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2019-10-19
Le nuove tasse fregano le nostre Pmi mentre aiutano le imprese straniere
Ansa
Sugar tax, plastic tax, tassa sui giochi: davanti al diluvio fiscale, i settori colpiti lanciano un grido di dolore. Cominciamo dalla sugar tax; non c'è la prova che funzioni contro l'obesità (anzi), e in compenso fa danni alle imprese italiane, svantaggiandole rispetto ai concorrenti stranieri. Non ci sono studi scientifici credibili (e basati su un arco temporale adeguato) che confortino l'obiettivo salutista della tassa, nei Paesi in cui è già stata applicata (come Danimarca e Gran Bretagna). Il professor Pietro Paganini, che con il think tank Competere ha studiato il dossier maturando un poderoso scetticismo contro questo tipo di tassazione, cita il caso cileno.
In Cile, dopo tre anni di applicazione della sugar tax (e pure del temutissimo bollino nero sulle confezioni, per scoraggiare il consumo degli alimenti troppo grassi o troppo zuccherati), non c'è stata nessuna riduzione dell'obesità (semmai, un leggero aumento), e le fasce deboli della popolazione hanno pure speso di più, a causa degli aumenti di prezzo. Sicché lo stesso ministro della Salute ha recentemente ammesso il buco nell'acqua.
Ma oltre al danno, ecco la beffa che rischia di maturare qui da noi: sotto forma di un colpo durissimo a danno delle imprese italiane. La denuncia è di Alberto Bagnai (Lega), presidente della commissione Finanze del Senato: «Lo stile di vita italiano, fatto anche di bevande come l'Aperol, il Campari, il Martini - per citare tre marchi internazionalmente riconosciuti - i tanti amari, i tanti analcolici, viene penalizzato da un'imposta odiosa per la sua ipocrisia». Secondo Bagnai, «si fornisce uno sleale svantaggio ai produttori esteri di superalcolici di importazione, come whisky, gin, vodka». In effetti, se la tassazione si applica indistintamente a tutti, è evidente che un soggetto imprenditoriale in grado di operare a livello multinazionale può assorbirla più facilmente. Se invece siamo in presenza di un produttore nazionale o addirittura locale sia di soft drink sia di alcolici (anche loro dovrebbero essere colpiti), la mazzata sarà durissima. Immaginate - in Abruzzo - un produttore di amaro, sambuca e centerbe: sarà ben difficile ammortizzare il colpo, senza trasferirlo sul prezzo. Per non citare l'effetto più perverso che qualcuno ipotizza, e che auspicabilmente i migliori produttori italiani eviteranno. Qualora la tassazione incidesse sulla quantità degli zuccheri, un produttore cinico potrebbe disinteressarsi della qualità del suo prodotto, ridurre lo zucchero, alterare la formula del liquore, e non avere riverberi sul prezzo finale. Ma mettendo sul mercato un prodotto peggiore di prima.
Tra l'altro - se ci si sposta in un settore limitrofo, quello delle bevande gassate - Assobibe Confindustria fa sapere che in dieci anni, tra il 2006 e il 2016, si è già registrato un crollo dei consumi (meno 19,43%). Le cause vanno ricercate nella crisi economica ma anche in un cambiamento nello stile di vita (diete, eccetera). Siamo dunque in presenza di un settore che già vive un momento delicato.
Passiamo alla plastic tax. Dopo aver civettato con le campagne ambientaliste con l'icona Greta Thunberg, alcuni si accorgono di aver fatto autogol. È il caso di Confindustria, che ieri ha espresso «forte contrarietà» verso la nuova tassa: «La misura non ha finalità ambientali, penalizza i prodotti e non i comportamenti, e rappresenta unicamente un'imposizione diretta a recuperare risorse ponendo ingenti costi a carico di consumatori, lavoratori e imprese. Le imprese già oggi pagano il contributo ambientale Conai per la raccolta e il riciclo degli imballaggi in plastica per un ammontare di 450 milioni di euro all'anno, dei quali 350 vengono versati ai Comuni per garantire la raccolta differenziata. L'introduzione di una tassa sulla plastica equivarrebbe, quindi, a una sorta di doppia imposizione». Insomma, una tassa sulla plastica la paghiamo già. Tra l'altro, l'aspetto paradossale della vicenda, come denuncia il Consorzio nazionale imballaggi plastica, è che un'applicazione indistinta della plastic tax colpirebbe anche i «sistemi virtuosi che utilizzano plastica riciclata e ne provvedono alla raccolta e al recupero». Un oggettivo controsenso, anche in una logica verde.
Per ciò che riguarda i giochi, il grido di dolore dei concessionari per il nuovo aumento del Preu si è tradotto in una lettera a Giuseppe Conte: «Saremo costretti all'apertura di procedure di mobilità che interesseranno varie centinaia di lavoratori. Dall'inizio delle concessioni sono intervenuti otto aumenti del prelievo, non previsti in fase di affidamento. In particolare, nei soli 15 mesi passati il comparto apparecchi e la sua filiera sono stati oggetto di un triplo aumento del prelievo». Secondo l'agenzia Agipronews, i concessionari sarebbero pronti a iniziative legali per «tutelare gli interessi delle aziende e il rispetto dei contratti». E, a ben vedere, c'è anche un'altra preoccupazione di sistema che andrebbe considerata: l'aumento a livelli esorbitanti della tassazione del gioco legale può rappresentare un assist al gioco illegale gestito dai circuiti criminali.
La webtax la pagheremo noi clienti
Siamo alle solite. Nella fretta di tassare, si tassa troppo e male, e si sbaglia anche bersaglio. Con operazioni che rischiano di far molto male ai consumatori e alle piccole imprese italiane, e - per paradosso - di schivare pressoché completamente i giganti del Web.
Ma facciamo un passo indietro. Nel caso della webtax, si confrontano da tempo punti di vista teorici assai differenti: tutti riconoscono che questi giganti hanno goduto di un regime di favore eccessivo; molti ritengono che sia necessario attendere un'intesa internazionale (in sede Ocse) per evitare che un solo Paese adotti un'impostazione penalizzante per gli investimenti sul proprio territorio; altri (è il caso della sinistra italiana, e del neo ministro Francesco Boccia, da anni promotore di interventi fiscali in questo settore) spingono invece affinché l'Italia proceda a prescindere dagli altri Paesi, anche con una fuga solitaria in avanti. Ecco, dimenticate per un momento questo dibattito: si può essere favorevoli, contrari, o collocarsi in una ragionevole sfumatura intermedia. Ma - comunque la si pensi - occorrerebbe evitare di prendere fischi per fiaschi, di confondere i bersagli, di penalizzare proprio quelli che si dice di voler difendere e tutelare. È ciò che rischia di fare il governo giallorosso, dopo l'annuncio del fatto che la webtax sarà operativa già dal 1° gennaio 2020.
E come funzionerà? Con un prelievo del 3% che andrà a colpire sia la pubblicità diretta agli utenti online, sia i ricavi derivanti da servizi digitali. E si tratta di due operazioni dagli effetti diversissimi. Nel primo caso, la cosa era nell'aria, era attesa da tempo, e nessuno si straccerà le vesti.
Google, Facebook e Amazon hanno margini elevati sulla pubblicità (circa il 30%), e sono tranquillamente in condizione di assorbire la tassa del 3%. Il discorso cambia completamente nel secondo caso, dove i margini sono estremamente ridotti (4% circa), e dove alcuni grandi operatori (in particolare Amazon) si offrono come marketplace, anzi come un international marketplace: in altre parole, fungono da principale piattaforma di internazionalizzazione delle Pmi italiane. Inutile girarci intorno: oggi un cliente internazionale, un utente in qualunque parte del mondo, se vuole comprare un prodotto italiano, lo cerca proprio su Amazon. E, per stare lì in buona evidenza, quelle nostre Pmi già pagano, ovviamente, visto che ricevono un servizio, visto che vengono - per così dire - messe in vetrina.
E chi sono queste imprese venditrici? Piccole imprese, microvenditori, artigiani, a volte specializzati in produzioni a mano o locali. È un tradimento (e un autogol!) per l'Italia punire fiscalmente le imprese che puntano su una combinazione di tradizione, mestieri, estrema personalizzazione del prodotto, e che cercano di avere accesso al mercato globale. Per queste imprese, è ovviamente impossibile aprire una boutique sulla Quinta strada di New York, mentre hanno una favolosa opportunità di acquisire un posizionamento intelligente in rete, sfruttando - appunto - un international marketplace.
Che effetto avrà la nuova tassa del 3%? Nessun effetto sulla tassazione corporate dei famosi giganti, ma solo un evidente aumento di ciò che le nostre piccole e medie imprese pagheranno per il servizio digitale di cui usufruiscono. E allora, ecco serviti il danno e la beffa. Il danno è che ci rimettono le imprese italiane, non le «cattive multinazionali» (per usare il gergo caro alla sinistra attualmente al governo).
Di più: quelle Pmi si troveranno pure davanti al dilemma diabolico se caricarsi il costo in più o se scaricarlo sul consumatore aumentando il prezzo finale. Se scelgono la prima ipotesi, si tratterà di un aggravio per loro. Se scelgono la seconda, sarà ancora peggio, perché in un mercato digitale estremamente competitivo, in cui ogni utente cerca regolarmente il prezzo più basso, anche un solo euro di differenza può indurre l'acquirente a cambiare idea, a rifiutare l'offerta, a cercare altro.
Per questo, gli osservatori più avveduti sanno bene la battuta che circola presso i giganti che si offrono come marketplace, quando parlano con le imprese italiane: «La webtax? Non ci preoccupa affatto: visto che a pagarla davvero sarete proprio voi».
Va anche aggiunto che la previsione di gettito, pur sovradimensionata, appare comunque complessivamente contenuta: si parla di 708 milioni (per il periodo d'imposta 2020, quindi nel 2021).
Da questo punto di vista, sarebbe auspicabile che, nel corso del dibattito parlamentare, qualche voce di buon senso sollevasse il tema, e provasse - magari - a suggerire un cambio di approccio. Non sarebbe più intelligente, dal punto di vista dello Stato, anziché danneggiare le Pmi italiane, rivolgersi direttamente - come fanno altri Paesi - ai giganti del web, chiedendo loro di fare investimenti più consistenti in Italia, di assumere centinaia di persone qui? Forse - da tutti i punti di vista: fiscale e del lavoro - si tratterebbe di un'operazione più efficace e produttiva.
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La stangata su plastica e zucchero danneggerà le piccole realtà: il comparto succhi e bibite ha già perso il 20% in dieci anni. Rivolta nel settore giochi: «Dovremo licenziare centinaia di persone. Possibili iniziative legali».Il balzello del 3% sui ricavi delle vendite è un'Iva mascherata e finirà per danneggiare gli artigiani che usano Internet per esportare. I colossi, invece, reggeranno la botta.Lo speciale contiene due articoli.Sugar tax, plastic tax, tassa sui giochi: davanti al diluvio fiscale, i settori colpiti lanciano un grido di dolore. Cominciamo dalla sugar tax; non c'è la prova che funzioni contro l'obesità (anzi), e in compenso fa danni alle imprese italiane, svantaggiandole rispetto ai concorrenti stranieri. Non ci sono studi scientifici credibili (e basati su un arco temporale adeguato) che confortino l'obiettivo salutista della tassa, nei Paesi in cui è già stata applicata (come Danimarca e Gran Bretagna). Il professor Pietro Paganini, che con il think tank Competere ha studiato il dossier maturando un poderoso scetticismo contro questo tipo di tassazione, cita il caso cileno.In Cile, dopo tre anni di applicazione della sugar tax (e pure del temutissimo bollino nero sulle confezioni, per scoraggiare il consumo degli alimenti troppo grassi o troppo zuccherati), non c'è stata nessuna riduzione dell'obesità (semmai, un leggero aumento), e le fasce deboli della popolazione hanno pure speso di più, a causa degli aumenti di prezzo. Sicché lo stesso ministro della Salute ha recentemente ammesso il buco nell'acqua.Ma oltre al danno, ecco la beffa che rischia di maturare qui da noi: sotto forma di un colpo durissimo a danno delle imprese italiane. La denuncia è di Alberto Bagnai (Lega), presidente della commissione Finanze del Senato: «Lo stile di vita italiano, fatto anche di bevande come l'Aperol, il Campari, il Martini - per citare tre marchi internazionalmente riconosciuti - i tanti amari, i tanti analcolici, viene penalizzato da un'imposta odiosa per la sua ipocrisia». Secondo Bagnai, «si fornisce uno sleale svantaggio ai produttori esteri di superalcolici di importazione, come whisky, gin, vodka». In effetti, se la tassazione si applica indistintamente a tutti, è evidente che un soggetto imprenditoriale in grado di operare a livello multinazionale può assorbirla più facilmente. Se invece siamo in presenza di un produttore nazionale o addirittura locale sia di soft drink sia di alcolici (anche loro dovrebbero essere colpiti), la mazzata sarà durissima. Immaginate - in Abruzzo - un produttore di amaro, sambuca e centerbe: sarà ben difficile ammortizzare il colpo, senza trasferirlo sul prezzo. Per non citare l'effetto più perverso che qualcuno ipotizza, e che auspicabilmente i migliori produttori italiani eviteranno. Qualora la tassazione incidesse sulla quantità degli zuccheri, un produttore cinico potrebbe disinteressarsi della qualità del suo prodotto, ridurre lo zucchero, alterare la formula del liquore, e non avere riverberi sul prezzo finale. Ma mettendo sul mercato un prodotto peggiore di prima. Tra l'altro - se ci si sposta in un settore limitrofo, quello delle bevande gassate - Assobibe Confindustria fa sapere che in dieci anni, tra il 2006 e il 2016, si è già registrato un crollo dei consumi (meno 19,43%). Le cause vanno ricercate nella crisi economica ma anche in un cambiamento nello stile di vita (diete, eccetera). Siamo dunque in presenza di un settore che già vive un momento delicato.Passiamo alla plastic tax. Dopo aver civettato con le campagne ambientaliste con l'icona Greta Thunberg, alcuni si accorgono di aver fatto autogol. È il caso di Confindustria, che ieri ha espresso «forte contrarietà» verso la nuova tassa: «La misura non ha finalità ambientali, penalizza i prodotti e non i comportamenti, e rappresenta unicamente un'imposizione diretta a recuperare risorse ponendo ingenti costi a carico di consumatori, lavoratori e imprese. Le imprese già oggi pagano il contributo ambientale Conai per la raccolta e il riciclo degli imballaggi in plastica per un ammontare di 450 milioni di euro all'anno, dei quali 350 vengono versati ai Comuni per garantire la raccolta differenziata. L'introduzione di una tassa sulla plastica equivarrebbe, quindi, a una sorta di doppia imposizione». Insomma, una tassa sulla plastica la paghiamo già. Tra l'altro, l'aspetto paradossale della vicenda, come denuncia il Consorzio nazionale imballaggi plastica, è che un'applicazione indistinta della plastic tax colpirebbe anche i «sistemi virtuosi che utilizzano plastica riciclata e ne provvedono alla raccolta e al recupero». Un oggettivo controsenso, anche in una logica verde.Per ciò che riguarda i giochi, il grido di dolore dei concessionari per il nuovo aumento del Preu si è tradotto in una lettera a Giuseppe Conte: «Saremo costretti all'apertura di procedure di mobilità che interesseranno varie centinaia di lavoratori. Dall'inizio delle concessioni sono intervenuti otto aumenti del prelievo, non previsti in fase di affidamento. In particolare, nei soli 15 mesi passati il comparto apparecchi e la sua filiera sono stati oggetto di un triplo aumento del prelievo». Secondo l'agenzia Agipronews, i concessionari sarebbero pronti a iniziative legali per «tutelare gli interessi delle aziende e il rispetto dei contratti». E, a ben vedere, c'è anche un'altra preoccupazione di sistema che andrebbe considerata: l'aumento a livelli esorbitanti della tassazione del gioco legale può rappresentare un assist al gioco illegale gestito dai circuiti criminali. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-nuove-tasse-fregano-le-nostre-pmi-mentre-aiutano-le-imprese-straniere-2641020505.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-webtax-la-pagheremo-noi-clienti" data-post-id="2641020505" data-published-at="1780862955" data-use-pagination="False"> La webtax la pagheremo noi clienti Siamo alle solite. Nella fretta di tassare, si tassa troppo e male, e si sbaglia anche bersaglio. Con operazioni che rischiano di far molto male ai consumatori e alle piccole imprese italiane, e - per paradosso - di schivare pressoché completamente i giganti del Web. Ma facciamo un passo indietro. Nel caso della webtax, si confrontano da tempo punti di vista teorici assai differenti: tutti riconoscono che questi giganti hanno goduto di un regime di favore eccessivo; molti ritengono che sia necessario attendere un'intesa internazionale (in sede Ocse) per evitare che un solo Paese adotti un'impostazione penalizzante per gli investimenti sul proprio territorio; altri (è il caso della sinistra italiana, e del neo ministro Francesco Boccia, da anni promotore di interventi fiscali in questo settore) spingono invece affinché l'Italia proceda a prescindere dagli altri Paesi, anche con una fuga solitaria in avanti. Ecco, dimenticate per un momento questo dibattito: si può essere favorevoli, contrari, o collocarsi in una ragionevole sfumatura intermedia. Ma - comunque la si pensi - occorrerebbe evitare di prendere fischi per fiaschi, di confondere i bersagli, di penalizzare proprio quelli che si dice di voler difendere e tutelare. È ciò che rischia di fare il governo giallorosso, dopo l'annuncio del fatto che la webtax sarà operativa già dal 1° gennaio 2020. E come funzionerà? Con un prelievo del 3% che andrà a colpire sia la pubblicità diretta agli utenti online, sia i ricavi derivanti da servizi digitali. E si tratta di due operazioni dagli effetti diversissimi. Nel primo caso, la cosa era nell'aria, era attesa da tempo, e nessuno si straccerà le vesti. Google, Facebook e Amazon hanno margini elevati sulla pubblicità (circa il 30%), e sono tranquillamente in condizione di assorbire la tassa del 3%. Il discorso cambia completamente nel secondo caso, dove i margini sono estremamente ridotti (4% circa), e dove alcuni grandi operatori (in particolare Amazon) si offrono come marketplace, anzi come un international marketplace: in altre parole, fungono da principale piattaforma di internazionalizzazione delle Pmi italiane. Inutile girarci intorno: oggi un cliente internazionale, un utente in qualunque parte del mondo, se vuole comprare un prodotto italiano, lo cerca proprio su Amazon. E, per stare lì in buona evidenza, quelle nostre Pmi già pagano, ovviamente, visto che ricevono un servizio, visto che vengono - per così dire - messe in vetrina. E chi sono queste imprese venditrici? Piccole imprese, microvenditori, artigiani, a volte specializzati in produzioni a mano o locali. È un tradimento (e un autogol!) per l'Italia punire fiscalmente le imprese che puntano su una combinazione di tradizione, mestieri, estrema personalizzazione del prodotto, e che cercano di avere accesso al mercato globale. Per queste imprese, è ovviamente impossibile aprire una boutique sulla Quinta strada di New York, mentre hanno una favolosa opportunità di acquisire un posizionamento intelligente in rete, sfruttando - appunto - un international marketplace. Che effetto avrà la nuova tassa del 3%? Nessun effetto sulla tassazione corporate dei famosi giganti, ma solo un evidente aumento di ciò che le nostre piccole e medie imprese pagheranno per il servizio digitale di cui usufruiscono. E allora, ecco serviti il danno e la beffa. Il danno è che ci rimettono le imprese italiane, non le «cattive multinazionali» (per usare il gergo caro alla sinistra attualmente al governo). Di più: quelle Pmi si troveranno pure davanti al dilemma diabolico se caricarsi il costo in più o se scaricarlo sul consumatore aumentando il prezzo finale. Se scelgono la prima ipotesi, si tratterà di un aggravio per loro. Se scelgono la seconda, sarà ancora peggio, perché in un mercato digitale estremamente competitivo, in cui ogni utente cerca regolarmente il prezzo più basso, anche un solo euro di differenza può indurre l'acquirente a cambiare idea, a rifiutare l'offerta, a cercare altro. Per questo, gli osservatori più avveduti sanno bene la battuta che circola presso i giganti che si offrono come marketplace, quando parlano con le imprese italiane: «La webtax? Non ci preoccupa affatto: visto che a pagarla davvero sarete proprio voi». Va anche aggiunto che la previsione di gettito, pur sovradimensionata, appare comunque complessivamente contenuta: si parla di 708 milioni (per il periodo d'imposta 2020, quindi nel 2021). Da questo punto di vista, sarebbe auspicabile che, nel corso del dibattito parlamentare, qualche voce di buon senso sollevasse il tema, e provasse - magari - a suggerire un cambio di approccio. Non sarebbe più intelligente, dal punto di vista dello Stato, anziché danneggiare le Pmi italiane, rivolgersi direttamente - come fanno altri Paesi - ai giganti del web, chiedendo loro di fare investimenti più consistenti in Italia, di assumere centinaia di persone qui? Forse - da tutti i punti di vista: fiscale e del lavoro - si tratterebbe di un'operazione più efficace e produttiva.
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
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Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
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Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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