«L’esercito è con me». Guaidó scatena una nuova offensiva
  • Svolta con l’aiuto Usa. I militari liberano oppositore del regime Caracas lancia i blindati sui cittadini. Matteo Salvini: «Via il dittatore».
  • Bolivia e Cuba sostengono Nicolas Maduro in nome dell’asse con la Russia. Argentina, Cile, Brasile e Colombia stanno con Washington, che vuole contenere pure la Cina.

Lo speciale contiene due articoli

Resa dei conti in Venezuela. Ieri, il presidente dell’Assemblea nazionale Juan Guaidó ha lanciato un appello alla rivolta attraverso un video in cui appare circondato da soldati. Insieme a lui, Leopoldo Lopez, oppositore di Nicolás Maduro liberato dai domiciliari grazie a un intervento dei militari. Guaidó ha lanciato un «appello ai dipendenti pubblici» per «recuperare la sovranità nazionale». Ha poi ringraziato i «coraggiosi», dicendo che le Forze armate sono «dalla parte del popolo, fedeli alla Costituzione». Infine ha invocato la «cessazione definitiva dell’usurpazione». In un tweet, ha aggiunto: «Abbiamo parlato con i nostri alleati nella comunità internazionale e abbiamo il loro forte sostegno. L’Operazione Libertà è iniziata e resisteremo fino a raggiungere un Venezuela libero».

Durissima la reazione del governo di Maduro, con il ministro dell’Informazione Jorge Rodriguez che ha dichiarato: «Stiamo affrontando e neutralizzando un ridotto gruppo di militari traditori che hanno occupato il distributore Altamira». Mentre Maduro ha detto: «Ho parlato con i comandanti di tutte le regioni e le zone del Paese, mi hanno manifestato totale fedeltà al popolo, alla Costituzione, alla patria».

Sono in corso scontri presso la base militare della Carlota. Il governo anche lanciato blindati sulla folla nella zona di Altamira, vicino alla base.

La crisi venezuelana torna al centro del confronto tra le grandi potenze, determinando un ulteriore attrito tra i blocchi a livello internazionale. Da una parte, la Russia non ha mai nascosto di spalleggiare il regime di Maduro: in quest’ottica, il Cremlino ha accusato gli Stati Uniti di interferire in uno Stato sovrano e ha inviato alcuni soldati sul territorio venezuelano. Una mossa che ha irritato Washington, che l’ha interpretata come una violazione della dottrina Monroe. Nonostante queste tensioni, Vladimir Putin non ha intenzione di mollare la presa. E ieri ha riunito il consiglio di sicurezza russo per monitorare gli eventi. Del resto, in questa partita il Cremlino non gioca da solo: anche il presidente cinese, Xi Jinping si è schierato dalla parte di Maduro. Una scelta che si inserisce nel quadro dello scontro con Washington per incrementare la propria influenza nello scacchiere sudamericano. Negli ultimi mesi, la Repubblica popolare ha riscontrato non poche difficoltà con il Brasile: pur restandone il principale partner commerciale, la linea filostatunitense impressa dal neo presidente Jair Bolsonaro ha rappresentato un autentico schiaffo per Pechino. La Cina non può permettersi di «perdere» il Venezuela.

Gli Stati Uniti stanno invece assumendo una postura sempre più aggressiva. Tanto che – secondo i malpensanti – dietro l’iniziativa di Guaidó ci sarebbe proprio lo zampino di Washington. D’altronde, il Dipartimento di Stato americano ha fornito pieno appoggio alla rivolta: il segretario di Stato, Mike Pompeo ha scritto su Twitter: «Oggi il presidente ad interim, Juan Guaidó, ha annunciato l’inizio dell’Operazione Libertà. Il governo degli Stati Uniti appoggia pienamente il popolo venezuelano nella sua ricerca di libertà e democrazia». Sulla stessa linea si anche il National security advisor, John Bolton, secondo cui «l’esercito deve proteggere la Costituzione e il popolo. Deve stare dalla parte dell’Assemblea nazionale e delle legittime istituzioni contro chi usurpa la democrazia». Adesso, bisognerà capire quanto l’amministrazione americana sia realmente compatta. Non è un mistero che Pompeo e Bolton abbiano mantenuto un atteggiamento da falchi: in particolare, Bolton non ha nascosto di caldeggiare un intervento diretto delle truppe americane, arrivando anche ad auspicare che Maduro venga rinchiuso a Guantanamo.

Il punto è che – almeno fino a oggi – è stato proprio Donald Trump a mantenere la linea più cauta: ha sì dato riconoscimento politico e fornito aiuti a Guaidó, ma non sembra essere stato granché disposto a lasciarsi coinvolgere troppo. Le prossime ore ci diranno forse quale linea sceglierà. Trump sa infatti che un cambio di regime a Caracas rafforzerebbe Washington ma comprometterebbe il processo di distensione con la Russia. Un elemento che potrebbe spiegare l’atteggiamento attendista.

In questo complicato gioco, l’Ue ha scelto una linea non particolarmente netta, limitandosi a ribadire la necessità di trovare «una soluzione pacifica e politica». Resta il dubbio su come si comporterà l’Italia: sul tema Lega e M5s nei mesi scorsi si sono già scontrati. Ieri i senatori grillini della commissione Esteri hanno espresso «profonda preoccupazione per il tentativo di colpo di Stato», mentre Matteo Salvini ha scritto su Twitter: «Maduro sta affamando, incarcerando e torturando il suo popolo. Sono vicino al popolo venezuelano, all’Assemblea nazionale e al suo presidente Guaidó». E ancora. «Per il bene del Venezuela e dei tantissimi italiani che da anni soffrono per colpa di uno degli ultimi regimi comunisti della Terra ci auguriamo una soluzione pacifica e non violenta della crisi che porti a libere elezioni e all’allontanamento del dittatore Maduro».

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