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2023-10-07
La sinistra urla al complotto sul video. La Lega rilancia: «La toga si dimetta»
Angelo Bonelli. Nel riquadro, Iolanda Apostolico nel video diffuso dalla Lega (Ansa)
«È pronta un’interrogazione al ministro, la faccenda va spiegata», firmato Pd. Chi pensa che il maggior partito della sinistra abbia colto il cuore del problema, che abbia intuito l’imbarazzo istituzionale provocato da un giudice come Iolanda Apostolico in prima fila a una manifestazione in cui volano insulti alla polizia («Assassini»), che stigmatizzi il conflitto d’interesse fra ideologia personale gruppettara e doverosa terzietà professionale, è chilometri fuori strada. Il dito indica la luna e il Nazareno guarda il dito. Con un riflesso condizionato da cane di Pavlov, non chiede chiarimenti sul comportamento della toga al corteo sul caso Diciotti, ma sul video che la smaschera.
Nell’esercizio di benaltrismo si distinguono i senatori Anna Rossomando e Valter Verini che preannunciano un’interrogazione al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, per fare luce «su una vicenda incredibilmente grave». Sarebbe il filmato pubblicato da Matteo Salvini. Gridano al complotto, spostano l’obiettivo secondo una tecnica degli anni Settanta quando polizia faceva rima con Cia e Cossiga veniva scritto con la kappa. Travolti dalla nostalgia, si domandano: «Com’è uscito e da dove quel video?», «Chi l’ha confezionato?», «Esiste una centrale di dossieraggio al Viminale?». Così la questione dirimente non è più «cosa ci faceva la giudice in piazza con gli ultrà rossi» ma «chi ha ripreso con lo zoom il suo volto».
Prefigurando onirici scenari cileni digeribili solo con una finale di Coppa Davis, il Pd si inerpica sui sentieri della fantasia con un depistaggio al tempo stesso infantile e scoperto. Immediatamente supportato dall’alleanza Verdi e Sinistra di Angelo Bonelli e Filiberto Zaratti, che su quel video hanno presentato un esposto alla Procura di Roma «per indagare e valutare l’eventuale violazione dell’art. 326 che punisce la rivelazione di atti coperti da segreto d’ufficio». L’obiettivo è palesemente Salvini, questa volta senza scomodare le spie russe in impermeabile beige al Metropol.
Sull’argomento la polarizzazione è di nuovo totale, mentre la questura di Catania spiega che il filmato «non proviene da atti ufficiali», «né risulta menzionata la presenza del giudice Apostolico e del marito». Da una parte piddini e sinistra radicale sono alla ricerca della fantomatica «manina», dall’altra il centrodestra (soprattutto la Lega) chiede con una nota alla giudice Apostolico di lasciare la toga: «Dopo l’apprezzamento per gli insulti contro Salvini postati dal compagno e mai smentiti e dopo l’imbarazzante presenza a una manifestazione dell’estrema sinistra con la folla che insulta le forze dell’ordine, ora ci aspettiamo le dimissioni immediate. Per rispetto nei confronti di tutti gli italiani e delle istituzioni». Per suffragare la richiesta, il vicepremier posta una frase del costituzionalista Sabino Cassese: «I giudici sono gli unici detentori di un potere che nessun’altra parte dello Stato ha, quello di privare le persone del bene essenziale che è la libertà». Secondo il premier, Giorgia Meloni, la polemica attorno alla natura del video «è strumentale. Era una manifestazione pubblica e la giudice era lì, non c’è niente di occulto».
Curiosamente la vicenda arriva a spaccare l’opposizione. Giuseppe Conte (al tempo della manifestazione era premier) e Matteo Renzi (mai avuto feeling con le Procure) supportano infatti le posizioni dell’esecutivo; anche per loro la passeggiata del giudice a Catania tra i fanatici della sinistra radicale e l’obiettiva delegittimazione delle sue sentenze sui migranti, sono da stigmatizzare. Il primo sottolinea che «un giudice non solo deve essere imparziale ma anche apparire tale», il secondo va giù di randello: «Trovo scandaloso che un magistrato vada in piazza, se vuoi fare politica non fai il magistrato».
Più che un tintinnare di sciabole si nota uno sciabolare di code di paglia. È risaputo che alle manifestazioni «è prevista la presenza di agenti in borghese appartenenti alla Digos con compiti di osservazione e monitoraggio, e anche di eventuale mediazione con i manifestanti». Parole di Luciana Lamorgese, ex ministro dell’Interno quando spiegò l’assalto alla sede della Cgil a Roma e il gesto del poliziotto che testava la forza ondulatoria di una camionetta. Allora quel video non era considerato dal Pd bieco dossieraggio, ma «un doveroso presidio di democrazia». È curioso come i filmati diventino deliziosi spezzoni di Stanley Kubrick o fetidi documenti fatti circolare da barbe infiltrate a seconda delle convenienze.
Il braccio di ferro è destinato a trasferirsi in Parlamento, mentre gli indignados del video ripetono che «ai magistrati non può essere preclusa la libertà di esprimere il proprio pensiero», come se si trattasse del parere su un rigore non dato al Milan mentre dal bancone arrivano i bianchini. Il sommo Piero Calamandrei aveva idee lievemente diverse. «Il pericolo che incombe è la politicizzazione dei giudici; il magistrato che scambia il suo seggio per un palco non è più magistrato». Ancora più chiaro: «Occorre che terzietà e imparzialità siano assicurate sotto il profilo dell’apparenza. Il giudice dovrebbe consumare i suoi pasti in assoluta solitudine». Se avesse visto il video gli sarebbe andato di traverso il brodino.
Per il precedente di Cioffi tutti zitti
Era felice perché la sera prima il suo Napoli aveva battuto la Roma e allora era andato a festeggiare con degli amici al bar di un hotel di Ischia. Ma in quello stesso albergo, fino a poche ore prima, c’era stata una convention di Forza Italia. Erano rimaste le bandiere e lui, Giuseppe Cioffi, giudice penale che doveva giudicare i fratelli del potente deputato forzista Luigi Cesaro, fu costretto ad astenersi dopo una violenta canea. Furono scattate alcune immagini e una fotografia di quell’innocente caffè della domenica venne pubblicata da Repubblica. Apriti cielo! Ecco a voi il giudice con il cuore che batte per Forza Italia.
Alla luce del caso odierno di Iolanda Apostolico, va detto che per Cioffi nessuno chiese da quale archivio venissero quelle foto.
L’appuntamento elettorale del partito fondato da Silvio Berlusconi era andato in scena in un hotel nelle giornate del 14 e 15 ottobre 2017. Il caffè incriminato è della domenica pomeriggio. La sera prima Lorenzo Insigne aveva segnato per la prima volta all’Olimpico e aveva guidato il Napoli alla vittoria sulla Roma. Lo scandalo per la presenza del magistrato esplode a scoppio ritardato tre mesi dopo, ovvero il 30 gennaio 2018, quando alcuni giornali raccontano che avrebbe partecipato a un appuntamento di partito, con Repubblica che aggiunge anche una foto di Cioffi mentre ride con gli amici. Sullo sfondo, ci sono quelle maledette bandiere. Se fosse vera la partecipazione a un appuntamento politico, in effetti sarebbe un problema. All’epoca Cioffi era il presidente del collegio giudicante al processo contro Aniello e Raffaele Cesaro, fratelli del senatore Luigi Cesaro.
Il povero Cioffi tenta subito di spiegare all’Ansa che era lì per altri motivi. «Quando si tenne la convention», ricostruisce il magistrato, «io ero a Ischia in una casa privata e non ho assolutamente partecipato alla riunione». Il giorno dopo, quando era tutto finito «ma le bandiere di partito non erano state ancora rimosse», va in quell’albergo a prendere il caffè con alcuni amici, uno dei quali aveva preso parte alla convention. «Era domenica 15 ottobre, una bellissima giornata ed ero particolarmente felice per la vittoria del Napoli all’Olimpico contro la Roma», spiega il magistrato. Che poi aggiunge un particolare su cui nessuno ha vergato editoriali: «Quella foto è stata estrapolata per attaccare me e la magistratura». Estrapolare non è un verbo banale e un magistrato ne conosce il significato. Il giorno dopo l’esplodere dello scandalo, Cioffi ribadisce di sentirsi sereno e di non voler minimamente astenersi.
Si scatenano le polemiche, con il Pd e i 5 stelle che chiedono subito la rimozione del giudice con le consuete prediche sull’indipendenza della magistratura. Il ministro della Giustizia dell’epoca, Andrea Orlando (Pd) dispone accertamenti e nel giro di 24 ore, il 31 gennaio, il Csm apre un fascicolo su Cioffi, affidando il caso alla prima commissione, competente sui trasferimenti d’ufficio per incompatibilità ambientale e funzionale.
In quei giorni maledetti, a Cioffi viene pure contestato di aver dato l’amicizia su Facebook a un altro pezzo grosso di Forza Italia come Nicola Cosentino, che lo scorso aprile si è visto confermare dalla Cassazione una condanna a dieci anni per concorso esterno con la Camorra. Il giudice si difese così: «Cosentino? Lo conobbi a Roma quando era sottosegretario, ma non l’ho mai frequentato così come non sono mai stato vicino a Forza Italia. Fu lui, oltre dieci anni fa, a chiedermi l’amicizia su Facebook, che peraltro uso pochissimo».
Alla fine, per evitare guai e trasferimenti, ai primi di febbraio di quel 2018 il giudice presenta richiesta di astensione dal processo ai fratelli Cesaro e la chiude lì. Era talmente «un politico», che quattro anni dopo, quando si candida da indipendente per lo stesso Csm, Cioffi prende la miseria di 20 voti.
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Il Pd e i rossoverdi di Bonelli parlano di dossieraggio contro la Apostolico. E presentano un’interrogazione e un esposto. Il premier: «Polemica strumentale». La questura: «Il filmato non risulta tra gli atti ufficiali».Il magistrato Giuseppe Cioffi si astenne dal processo Cesaro perché accusato di aver partecipato nel 2017 a una convention di Forza Italia. Ma respinse le accuse: «In hotel per un caffè».Lo speciale contiene due articoli.«È pronta un’interrogazione al ministro, la faccenda va spiegata», firmato Pd. Chi pensa che il maggior partito della sinistra abbia colto il cuore del problema, che abbia intuito l’imbarazzo istituzionale provocato da un giudice come Iolanda Apostolico in prima fila a una manifestazione in cui volano insulti alla polizia («Assassini»), che stigmatizzi il conflitto d’interesse fra ideologia personale gruppettara e doverosa terzietà professionale, è chilometri fuori strada. Il dito indica la luna e il Nazareno guarda il dito. Con un riflesso condizionato da cane di Pavlov, non chiede chiarimenti sul comportamento della toga al corteo sul caso Diciotti, ma sul video che la smaschera.Nell’esercizio di benaltrismo si distinguono i senatori Anna Rossomando e Valter Verini che preannunciano un’interrogazione al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, per fare luce «su una vicenda incredibilmente grave». Sarebbe il filmato pubblicato da Matteo Salvini. Gridano al complotto, spostano l’obiettivo secondo una tecnica degli anni Settanta quando polizia faceva rima con Cia e Cossiga veniva scritto con la kappa. Travolti dalla nostalgia, si domandano: «Com’è uscito e da dove quel video?», «Chi l’ha confezionato?», «Esiste una centrale di dossieraggio al Viminale?». Così la questione dirimente non è più «cosa ci faceva la giudice in piazza con gli ultrà rossi» ma «chi ha ripreso con lo zoom il suo volto». Prefigurando onirici scenari cileni digeribili solo con una finale di Coppa Davis, il Pd si inerpica sui sentieri della fantasia con un depistaggio al tempo stesso infantile e scoperto. Immediatamente supportato dall’alleanza Verdi e Sinistra di Angelo Bonelli e Filiberto Zaratti, che su quel video hanno presentato un esposto alla Procura di Roma «per indagare e valutare l’eventuale violazione dell’art. 326 che punisce la rivelazione di atti coperti da segreto d’ufficio». L’obiettivo è palesemente Salvini, questa volta senza scomodare le spie russe in impermeabile beige al Metropol. Sull’argomento la polarizzazione è di nuovo totale, mentre la questura di Catania spiega che il filmato «non proviene da atti ufficiali», «né risulta menzionata la presenza del giudice Apostolico e del marito». Da una parte piddini e sinistra radicale sono alla ricerca della fantomatica «manina», dall’altra il centrodestra (soprattutto la Lega) chiede con una nota alla giudice Apostolico di lasciare la toga: «Dopo l’apprezzamento per gli insulti contro Salvini postati dal compagno e mai smentiti e dopo l’imbarazzante presenza a una manifestazione dell’estrema sinistra con la folla che insulta le forze dell’ordine, ora ci aspettiamo le dimissioni immediate. Per rispetto nei confronti di tutti gli italiani e delle istituzioni». Per suffragare la richiesta, il vicepremier posta una frase del costituzionalista Sabino Cassese: «I giudici sono gli unici detentori di un potere che nessun’altra parte dello Stato ha, quello di privare le persone del bene essenziale che è la libertà». Secondo il premier, Giorgia Meloni, la polemica attorno alla natura del video «è strumentale. Era una manifestazione pubblica e la giudice era lì, non c’è niente di occulto». Curiosamente la vicenda arriva a spaccare l’opposizione. Giuseppe Conte (al tempo della manifestazione era premier) e Matteo Renzi (mai avuto feeling con le Procure) supportano infatti le posizioni dell’esecutivo; anche per loro la passeggiata del giudice a Catania tra i fanatici della sinistra radicale e l’obiettiva delegittimazione delle sue sentenze sui migranti, sono da stigmatizzare. Il primo sottolinea che «un giudice non solo deve essere imparziale ma anche apparire tale», il secondo va giù di randello: «Trovo scandaloso che un magistrato vada in piazza, se vuoi fare politica non fai il magistrato».Più che un tintinnare di sciabole si nota uno sciabolare di code di paglia. È risaputo che alle manifestazioni «è prevista la presenza di agenti in borghese appartenenti alla Digos con compiti di osservazione e monitoraggio, e anche di eventuale mediazione con i manifestanti». Parole di Luciana Lamorgese, ex ministro dell’Interno quando spiegò l’assalto alla sede della Cgil a Roma e il gesto del poliziotto che testava la forza ondulatoria di una camionetta. Allora quel video non era considerato dal Pd bieco dossieraggio, ma «un doveroso presidio di democrazia». È curioso come i filmati diventino deliziosi spezzoni di Stanley Kubrick o fetidi documenti fatti circolare da barbe infiltrate a seconda delle convenienze.Il braccio di ferro è destinato a trasferirsi in Parlamento, mentre gli indignados del video ripetono che «ai magistrati non può essere preclusa la libertà di esprimere il proprio pensiero», come se si trattasse del parere su un rigore non dato al Milan mentre dal bancone arrivano i bianchini. Il sommo Piero Calamandrei aveva idee lievemente diverse. «Il pericolo che incombe è la politicizzazione dei giudici; il magistrato che scambia il suo seggio per un palco non è più magistrato». Ancora più chiaro: «Occorre che terzietà e imparzialità siano assicurate sotto il profilo dell’apparenza. Il giudice dovrebbe consumare i suoi pasti in assoluta solitudine». Se avesse visto il video gli sarebbe andato di traverso il brodino.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lega-apostolico-dimissioni-2665822591.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="per-il-precedente-di-cioffi-tutti-zitti" data-post-id="2665822591" data-published-at="1696626696" data-use-pagination="False"> Per il precedente di Cioffi tutti zitti Era felice perché la sera prima il suo Napoli aveva battuto la Roma e allora era andato a festeggiare con degli amici al bar di un hotel di Ischia. Ma in quello stesso albergo, fino a poche ore prima, c’era stata una convention di Forza Italia. Erano rimaste le bandiere e lui, Giuseppe Cioffi, giudice penale che doveva giudicare i fratelli del potente deputato forzista Luigi Cesaro, fu costretto ad astenersi dopo una violenta canea. Furono scattate alcune immagini e una fotografia di quell’innocente caffè della domenica venne pubblicata da Repubblica. Apriti cielo! Ecco a voi il giudice con il cuore che batte per Forza Italia. Alla luce del caso odierno di Iolanda Apostolico, va detto che per Cioffi nessuno chiese da quale archivio venissero quelle foto. L’appuntamento elettorale del partito fondato da Silvio Berlusconi era andato in scena in un hotel nelle giornate del 14 e 15 ottobre 2017. Il caffè incriminato è della domenica pomeriggio. La sera prima Lorenzo Insigne aveva segnato per la prima volta all’Olimpico e aveva guidato il Napoli alla vittoria sulla Roma. Lo scandalo per la presenza del magistrato esplode a scoppio ritardato tre mesi dopo, ovvero il 30 gennaio 2018, quando alcuni giornali raccontano che avrebbe partecipato a un appuntamento di partito, con Repubblica che aggiunge anche una foto di Cioffi mentre ride con gli amici. Sullo sfondo, ci sono quelle maledette bandiere. Se fosse vera la partecipazione a un appuntamento politico, in effetti sarebbe un problema. All’epoca Cioffi era il presidente del collegio giudicante al processo contro Aniello e Raffaele Cesaro, fratelli del senatore Luigi Cesaro. Il povero Cioffi tenta subito di spiegare all’Ansa che era lì per altri motivi. «Quando si tenne la convention», ricostruisce il magistrato, «io ero a Ischia in una casa privata e non ho assolutamente partecipato alla riunione». Il giorno dopo, quando era tutto finito «ma le bandiere di partito non erano state ancora rimosse», va in quell’albergo a prendere il caffè con alcuni amici, uno dei quali aveva preso parte alla convention. «Era domenica 15 ottobre, una bellissima giornata ed ero particolarmente felice per la vittoria del Napoli all’Olimpico contro la Roma», spiega il magistrato. Che poi aggiunge un particolare su cui nessuno ha vergato editoriali: «Quella foto è stata estrapolata per attaccare me e la magistratura». Estrapolare non è un verbo banale e un magistrato ne conosce il significato. Il giorno dopo l’esplodere dello scandalo, Cioffi ribadisce di sentirsi sereno e di non voler minimamente astenersi. Si scatenano le polemiche, con il Pd e i 5 stelle che chiedono subito la rimozione del giudice con le consuete prediche sull’indipendenza della magistratura. Il ministro della Giustizia dell’epoca, Andrea Orlando (Pd) dispone accertamenti e nel giro di 24 ore, il 31 gennaio, il Csm apre un fascicolo su Cioffi, affidando il caso alla prima commissione, competente sui trasferimenti d’ufficio per incompatibilità ambientale e funzionale. In quei giorni maledetti, a Cioffi viene pure contestato di aver dato l’amicizia su Facebook a un altro pezzo grosso di Forza Italia come Nicola Cosentino, che lo scorso aprile si è visto confermare dalla Cassazione una condanna a dieci anni per concorso esterno con la Camorra. Il giudice si difese così: «Cosentino? Lo conobbi a Roma quando era sottosegretario, ma non l’ho mai frequentato così come non sono mai stato vicino a Forza Italia. Fu lui, oltre dieci anni fa, a chiedermi l’amicizia su Facebook, che peraltro uso pochissimo». Alla fine, per evitare guai e trasferimenti, ai primi di febbraio di quel 2018 il giudice presenta richiesta di astensione dal processo ai fratelli Cesaro e la chiude lì. Era talmente «un politico», che quattro anni dopo, quando si candida da indipendente per lo stesso Csm, Cioffi prende la miseria di 20 voti.
Laura Boldrini (Ansa)
La missione guidata da Laura Boldrini nei campi sahrawi si inserisce in un contesto altamente sensibile, tra accuse sul ruolo dell’Algeria nella destabilizzazione del Sahara e del Sahel e la controversa posizione del Fronte Polisario, che alimentano tensioni politiche e diplomatiche.
La recente missione istituzionale del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nei campi sahrawi di Tindouf arriva in uno dei momenti più delicati per la sicurezza del Sahel. Una visita che rischia di trasformarsi in un errore politico e diplomatico. Dietro la narrativa umanitaria sul Fronte Polisario e sulla causa sahrawi si muovono infatti accuse pesantissime che chiamano in causa il ruolo dell’Algeria e dell’Iran nella destabilizzazione del Sahara e del Mali attraverso reti jihadiste, infiltrazioni dei servizi segreti e gruppi armati utilizzati come strumenti geopolitici.
La delegazione guidata da Laura Boldrini ha visitato i campi profughi di Tindouf, in Algeria, per incontrare esponenti del Fronte Polisario, movimento nato nel 1973 e sostenuto da Algeri. Prima della visita ai campi, i parlamentari italiani hanno visto anche le autorità algerine, compreso il vicepresidente del Parlamento. Formalmente si è trattato di una missione dedicata ai diritti umani e alla situazione del popolo sahrawi. Politicamente, però, il viaggio rischia di essere interpretato come una legittimazione di un sistema opaco attorno al quale ruotano accuse di collusioni con reti jihadiste e traffici nel Sahel.
A rendere ancora più controversa questa visita è la recente posizione degli Stati Uniti. Washington ha infatti condannato gli attacchi attribuiti al Fronte Polisario contro la città di Smara, nel Sahara Occidentale, sostenendo che tali azioni compromettano gli sforzi diplomatici e minaccino la stabilità regionale. In un messaggio pubblicato su X, la missione americana presso le Nazioni Unite ha denunciato violenze «contrarie allo spirito dei recenti negoziati», chiedendo una soluzione definitiva del conflitto nel Sahara. Nel frattempo anche l’Unione Europea ha rafforzato il sostegno al piano di autonomia proposto dal Marocco come base per la soluzione della controversia. Durante una visita ufficiale a Rabat, l’Alta rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, ha dichiarato che «una vera autonomia potrebbe rappresentare una delle soluzioni più realistiche» per arrivare a una soluzione politica definitiva. Kallas ha inoltre invitato tutte le parti a partecipare ai negoziati «senza precondizioni e sulla base del piano di autonomia presentato dal Marocco».
La posizione europea, approvata dai 27 Stati membri, è stata formalizzata in un comunicato congiunto diffuso al termine dell’incontro con il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita. Bruxelles ha inoltre accolto favorevolmente la Risoluzione 2797 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che sostiene il rilancio del processo politico sulla base dell’iniziativa marocchina di autonomia sotto sovranità di Rabat. Un orientamento che rappresenta un ulteriore isolamento politico del Fronte Polisario e della linea sostenuta dall’Algeria. A denunciare il ruolo ambiguo di Algeri è soprattutto l’antropologo britannico Jeremy H. Keenan, autore di The Dark Sahara, testo che descrive il rapporto tra servizi segreti algerini e terrorismo islamista nel Nord Africa. Secondo Keenan, dalla fine degli anni Novanta il Mali settentrionale sarebbe stato trasformato in un laboratorio di destabilizzazione controllata.
In quel periodo numerosi militanti del GIA, il Gruppo Islamico Armato protagonista della guerra civile algerina, sarebbero stati progressivamente spinti verso il Sahara. Non come una forza militare visibile, ma come una presenza destinata a radicarsi tra le comunità tuareg attraverso matrimoni, commerci e traffici illegali. L’obiettivo sarebbe stato creare nel Sahel un ecosistema instabile ma controllabile. Per Keenan la svolta avvenne dopo l’11 settembre 2001. Il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika comprese che la guerra globale al terrorismo lanciata dagli Stati Uniti poteva diventare un’enorme opportunità strategica. L’Algeria usciva dal Decennio Nero, segnato da massacri, accuse contro esercito e servizi segreti, isolamento internazionale e sanzioni. Aveva bisogno di ricostruire la propria immagine e ottenere nuove forniture militari occidentali.
Secondo Keenan, Algeri doveva presentarsi come un partner indispensabile nella lotta al terrorismo. Ma per riuscirci era necessario che la minaccia jihadista si espandesse nel Sahara. Le accuse diventano ancora più gravi quando Keenan affronta il ruolo del DRS, i servizi segreti algerini. Nel suo libro sostiene che il DRS non si sarebbe limitato a infiltrare i gruppi islamisti, ma avrebbe contribuito direttamente alla loro creazione e manipolazione. Arriva persino a sostenere che Djamel Zitouni, storico leader del GIA, fosse controllato dai servizi algerini.
Keenan cita anche le dichiarazioni di John Schindler, ex funzionario dell’intelligence americana, secondo cui il GIA sarebbe stato in larga parte una creazione del DRS, utilizzata per screditare gli islamisti attraverso massacri indiscriminati e attentati. Questo schema, sostiene Keenan, sarebbe stato successivamente esportato nel Sahel attraverso il GSPC, poi trasformato in AQMI, Al-Qaeda nel Maghreb Islamico. Secondo questa ricostruzione, l’Algeria avrebbe favorito anche l’ascesa di gruppi come MUJAO e Ansar al-Din per colpire politicamente i movimenti tuareg laici e autonomisti. Nel 2003 il rapimento di 32 turisti europei nel Sahara da parte del gruppo guidato da Amari Saifi, noto come «El Para», ex militare delle forze speciali algerine, segnò un punto di svolta. L’episodio venne utilizzato per presentare il Sahara come nuovo fronte di Al-Qaeda e favorì il dispiegamento occidentale nel Sahel attraverso l’Iniziativa Pan-Sahel, antenata dell’AFRICOM americano.
Le conseguenze furono devastanti soprattutto per le popolazioni tuareg. Il turismo sahariano crollò, intere economie locali vennero distrutte e le comunità nomadi finirono associate al terrorismo internazionale. Nel 2012, dopo la caduta di Gheddafi in Libia e il ritorno nel Sahel di combattenti tuareg armati, scoppiò la nuova rivolta dell’Azawad. Il MNLA proclamò l’indipendenza del nord del Mali, ma poco dopo AQMI, Ansar al-Din e MUJAO presero il controllo delle principali città del nord. Per Keenan anche questa dinamica sarebbe stata favorita dal DRS algerino per impedire il consolidamento di un’entità tuareg autonoma. Dietro la partita militare si muovevano anche enormi interessi energetici. I bacini di Taoudeni e Gao, ricchi di petrolio, gas, oro e uranio, rappresentano una delle grandi poste strategiche del Sahara. Secondo Keenan, Algeri avrebbe utilizzato la propria influenza politica per favorire Sonatrach e ottenere concessioni energetiche nel nord del Mali. È in questo contesto che la visita della delegazione italiana nei campi di Tindouf appare profondamente inopportuna. Quei campi non sono semplicemente un simbolo umanitario, ma uno dei centri nevralgici di una crisi geopolitica e securitaria che da anni alimenta instabilità nel Sahel. Mentre il Mali sprofonda nel caos, i gruppi jihadisti proliferano e il Sahel continua a trasformarsi in una delle aree più instabili del pianeta, una visita istituzionale italiana nei campi controllati dal Polisario rischia dunque di assumere un significato politico ben diverso da quello ufficialmente dichiarato.
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Ansa
Prefetto e i vertici delle forze dell’ordine hanno valutato bene contesto, circostanze e condizioni e ieri hanno comunicato agli organizzatori dell’iniziativa che il raduno degli esponenti di estrema destra, quindi, non si terrà più in piazza Galvani, nel centro storico, ma in piazza della Pace. Le motivazioni della scelta sono ben chiare: l’obiettivo è quello di evitare possibili scontri e momenti di tensione e conflitti ideologici che potrebbero degenerare. Quello che si potrebbe temere è che ci possano essere anche delle contro manifestazioni da parte di collettivi che non gradiscono l’operato del raduno della Remigrazione. In realtà, al momento, non si ha notizia di eventuali proteste da parte di altri movimenti. Però sia la scelta della precedente location che, adesso, lo spostamento del luogo hanno sollevato un mare di polemiche.
Collettivi e movimenti di sinistra non volevano la manifestazione nel centro storico; mentre gli organizzatori non sono soddisfatti di questo spostamento. Ieri mattina, sono stati convocati in Questura e hanno appreso del cambiamento del luogo dell’evento, nonostante ne avessero avuto conferma. La manifestazione è in programma per le 16 di sabato e prevede la formazione di un presidio finalizzato alla raccolta firme per la legge sulla remigrazione. Stefano Colato, referente per Bologna del comitato «Remigrazione e Riconquista», ha spiegato perché è stata scelta quella piazza: «Non c’è stato praticamente margine di trattativa, ci hanno consegnato una lista di prescrizioni per qualsiasi posto a parte piazza della Pace. Ci hanno assegnato d’ufficio quella piazza». In realtà, dopo il divieto di riunirsi in piazza Galvani, nel centro storico, gli organizzatori avevano proposto di spostarsi in altri luoghi della città come piazza Minghetti o piazza Carducci. Ma nessuna loro richiesta è stata accolta. E come ha precisato Colato non c’è stato modo di far accogliere la loro richiesta: «Ripeto: non c’è stato margine di trattativa. Il motivo della necessità dello spostamento? Ragioni di ordine pubblico, ci è stato detto». Da quanto è emerso i partecipanti non dovrebbero essere tantissimi, tra i cento e i centocinquanta.
In realtà, l’organizzazione del raduno della Remigrazione ha sollevato non poche polemiche e creato diverse tensioni perché, da quanto è emerso nel corso di una riunione, il sindaco di Bologna Matteo Lepore e la sua Giunta avrebbero espresso più volte il loro disaccordo allo svolgimento della manifestazione. Il loro timore è che questo evento possa degenerare causando momenti di violenza e aggressioni fisiche. Alla fine, quindi, al termine del vertice in Prefettura, si è deciso di proseguire sul terreno della prudenza e cercare una location che possa garantire la sicurezza e tutelare l’incolumità pubblica. Tutto si dovrà svolgere senza alcun rischio ed evitando qualsiasi tipi di disordine. Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, è rimasto molto «deluso» dallo spostamento della location dell’evento e all’agenzia Dire ha spiegato il perché: «Con lo spostamento della manifestazione per la remigrazione prevista sabato a Bologna in piazza Galvani, ma appunto traslocata in piazza della Pace, si è fatta una scelta che premia i prepotenti. Si crea un precedente per il quale manifestazioni che qualcuno sostiene essere foriere di problemi di ordine pubblico non si possono svolgere come previsto. Da ora in poi anche le manifestazioni dei Pro Pal e dei violenti, quelli davvero violenti, vengano decentrate. Altrimenti passerebbe il messaggio che è la sinistra che decide chi può dire cosa e dove, il che è inaccettabile».
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Silvia Salis (Imagoeconomica)
A Genova esistono due sindaci. Entrambi vanno ai concerti indossando camicia di jeans e occhialoni. Entrambi hanno sempre la piega perfetta. Entrambi sono il punto di riferimento della sinistra che piace. Sono praticamente la stessa persona. Si fanno chiamare addirittura con lo stesso nome e cognome. Poi però, quando ci sono di mezzo gli alpini, sembrano due persone diverse. Diventano dottor Jekyll e Silvia Salis. Già perché - sfogliando il numero di aprile dell’Alpino, il giornale dell’Associazione nazionale delle penne nere - leggiamo: «L’Adunata è una grande manifestazione di portata nazionale, capace di richiamare migliaia di persone e di trasformare una città in un luogo di incontro e condivisione. Ed è anche il riconoscimento di una storia collettiva fatta di servizio, disciplina, solidarietà e profondo senso della comunità. Gli alpini rappresentano da sempre un patrimonio umano e morale del nostro Paese». Bene, bravo, bis. Proseguiamo la lettura, con il sindaco di Genova che ricorda come questo patrimonio umano e morale sia stato fondamentale «nelle prove più dure» della vita del nostro Paese. Anzi: la Salis si spinge oltre e afferma che quel senso del dovere e quel forte senso morale albergano ancora nel cuore delle penne nere di oggi. «È una presenza operosa e affidabile che merita rispetto e gratitudine». E ancora: «Accogliere l’Adunata significa per noi riconoscere e onorare una tradizione che richiama il senso del dovere, il legame con il Paese e la sua storia, e la responsabilità verso il bene comune». Infine un saluto, che sa di benvenuto: «Genova vi accoglie con amicizia e con la consapevolezza del valore che la vostra presenza porta con sé». Questo è il primo sindaco della città. Quello che prende la penna e che decide di scrivere all’Associazione nazionale alpini per elogiarla. C’è poi un altro sindaco che, invece, dice e soprattutto fa l’opposto. Proprio due giorni fa, la Salis, durante il consiglio comunale, è scesa in campo a favore di Non una di meno, confermando di fatto le accuse delle femministe: «Voglio dirvi che le vostre preoccupazioni non sono rimaste inascoltate. Nessuna donna, mai, dovrebbe sentirsi insicura a camminare per le strade della propria città. Le molestie, anche quelle verbali o travestite da “goliardia”, non sono folklore: sono violenza. Su questo, a Genova, la tolleranza è e sarà sempre pari a zero».
Ora, mettiamo per un attimo da parte le parole e guardiamo i numeri. Nel 2022, durante l’adunata degli Alpini a Rimini, Non una di meno raccolse oltre 500 segnalazione di molestie. A leggere le cronache di quei giorni sembrava quasi che, più che le penne nere, fossero arrivati in città dei giovani in piena tempesta ormonale, incapaci di gestire i propri appetiti. Palpeggiamenti, apprezzamenti non richiesti e volgarità di ogni tipo contro le passanti. Dopo mesi di polemiche e di accuse, però, venne fatta una sola denuncia, che fu peraltro archiviata. Molto rumore per nulla, quindi. Del resto, le adunate degli Alpini sono accompagnate da polemiche unicamente quando a scendere in campo sono Non una di meno o altre associazioni femministe, che trovano un’ottima sponda in gruppi come l’Unione sindacale di base, che ha addirittura messo a disposizione il proprio sportello per le lavoratrici che avranno a che fare con gli Alpini durante il raduno: «Non accetteremo che, dietro la retorica dell’evento e del turismo, si nascondano condizioni di lavoro degradanti e rischiose». Ora, se proprio dovessimo andare a cercare della retorica la troveremmo unicamente nel comunicato dell’Usb. Una retorica che sa tanto di vecchio, di lotta di classe (e di sessi), che francamente ha fatto il suo tempo.
In questa strana diarchia che governa Genova, dev’essere stato il sindaco più ostile agli Alpini ad aver approvato, attraverso ordinanze, la decisione di smantellare il piccolo campo che un gruppo di penne nere aveva allestito in via Cecchi, alla Foce. Tende, canti e bandiere, in pieno stile alpino. Che però sono durate molto poco. La polizia locale infatti, con incredibile solerzia, s’è presentata e ha sgombrato il tutto in un «ta-pum». Un po’ come solitamente non viene fatto per i campi rom o per i capannelli di spacciatori che girano tra i carruggi della città. Oppure per le tante bocca di rosa che aspettano i loro clienti affacciate alle porte della loro casa nella città vecchia.
Chissà se uno dei due sindaci ha mai preso in considerazione l’idea di fare un po’ di ordine in città. Almeno per occupare il tempo tra un concerto e l’altro.
Ha collaborato Enzo Blessent
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Installazione delle turbine Francis nella centrale idroelettrica Bertini (Edison)
La storia dell’energia idroelettrica italiana passò da Cornate d’Adda, sulle rive del fiume lombardo tra le attuali province di Monza Brianza e Bergamo. Alla fine del secolo XX Milano cresceva vertiginosamente, e con lei le industrie che faranno del capoluogo lombardo il motore trainante dell’economia nazionale. La città aveva sete di energia, ed era stata pioniere già dal 1883 nel campo dell’elettricità con la centrale di via Santa Radegonda a due passi da piazza Duomo. Ma la rapidissima crescita delle fabbriche e delle linee tranviarie elettriche imposero un apporto di forza motrice esponenzialmente più grande.
A circa 35 chilometri a Est di Milano, il fiume Adda sembrava venire incontro alle necessità urgenti della capitale industriale, grazie alla presenza delle rapide poco a Nord dell’abitato di Porto d’Adda, presso Cornate. Il progetto della nuova centrale idroelettrica, dedicata nel 1915 ad Angelo Bertini, pioniere dell’energia elettrica e allora direttore della società Edison, iniziò negli anni ’90 del secolo XIX e coinvolse il meglio dell’ingegneria italiana ed estera, il cui cardine fu il Politecnico di Milano. Per un’impresa così difficile, furono reclutati per la parte elettrica Galileo Ferraris (pioniere assoluto della corrente trifase), Charles L. Brown (co-fondatore del colosso svizzero Brown Boveri), l’ingegnere comasco Enrico Carli (per i progetti di ingegneria idraulica) e il giovane Guido Semenza, figlio del fondatore del quotidiano Il Sole. Per la parte relativa alla diga di servizio fu coinvolta la scuola francese di Charles Antoine Francois Poirée, inventore della «griglia ad aghi» che permetteva la navigabilità sugli sbarramenti. Per le turbine furono chiamati gli ingegneri Giuseppe Ponzio e Cesare Saldini, che progettarono le 7 «Francis» realizzate dalla Acciaierie Riva. Il problema più grande da risolvere, tenendo conto della tecnologia dell’epoca, era il trasporto aereo dell’elettricità ad alta tensione su una distanza allora considerata importante (circa 33 km) che implicava una forte dispersione, rendendo inefficace la fornitura di elettricità che a Milano serviva anche per l’alimentazione della nuova rete tranviaria. La soluzione arrivò da Ferraris e Semenza, che decisero per la prima volta in Italia di utilizzare una linea trifase a 13.500 volt, retta da una doppia fila di piloni reticolari metallici (altra novità) protetti da isolanti ceramici Richard Ginori.
I lavori iniziarono alla metà del 1896, e videro la realizzazione di un edificio in perfetto stile liberty, con vetrate artistiche e doccioni a forma di drago che si integravano perfettamente con il paesaggio fluviale. Terminata nel giugno 1898, la centrale Bertini entrò in funzione tre mesi più tardi quando, il 28 settembre di quell’anno, una tensione a 10.500 volt arrivò dall'Adda ad alimentare la centrale ricevente di Milano Porta Volta, che fece muovere i nuovi tram elettrici. E con loro l’economia di una città simbolo del positivismo scientifico e industriale fin-de siècle. All’epoca era la seconda centrale idroelettrica più potente al mondo, dopo quella installata alle cascate del Niagara.
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