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2019-10-19
Le nuove tasse fregano le nostre Pmi mentre aiutano le imprese straniere
Ansa
Sugar tax, plastic tax, tassa sui giochi: davanti al diluvio fiscale, i settori colpiti lanciano un grido di dolore. Cominciamo dalla sugar tax; non c'è la prova che funzioni contro l'obesità (anzi), e in compenso fa danni alle imprese italiane, svantaggiandole rispetto ai concorrenti stranieri. Non ci sono studi scientifici credibili (e basati su un arco temporale adeguato) che confortino l'obiettivo salutista della tassa, nei Paesi in cui è già stata applicata (come Danimarca e Gran Bretagna). Il professor Pietro Paganini, che con il think tank Competere ha studiato il dossier maturando un poderoso scetticismo contro questo tipo di tassazione, cita il caso cileno.
In Cile, dopo tre anni di applicazione della sugar tax (e pure del temutissimo bollino nero sulle confezioni, per scoraggiare il consumo degli alimenti troppo grassi o troppo zuccherati), non c'è stata nessuna riduzione dell'obesità (semmai, un leggero aumento), e le fasce deboli della popolazione hanno pure speso di più, a causa degli aumenti di prezzo. Sicché lo stesso ministro della Salute ha recentemente ammesso il buco nell'acqua.
Ma oltre al danno, ecco la beffa che rischia di maturare qui da noi: sotto forma di un colpo durissimo a danno delle imprese italiane. La denuncia è di Alberto Bagnai (Lega), presidente della commissione Finanze del Senato: «Lo stile di vita italiano, fatto anche di bevande come l'Aperol, il Campari, il Martini - per citare tre marchi internazionalmente riconosciuti - i tanti amari, i tanti analcolici, viene penalizzato da un'imposta odiosa per la sua ipocrisia». Secondo Bagnai, «si fornisce uno sleale svantaggio ai produttori esteri di superalcolici di importazione, come whisky, gin, vodka». In effetti, se la tassazione si applica indistintamente a tutti, è evidente che un soggetto imprenditoriale in grado di operare a livello multinazionale può assorbirla più facilmente. Se invece siamo in presenza di un produttore nazionale o addirittura locale sia di soft drink sia di alcolici (anche loro dovrebbero essere colpiti), la mazzata sarà durissima. Immaginate - in Abruzzo - un produttore di amaro, sambuca e centerbe: sarà ben difficile ammortizzare il colpo, senza trasferirlo sul prezzo. Per non citare l'effetto più perverso che qualcuno ipotizza, e che auspicabilmente i migliori produttori italiani eviteranno. Qualora la tassazione incidesse sulla quantità degli zuccheri, un produttore cinico potrebbe disinteressarsi della qualità del suo prodotto, ridurre lo zucchero, alterare la formula del liquore, e non avere riverberi sul prezzo finale. Ma mettendo sul mercato un prodotto peggiore di prima.
Tra l'altro - se ci si sposta in un settore limitrofo, quello delle bevande gassate - Assobibe Confindustria fa sapere che in dieci anni, tra il 2006 e il 2016, si è già registrato un crollo dei consumi (meno 19,43%). Le cause vanno ricercate nella crisi economica ma anche in un cambiamento nello stile di vita (diete, eccetera). Siamo dunque in presenza di un settore che già vive un momento delicato.
Passiamo alla plastic tax. Dopo aver civettato con le campagne ambientaliste con l'icona Greta Thunberg, alcuni si accorgono di aver fatto autogol. È il caso di Confindustria, che ieri ha espresso «forte contrarietà» verso la nuova tassa: «La misura non ha finalità ambientali, penalizza i prodotti e non i comportamenti, e rappresenta unicamente un'imposizione diretta a recuperare risorse ponendo ingenti costi a carico di consumatori, lavoratori e imprese. Le imprese già oggi pagano il contributo ambientale Conai per la raccolta e il riciclo degli imballaggi in plastica per un ammontare di 450 milioni di euro all'anno, dei quali 350 vengono versati ai Comuni per garantire la raccolta differenziata. L'introduzione di una tassa sulla plastica equivarrebbe, quindi, a una sorta di doppia imposizione». Insomma, una tassa sulla plastica la paghiamo già. Tra l'altro, l'aspetto paradossale della vicenda, come denuncia il Consorzio nazionale imballaggi plastica, è che un'applicazione indistinta della plastic tax colpirebbe anche i «sistemi virtuosi che utilizzano plastica riciclata e ne provvedono alla raccolta e al recupero». Un oggettivo controsenso, anche in una logica verde.
Per ciò che riguarda i giochi, il grido di dolore dei concessionari per il nuovo aumento del Preu si è tradotto in una lettera a Giuseppe Conte: «Saremo costretti all'apertura di procedure di mobilità che interesseranno varie centinaia di lavoratori. Dall'inizio delle concessioni sono intervenuti otto aumenti del prelievo, non previsti in fase di affidamento. In particolare, nei soli 15 mesi passati il comparto apparecchi e la sua filiera sono stati oggetto di un triplo aumento del prelievo». Secondo l'agenzia Agipronews, i concessionari sarebbero pronti a iniziative legali per «tutelare gli interessi delle aziende e il rispetto dei contratti». E, a ben vedere, c'è anche un'altra preoccupazione di sistema che andrebbe considerata: l'aumento a livelli esorbitanti della tassazione del gioco legale può rappresentare un assist al gioco illegale gestito dai circuiti criminali.
La webtax la pagheremo noi clienti
Siamo alle solite. Nella fretta di tassare, si tassa troppo e male, e si sbaglia anche bersaglio. Con operazioni che rischiano di far molto male ai consumatori e alle piccole imprese italiane, e - per paradosso - di schivare pressoché completamente i giganti del Web.
Ma facciamo un passo indietro. Nel caso della webtax, si confrontano da tempo punti di vista teorici assai differenti: tutti riconoscono che questi giganti hanno goduto di un regime di favore eccessivo; molti ritengono che sia necessario attendere un'intesa internazionale (in sede Ocse) per evitare che un solo Paese adotti un'impostazione penalizzante per gli investimenti sul proprio territorio; altri (è il caso della sinistra italiana, e del neo ministro Francesco Boccia, da anni promotore di interventi fiscali in questo settore) spingono invece affinché l'Italia proceda a prescindere dagli altri Paesi, anche con una fuga solitaria in avanti. Ecco, dimenticate per un momento questo dibattito: si può essere favorevoli, contrari, o collocarsi in una ragionevole sfumatura intermedia. Ma - comunque la si pensi - occorrerebbe evitare di prendere fischi per fiaschi, di confondere i bersagli, di penalizzare proprio quelli che si dice di voler difendere e tutelare. È ciò che rischia di fare il governo giallorosso, dopo l'annuncio del fatto che la webtax sarà operativa già dal 1° gennaio 2020.
E come funzionerà? Con un prelievo del 3% che andrà a colpire sia la pubblicità diretta agli utenti online, sia i ricavi derivanti da servizi digitali. E si tratta di due operazioni dagli effetti diversissimi. Nel primo caso, la cosa era nell'aria, era attesa da tempo, e nessuno si straccerà le vesti.
Google, Facebook e Amazon hanno margini elevati sulla pubblicità (circa il 30%), e sono tranquillamente in condizione di assorbire la tassa del 3%. Il discorso cambia completamente nel secondo caso, dove i margini sono estremamente ridotti (4% circa), e dove alcuni grandi operatori (in particolare Amazon) si offrono come marketplace, anzi come un international marketplace: in altre parole, fungono da principale piattaforma di internazionalizzazione delle Pmi italiane. Inutile girarci intorno: oggi un cliente internazionale, un utente in qualunque parte del mondo, se vuole comprare un prodotto italiano, lo cerca proprio su Amazon. E, per stare lì in buona evidenza, quelle nostre Pmi già pagano, ovviamente, visto che ricevono un servizio, visto che vengono - per così dire - messe in vetrina.
E chi sono queste imprese venditrici? Piccole imprese, microvenditori, artigiani, a volte specializzati in produzioni a mano o locali. È un tradimento (e un autogol!) per l'Italia punire fiscalmente le imprese che puntano su una combinazione di tradizione, mestieri, estrema personalizzazione del prodotto, e che cercano di avere accesso al mercato globale. Per queste imprese, è ovviamente impossibile aprire una boutique sulla Quinta strada di New York, mentre hanno una favolosa opportunità di acquisire un posizionamento intelligente in rete, sfruttando - appunto - un international marketplace.
Che effetto avrà la nuova tassa del 3%? Nessun effetto sulla tassazione corporate dei famosi giganti, ma solo un evidente aumento di ciò che le nostre piccole e medie imprese pagheranno per il servizio digitale di cui usufruiscono. E allora, ecco serviti il danno e la beffa. Il danno è che ci rimettono le imprese italiane, non le «cattive multinazionali» (per usare il gergo caro alla sinistra attualmente al governo).
Di più: quelle Pmi si troveranno pure davanti al dilemma diabolico se caricarsi il costo in più o se scaricarlo sul consumatore aumentando il prezzo finale. Se scelgono la prima ipotesi, si tratterà di un aggravio per loro. Se scelgono la seconda, sarà ancora peggio, perché in un mercato digitale estremamente competitivo, in cui ogni utente cerca regolarmente il prezzo più basso, anche un solo euro di differenza può indurre l'acquirente a cambiare idea, a rifiutare l'offerta, a cercare altro.
Per questo, gli osservatori più avveduti sanno bene la battuta che circola presso i giganti che si offrono come marketplace, quando parlano con le imprese italiane: «La webtax? Non ci preoccupa affatto: visto che a pagarla davvero sarete proprio voi».
Va anche aggiunto che la previsione di gettito, pur sovradimensionata, appare comunque complessivamente contenuta: si parla di 708 milioni (per il periodo d'imposta 2020, quindi nel 2021).
Da questo punto di vista, sarebbe auspicabile che, nel corso del dibattito parlamentare, qualche voce di buon senso sollevasse il tema, e provasse - magari - a suggerire un cambio di approccio. Non sarebbe più intelligente, dal punto di vista dello Stato, anziché danneggiare le Pmi italiane, rivolgersi direttamente - come fanno altri Paesi - ai giganti del web, chiedendo loro di fare investimenti più consistenti in Italia, di assumere centinaia di persone qui? Forse - da tutti i punti di vista: fiscale e del lavoro - si tratterebbe di un'operazione più efficace e produttiva.
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La stangata su plastica e zucchero danneggerà le piccole realtà: il comparto succhi e bibite ha già perso il 20% in dieci anni. Rivolta nel settore giochi: «Dovremo licenziare centinaia di persone. Possibili iniziative legali».Il balzello del 3% sui ricavi delle vendite è un'Iva mascherata e finirà per danneggiare gli artigiani che usano Internet per esportare. I colossi, invece, reggeranno la botta.Lo speciale contiene due articoli.Sugar tax, plastic tax, tassa sui giochi: davanti al diluvio fiscale, i settori colpiti lanciano un grido di dolore. Cominciamo dalla sugar tax; non c'è la prova che funzioni contro l'obesità (anzi), e in compenso fa danni alle imprese italiane, svantaggiandole rispetto ai concorrenti stranieri. Non ci sono studi scientifici credibili (e basati su un arco temporale adeguato) che confortino l'obiettivo salutista della tassa, nei Paesi in cui è già stata applicata (come Danimarca e Gran Bretagna). Il professor Pietro Paganini, che con il think tank Competere ha studiato il dossier maturando un poderoso scetticismo contro questo tipo di tassazione, cita il caso cileno.In Cile, dopo tre anni di applicazione della sugar tax (e pure del temutissimo bollino nero sulle confezioni, per scoraggiare il consumo degli alimenti troppo grassi o troppo zuccherati), non c'è stata nessuna riduzione dell'obesità (semmai, un leggero aumento), e le fasce deboli della popolazione hanno pure speso di più, a causa degli aumenti di prezzo. Sicché lo stesso ministro della Salute ha recentemente ammesso il buco nell'acqua.Ma oltre al danno, ecco la beffa che rischia di maturare qui da noi: sotto forma di un colpo durissimo a danno delle imprese italiane. La denuncia è di Alberto Bagnai (Lega), presidente della commissione Finanze del Senato: «Lo stile di vita italiano, fatto anche di bevande come l'Aperol, il Campari, il Martini - per citare tre marchi internazionalmente riconosciuti - i tanti amari, i tanti analcolici, viene penalizzato da un'imposta odiosa per la sua ipocrisia». Secondo Bagnai, «si fornisce uno sleale svantaggio ai produttori esteri di superalcolici di importazione, come whisky, gin, vodka». In effetti, se la tassazione si applica indistintamente a tutti, è evidente che un soggetto imprenditoriale in grado di operare a livello multinazionale può assorbirla più facilmente. Se invece siamo in presenza di un produttore nazionale o addirittura locale sia di soft drink sia di alcolici (anche loro dovrebbero essere colpiti), la mazzata sarà durissima. Immaginate - in Abruzzo - un produttore di amaro, sambuca e centerbe: sarà ben difficile ammortizzare il colpo, senza trasferirlo sul prezzo. Per non citare l'effetto più perverso che qualcuno ipotizza, e che auspicabilmente i migliori produttori italiani eviteranno. Qualora la tassazione incidesse sulla quantità degli zuccheri, un produttore cinico potrebbe disinteressarsi della qualità del suo prodotto, ridurre lo zucchero, alterare la formula del liquore, e non avere riverberi sul prezzo finale. Ma mettendo sul mercato un prodotto peggiore di prima. Tra l'altro - se ci si sposta in un settore limitrofo, quello delle bevande gassate - Assobibe Confindustria fa sapere che in dieci anni, tra il 2006 e il 2016, si è già registrato un crollo dei consumi (meno 19,43%). Le cause vanno ricercate nella crisi economica ma anche in un cambiamento nello stile di vita (diete, eccetera). Siamo dunque in presenza di un settore che già vive un momento delicato.Passiamo alla plastic tax. Dopo aver civettato con le campagne ambientaliste con l'icona Greta Thunberg, alcuni si accorgono di aver fatto autogol. È il caso di Confindustria, che ieri ha espresso «forte contrarietà» verso la nuova tassa: «La misura non ha finalità ambientali, penalizza i prodotti e non i comportamenti, e rappresenta unicamente un'imposizione diretta a recuperare risorse ponendo ingenti costi a carico di consumatori, lavoratori e imprese. Le imprese già oggi pagano il contributo ambientale Conai per la raccolta e il riciclo degli imballaggi in plastica per un ammontare di 450 milioni di euro all'anno, dei quali 350 vengono versati ai Comuni per garantire la raccolta differenziata. L'introduzione di una tassa sulla plastica equivarrebbe, quindi, a una sorta di doppia imposizione». Insomma, una tassa sulla plastica la paghiamo già. Tra l'altro, l'aspetto paradossale della vicenda, come denuncia il Consorzio nazionale imballaggi plastica, è che un'applicazione indistinta della plastic tax colpirebbe anche i «sistemi virtuosi che utilizzano plastica riciclata e ne provvedono alla raccolta e al recupero». Un oggettivo controsenso, anche in una logica verde.Per ciò che riguarda i giochi, il grido di dolore dei concessionari per il nuovo aumento del Preu si è tradotto in una lettera a Giuseppe Conte: «Saremo costretti all'apertura di procedure di mobilità che interesseranno varie centinaia di lavoratori. Dall'inizio delle concessioni sono intervenuti otto aumenti del prelievo, non previsti in fase di affidamento. In particolare, nei soli 15 mesi passati il comparto apparecchi e la sua filiera sono stati oggetto di un triplo aumento del prelievo». Secondo l'agenzia Agipronews, i concessionari sarebbero pronti a iniziative legali per «tutelare gli interessi delle aziende e il rispetto dei contratti». E, a ben vedere, c'è anche un'altra preoccupazione di sistema che andrebbe considerata: l'aumento a livelli esorbitanti della tassazione del gioco legale può rappresentare un assist al gioco illegale gestito dai circuiti criminali. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-nuove-tasse-fregano-le-nostre-pmi-mentre-aiutano-le-imprese-straniere-2641020505.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-webtax-la-pagheremo-noi-clienti" data-post-id="2641020505" data-published-at="1782228920" data-use-pagination="False"> La webtax la pagheremo noi clienti Siamo alle solite. Nella fretta di tassare, si tassa troppo e male, e si sbaglia anche bersaglio. Con operazioni che rischiano di far molto male ai consumatori e alle piccole imprese italiane, e - per paradosso - di schivare pressoché completamente i giganti del Web. Ma facciamo un passo indietro. Nel caso della webtax, si confrontano da tempo punti di vista teorici assai differenti: tutti riconoscono che questi giganti hanno goduto di un regime di favore eccessivo; molti ritengono che sia necessario attendere un'intesa internazionale (in sede Ocse) per evitare che un solo Paese adotti un'impostazione penalizzante per gli investimenti sul proprio territorio; altri (è il caso della sinistra italiana, e del neo ministro Francesco Boccia, da anni promotore di interventi fiscali in questo settore) spingono invece affinché l'Italia proceda a prescindere dagli altri Paesi, anche con una fuga solitaria in avanti. Ecco, dimenticate per un momento questo dibattito: si può essere favorevoli, contrari, o collocarsi in una ragionevole sfumatura intermedia. Ma - comunque la si pensi - occorrerebbe evitare di prendere fischi per fiaschi, di confondere i bersagli, di penalizzare proprio quelli che si dice di voler difendere e tutelare. È ciò che rischia di fare il governo giallorosso, dopo l'annuncio del fatto che la webtax sarà operativa già dal 1° gennaio 2020. E come funzionerà? Con un prelievo del 3% che andrà a colpire sia la pubblicità diretta agli utenti online, sia i ricavi derivanti da servizi digitali. E si tratta di due operazioni dagli effetti diversissimi. Nel primo caso, la cosa era nell'aria, era attesa da tempo, e nessuno si straccerà le vesti. Google, Facebook e Amazon hanno margini elevati sulla pubblicità (circa il 30%), e sono tranquillamente in condizione di assorbire la tassa del 3%. Il discorso cambia completamente nel secondo caso, dove i margini sono estremamente ridotti (4% circa), e dove alcuni grandi operatori (in particolare Amazon) si offrono come marketplace, anzi come un international marketplace: in altre parole, fungono da principale piattaforma di internazionalizzazione delle Pmi italiane. Inutile girarci intorno: oggi un cliente internazionale, un utente in qualunque parte del mondo, se vuole comprare un prodotto italiano, lo cerca proprio su Amazon. E, per stare lì in buona evidenza, quelle nostre Pmi già pagano, ovviamente, visto che ricevono un servizio, visto che vengono - per così dire - messe in vetrina. E chi sono queste imprese venditrici? Piccole imprese, microvenditori, artigiani, a volte specializzati in produzioni a mano o locali. È un tradimento (e un autogol!) per l'Italia punire fiscalmente le imprese che puntano su una combinazione di tradizione, mestieri, estrema personalizzazione del prodotto, e che cercano di avere accesso al mercato globale. Per queste imprese, è ovviamente impossibile aprire una boutique sulla Quinta strada di New York, mentre hanno una favolosa opportunità di acquisire un posizionamento intelligente in rete, sfruttando - appunto - un international marketplace. Che effetto avrà la nuova tassa del 3%? Nessun effetto sulla tassazione corporate dei famosi giganti, ma solo un evidente aumento di ciò che le nostre piccole e medie imprese pagheranno per il servizio digitale di cui usufruiscono. E allora, ecco serviti il danno e la beffa. Il danno è che ci rimettono le imprese italiane, non le «cattive multinazionali» (per usare il gergo caro alla sinistra attualmente al governo). Di più: quelle Pmi si troveranno pure davanti al dilemma diabolico se caricarsi il costo in più o se scaricarlo sul consumatore aumentando il prezzo finale. Se scelgono la prima ipotesi, si tratterà di un aggravio per loro. Se scelgono la seconda, sarà ancora peggio, perché in un mercato digitale estremamente competitivo, in cui ogni utente cerca regolarmente il prezzo più basso, anche un solo euro di differenza può indurre l'acquirente a cambiare idea, a rifiutare l'offerta, a cercare altro. Per questo, gli osservatori più avveduti sanno bene la battuta che circola presso i giganti che si offrono come marketplace, quando parlano con le imprese italiane: «La webtax? Non ci preoccupa affatto: visto che a pagarla davvero sarete proprio voi». Va anche aggiunto che la previsione di gettito, pur sovradimensionata, appare comunque complessivamente contenuta: si parla di 708 milioni (per il periodo d'imposta 2020, quindi nel 2021). Da questo punto di vista, sarebbe auspicabile che, nel corso del dibattito parlamentare, qualche voce di buon senso sollevasse il tema, e provasse - magari - a suggerire un cambio di approccio. Non sarebbe più intelligente, dal punto di vista dello Stato, anziché danneggiare le Pmi italiane, rivolgersi direttamente - come fanno altri Paesi - ai giganti del web, chiedendo loro di fare investimenti più consistenti in Italia, di assumere centinaia di persone qui? Forse - da tutti i punti di vista: fiscale e del lavoro - si tratterebbe di un'operazione più efficace e produttiva.
L'amministratore delegato e direttore generale di Simest Regina Corradini D'Arienzo
Al «Giorno della Verità» nel dialogo L’energia del potere – La partita decisiva per l’Europa è intervenuta Regina Corradini D’Arienzo, amministratore delegato e direttore generale di Simest. Al centro del confronto il sostegno alle imprese colpite dallo shock energetico, il ruolo delle Pmi, la filiera produttiva e le prospettive dell’export italiano.
Un miliardo di euro per sostenere le imprese che hanno subito lo shock energetico e il rischio di un rallentamento degli investimenti, soprattutto per le piccole e medie imprese. È uno dei passaggi chiave del dialogo andato in scena al «Giorno della Verità» nel panel L’energia del potere – La partita decisiva per l’Europa, con protagonista Regina Corradini D’Arienzo, amministratore delegato e direttore generale di Simest, intervistata dal vicedirettore de La Verità Giuliano Zulin.
L’intervento ha messo al centro la necessità di evitare un freno alla crescita delle imprese dopo la fase di shock energetico. Le risorse stanziate, è stato spiegato, nascono dalla volontà di sostenere la continuità degli investimenti attraverso un’iniezione immediata di liquidità e un contributo a fondo perduto fino al 30%.
Nel ragionamento, un ruolo centrale è stato attribuito al concetto di filiera, indicato come elemento chiave per la tenuta del sistema produttivo italiano. L’eventuale blocco degli investimenti, è stato sottolineato, rappresenterebbe infatti un rischio significativo per la competitività complessiva.
Ampio spazio anche al tema dell’export italiano e alla sua evoluzione. Secondo quanto illustrato, la forza delle imprese italiane risiede nella diversificazione settoriale e nella struttura familiare delle aziende, considerata un punto di forza nella capacità di resistere agli shock esterni, anche in contesti geopolitici complessi.
Tra i dati citati, la prospettiva di un export italiano in crescita fino a 700 miliardi di euro entro il 2027. Un obiettivo che, è stato osservato, richiede un sistema in grado non solo di sostenere ma anche di incentivare l’internazionalizzazione delle imprese.
Attualmente, meno del 9% delle aziende italiane esporta: un dato che, secondo quanto emerso dal confronto, evidenzia la necessità di ampliare la platea delle imprese attive sui mercati esteri. Per questo motivo, è stato spiegato, gli strumenti di sostegno sono stati estesi anche alle piccole e medie imprese, con l’obiettivo di rafforzare l’intera filiera produttiva.
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Francesco Lollobrigida e Massimo De Manzoni
«Le Tecniche di Evoluzione Assistita non sono OGM. Con la Tea la scienza non modifica la natura ma la mette in condizione di affrontare nuove sfide. L'intervista di Massimo De Manzoni al ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida.
L'agricoltura italiana è la prima per valore aggiunto in Europa. Sono dati del 2024, confermati nel 2025. Il nostro export tocca quasi i 73 miliardi. Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura e delle Foreste Francesco Lollobrigida intervistato dal codirettore della Verità Massimo De Manzoni. Frutto di un governo che ha investito 16, 8 miliardi di euro nel settore. «Mai nessun governo ha impegnato così tanto in un settore primario e noi abbiamo investito non speso» ha spiegato Lollobrigida. Investimenti che secondo uno studio di Ambrosetti genereranno 245 miliardi di euro di impatto nel settore.
Lollobrigida ha l'occasione di rivendicare il lavoro fatto per normare la commercializzazione della carne sintetica: «Una poltiglia cellulare che qualcuno ambiva a chiamare carne. Un alimento pensato per i poveri, non per tutti. Noi abbiamo chiesto di normare il prodotto. In Parlamento la legge è passata con il centrodestra, l’appoggio di altri e l’astensione di parte del Pd. Ci accusarono di restare isolati in Europa, ma poi in molti invece con noi. Così anche nel resto del mondo, dove qualcuno ha ripreso la nostra legge. Una vittoria che ha dimostrato che avevamo ragione. Non si potrà chiamare carne ma l’obiettivo è bannarla». Sulle Tecniche di Evoluzione Assistita risponde: «non sono OGM. Gli OGM intervengono tra specie diverse forzando la natura, mentre le TEA sono operazioni intraspecie: si accelera con la scienza qualcosa che la natura potrebbe realizzare da sola». Il Ministro fa un esempio: «Grazie alle TEA, la scienza non modifica la natura ma la mette in condizione di affrontare nuove sfide. Tra le sperimentazioni che stiamo conducendo come Italia, c'è il riso senza acqua. Sembra una cosa impossibile, ma stiamo sperimentando per raggiungere questo risultato». Sull'energia solare chiarisce: «Non siamo contro energia solare, ma siamo contro la speculazione dei terreni agricoli». Interrogato dal codirettore sulla possibilità di ricadute nel settore dovute al duro scambio tra Trump e Meloni, Lollobrigida risponde: «La rappresaglia di Trump è un rischio che vedo relativamente perché c’è una grande richiesta da parte del mercato americano».
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Il presidente esecutivo di BF Spa (Bonifiche Ferraresi) Federico Vecchioni
Il presidente esecutivo di BF Spa, intervistato dal condirettore Massimo de' Manzoni sul palco del Giorno della Verità, spiega perché il mondo agricolo rappresenta una priorità nazionale e non può essere separato dall'economia e dalla politica.
Cibo, filiere e sovranità. Intervistato dal condirettore Massimo de’ Manzoni in occasione de il Giorno della Verità, il presidente esecutivo di BF Spa (Bonifiche Ferraresi) Federico Vecchioni ha fatto il punto sull'importanza del mondo agricolo e sulle sue potenzialità palco nazionale (e non solo).
In vista della complessità dell'attuale contesto mondiale, afferma Vecchioni, si potrebbe dire che l'agricoltura abbia finalmente riacquistato il suo reale valore, acquisendo persino un importante ruolo geostrategico. «C’è una percezione internazionale che quello agricolo sia un tema di rilevanza non solo economica, ma anche sociale. Basti pensare che l’emergenza alimentare in aree di scarsità agricola abbia causato tensioni preoccupanti e strutturali in ambito planetario. Per questo, il mondo agroalimentare è tornato a un’attenzione non più solo di settore. «Il ministero dell'Agricoltura è politico. E l’agricoltura non può essere collocata ai margini dell’economia: sarebbe un grave errore di tipo politico».
«Ma se da un lato la rilevanza del cibo è tornata di tutti i Paesi (non solo quelli più poveri), dall’altra» sostiene il presidente esecutivo di BF Spa «abbiamo il dovere quasi morale di dare al comparto della produzione agricola una priorità di allenza tra governi, in primis l’Europa e le scelte fatte dal 1957. Allora si pensava al reddito agricolo, poi lo si è a lungo dimenticato».
Bonifiche Ferraresi, nella visione di Vecchioni, «è un ecosistema molto flessibile di imprese che hanno deciso di creare un’infrastuttura industriale con natura privata ma con la consapevolezza di una rilevanza istituzionale. Dobbiamo quindi intervenire sul tessuto sociale: con un sano tessuto sociale ci sarà un sano tessuto produttivo. In caso contrario no».
De' Manzoni concentra quindi l'attenzione sul modo in cui creare un sano tessuto sociale, in questo mondo di scarse risorse e di un'intelligenza artificiale che le assorbe ulteriormente, mentre al contrario diminuiscono le terre coltivabili. Vecchioni spiega tuttavia che, fortunatamente, «in realtà nel mondo esiste ancora molta terra da preservare e restituire alle future generazioni». Inoltre, afferma, «BF Spa non compra terreni, ma gestisce valore per realizzare un'infrastruttura che può essere replicata anche in altri contesti (le cosiddette model farm), ma che al tempo stesso opera con la comunità (dai piccoli agricoltori alle istituzioni).
Nella fase finale dell'intervento, Vecchioni ha ricordato l'importanza di tornare a investire sui giovani: «Nel 2022 gli iscritti alla facoltà universitaria di Scienze agrarie erano 4.200, mentre oggi sono meno di 2.000. Eppure, nello stesso momento, aumentano gli iscritti a Ingegneria agraria. La differenza la fa proprio la parola "ingegneria", che nell'immaginario dei giovani li fa pensare di avere un lavoro più sicuro se si iscrivono a questa facoltà rispetto a quella di agronomia». Con la consapevolezza rassicurante che «l’ia non sostituirà mai la professione dell’agricoltore».
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Al «Giorno della Verità» sono intervenuti Georg Gufler, Chief Executive Officer di Doppelmayr Italia; Fulvio Giuliani, giornalista e responsabile comunicazione di Interporto Rivers; e Stefano Paggi, Chief Technology & Operation Officer di FiberCop, in un confronto moderato dal vicedirettore de La Verità Giuliano Zulin. Al centro del dibattito la trasformazione della competitività italiana tra mobilità sostenibile, infrastrutture digitali e logistica integrata.
Georg Gufler, Chief Executive Officer di Doppelmayr Italia; Fulvio Giuliani, giornalista e responsabile comunicazione di Interporto Rivers; e Stefano Paggi, Chief Technology & Operation Officer di FiberCop, insieme al vicedirettore de La Verità Giuliano Zulin che ha moderato il panel. Sono i protagonisti del confronto La fabbrica del futuro, andato in scena al «Giorno della Verità», dedicato alla sfida della competitività nella rivoluzione digitale italiana.
Al centro del dibattito l’idea di una fabbrica del futuro più veloce, connessa e integrata tra sistemi di trasporto, logistica e infrastrutture digitali. Un modello in cui, è stato sottolineato, la circolazione delle merci e delle informazioni diventa elemento decisivo di sviluppo.
Gufler ha descritto la mobilità come una sfida centrale per lo sviluppo sostenibile dei territori, illustrando l’attività di Doppelmayr Italia, società attiva da oltre 130 anni e con più di 600 installazioni realizzate in Italia tra impianti turistici e urbani. Tra i punti chiave del suo intervento, il ruolo dei sistemi a fune come soluzione complementare alle infrastrutture tradizionali, con tempi di realizzazione più rapidi e costi inferiori rispetto ad altre opere, oltre a benefici in termini di impatto ambientale e consumo di suolo.
Nel panel è stato inoltre citato un progetto realizzato a Parigi, con cinque stazioni collegate alla rete metropolitana e ferroviaria, che avrebbe consentito una riduzione dei tempi di percorrenza di circa 22 minuti.
Ampio spazio anche alla digitalizzazione delle infrastrutture. Paggi ha richiamato il ruolo di FiberCop e l’obiettivo di estendere la connessione veloce a circa 20 milioni di unità tra famiglie e imprese, sottolineando la centralità della rete come infrastruttura strategica per la competitività del Paese.
Sul fronte logistico, Giuliani ha illustrato il ruolo degli interporti come nodi fondamentali per lo smistamento delle merci. In Italia ne esistono circa trenta, ha ricordato, e rappresentano una componente ancora poco conosciuta ma strategica della catena logistica nazionale. L’interporto di Marghera è stato indicato come esempio di crescita recente, con oltre un milione e mezzo di tonnellate movimentate nell’anno.
Nel dibattito è emersa anche la necessità di rafforzare il trasporto intermodale e le connessioni con i traffici marittimi e le direttrici europee, così come la possibilità di utilizzare sistemi innovativi anche per il cosiddetto «ultimo miglio» urbano.
Infine, è stato affrontato il tema delle tecnologie avanzate, dall’intelligenza artificiale alla crittografia quantistica, considerate strumenti destinati a incidere sia sull’elaborazione dei dati sia sulla sicurezza delle reti digitali.
In chiusura, una riflessione sul bisogno di accelerare il cambiamento infrastrutturale e produttivo del Paese, tra investimenti, innovazione e superamento delle resistenze alla trasformazione.
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