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2020-08-06
Le inchieste e i dissidi bloccano le nomine. All’ente dell’aviazione manca ancora il cda
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Nicola Zaccheo (Ansa)
Tra le diverse società statali che aspettano ancora di essere rinnovate, tra cui Consip, Consap o il Gse, c'è l'Enac, Ente nazionale per l'aviazione civile, un carrozzone statale di notevole importanza strategica, molto ambito dai partiti, perché ha il controllo e la vigilanza degli aeroporti italiani, li monitora e li gestisce. Enac controlla altresì l'idoneità degli operatori aerei e del personale di volo ma rilascia anche le autorizzazioni per gli aerei e le linee.
Ha potere pure sugli aeroporti più piccoli, dove impone spesso, tramite i propri consiglieri indicati, decisioni e scelte. Sarà anche per questo che molti piloti privati scappano dagli aeroporti perché dispendiosissimi, in quanto le società di gestione chiedono costi molto alti per mantenersi. All'estero è tutto molto semplice: costi contenuti e gestioni affidate a camere di commercio locali con vincolo di uso aeronautico delle aree. Da almeno 20 anni Enac è al centro di inchieste della magistratura. È una costante di ogni esecutivo dover a un certo punto imbattersi nella palude dell'aviazione civile.
A gennaio del 2019 l'ex ministro Danilo Toninelli era riuscito a scalzare Vito Riggio, plenipotenziario dell'ente dal 2003 al 2018, un record assoluto di rinnovi per questo democristiano siciliano del 1947. È arrivato così Nicola Zaccheo, laureato in fisica all'Università di Bari con un Mba all'University of California, professore stimato, molto amico del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, tanto che si dice che i due si sentano di continuo durante il giorno. Eppure da mesi manca ancora il consiglio di amministrazione. Non a caso sulla pagina ufficiale su Internet i consiglieri sono solo due, Alfredo Pallone e Luisa Riccardi, nominati nel 2016, durante il governo di Matteo Renzi. In realtà dovrebbero essere quattro, ma i ritardi del governo Conte sulle nomine non hanno ancora permesso di nominarli. Del resto nelle partecipate si assiste da mesi a un tutti contro tutti: da una parte i 5 stelle e dall'altra le anime in guerra del centrosinistra, dal Pd, a Leu, fino a Italia viva. Ai tempi del primo governo Conte, quando la Lega era in maggioranza, la spartizione era a due partiti, un po' più facile. Ora su ogni dossier ci si scontra più volte, anche perché le voci intorno al tavolo sono troppe. Basta prendere l'esempio della giornata di martedì 28 luglio, quando le capigruppo di Camera e Senato si sono incontrate per discutere le nuove presidenze e vicepresidenze.
Dopo ben tre incontri durante la giornata è stato tutto rinviato. Eppure Enac avrebbe bisogno di un consiglio di amministrazione funzionante. Perché ormai da anni l'ente che dovrebbe garantire anche la sicurezza nei nostri aeroporti è nel mirino della magistratura. Spesso sono indagini molto simili tra loro. Qualche dipendente infedele si accorda con alcuni imprenditori per gli appalti negli aeroporti. L'ultima in ordine di tempo è della scorsa settimana, firmata dalla procura di Civitavecchia. Qui Mario Mancino, classe 1951, nato a Napoli e residente a Fiumicino, avrebbe beneficiato negli anni di telepass gratuiti per lui e la figlia, gomme nuove per la Mercedes, assicurazioni, persino un nuovo climatizzatore per l'auto della moglie. Non solo. Mancino incassava anche carburante. A pagare sarebbero stati Mirco Cutini e Cristian Colucci della società Lp Industrial. I due avevano bisogno che un loro dipendente, Valerio Palmieri, avesse un lasciapassare per l'aeroporto, nonostante fosse stato condannato in passato. Non solo. Mancino si sarebbe adoperato anche per far lavorare l'azienda, in cambio dei regali. È stato arrestato insieme con altri quattro, con le accuse di corruzione, induzione indebita a dare e promettere utilità, falso. In pratica, negli anni, Mancino aveva costruito «una strutturata attività di mercimonio della propria funzione, con sviamento dei pubblici poteri a beneficio degli imprenditori dietro pagamento di regalie più o meno grandi». Lo hanno intercettato. E le aziende coinvolte erano interessate a far transitare valige di soldi ma anche materiali pericolosi per l'aeroporto. Ora bisogna attendere il processo.
Ma non è l'unica notizia delle ultime settimane ad aver interessato l'ente per l'aviazione civile. Il 14 luglio Enac è stata colpita da un attacco hacker. A quanto pare si è trattato di un ransomware, tipo di malware che rende inaccessibili i dati dei computer infettati e chiede il pagamento di un riscatto per ripristinarli. Sono una sorta di Trojan horse crittografici, hanno come unico scopo l'estorsione di denaro dopo aver reso il pc inutilizzabile e aver sottratto file. Enac ha precisato che «i dati contenuti nel sistemi informatici dell'Ente sono, in ogni caso, salvaguardati in un sistema di backup». A quanto sostengono dall'ente non sarebbero stati toccati nemmeno i dati sensibili che riguardano la Nato. Ma la questione ha creato non poche polemiche nell'ambiente, anche perché da troppo tempo diverse aziende statali finiscono sotto attacco di hacker, come l'Inps il primo aprile di quest'anno. In tutto questo manca ancora un consiglio di amministrazione, come sempre per dissidi della politica, che vuole piazzare le sue pedine. Ma più che per la lottizzazione, Enac dovrebbe essere strategico perché fondamentale per il futuro dell'aeronautica civile nel nostro Paese.
Una palude di tangenti e corruzione da 20 anni bersagliata dalle Procure
Esiste un ente statale in Italia dove non cambia mai nulla, dove i presidenti restano in carica per 20 anni e i direttori generali per 10, dove le decine di inchieste della magistratura per corruzione non riescono mai a scalfire i vertici e dove la politica mette sempre il suo zampino. Enac, Ente nazionale per l'aviazione civile, è un caso più unico che raro. Dovrebbe essere un fiore all'occhiello per le funzioni che ha, di controllo della sicurezza degli aeroporti italiani. È diventato invece negli anni un avamposto di potere dei partiti, con casi di corruzione continui negli ultimi 20 anni.
L'ultima inchiesta della Procura di Civitavecchia non ha nemmeno fatto notizia. Del resto, chiunque sia passato per la sede di Castro Pretorio dell'ente nato nel 1997 per volere del governo Prodi, ha dovuto gestire vicende poco chiare, ma uscendone sempre senza conseguenze. Sembra incredibile, ma dal 1998 a oggi Enac ha avuto solo tre presidenti. Il primo fu Alfredo Roma, nominato alla fine degli anni Novanta dai governi Prodi e D'Alema. Rimase fino al 2003 dopo una serie di polemiche infinite, in particolare sull'incidente di Linate, quando un aereo da turismo si schiantò contro uno di linea. Roma fu sostituito nel 2003 da Vito Riggio, democristiano di ferro, siciliano di Barrafranca, in provincia di Enna. Ma di Roma si sentirà ancora parlare: nel 2008 viene iscritto nel registro degli indagati della Procura di Bologna per corruzione aggravata nell'ambito dell'inchiesta sugli appalti dei servizi a terra dell'aeroporto Marconi dati a Doro Group. A denunciare tutto furono i sindacati che scoprirono un giro di appalti e subappalti truccati nello scalo bolognese. L'ex numero uno di Enac alla fine patteggerà 1 anno e 8 mesi. Come nel caso recente del funzionario Mario Mancino, anche qui lo schema era lo stesso: Roma incassava regali e concedeva appalti d'oro (circa 10 milioni di euro) a Doro Group.
Riggio, nominato nel 2003 dal ministro Pietro Lunardi, è rimasto in sella per 15 anni. Solo alla fine del 2018 il governo gialloblù è riuscito a scalzarlo con il professor Nicola Zaccheo. Ma in questi anni in cui si sono succeduti governi di centrodestra e centrosinistra, in Enac è successo di tutto. Non va dimenticato che anche il direttore generale è sempre lo stesso da 10 anni, cioè Alessio Quaranta, figlio dell'ex presidente della Corte costituzionale Alfonso. Quaranta jr è in Enac dal 2001. In questi anni diversi consiglieri hanno dovuto dimettersi perché incompatibili con il mandato parlamentare: il primo fu Luigi Muratori di Forza Italia nel 2002, ma tanti sono stati gli arresti e gli indagati eccellenti.
A finire sui binari roventi tra Enac e Procure fu anche l'ex presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Massimo D'Alema. La vicenda scoppiò nel giugno del 2011, quando fu arrestato Franco Pronzato, all'epoca responsabile trasporti del Partito democratico. Era allo stesso tempo anche consigliere dell'Enac. Per questo fu accusato di avere, come sempre, truccato appalti in cambio di tangenti. Di mezzo il rilascio dei certificati di abilitazione al trasporto passeggeri e gli slot necessari per le rotte tra l'Isola d'Elba e gli aeroporti di Pisa e Firenze. La vicenda si è conclusa lo scorso anno, con la prescrizione delle accuse. Mentre per D'Alema, che all'epoca era presidente del Copasir, fu subito tutto archiviato: aveva ricevuto favori ma non ne era consapevole. Questa fu la motivazione del gup Elvira Tamburelli. Da lì in poi di nomi altisonanti di politici non ne sono finiti sui giornali. Ma l'andazzo è continuato.
Nel 2017 altro giro altra inchiesta. A finire alla sbarra fu Sergio Legnante, l'ex direttore Enac dello scalo di Ciampino, insieme ad altri funzionari e imprenditori. Le accuse sempre le stesse: associazione per delinquere finalizzata ai reati di corruzione, turbativa d'asta, falso e frode nelle pubbliche forniture. La segnalazione alla Procura arrivò da dentro l'ente dell'aviazione civile. Del processo non si è saputo più nulla. E ancora adesso il nome di Legnante compare tra i dirigenti dell'Enac.
La battaglia per la gestione dell'aeroporto Franco Bordoni Bisleri di Bresso
Per capire lo strapotere di Enac sui piccoli aeroporti basta prendere come esempio il caso dell'aeroporto Franco Bordoni Bisleri di Bresso, vicino a Milano. Qui da tempo si consuma una battaglia tra chi gestisce il cosiddetto campovolo. L'Aero Club Milano 1926, associazione senza scopo di lucro e storico gestore dello scalo bressese (260 soci, 22 aeroplani), non ha alcun interesse ad aprire ai voli commerciali, anche perché ritiene che non sarebbero ben accolti dalla popolazione locale (più rumore e più traffico), come peraltro specificato dall'accordo tra l'Associazione Parco Nord Milano, i Comuni che si affacciano sull'aeroporto e lo stesso Enac, sottoscritto nel 2007, dove si specificava l'uso aeroscolastico e turistico dello scalo.
L'Aeroclub è un fiore all'occhiello, tanto che nel 2019 è stato organizzatore dell'airshow di Linate al quale hanno assistito 250.000 persone. Ma Enac, applicando in modo quantomeno bizzarro i suoi regolamenti, sta di fatto manifestando l'intenzione di sfrattare l'Aero Club Milano favorendo la società Sky Service di Clemente Di Rosa. Non è chiaro il motivo per cui Enac si sia accanita contro Aero Club Milano, se non che in quanto associazione il club fruisce dello sconto sui canoni demaniali. L'azienda di Di Rosa in passato è stata esclusa dall'aeroporto di Capua dopo il ricorso che ne contestava l'offerta perché «il giudizio positivo espresso dall'Enac», secondo Tecnam, «era stato condizionato dai contenuti della strategia di promozione dell'Aeroporto presentata da Sky Services e le valutazioni finali fossero state condizionate da ulteriori prospettazioni offerte da quest'ultima in sede di gara».
La multa per l'ente che gestisce l'aviazione civile fu 5.000 euro. Senza la cappa dell'Enac l'Aeroclub Milano potrebbe muoversi con tranquillità, continuare a attribuire le borse di studio per il conseguimento delle licenze di pilota, fare cultura aeronautica e attività acrobatica agonistica (nell'apposito spazio aereo di Gaggiano) come da suo statuto, fornendo al contempo i suoi servizi alla cittadinanza. Proprio l'estate scorsa il Comune di Bresso utilizzò gli aeromobili del club per trovare le pozze d'acqua causa di episodi di legionella, mentre durante il lockdown l'Aero Club Milano ha mantenuto sempre aperto lo scalo su richiesta di Enac per consentire trasporti sanitari e d'emergenza. Si pensi che l'aeroporto con le sue servitù copre quasi il 60% dell'intera superficie del parco.
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Lite giallorossa sul Consiglio. E i pm svelano l'ultimo scandalo: dipendente infedele faceva passare da Fiumicino merci a rischio.Le accuse di malaffare sono un'abitudine. Nel 2011 fu sfiorato anche Massimo D'Alema.Il caso dell'aeroporto Franco Bordoni Bisleri di Bresso, dove da tempo si consuma una battaglia tra Enac e Aero Club Milano per la gestione dello scalo.Lo speciale contiene tre articoli.Tra le diverse società statali che aspettano ancora di essere rinnovate, tra cui Consip, Consap o il Gse, c'è l'Enac, Ente nazionale per l'aviazione civile, un carrozzone statale di notevole importanza strategica, molto ambito dai partiti, perché ha il controllo e la vigilanza degli aeroporti italiani, li monitora e li gestisce. Enac controlla altresì l'idoneità degli operatori aerei e del personale di volo ma rilascia anche le autorizzazioni per gli aerei e le linee. Ha potere pure sugli aeroporti più piccoli, dove impone spesso, tramite i propri consiglieri indicati, decisioni e scelte. Sarà anche per questo che molti piloti privati scappano dagli aeroporti perché dispendiosissimi, in quanto le società di gestione chiedono costi molto alti per mantenersi. All'estero è tutto molto semplice: costi contenuti e gestioni affidate a camere di commercio locali con vincolo di uso aeronautico delle aree. Da almeno 20 anni Enac è al centro di inchieste della magistratura. È una costante di ogni esecutivo dover a un certo punto imbattersi nella palude dell'aviazione civile. A gennaio del 2019 l'ex ministro Danilo Toninelli era riuscito a scalzare Vito Riggio, plenipotenziario dell'ente dal 2003 al 2018, un record assoluto di rinnovi per questo democristiano siciliano del 1947. È arrivato così Nicola Zaccheo, laureato in fisica all'Università di Bari con un Mba all'University of California, professore stimato, molto amico del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, tanto che si dice che i due si sentano di continuo durante il giorno. Eppure da mesi manca ancora il consiglio di amministrazione. Non a caso sulla pagina ufficiale su Internet i consiglieri sono solo due, Alfredo Pallone e Luisa Riccardi, nominati nel 2016, durante il governo di Matteo Renzi. In realtà dovrebbero essere quattro, ma i ritardi del governo Conte sulle nomine non hanno ancora permesso di nominarli. Del resto nelle partecipate si assiste da mesi a un tutti contro tutti: da una parte i 5 stelle e dall'altra le anime in guerra del centrosinistra, dal Pd, a Leu, fino a Italia viva. Ai tempi del primo governo Conte, quando la Lega era in maggioranza, la spartizione era a due partiti, un po' più facile. Ora su ogni dossier ci si scontra più volte, anche perché le voci intorno al tavolo sono troppe. Basta prendere l'esempio della giornata di martedì 28 luglio, quando le capigruppo di Camera e Senato si sono incontrate per discutere le nuove presidenze e vicepresidenze. Dopo ben tre incontri durante la giornata è stato tutto rinviato. Eppure Enac avrebbe bisogno di un consiglio di amministrazione funzionante. Perché ormai da anni l'ente che dovrebbe garantire anche la sicurezza nei nostri aeroporti è nel mirino della magistratura. Spesso sono indagini molto simili tra loro. Qualche dipendente infedele si accorda con alcuni imprenditori per gli appalti negli aeroporti. L'ultima in ordine di tempo è della scorsa settimana, firmata dalla procura di Civitavecchia. Qui Mario Mancino, classe 1951, nato a Napoli e residente a Fiumicino, avrebbe beneficiato negli anni di telepass gratuiti per lui e la figlia, gomme nuove per la Mercedes, assicurazioni, persino un nuovo climatizzatore per l'auto della moglie. Non solo. Mancino incassava anche carburante. A pagare sarebbero stati Mirco Cutini e Cristian Colucci della società Lp Industrial. I due avevano bisogno che un loro dipendente, Valerio Palmieri, avesse un lasciapassare per l'aeroporto, nonostante fosse stato condannato in passato. Non solo. Mancino si sarebbe adoperato anche per far lavorare l'azienda, in cambio dei regali. È stato arrestato insieme con altri quattro, con le accuse di corruzione, induzione indebita a dare e promettere utilità, falso. In pratica, negli anni, Mancino aveva costruito «una strutturata attività di mercimonio della propria funzione, con sviamento dei pubblici poteri a beneficio degli imprenditori dietro pagamento di regalie più o meno grandi». Lo hanno intercettato. E le aziende coinvolte erano interessate a far transitare valige di soldi ma anche materiali pericolosi per l'aeroporto. Ora bisogna attendere il processo. Ma non è l'unica notizia delle ultime settimane ad aver interessato l'ente per l'aviazione civile. Il 14 luglio Enac è stata colpita da un attacco hacker. A quanto pare si è trattato di un ransomware, tipo di malware che rende inaccessibili i dati dei computer infettati e chiede il pagamento di un riscatto per ripristinarli. Sono una sorta di Trojan horse crittografici, hanno come unico scopo l'estorsione di denaro dopo aver reso il pc inutilizzabile e aver sottratto file. Enac ha precisato che «i dati contenuti nel sistemi informatici dell'Ente sono, in ogni caso, salvaguardati in un sistema di backup». A quanto sostengono dall'ente non sarebbero stati toccati nemmeno i dati sensibili che riguardano la Nato. Ma la questione ha creato non poche polemiche nell'ambiente, anche perché da troppo tempo diverse aziende statali finiscono sotto attacco di hacker, come l'Inps il primo aprile di quest'anno. In tutto questo manca ancora un consiglio di amministrazione, come sempre per dissidi della politica, che vuole piazzare le sue pedine. Ma più che per la lottizzazione, Enac dovrebbe essere strategico perché fondamentale per il futuro dell'aeronautica civile nel nostro Paese.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-inchieste-e-i-dissidi-bloccano-le-nomine-allente-dellaviazione-manca-ancora-il-cda-2646903600.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="una-palude-di-tangenti-e-corruzione-da-20-anni-bersagliata-dalle-procure" data-post-id="2646903600" data-published-at="1596671772" data-use-pagination="False"> Una palude di tangenti e corruzione da 20 anni bersagliata dalle Procure Esiste un ente statale in Italia dove non cambia mai nulla, dove i presidenti restano in carica per 20 anni e i direttori generali per 10, dove le decine di inchieste della magistratura per corruzione non riescono mai a scalfire i vertici e dove la politica mette sempre il suo zampino. Enac, Ente nazionale per l'aviazione civile, è un caso più unico che raro. Dovrebbe essere un fiore all'occhiello per le funzioni che ha, di controllo della sicurezza degli aeroporti italiani. È diventato invece negli anni un avamposto di potere dei partiti, con casi di corruzione continui negli ultimi 20 anni. L'ultima inchiesta della Procura di Civitavecchia non ha nemmeno fatto notizia. Del resto, chiunque sia passato per la sede di Castro Pretorio dell'ente nato nel 1997 per volere del governo Prodi, ha dovuto gestire vicende poco chiare, ma uscendone sempre senza conseguenze. Sembra incredibile, ma dal 1998 a oggi Enac ha avuto solo tre presidenti. Il primo fu Alfredo Roma, nominato alla fine degli anni Novanta dai governi Prodi e D'Alema. Rimase fino al 2003 dopo una serie di polemiche infinite, in particolare sull'incidente di Linate, quando un aereo da turismo si schiantò contro uno di linea. Roma fu sostituito nel 2003 da Vito Riggio, democristiano di ferro, siciliano di Barrafranca, in provincia di Enna. Ma di Roma si sentirà ancora parlare: nel 2008 viene iscritto nel registro degli indagati della Procura di Bologna per corruzione aggravata nell'ambito dell'inchiesta sugli appalti dei servizi a terra dell'aeroporto Marconi dati a Doro Group. A denunciare tutto furono i sindacati che scoprirono un giro di appalti e subappalti truccati nello scalo bolognese. L'ex numero uno di Enac alla fine patteggerà 1 anno e 8 mesi. Come nel caso recente del funzionario Mario Mancino, anche qui lo schema era lo stesso: Roma incassava regali e concedeva appalti d'oro (circa 10 milioni di euro) a Doro Group. Riggio, nominato nel 2003 dal ministro Pietro Lunardi, è rimasto in sella per 15 anni. Solo alla fine del 2018 il governo gialloblù è riuscito a scalzarlo con il professor Nicola Zaccheo. Ma in questi anni in cui si sono succeduti governi di centrodestra e centrosinistra, in Enac è successo di tutto. Non va dimenticato che anche il direttore generale è sempre lo stesso da 10 anni, cioè Alessio Quaranta, figlio dell'ex presidente della Corte costituzionale Alfonso. Quaranta jr è in Enac dal 2001. In questi anni diversi consiglieri hanno dovuto dimettersi perché incompatibili con il mandato parlamentare: il primo fu Luigi Muratori di Forza Italia nel 2002, ma tanti sono stati gli arresti e gli indagati eccellenti. A finire sui binari roventi tra Enac e Procure fu anche l'ex presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Massimo D'Alema. La vicenda scoppiò nel giugno del 2011, quando fu arrestato Franco Pronzato, all'epoca responsabile trasporti del Partito democratico. Era allo stesso tempo anche consigliere dell'Enac. Per questo fu accusato di avere, come sempre, truccato appalti in cambio di tangenti. Di mezzo il rilascio dei certificati di abilitazione al trasporto passeggeri e gli slot necessari per le rotte tra l'Isola d'Elba e gli aeroporti di Pisa e Firenze. La vicenda si è conclusa lo scorso anno, con la prescrizione delle accuse. Mentre per D'Alema, che all'epoca era presidente del Copasir, fu subito tutto archiviato: aveva ricevuto favori ma non ne era consapevole. Questa fu la motivazione del gup Elvira Tamburelli. Da lì in poi di nomi altisonanti di politici non ne sono finiti sui giornali. Ma l'andazzo è continuato. Nel 2017 altro giro altra inchiesta. A finire alla sbarra fu Sergio Legnante, l'ex direttore Enac dello scalo di Ciampino, insieme ad altri funzionari e imprenditori. Le accuse sempre le stesse: associazione per delinquere finalizzata ai reati di corruzione, turbativa d'asta, falso e frode nelle pubbliche forniture. La segnalazione alla Procura arrivò da dentro l'ente dell'aviazione civile. Del processo non si è saputo più nulla. E ancora adesso il nome di Legnante compare tra i dirigenti dell'Enac. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-inchieste-e-i-dissidi-bloccano-le-nomine-allente-dellaviazione-manca-ancora-il-cda-2646903600.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-battaglia-per-la-gestione-dell-aeroporto-franco-bordoni-bisleri-di-bresso" data-post-id="2646903600" data-published-at="1596671772" data-use-pagination="False"> La battaglia per la gestione dell'aeroporto Franco Bordoni Bisleri di Bresso Per capire lo strapotere di Enac sui piccoli aeroporti basta prendere come esempio il caso dell'aeroporto Franco Bordoni Bisleri di Bresso, vicino a Milano. Qui da tempo si consuma una battaglia tra chi gestisce il cosiddetto campovolo. L'Aero Club Milano 1926, associazione senza scopo di lucro e storico gestore dello scalo bressese (260 soci, 22 aeroplani), non ha alcun interesse ad aprire ai voli commerciali, anche perché ritiene che non sarebbero ben accolti dalla popolazione locale (più rumore e più traffico), come peraltro specificato dall'accordo tra l'Associazione Parco Nord Milano, i Comuni che si affacciano sull'aeroporto e lo stesso Enac, sottoscritto nel 2007, dove si specificava l'uso aeroscolastico e turistico dello scalo.L'Aeroclub è un fiore all'occhiello, tanto che nel 2019 è stato organizzatore dell'airshow di Linate al quale hanno assistito 250.000 persone. Ma Enac, applicando in modo quantomeno bizzarro i suoi regolamenti, sta di fatto manifestando l'intenzione di sfrattare l'Aero Club Milano favorendo la società Sky Service di Clemente Di Rosa. Non è chiaro il motivo per cui Enac si sia accanita contro Aero Club Milano, se non che in quanto associazione il club fruisce dello sconto sui canoni demaniali. L'azienda di Di Rosa in passato è stata esclusa dall'aeroporto di Capua dopo il ricorso che ne contestava l'offerta perché «il giudizio positivo espresso dall'Enac», secondo Tecnam, «era stato condizionato dai contenuti della strategia di promozione dell'Aeroporto presentata da Sky Services e le valutazioni finali fossero state condizionate da ulteriori prospettazioni offerte da quest'ultima in sede di gara».La multa per l'ente che gestisce l'aviazione civile fu 5.000 euro. Senza la cappa dell'Enac l'Aeroclub Milano potrebbe muoversi con tranquillità, continuare a attribuire le borse di studio per il conseguimento delle licenze di pilota, fare cultura aeronautica e attività acrobatica agonistica (nell'apposito spazio aereo di Gaggiano) come da suo statuto, fornendo al contempo i suoi servizi alla cittadinanza. Proprio l'estate scorsa il Comune di Bresso utilizzò gli aeromobili del club per trovare le pozze d'acqua causa di episodi di legionella, mentre durante il lockdown l'Aero Club Milano ha mantenuto sempre aperto lo scalo su richiesta di Enac per consentire trasporti sanitari e d'emergenza. Si pensi che l'aeroporto con le sue servitù copre quasi il 60% dell'intera superficie del parco.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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