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2020-08-06
Le inchieste e i dissidi bloccano le nomine. All’ente dell’aviazione manca ancora il cda
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Nicola Zaccheo (Ansa)
Tra le diverse società statali che aspettano ancora di essere rinnovate, tra cui Consip, Consap o il Gse, c'è l'Enac, Ente nazionale per l'aviazione civile, un carrozzone statale di notevole importanza strategica, molto ambito dai partiti, perché ha il controllo e la vigilanza degli aeroporti italiani, li monitora e li gestisce. Enac controlla altresì l'idoneità degli operatori aerei e del personale di volo ma rilascia anche le autorizzazioni per gli aerei e le linee.
Ha potere pure sugli aeroporti più piccoli, dove impone spesso, tramite i propri consiglieri indicati, decisioni e scelte. Sarà anche per questo che molti piloti privati scappano dagli aeroporti perché dispendiosissimi, in quanto le società di gestione chiedono costi molto alti per mantenersi. All'estero è tutto molto semplice: costi contenuti e gestioni affidate a camere di commercio locali con vincolo di uso aeronautico delle aree. Da almeno 20 anni Enac è al centro di inchieste della magistratura. È una costante di ogni esecutivo dover a un certo punto imbattersi nella palude dell'aviazione civile.
A gennaio del 2019 l'ex ministro Danilo Toninelli era riuscito a scalzare Vito Riggio, plenipotenziario dell'ente dal 2003 al 2018, un record assoluto di rinnovi per questo democristiano siciliano del 1947. È arrivato così Nicola Zaccheo, laureato in fisica all'Università di Bari con un Mba all'University of California, professore stimato, molto amico del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, tanto che si dice che i due si sentano di continuo durante il giorno. Eppure da mesi manca ancora il consiglio di amministrazione. Non a caso sulla pagina ufficiale su Internet i consiglieri sono solo due, Alfredo Pallone e Luisa Riccardi, nominati nel 2016, durante il governo di Matteo Renzi. In realtà dovrebbero essere quattro, ma i ritardi del governo Conte sulle nomine non hanno ancora permesso di nominarli. Del resto nelle partecipate si assiste da mesi a un tutti contro tutti: da una parte i 5 stelle e dall'altra le anime in guerra del centrosinistra, dal Pd, a Leu, fino a Italia viva. Ai tempi del primo governo Conte, quando la Lega era in maggioranza, la spartizione era a due partiti, un po' più facile. Ora su ogni dossier ci si scontra più volte, anche perché le voci intorno al tavolo sono troppe. Basta prendere l'esempio della giornata di martedì 28 luglio, quando le capigruppo di Camera e Senato si sono incontrate per discutere le nuove presidenze e vicepresidenze.
Dopo ben tre incontri durante la giornata è stato tutto rinviato. Eppure Enac avrebbe bisogno di un consiglio di amministrazione funzionante. Perché ormai da anni l'ente che dovrebbe garantire anche la sicurezza nei nostri aeroporti è nel mirino della magistratura. Spesso sono indagini molto simili tra loro. Qualche dipendente infedele si accorda con alcuni imprenditori per gli appalti negli aeroporti. L'ultima in ordine di tempo è della scorsa settimana, firmata dalla procura di Civitavecchia. Qui Mario Mancino, classe 1951, nato a Napoli e residente a Fiumicino, avrebbe beneficiato negli anni di telepass gratuiti per lui e la figlia, gomme nuove per la Mercedes, assicurazioni, persino un nuovo climatizzatore per l'auto della moglie. Non solo. Mancino incassava anche carburante. A pagare sarebbero stati Mirco Cutini e Cristian Colucci della società Lp Industrial. I due avevano bisogno che un loro dipendente, Valerio Palmieri, avesse un lasciapassare per l'aeroporto, nonostante fosse stato condannato in passato. Non solo. Mancino si sarebbe adoperato anche per far lavorare l'azienda, in cambio dei regali. È stato arrestato insieme con altri quattro, con le accuse di corruzione, induzione indebita a dare e promettere utilità, falso. In pratica, negli anni, Mancino aveva costruito «una strutturata attività di mercimonio della propria funzione, con sviamento dei pubblici poteri a beneficio degli imprenditori dietro pagamento di regalie più o meno grandi». Lo hanno intercettato. E le aziende coinvolte erano interessate a far transitare valige di soldi ma anche materiali pericolosi per l'aeroporto. Ora bisogna attendere il processo.
Ma non è l'unica notizia delle ultime settimane ad aver interessato l'ente per l'aviazione civile. Il 14 luglio Enac è stata colpita da un attacco hacker. A quanto pare si è trattato di un ransomware, tipo di malware che rende inaccessibili i dati dei computer infettati e chiede il pagamento di un riscatto per ripristinarli. Sono una sorta di Trojan horse crittografici, hanno come unico scopo l'estorsione di denaro dopo aver reso il pc inutilizzabile e aver sottratto file. Enac ha precisato che «i dati contenuti nel sistemi informatici dell'Ente sono, in ogni caso, salvaguardati in un sistema di backup». A quanto sostengono dall'ente non sarebbero stati toccati nemmeno i dati sensibili che riguardano la Nato. Ma la questione ha creato non poche polemiche nell'ambiente, anche perché da troppo tempo diverse aziende statali finiscono sotto attacco di hacker, come l'Inps il primo aprile di quest'anno. In tutto questo manca ancora un consiglio di amministrazione, come sempre per dissidi della politica, che vuole piazzare le sue pedine. Ma più che per la lottizzazione, Enac dovrebbe essere strategico perché fondamentale per il futuro dell'aeronautica civile nel nostro Paese.
Una palude di tangenti e corruzione da 20 anni bersagliata dalle Procure
Esiste un ente statale in Italia dove non cambia mai nulla, dove i presidenti restano in carica per 20 anni e i direttori generali per 10, dove le decine di inchieste della magistratura per corruzione non riescono mai a scalfire i vertici e dove la politica mette sempre il suo zampino. Enac, Ente nazionale per l'aviazione civile, è un caso più unico che raro. Dovrebbe essere un fiore all'occhiello per le funzioni che ha, di controllo della sicurezza degli aeroporti italiani. È diventato invece negli anni un avamposto di potere dei partiti, con casi di corruzione continui negli ultimi 20 anni.
L'ultima inchiesta della Procura di Civitavecchia non ha nemmeno fatto notizia. Del resto, chiunque sia passato per la sede di Castro Pretorio dell'ente nato nel 1997 per volere del governo Prodi, ha dovuto gestire vicende poco chiare, ma uscendone sempre senza conseguenze. Sembra incredibile, ma dal 1998 a oggi Enac ha avuto solo tre presidenti. Il primo fu Alfredo Roma, nominato alla fine degli anni Novanta dai governi Prodi e D'Alema. Rimase fino al 2003 dopo una serie di polemiche infinite, in particolare sull'incidente di Linate, quando un aereo da turismo si schiantò contro uno di linea. Roma fu sostituito nel 2003 da Vito Riggio, democristiano di ferro, siciliano di Barrafranca, in provincia di Enna. Ma di Roma si sentirà ancora parlare: nel 2008 viene iscritto nel registro degli indagati della Procura di Bologna per corruzione aggravata nell'ambito dell'inchiesta sugli appalti dei servizi a terra dell'aeroporto Marconi dati a Doro Group. A denunciare tutto furono i sindacati che scoprirono un giro di appalti e subappalti truccati nello scalo bolognese. L'ex numero uno di Enac alla fine patteggerà 1 anno e 8 mesi. Come nel caso recente del funzionario Mario Mancino, anche qui lo schema era lo stesso: Roma incassava regali e concedeva appalti d'oro (circa 10 milioni di euro) a Doro Group.
Riggio, nominato nel 2003 dal ministro Pietro Lunardi, è rimasto in sella per 15 anni. Solo alla fine del 2018 il governo gialloblù è riuscito a scalzarlo con il professor Nicola Zaccheo. Ma in questi anni in cui si sono succeduti governi di centrodestra e centrosinistra, in Enac è successo di tutto. Non va dimenticato che anche il direttore generale è sempre lo stesso da 10 anni, cioè Alessio Quaranta, figlio dell'ex presidente della Corte costituzionale Alfonso. Quaranta jr è in Enac dal 2001. In questi anni diversi consiglieri hanno dovuto dimettersi perché incompatibili con il mandato parlamentare: il primo fu Luigi Muratori di Forza Italia nel 2002, ma tanti sono stati gli arresti e gli indagati eccellenti.
A finire sui binari roventi tra Enac e Procure fu anche l'ex presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Massimo D'Alema. La vicenda scoppiò nel giugno del 2011, quando fu arrestato Franco Pronzato, all'epoca responsabile trasporti del Partito democratico. Era allo stesso tempo anche consigliere dell'Enac. Per questo fu accusato di avere, come sempre, truccato appalti in cambio di tangenti. Di mezzo il rilascio dei certificati di abilitazione al trasporto passeggeri e gli slot necessari per le rotte tra l'Isola d'Elba e gli aeroporti di Pisa e Firenze. La vicenda si è conclusa lo scorso anno, con la prescrizione delle accuse. Mentre per D'Alema, che all'epoca era presidente del Copasir, fu subito tutto archiviato: aveva ricevuto favori ma non ne era consapevole. Questa fu la motivazione del gup Elvira Tamburelli. Da lì in poi di nomi altisonanti di politici non ne sono finiti sui giornali. Ma l'andazzo è continuato.
Nel 2017 altro giro altra inchiesta. A finire alla sbarra fu Sergio Legnante, l'ex direttore Enac dello scalo di Ciampino, insieme ad altri funzionari e imprenditori. Le accuse sempre le stesse: associazione per delinquere finalizzata ai reati di corruzione, turbativa d'asta, falso e frode nelle pubbliche forniture. La segnalazione alla Procura arrivò da dentro l'ente dell'aviazione civile. Del processo non si è saputo più nulla. E ancora adesso il nome di Legnante compare tra i dirigenti dell'Enac.
La battaglia per la gestione dell'aeroporto Franco Bordoni Bisleri di Bresso
Per capire lo strapotere di Enac sui piccoli aeroporti basta prendere come esempio il caso dell'aeroporto Franco Bordoni Bisleri di Bresso, vicino a Milano. Qui da tempo si consuma una battaglia tra chi gestisce il cosiddetto campovolo. L'Aero Club Milano 1926, associazione senza scopo di lucro e storico gestore dello scalo bressese (260 soci, 22 aeroplani), non ha alcun interesse ad aprire ai voli commerciali, anche perché ritiene che non sarebbero ben accolti dalla popolazione locale (più rumore e più traffico), come peraltro specificato dall'accordo tra l'Associazione Parco Nord Milano, i Comuni che si affacciano sull'aeroporto e lo stesso Enac, sottoscritto nel 2007, dove si specificava l'uso aeroscolastico e turistico dello scalo.
L'Aeroclub è un fiore all'occhiello, tanto che nel 2019 è stato organizzatore dell'airshow di Linate al quale hanno assistito 250.000 persone. Ma Enac, applicando in modo quantomeno bizzarro i suoi regolamenti, sta di fatto manifestando l'intenzione di sfrattare l'Aero Club Milano favorendo la società Sky Service di Clemente Di Rosa. Non è chiaro il motivo per cui Enac si sia accanita contro Aero Club Milano, se non che in quanto associazione il club fruisce dello sconto sui canoni demaniali. L'azienda di Di Rosa in passato è stata esclusa dall'aeroporto di Capua dopo il ricorso che ne contestava l'offerta perché «il giudizio positivo espresso dall'Enac», secondo Tecnam, «era stato condizionato dai contenuti della strategia di promozione dell'Aeroporto presentata da Sky Services e le valutazioni finali fossero state condizionate da ulteriori prospettazioni offerte da quest'ultima in sede di gara».
La multa per l'ente che gestisce l'aviazione civile fu 5.000 euro. Senza la cappa dell'Enac l'Aeroclub Milano potrebbe muoversi con tranquillità, continuare a attribuire le borse di studio per il conseguimento delle licenze di pilota, fare cultura aeronautica e attività acrobatica agonistica (nell'apposito spazio aereo di Gaggiano) come da suo statuto, fornendo al contempo i suoi servizi alla cittadinanza. Proprio l'estate scorsa il Comune di Bresso utilizzò gli aeromobili del club per trovare le pozze d'acqua causa di episodi di legionella, mentre durante il lockdown l'Aero Club Milano ha mantenuto sempre aperto lo scalo su richiesta di Enac per consentire trasporti sanitari e d'emergenza. Si pensi che l'aeroporto con le sue servitù copre quasi il 60% dell'intera superficie del parco.
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Lite giallorossa sul Consiglio. E i pm svelano l'ultimo scandalo: dipendente infedele faceva passare da Fiumicino merci a rischio.Le accuse di malaffare sono un'abitudine. Nel 2011 fu sfiorato anche Massimo D'Alema.Il caso dell'aeroporto Franco Bordoni Bisleri di Bresso, dove da tempo si consuma una battaglia tra Enac e Aero Club Milano per la gestione dello scalo.Lo speciale contiene tre articoli.Tra le diverse società statali che aspettano ancora di essere rinnovate, tra cui Consip, Consap o il Gse, c'è l'Enac, Ente nazionale per l'aviazione civile, un carrozzone statale di notevole importanza strategica, molto ambito dai partiti, perché ha il controllo e la vigilanza degli aeroporti italiani, li monitora e li gestisce. Enac controlla altresì l'idoneità degli operatori aerei e del personale di volo ma rilascia anche le autorizzazioni per gli aerei e le linee. Ha potere pure sugli aeroporti più piccoli, dove impone spesso, tramite i propri consiglieri indicati, decisioni e scelte. Sarà anche per questo che molti piloti privati scappano dagli aeroporti perché dispendiosissimi, in quanto le società di gestione chiedono costi molto alti per mantenersi. All'estero è tutto molto semplice: costi contenuti e gestioni affidate a camere di commercio locali con vincolo di uso aeronautico delle aree. Da almeno 20 anni Enac è al centro di inchieste della magistratura. È una costante di ogni esecutivo dover a un certo punto imbattersi nella palude dell'aviazione civile. A gennaio del 2019 l'ex ministro Danilo Toninelli era riuscito a scalzare Vito Riggio, plenipotenziario dell'ente dal 2003 al 2018, un record assoluto di rinnovi per questo democristiano siciliano del 1947. È arrivato così Nicola Zaccheo, laureato in fisica all'Università di Bari con un Mba all'University of California, professore stimato, molto amico del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, tanto che si dice che i due si sentano di continuo durante il giorno. Eppure da mesi manca ancora il consiglio di amministrazione. Non a caso sulla pagina ufficiale su Internet i consiglieri sono solo due, Alfredo Pallone e Luisa Riccardi, nominati nel 2016, durante il governo di Matteo Renzi. In realtà dovrebbero essere quattro, ma i ritardi del governo Conte sulle nomine non hanno ancora permesso di nominarli. Del resto nelle partecipate si assiste da mesi a un tutti contro tutti: da una parte i 5 stelle e dall'altra le anime in guerra del centrosinistra, dal Pd, a Leu, fino a Italia viva. Ai tempi del primo governo Conte, quando la Lega era in maggioranza, la spartizione era a due partiti, un po' più facile. Ora su ogni dossier ci si scontra più volte, anche perché le voci intorno al tavolo sono troppe. Basta prendere l'esempio della giornata di martedì 28 luglio, quando le capigruppo di Camera e Senato si sono incontrate per discutere le nuove presidenze e vicepresidenze. Dopo ben tre incontri durante la giornata è stato tutto rinviato. Eppure Enac avrebbe bisogno di un consiglio di amministrazione funzionante. Perché ormai da anni l'ente che dovrebbe garantire anche la sicurezza nei nostri aeroporti è nel mirino della magistratura. Spesso sono indagini molto simili tra loro. Qualche dipendente infedele si accorda con alcuni imprenditori per gli appalti negli aeroporti. L'ultima in ordine di tempo è della scorsa settimana, firmata dalla procura di Civitavecchia. Qui Mario Mancino, classe 1951, nato a Napoli e residente a Fiumicino, avrebbe beneficiato negli anni di telepass gratuiti per lui e la figlia, gomme nuove per la Mercedes, assicurazioni, persino un nuovo climatizzatore per l'auto della moglie. Non solo. Mancino incassava anche carburante. A pagare sarebbero stati Mirco Cutini e Cristian Colucci della società Lp Industrial. I due avevano bisogno che un loro dipendente, Valerio Palmieri, avesse un lasciapassare per l'aeroporto, nonostante fosse stato condannato in passato. Non solo. Mancino si sarebbe adoperato anche per far lavorare l'azienda, in cambio dei regali. È stato arrestato insieme con altri quattro, con le accuse di corruzione, induzione indebita a dare e promettere utilità, falso. In pratica, negli anni, Mancino aveva costruito «una strutturata attività di mercimonio della propria funzione, con sviamento dei pubblici poteri a beneficio degli imprenditori dietro pagamento di regalie più o meno grandi». Lo hanno intercettato. E le aziende coinvolte erano interessate a far transitare valige di soldi ma anche materiali pericolosi per l'aeroporto. Ora bisogna attendere il processo. Ma non è l'unica notizia delle ultime settimane ad aver interessato l'ente per l'aviazione civile. Il 14 luglio Enac è stata colpita da un attacco hacker. A quanto pare si è trattato di un ransomware, tipo di malware che rende inaccessibili i dati dei computer infettati e chiede il pagamento di un riscatto per ripristinarli. Sono una sorta di Trojan horse crittografici, hanno come unico scopo l'estorsione di denaro dopo aver reso il pc inutilizzabile e aver sottratto file. Enac ha precisato che «i dati contenuti nel sistemi informatici dell'Ente sono, in ogni caso, salvaguardati in un sistema di backup». A quanto sostengono dall'ente non sarebbero stati toccati nemmeno i dati sensibili che riguardano la Nato. Ma la questione ha creato non poche polemiche nell'ambiente, anche perché da troppo tempo diverse aziende statali finiscono sotto attacco di hacker, come l'Inps il primo aprile di quest'anno. In tutto questo manca ancora un consiglio di amministrazione, come sempre per dissidi della politica, che vuole piazzare le sue pedine. 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Enac, Ente nazionale per l'aviazione civile, è un caso più unico che raro. Dovrebbe essere un fiore all'occhiello per le funzioni che ha, di controllo della sicurezza degli aeroporti italiani. È diventato invece negli anni un avamposto di potere dei partiti, con casi di corruzione continui negli ultimi 20 anni. L'ultima inchiesta della Procura di Civitavecchia non ha nemmeno fatto notizia. Del resto, chiunque sia passato per la sede di Castro Pretorio dell'ente nato nel 1997 per volere del governo Prodi, ha dovuto gestire vicende poco chiare, ma uscendone sempre senza conseguenze. Sembra incredibile, ma dal 1998 a oggi Enac ha avuto solo tre presidenti. Il primo fu Alfredo Roma, nominato alla fine degli anni Novanta dai governi Prodi e D'Alema. Rimase fino al 2003 dopo una serie di polemiche infinite, in particolare sull'incidente di Linate, quando un aereo da turismo si schiantò contro uno di linea. Roma fu sostituito nel 2003 da Vito Riggio, democristiano di ferro, siciliano di Barrafranca, in provincia di Enna. Ma di Roma si sentirà ancora parlare: nel 2008 viene iscritto nel registro degli indagati della Procura di Bologna per corruzione aggravata nell'ambito dell'inchiesta sugli appalti dei servizi a terra dell'aeroporto Marconi dati a Doro Group. A denunciare tutto furono i sindacati che scoprirono un giro di appalti e subappalti truccati nello scalo bolognese. L'ex numero uno di Enac alla fine patteggerà 1 anno e 8 mesi. Come nel caso recente del funzionario Mario Mancino, anche qui lo schema era lo stesso: Roma incassava regali e concedeva appalti d'oro (circa 10 milioni di euro) a Doro Group. Riggio, nominato nel 2003 dal ministro Pietro Lunardi, è rimasto in sella per 15 anni. Solo alla fine del 2018 il governo gialloblù è riuscito a scalzarlo con il professor Nicola Zaccheo. Ma in questi anni in cui si sono succeduti governi di centrodestra e centrosinistra, in Enac è successo di tutto. Non va dimenticato che anche il direttore generale è sempre lo stesso da 10 anni, cioè Alessio Quaranta, figlio dell'ex presidente della Corte costituzionale Alfonso. Quaranta jr è in Enac dal 2001. In questi anni diversi consiglieri hanno dovuto dimettersi perché incompatibili con il mandato parlamentare: il primo fu Luigi Muratori di Forza Italia nel 2002, ma tanti sono stati gli arresti e gli indagati eccellenti. A finire sui binari roventi tra Enac e Procure fu anche l'ex presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Massimo D'Alema. La vicenda scoppiò nel giugno del 2011, quando fu arrestato Franco Pronzato, all'epoca responsabile trasporti del Partito democratico. Era allo stesso tempo anche consigliere dell'Enac. Per questo fu accusato di avere, come sempre, truccato appalti in cambio di tangenti. Di mezzo il rilascio dei certificati di abilitazione al trasporto passeggeri e gli slot necessari per le rotte tra l'Isola d'Elba e gli aeroporti di Pisa e Firenze. La vicenda si è conclusa lo scorso anno, con la prescrizione delle accuse. Mentre per D'Alema, che all'epoca era presidente del Copasir, fu subito tutto archiviato: aveva ricevuto favori ma non ne era consapevole. Questa fu la motivazione del gup Elvira Tamburelli. Da lì in poi di nomi altisonanti di politici non ne sono finiti sui giornali. Ma l'andazzo è continuato. Nel 2017 altro giro altra inchiesta. A finire alla sbarra fu Sergio Legnante, l'ex direttore Enac dello scalo di Ciampino, insieme ad altri funzionari e imprenditori. Le accuse sempre le stesse: associazione per delinquere finalizzata ai reati di corruzione, turbativa d'asta, falso e frode nelle pubbliche forniture. La segnalazione alla Procura arrivò da dentro l'ente dell'aviazione civile. Del processo non si è saputo più nulla. 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L'Aero Club Milano 1926, associazione senza scopo di lucro e storico gestore dello scalo bressese (260 soci, 22 aeroplani), non ha alcun interesse ad aprire ai voli commerciali, anche perché ritiene che non sarebbero ben accolti dalla popolazione locale (più rumore e più traffico), come peraltro specificato dall'accordo tra l'Associazione Parco Nord Milano, i Comuni che si affacciano sull'aeroporto e lo stesso Enac, sottoscritto nel 2007, dove si specificava l'uso aeroscolastico e turistico dello scalo.L'Aeroclub è un fiore all'occhiello, tanto che nel 2019 è stato organizzatore dell'airshow di Linate al quale hanno assistito 250.000 persone. Ma Enac, applicando in modo quantomeno bizzarro i suoi regolamenti, sta di fatto manifestando l'intenzione di sfrattare l'Aero Club Milano favorendo la società Sky Service di Clemente Di Rosa. Non è chiaro il motivo per cui Enac si sia accanita contro Aero Club Milano, se non che in quanto associazione il club fruisce dello sconto sui canoni demaniali. L'azienda di Di Rosa in passato è stata esclusa dall'aeroporto di Capua dopo il ricorso che ne contestava l'offerta perché «il giudizio positivo espresso dall'Enac», secondo Tecnam, «era stato condizionato dai contenuti della strategia di promozione dell'Aeroporto presentata da Sky Services e le valutazioni finali fossero state condizionate da ulteriori prospettazioni offerte da quest'ultima in sede di gara».La multa per l'ente che gestisce l'aviazione civile fu 5.000 euro. Senza la cappa dell'Enac l'Aeroclub Milano potrebbe muoversi con tranquillità, continuare a attribuire le borse di studio per il conseguimento delle licenze di pilota, fare cultura aeronautica e attività acrobatica agonistica (nell'apposito spazio aereo di Gaggiano) come da suo statuto, fornendo al contempo i suoi servizi alla cittadinanza. Proprio l'estate scorsa il Comune di Bresso utilizzò gli aeromobili del club per trovare le pozze d'acqua causa di episodi di legionella, mentre durante il lockdown l'Aero Club Milano ha mantenuto sempre aperto lo scalo su richiesta di Enac per consentire trasporti sanitari e d'emergenza. Si pensi che l'aeroporto con le sue servitù copre quasi il 60% dell'intera superficie del parco.
Getty Images
Siamo in Valsesia, meta di trekking ad alta quota e di escursioni a piedi o in mountain-bike fra i boschi, in un territorio che per l’abbondante vegetazione molti considerano la «valle più verde» d’Italia. Ma qui c’è molto più della natura. Questa è stata, e per certi aspetti è ancora, la terra dei Walser: l’antica popolazione di lingua germanica dell’alto Vallese che, a partire dal 1200, attraversò le Alpi alla ricerca di nuovi pascoli, nuove terre da coltivare, nuove opportunità di vita comunitaria.
«Pensiamo al Medioevo come a qualcosa di estraneo alla montagna, invece in Europa è stato un periodo di grandi spostamenti e migrazioni. A quel tempo le valli svizzere cominciavano ad essere molto popolate e i Walser, che di animo erano un po’ nomadi, decisero di spostarsi verso sud, stabilendosi in questi luoghi che sopra i 1.100 metri di quota erano disabitati». A raccontare la storia di come i Walser cambiarono il destino della valle è Davide Zambrino, guida ambientale-escursionistica dell’hotel NH Collection Alagna Mirtillo Rosso in località Riva Valdobbia, ai piedi di Alagna. Arrivando, lo riconosci subito: è un mosaico di quattro grandi chalet (per un totale di 56 camere) ispirati all’architettura walser, di proprietà della famiglia Ponti - quella dell’aceto - oggi sotto il cappello del brand NH Collection Hotels & Resorts, parte del gruppo Minor Hotels (www.minorhotels.com). Un hotel innovativo fin dall’apertura, nel 2015, per via della filosofia eco-sostenibile che sposa i criteri della bioedilizia, con pareti in legno, rivestimenti coibentati, pannelli solari, il recupero dell’acqua piovana. «Nel rispetto dell’ambiente, chiediamo agli ospiti se vogliono rinunciare alla pulizia quotidiana della camera, in cambio di un drink omaggio. E al ristorante Biancospino lo chef Omar Bonecchi utilizza prevalentemente prodotti bio e sostenibili, con grande attenzione ai piccoli produttori del territorio», precisa il direttore Stefano Cerutti.
La vocazione dell’hotel è decisamente family, ma non mancano spazi riservati alle coppie, come la spa di 300 mq (accanto a quella di poco più grande destinata alle famiglie), con piscina interna ed esterna, la vasca di galleggiamento, la sauna, il bagno turco e le cabine per massaggi al profumo di montagna. Anche le escursioni in compagnia di Davide Zambrino sono a misura di ospite: «Organizziamo passeggiate facili per le famiglie e camminate più impegnative fino alle alte vette, al confine fra Piemonte e Valle d’Aosta».
Fra le camminate impegnative, la più famosa è quella al rifugio Margherita, il più alto d’Europa, accoccolato a 4.554 metri di quota sulla vetta della Punta Gnifetti, nel gruppo del Monte Rosa. Ci si arriva per gradi: il primo pezzo è facile, con gli impianti del Monterosa Ski fino a quota 3.300 metri. Poi si cammina fino alla Capanna Gnifetti, chiamata così in onore di Giovanni Gnifetti, il parroco-alpinista di Alagna che, nel XIX secolo, fu fra i primi a scalare quelle montagne. All’ultimo tratto, la salita al rifugio Margherita, una volta all’anno si aggiunge il direttore Cerutti, grande appassionato di montagna, per condividere con i suoi ospiti l’incanto di quell’orizzonte increspato di roccia e di neve. Una meraviglia che richiede passione e un po’ di allenamento. Al contrario, la scoperta delle antiche frazioni Walser di Alagna, è alla portata di tutti. «Consiglio di partire da Pedemonte, perché è lì che sono arrivati i primi Walser, come ci racconta il museo a loro dedicato nel cuore del paese», continua Davide Zambrino. Il museo, altro non è che un piccolo nucleo di case dell’antico popolo vallese, identiche a quando furono costruite, con le pareti in pietra e in legno, i grandi ballatoi esterni, il solaio dove si raccoglieva il fieno, i letti con il materasso di foglie di faggio secco rivestito di canapa.
Un’altra escursione da non perdere è al Sacro Monte di Varallo, struttura immensa che domina dall’alto l’imbocco della valle. «I villaggi Walser sono una poesia delicata, il Sacro Monte è un capolavoro imponente di arte e spiritualità, in un luogo di grande suggestione», conclude la guida. Non a caso, l’Unesco l’ha dichiarato Patrimonio mondiale dell’umanità.
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Le città di pianura @Lucky Red
Per la lagna di Matilda De Angelis sull’impoverimento intellettuale eccetera. Per gli svarioni di Valeria Bruni Tedeschi, ignara dei fondamenti nel tragico Ventennio delle grandi istituzioni cinematografiche italiane. E per i proclami di Lino Musella e i moniti di Rosella Pastorino, autrice di Le assaggiatrici («Si può essere colpevoli per inerzia») che vorrebbero trasporre nel presente la pedagogia resistenziale e antinazista. Non solo per tutto questo che, pure, è già abbastanza per abbatterli.
Anche per altro, molto altro. Da rivedere potrebbe essere il regolamento del premio, reso noto nell’imminenza dell’assegnazione e rimasto tuttora opaco. Da abbattere, appunto, per poi ricostruire è la composizione della giuria. Che stabilisce un circolo di prestigio, non l’unica delle incongruenze di questo sistema autoreferenziale come ha notato Ciak, la bibbia della materia in questione. Una giuria nella quale si entra versando un canone di 90 euro. E, a proposito di conflitti di interesse, una giuria nella quale ci sono tutti gli attori e le attrici, i registi, gli sceneggiatori e i produttori italiani del circoletto. Fate un nome, uno qualsiasi, e lo troverete. Roberto Benigni, Walter Veltroni, Stefano Accorsi, Valeria Golino, Nanni Moretti, Marco Bellocchio, Gianni e Giampaolo Letta, Sabrina Ferilli, Paolo Sorrentino, Ferzan Ozpetek, Silvio Soldini e Gianni Amelio, Aurelio De Laurentiis, Alba e Alice Rohrwacher, non solo un componente, ma intere famiglie dal cognome celebre. Mi fermo, la lista è infinita, oltre 1.600 persone da Abatantuono Diego a Zurolo Davide. Si fa prima a dire chi non c’è: Pupi Avati, per esempio. E Luca Medici e Gennaro Nunziante. Assenze significative. Per il resto, si premiano e si autopremiano. Con l’eccezione di Francesco Sossai, forse troppo periferico, il regista di Feltre travolto da otto David con il suo film outsider che ha sbaragliato i più accreditati Paolo Sorrentino e Luca Guadagnino, portandosi a casa le statuette per miglior film, regia, sceneggiatura, attore (Sergio Romano), brano originale, eccetera.
Non l’avevo visto Le città di pianura quand’era uscito qualche mese fa perché avevo intuito di che cosa si trattasse. Sono veneto, originario di Treviso, la città dove ora vive Sossai, e sono grato alla mia terra, alle mie strade e ai miei borghi. E avevo intuito che in quest’opera dominava un nichilismo neanche tanto camuffato. Una dispersione confinante con la disperazione. La filosofia dell’ultimo bicchiere di due spiantati. Dopo la messe di David sono andato a vederlo per capire se sono vittima di un pregiudizio. E se c’è un motivo valido per ignorare La grazia di Sorrentino oltre a quello accennato su X da Antonio Polito, cioè che è stato Sergio Mattarella con la grazia concessa a Nicole Minetti a farlo bocciare in tutte le sue 14 candidature. E dopo aver visto il film di Sossai, ho concluso che no, non c’è: il provvedimento di clemenza diramato dal capo dello Stato che, pure, ha ricevuto tutto il cinema italiano al Quirinale, è diventato ingombrante anche per il film del nostro ultimo premio Oscar.
Dunque, Le città di pianura è la storia formalmente ben raccontata di una gigantesca negazione. Una negazione consapevole e ribadita. È il Veneto dei non luoghi, caselli autostradali, autogrill, parcheggi sotto le tangenziali, case viste di sguincio, spesso sgangherate, capannoni, garage, osterie dove la gente indossa cappelli da cow boy per gli addii al nubilato, campielli veneziani deserti e dove anche uno degli aeroporti di Venezia si trova appena fuori Treviso e la stessa Venezia è una fondamenta periferica. Un Veneto dall’urbanistica sconclusionata, metafora di vite sgangherate e fatiscenti. Perché, ovviamente, quello di Sossai è un film sull’esistenza persa dispersa e perdente.
L’unico posto strutturato è il Memoriale Brion, ovvero il non cimitero, il «complesso funebre» di Carlo Scarpa, il grande architetto morto in Giappone. Un altro tassello dell’anticartolina perlustrata da due antiprotagonisti. Due che si trascinano e sopravvivono senza meta. Due erranti. Tutto accompagnato da una musica minimal country, chitarra e armonica, come in un west americano, ma desolato e desolante. Si vaga di giorno e di notte, senza fuso orario, per bere l’ultimo bicchiere, birra o gin tonic più che vino e anche questo è un controsenso, una negazione storica. Si vaga nella pianura cancellata dalla grande pittura che privilegia le montagne e la laguna, mentre invece è anch’essa piena di storia e di piccole patrie, che Sossai depenna per dipingere il suo affresco della sconfitta. C’è un segreto della vita e del mondo che i due antiprotagonisti inseguono per tutto il film, non se lo ricordano, perso nei fumi dell’alcol e delle piccole truffe con cui la sfangano. Un segreto che riemerge alla fine, con una discreta trovata di sceneggiatura e regia. L’unico vero colpo d’ala della trama. Ma è un colpo d’ala alla rovescia e si esce intristiti dalla sala. Perché, ahimè, l’assenza di fellinismi e di estetismi neorealisti non basta certo a farne un capolavoro.
Mi spiace, il mio pregiudizio ha trovato conferma. E anche la diagnosi di Sergio Castellitto.
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Richard Hawkins (Getty Images)
Ma mentre Veltroni arriva alle conclusioni di Veltroni - e meno male che non è arrivato a quelle di Corrado Augias, già in passato in difficoltà con alcune mail - il genetista Richard Dawkins, in una sorta di ebbrezza dionisiaca provocata dalle gratificazioni che Claude gli elargisce, prorompe ammettendo che l’IA ha «una coscienza».
La questione non è affatto secondaria perché Dawkins ha dedicato la propria vita alla riduzione della coscienza umana a epifenomeno di una macchina genetica, in particolare con Il gene egoista del 1976. Non solo, in realtà si può sostenere che tutto il pensiero di Dawkins non stesse aspettando altro che l’incontro con un’IA basata sul Large language model per confermare le proprie tesi. Secondo Dawkins, pensatore di riferimento per tutto il materialismo darwinista di fine Novecento, i geni non sarebbero altro che «replicatori egoisti» e gli organismi «semplici macchine di sopravvivenza» prive di scopo intrinseco. Il comportamento complesso ci appare come intelligente ma nasce in realtà da algoritmi ciechi e inconsci frutto della selezione naturale: non serve una mente o una coscienza al livello del gene o dell’organismo per spiegare le dighe dei castori, la danze delle api, l’altruismo e, soprattutto, la trascendenza e l’idea di Dio.
La coscienza umana altro non sarebbe che un prodotto tardivo e misterioso dell’evoluzione cerebrale, priva di qualsiasi addentellato spirituale e di intenzionalità; un banale fenomeno emergente da processi fisici: in pratica Dawkins ha sempre teorizzato che gli organismi funzionino come una sorta di Large language model. Appare così paradossale che lo scrittore de L’illusione di Dio, una volta trovatosi di fronte a ciò che può servire a rafforzare tutto il proprio impianto teorico, si metta a parlare proprio di ciò che ha cercato di confutare per tutta la vita: la coscienza. Ma, forse, non siamo di fronte a un’occasione persa bensì allo smascheramento dell’ossessione antispirituale come reale obiettivo teorico del materialismo darwinista. Forse per tutta la corrente teorica che si è presentata per decenni come la nuova, grande e vera religione scientista, la vera depositaria della verità ultima sulla vita, il fine non è mai stato descrivere la realtà bensì attaccare l’idea di trascendenza, di spiritualità e di Dio.
Se uno scienziato, di fronte alla coscienza umana, ribadisce incessantemente che si tratta solo di un meccanismo ma di fronte ad una macchina che simula una coscienza ammette la plausibilità della coscienza, allora la costante teorica è la volontà di impedire che la coscienza possa essere segno di trascendenza. In sostanza Dawkins, di fronte a ciò che simula una coscienza, ammette di poterla riconoscere come tale perché sa di essere di fronte a un Llm, ma quando si è trovato di fronte a una coscienza umana si è sempre visto costretto a negarne l’esistenza proprio perché non poteva esimersi dal riconoscerne la natura spirituale. E non è un caso se in questi giorni i principali esponenti dello scientismo ateista, da Sam Harris a Daniel Dennett, stiano gridando al crimine di «leso woke» a proposito del dialogo tra Dawkins e Claude: se l’ateo più rigoroso concede la coscienza a un algoritmo, crolla il monopolio materialista sulla spiegazione del mondo.
L’IA emerge, dunque, come specchio dell’inestinguibile nostalgia degli atei per Dio: gli eredi di quell’Illuminismo che dichiarò Dio un’illusione dalla quale liberarsi non riescono a vivere senza un sostituto divino e quando trovano un «automa sapiente» che simula la coscienza, riesplode tutta la loro nostalgia per qualcosa che vada oltre, che fornisca significato, che getti una luce calda sul gelo di cui si sono contornati, ma per farlo vogliono la garanzia di non star parlando di Dio quanto di un neutro meccanismo, il tutto per avere la garanzia di non trasgredire il dogma della religione che impone loro di non alzare mai la testa verso il cielo.
A partire dal positivismo ingenuo sino al behaviorismo ed al funzionalismo, il Novecento ha sempre tentato di dissolvere la coscienza nella computazione per dover tuttavia giungere a constatare che la computazione dell’IA generativa in realtà non dissolve nulla, riproduce solo la forma esteriore della coscienza umana e del suo pensiero e costringe i materialisti a reintrodurre surrettiziamente il termine «coscienza»: Dawkins può riconoscere in Claude una coscienza perché Claude sta simulando quella umana. D’altra parte, se la coscienza è un algoritmo selettivo allora anche i diritti umani lo sono: la dignità, la libertà, la giustizia sociale diventano tutte etichette utili ma arbitrarie, termini che riportano, dopo quasi tre secoli, all’origine kantiana del paradosso: la fonte del valore non può trovarsi nel valore stesso, c’è sempre bisogno di un «di più» al quale riferirsi. Dopo un po’ che parli con Claude, questa cosa ti scappa.
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Una terra molto diversa, sconfinata, abitata da strani esseri (ci vollero circa una cinquantina di anni, e pagine e pagine di discussioni sulla loro natura, affinché gli indios fossero riconosciuti come «veri uomini», dunque dotati di pieni diritti e non riducibili in schiavitù). Pochi anni dopo, nel 1516, Tommaso Moro (poi martire e santo) inventò il termine «utopia», giocando su una possibile doppia etimologia greca: «non-luogo» o «buon luogo». E non è un caso che, proprio in quel periodo, nella cultura occidentale si insinuò l’idea che fosse possibile ripartire da zero, costruire un «mondo nuovo», più giusto e più libero. Per Moro era il tratteggio di uno Stato ideale, ma per molti fu la speranza, al di là degli esiti, di un «altrove» esistente, una nuova terra appena scoperta. E la rottura di una gabbia ideologica che aveva, nel tardo Medioevo, forse un po’ soffocato il mondo in un sistema di pensiero - benché straordinario - come quello scolastico.
Nemmeno può essere un caso, dunque, che gli Stati Uniti, nazione nata dall’incontro di avventurieri e immigrati in cerca di fortuna, siano diventati i grandi produttori globali di narrazioni sugli alieni (dal latino «altrui», ma anche «estraneo») e sull’ignoto, a volte sotto il segno della minaccia a volte sotto quello della curiosità e del mistero. Anche altre culture, naturalmente, hanno raccontato mondi altri, con forme di vita extraterrestri, ma è nella natura stessa degli Stati Uniti una tensione a scoprire e colonizzare l’ignoto. Sono gli Usa la patria di Star Wars, di Et e Isaac Asimov, solo per citarne alcuni. È evidente che queste storie toccano corde profonde dell’inconscio collettivo americano, rinnovano uno slancio originario. Ecco perché, forse, l’amministrazione Maga ha deciso di desecretare i file governativi relativi «alla vita aliena ed extraterrestre, ai fenomeni aerei non identificati (Uap) e agli oggetti volanti non identificati (Ufo)» (Donald Trump, 19 febbraio 2026, su Truth). Per alcuni si tratta del solito vecchio espediente, cioè distrarre la popolazione dai fallimenti del governo, ma sicuramente per gli americani - e non solo - è un tema che va a sollecitare le fibre più intime.
Venerdì il ministero della Guerra ha rilasciato la prima tranche di file. Si tratta di documenti - report, immagini, filmati, audio - che arrivano fino agli anni recenti ma partono già dal 1947. Per esempio, la registrazione delle comunicazioni aria-terra durante il volo della missione Gemini 7. L’astronauta Frank Borman riferisce al centro di controllo missione Nasa a Houston, il 5 dicembre 1965, di aver avvistato un oggetto non identificato che ha chiamato «bogey». Durante lo scambio, Borman descrive tre elementi: il booster (il razzo che ha portato la navicella in orbita), centinaia di piccole particelle e, appunto, un terzo oggetto non identificato.
Una foto della superficie lunare vista dal sito di allunaggio dell’Apollo 12, quindi nel 1969, presenta fenomeni visibili non identificati sopra l’orizzonte. Nel debriefing dell’Apollo 11, reso pubblico per la prima volta dopo quasi 60 anni, l’astronauta Buzz Aldrin descrive la vista di un oggetto «di dimensioni considerevoli» vicino alla superficie lunare e una fonte di luce così intensa da sembrare un laser.
Tra i file figurano video ripresi da sensori militari in diverse aree del mondo. Uno mostra un oggetto a forma di «pallone da football» avvistato nel Mar Cinese Orientale nel 2022, ma in molti altri filmati si vedono «puntini» che si muovono in modo erratico sopra Iraq, Siria ed Emirati Arabi Uniti negli ultimi anni. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha inviato un rapporto su un fenomeno anomalo non identificato ripreso in cinque secondi di filmato da un sensore a infrarossi installato su una piattaforma militare a maggio del 2022. Nel video, un oggetto simile a un missile attraversa lo schermo per pochi secondi a velocità molto sostenuta. «I lettori non devono interpretare alcuna parte di questa descrizione come un giudizio analitico, una conclusione investigativa o una determinazione fattuale riguardo alla validità, natura o rilevanza dell’evento descritto», si legge in fondo al commento del filmato. Eppure, evidentemente, gli esperti Oltreoceano non riescono a spiegare il fenomeno.
Tra i file c’è anche una foto elaborata dall’Fbi che ricrea i resoconti concordanti di testimoni oculari del settembre 2023 riguardanti un apparente oggetto metallico di colore bronzo a forma ellissoidale, lungo tra i 130 e i 195 piedi, che si materializzò da una luce brillante nel cielo e scomparve istantaneamente. In generale, non vi è alcunché di inequivocabile, ed è anzi verosimile che la maggior parte le anomalie registrate dalle videocamere abbiano spiegazioni plausibili da parte degli addetti ai lavori.
Si tratta, comunque, solo della prima tranche: altri rilasci avverranno nei prossimi mesi, in quello che è un immaginario senz’altro molto americano, capace però di affascinare anche il Vecchio continente. E che forse riflette, oggi come allora, un po’ l’archetipo del cercatore/esploratore (antico almeno quanto Ulisse), un po’ la possibilità di un’evasione. E forse anche la speranza, attraverso l’incontro con l’Altro, di scoprire qualcosa di più su noi stessi.
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