministro Lauterbach. «Circa il 10% delle persone che si ammalano in Germania vengono curate negli ospedali a causa di un grave decorso del Covid-19», aveva fatto scrivere. Invece erano vecchi numeri, con i dati dalla primavera 2020 al febbraio 2021.
Nel pieghevole, inoltre si leggeva: «Ora sappiamo che un’infezione da Covid può portare a danni cerebrali e, nel peggiore dei casi, alla demenza. Con la seconda vaccinazione di richiamo, l’individuo può ridurre significativamente la probabilità di tali effetti a lungo termine».
Non lo stanno ascoltando, e la Germania taglia gli acquisti di nuove dosi.
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Sandra Gallina, delegata Ue, si accorge che le trattative furono opache. Chieda a Ursula von der Leyen di mostrare i messaggi col capo di Pfizer.Berlino: «Stop alle dosi in consegna». Fiale in scadenza, richiami al palo: la Germania negozia per fermare le forniture fissate da Bruxelles per il biennio 2023-2024. «Impegno di spesa da miliardi di euro».Lo speciale comprende due articoli.Torna in mente un aforisma, erroneamente attribuito al Mahatma Gandhi: «Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci». E se non vinci, almeno ti danno ragione. Vi ricordate Sandra Gallina? Era il capo negoziatore dell’Ue nelle trattative con Big pharma. L’eurocrate che doveva procurarci i vaccini anti Covid. E che mise il timbro sui contratti segreti con Pfizer & c. Contratti attorno ai quali permane ancora un alone di mistero, visto che persino gli stralci pubblicati erano pieni di omissis. Ecco, noi lo scriviamo da tempo immemore, che su quelle carte - e sulle trattative condotte con i produttori dei medicinali - occorrerebbe fare chiarezza. Venerdì sera, praticamente, l’ha ammesso pure lei. Folgorata sulla via di Bruxelles. Ospite di Sky Tg24 - Live in Bergamo, la Gallina ha spiegato che lei è favorevole alla «trasparenza». Per essere precisi, ha sostenuto che «bisognerebbe veramente far la trasparenza sin dall’inizio». È l’unico errore che si rimprovera la donna alla quale Ursula von der Leyen aveva affidato un incarico tanto delicato, in una fase storica drammatica. Per il resto, un successo memorabile. L’esperta «laureata alla scuola interpreti» - così la schernì Roberto Burioni - ha dunque rivendicato «una cosa fantastica, segno di grande equità»: la Commissione stabilì di distribuire i vaccini «secondo la popolazione degli Stati membri» e non «secondo il reddito». Ne consegue che, tra i vertici europei, fosse balenata l’idea di far pagare di più le dosi ai Paesi con il Pil più elevato? Per averne la certezza, ci vorrebbe trasparenza sui processi decisionali in Europa... Certo, la tirata di Gallina somiglia un po’ a quella di un marito che, dopo aver tradito la moglie, invoca una legge severa contro l’adulterio. O di un automobilista indisciplinato, che viaggia a 200 orari in autostrada e poi reclama multe salate per chi viola i limiti di velocità. Compiuta la marachella, sono tutti bravi a moraleggiare. Ergersi a paladini del controllo esercitato dall’opinione pubblica è facile, una volta che ogni possibilità di vigilanza esterna è stata già preclusa. «Io», ha garantito Gallina, «non ho alcun dubbio» sul principio. Il problema è che «sono sottoposta a questo vincolo del segreto commerciale nei contratti». Suo malgrado, s’intende. Non possiamo mica fargliene una colpa: «Questo è stato un elemento che, nel momento del negoziato, dovete anche capire. Le case farmaceutiche non volevano parlare dei rispettivi contratti in modo aperto». Dobbiamo capire: se cercavamo le dosi per salvarci la pelle, non potevamo pretendere di sottrarci alle condizioni imposte dalle aziende. Al che uno si domanda: ma a cosa serve l’Europa, con tutta la sua autorevolezza, con tutto il suo spirito solidale, se alla fine, a dettar legge, sono comunque le multinazionali? Bisognava scomodare Ursula e Gallina, per obbedire ai diktat delle compagnie? Il passato è passato. Ma adesso, oltre a modificare gli accordi con Big pharma, alla luce della sovrabbondanza di fiale, si potrebbe svelare ciò che prima era coperto da clausole di riservatezza? Qualcuno ci dice quanto sono costati i vaccini? E per quale ragione abbiamo ordinato dieci dosi per cittadini Ue? Ricevere risposte è arduo. La funzionaria Ue, incalzata sulla questione, ha alzato le mani: «Io non posso decidere, perché questa è una legge». Basta ci dica che è «sempre d’accordo per la trasparenza», affinché ci scordiamo delle eurobraghe calate al cospetto di giganti del farmaco, lontano dai riflettori? Se ci tiene sul serio alla limpidezza delle istituzioni, illustre Gallina, come mai non porta avanti tale nobile campagna? Una legge si può cambiare. E un conto è che, a insistere per la libera consultazione dei documenti, siano umili giornalisti; un conto è che si metta a tuonare il capo negoziatore dell’Europa. Anche se, a quanto pare, il contributo della signora Gallina è stato meno dirimente di quello dei messaggini della von der Leyen. A sbloccare le consegne delle fiale già promesse, nella primavera del 2021, intervenne difatti la numero uno della Commissione in persona. Prese in mano il telefono e tenne una fitta corrispondenza con l’amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla. Soltanto che - la vedete, la trasparenza? - quelle conversazioni sono sparite. Ciò è stato riferito al difensore civico europeo, che aveva chiesto di consultarle. Nessuno le ha messe agli atti e Ursula le ha perse. Succede. E siccome è successo, perché, anziché chiocciare in tv a proposito del suo amore per la trasparenza, la Gallina non dà battaglia? Non sarebbe un atto di trasparenza rivelare cosa si sono detti von der Leyen e Bourla? Su quella vicenda, è in corso un’indagine dell’Europrocura. Nel frattempo, l’ex capo negoziatore, in nome della trasparenza, potrebbe sollecitare il Ceo di Pfizer a farsi vivo con la commissione d’inchiesta sulla pandemia, messa in piedi dal Parlamento Ue. I deputati lo hanno invitato due volte e per due volte lui ha dato buca. La trasparenza, magari, non s’è potuta fare «sin dall’inizio», come avrebbe desiderato Gallina. 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Il governo federale, allora, sta cambiando strategia. «Sono in corso trattative per annullare o ridurre gli ordini aggiuntivi per il 2023 e il 2024 effettuati tramite la Commissione Ue» scrive il giornale. In tutto, si tratta di 160 milioni di ulteriori dosi. Che nella nazione dove ha sede Biontech, produttrice assieme a Pfizer del primo vaccino anti Covid approvato per uso d’emergenza, si dica basta a nuove forniture, è una notizia ghiotta. E che fa ben sperare nel ravvedimento di altri governi, impegnati all’inverosimile in acquisti seguendo le decisioni della presidente Ursula von der Leyen. La Germania si è stancata di buttare via dosi e, per le imponenti scorte accumulate, ora si ritrova con milioni di fialette che stanno per scadere, scrive Handelsblatt. Malgrado le insistenze del ministro della Salute, Karl Lauterbach, la campagna vaccinale per i doppi richiami fatica, infatti, a decollare. Sugli approfondimenti di Heute, programma della televisione pubblica tedesca Zdf, due giorni fa sono stati pubblicati i dati relativi al numero dei vaccinati in Germania in base alle dosi fatte, forniti dal Robert Koch Institute (Rki). Al 17 dicembre, 64,8 milioni di tedeschi (77,9%) avevano fatto la prima dose; 63,5 milioni (76,3%) la seconda; 52,1 milioni (62,5%) la terza; e 12,1 milioni (14,6%) la quarta. Escludendo i bimbi di età inferiore ai 5 anni, per i quali grazie al cielo in Europa non è ancora stato autorizzato l’inoculo, in Germania ci sono 14 milioni di persone non vaccinate (il 17% della popolazione). Gli over 60 ai quali è stato inoculato il secondo richiamo sono il 37,8%, mentre nella fascia 18-59 anni solo il 6,3% si è fatto convinto della quarta punturina. A un ritmo così lento, milioni di dosi acquistate non saranno più utilizzabili nel giro di pochissimo tempo, per questo il governo federale tedesco «è in fase di negoziazione con la Commissione europea». Dal prossimo anno, inoltre, sarà modificato anche l’approvvigionamento. «Dall’acquisto, da parte della “sezione centrale crisi” attivata del governo federale, si passerà all’approvvigionamento regolare come per altri vaccini», ha fatto sapere il ministero della Salute, che comunque non riconosce eccessi di valutazione delle scorte necessarie, compiute da inizio vaccinazione. Sostiene che «la strategia perseguita dal precedente governo federale, di creare un portafoglio di diversi vaccini, era corretta». Il ripensamento sul fronte nuovi acquisti, avviene in Germania nonostante il rialzo dei contagi (+ 7% la scorsa settimana, secondo il rapporto di giovedì sera del Rki), che si registra pure nei Länder. A settembre, Focus, sbugiardò la falsa comunicazione sul doppio richiamo del ministro Lauterbach. «Circa il 10% delle persone che si ammalano in Germania vengono curate negli ospedali a causa di un grave decorso del Covid-19», aveva fatto scrivere. Invece erano vecchi numeri, con i dati dalla primavera 2020 al febbraio 2021. Nel pieghevole, inoltre si leggeva: «Ora sappiamo che un’infezione da Covid può portare a danni cerebrali e, nel peggiore dei casi, alla demenza. Con la seconda vaccinazione di richiamo, l’individuo può ridurre significativamente la probabilità di tali effetti a lungo termine». Non lo stanno ascoltando, e la Germania taglia gli acquisti di nuove dosi.
(Getty Images)
Dalla Farnesina fanno sapere che «tutti i partecipanti alla Flotilla sono in corso di trasferimento da Ketziot a Eilat per l’imbarco sui charter Turkish verso Istanbul».
Ecco cosa racconta Carotenuto. Il deputato mostra il braccialetto con il «numero di matricola», fatto indossare durante il fermo: «Io avevo il numero 147», dice. «A noi è andata bene perché altri sono stati torturati, anche le donne e le persone anziane. Qualcuno ha riportato fratture, altri erano bendati e ricevevano colpi in faccia. Ho sentito donne denunciare violenze sessuali. Sono molto provato, è stata un’esperienza terribile», riferisce il parlamentare al suo arrivo a Fiumicino. Con il parlamentare è atterrato in Italia anche l’inviato del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani. «Quando ci hanno portati sul container», rivela ancora il deputato, «gli israeliani ci hanno detto: “Welcome to Israe” e ci hanno picchiato. A me hanno dato un pugno in un occhio e per un po’ non ci ho più visto. Molte persone sono state portate in infermeria, alcuni erano messi molto male. A un certo punto ci hanno chiamato, ci hanno fatto avanzare, ci hanno fatto voltare. Avevano i mitra spianati: è stato il momento peggiore della mia vita».
Poi il racconto della cattura: «Gli israeliani sono arrivati a tutta velocità alla nostra barca con tre motoscafi militari e un dispiego di forze impressionante. Ci hanno costretto a salire su gommoni e portati su una nave, dove ci hanno scaraventati a terra, bendati e legati. Ho le ginocchia frantumate, ci hanno messo su di una balaustra di un centimetro, di traverso, con le mani legate, per poi portarci su una nave-carcere. Ci hanno umiliati, facendoci spogliare per prendere freddo e poi per mandarci in un container, una panic room, dove, al buio, tre energumeni ci hanno picchiato».
Mantovani aggiunge: «Ci trovavamo sulla barca, a un certo punto ci hanno sparato addosso non so con quale tipo di proiettili per farci mettere tutti nella parte anteriore. Quindi ci hanno fatto sbarcare: ammanettati e con le caviglie incatenate. Sono stato anche spogliato e mi hanno tolto gli occhiali. Ci hanno anche preso a calci. Eravamo circa 180». Grazie a un telefono messo a disposizione dall’ambasciata italiana, Mantovani ha potuto contattare la famiglia.
Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, sorride soddisfatto: «Benvenuti in Israele, noi siamo i padroni di casa», dice in ebraico. Anche il ministro dei Trasporti, Miri Regev, li deride: «Attivisti ubriachi e drogati, sostenitori del terrorismo che tentano di violare la sovranità dello Stato d’Israele. Il loro posto è in carcere».
Ma le reazioni non si fanno attendere. Dopo le parole di sdegno del capo dello Stato, Sergio Mattarella, del premier Giorgia Meloni, che definisce questo comportamento «inaccettabile», e la convocazione dell’ambasciatore israeliano a Roma da parte del ministero degli Esteri, Antonio Tajani, lo stesso vicepremier ieri ha annunciato su X che «a nome del governo italiano ho formalmente chiesto all’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, di includere nella prossima discussione dei ministri degli Esteri europei l’adozione di sanzioni contro il ministro Ben-Gvir “per la violazione dei più elementari diritti umani”». Sulla polemica dei biglietti aerei di ritorno degli attivisti Tajani taglia corto: «Così come potevano sono andati e così come potevano possono ritornare, non è quello il problema, non è lo Stato che deve pagare. Noi li abbiamo assistiti in tutti i modi possibili. Il problema è come sono stati trattati là».
La Procura di Roma ha anche aperto un’indagine acquisendo i video dove si vedono i partecipanti inginocchiati e derisi dal ministro Ben-Gvir. Il filmato finirà nel procedimento nel quale i magistrati allegheranno anche le audizioni dei 29 attivisti già rientrati in Italia che verranno ascoltati dagli inquirenti. Inoltre, il team legale della Flotilla ha presentato un esposto alla Procura di Roma in cui si ipotizza il reato di sequestro di persona.
L’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, cerca di mediare: «I fatti di ieri non rappresentano i principi e i valori d’Israele».
In tutto questo, la Farnesina fa sapere che negli ultimi due giorni l’Italia ha votato a favore di due risoluzioni sulle «condizioni sanitarie nel territorio palestinese occupato e nel Golan siriano», adottate a Ginevra durante la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità. Quel che si chiede all’Oms è di sostenere il sistema sanitario palestinese, rivolgendo un appello a Israele affinché garantisca le operazioni umanitarie e protegga medici e infermieri.
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Ansa
Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
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La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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