- Il Fronte repubblicano strombazzato da Carlo Calenda ha già le adesioni del partito Repubblica e di Laura Boldrini. Ma i corazzieri di sinistra non si rendono conto che così si allineano a chi vorrebbe farci rieducare dai mercati.
- Per il Wall street journal e Bloomberg è Sergio Mattarella ad aver fatto autogol: «Fermando il governo Lega-M5 mette a rischio l’euro». Ma la stampa nostrana incolpa i gialloblù.
Lo speciale contiene due articoli
Il dramma esistenziale e psicologico della sinistra italiana lo ha espresso perfettamente, ieri su Repubblica, Concita De Gregorio. In un’articolessa impregnata di lacrime, gridava: «Ridateci una politica dove più dello spread contano le persone». Slogan fenomenale. Peccato che alla signora sia sfuggito un particolare: i primi difensori della «politica dello spread», in queste ore, sono proprio i progressisti di area Partito democratico e consimili. Faticano a spiegarlo ai loro elettori, e soprattutto a sé stessi, ma si sono schierati compatti a difesa dei «mercati», dei «burocrati che evocano lo spread» (così li ha definiti, sempre su Repubblica, Massimo Giannini) e dei falchi tedeschi. Per la serie: Pd, dove la d sta per Deutschland.
Lo spettacolo che offrono è grottesco. Carlo Calenda, dopo aver fatto sapere di essere pronto alla resistenza, non è ancora salito sui monti armato di fucile. Però, tramite intervista al Corriere della Sera, ha dichiarato: «Bisogna presentarsi con un Fronte repubblicano, un simbolo diverso e una lista unica, coinvolgendo tutte quelle forze della società civile e tutti quei movimenti politici che vogliono unirsi per salvare il Paese dal sovranismo anarcoide di Di Maio e Salvini.La guida c’è già, si chiama Paolo Gentiloni». Che meraviglia, un Fronte repubblicano unito, schierato come un sol uomo a sostegno del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Cioè l’uomo che non ha voluto Paolo Savona al ministero dell’Economia per via delle sue posizioni critiche sull’euro.
Sono tutti pronti a intervenire. Maurizio Martina ha dato l’approvazione. Matteo Renzi si è precipitato a complimentarsi con Calenda. Laura Boldrini, alla disperata ricerca di un carretto a cui aggrapparsi, ha scritto su Twitter: «Di fronte all’attacco al presidente della Repubblica Mattarella e di fronte al rischio di una pericolosa deriva populista e sovranista è necessario che tutte le forze progressiste decidano di allearsi alle prossime elezioni». Persino Beatrice Lorenzin si è scoperta barricadera: «Più che ministro della Salute, oggi, mi sento una cittadina italiana ingaggiata sul fronte della difesa delle nostra Repubblica», ha cinguettato (refuso compreso).
Eccola lì, l’invincibile armata progressista, sincera e democratica, pronta a sacrificare la vita pur di tutelare l’inquilino del Quirinale. Sono così entusiasti, i novelli corazzieri, da non rendersi conto che si stanno coalizzando per dare man forte a biechi personaggi come Günther Oettinger, l’uomo secondo cui «i mercati insegneranno agli italiani a votare nel modo giusto». Le posizioni che questo fantomatico Fronte repubblicano dovrebbe esprimere sono le stesse che abbiamo potuto leggere sui giornali tedeschi, ovvero quelli che ci accusavano di essere «scrocconi» e «peggiori dei mendicanti».
Da un lato, dunque, l’intellighenzia dem chiede un mondo governato dai buoni sentimenti e da un’umanità profonda, dall’altro si inginocchia di fronte ai mercati come uno schiavo davanti alla frusta del padrone. Nella loro tragedia senza fine, i progressisti italiani muovono quasi a compassione. Sapete chi ha proposto, giusto ieri, di creare un fronte unico contro i populisti? Indovinate un po’… Proprio lui, Jean Claude Juncker, il presidente della Commissione Ue ad alto tasso alcolico. Biascicando a Strasburgo di fronte alla riunione plenaria del Parlamento europeo, ha dichiarato: «Vorrei che tutti noi ci impegnassimo in una sorta di contratto contro il populismo galoppante che possiamo vedere in Europa e in tutti i Paesi, compreso il mio». Fantastico: Calenda, Renzi e la Boldrini possono contare su un alleato in più. E che alleato…
Aspettate, però, perché il meglio deve ancora venire. Non appena ha sentito ragliare di Fronte repubblicano e sinistra unita, a precipitarsi fuori dal sarcofago è stato anche un’altra divinità del pantheon democratico: Romano Prodi, nientemeno. In un editoriale uscito ieri sul Messaggero, L’ex premier sotto forma di insaccato ha inteso analizzare la complicata situazione politica, esprimendo più di una preoccupazione: «Tutto questo sta trasformando radicalmente il quadro delle prossime elezioni: non si tratta più di una contesa fra i partiti ma di un referendum fra coloro che vedono il nostro futuro insieme alle altre democrazie europee e coloro che ci vogliono fuori dall’Euro e quindi dall’Europa, come un vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro». Chiarissimo: la prossima tornata elettorale sarà in realtà un referendum sull’Europa. I famigerati «populisti» non lo hanno né proposto né evocato, ma pare che il Pd e simili ci tengano parecchio. Dunque, dice Prodi, bisogna che la sinistra si prodighi per mettere «il cittadino italiano di fronte alle nefaste conseguenze che l’uscita dall’Euro e la rottura dei legami con l’Europa porterebbero alla nostra economia e alla nostra sicurezza».
Sono le stesse idee di Oettinger, di Juncker, del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco («il destino dell’Italia è quello dell’Europa»).
Insomma, i due fronti sono chiari. Da una parte c’è chi difende il popolo italiano e la sua sovranità. Dall’altro ci sono le burocrazie europee e i rappresentanti dei cosiddetti «mercati», entità demoniaca delle peggiori. Ovviamente, i progressisti italiani sono fieramente posizionati sul lato dei mercati. Lo ha notato addirittura Stefano Fassina: «Prodi, Calenda, Pd, fermatevi!», ha scritto. «La vostra analisi e la conseguente proposta, alimentata dalle spiegazioni al no a Paolo Savona, è foriera di sciagura e contribuisce attivamente a spingere l’Italia nel baratro».
C’è di positivo che, almeno, gli amici sinistri sono venuti allo scoperto. Hanno finalmente esplicitato il loro legame potente con il neoliberismo. Come ha scritto il filosofo francese Jean Claude Michea, essi «non hanno più altro ideale concreto da proporre se non la dissoluzione continua e sistematica dei modi di vivere specifici delle classi popolari – e la dissoluzione delle loro ultime conquiste sociali – nel moto perpetuo della crescita globalizzata». Si sono venduti, e adesso vogliono svendere pure noi.
Francesco Borgonovo
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