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2019-10-19
Le nuove tasse fregano le nostre Pmi mentre aiutano le imprese straniere
Ansa
Sugar tax, plastic tax, tassa sui giochi: davanti al diluvio fiscale, i settori colpiti lanciano un grido di dolore. Cominciamo dalla sugar tax; non c'è la prova che funzioni contro l'obesità (anzi), e in compenso fa danni alle imprese italiane, svantaggiandole rispetto ai concorrenti stranieri. Non ci sono studi scientifici credibili (e basati su un arco temporale adeguato) che confortino l'obiettivo salutista della tassa, nei Paesi in cui è già stata applicata (come Danimarca e Gran Bretagna). Il professor Pietro Paganini, che con il think tank Competere ha studiato il dossier maturando un poderoso scetticismo contro questo tipo di tassazione, cita il caso cileno.
In Cile, dopo tre anni di applicazione della sugar tax (e pure del temutissimo bollino nero sulle confezioni, per scoraggiare il consumo degli alimenti troppo grassi o troppo zuccherati), non c'è stata nessuna riduzione dell'obesità (semmai, un leggero aumento), e le fasce deboli della popolazione hanno pure speso di più, a causa degli aumenti di prezzo. Sicché lo stesso ministro della Salute ha recentemente ammesso il buco nell'acqua.
Ma oltre al danno, ecco la beffa che rischia di maturare qui da noi: sotto forma di un colpo durissimo a danno delle imprese italiane. La denuncia è di Alberto Bagnai (Lega), presidente della commissione Finanze del Senato: «Lo stile di vita italiano, fatto anche di bevande come l'Aperol, il Campari, il Martini - per citare tre marchi internazionalmente riconosciuti - i tanti amari, i tanti analcolici, viene penalizzato da un'imposta odiosa per la sua ipocrisia». Secondo Bagnai, «si fornisce uno sleale svantaggio ai produttori esteri di superalcolici di importazione, come whisky, gin, vodka». In effetti, se la tassazione si applica indistintamente a tutti, è evidente che un soggetto imprenditoriale in grado di operare a livello multinazionale può assorbirla più facilmente. Se invece siamo in presenza di un produttore nazionale o addirittura locale sia di soft drink sia di alcolici (anche loro dovrebbero essere colpiti), la mazzata sarà durissima. Immaginate - in Abruzzo - un produttore di amaro, sambuca e centerbe: sarà ben difficile ammortizzare il colpo, senza trasferirlo sul prezzo. Per non citare l'effetto più perverso che qualcuno ipotizza, e che auspicabilmente i migliori produttori italiani eviteranno. Qualora la tassazione incidesse sulla quantità degli zuccheri, un produttore cinico potrebbe disinteressarsi della qualità del suo prodotto, ridurre lo zucchero, alterare la formula del liquore, e non avere riverberi sul prezzo finale. Ma mettendo sul mercato un prodotto peggiore di prima.
Tra l'altro - se ci si sposta in un settore limitrofo, quello delle bevande gassate - Assobibe Confindustria fa sapere che in dieci anni, tra il 2006 e il 2016, si è già registrato un crollo dei consumi (meno 19,43%). Le cause vanno ricercate nella crisi economica ma anche in un cambiamento nello stile di vita (diete, eccetera). Siamo dunque in presenza di un settore che già vive un momento delicato.
Passiamo alla plastic tax. Dopo aver civettato con le campagne ambientaliste con l'icona Greta Thunberg, alcuni si accorgono di aver fatto autogol. È il caso di Confindustria, che ieri ha espresso «forte contrarietà» verso la nuova tassa: «La misura non ha finalità ambientali, penalizza i prodotti e non i comportamenti, e rappresenta unicamente un'imposizione diretta a recuperare risorse ponendo ingenti costi a carico di consumatori, lavoratori e imprese. Le imprese già oggi pagano il contributo ambientale Conai per la raccolta e il riciclo degli imballaggi in plastica per un ammontare di 450 milioni di euro all'anno, dei quali 350 vengono versati ai Comuni per garantire la raccolta differenziata. L'introduzione di una tassa sulla plastica equivarrebbe, quindi, a una sorta di doppia imposizione». Insomma, una tassa sulla plastica la paghiamo già. Tra l'altro, l'aspetto paradossale della vicenda, come denuncia il Consorzio nazionale imballaggi plastica, è che un'applicazione indistinta della plastic tax colpirebbe anche i «sistemi virtuosi che utilizzano plastica riciclata e ne provvedono alla raccolta e al recupero». Un oggettivo controsenso, anche in una logica verde.
Per ciò che riguarda i giochi, il grido di dolore dei concessionari per il nuovo aumento del Preu si è tradotto in una lettera a Giuseppe Conte: «Saremo costretti all'apertura di procedure di mobilità che interesseranno varie centinaia di lavoratori. Dall'inizio delle concessioni sono intervenuti otto aumenti del prelievo, non previsti in fase di affidamento. In particolare, nei soli 15 mesi passati il comparto apparecchi e la sua filiera sono stati oggetto di un triplo aumento del prelievo». Secondo l'agenzia Agipronews, i concessionari sarebbero pronti a iniziative legali per «tutelare gli interessi delle aziende e il rispetto dei contratti». E, a ben vedere, c'è anche un'altra preoccupazione di sistema che andrebbe considerata: l'aumento a livelli esorbitanti della tassazione del gioco legale può rappresentare un assist al gioco illegale gestito dai circuiti criminali.
La webtax la pagheremo noi clienti
Siamo alle solite. Nella fretta di tassare, si tassa troppo e male, e si sbaglia anche bersaglio. Con operazioni che rischiano di far molto male ai consumatori e alle piccole imprese italiane, e - per paradosso - di schivare pressoché completamente i giganti del Web.
Ma facciamo un passo indietro. Nel caso della webtax, si confrontano da tempo punti di vista teorici assai differenti: tutti riconoscono che questi giganti hanno goduto di un regime di favore eccessivo; molti ritengono che sia necessario attendere un'intesa internazionale (in sede Ocse) per evitare che un solo Paese adotti un'impostazione penalizzante per gli investimenti sul proprio territorio; altri (è il caso della sinistra italiana, e del neo ministro Francesco Boccia, da anni promotore di interventi fiscali in questo settore) spingono invece affinché l'Italia proceda a prescindere dagli altri Paesi, anche con una fuga solitaria in avanti. Ecco, dimenticate per un momento questo dibattito: si può essere favorevoli, contrari, o collocarsi in una ragionevole sfumatura intermedia. Ma - comunque la si pensi - occorrerebbe evitare di prendere fischi per fiaschi, di confondere i bersagli, di penalizzare proprio quelli che si dice di voler difendere e tutelare. È ciò che rischia di fare il governo giallorosso, dopo l'annuncio del fatto che la webtax sarà operativa già dal 1° gennaio 2020.
E come funzionerà? Con un prelievo del 3% che andrà a colpire sia la pubblicità diretta agli utenti online, sia i ricavi derivanti da servizi digitali. E si tratta di due operazioni dagli effetti diversissimi. Nel primo caso, la cosa era nell'aria, era attesa da tempo, e nessuno si straccerà le vesti.
Google, Facebook e Amazon hanno margini elevati sulla pubblicità (circa il 30%), e sono tranquillamente in condizione di assorbire la tassa del 3%. Il discorso cambia completamente nel secondo caso, dove i margini sono estremamente ridotti (4% circa), e dove alcuni grandi operatori (in particolare Amazon) si offrono come marketplace, anzi come un international marketplace: in altre parole, fungono da principale piattaforma di internazionalizzazione delle Pmi italiane. Inutile girarci intorno: oggi un cliente internazionale, un utente in qualunque parte del mondo, se vuole comprare un prodotto italiano, lo cerca proprio su Amazon. E, per stare lì in buona evidenza, quelle nostre Pmi già pagano, ovviamente, visto che ricevono un servizio, visto che vengono - per così dire - messe in vetrina.
E chi sono queste imprese venditrici? Piccole imprese, microvenditori, artigiani, a volte specializzati in produzioni a mano o locali. È un tradimento (e un autogol!) per l'Italia punire fiscalmente le imprese che puntano su una combinazione di tradizione, mestieri, estrema personalizzazione del prodotto, e che cercano di avere accesso al mercato globale. Per queste imprese, è ovviamente impossibile aprire una boutique sulla Quinta strada di New York, mentre hanno una favolosa opportunità di acquisire un posizionamento intelligente in rete, sfruttando - appunto - un international marketplace.
Che effetto avrà la nuova tassa del 3%? Nessun effetto sulla tassazione corporate dei famosi giganti, ma solo un evidente aumento di ciò che le nostre piccole e medie imprese pagheranno per il servizio digitale di cui usufruiscono. E allora, ecco serviti il danno e la beffa. Il danno è che ci rimettono le imprese italiane, non le «cattive multinazionali» (per usare il gergo caro alla sinistra attualmente al governo).
Di più: quelle Pmi si troveranno pure davanti al dilemma diabolico se caricarsi il costo in più o se scaricarlo sul consumatore aumentando il prezzo finale. Se scelgono la prima ipotesi, si tratterà di un aggravio per loro. Se scelgono la seconda, sarà ancora peggio, perché in un mercato digitale estremamente competitivo, in cui ogni utente cerca regolarmente il prezzo più basso, anche un solo euro di differenza può indurre l'acquirente a cambiare idea, a rifiutare l'offerta, a cercare altro.
Per questo, gli osservatori più avveduti sanno bene la battuta che circola presso i giganti che si offrono come marketplace, quando parlano con le imprese italiane: «La webtax? Non ci preoccupa affatto: visto che a pagarla davvero sarete proprio voi».
Va anche aggiunto che la previsione di gettito, pur sovradimensionata, appare comunque complessivamente contenuta: si parla di 708 milioni (per il periodo d'imposta 2020, quindi nel 2021).
Da questo punto di vista, sarebbe auspicabile che, nel corso del dibattito parlamentare, qualche voce di buon senso sollevasse il tema, e provasse - magari - a suggerire un cambio di approccio. Non sarebbe più intelligente, dal punto di vista dello Stato, anziché danneggiare le Pmi italiane, rivolgersi direttamente - come fanno altri Paesi - ai giganti del web, chiedendo loro di fare investimenti più consistenti in Italia, di assumere centinaia di persone qui? Forse - da tutti i punti di vista: fiscale e del lavoro - si tratterebbe di un'operazione più efficace e produttiva.
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La stangata su plastica e zucchero danneggerà le piccole realtà: il comparto succhi e bibite ha già perso il 20% in dieci anni. Rivolta nel settore giochi: «Dovremo licenziare centinaia di persone. Possibili iniziative legali».Il balzello del 3% sui ricavi delle vendite è un'Iva mascherata e finirà per danneggiare gli artigiani che usano Internet per esportare. I colossi, invece, reggeranno la botta.Lo speciale contiene due articoli.Sugar tax, plastic tax, tassa sui giochi: davanti al diluvio fiscale, i settori colpiti lanciano un grido di dolore. Cominciamo dalla sugar tax; non c'è la prova che funzioni contro l'obesità (anzi), e in compenso fa danni alle imprese italiane, svantaggiandole rispetto ai concorrenti stranieri. Non ci sono studi scientifici credibili (e basati su un arco temporale adeguato) che confortino l'obiettivo salutista della tassa, nei Paesi in cui è già stata applicata (come Danimarca e Gran Bretagna). Il professor Pietro Paganini, che con il think tank Competere ha studiato il dossier maturando un poderoso scetticismo contro questo tipo di tassazione, cita il caso cileno.In Cile, dopo tre anni di applicazione della sugar tax (e pure del temutissimo bollino nero sulle confezioni, per scoraggiare il consumo degli alimenti troppo grassi o troppo zuccherati), non c'è stata nessuna riduzione dell'obesità (semmai, un leggero aumento), e le fasce deboli della popolazione hanno pure speso di più, a causa degli aumenti di prezzo. Sicché lo stesso ministro della Salute ha recentemente ammesso il buco nell'acqua.Ma oltre al danno, ecco la beffa che rischia di maturare qui da noi: sotto forma di un colpo durissimo a danno delle imprese italiane. La denuncia è di Alberto Bagnai (Lega), presidente della commissione Finanze del Senato: «Lo stile di vita italiano, fatto anche di bevande come l'Aperol, il Campari, il Martini - per citare tre marchi internazionalmente riconosciuti - i tanti amari, i tanti analcolici, viene penalizzato da un'imposta odiosa per la sua ipocrisia». Secondo Bagnai, «si fornisce uno sleale svantaggio ai produttori esteri di superalcolici di importazione, come whisky, gin, vodka». In effetti, se la tassazione si applica indistintamente a tutti, è evidente che un soggetto imprenditoriale in grado di operare a livello multinazionale può assorbirla più facilmente. Se invece siamo in presenza di un produttore nazionale o addirittura locale sia di soft drink sia di alcolici (anche loro dovrebbero essere colpiti), la mazzata sarà durissima. Immaginate - in Abruzzo - un produttore di amaro, sambuca e centerbe: sarà ben difficile ammortizzare il colpo, senza trasferirlo sul prezzo. Per non citare l'effetto più perverso che qualcuno ipotizza, e che auspicabilmente i migliori produttori italiani eviteranno. Qualora la tassazione incidesse sulla quantità degli zuccheri, un produttore cinico potrebbe disinteressarsi della qualità del suo prodotto, ridurre lo zucchero, alterare la formula del liquore, e non avere riverberi sul prezzo finale. Ma mettendo sul mercato un prodotto peggiore di prima. Tra l'altro - se ci si sposta in un settore limitrofo, quello delle bevande gassate - Assobibe Confindustria fa sapere che in dieci anni, tra il 2006 e il 2016, si è già registrato un crollo dei consumi (meno 19,43%). Le cause vanno ricercate nella crisi economica ma anche in un cambiamento nello stile di vita (diete, eccetera). Siamo dunque in presenza di un settore che già vive un momento delicato.Passiamo alla plastic tax. Dopo aver civettato con le campagne ambientaliste con l'icona Greta Thunberg, alcuni si accorgono di aver fatto autogol. È il caso di Confindustria, che ieri ha espresso «forte contrarietà» verso la nuova tassa: «La misura non ha finalità ambientali, penalizza i prodotti e non i comportamenti, e rappresenta unicamente un'imposizione diretta a recuperare risorse ponendo ingenti costi a carico di consumatori, lavoratori e imprese. Le imprese già oggi pagano il contributo ambientale Conai per la raccolta e il riciclo degli imballaggi in plastica per un ammontare di 450 milioni di euro all'anno, dei quali 350 vengono versati ai Comuni per garantire la raccolta differenziata. L'introduzione di una tassa sulla plastica equivarrebbe, quindi, a una sorta di doppia imposizione». Insomma, una tassa sulla plastica la paghiamo già. Tra l'altro, l'aspetto paradossale della vicenda, come denuncia il Consorzio nazionale imballaggi plastica, è che un'applicazione indistinta della plastic tax colpirebbe anche i «sistemi virtuosi che utilizzano plastica riciclata e ne provvedono alla raccolta e al recupero». Un oggettivo controsenso, anche in una logica verde.Per ciò che riguarda i giochi, il grido di dolore dei concessionari per il nuovo aumento del Preu si è tradotto in una lettera a Giuseppe Conte: «Saremo costretti all'apertura di procedure di mobilità che interesseranno varie centinaia di lavoratori. Dall'inizio delle concessioni sono intervenuti otto aumenti del prelievo, non previsti in fase di affidamento. In particolare, nei soli 15 mesi passati il comparto apparecchi e la sua filiera sono stati oggetto di un triplo aumento del prelievo». Secondo l'agenzia Agipronews, i concessionari sarebbero pronti a iniziative legali per «tutelare gli interessi delle aziende e il rispetto dei contratti». E, a ben vedere, c'è anche un'altra preoccupazione di sistema che andrebbe considerata: l'aumento a livelli esorbitanti della tassazione del gioco legale può rappresentare un assist al gioco illegale gestito dai circuiti criminali. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-nuove-tasse-fregano-le-nostre-pmi-mentre-aiutano-le-imprese-straniere-2641020505.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-webtax-la-pagheremo-noi-clienti" data-post-id="2641020505" data-published-at="1777118998" data-use-pagination="False"> La webtax la pagheremo noi clienti Siamo alle solite. Nella fretta di tassare, si tassa troppo e male, e si sbaglia anche bersaglio. Con operazioni che rischiano di far molto male ai consumatori e alle piccole imprese italiane, e - per paradosso - di schivare pressoché completamente i giganti del Web. Ma facciamo un passo indietro. Nel caso della webtax, si confrontano da tempo punti di vista teorici assai differenti: tutti riconoscono che questi giganti hanno goduto di un regime di favore eccessivo; molti ritengono che sia necessario attendere un'intesa internazionale (in sede Ocse) per evitare che un solo Paese adotti un'impostazione penalizzante per gli investimenti sul proprio territorio; altri (è il caso della sinistra italiana, e del neo ministro Francesco Boccia, da anni promotore di interventi fiscali in questo settore) spingono invece affinché l'Italia proceda a prescindere dagli altri Paesi, anche con una fuga solitaria in avanti. Ecco, dimenticate per un momento questo dibattito: si può essere favorevoli, contrari, o collocarsi in una ragionevole sfumatura intermedia. Ma - comunque la si pensi - occorrerebbe evitare di prendere fischi per fiaschi, di confondere i bersagli, di penalizzare proprio quelli che si dice di voler difendere e tutelare. È ciò che rischia di fare il governo giallorosso, dopo l'annuncio del fatto che la webtax sarà operativa già dal 1° gennaio 2020. E come funzionerà? Con un prelievo del 3% che andrà a colpire sia la pubblicità diretta agli utenti online, sia i ricavi derivanti da servizi digitali. E si tratta di due operazioni dagli effetti diversissimi. Nel primo caso, la cosa era nell'aria, era attesa da tempo, e nessuno si straccerà le vesti. Google, Facebook e Amazon hanno margini elevati sulla pubblicità (circa il 30%), e sono tranquillamente in condizione di assorbire la tassa del 3%. Il discorso cambia completamente nel secondo caso, dove i margini sono estremamente ridotti (4% circa), e dove alcuni grandi operatori (in particolare Amazon) si offrono come marketplace, anzi come un international marketplace: in altre parole, fungono da principale piattaforma di internazionalizzazione delle Pmi italiane. Inutile girarci intorno: oggi un cliente internazionale, un utente in qualunque parte del mondo, se vuole comprare un prodotto italiano, lo cerca proprio su Amazon. E, per stare lì in buona evidenza, quelle nostre Pmi già pagano, ovviamente, visto che ricevono un servizio, visto che vengono - per così dire - messe in vetrina. E chi sono queste imprese venditrici? Piccole imprese, microvenditori, artigiani, a volte specializzati in produzioni a mano o locali. È un tradimento (e un autogol!) per l'Italia punire fiscalmente le imprese che puntano su una combinazione di tradizione, mestieri, estrema personalizzazione del prodotto, e che cercano di avere accesso al mercato globale. Per queste imprese, è ovviamente impossibile aprire una boutique sulla Quinta strada di New York, mentre hanno una favolosa opportunità di acquisire un posizionamento intelligente in rete, sfruttando - appunto - un international marketplace. Che effetto avrà la nuova tassa del 3%? Nessun effetto sulla tassazione corporate dei famosi giganti, ma solo un evidente aumento di ciò che le nostre piccole e medie imprese pagheranno per il servizio digitale di cui usufruiscono. E allora, ecco serviti il danno e la beffa. Il danno è che ci rimettono le imprese italiane, non le «cattive multinazionali» (per usare il gergo caro alla sinistra attualmente al governo). Di più: quelle Pmi si troveranno pure davanti al dilemma diabolico se caricarsi il costo in più o se scaricarlo sul consumatore aumentando il prezzo finale. Se scelgono la prima ipotesi, si tratterà di un aggravio per loro. Se scelgono la seconda, sarà ancora peggio, perché in un mercato digitale estremamente competitivo, in cui ogni utente cerca regolarmente il prezzo più basso, anche un solo euro di differenza può indurre l'acquirente a cambiare idea, a rifiutare l'offerta, a cercare altro. Per questo, gli osservatori più avveduti sanno bene la battuta che circola presso i giganti che si offrono come marketplace, quando parlano con le imprese italiane: «La webtax? Non ci preoccupa affatto: visto che a pagarla davvero sarete proprio voi». Va anche aggiunto che la previsione di gettito, pur sovradimensionata, appare comunque complessivamente contenuta: si parla di 708 milioni (per il periodo d'imposta 2020, quindi nel 2021). Da questo punto di vista, sarebbe auspicabile che, nel corso del dibattito parlamentare, qualche voce di buon senso sollevasse il tema, e provasse - magari - a suggerire un cambio di approccio. Non sarebbe più intelligente, dal punto di vista dello Stato, anziché danneggiare le Pmi italiane, rivolgersi direttamente - come fanno altri Paesi - ai giganti del web, chiedendo loro di fare investimenti più consistenti in Italia, di assumere centinaia di persone qui? Forse - da tutti i punti di vista: fiscale e del lavoro - si tratterebbe di un'operazione più efficace e produttiva.
Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Dai dati pubblicati dal ministero dell’Economia emerge che nel 2024, secondo le dichiarazioni presentate nel 2025, l’economia ha continuato a crescere. Questo si esprime con l’aumento del reddito complessivo dichiarato che ha sfiorato i 1.100 miliardi di euro, attestandosi a 1.076,3 miliardi, (+4,7% sul 2023) e con l’aumento del reddito medio, che viaggia intorno a 25.820 euro (+4%). Ma se da una parte il Paese, pur con le note difficoltà, continua a espandersi, sul fronte fiscale manifesta uno squilibrio macroscopico. Gli italiani sono 59 milioni (compresi anche bambini e neonati), i contribuenti che presentano la dichiarazione sono 42,8 milioni ma di questi 11,3 milioni non pagano le tasse (a vario titolo): ecco dunque che ogni contribuente ha sostanzialmente sulle spalle un altro cittadino.
Considerando che sono oltre 8,7 milioni coloro con un’imposta netta pari a 0, poiché hanno redditi bassi o per effetto delle detrazioni, e quanti abbattono il dovuto grazie a bonus e trattamenti integrativi e come tali sono esonerati dalla presentazione della dichiarazione, c’è un’ampia fetta di italiani che vive di fatto senza un rapporto con il fisco. Certo il dato non è nuovo ma stupisce che rimane una fascia importante, nonostante il miglioramento dell’economia. Una crescita che trova la sua conferma nell’aumento del 3,9% dell’Irpef netta dichiarata, pari a 197,4 miliardi di euro, con un valore medio pro capite di 5.790 euro.
Esaminando la provenienza del gettito fiscale emerge che la fascia tra 35.000 e 70.000 euro, ovvero il ceto medio, da sola versa il 32,1% dell’Irpef complessiva. I contribuenti con redditi fino a 35.000 euro rappresentano oltre tre quarti della platea (76,6%), ma contribuiscono a poco più di un terzo dell’imposta totale (34,9%). Invece il 23,4% dei contribuenti, ovvero quelli sopra i 35.000 euro, sostiene il 65,1% del gettito. I redditi superiori a 300.000 euro (lo 0,2% della platea) contribuiscono per il 6,6% del totale in lieve diminuzione rispetto al 2023 quando rappresentavano il 7,1%.
Un’altra costante nelle rilevazioni è che la gran parte del totale dichiarato (l’84,6%) proviene dal lavoro dipendente che da solo rappresenta oltre la metà (54,4%) e dalle pensioni (30,2%). Ovvero da quella fascia di contribuenti che sono soggetti a un prelievo alla fonte e che non hanno alcuna possibilità di evadere. Sono loro le colonne portanti della finanza pubblica che garantiscono il funzionamento dei vari servizi a cominciare dalla sanità. Interessante anche il capitolo delle deduzioni -che riducono il reddito imponibile, cioè la base su cui si calcolano le imposte - e delle detrazioni, che riducono direttamente le imposte da pagare. Nel 2024 le deduzioni hanno raggiunto 40,6 miliardi (+4,2% rispetto al 2023). Si dividono tra la deduzione per l’abitazione principale, che vale 9,7 miliardi, e gli oneri deducibili che in larga parte riguardano i contributi previdenziali e assistenziali di imprenditori individuali e lavoratori autonomi.
Ancora più importante è l’ammontare delle detrazioni e dei cosiddetti oneri detraibili, che raggiungono 79,7 miliardi (anche qui con una crescita dello 0,5% sull’anno precedente). Entrando nel dettaglio, c’è una flessione sia della detrazione per carichi di famiglia sia delle detrazioni per reddito da lavoro dipendente, pensione e redditi assimilati. Aumentano invece le detrazioni relative a spese per il recupero edilizio, per il risparmio energetico e i cosiddetti oneri detraibili al 19% che vanno dalle spese per l’istruzione universitaria, le spese sanitarie e per gli interessi sui mutui per l’acquisto della prima casa. Queste voci, da sole, valgono oltre 44 miliardi.
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Luciano Linzi racconta la storia della Casa del Jazz di Roma, sorta in una villa confiscata alla Banda della Magliana. Con la fine degli scavi e delle indagini si chiude l’ultimo capitolo del Romanzo criminale. E ora può tornare la musica.