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2019-10-19
Le nuove tasse fregano le nostre Pmi mentre aiutano le imprese straniere
Ansa
Sugar tax, plastic tax, tassa sui giochi: davanti al diluvio fiscale, i settori colpiti lanciano un grido di dolore. Cominciamo dalla sugar tax; non c'è la prova che funzioni contro l'obesità (anzi), e in compenso fa danni alle imprese italiane, svantaggiandole rispetto ai concorrenti stranieri. Non ci sono studi scientifici credibili (e basati su un arco temporale adeguato) che confortino l'obiettivo salutista della tassa, nei Paesi in cui è già stata applicata (come Danimarca e Gran Bretagna). Il professor Pietro Paganini, che con il think tank Competere ha studiato il dossier maturando un poderoso scetticismo contro questo tipo di tassazione, cita il caso cileno.
In Cile, dopo tre anni di applicazione della sugar tax (e pure del temutissimo bollino nero sulle confezioni, per scoraggiare il consumo degli alimenti troppo grassi o troppo zuccherati), non c'è stata nessuna riduzione dell'obesità (semmai, un leggero aumento), e le fasce deboli della popolazione hanno pure speso di più, a causa degli aumenti di prezzo. Sicché lo stesso ministro della Salute ha recentemente ammesso il buco nell'acqua.
Ma oltre al danno, ecco la beffa che rischia di maturare qui da noi: sotto forma di un colpo durissimo a danno delle imprese italiane. La denuncia è di Alberto Bagnai (Lega), presidente della commissione Finanze del Senato: «Lo stile di vita italiano, fatto anche di bevande come l'Aperol, il Campari, il Martini - per citare tre marchi internazionalmente riconosciuti - i tanti amari, i tanti analcolici, viene penalizzato da un'imposta odiosa per la sua ipocrisia». Secondo Bagnai, «si fornisce uno sleale svantaggio ai produttori esteri di superalcolici di importazione, come whisky, gin, vodka». In effetti, se la tassazione si applica indistintamente a tutti, è evidente che un soggetto imprenditoriale in grado di operare a livello multinazionale può assorbirla più facilmente. Se invece siamo in presenza di un produttore nazionale o addirittura locale sia di soft drink sia di alcolici (anche loro dovrebbero essere colpiti), la mazzata sarà durissima. Immaginate - in Abruzzo - un produttore di amaro, sambuca e centerbe: sarà ben difficile ammortizzare il colpo, senza trasferirlo sul prezzo. Per non citare l'effetto più perverso che qualcuno ipotizza, e che auspicabilmente i migliori produttori italiani eviteranno. Qualora la tassazione incidesse sulla quantità degli zuccheri, un produttore cinico potrebbe disinteressarsi della qualità del suo prodotto, ridurre lo zucchero, alterare la formula del liquore, e non avere riverberi sul prezzo finale. Ma mettendo sul mercato un prodotto peggiore di prima.
Tra l'altro - se ci si sposta in un settore limitrofo, quello delle bevande gassate - Assobibe Confindustria fa sapere che in dieci anni, tra il 2006 e il 2016, si è già registrato un crollo dei consumi (meno 19,43%). Le cause vanno ricercate nella crisi economica ma anche in un cambiamento nello stile di vita (diete, eccetera). Siamo dunque in presenza di un settore che già vive un momento delicato.
Passiamo alla plastic tax. Dopo aver civettato con le campagne ambientaliste con l'icona Greta Thunberg, alcuni si accorgono di aver fatto autogol. È il caso di Confindustria, che ieri ha espresso «forte contrarietà» verso la nuova tassa: «La misura non ha finalità ambientali, penalizza i prodotti e non i comportamenti, e rappresenta unicamente un'imposizione diretta a recuperare risorse ponendo ingenti costi a carico di consumatori, lavoratori e imprese. Le imprese già oggi pagano il contributo ambientale Conai per la raccolta e il riciclo degli imballaggi in plastica per un ammontare di 450 milioni di euro all'anno, dei quali 350 vengono versati ai Comuni per garantire la raccolta differenziata. L'introduzione di una tassa sulla plastica equivarrebbe, quindi, a una sorta di doppia imposizione». Insomma, una tassa sulla plastica la paghiamo già. Tra l'altro, l'aspetto paradossale della vicenda, come denuncia il Consorzio nazionale imballaggi plastica, è che un'applicazione indistinta della plastic tax colpirebbe anche i «sistemi virtuosi che utilizzano plastica riciclata e ne provvedono alla raccolta e al recupero». Un oggettivo controsenso, anche in una logica verde.
Per ciò che riguarda i giochi, il grido di dolore dei concessionari per il nuovo aumento del Preu si è tradotto in una lettera a Giuseppe Conte: «Saremo costretti all'apertura di procedure di mobilità che interesseranno varie centinaia di lavoratori. Dall'inizio delle concessioni sono intervenuti otto aumenti del prelievo, non previsti in fase di affidamento. In particolare, nei soli 15 mesi passati il comparto apparecchi e la sua filiera sono stati oggetto di un triplo aumento del prelievo». Secondo l'agenzia Agipronews, i concessionari sarebbero pronti a iniziative legali per «tutelare gli interessi delle aziende e il rispetto dei contratti». E, a ben vedere, c'è anche un'altra preoccupazione di sistema che andrebbe considerata: l'aumento a livelli esorbitanti della tassazione del gioco legale può rappresentare un assist al gioco illegale gestito dai circuiti criminali.
La webtax la pagheremo noi clienti
Siamo alle solite. Nella fretta di tassare, si tassa troppo e male, e si sbaglia anche bersaglio. Con operazioni che rischiano di far molto male ai consumatori e alle piccole imprese italiane, e - per paradosso - di schivare pressoché completamente i giganti del Web.
Ma facciamo un passo indietro. Nel caso della webtax, si confrontano da tempo punti di vista teorici assai differenti: tutti riconoscono che questi giganti hanno goduto di un regime di favore eccessivo; molti ritengono che sia necessario attendere un'intesa internazionale (in sede Ocse) per evitare che un solo Paese adotti un'impostazione penalizzante per gli investimenti sul proprio territorio; altri (è il caso della sinistra italiana, e del neo ministro Francesco Boccia, da anni promotore di interventi fiscali in questo settore) spingono invece affinché l'Italia proceda a prescindere dagli altri Paesi, anche con una fuga solitaria in avanti. Ecco, dimenticate per un momento questo dibattito: si può essere favorevoli, contrari, o collocarsi in una ragionevole sfumatura intermedia. Ma - comunque la si pensi - occorrerebbe evitare di prendere fischi per fiaschi, di confondere i bersagli, di penalizzare proprio quelli che si dice di voler difendere e tutelare. È ciò che rischia di fare il governo giallorosso, dopo l'annuncio del fatto che la webtax sarà operativa già dal 1° gennaio 2020.
E come funzionerà? Con un prelievo del 3% che andrà a colpire sia la pubblicità diretta agli utenti online, sia i ricavi derivanti da servizi digitali. E si tratta di due operazioni dagli effetti diversissimi. Nel primo caso, la cosa era nell'aria, era attesa da tempo, e nessuno si straccerà le vesti.
Google, Facebook e Amazon hanno margini elevati sulla pubblicità (circa il 30%), e sono tranquillamente in condizione di assorbire la tassa del 3%. Il discorso cambia completamente nel secondo caso, dove i margini sono estremamente ridotti (4% circa), e dove alcuni grandi operatori (in particolare Amazon) si offrono come marketplace, anzi come un international marketplace: in altre parole, fungono da principale piattaforma di internazionalizzazione delle Pmi italiane. Inutile girarci intorno: oggi un cliente internazionale, un utente in qualunque parte del mondo, se vuole comprare un prodotto italiano, lo cerca proprio su Amazon. E, per stare lì in buona evidenza, quelle nostre Pmi già pagano, ovviamente, visto che ricevono un servizio, visto che vengono - per così dire - messe in vetrina.
E chi sono queste imprese venditrici? Piccole imprese, microvenditori, artigiani, a volte specializzati in produzioni a mano o locali. È un tradimento (e un autogol!) per l'Italia punire fiscalmente le imprese che puntano su una combinazione di tradizione, mestieri, estrema personalizzazione del prodotto, e che cercano di avere accesso al mercato globale. Per queste imprese, è ovviamente impossibile aprire una boutique sulla Quinta strada di New York, mentre hanno una favolosa opportunità di acquisire un posizionamento intelligente in rete, sfruttando - appunto - un international marketplace.
Che effetto avrà la nuova tassa del 3%? Nessun effetto sulla tassazione corporate dei famosi giganti, ma solo un evidente aumento di ciò che le nostre piccole e medie imprese pagheranno per il servizio digitale di cui usufruiscono. E allora, ecco serviti il danno e la beffa. Il danno è che ci rimettono le imprese italiane, non le «cattive multinazionali» (per usare il gergo caro alla sinistra attualmente al governo).
Di più: quelle Pmi si troveranno pure davanti al dilemma diabolico se caricarsi il costo in più o se scaricarlo sul consumatore aumentando il prezzo finale. Se scelgono la prima ipotesi, si tratterà di un aggravio per loro. Se scelgono la seconda, sarà ancora peggio, perché in un mercato digitale estremamente competitivo, in cui ogni utente cerca regolarmente il prezzo più basso, anche un solo euro di differenza può indurre l'acquirente a cambiare idea, a rifiutare l'offerta, a cercare altro.
Per questo, gli osservatori più avveduti sanno bene la battuta che circola presso i giganti che si offrono come marketplace, quando parlano con le imprese italiane: «La webtax? Non ci preoccupa affatto: visto che a pagarla davvero sarete proprio voi».
Va anche aggiunto che la previsione di gettito, pur sovradimensionata, appare comunque complessivamente contenuta: si parla di 708 milioni (per il periodo d'imposta 2020, quindi nel 2021).
Da questo punto di vista, sarebbe auspicabile che, nel corso del dibattito parlamentare, qualche voce di buon senso sollevasse il tema, e provasse - magari - a suggerire un cambio di approccio. Non sarebbe più intelligente, dal punto di vista dello Stato, anziché danneggiare le Pmi italiane, rivolgersi direttamente - come fanno altri Paesi - ai giganti del web, chiedendo loro di fare investimenti più consistenti in Italia, di assumere centinaia di persone qui? Forse - da tutti i punti di vista: fiscale e del lavoro - si tratterebbe di un'operazione più efficace e produttiva.
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La stangata su plastica e zucchero danneggerà le piccole realtà: il comparto succhi e bibite ha già perso il 20% in dieci anni. Rivolta nel settore giochi: «Dovremo licenziare centinaia di persone. Possibili iniziative legali».Il balzello del 3% sui ricavi delle vendite è un'Iva mascherata e finirà per danneggiare gli artigiani che usano Internet per esportare. I colossi, invece, reggeranno la botta.Lo speciale contiene due articoli.Sugar tax, plastic tax, tassa sui giochi: davanti al diluvio fiscale, i settori colpiti lanciano un grido di dolore. Cominciamo dalla sugar tax; non c'è la prova che funzioni contro l'obesità (anzi), e in compenso fa danni alle imprese italiane, svantaggiandole rispetto ai concorrenti stranieri. Non ci sono studi scientifici credibili (e basati su un arco temporale adeguato) che confortino l'obiettivo salutista della tassa, nei Paesi in cui è già stata applicata (come Danimarca e Gran Bretagna). Il professor Pietro Paganini, che con il think tank Competere ha studiato il dossier maturando un poderoso scetticismo contro questo tipo di tassazione, cita il caso cileno.In Cile, dopo tre anni di applicazione della sugar tax (e pure del temutissimo bollino nero sulle confezioni, per scoraggiare il consumo degli alimenti troppo grassi o troppo zuccherati), non c'è stata nessuna riduzione dell'obesità (semmai, un leggero aumento), e le fasce deboli della popolazione hanno pure speso di più, a causa degli aumenti di prezzo. Sicché lo stesso ministro della Salute ha recentemente ammesso il buco nell'acqua.Ma oltre al danno, ecco la beffa che rischia di maturare qui da noi: sotto forma di un colpo durissimo a danno delle imprese italiane. La denuncia è di Alberto Bagnai (Lega), presidente della commissione Finanze del Senato: «Lo stile di vita italiano, fatto anche di bevande come l'Aperol, il Campari, il Martini - per citare tre marchi internazionalmente riconosciuti - i tanti amari, i tanti analcolici, viene penalizzato da un'imposta odiosa per la sua ipocrisia». Secondo Bagnai, «si fornisce uno sleale svantaggio ai produttori esteri di superalcolici di importazione, come whisky, gin, vodka». In effetti, se la tassazione si applica indistintamente a tutti, è evidente che un soggetto imprenditoriale in grado di operare a livello multinazionale può assorbirla più facilmente. Se invece siamo in presenza di un produttore nazionale o addirittura locale sia di soft drink sia di alcolici (anche loro dovrebbero essere colpiti), la mazzata sarà durissima. Immaginate - in Abruzzo - un produttore di amaro, sambuca e centerbe: sarà ben difficile ammortizzare il colpo, senza trasferirlo sul prezzo. Per non citare l'effetto più perverso che qualcuno ipotizza, e che auspicabilmente i migliori produttori italiani eviteranno. Qualora la tassazione incidesse sulla quantità degli zuccheri, un produttore cinico potrebbe disinteressarsi della qualità del suo prodotto, ridurre lo zucchero, alterare la formula del liquore, e non avere riverberi sul prezzo finale. Ma mettendo sul mercato un prodotto peggiore di prima. Tra l'altro - se ci si sposta in un settore limitrofo, quello delle bevande gassate - Assobibe Confindustria fa sapere che in dieci anni, tra il 2006 e il 2016, si è già registrato un crollo dei consumi (meno 19,43%). Le cause vanno ricercate nella crisi economica ma anche in un cambiamento nello stile di vita (diete, eccetera). Siamo dunque in presenza di un settore che già vive un momento delicato.Passiamo alla plastic tax. Dopo aver civettato con le campagne ambientaliste con l'icona Greta Thunberg, alcuni si accorgono di aver fatto autogol. È il caso di Confindustria, che ieri ha espresso «forte contrarietà» verso la nuova tassa: «La misura non ha finalità ambientali, penalizza i prodotti e non i comportamenti, e rappresenta unicamente un'imposizione diretta a recuperare risorse ponendo ingenti costi a carico di consumatori, lavoratori e imprese. Le imprese già oggi pagano il contributo ambientale Conai per la raccolta e il riciclo degli imballaggi in plastica per un ammontare di 450 milioni di euro all'anno, dei quali 350 vengono versati ai Comuni per garantire la raccolta differenziata. L'introduzione di una tassa sulla plastica equivarrebbe, quindi, a una sorta di doppia imposizione». Insomma, una tassa sulla plastica la paghiamo già. Tra l'altro, l'aspetto paradossale della vicenda, come denuncia il Consorzio nazionale imballaggi plastica, è che un'applicazione indistinta della plastic tax colpirebbe anche i «sistemi virtuosi che utilizzano plastica riciclata e ne provvedono alla raccolta e al recupero». Un oggettivo controsenso, anche in una logica verde.Per ciò che riguarda i giochi, il grido di dolore dei concessionari per il nuovo aumento del Preu si è tradotto in una lettera a Giuseppe Conte: «Saremo costretti all'apertura di procedure di mobilità che interesseranno varie centinaia di lavoratori. Dall'inizio delle concessioni sono intervenuti otto aumenti del prelievo, non previsti in fase di affidamento. In particolare, nei soli 15 mesi passati il comparto apparecchi e la sua filiera sono stati oggetto di un triplo aumento del prelievo». Secondo l'agenzia Agipronews, i concessionari sarebbero pronti a iniziative legali per «tutelare gli interessi delle aziende e il rispetto dei contratti». E, a ben vedere, c'è anche un'altra preoccupazione di sistema che andrebbe considerata: l'aumento a livelli esorbitanti della tassazione del gioco legale può rappresentare un assist al gioco illegale gestito dai circuiti criminali. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-nuove-tasse-fregano-le-nostre-pmi-mentre-aiutano-le-imprese-straniere-2641020505.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-webtax-la-pagheremo-noi-clienti" data-post-id="2641020505" data-published-at="1780045066" data-use-pagination="False"> La webtax la pagheremo noi clienti Siamo alle solite. Nella fretta di tassare, si tassa troppo e male, e si sbaglia anche bersaglio. Con operazioni che rischiano di far molto male ai consumatori e alle piccole imprese italiane, e - per paradosso - di schivare pressoché completamente i giganti del Web. Ma facciamo un passo indietro. Nel caso della webtax, si confrontano da tempo punti di vista teorici assai differenti: tutti riconoscono che questi giganti hanno goduto di un regime di favore eccessivo; molti ritengono che sia necessario attendere un'intesa internazionale (in sede Ocse) per evitare che un solo Paese adotti un'impostazione penalizzante per gli investimenti sul proprio territorio; altri (è il caso della sinistra italiana, e del neo ministro Francesco Boccia, da anni promotore di interventi fiscali in questo settore) spingono invece affinché l'Italia proceda a prescindere dagli altri Paesi, anche con una fuga solitaria in avanti. Ecco, dimenticate per un momento questo dibattito: si può essere favorevoli, contrari, o collocarsi in una ragionevole sfumatura intermedia. Ma - comunque la si pensi - occorrerebbe evitare di prendere fischi per fiaschi, di confondere i bersagli, di penalizzare proprio quelli che si dice di voler difendere e tutelare. È ciò che rischia di fare il governo giallorosso, dopo l'annuncio del fatto che la webtax sarà operativa già dal 1° gennaio 2020. E come funzionerà? Con un prelievo del 3% che andrà a colpire sia la pubblicità diretta agli utenti online, sia i ricavi derivanti da servizi digitali. E si tratta di due operazioni dagli effetti diversissimi. Nel primo caso, la cosa era nell'aria, era attesa da tempo, e nessuno si straccerà le vesti. Google, Facebook e Amazon hanno margini elevati sulla pubblicità (circa il 30%), e sono tranquillamente in condizione di assorbire la tassa del 3%. Il discorso cambia completamente nel secondo caso, dove i margini sono estremamente ridotti (4% circa), e dove alcuni grandi operatori (in particolare Amazon) si offrono come marketplace, anzi come un international marketplace: in altre parole, fungono da principale piattaforma di internazionalizzazione delle Pmi italiane. Inutile girarci intorno: oggi un cliente internazionale, un utente in qualunque parte del mondo, se vuole comprare un prodotto italiano, lo cerca proprio su Amazon. E, per stare lì in buona evidenza, quelle nostre Pmi già pagano, ovviamente, visto che ricevono un servizio, visto che vengono - per così dire - messe in vetrina. E chi sono queste imprese venditrici? Piccole imprese, microvenditori, artigiani, a volte specializzati in produzioni a mano o locali. È un tradimento (e un autogol!) per l'Italia punire fiscalmente le imprese che puntano su una combinazione di tradizione, mestieri, estrema personalizzazione del prodotto, e che cercano di avere accesso al mercato globale. Per queste imprese, è ovviamente impossibile aprire una boutique sulla Quinta strada di New York, mentre hanno una favolosa opportunità di acquisire un posizionamento intelligente in rete, sfruttando - appunto - un international marketplace. Che effetto avrà la nuova tassa del 3%? Nessun effetto sulla tassazione corporate dei famosi giganti, ma solo un evidente aumento di ciò che le nostre piccole e medie imprese pagheranno per il servizio digitale di cui usufruiscono. E allora, ecco serviti il danno e la beffa. Il danno è che ci rimettono le imprese italiane, non le «cattive multinazionali» (per usare il gergo caro alla sinistra attualmente al governo). Di più: quelle Pmi si troveranno pure davanti al dilemma diabolico se caricarsi il costo in più o se scaricarlo sul consumatore aumentando il prezzo finale. Se scelgono la prima ipotesi, si tratterà di un aggravio per loro. Se scelgono la seconda, sarà ancora peggio, perché in un mercato digitale estremamente competitivo, in cui ogni utente cerca regolarmente il prezzo più basso, anche un solo euro di differenza può indurre l'acquirente a cambiare idea, a rifiutare l'offerta, a cercare altro. Per questo, gli osservatori più avveduti sanno bene la battuta che circola presso i giganti che si offrono come marketplace, quando parlano con le imprese italiane: «La webtax? Non ci preoccupa affatto: visto che a pagarla davvero sarete proprio voi». Va anche aggiunto che la previsione di gettito, pur sovradimensionata, appare comunque complessivamente contenuta: si parla di 708 milioni (per il periodo d'imposta 2020, quindi nel 2021). Da questo punto di vista, sarebbe auspicabile che, nel corso del dibattito parlamentare, qualche voce di buon senso sollevasse il tema, e provasse - magari - a suggerire un cambio di approccio. Non sarebbe più intelligente, dal punto di vista dello Stato, anziché danneggiare le Pmi italiane, rivolgersi direttamente - come fanno altri Paesi - ai giganti del web, chiedendo loro di fare investimenti più consistenti in Italia, di assumere centinaia di persone qui? Forse - da tutti i punti di vista: fiscale e del lavoro - si tratterebbe di un'operazione più efficace e produttiva.
Dall’inizio dell’invasione russa, l’Unione europea in effetti è stata molto generosa verso Kiev. Dal febbraio 2022 a oggi l’Ue ha erogato 200,6 miliardi di euro a sostegno dell’Ucraina. In particolare, secondo i dati del Consiglio europeo, 104,6 miliardi sono andati in sostegno finanziario, economico e umanitario, 75,2 miliardi in sostegno militare, 17 miliardi in sostegno ai rifugiati all’interno dell’Ue, 3,8 miliardi in proventi derivanti da beni russi bloccati.
A questa cifra si aggiunge il prestito da 90 miliardi approvato dal Parlamento europeo nel febbraio 2026 per il biennio 2026-2027, di cui 60 miliardi destinati alla difesa e 30 al funzionamento dello Stato e alle riforme. Il totale supera i 290 miliardi, cioè 100 miliardi in più dell’intero bilancio annuale dell’Unione europea, che si aggira sui 190 miliardi.
Il rimborso del prestito da 90 miliardi è però condizionato all’ottenimento da parte dell’Ucraina delle riparazioni di guerra dalla Russia, un evento la cui realizzazione resta molto poco probabile, per usare un eufemismo. Nel 2025 l’Ue ha prorogato per altri tre anni la sospensione delle misure di salvaguardia (dazi e quote) sulle esportazioni ucraine di ferro e acciaio.
L’Ucraina è un Paese in guerra che ha subito un’invasione e la solidarietà internazionale è un gesto di umanità. Infatti, il tema riguarda poco l’Ucraina in sé. Il problema è invece l’incoerenza del quadro europeo, che applica criteri radicalmente diversi a seconda della posta in gioco politica. Mentre Bruxelles mobilitava queste risorse, i governi nazionali ricevevano indicazioni opposte. L’Italia opera con margini di bilancio già ridottissimi e sta negoziando una difficile flessibilità per affrontare la crisi energetica. La Francia è sotto procedura per disavanzo eccessivo. La Commissione europea ha continuato ad applicare le regole del Patto di Stabilità, sia pure nella versione riformata del 2024, chiedendo rigore fiscale agli Stati membri per le spese interne mentre trovava centinaia di miliardi per Kiev attraverso debito. Se la crescita europea rallenta (e ci vuole già una certa dose di coraggio per chiamarla crescita), i governi nazionali avranno sempre meno spazio per ammorbidire l’impatto della crisi economica sui propri cittadini.
A parte i sostegni concreti erogati sinora, è il capitolo dei costi dell’adesione dell’Ucraina all’Ue a essere pesante. Se l’Ucraina dovesse entrare nell’Unione europea, secondo stime del Financial Times riprese dall’Ispi nel 2023, il costo d’ingresso per gli altri Paesi ammonterebbe a circa 186 miliardi di euro, con 97 miliardi assorbiti dalla sola Politica agricola comune (Pac), una cifra superiore ai 72 miliardi allocati alla Francia, e con gli altri Stati membri costretti a cedere circa il 20% delle loro quote Pac, una rinuncia che per l’Italia vale 9 miliardi. Con circa 40 milioni di ettari di superficie agricola, l’Ucraina diventerebbe lo Stato con la più vasta estensione coltivata d’Europa, superando la Francia, e il principale destinatario dei fondi della Pac.
Stime più recenti del think tank europeo Bruegel, citate dall’Ispi, indicano un impatto complessivo sulla Pac di 85 miliardi di euro, considerando i confini pre-guerra e il quadro finanziario europeo relativo al 2021-2027. Sul piano delle politiche di coesione, l’Ucraina diventerebbe il principale destinatario dei fondi europei destinati alla riduzione delle disparità economiche e sociali, per una spesa europea di 32 miliardi di euro. Il costo complessivo sarebbe quindi di almeno 115-120 miliardi di euro.
Sulla competizione europea con l’agricoltura ucraina ci sono già state reazioni in passato. Le proteste degli agricoltori europei sono iniziate nel dicembre 2023 in Germania, nel gennaio 2024 in Francia e Italia. Il 1° febbraio 2024 mille trattori hanno bloccato le strade di Bruxelles, con agricoltori arrivati da tutta Europa a protestare contro la concorrenza dei prodotti ucraini importati a prezzi bassi, agevolata dalle sospensioni dei dazi decise dall’Ue. Bulgaria, Ungheria, Polonia, Romania e Slovacchia hanno dichiarato che le importazioni ucraine hanno sconvolto i loro mercati agricoli. A dicembre 2025 è arrivata una terza ondata di proteste, con una manifestazione a Bruxelles che ha portato oltre 20.000 persone e un migliaio di trattori nel centro della città.
Il quadro è dunque complesso. L’Ucraina in Ue sarebbe percettore di fondi europei per oltre un centinaio di miliardi, a carico dei contributori netti ma anche degli attuali percettori, che riceverebbero meno risorse. La cosa più preoccupante è però che mentre si pensa a come spartirsi la torta, pochi sembrano accorgersi che se l’Ue non cambia rotta immediatamente, la predetta torta è destinata ad essere sempre più piccola.
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Mentre sul lato della fiducia nelle istituzioni, il presidente della Repubblica è sempre in testa, ma viene sorpassato ampiamente da carabinieri, polizia e Guardia di finanza. Sono questi alcuni dei risultati delle ricerche condotte dall’Eurispes e condensate nel trentaseiesimo Rapporto Italia, presentato ieri dall’ente di ricerca guidato dal sociologo Gian Maria Fara. L’Italia del 2026 viene descritta come un Paese a «fragilità diffusa», dove il 47,8% dei cittadini prevede un peggioramento della situazione economica nei prossimi dodici mesi (oltre il 10% in più rispetto all’anno scorso). Ma prima di addentrarsi nella parte economica, vale la pena vedere i risultati dei sondaggi condotti dai ricercatori Eurispes anche in ambito politico, perché alcuni sono abbastanza sorprendenti, almeno per chi dà credito alle narrazioni dominanti.
Se si prende il bilancio Ue, con quel micidiale nuovo pilastro di ReArm Europe, un piano da 800 miliardi di investimenti in armamenti e infrastrutture da difesa da qui al 2030, si capisce quali sono le nuove priorità di Bruxelles. Dopo aver praticamente ammazzato l’automotive continentale con il Green deal e aver aperto le praterie europee alle case cinesi, la seconda Commissione Von der Leyen ha virato sulla produzione bellica, per la gioia delle esigenze di riconversione industriale degli amici tedeschi. Un’operazione così imponente aveva bisogno di un grande spavento e allora ci si è inventati che la Russia sta per invaderci. Giusto il tempo di spianare l’Ucraina e poi il progetto Erasmus e la Champions League, le due maggiori prove dell’esistenza dell’Ue, verranno interrotte dall’arrivo dell’Armata Rossa.
Ebbene, interpellata dal’Eurispes, la maggioranza degli italiani (61,8%) non crede che l’invasione dell’Ucraina sia il preludio di altri attacchi russi in Europa, mentre il 38,2% convive con questa paura. Il 52% pensa comunque che con l’invasione del febbraio 2022 Mosca abbia inaugurato un nuovo espansionismo, ma verso altri territori. L’altra faccia di questa enorme diffidenza per le priorità di Bruxelles è un giudizio negativo sull’Ue. Fara sostiene che «i lillipuziani che hanno immobilizzato il gigante europeo non sono nemici dell’Europa: sono i suoi stessi fondatori e custodi». Sono i governi nazionali, avari nella devoluzione di potere concreto, e le burocrazie di Bruxelles, «che hanno progressivamente trasformato lo strumento in fine, il mezzo in ostacolo, il regolamento in labirinto». Insomma, non è colpa del diritto di veto.
Tornando in Italia, sempre sul fronte delle istituzioni, il Rapporto registra il primato del presidente della Repubblica (61,8% di giudizi positivi) sul fronte della fiducia, mentre il Parlamento segue ben lontano (26,1%) e il governo si attesta al 32,1%. Sulla magistratura, il giudizio dei cittadini è spaccato a metà, come per la Chiesa cattolica, mentre c’è chi è anche più amato del Quirinale. Si tratta di carabinieri (70,2%), Guardia di finanza (71,7%), Polizia di Stato (66,8%) e forze armate in generale. Tra le altre istituzioni, quella che convince di più è l’università (73,7%). Ancora sul Colle, dice l’Eurispes che «gli italiani chiedono più potere al presidente della Repubblica per una democrazia più moderna». Voglia di presidenzialismo? Ah, saperlo.
Il lungo capitolo economico è probabilmente il meno sorprendente. Ma alcuni dati aiuteranno sicuramente la politica e i grandi decisori privati a farsi due conti e a capire le priorità.
Quasi la metà dei cittadini si aspetta per i prossimi 12 mesi un peggioramento della situazione economica del Paese, anche se la condizione economica dei cittadini resta stabile rispetto allo scorso anno. Più di sei italiani su dieci arrivano a fine mese con difficoltà e circa un terzo (33,1%) deve intaccare i propri risparmi. A mettere particolarmente in difficoltà le famiglie è l’affitto (45,6%), il vero incubo degli italiani. E poi ci sono coloro che vanno in crisi per il pagamento delle utenze (28,7%), del mutuo (27,2%) e per le spese mediche (25,5%). Ne consegue che per Eurispes il 60% dei nuclei familiari arriva a fine mese con il fiato corto e un terzo deve usare risparmi o somme ereditate, mentre due su dieci chiede prestiti. Confermata la crescente rinuncia a visite specialistiche, di prevenzione (uno su tre) e perfino alle spese veterinarie.
Tra i fenomeni sociali, infine, da segnalare che il maggior numero di divorzi ormai si concentra nella fascia di età tra i 45 e i 55 anni, e che tra il 2008 e il 2022 sono triplicati i divorziati ultracinquantenni. Non ci sono evidenze che anche l’attacco al matrimonio sia imputabile a Mosca.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 29 maggio con Carlo Cambi
Antonio Tajani (Ansa)
Il gioco del poliziotto buono e del poliziotto cattivo lo fanno la Lega e Forza Italia, con Fratelli d’Italia che veste l’abito del mediatore. «La Lega», recita un comunicato del Carroccio diffuso l’altro ieri, «è assolutamente contraria ad ogni ipotesi di adesione dell’Ucraina all’Unione europea. Oltre a non avere i requisiti necessari, che altri mesi hanno o stanno per ottenere dopo anni di lavoro, Kiev nella Ue rappresenterebbe un danno economico e sociale di enormi proporzioni».
Un «no» lapidario e incondizionato, dunque, da Matteo Salvini. Ma ecco che arriva l’altro vicepremier, Antonio Tajani, a rassicurare gli italiani favorevoli all’ingresso di Kiev nella Ue: «Il governo», sottolinea il ministro degli Esteri, «è favorevole all’adesione dell’Ucraina all’Unione europea, il problema è di tempi. Si sta studiando a livello europeo qual è la formula migliore, ci sono tante proposte sul tavolo, ma ripeto: bene l’Ucraina, noi l’aiuteremo, ma è importante non mettere in un angolo l’adesione dei Balcani occidentali, tenendo presente che per noi è una priorità». Tornando all’Ucraina, «noi», aggiunge Tajani, «dobbiamo cominciare ad aprire i tavoli sui vari settori per aderire all’Unione europea. Abbiamo detto che c’è un tema che riguarda la corruzione. Durante l’incontro che ho avuto con Zelensky un mese fa, ho concordato una partecipazione anche della Guardia di Finanza per aiutare l’Ucraina a contrastare questo fenomeno».
Tocca a Giovanni Donzelli, mediatore per eccellenza di Fdi, dare ragione a tutti e due gli alleati, in perfetto stile democristiano (nella accezione nobile del termine): «Sicuramente», argomenta Donzelli, «il sostegno all’Ucraina è per noi fondamentale. È chiaro che un ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea in questo momento, e non in una condizione di raggiunta pace con la Russia, vorrebbe dire estendere la guerra a tutta l’Europa, per quelle che sono le norme europee e quelli che sono gli accordi internazionali. Quindi, finché non viene raggiunta la pace, è comprensibile la posizione che auspica Salvini. Raggiunta la pace», aggiunge Donzelli, «è invece ben comprensibile la posizione che auspica Tajani di un ingresso dell’Ucraina in Europa. Quindi dipende dal momento in cui si prende in considerazione l’ingresso».
E le opposizioni? Divise pure loro, con la differenza sostanziale che nel centrosinistra le lacerazioni interne non vengono praticamente mai ricomposte: «Fare entrare oggi l’Ucraina in Europa», sottolinea il leader del M5s Giuseppe Conte, «non è all’ordine del giorno. L’Ucraina io credo che non possa entrare in Europa, adesso non ci sono le condizioni. Peraltro c’è un problema serio per l’Europa che non riguarda solo l’Ucraina ma anche gli altri Paesi: un’Europa a 27 già oggi è un’Europa ormai sparita, che non ha voce, che nelle crisi internazionali non è pervenuta. C’è un deficit politico dell’Europa che riguarda anche le regole di funzionamento», aggiunge Conte, «a partire dall’unanimità. Oggi prevedere altri nuovi Paesi senza rivedere il quadro è assolutamente non raccomandabile. Secondo me si può pensare per l’Ucraina e altri Paesi lo statuto in prospettiva di partner privilegiato, che significherebbe avere la possibilità di godere di benefici reciprocamente, ma gestendo queste partnership con molta attenzione. Anche perché», conclude, «sapete che se l’Ucraina domani mattina entrasse in Europa noi avremmo un impatto devastante su alcuni settori di attività a partire dall’agricoltura». E arriva immediatamente la polemica del Pd: «Vedo che, come la Lega», sottolinea il senatore Dem Filippo Sensi, «anche per il M5s per l’ingresso dell’Ucraina nella Ue ci vorrebbero dei requisiti. Immagino non bastino quattro anni di resistenza a difesa dell’Europa dalle bombe russe. Ci vuole una gran fegato per fare il gioco dell’aggressore, appellandosi ai codicilli. Gialloverdi una volta, gialloverdi sempre».
Intanto, piovono critiche su Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione europea, che attraverso una lettera indirizzata ai ministri Ue responsabili della coesione e alle Regioni europee a intraprendere uno sforzo per riprogrammare i fondi per la coesione per far fronte alla crisi energetica. «I fondi di coesione non sono un bancomat», risponde a Fitto la presidente del Comitato europeo delle Regioni, Kata Tutto, «e sono già stati impegnati».
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