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2019-10-19
Le nuove tasse fregano le nostre Pmi mentre aiutano le imprese straniere
Ansa
Sugar tax, plastic tax, tassa sui giochi: davanti al diluvio fiscale, i settori colpiti lanciano un grido di dolore. Cominciamo dalla sugar tax; non c'è la prova che funzioni contro l'obesità (anzi), e in compenso fa danni alle imprese italiane, svantaggiandole rispetto ai concorrenti stranieri. Non ci sono studi scientifici credibili (e basati su un arco temporale adeguato) che confortino l'obiettivo salutista della tassa, nei Paesi in cui è già stata applicata (come Danimarca e Gran Bretagna). Il professor Pietro Paganini, che con il think tank Competere ha studiato il dossier maturando un poderoso scetticismo contro questo tipo di tassazione, cita il caso cileno.
In Cile, dopo tre anni di applicazione della sugar tax (e pure del temutissimo bollino nero sulle confezioni, per scoraggiare il consumo degli alimenti troppo grassi o troppo zuccherati), non c'è stata nessuna riduzione dell'obesità (semmai, un leggero aumento), e le fasce deboli della popolazione hanno pure speso di più, a causa degli aumenti di prezzo. Sicché lo stesso ministro della Salute ha recentemente ammesso il buco nell'acqua.
Ma oltre al danno, ecco la beffa che rischia di maturare qui da noi: sotto forma di un colpo durissimo a danno delle imprese italiane. La denuncia è di Alberto Bagnai (Lega), presidente della commissione Finanze del Senato: «Lo stile di vita italiano, fatto anche di bevande come l'Aperol, il Campari, il Martini - per citare tre marchi internazionalmente riconosciuti - i tanti amari, i tanti analcolici, viene penalizzato da un'imposta odiosa per la sua ipocrisia». Secondo Bagnai, «si fornisce uno sleale svantaggio ai produttori esteri di superalcolici di importazione, come whisky, gin, vodka». In effetti, se la tassazione si applica indistintamente a tutti, è evidente che un soggetto imprenditoriale in grado di operare a livello multinazionale può assorbirla più facilmente. Se invece siamo in presenza di un produttore nazionale o addirittura locale sia di soft drink sia di alcolici (anche loro dovrebbero essere colpiti), la mazzata sarà durissima. Immaginate - in Abruzzo - un produttore di amaro, sambuca e centerbe: sarà ben difficile ammortizzare il colpo, senza trasferirlo sul prezzo. Per non citare l'effetto più perverso che qualcuno ipotizza, e che auspicabilmente i migliori produttori italiani eviteranno. Qualora la tassazione incidesse sulla quantità degli zuccheri, un produttore cinico potrebbe disinteressarsi della qualità del suo prodotto, ridurre lo zucchero, alterare la formula del liquore, e non avere riverberi sul prezzo finale. Ma mettendo sul mercato un prodotto peggiore di prima.
Tra l'altro - se ci si sposta in un settore limitrofo, quello delle bevande gassate - Assobibe Confindustria fa sapere che in dieci anni, tra il 2006 e il 2016, si è già registrato un crollo dei consumi (meno 19,43%). Le cause vanno ricercate nella crisi economica ma anche in un cambiamento nello stile di vita (diete, eccetera). Siamo dunque in presenza di un settore che già vive un momento delicato.
Passiamo alla plastic tax. Dopo aver civettato con le campagne ambientaliste con l'icona Greta Thunberg, alcuni si accorgono di aver fatto autogol. È il caso di Confindustria, che ieri ha espresso «forte contrarietà» verso la nuova tassa: «La misura non ha finalità ambientali, penalizza i prodotti e non i comportamenti, e rappresenta unicamente un'imposizione diretta a recuperare risorse ponendo ingenti costi a carico di consumatori, lavoratori e imprese. Le imprese già oggi pagano il contributo ambientale Conai per la raccolta e il riciclo degli imballaggi in plastica per un ammontare di 450 milioni di euro all'anno, dei quali 350 vengono versati ai Comuni per garantire la raccolta differenziata. L'introduzione di una tassa sulla plastica equivarrebbe, quindi, a una sorta di doppia imposizione». Insomma, una tassa sulla plastica la paghiamo già. Tra l'altro, l'aspetto paradossale della vicenda, come denuncia il Consorzio nazionale imballaggi plastica, è che un'applicazione indistinta della plastic tax colpirebbe anche i «sistemi virtuosi che utilizzano plastica riciclata e ne provvedono alla raccolta e al recupero». Un oggettivo controsenso, anche in una logica verde.
Per ciò che riguarda i giochi, il grido di dolore dei concessionari per il nuovo aumento del Preu si è tradotto in una lettera a Giuseppe Conte: «Saremo costretti all'apertura di procedure di mobilità che interesseranno varie centinaia di lavoratori. Dall'inizio delle concessioni sono intervenuti otto aumenti del prelievo, non previsti in fase di affidamento. In particolare, nei soli 15 mesi passati il comparto apparecchi e la sua filiera sono stati oggetto di un triplo aumento del prelievo». Secondo l'agenzia Agipronews, i concessionari sarebbero pronti a iniziative legali per «tutelare gli interessi delle aziende e il rispetto dei contratti». E, a ben vedere, c'è anche un'altra preoccupazione di sistema che andrebbe considerata: l'aumento a livelli esorbitanti della tassazione del gioco legale può rappresentare un assist al gioco illegale gestito dai circuiti criminali.
La webtax la pagheremo noi clienti
Siamo alle solite. Nella fretta di tassare, si tassa troppo e male, e si sbaglia anche bersaglio. Con operazioni che rischiano di far molto male ai consumatori e alle piccole imprese italiane, e - per paradosso - di schivare pressoché completamente i giganti del Web.
Ma facciamo un passo indietro. Nel caso della webtax, si confrontano da tempo punti di vista teorici assai differenti: tutti riconoscono che questi giganti hanno goduto di un regime di favore eccessivo; molti ritengono che sia necessario attendere un'intesa internazionale (in sede Ocse) per evitare che un solo Paese adotti un'impostazione penalizzante per gli investimenti sul proprio territorio; altri (è il caso della sinistra italiana, e del neo ministro Francesco Boccia, da anni promotore di interventi fiscali in questo settore) spingono invece affinché l'Italia proceda a prescindere dagli altri Paesi, anche con una fuga solitaria in avanti. Ecco, dimenticate per un momento questo dibattito: si può essere favorevoli, contrari, o collocarsi in una ragionevole sfumatura intermedia. Ma - comunque la si pensi - occorrerebbe evitare di prendere fischi per fiaschi, di confondere i bersagli, di penalizzare proprio quelli che si dice di voler difendere e tutelare. È ciò che rischia di fare il governo giallorosso, dopo l'annuncio del fatto che la webtax sarà operativa già dal 1° gennaio 2020.
E come funzionerà? Con un prelievo del 3% che andrà a colpire sia la pubblicità diretta agli utenti online, sia i ricavi derivanti da servizi digitali. E si tratta di due operazioni dagli effetti diversissimi. Nel primo caso, la cosa era nell'aria, era attesa da tempo, e nessuno si straccerà le vesti.
Google, Facebook e Amazon hanno margini elevati sulla pubblicità (circa il 30%), e sono tranquillamente in condizione di assorbire la tassa del 3%. Il discorso cambia completamente nel secondo caso, dove i margini sono estremamente ridotti (4% circa), e dove alcuni grandi operatori (in particolare Amazon) si offrono come marketplace, anzi come un international marketplace: in altre parole, fungono da principale piattaforma di internazionalizzazione delle Pmi italiane. Inutile girarci intorno: oggi un cliente internazionale, un utente in qualunque parte del mondo, se vuole comprare un prodotto italiano, lo cerca proprio su Amazon. E, per stare lì in buona evidenza, quelle nostre Pmi già pagano, ovviamente, visto che ricevono un servizio, visto che vengono - per così dire - messe in vetrina.
E chi sono queste imprese venditrici? Piccole imprese, microvenditori, artigiani, a volte specializzati in produzioni a mano o locali. È un tradimento (e un autogol!) per l'Italia punire fiscalmente le imprese che puntano su una combinazione di tradizione, mestieri, estrema personalizzazione del prodotto, e che cercano di avere accesso al mercato globale. Per queste imprese, è ovviamente impossibile aprire una boutique sulla Quinta strada di New York, mentre hanno una favolosa opportunità di acquisire un posizionamento intelligente in rete, sfruttando - appunto - un international marketplace.
Che effetto avrà la nuova tassa del 3%? Nessun effetto sulla tassazione corporate dei famosi giganti, ma solo un evidente aumento di ciò che le nostre piccole e medie imprese pagheranno per il servizio digitale di cui usufruiscono. E allora, ecco serviti il danno e la beffa. Il danno è che ci rimettono le imprese italiane, non le «cattive multinazionali» (per usare il gergo caro alla sinistra attualmente al governo).
Di più: quelle Pmi si troveranno pure davanti al dilemma diabolico se caricarsi il costo in più o se scaricarlo sul consumatore aumentando il prezzo finale. Se scelgono la prima ipotesi, si tratterà di un aggravio per loro. Se scelgono la seconda, sarà ancora peggio, perché in un mercato digitale estremamente competitivo, in cui ogni utente cerca regolarmente il prezzo più basso, anche un solo euro di differenza può indurre l'acquirente a cambiare idea, a rifiutare l'offerta, a cercare altro.
Per questo, gli osservatori più avveduti sanno bene la battuta che circola presso i giganti che si offrono come marketplace, quando parlano con le imprese italiane: «La webtax? Non ci preoccupa affatto: visto che a pagarla davvero sarete proprio voi».
Va anche aggiunto che la previsione di gettito, pur sovradimensionata, appare comunque complessivamente contenuta: si parla di 708 milioni (per il periodo d'imposta 2020, quindi nel 2021).
Da questo punto di vista, sarebbe auspicabile che, nel corso del dibattito parlamentare, qualche voce di buon senso sollevasse il tema, e provasse - magari - a suggerire un cambio di approccio. Non sarebbe più intelligente, dal punto di vista dello Stato, anziché danneggiare le Pmi italiane, rivolgersi direttamente - come fanno altri Paesi - ai giganti del web, chiedendo loro di fare investimenti più consistenti in Italia, di assumere centinaia di persone qui? Forse - da tutti i punti di vista: fiscale e del lavoro - si tratterebbe di un'operazione più efficace e produttiva.
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La stangata su plastica e zucchero danneggerà le piccole realtà: il comparto succhi e bibite ha già perso il 20% in dieci anni. Rivolta nel settore giochi: «Dovremo licenziare centinaia di persone. Possibili iniziative legali».Il balzello del 3% sui ricavi delle vendite è un'Iva mascherata e finirà per danneggiare gli artigiani che usano Internet per esportare. I colossi, invece, reggeranno la botta.Lo speciale contiene due articoli.Sugar tax, plastic tax, tassa sui giochi: davanti al diluvio fiscale, i settori colpiti lanciano un grido di dolore. Cominciamo dalla sugar tax; non c'è la prova che funzioni contro l'obesità (anzi), e in compenso fa danni alle imprese italiane, svantaggiandole rispetto ai concorrenti stranieri. Non ci sono studi scientifici credibili (e basati su un arco temporale adeguato) che confortino l'obiettivo salutista della tassa, nei Paesi in cui è già stata applicata (come Danimarca e Gran Bretagna). Il professor Pietro Paganini, che con il think tank Competere ha studiato il dossier maturando un poderoso scetticismo contro questo tipo di tassazione, cita il caso cileno.In Cile, dopo tre anni di applicazione della sugar tax (e pure del temutissimo bollino nero sulle confezioni, per scoraggiare il consumo degli alimenti troppo grassi o troppo zuccherati), non c'è stata nessuna riduzione dell'obesità (semmai, un leggero aumento), e le fasce deboli della popolazione hanno pure speso di più, a causa degli aumenti di prezzo. Sicché lo stesso ministro della Salute ha recentemente ammesso il buco nell'acqua.Ma oltre al danno, ecco la beffa che rischia di maturare qui da noi: sotto forma di un colpo durissimo a danno delle imprese italiane. La denuncia è di Alberto Bagnai (Lega), presidente della commissione Finanze del Senato: «Lo stile di vita italiano, fatto anche di bevande come l'Aperol, il Campari, il Martini - per citare tre marchi internazionalmente riconosciuti - i tanti amari, i tanti analcolici, viene penalizzato da un'imposta odiosa per la sua ipocrisia». Secondo Bagnai, «si fornisce uno sleale svantaggio ai produttori esteri di superalcolici di importazione, come whisky, gin, vodka». In effetti, se la tassazione si applica indistintamente a tutti, è evidente che un soggetto imprenditoriale in grado di operare a livello multinazionale può assorbirla più facilmente. Se invece siamo in presenza di un produttore nazionale o addirittura locale sia di soft drink sia di alcolici (anche loro dovrebbero essere colpiti), la mazzata sarà durissima. Immaginate - in Abruzzo - un produttore di amaro, sambuca e centerbe: sarà ben difficile ammortizzare il colpo, senza trasferirlo sul prezzo. Per non citare l'effetto più perverso che qualcuno ipotizza, e che auspicabilmente i migliori produttori italiani eviteranno. Qualora la tassazione incidesse sulla quantità degli zuccheri, un produttore cinico potrebbe disinteressarsi della qualità del suo prodotto, ridurre lo zucchero, alterare la formula del liquore, e non avere riverberi sul prezzo finale. Ma mettendo sul mercato un prodotto peggiore di prima. Tra l'altro - se ci si sposta in un settore limitrofo, quello delle bevande gassate - Assobibe Confindustria fa sapere che in dieci anni, tra il 2006 e il 2016, si è già registrato un crollo dei consumi (meno 19,43%). Le cause vanno ricercate nella crisi economica ma anche in un cambiamento nello stile di vita (diete, eccetera). Siamo dunque in presenza di un settore che già vive un momento delicato.Passiamo alla plastic tax. Dopo aver civettato con le campagne ambientaliste con l'icona Greta Thunberg, alcuni si accorgono di aver fatto autogol. È il caso di Confindustria, che ieri ha espresso «forte contrarietà» verso la nuova tassa: «La misura non ha finalità ambientali, penalizza i prodotti e non i comportamenti, e rappresenta unicamente un'imposizione diretta a recuperare risorse ponendo ingenti costi a carico di consumatori, lavoratori e imprese. Le imprese già oggi pagano il contributo ambientale Conai per la raccolta e il riciclo degli imballaggi in plastica per un ammontare di 450 milioni di euro all'anno, dei quali 350 vengono versati ai Comuni per garantire la raccolta differenziata. L'introduzione di una tassa sulla plastica equivarrebbe, quindi, a una sorta di doppia imposizione». Insomma, una tassa sulla plastica la paghiamo già. Tra l'altro, l'aspetto paradossale della vicenda, come denuncia il Consorzio nazionale imballaggi plastica, è che un'applicazione indistinta della plastic tax colpirebbe anche i «sistemi virtuosi che utilizzano plastica riciclata e ne provvedono alla raccolta e al recupero». Un oggettivo controsenso, anche in una logica verde.Per ciò che riguarda i giochi, il grido di dolore dei concessionari per il nuovo aumento del Preu si è tradotto in una lettera a Giuseppe Conte: «Saremo costretti all'apertura di procedure di mobilità che interesseranno varie centinaia di lavoratori. Dall'inizio delle concessioni sono intervenuti otto aumenti del prelievo, non previsti in fase di affidamento. In particolare, nei soli 15 mesi passati il comparto apparecchi e la sua filiera sono stati oggetto di un triplo aumento del prelievo». Secondo l'agenzia Agipronews, i concessionari sarebbero pronti a iniziative legali per «tutelare gli interessi delle aziende e il rispetto dei contratti». E, a ben vedere, c'è anche un'altra preoccupazione di sistema che andrebbe considerata: l'aumento a livelli esorbitanti della tassazione del gioco legale può rappresentare un assist al gioco illegale gestito dai circuiti criminali. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-nuove-tasse-fregano-le-nostre-pmi-mentre-aiutano-le-imprese-straniere-2641020505.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-webtax-la-pagheremo-noi-clienti" data-post-id="2641020505" data-published-at="1767842904" data-use-pagination="False"> La webtax la pagheremo noi clienti Siamo alle solite. Nella fretta di tassare, si tassa troppo e male, e si sbaglia anche bersaglio. Con operazioni che rischiano di far molto male ai consumatori e alle piccole imprese italiane, e - per paradosso - di schivare pressoché completamente i giganti del Web. Ma facciamo un passo indietro. Nel caso della webtax, si confrontano da tempo punti di vista teorici assai differenti: tutti riconoscono che questi giganti hanno goduto di un regime di favore eccessivo; molti ritengono che sia necessario attendere un'intesa internazionale (in sede Ocse) per evitare che un solo Paese adotti un'impostazione penalizzante per gli investimenti sul proprio territorio; altri (è il caso della sinistra italiana, e del neo ministro Francesco Boccia, da anni promotore di interventi fiscali in questo settore) spingono invece affinché l'Italia proceda a prescindere dagli altri Paesi, anche con una fuga solitaria in avanti. Ecco, dimenticate per un momento questo dibattito: si può essere favorevoli, contrari, o collocarsi in una ragionevole sfumatura intermedia. Ma - comunque la si pensi - occorrerebbe evitare di prendere fischi per fiaschi, di confondere i bersagli, di penalizzare proprio quelli che si dice di voler difendere e tutelare. È ciò che rischia di fare il governo giallorosso, dopo l'annuncio del fatto che la webtax sarà operativa già dal 1° gennaio 2020. E come funzionerà? Con un prelievo del 3% che andrà a colpire sia la pubblicità diretta agli utenti online, sia i ricavi derivanti da servizi digitali. E si tratta di due operazioni dagli effetti diversissimi. Nel primo caso, la cosa era nell'aria, era attesa da tempo, e nessuno si straccerà le vesti. Google, Facebook e Amazon hanno margini elevati sulla pubblicità (circa il 30%), e sono tranquillamente in condizione di assorbire la tassa del 3%. Il discorso cambia completamente nel secondo caso, dove i margini sono estremamente ridotti (4% circa), e dove alcuni grandi operatori (in particolare Amazon) si offrono come marketplace, anzi come un international marketplace: in altre parole, fungono da principale piattaforma di internazionalizzazione delle Pmi italiane. Inutile girarci intorno: oggi un cliente internazionale, un utente in qualunque parte del mondo, se vuole comprare un prodotto italiano, lo cerca proprio su Amazon. E, per stare lì in buona evidenza, quelle nostre Pmi già pagano, ovviamente, visto che ricevono un servizio, visto che vengono - per così dire - messe in vetrina. E chi sono queste imprese venditrici? Piccole imprese, microvenditori, artigiani, a volte specializzati in produzioni a mano o locali. È un tradimento (e un autogol!) per l'Italia punire fiscalmente le imprese che puntano su una combinazione di tradizione, mestieri, estrema personalizzazione del prodotto, e che cercano di avere accesso al mercato globale. Per queste imprese, è ovviamente impossibile aprire una boutique sulla Quinta strada di New York, mentre hanno una favolosa opportunità di acquisire un posizionamento intelligente in rete, sfruttando - appunto - un international marketplace. Che effetto avrà la nuova tassa del 3%? Nessun effetto sulla tassazione corporate dei famosi giganti, ma solo un evidente aumento di ciò che le nostre piccole e medie imprese pagheranno per il servizio digitale di cui usufruiscono. E allora, ecco serviti il danno e la beffa. Il danno è che ci rimettono le imprese italiane, non le «cattive multinazionali» (per usare il gergo caro alla sinistra attualmente al governo). Di più: quelle Pmi si troveranno pure davanti al dilemma diabolico se caricarsi il costo in più o se scaricarlo sul consumatore aumentando il prezzo finale. Se scelgono la prima ipotesi, si tratterà di un aggravio per loro. Se scelgono la seconda, sarà ancora peggio, perché in un mercato digitale estremamente competitivo, in cui ogni utente cerca regolarmente il prezzo più basso, anche un solo euro di differenza può indurre l'acquirente a cambiare idea, a rifiutare l'offerta, a cercare altro. Per questo, gli osservatori più avveduti sanno bene la battuta che circola presso i giganti che si offrono come marketplace, quando parlano con le imprese italiane: «La webtax? Non ci preoccupa affatto: visto che a pagarla davvero sarete proprio voi». Va anche aggiunto che la previsione di gettito, pur sovradimensionata, appare comunque complessivamente contenuta: si parla di 708 milioni (per il periodo d'imposta 2020, quindi nel 2021). Da questo punto di vista, sarebbe auspicabile che, nel corso del dibattito parlamentare, qualche voce di buon senso sollevasse il tema, e provasse - magari - a suggerire un cambio di approccio. Non sarebbe più intelligente, dal punto di vista dello Stato, anziché danneggiare le Pmi italiane, rivolgersi direttamente - come fanno altri Paesi - ai giganti del web, chiedendo loro di fare investimenti più consistenti in Italia, di assumere centinaia di persone qui? Forse - da tutti i punti di vista: fiscale e del lavoro - si tratterebbe di un'operazione più efficace e produttiva.
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.