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2019-02-01
L’equipaggio del taxi del mare sarà interrogato dai magistrati
Ansa
Il peschereccio usato dall'Organizzazione non governativa Sea Watch per caricare migranti in acque territoriali libiche seguendo rotte che sarebbero state definite «arbitrarie» dalla nostra Guardia costiera ha come porto di riferimento Amburgo, ma batte bandiera olandese. E, soprattutto, è registrato a Rotterdam con un certificato per le imbarcazioni da diporto a uso privato. Nulla a che fare con ricerche in mare né soccorsi.
L'informativa interforze è stata depositata in Procura a Catania ieri mattina. Polizia di Stato, Guardia di finanza e Guardia costiera hanno riferito ai magistrati ciò che hanno scoperto sulla Sea Watch 3, segnalando anche la possibilità che siano stati commessi reati.
Ovviamente sarà il procuratore Carmelo Zuccaro - considerato il grande accusatore delle Organizzazioni non governative per aver puntato per primo l'indice contro le relazioni che alcune Ong intrattenevano con gli scafisti trafficanti di esseri umani - a valutare il dossier degli investigatori. Di certo l'esclusione dell'ipotesi della presenza di terroristi a bordo fa tirare un sospiro di sollievo. Ma non risolve la questione.
Il procuratore Zuccaro attraverso quegli atti dovrà verificare se nella ricostruzione che gli è stata consegnata sia configurabile il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, oppure se saranno necessari ulteriori accertamenti volti a confermarlo o escluderlo. Intanto sono in corso le prime indagini per individuare l'eventuale presenza degli scafisti tra i profughi sbarcati. E per ora si sa che la rotta seguita da Sea Watch, secondo investigatori e Guardia costiera, non ha rispettato le leggi nazionali e neanche gli accordi internazionali di diritto della navigazione: sarebbe, insomma, arbitraria. Ora bisognerà stabilire se, oltre che irregolare, è stata anche illegale. A quel punto, quella che al momento è soltanto un'ipotesi potrebbe trasformarsi in un vero e proprio capo d'accusa.
È per questo motivo che la Ong teme la possibilità che la Procura possa disporre un sequestro preventivo dell'imbarcazione. E anche se da Siracusa era trapelato che tra i magistrati l'orientamento era tutt'altro che rivolto verso una richiesta di sequestro («Ha solo scelto la rotta per lui più sicura», aveva detto il procuratore Fabio Scavone riferendosi al capitano della Sea Watch 3), a Catania le cose potrebbero cambiare. Non per i precedenti tra Zuccaro e le Ong, ma per il nuovo materiale consegnato ai magistrati dagli investigatori. Le carte in tavola, insomma, rispetto ai giorni di Siracusa sono cambiate. E gli investigatori hanno già chiesto al magistrato la delega per sentire come persone informate sui fatti il comandante e l'intero equipaggio della Sea Watch 3. Dovranno chiarire le ragioni che li hanno spinti a scegliere di puntare verso l'Italia, pur sapendo di trovare i porti chiusi.
Kim Heaton Heater, capo missione di Sea Watch, poco prima dello sbarco ha messo le mani avanti, esprimendo preoccupazione per il futuro della nave e della Ong: «Noi pensiamo che sia una mossa premeditata e politica, studiata dalle autorità italiane. Saremo sotto la supervisione di Zuccaro, il procuratore di Catania, un uomo che in passato non è stato esattamente amichevole nei confronti delle Ong come la nostra». Zuccaro, tra gli intercettatori compulsivi di migranti nel Mediterraneo, si è fatto una fama da duro e fra l'equipaggio della Sea Watch aleggia aria di provvedimenti giudiziari. Quella di Heater, infatti, sembra quasi una excusatio non petita: «Io sono sicuro al 100% che abbiamo agito mossi da spirito umanitario». Ed ecco la tesi difensiva: «So che ci potrebbero essere problemi con le autorità quando arriveremo ma sono anche sicuro che alla fine, non importa quali accuse saranno mosse contro l'organizzazione, la nave e tutto l'equipaggio, nessuna di queste accuse sarà un impedimento e che alla fine verrà fuori la verità».
Non tutti, però, la vedono così. «Se sequestrare la nave serve per accertare eventuali responsabilità, non ci trovo nulla di male». Per Fabio Cantarella, assessore leghista del Comune di Catania, è giusto che si facciano le indagini per ricostruire l'intera vicenda che - dal punto di vista giudiziario - presenta ancora parecchie ombre. A partire dal perché l'imbarcazione sia arrivata fino a Siracusa, nonostante il porto sicuro più vicino al luogo del soccorso in mare fosse in Tunisia. Ma non solo. Ieri il vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli di Fratelli d'Italia, ha buttato altra benzina sul fuoco: «Abbiamo totale certezza del fatto che i fondi racconti tramite crowdfonding dalla Ong atterrino sui conti della tedesca Bank fuer sozialwirtschaft, ovvero la banca per l'economia sociale» che, sottolinea Rampelli, è al centro di roventi polemiche in Germania perché tra le tante iniziative che promuove attraverso apertura di conti bancari ci sono associazioni e Ong anti israeliane che predicano l'annientamento dello Stato di Israele, tanto da scatenare una rovente polemica tra la comunità ebraica e i vertici della banca».
Fabio Amendolara
Sea Watch attracca. La fine del «calvario» in realtà è un party davanti ai fotografi
«Ne prenderemo uno, sono contento». Diavolo (nel senso di tifoso rossonero) di Matteo Salvini: sono passate appena due ore dallo sbarco dei 47 extracomunitari dalla Sea Watch 3, e il ministro dell'Interno, seduto sulla poltrona bianca di Porta a Porta, commenta con un sorriso sornione l'ennesima vittoria. Perché di vittoria, totale, si tratta: i 47 migranti sono sbarcati ieri intorno a mezzogiorno a Catania, ma saranno accolti da sette o otto Paesi europei e in Italia ne resterà solo uno. Fino a quando il governo italiano è rimasto nelle mani delle sinistre, un epilogo come questo non sarebbe mai stato immaginabile: sarebbero rimasti tutti qui, a ingrossare i centri di accoglienza o le piazze delle nostre città, dando modo alle organizzazioni «umanitarie» (tra decine di virgolette) di lucrare sull'accoglienza. Sembra passato un secolo, sono appena sei mesi. Riconosce l'efficacia della linea della fermezza del governo italiano targato Lega-M5s anche il quotidiano francese progressista Le Monde, che scrive: «Roma canta vittoria dopo l'accordo sui 47 migranti della nave Sea Watch. Il premier italiano Giuseppe Conte ha raggiunto un accordo con diversi paesi Ue», aggiunge il giornale parigino, «Germania, Francia, Malta, Portogallo, Romania a cui poi si è aggiunto il Lussemburgo, per la ripartizione dei 47 migranti soccorsi».
Saranno distribuiti in questi Paesi europei, i 47 immigrati sbarcati ieri a Catania, tra sorrisi, baci, abbracci, pacche sulle spalle, fari delle telecamere e flash dei fotografi. I 32 maggiorenni sono stati trasferiti subito dopo, a bordo di un autobus, nell'hotspot di Messina; i 15 minorenni invece sono stati accompagnati, su indicazione del Tribunale dei minori, in un centro di Catania nell'orbita del Fondo di asilo per le migrazione e l'integrazione, che dipende dal Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione del ministero dell'Interno.
«La Sea Watch», esulta su Twitter la Ong tedesca, «è arrivata a Catania. Siamo contenti che il calvario sia finito per i nostri ospiti. Auguriamo loro il meglio. Speriamo che l'Europa possa accoglierli e permettergli di vivere come meritano». Calvario? Appena sceso dalla nave l'ultimo dei migranti, anche l'equipaggio della nave olandese si è abbandonato a festeggiamenti: la serenità dell'atmosfera fa ritenere che, al di là delle strumentalizzazioni delle sinistre, i 13 giorni trascorsi a bordo della nave non abbiano provocato (per fortuna) particolari problemi. Il tempo di stappare una birra e l'equipaggio ha accolto a bordo gli agenti della squadra mobile e i militari della guardia di finanza e della capitaneria di porto, saliti per l'avvio di «indagini di routine» disposte dalla Procura di Catania, anche per l'identificazione di eventuali scafisti.
Soddisfatto, e non potrebbe essere altrimenti, il ministro dell'Interno e vicepremier Matteo Salvini: «Ne prenderemo uno. Sono contento, problema risolto», commenta a operazioni concluse, «missione compiuta, la linea ferma ha convinto l'Europa. Si dichiarano tutti diciassettenni, verificheremo. Ho difeso i confini di questo Paese, l'ho fatto e lo continuerò a fare. Stiamo verificando con il ministro delle Infrastrutture chi far entrare e chi no, per verificare se ci saranno altri trafficanti di esseri umani. Non mi sostituisco ai giudici», aggiunge Salvini, «ma mi risulta che ci siano più elementi di irregolarità nella Sea Watch: col mare in tempesta invece di andare in Tunisia sono venuti in Italia. Quanto meno strano. Siamo al lavoro per risolvere definitivamente il problema, sigillando le acque territoriali italiane alle navi sgradite come quelle delle Ong. Mentre gli altri chiacchierano e denunciano», sottolinea ancora Salvini, «rivendico la linea della fermezza e l'obiettivo raggiunto. Otto Paesi della Ue hanno deciso di accogliere i migranti della Sea Watch, mentre ai tempi del Pd l'Italia accoglieva tutti senza fiatare».
Tra i numerosi commenti di vari esponenti politici, particolarmente interessante quello di Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera ed esponente di Fratelli d'Italia: «Lo sbarco della Sea Watch», dice Rampelli, «con il collocamento dei migranti in otto nazioni Ue non pone fine all'arroganza delle Ong, all'impotenza dell'Unione europea e degli Stati che sono stati messi all'angolo da un manipolo di sedicenti filantropi. Troppa opacità sovraintende alla attività delle organizzazioni non governative a cominciare dai finanziamenti. Se abbiamo idea», prosegue Rampelli, «da chi sia finanziato Sea Watch, abbiamo totale certezza su dove atterrino i fondi racconti tramite crowdfonding: la tedesca Bank fuer sozialwirtschaft, ovvero la banca per l'economia sociale. Questa banca finanzia iniziative di cittadinanza attiva di ogni tipo e questo dovrebbe essere un bel modello da seguire. Il problema però è che la Bank fuer sozialwirtschaft è al centro di roventi polemiche in Germania perché tra le tante iniziative che promuove attraverso l'apertura di conti bancari ci sono associazioni e Ong anti israeliane che predicano l'annientamento dello Stato di Israele tanto da scatenare», conclude Rampelli, «una rovente polemiche tra la comunità ebraica e i vertici della banca stessa».
Carlo Tarallo
«Quelle navi non sono inoffensive» Il piano del governo contro le Ong
Possono essere i giovanottoni rasta di Sea Watch a decidere la politica sull'immigrazione di uno Stato almeno teoricamente sovrano come l'Italia?
Al Viminale si interrogano sulla questione, cercando di porre un argine alla protervia delle Ong. Citiamo il ministero dell'Interno, e non semplicemente Matteo Salvini, perché il problema non nasce oggi. Era stato infatti un esponente del Pd, Marco Minniti, pur con tutte le ambiguità del caso, a farsi carico per primo del tema dell'anarchia nel Mediterraneo, con il famoso «codice» che fece imbestialire gli attivisti, da sempre allergici a qualsiasi regola. Segno che non si tratta di un'impuntatura ideologica, ma di un vulnus reale.
Ora, però, il governo gialloblù rilancia la battaglia, possibilmente in modo definitivo. Nell'esecutivo hanno individuato una possibile arma anti Ong nell'articolo 83 del codice della navigazione, nel quale si dice che «il ministro dei trasporti può limitare o vietare, per motivi di ordine pubblico, il transito e la sosta di navi mercantili nel mare territoriale».
L'idea è quella di considerare (tramite un apposito decreto legge) le navi delle Ong come «non inoffensive», appoggiandosi anche alla Convenzione delle Nazioni unite sul diritto del mare che, agli articoli 17 e 19, prevede di poter bloccare le navi in entrata qualora esista un pericolo per la sicurezza nazionale. Il trattato garantisce infatti il «passaggio inoffensivo» di tutte le navi nelle acque territoriali di una nazione. Ed è «inoffensivo» quello che «non reca pregiudizio alla pace, al buon ordine e alla sicurezza» dello Stato. Tra i motivi citati dalla Convenzione, c'è anche la violazione delle leggi sull'immigrazione. La cosa permetterebbe peraltro di evitare un altro braccio di ferro a ridosso di qualche porto italiano, con giorni di attesa, emergenze sanitarie vere o presunte, passerelle di politici e chi più ne ha più ne metta. Si tratta, insomma, di bloccare le navi prima che entrino in acque italiane. Di mandarle altrove, di stroncare il problema alla radice.
Salvini, intanto, annuncia il suo piano di guerra alle Ong con il mezzo che gli è più congeniale: i social network. «Mentre gli altri chiacchierano e denunciano», scrive il vicepremier su Facebook, «rivendico la linea della fermezza di questi giorni (che tanti insulti mi ha portato) e l'obiettivo raggiunto. Ai tempi del Pd l'Italia accoglieva tutti senza fiatare, ora invece otto Paesi europei dovranno farsi carico degli immigrati della Sea Watch. Spero però che qualche giudice prenda in considerazione le ripetute irregolarità di questa Ong. Mi dispiaccio anche dell'assoluta mancanza di collaborazione del governo olandese, nonostante lo yacht (perché così è registrato in Olanda) usi la loro bandiera». Poi l'accenno alla contromossa che è allo studio del Viminale e del dicastero dei Trasporti: «Siamo al lavoro per risolvere definitivamente il problema, sigillando le acque territoriali italiane alle navi sgradite come quelle delle Ong».
È invece ai microfoni di Radio Anch'io, su Radio 1, che Danilo Toninelli annuncia una norma «che inibisca l'ingresso delle Ong per ordine pubblico», pur chiarendo che «non si tratta di un blocco navale». Per il ministro dei Trasporti, «la Sea Watch non ha rispettato il diritto marittimo. È normale che una Ong vada nel mare libico decidendo a cavoli propri e invece di portare i migranti in Tunisia dove si trova il porto sicuro più vicino si diriga verso nord in Sicilia per cercare pubblicità? Ti devi coordinare con la Guardia costiera».
Il sospetto, come noto, è che anche nell'ultimo caso, quello dei 47 immigrati porti al largo di Lampedusa, si sia deciso di creare artificiosamente un problema politico con l'Italia laddove i porti della Tunisia - sicuri per milioni di turisti ogni anno, quindi a maggior ragione per dei presunti rifugiati - erano ben più vicini e a portata di mano.
Più in generale, il sospetto che da sempre grava sulle Ong è quello di favorire l'immigrazione clandestina, sia implicitamente, mandando una sorta di «via libera» a migranti in partenza (e trafficanti), sia esplicitamente, con rapporti più o meno ambigui con gli scafisti stessi.
Come detto, il problema non è nuovo. Nella precedente legislatura, la commissione Difesa del Senato aveva avviato un'indagine conoscitiva, conclusasi con l'invito a bloccare «i corridoi umanitari gestiti autonomamente dalle ong». A fine luglio 2017 era arrivato il Codice di condotta di Minniti. Che, a quanto pare, non è bastato.
Adriano Scianca
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Carmelo Zuccaro sentirà comandante e ciurma di Sea Watch 3. Dovranno spiegare la scelta della rotta per l'Italia anche se erano più vicini alla Tunisia. La nave rischia il sequestro e l'ente accusa: «È una manovra politica».Sbarcati a Catania i 47 clandestini, Matteo Salvini esulta per il patto con l'Ue: «Ne terremo solo uno». A bordo balli, canti e sorrisi.Il Viminale e il ministero dei Trasporti vorrebbero far leva sull'articolo 83 del codice di navigazione, che permette di chiudere il proprio mare alle imbarcazioni ritenute pericolose per l'ordine pubblico.Lo speciale contiene tre articoli Il peschereccio usato dall'Organizzazione non governativa Sea Watch per caricare migranti in acque territoriali libiche seguendo rotte che sarebbero state definite «arbitrarie» dalla nostra Guardia costiera ha come porto di riferimento Amburgo, ma batte bandiera olandese. E, soprattutto, è registrato a Rotterdam con un certificato per le imbarcazioni da diporto a uso privato. Nulla a che fare con ricerche in mare né soccorsi. L'informativa interforze è stata depositata in Procura a Catania ieri mattina. Polizia di Stato, Guardia di finanza e Guardia costiera hanno riferito ai magistrati ciò che hanno scoperto sulla Sea Watch 3, segnalando anche la possibilità che siano stati commessi reati. Ovviamente sarà il procuratore Carmelo Zuccaro - considerato il grande accusatore delle Organizzazioni non governative per aver puntato per primo l'indice contro le relazioni che alcune Ong intrattenevano con gli scafisti trafficanti di esseri umani - a valutare il dossier degli investigatori. Di certo l'esclusione dell'ipotesi della presenza di terroristi a bordo fa tirare un sospiro di sollievo. Ma non risolve la questione. Il procuratore Zuccaro attraverso quegli atti dovrà verificare se nella ricostruzione che gli è stata consegnata sia configurabile il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, oppure se saranno necessari ulteriori accertamenti volti a confermarlo o escluderlo. Intanto sono in corso le prime indagini per individuare l'eventuale presenza degli scafisti tra i profughi sbarcati. E per ora si sa che la rotta seguita da Sea Watch, secondo investigatori e Guardia costiera, non ha rispettato le leggi nazionali e neanche gli accordi internazionali di diritto della navigazione: sarebbe, insomma, arbitraria. Ora bisognerà stabilire se, oltre che irregolare, è stata anche illegale. A quel punto, quella che al momento è soltanto un'ipotesi potrebbe trasformarsi in un vero e proprio capo d'accusa. È per questo motivo che la Ong teme la possibilità che la Procura possa disporre un sequestro preventivo dell'imbarcazione. E anche se da Siracusa era trapelato che tra i magistrati l'orientamento era tutt'altro che rivolto verso una richiesta di sequestro («Ha solo scelto la rotta per lui più sicura», aveva detto il procuratore Fabio Scavone riferendosi al capitano della Sea Watch 3), a Catania le cose potrebbero cambiare. Non per i precedenti tra Zuccaro e le Ong, ma per il nuovo materiale consegnato ai magistrati dagli investigatori. Le carte in tavola, insomma, rispetto ai giorni di Siracusa sono cambiate. E gli investigatori hanno già chiesto al magistrato la delega per sentire come persone informate sui fatti il comandante e l'intero equipaggio della Sea Watch 3. Dovranno chiarire le ragioni che li hanno spinti a scegliere di puntare verso l'Italia, pur sapendo di trovare i porti chiusi.Kim Heaton Heater, capo missione di Sea Watch, poco prima dello sbarco ha messo le mani avanti, esprimendo preoccupazione per il futuro della nave e della Ong: «Noi pensiamo che sia una mossa premeditata e politica, studiata dalle autorità italiane. Saremo sotto la supervisione di Zuccaro, il procuratore di Catania, un uomo che in passato non è stato esattamente amichevole nei confronti delle Ong come la nostra». Zuccaro, tra gli intercettatori compulsivi di migranti nel Mediterraneo, si è fatto una fama da duro e fra l'equipaggio della Sea Watch aleggia aria di provvedimenti giudiziari. Quella di Heater, infatti, sembra quasi una excusatio non petita: «Io sono sicuro al 100% che abbiamo agito mossi da spirito umanitario». Ed ecco la tesi difensiva: «So che ci potrebbero essere problemi con le autorità quando arriveremo ma sono anche sicuro che alla fine, non importa quali accuse saranno mosse contro l'organizzazione, la nave e tutto l'equipaggio, nessuna di queste accuse sarà un impedimento e che alla fine verrà fuori la verità».Non tutti, però, la vedono così. «Se sequestrare la nave serve per accertare eventuali responsabilità, non ci trovo nulla di male». Per Fabio Cantarella, assessore leghista del Comune di Catania, è giusto che si facciano le indagini per ricostruire l'intera vicenda che - dal punto di vista giudiziario - presenta ancora parecchie ombre. A partire dal perché l'imbarcazione sia arrivata fino a Siracusa, nonostante il porto sicuro più vicino al luogo del soccorso in mare fosse in Tunisia. Ma non solo. Ieri il vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli di Fratelli d'Italia, ha buttato altra benzina sul fuoco: «Abbiamo totale certezza del fatto che i fondi racconti tramite crowdfonding dalla Ong atterrino sui conti della tedesca Bank fuer sozialwirtschaft, ovvero la banca per l'economia sociale» che, sottolinea Rampelli, è al centro di roventi polemiche in Germania perché tra le tante iniziative che promuove attraverso apertura di conti bancari ci sono associazioni e Ong anti israeliane che predicano l'annientamento dello Stato di Israele, tanto da scatenare una rovente polemica tra la comunità ebraica e i vertici della banca». Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lequipaggio-del-taxi-del-mare-sara-interrogato-dai-magistrati-2627645894.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sea-watch-attracca-la-fine-del-calvario-in-realta-e-un-party-davanti-ai-fotografi" data-post-id="2627645894" data-published-at="1774137945" data-use-pagination="False"> Sea Watch attracca. La fine del «calvario» in realtà è un party davanti ai fotografi «Ne prenderemo uno, sono contento». Diavolo (nel senso di tifoso rossonero) di Matteo Salvini: sono passate appena due ore dallo sbarco dei 47 extracomunitari dalla Sea Watch 3, e il ministro dell'Interno, seduto sulla poltrona bianca di Porta a Porta, commenta con un sorriso sornione l'ennesima vittoria. Perché di vittoria, totale, si tratta: i 47 migranti sono sbarcati ieri intorno a mezzogiorno a Catania, ma saranno accolti da sette o otto Paesi europei e in Italia ne resterà solo uno. Fino a quando il governo italiano è rimasto nelle mani delle sinistre, un epilogo come questo non sarebbe mai stato immaginabile: sarebbero rimasti tutti qui, a ingrossare i centri di accoglienza o le piazze delle nostre città, dando modo alle organizzazioni «umanitarie» (tra decine di virgolette) di lucrare sull'accoglienza. Sembra passato un secolo, sono appena sei mesi. Riconosce l'efficacia della linea della fermezza del governo italiano targato Lega-M5s anche il quotidiano francese progressista Le Monde, che scrive: «Roma canta vittoria dopo l'accordo sui 47 migranti della nave Sea Watch. Il premier italiano Giuseppe Conte ha raggiunto un accordo con diversi paesi Ue», aggiunge il giornale parigino, «Germania, Francia, Malta, Portogallo, Romania a cui poi si è aggiunto il Lussemburgo, per la ripartizione dei 47 migranti soccorsi». Saranno distribuiti in questi Paesi europei, i 47 immigrati sbarcati ieri a Catania, tra sorrisi, baci, abbracci, pacche sulle spalle, fari delle telecamere e flash dei fotografi. I 32 maggiorenni sono stati trasferiti subito dopo, a bordo di un autobus, nell'hotspot di Messina; i 15 minorenni invece sono stati accompagnati, su indicazione del Tribunale dei minori, in un centro di Catania nell'orbita del Fondo di asilo per le migrazione e l'integrazione, che dipende dal Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione del ministero dell'Interno. «La Sea Watch», esulta su Twitter la Ong tedesca, «è arrivata a Catania. Siamo contenti che il calvario sia finito per i nostri ospiti. Auguriamo loro il meglio. Speriamo che l'Europa possa accoglierli e permettergli di vivere come meritano». Calvario? Appena sceso dalla nave l'ultimo dei migranti, anche l'equipaggio della nave olandese si è abbandonato a festeggiamenti: la serenità dell'atmosfera fa ritenere che, al di là delle strumentalizzazioni delle sinistre, i 13 giorni trascorsi a bordo della nave non abbiano provocato (per fortuna) particolari problemi. Il tempo di stappare una birra e l'equipaggio ha accolto a bordo gli agenti della squadra mobile e i militari della guardia di finanza e della capitaneria di porto, saliti per l'avvio di «indagini di routine» disposte dalla Procura di Catania, anche per l'identificazione di eventuali scafisti. Soddisfatto, e non potrebbe essere altrimenti, il ministro dell'Interno e vicepremier Matteo Salvini: «Ne prenderemo uno. Sono contento, problema risolto», commenta a operazioni concluse, «missione compiuta, la linea ferma ha convinto l'Europa. Si dichiarano tutti diciassettenni, verificheremo. Ho difeso i confini di questo Paese, l'ho fatto e lo continuerò a fare. Stiamo verificando con il ministro delle Infrastrutture chi far entrare e chi no, per verificare se ci saranno altri trafficanti di esseri umani. Non mi sostituisco ai giudici», aggiunge Salvini, «ma mi risulta che ci siano più elementi di irregolarità nella Sea Watch: col mare in tempesta invece di andare in Tunisia sono venuti in Italia. Quanto meno strano. Siamo al lavoro per risolvere definitivamente il problema, sigillando le acque territoriali italiane alle navi sgradite come quelle delle Ong. Mentre gli altri chiacchierano e denunciano», sottolinea ancora Salvini, «rivendico la linea della fermezza e l'obiettivo raggiunto. Otto Paesi della Ue hanno deciso di accogliere i migranti della Sea Watch, mentre ai tempi del Pd l'Italia accoglieva tutti senza fiatare». Tra i numerosi commenti di vari esponenti politici, particolarmente interessante quello di Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera ed esponente di Fratelli d'Italia: «Lo sbarco della Sea Watch», dice Rampelli, «con il collocamento dei migranti in otto nazioni Ue non pone fine all'arroganza delle Ong, all'impotenza dell'Unione europea e degli Stati che sono stati messi all'angolo da un manipolo di sedicenti filantropi. Troppa opacità sovraintende alla attività delle organizzazioni non governative a cominciare dai finanziamenti. Se abbiamo idea», prosegue Rampelli, «da chi sia finanziato Sea Watch, abbiamo totale certezza su dove atterrino i fondi racconti tramite crowdfonding: la tedesca Bank fuer sozialwirtschaft, ovvero la banca per l'economia sociale. Questa banca finanzia iniziative di cittadinanza attiva di ogni tipo e questo dovrebbe essere un bel modello da seguire. Il problema però è che la Bank fuer sozialwirtschaft è al centro di roventi polemiche in Germania perché tra le tante iniziative che promuove attraverso l'apertura di conti bancari ci sono associazioni e Ong anti israeliane che predicano l'annientamento dello Stato di Israele tanto da scatenare», conclude Rampelli, «una rovente polemiche tra la comunità ebraica e i vertici della banca stessa». Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lequipaggio-del-taxi-del-mare-sara-interrogato-dai-magistrati-2627645894.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="quelle-navi-non-sono-inoffensive-il-piano-del-governo-contro-le-ong" data-post-id="2627645894" data-published-at="1774137945" data-use-pagination="False"> «Quelle navi non sono inoffensive» Il piano del governo contro le Ong Possono essere i giovanottoni rasta di Sea Watch a decidere la politica sull'immigrazione di uno Stato almeno teoricamente sovrano come l'Italia? Al Viminale si interrogano sulla questione, cercando di porre un argine alla protervia delle Ong. Citiamo il ministero dell'Interno, e non semplicemente Matteo Salvini, perché il problema non nasce oggi. Era stato infatti un esponente del Pd, Marco Minniti, pur con tutte le ambiguità del caso, a farsi carico per primo del tema dell'anarchia nel Mediterraneo, con il famoso «codice» che fece imbestialire gli attivisti, da sempre allergici a qualsiasi regola. Segno che non si tratta di un'impuntatura ideologica, ma di un vulnus reale. Ora, però, il governo gialloblù rilancia la battaglia, possibilmente in modo definitivo. Nell'esecutivo hanno individuato una possibile arma anti Ong nell'articolo 83 del codice della navigazione, nel quale si dice che «il ministro dei trasporti può limitare o vietare, per motivi di ordine pubblico, il transito e la sosta di navi mercantili nel mare territoriale». L'idea è quella di considerare (tramite un apposito decreto legge) le navi delle Ong come «non inoffensive», appoggiandosi anche alla Convenzione delle Nazioni unite sul diritto del mare che, agli articoli 17 e 19, prevede di poter bloccare le navi in entrata qualora esista un pericolo per la sicurezza nazionale. Il trattato garantisce infatti il «passaggio inoffensivo» di tutte le navi nelle acque territoriali di una nazione. Ed è «inoffensivo» quello che «non reca pregiudizio alla pace, al buon ordine e alla sicurezza» dello Stato. Tra i motivi citati dalla Convenzione, c'è anche la violazione delle leggi sull'immigrazione. La cosa permetterebbe peraltro di evitare un altro braccio di ferro a ridosso di qualche porto italiano, con giorni di attesa, emergenze sanitarie vere o presunte, passerelle di politici e chi più ne ha più ne metta. Si tratta, insomma, di bloccare le navi prima che entrino in acque italiane. Di mandarle altrove, di stroncare il problema alla radice. Salvini, intanto, annuncia il suo piano di guerra alle Ong con il mezzo che gli è più congeniale: i social network. «Mentre gli altri chiacchierano e denunciano», scrive il vicepremier su Facebook, «rivendico la linea della fermezza di questi giorni (che tanti insulti mi ha portato) e l'obiettivo raggiunto. Ai tempi del Pd l'Italia accoglieva tutti senza fiatare, ora invece otto Paesi europei dovranno farsi carico degli immigrati della Sea Watch. Spero però che qualche giudice prenda in considerazione le ripetute irregolarità di questa Ong. Mi dispiaccio anche dell'assoluta mancanza di collaborazione del governo olandese, nonostante lo yacht (perché così è registrato in Olanda) usi la loro bandiera». Poi l'accenno alla contromossa che è allo studio del Viminale e del dicastero dei Trasporti: «Siamo al lavoro per risolvere definitivamente il problema, sigillando le acque territoriali italiane alle navi sgradite come quelle delle Ong». È invece ai microfoni di Radio Anch'io, su Radio 1, che Danilo Toninelli annuncia una norma «che inibisca l'ingresso delle Ong per ordine pubblico», pur chiarendo che «non si tratta di un blocco navale». Per il ministro dei Trasporti, «la Sea Watch non ha rispettato il diritto marittimo. È normale che una Ong vada nel mare libico decidendo a cavoli propri e invece di portare i migranti in Tunisia dove si trova il porto sicuro più vicino si diriga verso nord in Sicilia per cercare pubblicità? Ti devi coordinare con la Guardia costiera». Il sospetto, come noto, è che anche nell'ultimo caso, quello dei 47 immigrati porti al largo di Lampedusa, si sia deciso di creare artificiosamente un problema politico con l'Italia laddove i porti della Tunisia - sicuri per milioni di turisti ogni anno, quindi a maggior ragione per dei presunti rifugiati - erano ben più vicini e a portata di mano. Più in generale, il sospetto che da sempre grava sulle Ong è quello di favorire l'immigrazione clandestina, sia implicitamente, mandando una sorta di «via libera» a migranti in partenza (e trafficanti), sia esplicitamente, con rapporti più o meno ambigui con gli scafisti stessi. Come detto, il problema non è nuovo. Nella precedente legislatura, la commissione Difesa del Senato aveva avviato un'indagine conoscitiva, conclusasi con l'invito a bloccare «i corridoi umanitari gestiti autonomamente dalle ong». A fine luglio 2017 era arrivato il Codice di condotta di Minniti. Che, a quanto pare, non è bastato. Adriano Scianca
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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