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2019-02-08
Le eurostime pessime affossano le Borse e rilanciano lo spread
Ansa
Ieri la Commissione europea, come preannunciato dalla Verità, ha tagliato di un punto percentuale le previsioni sulla crescita italiana per il 2019, portandola al +0,2% rispetto al +1,2% stimato nelle previsioni di autunno e prevedendo che l'attività economica resterà debole nella prima metà del 2019. Anche nel 2020 il ritornello dovrebbe essere simile con un taglio della crescita che porterà il Pil a quota 0,8%, mezzo punto in meno rispetto al +1,3% indicato nelle precedenti stime.
Bruxelles spiega che alla base della revisione al ribasso c'è un rallentamento più forte del previsto, amplificato dall'incertezza globale e interna e dalle previsioni di investimento delle imprese notevolmente meno favorevoli. Inoltre, il rallentamento più marcato di importanti partner commerciali avrà effetti negativi sulla produzione manifatturiera. In seguito alla revisione del bilancio a dicembre 2018, i rendimenti dei titoli di Stato sono scesi, spiega ancora l'Ue, ma sono ancora molto più alti rispetto a un anno fa. Nel 2020 la crescita salirà un poco a quota 0,8%, sostenuta da un positivo effetto di trascinamento e da due giorni lavorativi in più. Le previsioni, precisa la Ue, non tengono conto degli effetti della crescita delle imposte indirette previste dalla legge di bilancio 2019 per il 2020. Se non altro gli analisti di Bruxelles hanno messo nero su bianco il vero problema: l'Italia rallenta perché è il Vecchio Continente a tirare il freno.
All'interno della sua relazione infatti, la Commissione europea ha fatto notare che l'economia italiana ha perso slancio all'inizio del 2018 a seguito di un più ampio rallentamento dell'Eurozona ed è andata in recessione nella seconda metà dell'anno. Il Prodotto interno lordo è così sceso dello 0,2% nell'ultimo trimestre, dopo un -0,1% nel trimestre precedente. Mentre il rallentamento iniziale era dovuto a un minor dinamismo del commercio mondiale, il recente rallentamento è più attribuibile a una domanda interna debole, in particolare per quanto riguarda gli investimenti; un ruolo, dicono da Bruxelles, che è stato giocato dall'incertezza collegata alla politica di bilancio del governo e dai maggiori costi di finanziamento. In questo contesto, il Pil è cresciuto dell'1% nel 2018, sostenuto da un notevole effetto trascinamento dall'anno precedente.
A questo punto, però, qualche dubbio non può non sopraggiungere. Il primo riguarda l'attendibilità della fonte europea che ormai cambia previsioni sul nostro Prodotto interno lordo a ogni piè sospinto. Come si può essere certi di queste stime, se poi vengono completamente ribaltate in pochi mesi? C'è poi da domandarsi chi siano e che ruolo giochino davvero le persone che vengono a «farci le pulci» sulla crescita dell'economia italiana. Ieri il commissario agli affari economici Pierre Moscovici aveva fatto notare che «per fortuna» Bruxelles è intervenuta a trovare una soluzione per l'Italia. «Sulla caduta del Pil italiano alla fine del 2018 hanno pesato l'incertezza politica, il calo degli investimenti e anche i costi di finanziamento del debito hanno fatto la loro parte», aveva detto ieri in conferenza stampa dopo che Bruxelles aveva diffuso il taglio delle stime sulla crescita del nostro Paese
Il commissario europeo, però, non può essere considerato neutrale circa le politiche che riguardano Italia e Francia. La diffusione di certe stime al ribasso potrebbe in effetti fare tutto l'interesse di Parigi, soprattutto in questi giorni in cui i rapporti tra Italia e Francia sono particolarmente tesi. Va ricordato poi che Moscovici è l'uomo che a fine novembre dell'anno scorso aveva partecipato a una cena segreta con Emmanuel Macron e il gotha della politica francese, in vista delle elezioni politiche europee di maggio 2019. Una cena tutt'altro che europea dove erano presenti, tra gli altri, il premier Edouard Philippe, ma anche vertici centristi del MoDem, Francois Bayrou e Marielle de Sarnez. Ci sarebbero tutti gli ingredienti, dunque, per ritenere che, ancora una volta, una certa Unione europea di parte avrebbe tutto l'interesse per denigrare l'economia italiana.
C'è poi da ricordare che la manovra 2019 ritenuta oggi troppo espansiva e varata dal governo gialloblù è la stessa che Bruxelles e lo stesso Moscovici avevano approvato a fine dicembre scorso. «È una vittoria del dialogo politico», diceva meno di due mesi fa.
Di certo la situazione non è rosea. La pubblicazione delle stime d'inverno da parte dell'Ue ha scatenato un'ondata di avversione al rischio tra gli investitori, che si sono rifugiati nella sicurezza del Bund tedesco. I titoli con la peggior performance della seduta sono invece i Btp italiani. Dopo la comunicazione delle stime, i tassi dei Btp sono bruscamente saliti, fino a sfiorare durante la seduta il 3% sul titolo decennale per la prima volta da dicembre. Lo spread Btp-Bund ha archiviato la giornata in netto aumento a 282,7 punti base, rispetto ai 264,15 della chiusura di due giorni fa.
Non è andata meglio in Borsa. Il taglio delle stime ha affossato i listini. Milano ha registrato un tonfo del 2,59% a fine giornata, Francoforte ha ceduto il 2,67% e Parigi l'1,84%. È andata un po' meglio a Londra (-1,09%).
In tutto ciò gli esponenti del governo non paiono particolarmente preoccupati. «Sono assolutamente sicuro che i nostri conti torneranno: ci sono le previsioni legittime fatte dalle istituzioni internazionali, ma è chiaro che il governo non si fa dettare l'agenda dalle previsioni fatte all'estero», ha detto il premier, Giuseppe Conte, commentando le stime dell'Ue sul Pil italiano. Più nervoso il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, che nel corso della sua informativa alla Camera, in un crescendo di tensione, ha perso le staffe. «Ma stai zitto, per la miseria...», ha urlato contro il forzista Renato Brunetta, che continuava a interromperlo. Passato la bagarre si è scusato. «Non cederemo a questo racconto catastrofista sull'Italia», ha detto invece ieri il vicepremier Luigi Di Maio, nel corso di una diretta Facebook, aggiungendo che «per la prima volta dopo tanti anni vengono messi più soldi su sanità e welfare, si mandano in pensione prima le persone, finalmente facciamo investimenti su imprese innovative e infrastrutture».
Insomma, del doman non c'è certezza, è chiaro. Il problema è che, nemmeno l'oggi per l'Ue appare troppo certo. In caso di dubbi, al massimo, c'è sempre la possibilità di stravolgere le previsioni.
Gianluca Baldini
«La ricetta dell’Ue è fallimentare Il governo non risponda nemmeno»
Le indiscrezioni sul taglio delle prospettive di crescita relative al nostro Paese da parte della Commissione europea avevano iniziato a circolare già all'ora di pranzo di mercoledì. Sentire profferire l'annuncio dalla viva voce del commissario Pierre Moscovici fa comunque un'altra impressione. Indossato il suo sorrisetto beffardo, l'euroburocrate francese ha confermato che, con un risicato +0,2%, nel 2019 l'Italia sarà fanalino di coda in Europa. La Verità ha chiesto un parere all'economista e accademico Giulio Sapelli.
Professore, nella conferenza stampa di ieri la Commissione europea ha tagliato le stime di crescita per l'Italia, smentendo le previsioni di novembre.
«Che la recessione sia arrivata, io e pochi altri lo dicevamo già da un anno, così come che la Cina abbia smesso di crescere. E poi c'è un grosso problema legato all'economia americana: noi non prestiamo attenzione, guardiamo solo alla Borsa che continua a essere stabile perché le corporation comprano azioni proprie. Tuttavia, colossi come General electric e General motors sono in crisi. Soffrono anche grandi aziende come Daimler e Nissan, perché è caduto il mercato cinese e poi perché c'è un eccesso di regolazione, ambientale ad esempio. La vicenda del dieselgate sta provocando grossi guai al settore automobilistico, e se il settore automobilistico ha la tosse, tutti gli altri settori hanno la polmonite. A ciò si aggiunga anche una crisi del settore immobiliare che ha in Cina il suo picco massimo, dal momento che ci sono città da 20 milioni di abitanti, abitate se non da 2 o 3 milioni di persone. Ma anche in Europa il settore immobiliare è in difficoltà per colpa, tra le altre cose, di politiche dissennate di pedonalizzazione».
Si parla tanto anche di grandi opere.
«Ci sono casi come quello italiano, per cui i lavori e le grandi infrastrutture non si fanno. Oppure la Germania, che ha metà del suo parco autostradale in crisi, ma non fa investimenti perché, per via di una presa di posizione ideologica, non vuole assolutamente fare debito. Quindi è chiaro che poi arriva la depressione. Non bisogna dimenticare, tra l'altro, che in Europa c'è una deflazione secolare, con una Banca centrale che non riesce nemmeno a raggiungere l'obiettivo del 2% di inflazione. Se calano i prezzi, calano anche i profitti delle imprese».
Nel frattempo, l'Unione europea ha bocciato la fusione Alstom-Siemens.
«Pierre Moscovici dovrebbe dire che c'è una politica assurda della regolazione, portata avanti da personaggi come il commissario europeo Margrethe Vestager che non sanno nemmeno cos'è la teoria dell'antitrust, ma che pretendono di decidere qual è la dimensione ottimale del mercato. Bloccare l'accordo tra Alstom e Siemens significa perdere 200.000 posti di lavoro e colpire al cuore due grandi industrie. È chiaro, dunque, che si tratta di una pazzia basata su posizioni ideologiche. Cosa c'entra la Cina? Abbiamo bisogno delle infrastrutture su ferro. Vogliono la green economy e poi non vogliono le infrastrutture su ferro? Ma si mettano d'accordo!».
Nel corso della sua analisi, Pierre Moscovici ha sottolineato il fatto che nell'attuale fase di rallentamento economico i fattori esogeni contano fino a un certo punto. Nel caso dell'Italia, invece, il commissario ha puntato il dito contro l'incertezza delle politiche di bilancio del governo gialloblù.
«Questo significa buttare fumo e nascondere la verità. Il vero problema non sono le politiche di bilancio, semmai l'assenza di mercato interno. Il signor Moscovici farebbe bene a riconoscere che il vero problema dell'Europa è che sta crollando il mercato interno. Quando basi il modello economico di un intero continente sulle esportazioni, appena c'è un sussulto sul commercio mondiale, il risultato è che viene a mancare il mercato interno. Ci hanno costretti a fare delle svalutazioni interne, a tagliare i salari e ad abbassare i prezzi, è caduto il tasso tendenziale di profitto, ma non c'è mercato interno. È questo è il vero problema, non il debito. Il Giappone ha il 200% di debito e ha il 3% di disoccupazione. Come la mettiamo?».
Dunque si tratta di una questione politica?
«Definirla una questione politica sarebbe quasi banale. Semmai, io parlerei di una questione ideologica. È una guerra dell'ideologia ordoliberista, la stessa sulla quale si è voluta costruire la Banca centrale europea, edificata a sua volta sulle orme della Bundesbank. È un'ideologia secondo la quale fare debito è peccato, quando invece il mondo è sempre andato avanti a debito».
Quali sono ora le prospettive future?
«Esiste la possibilità di un attacco speculativo. E ciò nonostante, si badi bene, questi personaggi non sanno cos'è l'economia ma si limitano a ripetere cose scritte per loro dai tecnocrati. Lo dimostra, ad esempio, il modo con cui viene condotta la politica economica europea. È questo il motivo per cui Moscovici non va preso sul serio. Però l'attacco speculativo non deve diventare un'arma. Moscovici ha parlato? Bene. La migliore risposta è il silenzio, non fare dichiarazioni. Perché le aste dei titoli di Stato sono andate molto bene, perché c'è fiducia nello Stato, ma la fiducia cala se tu gli rispondi e ti metti ad abbaiare alla Luna».
A proposito di silenzio, ieri la Francia ha richiamato il suo ambasciatore in Italia, aprendo quella che è stata definita da più commentatori la più grave crisi diplomatica dal dopoguerra fino a oggi.
«L'incontro di Luigi Di Maio con i gilet gialli è stata una mossa sbagliata. Non andava fatto proprio alcun incontro. Quando mai un vicepremier va dai manifestanti di un altro Paese? Oppure, per citarne un'altra, è sbagliato che il presidente della Camera decida di interrompere i rapporti con il Parlamento di un altro Paese (il riferimento è alle dichiarazioni di Roberto Fico sul caso Regeni, ndr). Credo che l'elettorato punirà questi atteggiamenti, perché c'è molto più buon senso in questo Paese di quanto non si pensi. La gente non vuole attacchi, vuole star tranquilla, vuole avere stabilità. Occorre andare d'accordo con tutti, anche con la Francia e la Germania».
Antonio Grizzuti
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Il Pil ridimensionato dall'1,2% allo 0,2% riporta il differenziale Btp-Bund a 282,7. Crolla Piazza Affari (-2,59%). Giuseppe Conte: «Non ci dettano l'agenda».Secondo l'economista Giulio Sapelli: «è l'Unione che sta crollando perché ha un modello basato solo sulle esportazioni» Alla base c'è un errore ideologico: «A Bruxelles pensano che fare debito sia peccato, ma così affondiamo».Lo speciale contiene due articoliIeri la Commissione europea, come preannunciato dalla Verità, ha tagliato di un punto percentuale le previsioni sulla crescita italiana per il 2019, portandola al +0,2% rispetto al +1,2% stimato nelle previsioni di autunno e prevedendo che l'attività economica resterà debole nella prima metà del 2019. Anche nel 2020 il ritornello dovrebbe essere simile con un taglio della crescita che porterà il Pil a quota 0,8%, mezzo punto in meno rispetto al +1,3% indicato nelle precedenti stime. Bruxelles spiega che alla base della revisione al ribasso c'è un rallentamento più forte del previsto, amplificato dall'incertezza globale e interna e dalle previsioni di investimento delle imprese notevolmente meno favorevoli. Inoltre, il rallentamento più marcato di importanti partner commerciali avrà effetti negativi sulla produzione manifatturiera. In seguito alla revisione del bilancio a dicembre 2018, i rendimenti dei titoli di Stato sono scesi, spiega ancora l'Ue, ma sono ancora molto più alti rispetto a un anno fa. Nel 2020 la crescita salirà un poco a quota 0,8%, sostenuta da un positivo effetto di trascinamento e da due giorni lavorativi in più. Le previsioni, precisa la Ue, non tengono conto degli effetti della crescita delle imposte indirette previste dalla legge di bilancio 2019 per il 2020. Se non altro gli analisti di Bruxelles hanno messo nero su bianco il vero problema: l'Italia rallenta perché è il Vecchio Continente a tirare il freno.All'interno della sua relazione infatti, la Commissione europea ha fatto notare che l'economia italiana ha perso slancio all'inizio del 2018 a seguito di un più ampio rallentamento dell'Eurozona ed è andata in recessione nella seconda metà dell'anno. Il Prodotto interno lordo è così sceso dello 0,2% nell'ultimo trimestre, dopo un -0,1% nel trimestre precedente. Mentre il rallentamento iniziale era dovuto a un minor dinamismo del commercio mondiale, il recente rallentamento è più attribuibile a una domanda interna debole, in particolare per quanto riguarda gli investimenti; un ruolo, dicono da Bruxelles, che è stato giocato dall'incertezza collegata alla politica di bilancio del governo e dai maggiori costi di finanziamento. In questo contesto, il Pil è cresciuto dell'1% nel 2018, sostenuto da un notevole effetto trascinamento dall'anno precedente. A questo punto, però, qualche dubbio non può non sopraggiungere. Il primo riguarda l'attendibilità della fonte europea che ormai cambia previsioni sul nostro Prodotto interno lordo a ogni piè sospinto. Come si può essere certi di queste stime, se poi vengono completamente ribaltate in pochi mesi? C'è poi da domandarsi chi siano e che ruolo giochino davvero le persone che vengono a «farci le pulci» sulla crescita dell'economia italiana. Ieri il commissario agli affari economici Pierre Moscovici aveva fatto notare che «per fortuna» Bruxelles è intervenuta a trovare una soluzione per l'Italia. «Sulla caduta del Pil italiano alla fine del 2018 hanno pesato l'incertezza politica, il calo degli investimenti e anche i costi di finanziamento del debito hanno fatto la loro parte», aveva detto ieri in conferenza stampa dopo che Bruxelles aveva diffuso il taglio delle stime sulla crescita del nostro Paese Il commissario europeo, però, non può essere considerato neutrale circa le politiche che riguardano Italia e Francia. La diffusione di certe stime al ribasso potrebbe in effetti fare tutto l'interesse di Parigi, soprattutto in questi giorni in cui i rapporti tra Italia e Francia sono particolarmente tesi. Va ricordato poi che Moscovici è l'uomo che a fine novembre dell'anno scorso aveva partecipato a una cena segreta con Emmanuel Macron e il gotha della politica francese, in vista delle elezioni politiche europee di maggio 2019. Una cena tutt'altro che europea dove erano presenti, tra gli altri, il premier Edouard Philippe, ma anche vertici centristi del MoDem, Francois Bayrou e Marielle de Sarnez. Ci sarebbero tutti gli ingredienti, dunque, per ritenere che, ancora una volta, una certa Unione europea di parte avrebbe tutto l'interesse per denigrare l'economia italiana. C'è poi da ricordare che la manovra 2019 ritenuta oggi troppo espansiva e varata dal governo gialloblù è la stessa che Bruxelles e lo stesso Moscovici avevano approvato a fine dicembre scorso. «È una vittoria del dialogo politico», diceva meno di due mesi fa. Di certo la situazione non è rosea. La pubblicazione delle stime d'inverno da parte dell'Ue ha scatenato un'ondata di avversione al rischio tra gli investitori, che si sono rifugiati nella sicurezza del Bund tedesco. I titoli con la peggior performance della seduta sono invece i Btp italiani. Dopo la comunicazione delle stime, i tassi dei Btp sono bruscamente saliti, fino a sfiorare durante la seduta il 3% sul titolo decennale per la prima volta da dicembre. Lo spread Btp-Bund ha archiviato la giornata in netto aumento a 282,7 punti base, rispetto ai 264,15 della chiusura di due giorni fa.Non è andata meglio in Borsa. Il taglio delle stime ha affossato i listini. Milano ha registrato un tonfo del 2,59% a fine giornata, Francoforte ha ceduto il 2,67% e Parigi l'1,84%. È andata un po' meglio a Londra (-1,09%). In tutto ciò gli esponenti del governo non paiono particolarmente preoccupati. «Sono assolutamente sicuro che i nostri conti torneranno: ci sono le previsioni legittime fatte dalle istituzioni internazionali, ma è chiaro che il governo non si fa dettare l'agenda dalle previsioni fatte all'estero», ha detto il premier, Giuseppe Conte, commentando le stime dell'Ue sul Pil italiano. Più nervoso il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, che nel corso della sua informativa alla Camera, in un crescendo di tensione, ha perso le staffe. «Ma stai zitto, per la miseria...», ha urlato contro il forzista Renato Brunetta, che continuava a interromperlo. Passato la bagarre si è scusato. «Non cederemo a questo racconto catastrofista sull'Italia», ha detto invece ieri il vicepremier Luigi Di Maio, nel corso di una diretta Facebook, aggiungendo che «per la prima volta dopo tanti anni vengono messi più soldi su sanità e welfare, si mandano in pensione prima le persone, finalmente facciamo investimenti su imprese innovative e infrastrutture».Insomma, del doman non c'è certezza, è chiaro. Il problema è che, nemmeno l'oggi per l'Ue appare troppo certo. In caso di dubbi, al massimo, c'è sempre la possibilità di stravolgere le previsioni. Gianluca Baldini<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-eurostime-pessime-affossano-le-borse-e-rilanciano-lo-spread-2628300809.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-ricetta-dellue-e-fallimentare-il-governo-non-risponda-nemmeno" data-post-id="2628300809" data-published-at="1767730118" data-use-pagination="False"> «La ricetta dell’Ue è fallimentare Il governo non risponda nemmeno» Le indiscrezioni sul taglio delle prospettive di crescita relative al nostro Paese da parte della Commissione europea avevano iniziato a circolare già all'ora di pranzo di mercoledì. Sentire profferire l'annuncio dalla viva voce del commissario Pierre Moscovici fa comunque un'altra impressione. Indossato il suo sorrisetto beffardo, l'euroburocrate francese ha confermato che, con un risicato +0,2%, nel 2019 l'Italia sarà fanalino di coda in Europa. La Verità ha chiesto un parere all'economista e accademico Giulio Sapelli. Professore, nella conferenza stampa di ieri la Commissione europea ha tagliato le stime di crescita per l'Italia, smentendo le previsioni di novembre. «Che la recessione sia arrivata, io e pochi altri lo dicevamo già da un anno, così come che la Cina abbia smesso di crescere. E poi c'è un grosso problema legato all'economia americana: noi non prestiamo attenzione, guardiamo solo alla Borsa che continua a essere stabile perché le corporation comprano azioni proprie. Tuttavia, colossi come General electric e General motors sono in crisi. Soffrono anche grandi aziende come Daimler e Nissan, perché è caduto il mercato cinese e poi perché c'è un eccesso di regolazione, ambientale ad esempio. La vicenda del dieselgate sta provocando grossi guai al settore automobilistico, e se il settore automobilistico ha la tosse, tutti gli altri settori hanno la polmonite. A ciò si aggiunga anche una crisi del settore immobiliare che ha in Cina il suo picco massimo, dal momento che ci sono città da 20 milioni di abitanti, abitate se non da 2 o 3 milioni di persone. Ma anche in Europa il settore immobiliare è in difficoltà per colpa, tra le altre cose, di politiche dissennate di pedonalizzazione». Si parla tanto anche di grandi opere. «Ci sono casi come quello italiano, per cui i lavori e le grandi infrastrutture non si fanno. Oppure la Germania, che ha metà del suo parco autostradale in crisi, ma non fa investimenti perché, per via di una presa di posizione ideologica, non vuole assolutamente fare debito. Quindi è chiaro che poi arriva la depressione. Non bisogna dimenticare, tra l'altro, che in Europa c'è una deflazione secolare, con una Banca centrale che non riesce nemmeno a raggiungere l'obiettivo del 2% di inflazione. Se calano i prezzi, calano anche i profitti delle imprese». Nel frattempo, l'Unione europea ha bocciato la fusione Alstom-Siemens. «Pierre Moscovici dovrebbe dire che c'è una politica assurda della regolazione, portata avanti da personaggi come il commissario europeo Margrethe Vestager che non sanno nemmeno cos'è la teoria dell'antitrust, ma che pretendono di decidere qual è la dimensione ottimale del mercato. Bloccare l'accordo tra Alstom e Siemens significa perdere 200.000 posti di lavoro e colpire al cuore due grandi industrie. È chiaro, dunque, che si tratta di una pazzia basata su posizioni ideologiche. Cosa c'entra la Cina? Abbiamo bisogno delle infrastrutture su ferro. Vogliono la green economy e poi non vogliono le infrastrutture su ferro? Ma si mettano d'accordo!». Nel corso della sua analisi, Pierre Moscovici ha sottolineato il fatto che nell'attuale fase di rallentamento economico i fattori esogeni contano fino a un certo punto. Nel caso dell'Italia, invece, il commissario ha puntato il dito contro l'incertezza delle politiche di bilancio del governo gialloblù. «Questo significa buttare fumo e nascondere la verità. Il vero problema non sono le politiche di bilancio, semmai l'assenza di mercato interno. Il signor Moscovici farebbe bene a riconoscere che il vero problema dell'Europa è che sta crollando il mercato interno. Quando basi il modello economico di un intero continente sulle esportazioni, appena c'è un sussulto sul commercio mondiale, il risultato è che viene a mancare il mercato interno. Ci hanno costretti a fare delle svalutazioni interne, a tagliare i salari e ad abbassare i prezzi, è caduto il tasso tendenziale di profitto, ma non c'è mercato interno. È questo è il vero problema, non il debito. Il Giappone ha il 200% di debito e ha il 3% di disoccupazione. Come la mettiamo?». Dunque si tratta di una questione politica? «Definirla una questione politica sarebbe quasi banale. Semmai, io parlerei di una questione ideologica. È una guerra dell'ideologia ordoliberista, la stessa sulla quale si è voluta costruire la Banca centrale europea, edificata a sua volta sulle orme della Bundesbank. È un'ideologia secondo la quale fare debito è peccato, quando invece il mondo è sempre andato avanti a debito». Quali sono ora le prospettive future? «Esiste la possibilità di un attacco speculativo. E ciò nonostante, si badi bene, questi personaggi non sanno cos'è l'economia ma si limitano a ripetere cose scritte per loro dai tecnocrati. Lo dimostra, ad esempio, il modo con cui viene condotta la politica economica europea. È questo il motivo per cui Moscovici non va preso sul serio. Però l'attacco speculativo non deve diventare un'arma. Moscovici ha parlato? Bene. La migliore risposta è il silenzio, non fare dichiarazioni. Perché le aste dei titoli di Stato sono andate molto bene, perché c'è fiducia nello Stato, ma la fiducia cala se tu gli rispondi e ti metti ad abbaiare alla Luna». A proposito di silenzio, ieri la Francia ha richiamato il suo ambasciatore in Italia, aprendo quella che è stata definita da più commentatori la più grave crisi diplomatica dal dopoguerra fino a oggi. «L'incontro di Luigi Di Maio con i gilet gialli è stata una mossa sbagliata. Non andava fatto proprio alcun incontro. Quando mai un vicepremier va dai manifestanti di un altro Paese? Oppure, per citarne un'altra, è sbagliato che il presidente della Camera decida di interrompere i rapporti con il Parlamento di un altro Paese (il riferimento è alle dichiarazioni di Roberto Fico sul caso Regeni, ndr). Credo che l'elettorato punirà questi atteggiamenti, perché c'è molto più buon senso in questo Paese di quanto non si pensi. La gente non vuole attacchi, vuole star tranquilla, vuole avere stabilità. Occorre andare d'accordo con tutti, anche con la Francia e la Germania». Antonio Grizzuti
Tim Walz (Getty Images)
Secondo tre esponenti del partito a conoscenza delle sue valutazioni, Klobuchar starebbe seriamente considerando una candidatura. La senatrice ha incontrato Walz domenica, hanno confermato fonti istituzionali. «Dopo aver riflettuto a lungo con la mia famiglia e con il mio team durante le festività, sono arrivato alla conclusione di non poter garantire l’impegno totale che una campagna elettorale richiede», ha spiegato Walz in una dichiarazione. «Ogni minuto speso a difendere la mia posizione politica sarebbe un minuto sottratto alla difesa dei cittadini del Minnesota dai criminali che sfruttano la nostra generosità e da chi specula cinicamente sulle nostre divisioni. Per questo ho scelto di fare un passo indietro e di concentrarmi esclusivamente sul lavoro di governo».
Come scrive il Wall Street Journal l’inchiesta sulle frodi, ancora in piena evoluzione e di dimensioni crescenti, ha rappresentato una distrazione costante per Walz e per l’intero Partito democratico del Minnesota, in una fase in cui i dem faticano a ritrovare una leadership nazionale e un peso reale a Washington. Lo scandalo è diventato rapidamente anche uno strumento di attacco per i repubblicani, che lo hanno utilizzato per dipingere il Minnesota e il suo governatore come l’emblema nazionale dello spreco di denaro pubblico e della cattiva amministrazione democratica. Dall’amministrazione Trump sono arrivate critiche quasi quotidiane, accompagnate dalla diffusione sistematica di video e contenuti ostili. Per il presidente Trump, Walz è entrato a pieno titolo nel suo personale «tour di rivincite politiche». Durante i 91 giorni trascorsi sulla scena nazionale come candidato alla vicepresidenza, il governatore aveva assunto il ruolo tradizionale di «cane da guardia», attaccando duramente gli avversari repubblicani e continuando a colpire Trump anche dopo la fine della campagna. Intanto, in Minnesota il clima si è fatto sempre più teso. Sdegno e imbarazzo si sono diffusi ben oltre i confini dello Stato. Influencer conservatori hanno raggiunto il territorio per realizzare video sul caso e mercoledì è prevista un’audizione al Congresso dedicata allo scandalo.
Il passo indietro di Walz innesca ora una corsa interna tra i democratici per individuare un nuovo candidato alla guida di uno Stato che tende storicamente a sinistra, ma che presenta una legislatura quasi perfettamente divisa tra i due schieramenti. Tra i possibili contendenti figurano il segretario di Stato Steve Simon e il procuratore generale Keith Ellison. Tuttavia, Klobuchar resta la figura con il profilo più solido: il maggiore consenso personale, una macchina organizzativa collaudata e una rete politica capillare. Sul fronte opposto, nonostante i repubblicani non conquistino una carica statale in Minnesota dal 2006, circa una dozzina di candidati si preparano alle primarie di agosto per contendersi l’accesso alle elezioni generali di novembre. Tra loro figurano il presidente della Camera statale Lisa Demuth, l’amministratore delegato di MyPillow Mike Lindell, l’imprenditore Kendall Qualls, l’avvocato di Minneapolis Chris Madel e l’ex candidato del 2022 Scott Jensen. Il Partito Repubblicano dispone di un ampio arsenale politico grazie agli sviluppi giudiziari: circa 60 persone sono già state condannate e oltre 90 incriminate in quello che viene descritto come il più grande schema di corruzione dell’era Covid negli Stati Uniti.
La maggior parte degli imputati è di origine somala. Le indagini, coordinate dall’ufficio del procuratore federale del Minnesota, rientrano in un più ampio sforzo del Dipartimento di Giustizia per smascherare i furti ai danni dei programmi di assistenza pubblica. Anche se alcune irregolarità risalgano a periodi precedenti al mandato di Walz, le frodi più estese emerse finora riguardano l’organizzazione no-profit Feeding Our Future, accusata di aver sfruttato un programma federale di nutrizione infantile. I primi 47 imputati sono stati incriminati nel 2022, verso la fine del primo mandato di Walz e durante la presidenza di Joe Biden. Secondo i procuratori, parte dei fondi sarebbe stata utilizzata per acquistare auto di lusso, immobili, gioielli e viaggi internazionali. L’ammontare complessivo delle somme sottratte attraverso frodi legate a pasti, alloggi, Medicaid e altri servizi resta oggetto di stime divergenti. Il Minnesota Star Tribune ha documentato, sulla base degli atti giudiziari, oltre 200 milioni di dollari, mentre funzionari federali e lo stesso presidente hanno ipotizzato cifre che potrebbero raggiungere diversi miliardi.
Martedì, l’amministrazione Trump ha annunciato il congelamento dei fondi federali destinati all’assistenza all’infanzia in Minnesota, citando nuove accuse di frode che coinvolgerebbero asili nido e che sono state rilanciate da un video divenuto virale. Le principali testate locali hanno però contestato alcune delle affermazioni contenute nel filmato. Le pressioni su Walz non sono arrivate solo dai repubblicani. In uno Stato che ha sempre rivendicato standard elevati di buon governo, anche voci autorevoli del mondo dell’informazione hanno chiesto un passo indietro. David Nimmer, giornalista di lungo corso e dirigente editoriale in pensione, ha invocato le dimissioni del governatore in una lettera pubblicata dallo Star Tribune. «Governatore, il tempo è scaduto: è il momento di farsi da parte. La burocrazia della sua amministrazione ha fallito in modo grave», ha scritto. «Che si parli di milioni o di miliardi, la frode al welfare resta comunque uno scandalo».
Negli ultimi mesi, Walz ha tentato di reagire nominando un ex giudice con un passato nell’FBI e alla guida della principale agenzia anticrimine statale per rafforzare la prevenzione delle frodi. Ha inoltre chiuso un programma considerato vulnerabile e ordinato una revisione esterna della fatturazione Medicaid. «È un problema che mi riguarda direttamente. Ne sono responsabile», ha dichiarato ai giornalisti. «Ma soprattutto, sarò io a risolverlo». Sessantunenne, Walz ha progressivamente spostato la propria azione di governo su posizioni più progressiste, dopo essere stato eletto nel 2018 come figura moderata. La sua esperienza nella campagna presidenziale del 2024, come candidato vicepresidente accanto a Kamala Harris, ha però messo in luce anche una propensione a imprecisioni ed esagerazioni nel racconto del proprio percorso personale e professionale, elementi che hanno ulteriormente indebolito la sua credibilità politica.
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Brigitte Macron (Ansa)
Dei commenti malevoli nei confronti della first lady transalpina circolavano già poco tempo dopo la prima elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo, nel 2017. Poi, nel 2021, su Youtube, è stato pubblicato un video che faceva insinuazioni nei confronti di Brigitte Macron. L’autrice del video, della durata di quattro ore, è Delphine J., conosciuta sui social con lo pseudonimo di Amandine Roy. Il video, successivamente cancellato, insinuava che Brigitte Macron non sarebbe mai esistita. Al suo posto ci sarebbe stato invece il fratello, Jean-Michel Trogneux. Sempre secondo queste illazioni, l’uomo avrebbe cambiato sesso e dato vita all’identità della première dame. Come riportato dalla tv pubblica France info, Delphine J. aveva dichiarato in un’udienza precedente che «in quanto donna anatomica» si era sentita «attaccata» dalla presunta identità transgender della moglie del presidente francese. Ieri, dopo la lettura della sentenza, la youtuber non ha rilasciato dichiarazioni ai giornalisti, ma ha preferito lasciar parlare una delle sue sostenitrici che ha dichiarato: «Siamo in un sistema monarchico».
Bertrand Scholler, presentato come «gallerista» da vari media transalpini, tra i quali Bfm tv e Le Monde, è stato condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per un fotomontaggio di Brigitte Macron, realizzato nel 2024. La reazione del condannato non si è fatta attendere. Uscendo dall’aula del tribunale Scholler ha dichiarato che «se ciò che dite non piace» allora «sarete condannati. È un fatto del principe!». E ancora che «in Francia non si ha più il diritto di pensare!»
Delphine J. e Scholler erano i soli imputati presenti ieri in tribunale. Mancava invece Aurélien Poirson-Atlan, noto sui social come Zoé Sagan e ritenuto colpevole per aver pubblicato dei testi su X riguardanti la moglie del presidente francese. Nelle fasi precedenti del processo, ha ricordato ancora il canale pubblico, Poirson-Atlan aveva affermato che esisteva un «segreto di Stato scioccante» che implicava «una pedofilia tollerata dallo Stato».
Come Poirson-Atlan mancavano dall’aula anche tutti gli altri imputati. In primo luogo Jean-Christophe P., condannato a sei mesi di carcere «puri» anche in relazione alla sua assenza all’udienza. Un quasi omonimo, Jean-Christophe D., è stato invece condannato semplicemente a partecipare ad uno stage di sensibilizzazione sui comportamenti da tenere su internet. Quest’ultimo era stato l’unico a presentare delle scuse a Brigitte Macron. Gli altri imputati, che hanno ottenuto la condizionale, erano Christelle L., Philippe D., Jean-Luc M., Jérôme A. e Jérôme C.
Come ricordato da Le Monde, il processo conclusosi con la sentenza di ieri non ha riguardato il giornalista Xavier Poussard, il cui caso è stato separato perché risiede a Milano. Il quotidiano francese ha scritto che Poussard, autore del best seller Becoming Brigitte (che tradotto in italiano significa «diventando Brigitte») è «l’altro grande istigatore della fake news di portata mondiale» contro la première dame. Tra l’altro, alcuni dei condannati di ieri avevano ripreso delle pubblicazioni di Poussard. I media francesi hanno ricordato anche la denuncia presentata da Macron e dalla moglie negli Stati Uniti contro l’influencer americana Candace Owens.
Domenica sera, Brigitte Macron era intervenuta al tg della prima rete privata francese, Tf1, per parlare di un’iniziativa solidale. La conduttrice le ha però posto delle domande sul processo, alle quali la première dame ha risposto: «mi batto costantemente. Voglio aiutare gli adolescenti a battersi contro il bullismo». La moglie del presidente ha anche detto che nessuno «toccherà la mia genealogia» perché «con questo non si scherza».
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