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2022-12-18
L’eurocrate che siglò i contratti segreti sui vaccini ora invoca la «trasparenza»
Ursula von der Leyen (Ansa)
Torna in mente un aforisma, erroneamente attribuito al Mahatma Gandhi: «Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci». E se non vinci, almeno ti danno ragione.
Vi ricordate Sandra Gallina? Era il capo negoziatore dell’Ue nelle trattative con Big pharma. L’eurocrate che doveva procurarci i vaccini anti Covid. E che mise il timbro sui contratti segreti con Pfizer & c. Contratti attorno ai quali permane ancora un alone di mistero, visto che persino gli stralci pubblicati erano pieni di omissis. Ecco, noi lo scriviamo da tempo immemore, che su quelle carte - e sulle trattative condotte con i produttori dei medicinali - occorrerebbe fare chiarezza. Venerdì sera, praticamente, l’ha ammesso pure lei. Folgorata sulla via di Bruxelles.
Ospite di Sky Tg24 - Live in Bergamo, la Gallina ha spiegato che lei è favorevole alla «trasparenza». Per essere precisi, ha sostenuto che «bisognerebbe veramente far la trasparenza sin dall’inizio». È l’unico errore che si rimprovera la donna alla quale Ursula von der Leyen aveva affidato un incarico tanto delicato, in una fase storica drammatica. Per il resto, un successo memorabile. L’esperta «laureata alla scuola interpreti» - così la schernì Roberto Burioni - ha dunque rivendicato «una cosa fantastica, segno di grande equità»: la Commissione stabilì di distribuire i vaccini «secondo la popolazione degli Stati membri» e non «secondo il reddito». Ne consegue che, tra i vertici europei, fosse balenata l’idea di far pagare di più le dosi ai Paesi con il Pil più elevato? Per averne la certezza, ci vorrebbe trasparenza sui processi decisionali in Europa...
Certo, la tirata di Gallina somiglia un po’ a quella di un marito che, dopo aver tradito la moglie, invoca una legge severa contro l’adulterio. O di un automobilista indisciplinato, che viaggia a 200 orari in autostrada e poi reclama multe salate per chi viola i limiti di velocità. Compiuta la marachella, sono tutti bravi a moraleggiare. Ergersi a paladini del controllo esercitato dall’opinione pubblica è facile, una volta che ogni possibilità di vigilanza esterna è stata già preclusa.
«Io», ha garantito Gallina, «non ho alcun dubbio» sul principio. Il problema è che «sono sottoposta a questo vincolo del segreto commerciale nei contratti». Suo malgrado, s’intende. Non possiamo mica fargliene una colpa: «Questo è stato un elemento che, nel momento del negoziato, dovete anche capire. Le case farmaceutiche non volevano parlare dei rispettivi contratti in modo aperto».
Dobbiamo capire: se cercavamo le dosi per salvarci la pelle, non potevamo pretendere di sottrarci alle condizioni imposte dalle aziende. Al che uno si domanda: ma a cosa serve l’Europa, con tutta la sua autorevolezza, con tutto il suo spirito solidale, se alla fine, a dettar legge, sono comunque le multinazionali? Bisognava scomodare Ursula e Gallina, per obbedire ai diktat delle compagnie?
Il passato è passato. Ma adesso, oltre a modificare gli accordi con Big pharma, alla luce della sovrabbondanza di fiale, si potrebbe svelare ciò che prima era coperto da clausole di riservatezza? Qualcuno ci dice quanto sono costati i vaccini? E per quale ragione abbiamo ordinato dieci dosi per cittadini Ue?
Ricevere risposte è arduo. La funzionaria Ue, incalzata sulla questione, ha alzato le mani: «Io non posso decidere, perché questa è una legge». Basta ci dica che è «sempre d’accordo per la trasparenza», affinché ci scordiamo delle eurobraghe calate al cospetto di giganti del farmaco, lontano dai riflettori? Se ci tiene sul serio alla limpidezza delle istituzioni, illustre Gallina, come mai non porta avanti tale nobile campagna? Una legge si può cambiare. E un conto è che, a insistere per la libera consultazione dei documenti, siano umili giornalisti; un conto è che si metta a tuonare il capo negoziatore dell’Europa. Anche se, a quanto pare, il contributo della signora Gallina è stato meno dirimente di quello dei messaggini della von der Leyen. A sbloccare le consegne delle fiale già promesse, nella primavera del 2021, intervenne difatti la numero uno della Commissione in persona. Prese in mano il telefono e tenne una fitta corrispondenza con l’amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla. Soltanto che - la vedete, la trasparenza? - quelle conversazioni sono sparite. Ciò è stato riferito al difensore civico europeo, che aveva chiesto di consultarle. Nessuno le ha messe agli atti e Ursula le ha perse. Succede. E siccome è successo, perché, anziché chiocciare in tv a proposito del suo amore per la trasparenza, la Gallina non dà battaglia? Non sarebbe un atto di trasparenza rivelare cosa si sono detti von der Leyen e Bourla?
Su quella vicenda, è in corso un’indagine dell’Europrocura. Nel frattempo, l’ex capo negoziatore, in nome della trasparenza, potrebbe sollecitare il Ceo di Pfizer a farsi vivo con la commissione d’inchiesta sulla pandemia, messa in piedi dal Parlamento Ue. I deputati lo hanno invitato due volte e per due volte lui ha dato buca. La trasparenza, magari, non s’è potuta fare «sin dall’inizio», come avrebbe desiderato Gallina. Almeno, possiamo farla alla fine?
Berlino: «Stop alle dosi in consegna»
La Germania non vuole altre dosi di vaccini anti Covid. Ne ha in eccesso. Handelsblatt, quotidiano tedesco di economia e finanza, sostiene di aver in mano il documento con il quale il ministero della Salute ha fissato l’obbligo di acquisto, da contratti europei, a 119 milioni di dosi per il solo 2023, con costi «dell’ordine di miliardi di euro», però c’è ancora troppo vaccino non somministrato.
Il governo federale, allora, sta cambiando strategia. «Sono in corso trattative per annullare o ridurre gli ordini aggiuntivi per il 2023 e il 2024 effettuati tramite la Commissione Ue» scrive il giornale. In tutto, si tratta di 160 milioni di ulteriori dosi.
Che nella nazione dove ha sede Biontech, produttrice assieme a Pfizer del primo vaccino anti Covid approvato per uso d’emergenza, si dica basta a nuove forniture, è una notizia ghiotta. E che fa ben sperare nel ravvedimento di altri governi, impegnati all’inverosimile in acquisti seguendo le decisioni della presidente Ursula von der Leyen.
La Germania si è stancata di buttare via dosi e, per le imponenti scorte accumulate, ora si ritrova con milioni di fialette che stanno per scadere, scrive Handelsblatt. Malgrado le insistenze del ministro della Salute, Karl Lauterbach, la campagna vaccinale per i doppi richiami fatica, infatti, a decollare.
Sugli approfondimenti di Heute, programma della televisione pubblica tedesca Zdf, due giorni fa sono stati pubblicati i dati relativi al numero dei vaccinati in Germania in base alle dosi fatte, forniti dal Robert Koch Institute (Rki). Al 17 dicembre, 64,8 milioni di tedeschi (77,9%) avevano fatto la prima dose; 63,5 milioni (76,3%) la seconda; 52,1 milioni (62,5%) la terza; e 12,1 milioni (14,6%) la quarta.
Escludendo i bimbi di età inferiore ai 5 anni, per i quali grazie al cielo in Europa non è ancora stato autorizzato l’inoculo, in Germania ci sono 14 milioni di persone non vaccinate (il 17% della popolazione). Gli over 60 ai quali è stato inoculato il secondo richiamo sono il 37,8%, mentre nella fascia 18-59 anni solo il 6,3% si è fatto convinto della quarta punturina.
A un ritmo così lento, milioni di dosi acquistate non saranno più utilizzabili nel giro di pochissimo tempo, per questo il governo federale tedesco «è in fase di negoziazione con la Commissione europea». Dal prossimo anno, inoltre, sarà modificato anche l’approvvigionamento. «Dall’acquisto, da parte della “sezione centrale crisi” attivata del governo federale, si passerà all’approvvigionamento regolare come per altri vaccini», ha fatto sapere il ministero della Salute, che comunque non riconosce eccessi di valutazione delle scorte necessarie, compiute da inizio vaccinazione. Sostiene che «la strategia perseguita dal precedente governo federale, di creare un portafoglio di diversi vaccini, era corretta».
Il ripensamento sul fronte nuovi acquisti, avviene in Germania nonostante il rialzo dei contagi (+ 7% la scorsa settimana, secondo il rapporto di giovedì sera del Rki), che si registra pure nei Länder. A settembre, Focus, sbugiardò la falsa comunicazione sul doppio richiamo del ministro Lauterbach. «Circa il 10% delle persone che si ammalano in Germania vengono curate negli ospedali a causa di un grave decorso del Covid-19», aveva fatto scrivere. Invece erano vecchi numeri, con i dati dalla primavera 2020 al febbraio 2021.
Nel pieghevole, inoltre si leggeva: «Ora sappiamo che un’infezione da Covid può portare a danni cerebrali e, nel peggiore dei casi, alla demenza. Con la seconda vaccinazione di richiamo, l’individuo può ridurre significativamente la probabilità di tali effetti a lungo termine».
Non lo stanno ascoltando, e la Germania taglia gli acquisti di nuove dosi.
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Sandra Gallina, delegata Ue, si accorge che le trattative furono opache. Chieda a Ursula von der Leyen di mostrare i messaggi col capo di Pfizer.Berlino: «Stop alle dosi in consegna». Fiale in scadenza, richiami al palo: la Germania negozia per fermare le forniture fissate da Bruxelles per il biennio 2023-2024. «Impegno di spesa da miliardi di euro».Lo speciale comprende due articoli.Torna in mente un aforisma, erroneamente attribuito al Mahatma Gandhi: «Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci». E se non vinci, almeno ti danno ragione. Vi ricordate Sandra Gallina? Era il capo negoziatore dell’Ue nelle trattative con Big pharma. L’eurocrate che doveva procurarci i vaccini anti Covid. E che mise il timbro sui contratti segreti con Pfizer & c. Contratti attorno ai quali permane ancora un alone di mistero, visto che persino gli stralci pubblicati erano pieni di omissis. Ecco, noi lo scriviamo da tempo immemore, che su quelle carte - e sulle trattative condotte con i produttori dei medicinali - occorrerebbe fare chiarezza. Venerdì sera, praticamente, l’ha ammesso pure lei. Folgorata sulla via di Bruxelles. Ospite di Sky Tg24 - Live in Bergamo, la Gallina ha spiegato che lei è favorevole alla «trasparenza». Per essere precisi, ha sostenuto che «bisognerebbe veramente far la trasparenza sin dall’inizio». È l’unico errore che si rimprovera la donna alla quale Ursula von der Leyen aveva affidato un incarico tanto delicato, in una fase storica drammatica. Per il resto, un successo memorabile. L’esperta «laureata alla scuola interpreti» - così la schernì Roberto Burioni - ha dunque rivendicato «una cosa fantastica, segno di grande equità»: la Commissione stabilì di distribuire i vaccini «secondo la popolazione degli Stati membri» e non «secondo il reddito». Ne consegue che, tra i vertici europei, fosse balenata l’idea di far pagare di più le dosi ai Paesi con il Pil più elevato? Per averne la certezza, ci vorrebbe trasparenza sui processi decisionali in Europa... Certo, la tirata di Gallina somiglia un po’ a quella di un marito che, dopo aver tradito la moglie, invoca una legge severa contro l’adulterio. O di un automobilista indisciplinato, che viaggia a 200 orari in autostrada e poi reclama multe salate per chi viola i limiti di velocità. Compiuta la marachella, sono tutti bravi a moraleggiare. Ergersi a paladini del controllo esercitato dall’opinione pubblica è facile, una volta che ogni possibilità di vigilanza esterna è stata già preclusa. «Io», ha garantito Gallina, «non ho alcun dubbio» sul principio. Il problema è che «sono sottoposta a questo vincolo del segreto commerciale nei contratti». Suo malgrado, s’intende. Non possiamo mica fargliene una colpa: «Questo è stato un elemento che, nel momento del negoziato, dovete anche capire. Le case farmaceutiche non volevano parlare dei rispettivi contratti in modo aperto». Dobbiamo capire: se cercavamo le dosi per salvarci la pelle, non potevamo pretendere di sottrarci alle condizioni imposte dalle aziende. Al che uno si domanda: ma a cosa serve l’Europa, con tutta la sua autorevolezza, con tutto il suo spirito solidale, se alla fine, a dettar legge, sono comunque le multinazionali? Bisognava scomodare Ursula e Gallina, per obbedire ai diktat delle compagnie? Il passato è passato. Ma adesso, oltre a modificare gli accordi con Big pharma, alla luce della sovrabbondanza di fiale, si potrebbe svelare ciò che prima era coperto da clausole di riservatezza? Qualcuno ci dice quanto sono costati i vaccini? E per quale ragione abbiamo ordinato dieci dosi per cittadini Ue? Ricevere risposte è arduo. La funzionaria Ue, incalzata sulla questione, ha alzato le mani: «Io non posso decidere, perché questa è una legge». Basta ci dica che è «sempre d’accordo per la trasparenza», affinché ci scordiamo delle eurobraghe calate al cospetto di giganti del farmaco, lontano dai riflettori? Se ci tiene sul serio alla limpidezza delle istituzioni, illustre Gallina, come mai non porta avanti tale nobile campagna? Una legge si può cambiare. E un conto è che, a insistere per la libera consultazione dei documenti, siano umili giornalisti; un conto è che si metta a tuonare il capo negoziatore dell’Europa. Anche se, a quanto pare, il contributo della signora Gallina è stato meno dirimente di quello dei messaggini della von der Leyen. A sbloccare le consegne delle fiale già promesse, nella primavera del 2021, intervenne difatti la numero uno della Commissione in persona. Prese in mano il telefono e tenne una fitta corrispondenza con l’amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla. Soltanto che - la vedete, la trasparenza? - quelle conversazioni sono sparite. Ciò è stato riferito al difensore civico europeo, che aveva chiesto di consultarle. Nessuno le ha messe agli atti e Ursula le ha perse. Succede. E siccome è successo, perché, anziché chiocciare in tv a proposito del suo amore per la trasparenza, la Gallina non dà battaglia? Non sarebbe un atto di trasparenza rivelare cosa si sono detti von der Leyen e Bourla? Su quella vicenda, è in corso un’indagine dell’Europrocura. Nel frattempo, l’ex capo negoziatore, in nome della trasparenza, potrebbe sollecitare il Ceo di Pfizer a farsi vivo con la commissione d’inchiesta sulla pandemia, messa in piedi dal Parlamento Ue. I deputati lo hanno invitato due volte e per due volte lui ha dato buca. La trasparenza, magari, non s’è potuta fare «sin dall’inizio», come avrebbe desiderato Gallina. 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Il governo federale, allora, sta cambiando strategia. «Sono in corso trattative per annullare o ridurre gli ordini aggiuntivi per il 2023 e il 2024 effettuati tramite la Commissione Ue» scrive il giornale. In tutto, si tratta di 160 milioni di ulteriori dosi. Che nella nazione dove ha sede Biontech, produttrice assieme a Pfizer del primo vaccino anti Covid approvato per uso d’emergenza, si dica basta a nuove forniture, è una notizia ghiotta. E che fa ben sperare nel ravvedimento di altri governi, impegnati all’inverosimile in acquisti seguendo le decisioni della presidente Ursula von der Leyen. La Germania si è stancata di buttare via dosi e, per le imponenti scorte accumulate, ora si ritrova con milioni di fialette che stanno per scadere, scrive Handelsblatt. Malgrado le insistenze del ministro della Salute, Karl Lauterbach, la campagna vaccinale per i doppi richiami fatica, infatti, a decollare. Sugli approfondimenti di Heute, programma della televisione pubblica tedesca Zdf, due giorni fa sono stati pubblicati i dati relativi al numero dei vaccinati in Germania in base alle dosi fatte, forniti dal Robert Koch Institute (Rki). Al 17 dicembre, 64,8 milioni di tedeschi (77,9%) avevano fatto la prima dose; 63,5 milioni (76,3%) la seconda; 52,1 milioni (62,5%) la terza; e 12,1 milioni (14,6%) la quarta. Escludendo i bimbi di età inferiore ai 5 anni, per i quali grazie al cielo in Europa non è ancora stato autorizzato l’inoculo, in Germania ci sono 14 milioni di persone non vaccinate (il 17% della popolazione). Gli over 60 ai quali è stato inoculato il secondo richiamo sono il 37,8%, mentre nella fascia 18-59 anni solo il 6,3% si è fatto convinto della quarta punturina. A un ritmo così lento, milioni di dosi acquistate non saranno più utilizzabili nel giro di pochissimo tempo, per questo il governo federale tedesco «è in fase di negoziazione con la Commissione europea». Dal prossimo anno, inoltre, sarà modificato anche l’approvvigionamento. «Dall’acquisto, da parte della “sezione centrale crisi” attivata del governo federale, si passerà all’approvvigionamento regolare come per altri vaccini», ha fatto sapere il ministero della Salute, che comunque non riconosce eccessi di valutazione delle scorte necessarie, compiute da inizio vaccinazione. Sostiene che «la strategia perseguita dal precedente governo federale, di creare un portafoglio di diversi vaccini, era corretta». Il ripensamento sul fronte nuovi acquisti, avviene in Germania nonostante il rialzo dei contagi (+ 7% la scorsa settimana, secondo il rapporto di giovedì sera del Rki), che si registra pure nei Länder. A settembre, Focus, sbugiardò la falsa comunicazione sul doppio richiamo del ministro Lauterbach. «Circa il 10% delle persone che si ammalano in Germania vengono curate negli ospedali a causa di un grave decorso del Covid-19», aveva fatto scrivere. Invece erano vecchi numeri, con i dati dalla primavera 2020 al febbraio 2021. Nel pieghevole, inoltre si leggeva: «Ora sappiamo che un’infezione da Covid può portare a danni cerebrali e, nel peggiore dei casi, alla demenza. Con la seconda vaccinazione di richiamo, l’individuo può ridurre significativamente la probabilità di tali effetti a lungo termine». Non lo stanno ascoltando, e la Germania taglia gli acquisti di nuove dosi.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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