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2019-02-08
Le eurostime pessime affossano le Borse e rilanciano lo spread
Ansa
Ieri la Commissione europea, come preannunciato dalla Verità, ha tagliato di un punto percentuale le previsioni sulla crescita italiana per il 2019, portandola al +0,2% rispetto al +1,2% stimato nelle previsioni di autunno e prevedendo che l'attività economica resterà debole nella prima metà del 2019. Anche nel 2020 il ritornello dovrebbe essere simile con un taglio della crescita che porterà il Pil a quota 0,8%, mezzo punto in meno rispetto al +1,3% indicato nelle precedenti stime.
Bruxelles spiega che alla base della revisione al ribasso c'è un rallentamento più forte del previsto, amplificato dall'incertezza globale e interna e dalle previsioni di investimento delle imprese notevolmente meno favorevoli. Inoltre, il rallentamento più marcato di importanti partner commerciali avrà effetti negativi sulla produzione manifatturiera. In seguito alla revisione del bilancio a dicembre 2018, i rendimenti dei titoli di Stato sono scesi, spiega ancora l'Ue, ma sono ancora molto più alti rispetto a un anno fa. Nel 2020 la crescita salirà un poco a quota 0,8%, sostenuta da un positivo effetto di trascinamento e da due giorni lavorativi in più. Le previsioni, precisa la Ue, non tengono conto degli effetti della crescita delle imposte indirette previste dalla legge di bilancio 2019 per il 2020. Se non altro gli analisti di Bruxelles hanno messo nero su bianco il vero problema: l'Italia rallenta perché è il Vecchio Continente a tirare il freno.
All'interno della sua relazione infatti, la Commissione europea ha fatto notare che l'economia italiana ha perso slancio all'inizio del 2018 a seguito di un più ampio rallentamento dell'Eurozona ed è andata in recessione nella seconda metà dell'anno. Il Prodotto interno lordo è così sceso dello 0,2% nell'ultimo trimestre, dopo un -0,1% nel trimestre precedente. Mentre il rallentamento iniziale era dovuto a un minor dinamismo del commercio mondiale, il recente rallentamento è più attribuibile a una domanda interna debole, in particolare per quanto riguarda gli investimenti; un ruolo, dicono da Bruxelles, che è stato giocato dall'incertezza collegata alla politica di bilancio del governo e dai maggiori costi di finanziamento. In questo contesto, il Pil è cresciuto dell'1% nel 2018, sostenuto da un notevole effetto trascinamento dall'anno precedente.
A questo punto, però, qualche dubbio non può non sopraggiungere. Il primo riguarda l'attendibilità della fonte europea che ormai cambia previsioni sul nostro Prodotto interno lordo a ogni piè sospinto. Come si può essere certi di queste stime, se poi vengono completamente ribaltate in pochi mesi? C'è poi da domandarsi chi siano e che ruolo giochino davvero le persone che vengono a «farci le pulci» sulla crescita dell'economia italiana. Ieri il commissario agli affari economici Pierre Moscovici aveva fatto notare che «per fortuna» Bruxelles è intervenuta a trovare una soluzione per l'Italia. «Sulla caduta del Pil italiano alla fine del 2018 hanno pesato l'incertezza politica, il calo degli investimenti e anche i costi di finanziamento del debito hanno fatto la loro parte», aveva detto ieri in conferenza stampa dopo che Bruxelles aveva diffuso il taglio delle stime sulla crescita del nostro Paese
Il commissario europeo, però, non può essere considerato neutrale circa le politiche che riguardano Italia e Francia. La diffusione di certe stime al ribasso potrebbe in effetti fare tutto l'interesse di Parigi, soprattutto in questi giorni in cui i rapporti tra Italia e Francia sono particolarmente tesi. Va ricordato poi che Moscovici è l'uomo che a fine novembre dell'anno scorso aveva partecipato a una cena segreta con Emmanuel Macron e il gotha della politica francese, in vista delle elezioni politiche europee di maggio 2019. Una cena tutt'altro che europea dove erano presenti, tra gli altri, il premier Edouard Philippe, ma anche vertici centristi del MoDem, Francois Bayrou e Marielle de Sarnez. Ci sarebbero tutti gli ingredienti, dunque, per ritenere che, ancora una volta, una certa Unione europea di parte avrebbe tutto l'interesse per denigrare l'economia italiana.
C'è poi da ricordare che la manovra 2019 ritenuta oggi troppo espansiva e varata dal governo gialloblù è la stessa che Bruxelles e lo stesso Moscovici avevano approvato a fine dicembre scorso. «È una vittoria del dialogo politico», diceva meno di due mesi fa.
Di certo la situazione non è rosea. La pubblicazione delle stime d'inverno da parte dell'Ue ha scatenato un'ondata di avversione al rischio tra gli investitori, che si sono rifugiati nella sicurezza del Bund tedesco. I titoli con la peggior performance della seduta sono invece i Btp italiani. Dopo la comunicazione delle stime, i tassi dei Btp sono bruscamente saliti, fino a sfiorare durante la seduta il 3% sul titolo decennale per la prima volta da dicembre. Lo spread Btp-Bund ha archiviato la giornata in netto aumento a 282,7 punti base, rispetto ai 264,15 della chiusura di due giorni fa.
Non è andata meglio in Borsa. Il taglio delle stime ha affossato i listini. Milano ha registrato un tonfo del 2,59% a fine giornata, Francoforte ha ceduto il 2,67% e Parigi l'1,84%. È andata un po' meglio a Londra (-1,09%).
In tutto ciò gli esponenti del governo non paiono particolarmente preoccupati. «Sono assolutamente sicuro che i nostri conti torneranno: ci sono le previsioni legittime fatte dalle istituzioni internazionali, ma è chiaro che il governo non si fa dettare l'agenda dalle previsioni fatte all'estero», ha detto il premier, Giuseppe Conte, commentando le stime dell'Ue sul Pil italiano. Più nervoso il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, che nel corso della sua informativa alla Camera, in un crescendo di tensione, ha perso le staffe. «Ma stai zitto, per la miseria...», ha urlato contro il forzista Renato Brunetta, che continuava a interromperlo. Passato la bagarre si è scusato. «Non cederemo a questo racconto catastrofista sull'Italia», ha detto invece ieri il vicepremier Luigi Di Maio, nel corso di una diretta Facebook, aggiungendo che «per la prima volta dopo tanti anni vengono messi più soldi su sanità e welfare, si mandano in pensione prima le persone, finalmente facciamo investimenti su imprese innovative e infrastrutture».
Insomma, del doman non c'è certezza, è chiaro. Il problema è che, nemmeno l'oggi per l'Ue appare troppo certo. In caso di dubbi, al massimo, c'è sempre la possibilità di stravolgere le previsioni.
Gianluca Baldini
«La ricetta dell’Ue è fallimentare Il governo non risponda nemmeno»
Le indiscrezioni sul taglio delle prospettive di crescita relative al nostro Paese da parte della Commissione europea avevano iniziato a circolare già all'ora di pranzo di mercoledì. Sentire profferire l'annuncio dalla viva voce del commissario Pierre Moscovici fa comunque un'altra impressione. Indossato il suo sorrisetto beffardo, l'euroburocrate francese ha confermato che, con un risicato +0,2%, nel 2019 l'Italia sarà fanalino di coda in Europa. La Verità ha chiesto un parere all'economista e accademico Giulio Sapelli.
Professore, nella conferenza stampa di ieri la Commissione europea ha tagliato le stime di crescita per l'Italia, smentendo le previsioni di novembre.
«Che la recessione sia arrivata, io e pochi altri lo dicevamo già da un anno, così come che la Cina abbia smesso di crescere. E poi c'è un grosso problema legato all'economia americana: noi non prestiamo attenzione, guardiamo solo alla Borsa che continua a essere stabile perché le corporation comprano azioni proprie. Tuttavia, colossi come General electric e General motors sono in crisi. Soffrono anche grandi aziende come Daimler e Nissan, perché è caduto il mercato cinese e poi perché c'è un eccesso di regolazione, ambientale ad esempio. La vicenda del dieselgate sta provocando grossi guai al settore automobilistico, e se il settore automobilistico ha la tosse, tutti gli altri settori hanno la polmonite. A ciò si aggiunga anche una crisi del settore immobiliare che ha in Cina il suo picco massimo, dal momento che ci sono città da 20 milioni di abitanti, abitate se non da 2 o 3 milioni di persone. Ma anche in Europa il settore immobiliare è in difficoltà per colpa, tra le altre cose, di politiche dissennate di pedonalizzazione».
Si parla tanto anche di grandi opere.
«Ci sono casi come quello italiano, per cui i lavori e le grandi infrastrutture non si fanno. Oppure la Germania, che ha metà del suo parco autostradale in crisi, ma non fa investimenti perché, per via di una presa di posizione ideologica, non vuole assolutamente fare debito. Quindi è chiaro che poi arriva la depressione. Non bisogna dimenticare, tra l'altro, che in Europa c'è una deflazione secolare, con una Banca centrale che non riesce nemmeno a raggiungere l'obiettivo del 2% di inflazione. Se calano i prezzi, calano anche i profitti delle imprese».
Nel frattempo, l'Unione europea ha bocciato la fusione Alstom-Siemens.
«Pierre Moscovici dovrebbe dire che c'è una politica assurda della regolazione, portata avanti da personaggi come il commissario europeo Margrethe Vestager che non sanno nemmeno cos'è la teoria dell'antitrust, ma che pretendono di decidere qual è la dimensione ottimale del mercato. Bloccare l'accordo tra Alstom e Siemens significa perdere 200.000 posti di lavoro e colpire al cuore due grandi industrie. È chiaro, dunque, che si tratta di una pazzia basata su posizioni ideologiche. Cosa c'entra la Cina? Abbiamo bisogno delle infrastrutture su ferro. Vogliono la green economy e poi non vogliono le infrastrutture su ferro? Ma si mettano d'accordo!».
Nel corso della sua analisi, Pierre Moscovici ha sottolineato il fatto che nell'attuale fase di rallentamento economico i fattori esogeni contano fino a un certo punto. Nel caso dell'Italia, invece, il commissario ha puntato il dito contro l'incertezza delle politiche di bilancio del governo gialloblù.
«Questo significa buttare fumo e nascondere la verità. Il vero problema non sono le politiche di bilancio, semmai l'assenza di mercato interno. Il signor Moscovici farebbe bene a riconoscere che il vero problema dell'Europa è che sta crollando il mercato interno. Quando basi il modello economico di un intero continente sulle esportazioni, appena c'è un sussulto sul commercio mondiale, il risultato è che viene a mancare il mercato interno. Ci hanno costretti a fare delle svalutazioni interne, a tagliare i salari e ad abbassare i prezzi, è caduto il tasso tendenziale di profitto, ma non c'è mercato interno. È questo è il vero problema, non il debito. Il Giappone ha il 200% di debito e ha il 3% di disoccupazione. Come la mettiamo?».
Dunque si tratta di una questione politica?
«Definirla una questione politica sarebbe quasi banale. Semmai, io parlerei di una questione ideologica. È una guerra dell'ideologia ordoliberista, la stessa sulla quale si è voluta costruire la Banca centrale europea, edificata a sua volta sulle orme della Bundesbank. È un'ideologia secondo la quale fare debito è peccato, quando invece il mondo è sempre andato avanti a debito».
Quali sono ora le prospettive future?
«Esiste la possibilità di un attacco speculativo. E ciò nonostante, si badi bene, questi personaggi non sanno cos'è l'economia ma si limitano a ripetere cose scritte per loro dai tecnocrati. Lo dimostra, ad esempio, il modo con cui viene condotta la politica economica europea. È questo il motivo per cui Moscovici non va preso sul serio. Però l'attacco speculativo non deve diventare un'arma. Moscovici ha parlato? Bene. La migliore risposta è il silenzio, non fare dichiarazioni. Perché le aste dei titoli di Stato sono andate molto bene, perché c'è fiducia nello Stato, ma la fiducia cala se tu gli rispondi e ti metti ad abbaiare alla Luna».
A proposito di silenzio, ieri la Francia ha richiamato il suo ambasciatore in Italia, aprendo quella che è stata definita da più commentatori la più grave crisi diplomatica dal dopoguerra fino a oggi.
«L'incontro di Luigi Di Maio con i gilet gialli è stata una mossa sbagliata. Non andava fatto proprio alcun incontro. Quando mai un vicepremier va dai manifestanti di un altro Paese? Oppure, per citarne un'altra, è sbagliato che il presidente della Camera decida di interrompere i rapporti con il Parlamento di un altro Paese (il riferimento è alle dichiarazioni di Roberto Fico sul caso Regeni, ndr). Credo che l'elettorato punirà questi atteggiamenti, perché c'è molto più buon senso in questo Paese di quanto non si pensi. La gente non vuole attacchi, vuole star tranquilla, vuole avere stabilità. Occorre andare d'accordo con tutti, anche con la Francia e la Germania».
Antonio Grizzuti
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Il Pil ridimensionato dall'1,2% allo 0,2% riporta il differenziale Btp-Bund a 282,7. Crolla Piazza Affari (-2,59%). Giuseppe Conte: «Non ci dettano l'agenda».Secondo l'economista Giulio Sapelli: «è l'Unione che sta crollando perché ha un modello basato solo sulle esportazioni» Alla base c'è un errore ideologico: «A Bruxelles pensano che fare debito sia peccato, ma così affondiamo».Lo speciale contiene due articoliIeri la Commissione europea, come preannunciato dalla Verità, ha tagliato di un punto percentuale le previsioni sulla crescita italiana per il 2019, portandola al +0,2% rispetto al +1,2% stimato nelle previsioni di autunno e prevedendo che l'attività economica resterà debole nella prima metà del 2019. Anche nel 2020 il ritornello dovrebbe essere simile con un taglio della crescita che porterà il Pil a quota 0,8%, mezzo punto in meno rispetto al +1,3% indicato nelle precedenti stime. Bruxelles spiega che alla base della revisione al ribasso c'è un rallentamento più forte del previsto, amplificato dall'incertezza globale e interna e dalle previsioni di investimento delle imprese notevolmente meno favorevoli. Inoltre, il rallentamento più marcato di importanti partner commerciali avrà effetti negativi sulla produzione manifatturiera. In seguito alla revisione del bilancio a dicembre 2018, i rendimenti dei titoli di Stato sono scesi, spiega ancora l'Ue, ma sono ancora molto più alti rispetto a un anno fa. Nel 2020 la crescita salirà un poco a quota 0,8%, sostenuta da un positivo effetto di trascinamento e da due giorni lavorativi in più. Le previsioni, precisa la Ue, non tengono conto degli effetti della crescita delle imposte indirette previste dalla legge di bilancio 2019 per il 2020. Se non altro gli analisti di Bruxelles hanno messo nero su bianco il vero problema: l'Italia rallenta perché è il Vecchio Continente a tirare il freno.All'interno della sua relazione infatti, la Commissione europea ha fatto notare che l'economia italiana ha perso slancio all'inizio del 2018 a seguito di un più ampio rallentamento dell'Eurozona ed è andata in recessione nella seconda metà dell'anno. Il Prodotto interno lordo è così sceso dello 0,2% nell'ultimo trimestre, dopo un -0,1% nel trimestre precedente. Mentre il rallentamento iniziale era dovuto a un minor dinamismo del commercio mondiale, il recente rallentamento è più attribuibile a una domanda interna debole, in particolare per quanto riguarda gli investimenti; un ruolo, dicono da Bruxelles, che è stato giocato dall'incertezza collegata alla politica di bilancio del governo e dai maggiori costi di finanziamento. In questo contesto, il Pil è cresciuto dell'1% nel 2018, sostenuto da un notevole effetto trascinamento dall'anno precedente. A questo punto, però, qualche dubbio non può non sopraggiungere. Il primo riguarda l'attendibilità della fonte europea che ormai cambia previsioni sul nostro Prodotto interno lordo a ogni piè sospinto. Come si può essere certi di queste stime, se poi vengono completamente ribaltate in pochi mesi? C'è poi da domandarsi chi siano e che ruolo giochino davvero le persone che vengono a «farci le pulci» sulla crescita dell'economia italiana. Ieri il commissario agli affari economici Pierre Moscovici aveva fatto notare che «per fortuna» Bruxelles è intervenuta a trovare una soluzione per l'Italia. «Sulla caduta del Pil italiano alla fine del 2018 hanno pesato l'incertezza politica, il calo degli investimenti e anche i costi di finanziamento del debito hanno fatto la loro parte», aveva detto ieri in conferenza stampa dopo che Bruxelles aveva diffuso il taglio delle stime sulla crescita del nostro Paese Il commissario europeo, però, non può essere considerato neutrale circa le politiche che riguardano Italia e Francia. La diffusione di certe stime al ribasso potrebbe in effetti fare tutto l'interesse di Parigi, soprattutto in questi giorni in cui i rapporti tra Italia e Francia sono particolarmente tesi. Va ricordato poi che Moscovici è l'uomo che a fine novembre dell'anno scorso aveva partecipato a una cena segreta con Emmanuel Macron e il gotha della politica francese, in vista delle elezioni politiche europee di maggio 2019. Una cena tutt'altro che europea dove erano presenti, tra gli altri, il premier Edouard Philippe, ma anche vertici centristi del MoDem, Francois Bayrou e Marielle de Sarnez. Ci sarebbero tutti gli ingredienti, dunque, per ritenere che, ancora una volta, una certa Unione europea di parte avrebbe tutto l'interesse per denigrare l'economia italiana. C'è poi da ricordare che la manovra 2019 ritenuta oggi troppo espansiva e varata dal governo gialloblù è la stessa che Bruxelles e lo stesso Moscovici avevano approvato a fine dicembre scorso. «È una vittoria del dialogo politico», diceva meno di due mesi fa. Di certo la situazione non è rosea. La pubblicazione delle stime d'inverno da parte dell'Ue ha scatenato un'ondata di avversione al rischio tra gli investitori, che si sono rifugiati nella sicurezza del Bund tedesco. I titoli con la peggior performance della seduta sono invece i Btp italiani. Dopo la comunicazione delle stime, i tassi dei Btp sono bruscamente saliti, fino a sfiorare durante la seduta il 3% sul titolo decennale per la prima volta da dicembre. Lo spread Btp-Bund ha archiviato la giornata in netto aumento a 282,7 punti base, rispetto ai 264,15 della chiusura di due giorni fa.Non è andata meglio in Borsa. Il taglio delle stime ha affossato i listini. Milano ha registrato un tonfo del 2,59% a fine giornata, Francoforte ha ceduto il 2,67% e Parigi l'1,84%. È andata un po' meglio a Londra (-1,09%). In tutto ciò gli esponenti del governo non paiono particolarmente preoccupati. «Sono assolutamente sicuro che i nostri conti torneranno: ci sono le previsioni legittime fatte dalle istituzioni internazionali, ma è chiaro che il governo non si fa dettare l'agenda dalle previsioni fatte all'estero», ha detto il premier, Giuseppe Conte, commentando le stime dell'Ue sul Pil italiano. Più nervoso il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, che nel corso della sua informativa alla Camera, in un crescendo di tensione, ha perso le staffe. «Ma stai zitto, per la miseria...», ha urlato contro il forzista Renato Brunetta, che continuava a interromperlo. Passato la bagarre si è scusato. «Non cederemo a questo racconto catastrofista sull'Italia», ha detto invece ieri il vicepremier Luigi Di Maio, nel corso di una diretta Facebook, aggiungendo che «per la prima volta dopo tanti anni vengono messi più soldi su sanità e welfare, si mandano in pensione prima le persone, finalmente facciamo investimenti su imprese innovative e infrastrutture».Insomma, del doman non c'è certezza, è chiaro. Il problema è che, nemmeno l'oggi per l'Ue appare troppo certo. In caso di dubbi, al massimo, c'è sempre la possibilità di stravolgere le previsioni. Gianluca Baldini<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-eurostime-pessime-affossano-le-borse-e-rilanciano-lo-spread-2628300809.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-ricetta-dellue-e-fallimentare-il-governo-non-risponda-nemmeno" data-post-id="2628300809" data-published-at="1769741585" data-use-pagination="False"> «La ricetta dell’Ue è fallimentare Il governo non risponda nemmeno» Le indiscrezioni sul taglio delle prospettive di crescita relative al nostro Paese da parte della Commissione europea avevano iniziato a circolare già all'ora di pranzo di mercoledì. Sentire profferire l'annuncio dalla viva voce del commissario Pierre Moscovici fa comunque un'altra impressione. Indossato il suo sorrisetto beffardo, l'euroburocrate francese ha confermato che, con un risicato +0,2%, nel 2019 l'Italia sarà fanalino di coda in Europa. La Verità ha chiesto un parere all'economista e accademico Giulio Sapelli. Professore, nella conferenza stampa di ieri la Commissione europea ha tagliato le stime di crescita per l'Italia, smentendo le previsioni di novembre. «Che la recessione sia arrivata, io e pochi altri lo dicevamo già da un anno, così come che la Cina abbia smesso di crescere. E poi c'è un grosso problema legato all'economia americana: noi non prestiamo attenzione, guardiamo solo alla Borsa che continua a essere stabile perché le corporation comprano azioni proprie. Tuttavia, colossi come General electric e General motors sono in crisi. Soffrono anche grandi aziende come Daimler e Nissan, perché è caduto il mercato cinese e poi perché c'è un eccesso di regolazione, ambientale ad esempio. La vicenda del dieselgate sta provocando grossi guai al settore automobilistico, e se il settore automobilistico ha la tosse, tutti gli altri settori hanno la polmonite. A ciò si aggiunga anche una crisi del settore immobiliare che ha in Cina il suo picco massimo, dal momento che ci sono città da 20 milioni di abitanti, abitate se non da 2 o 3 milioni di persone. Ma anche in Europa il settore immobiliare è in difficoltà per colpa, tra le altre cose, di politiche dissennate di pedonalizzazione». Si parla tanto anche di grandi opere. «Ci sono casi come quello italiano, per cui i lavori e le grandi infrastrutture non si fanno. Oppure la Germania, che ha metà del suo parco autostradale in crisi, ma non fa investimenti perché, per via di una presa di posizione ideologica, non vuole assolutamente fare debito. Quindi è chiaro che poi arriva la depressione. Non bisogna dimenticare, tra l'altro, che in Europa c'è una deflazione secolare, con una Banca centrale che non riesce nemmeno a raggiungere l'obiettivo del 2% di inflazione. Se calano i prezzi, calano anche i profitti delle imprese». Nel frattempo, l'Unione europea ha bocciato la fusione Alstom-Siemens. «Pierre Moscovici dovrebbe dire che c'è una politica assurda della regolazione, portata avanti da personaggi come il commissario europeo Margrethe Vestager che non sanno nemmeno cos'è la teoria dell'antitrust, ma che pretendono di decidere qual è la dimensione ottimale del mercato. Bloccare l'accordo tra Alstom e Siemens significa perdere 200.000 posti di lavoro e colpire al cuore due grandi industrie. È chiaro, dunque, che si tratta di una pazzia basata su posizioni ideologiche. Cosa c'entra la Cina? Abbiamo bisogno delle infrastrutture su ferro. Vogliono la green economy e poi non vogliono le infrastrutture su ferro? Ma si mettano d'accordo!». Nel corso della sua analisi, Pierre Moscovici ha sottolineato il fatto che nell'attuale fase di rallentamento economico i fattori esogeni contano fino a un certo punto. Nel caso dell'Italia, invece, il commissario ha puntato il dito contro l'incertezza delle politiche di bilancio del governo gialloblù. «Questo significa buttare fumo e nascondere la verità. Il vero problema non sono le politiche di bilancio, semmai l'assenza di mercato interno. Il signor Moscovici farebbe bene a riconoscere che il vero problema dell'Europa è che sta crollando il mercato interno. Quando basi il modello economico di un intero continente sulle esportazioni, appena c'è un sussulto sul commercio mondiale, il risultato è che viene a mancare il mercato interno. Ci hanno costretti a fare delle svalutazioni interne, a tagliare i salari e ad abbassare i prezzi, è caduto il tasso tendenziale di profitto, ma non c'è mercato interno. È questo è il vero problema, non il debito. Il Giappone ha il 200% di debito e ha il 3% di disoccupazione. Come la mettiamo?». Dunque si tratta di una questione politica? «Definirla una questione politica sarebbe quasi banale. Semmai, io parlerei di una questione ideologica. È una guerra dell'ideologia ordoliberista, la stessa sulla quale si è voluta costruire la Banca centrale europea, edificata a sua volta sulle orme della Bundesbank. È un'ideologia secondo la quale fare debito è peccato, quando invece il mondo è sempre andato avanti a debito». Quali sono ora le prospettive future? «Esiste la possibilità di un attacco speculativo. E ciò nonostante, si badi bene, questi personaggi non sanno cos'è l'economia ma si limitano a ripetere cose scritte per loro dai tecnocrati. Lo dimostra, ad esempio, il modo con cui viene condotta la politica economica europea. È questo il motivo per cui Moscovici non va preso sul serio. Però l'attacco speculativo non deve diventare un'arma. Moscovici ha parlato? Bene. La migliore risposta è il silenzio, non fare dichiarazioni. Perché le aste dei titoli di Stato sono andate molto bene, perché c'è fiducia nello Stato, ma la fiducia cala se tu gli rispondi e ti metti ad abbaiare alla Luna». A proposito di silenzio, ieri la Francia ha richiamato il suo ambasciatore in Italia, aprendo quella che è stata definita da più commentatori la più grave crisi diplomatica dal dopoguerra fino a oggi. «L'incontro di Luigi Di Maio con i gilet gialli è stata una mossa sbagliata. Non andava fatto proprio alcun incontro. Quando mai un vicepremier va dai manifestanti di un altro Paese? Oppure, per citarne un'altra, è sbagliato che il presidente della Camera decida di interrompere i rapporti con il Parlamento di un altro Paese (il riferimento è alle dichiarazioni di Roberto Fico sul caso Regeni, ndr). Credo che l'elettorato punirà questi atteggiamenti, perché c'è molto più buon senso in questo Paese di quanto non si pensi. La gente non vuole attacchi, vuole star tranquilla, vuole avere stabilità. Occorre andare d'accordo con tutti, anche con la Francia e la Germania». Antonio Grizzuti
Marc Chagall. Ricordo del Flauto magico,1976. Collezione privata © Marc Chagall, by SIAE 2025
Nato a Vitebsk nel 1887, ebreo russo che trascorse la maggior parte della sua vita in Francia (morì a Saint Paul de Vence nel 1985), Mar Chagall ( il cui nome ebraico era Moishe Segal e quello russo Mark Zacharovič Šagal), conservò sempre nel cuore la sua Patria («Non mi sono mai separato dalla mia terra, la mia arte non può vivere senza di essa» dichiarò nel 1922), le tradizioni e la religione ebraica, elementi che ricorrono costantemente nella sua vasta e poliedrica produzione artistica. Un attaccamento alle origini che era parte fondamentale del suo essere, di uomo e di artista, e che non lo abbandonò mai, nemmeno quando le leggi razziali lo costrinsero a lasciare l‘Europa per trasferirsi negli Stati Uniti: nel Vecchio Continente ci tornò a fine conflitto, nel 1946, già artista famoso e con la consacrazione del MOMA, che in quegli anni gli dedicò un’importante retrospettiva.
Animo sensibilissimo (dopo la morte dell’amatissima prima moglie Bella cadde in depressione e per un anno non riuscì più a dipingere…) e dalla spiritualità profonda, Chagall fece della sua arte la trasfigurazione poetica del suo nucleo emotivo: Chagall non rappresenta gli eventi, ma i ricordi , la memoria dell’infanzia che si fonde con la cronaca, la sua storia personale che si intreccia a quella universale. Il tutto in un mondo da fiaba, fluttuante, apparentemente senza logica, dove gli sposi sorvolano i campanili, le figure si sdoppiano, gli animali parlano, i violinisti suonano sui tetti, i profeti biblici stanno accanto a capre azzurre. Anche l’Olocausto, che la sua emotività non gli permise di dipingere in tutto il suo inenarrabile orrore, sotto il suo pennello si trasforma in fantasiosa allegoria: in un ebreo barbuto e malinconico con in mano la Torah (Solitudine, 1933) o in un Cristo crocifisso circondato dal caos (Crocifissione bianca, 1938). In Chagall il tempo non segue la linearità cronologica, ma quello dello spazio interiore, dove immagini lontane e vicine convivono nella stessa opera, senza gerarchie: il dolore con la bellezza, la perdita con la rinascita. Artista di inarrivabile poesia e delicatezza, dietro l’apparente semplicità delle sue opere si celano temi comuni a tutta l’umanità, speranze e contraddizioni, ma soprattutto la volontà di condurre lo spirito del Mondo verso una bellezza capace di trovare, anche negli orrori del tempo, angoli di pace e comprensione.
A condurci nel mondo delle sue colorate atmosfere incantate la splendida mostra-evento (già nei primi due giorni di apertura ha registrato oltre duemila visitatori…) allestita nelle sale di Palazzo dei Diamanti di Ferrara, che in un percorso espositivo particolarmente coinvolgente raccoglie oltre 200 opere e sale immersive di stupefacente bellezza.
Chagall testimone del suo tempo. La Mostra
Curato da Paul Schneiter e Francesca Villanti, il ricco percorso espositivo parte dagli esordi di Chagall nella natia Vitebsk, passa per l'esilio negli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale e si conclude con le grandi composizioni della maturità. Diviso in dieci sezioni, fra opere di toccante bellezza e dense di significato come La sposa dai due volti (un dipinto che rappresenta la dualità dell'esistenza umana, fra i temi più cari all’artista), La nave dell'Esodo (un'opera che sovrappone due episodi: l'Esodo biblico dall'Egitto e la fuga degli ebrei europei dalle persecuzioni naziste) e La Pace ( una colomba bianca a cui Chagall affida il suo messaggio di speranza), davvero spettacolari le sale immersive che permettono al visitatore di ammirare due creazioni monumentali in una dimensione coinvolgente e grandiosa: il soffitto dell'Opéra di Parigi e le 12 vetrate per la sinagoga di Hadassah, esempio di come Chagall abbia saputo fondere arte e spiritualità.
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Il platino è il caso più evidente di riscoperta. Salvatore Gaziano (SoldiExpert Scf) nota che «dopo il boom dell’oro, molti investitori hanno riscoperto il platino, rimasto indietro nel rapporto storico di prezzo con il metallo giallo». La tesi poggia sulla doppia anima: bene prezioso per l’oreficeria (con domanda asiatica solida) e input industriale «insostituibile» per vetro e automotive. L’offerta, però, resta sotto pressione per i problemi estrattivi in Sudafrica: la scarsità fisica sostiene le quotazioni, con l’Etc WisdomTree Physical Platinum a +28,4% da inizio anno.
Se il platino è una scommessa sul valore, il rame è una scommessa sull’infrastruttura della civiltà digitale. Lo strategist di SoldiExpert Scf sintetizza: «L’Ia non è fatta solo di software, ma di chilometri di cavi e infrastrutture elettriche». E la scala è impressionante: «Un singolo data center richiede fino a 9.000 tonnellate di rame, e la rete elettrica per collegarlo ne richiede tre volte tanto». In Europa, poche storie offrono esposizione diretta: fra queste brilla Aurubis. «La sua forza sta nel riciclo»: dai rifiuti elettronici estrae rame per reti e mobilità verde, ma anche oro e argento; l’aumento dei prezzi dei metalli gonfia il valore delle scorte in bilancio e sostiene il titolo. Il termometro del settore è il consolidamento: la possibile fusione Rio Tinto-Glencore (260 miliardi di dollari) segnala che la «scala» è diventata requisito strategico per presidiare l’offerta globale. Sul lato investimenti, Gaziano ricorda che si può puntare sulle singole eccellenze o su panieri diversificati, tenendo conto della volatilità ciclica del comparto.
Stefano Gianti (Swissquote) sottolinea che «la maniera più semplice è probabilmente quella di acquistare un Etc», che replica l’andamento del metallo (al netto di costi contenuti).
Ma Gabriel Debach (eToro) invita a leggere il rame come un mercato logisticamente «inceppato»: a gennaio 2026 «il Lme è ancora prevalentemente in backwardation (una condizione di mercato in cui il prezzo attuale di una materia prima è superiore ai prezzi dei contratti futures con scadenza successiva, ndr)», mentre il Comex è in contango (il prezzo dei futures è superiore all’attuale, ndr) dopo l’accumulo di scorte Usa legato ai timori di dazi. Per questo, oltre alla direzione del ciclo, contano struttura a termine e flussi fisici. Quando il rame corre, l’alluminio entra nel gioco come sostituto: Goldman Sachs indica la coppia Long rame e Short alluminio fino a dicembre 2027. In parallelo, il platino torna centrale come catalizzatore per fuel cell e filiera dell’idrogeno. Palladio e litio sono osservati: la Cina punta a raddoppiare la capacità di ricarica Ev entro il 2027 a 180 Gw, mentre il litio oscilla tra domanda in crescita e ritorno dell’offerta».
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(IStock)
Don Chichì ha un’idea. «Tornare alle origini, a Cristo e ai suoi Apostoli che portavano alle genti sofferenti la parola consolatrice di Dio! Passare casa per casa, bussare a tutte le porte, interessarsi di tutti i problemi dei fedeli, intervenire attivamente dove è possibile. Trasformare il prete-burocrate in amico». Naturalmente l’idea di don Chichì, che poi è quella della Chiesa del post Concilio, fu un fiasco.
E rischia di esserlo ancora di più ora che la Cei - come si legge nel documento finale del suo consiglio permanente (quasi fosse la Cgil) - «ha demandato alla Presidenza la costituzione di gruppi di lavoro per lo studio di linee orientative e indicazioni per la riconfigurazione territoriale delle comunità parrocchiali e l’affido della partecipazione alla cura pastorale di una comunità a un diacono o un’altra persona non insignita del carattere sacerdotale o a una comunità di persone, e anche per lo studio degli aspetti teologici, antropologici e pastorali relativi all’accoglienza di persone omoaffettive e transgender».
Proviamo a tradurre il burocratese della Conferenza episcopale: nel documento si chiede che ogni comunità parrocchiale abbia un fedele, sia esso diacono o laico, che si possa occupare dell’inclusione di persone omosessuali o trans. Bene. Anzi, male: perché la Chiesa oggi pare interessata a tutto fuorché a far arrivare il maggior numero di anime possibili al Padreterno. Per cui parla di tutto - del clima, dei trans, della disoccupazione e del fatto che non esistono più le mezze stagioni - ma mai (o quasi) della fede. Eppure quello dovrebbe essere il cuore di tutto.
Giovanni Maria Vianney, il curato d’Ars, faceva una cosa molto semplice. Si alzava la mattina e si chiudeva nel confessionale, dove rimaneva per ore e ore. I fedeli accorrevano da ogni dove per dirgli i peccati che avevano commesso, certamente, ma pure le loro difficoltà. E lui ascoltava tutti e li assolveva nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Promettevano di non peccare più, ma poi ci ricadevano lo stesso. E allora indietro dal curato d’Ars, che non si muoveva mai da quell’inginocchiatoio di legno. Era, lui, un prete-prete. Non il prete amico di don Chichì, prototipo di tanti preti-amici che oggi sono vescovi e cardinali. Che hanno perso il centro e che a furia di cercare chi era lontano hanno perso chi si trovava più vicino. Basta entrare in una chiesa per rendersene conto. Non c’è più nessuno che prega. A volte qualche vecchina, come una sentinella solitaria, che sgrana il rosario. A volte qualcuno che chiede un miracolo per sé o per qualche caro.
La primavera del Concilio, come ha detto Paolo VI, si è rivelata un gelido inverno. Che ha ghiacciato le anime. E ora, per provare a portare qualcuno in chiesa, si punta ad aprirsi ulteriormente, a colpi di psicologia e sociologia. Ma ciò che serve davvero è qualcuno che parli fede. Qualcuno che parli meno di questo mondo e più dell’altro. C’è bisogno del Cristo dell’altare maggiore, che indica la via, e di preti come don Camillo, che abbiano mani come badili per rimetterti in carreggiata. E che siano in grado di scaldare il nostro vecchio cuore di marziani, come direbbe Giovannino Guareschi.
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(Ansa)
La riforma consta di otto articoli, sull’ultimo dei quali - «Disposizioni transitorie» - tornerò alla fine. Gli altri sette modificano gli articoli 87, 102, 104-107 e 110 della Costituzione. Sembrerebbe la modifica di sette articoli e infatti le lamentele del Comitato per il No esordiscono proprio così: «Questa legge modifica sette articoli della Costituzione». Il che, pur apparentemente vero, è sostanzialmente sonoramente falso e fuorviante. Il Comitato per il No esordisce manipolandovi col trasmettere il messaggio angoscioso che la riforma governativa stravolgerebbe la Costituzione. Una comunicazione levantina che da sola basterebbe a togliere ogni fiducia a chi invita a votare No.
La verità sostanziale è che si modificano solo due articoli, mentre gli altri sono solo adeguati per coerenza. Per esempio, visto che nei due veri articoli modificati si istituiscono due magistrature governate, ciascuna, dal proprio Consiglio superiore, l’articolo 87 - che attualmente recita: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm» - diventa: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm giudicante e il Csm requirente». Simili considerazioni valgono per gli articoli 102, 105, 106 e 110. Gli articoli veramente modificati sono il 104 e il 105. La riforma disciplina tre cose.
L’esordio dell’articolo 104 - «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere» - diventa: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente». È finalmente introdotta la separazione delle carriere: così come l’avvocato che vi difende non è collega del giudice che deve emettere sentenza, anche la pubblica accusa non lo sarà più. Ove l’articolo vecchio continua assegnando la presidenza dell’unico Csm al capo dello Stato, quello nuovo si adegua, istituisce due Csm e mantiene il capo dello Stato a presiederli entrambi. Ecco attuato il principio del giusto processo, in ottemperanza all’articolo 111 della Costituzione.
Secondo il vecchio articolo, gli altri componenti (attualmente 24) sono «eletti» per 2/3 dai magistrati e per 1/3 da una lista che il Parlamento compone tra professionisti di lungo corso del diritto. Nell’articolo modificato dalla riforma, la parola «eletti» è sostituita con le parole «estratti a sorte».
L’articolo 105 attuale recita: «Spettano al Csm le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati». Il nuovo articolo 105 è molto più lungo, col primo comma quasi coincidente con l’intero articolo vecchio: «Spettano a ciascuno dei due Csm le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni nei riguardi dei magistrati». Come si nota, le parole «le promozioni» sono sostituite con le parole «le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni»; e sono state soppresse le parole «provvedimenti disciplinari» del vecchio articolo. Cosa significa? Significa, intanto, che ove la vecchia legge parla solo di «promozioni», la nuova parla di «valutazioni di professionalità». Ora, non voglio qui rivangare la brillante carriera dei giudici che hanno distrutto la vita di Enzo Tortora, solo perché non voglio dare l’impressione che quella del caso Tortora sia l’eccezione che conferma una regola: temo che sia invece la regola. Ancora: a leggere l’attuale articolo 105, suona quanto mai bizzarro che eventuali provvedimenti disciplinari nei confronti di un magistrato siano affidati a coloro che quel medesimo magistrato ha eletto. E, infatti, come osservavo a mo’ di esempio, quelli coinvolti nel caso Tortora, lungi dal subire provvedimenti disciplinari, fecero invece brillante carriera. Nel resto del nuovo art. 105, la riforma istituisce allora un’Alta Corte disciplinare, composta da 15 giudici professionalmente qualificati: «Tre dei quali nominati dal presidente della Repubblica» e gli altri 12 sono, di nuovo, tutti estratti a sorte: sei sono della magistratura giudicante, tre della magistratura inquirente e tre da un elenco di professionisti di lungo corso del diritto nominati dal Parlamento. I membri dell’Alta Corte non possono essere membri di nessun Parlamento (regionale, nazionale o europeo) né possono esercitare professione di avvocato. Infine, chi è soggetto a provvedimenti dell’Alta Corte può impugnarli solo dinanzi alla medesima Corte e, in questo caso, essa giudica in assenza dei componenti che hanno concorso alla decisione impugnata.
La prima lamentela del Comitato per il No è che la riforma assoggetterebbe il Csm al governo e/o al Parlamento. Ora, ditemi voi, come possa mai accadere che, passando da un meccanismo elettivo a una estrazione a sorte, chicchessia possa meglio influenzare sull’esito finale. Anzi, l’estrazione a sorte tra i titolati a far parte dei due Csm o dell’Alta Corte è l’unica cosa che garantisce che la scelta dei componenti sia avvenuta senza alcuna influenza esterna. Allora, chi vi dice che la riforma introduce, rispetto alla vecchia legge, maggiore controllo del potere politico, vi sta manipolando, vi sta mentendo, e vi sta togliendo il potere di scegliere. Né è vero che gli scelti per votazione sono i più «bravi»: sono solo quelli che hanno avuto più voti.
Le «Disposizioni transitorie», poi, prevedono che le leggi sul Csm, sull’ordinamento giudiziario e sulla giurisdizione disciplinare siano adeguate entro un anno alla nuova norma costituzionale. Allora, non solo con la nuova legge l’ingerenza della politica sulla magistratura è ridotta, ma codesta presunta ingerenza non è di alcun beneficio all’attuale esecutivo, che sarà a scadenza a ridosso dell’entrata in vigore della riforma.
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